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Tesi: forme di stato e di governo

Firma della costituzione Italiana 22 dicembre 1947

Indice

  • Introduzione pag. 2
  • Capitolo 1: Forme di Stato
    • L'ordinamento patrimoniale pag. 3
    • Lo Stato assoluto pag. 3
    • Lo Stato liberale pag. 4
    • Lo Stato totalitario/autoritario pag. 6
    • Lo Stato sociale pag. 6
  • Capitolo 2: Sottoclassificazioni delle forma di Stato
    • Forma di Stato unitaria – decentrata pag. 7
    • Forma di Stato repubblicana – monarchica pag. 8
  • Capitolo 3: Forme di Governo
    • La monarchia assoluta pag. 9
    • La monarchia costituzionale pag. 9
    • La forma di governo parlamentare pag. 9
    • La forma di governo presidenziale pag. 12
    • Forma di governo direttoriale pag. 13
    • Forma di governo totalitaria/autoritaria pag. 13

Forme di stato e di governo

Forma di Stato: con questa espressione si intende indicare i complessivi rapporti che vengono ad intercorrere, in un dato ordinamento, tra chi governa (cd. Stato-apparato) e chi è governato, inteso quest’ultimo sia come individuo sia in riferimento alle articolazioni sociali che nel loro insieme concorrono a formare la società civile (si pensi alle associazioni). Così intendendo tale nozione, ne consegue che le varie forme di Stato affermatesi nel corso dei secoli hanno diversamente definito e concretizzato questi rapporti in base al riconoscimento o meno dei diritti e delle libertà per gli individui e per gli enti intermedi (tra di essi e soprattutto nei confronti dei pubblici poteri), alla affermazione o meno del principio di uguaglianza e alla sua effettiva realizzazione, alla disciplina dello status di cittadino e alle conseguenze che ne sono state fatte derivare, nonché alla stessa concezione dell’interesse pubblico e di chi sia chiamato a realizzarlo. In definitiva quindi la forma di Stato indica le finalità che lo Stato persegue e i valori a cui si ispira.

Tralasciando le esperienze proprie degli ordinamenti più antichi, storicamente si sono avute le seguenti forme Stato: L’ordinamento patrimoniale, Lo Stato assoluto, Lo Stato liberale, Crisi dello Stato liberale, Lo Stato totalitario/autoritario, Lo Stato sociale.

Forma di governo: con questa locuzione si indica il modo con il quale le funzioni fondamentali dello Stato vengono ripartite tra gli organi costituzionali e i rapporti che si instaurano tra tali organi. Tale concetto risulta intimamente collegato a quello di forma di Stato. Se quest’ultimo indica le finalità che l’ordinamento nel suo complesso persegue e i valori cui si ispira, l’espressione forma di governo indica l’assetto organizzativo mediante il quale siffatte finalità vengono perseguite. Storicamente si sono susseguite le seguenti forme di governo: La monarchia assoluta, monarchia costituzionale, La forma di governo parlamentare, La forma di governo presidenziale, Forma di governo direttoriale, forma di governo totalitaria/autoritaria.

Forme di Stato

L’ordinamento patrimoniale

L’ordinamento a carattere patrimoniale si afferma nel periodo successivo alla caduta dell’impero romano. È in questo momento storico che la disgregazione dei precedenti assetti istituzionali e produttivi comporta il passaggio ad una situazione di forte instabilità politica e ad una economia prevalentemente, se non esclusivamente, chiusa. In assenza di una autorità in grado di monopolizzare la forza e di imporsi su tutti i consociati, il potere si articola secondo un modello fortemente destrutturato e basato su rapporti di tipo privatistico. Il Sovrano, che legittima la sua autorità sulla forza, è in realtà semplicemente il feudatario maggiore. Questi stabilisce con i grandi feudatari rapporti personali di fedeltà basati sulla logica dello scambio, per cui in cambio di determinate prestazioni (soprattutto messa a disposizione di truppe) lo stesso Re assume obblighi verso di essi e questi, a loro volta, stabiliscono rapporti simili con i feudatari minori. In un tale contesto i vari titolari dei feudi hanno il diritto e, quel che più conta, la forza di ribellarsi nel caso gli obblighi reali non siano rispettati, potendo mantenere in tempo di pace eserciti privati. Esistono inoltre numerose franchigie particolari per città e borghi, le quali sono di fatto svincolate dal potere sovrano. Perfino l’amministrazione della giustizia risulta frammentata nelle giurisdizioni proprie dei vari ordini corporativi.

Se la situazione appena descritta testimonia un assetto del potere fortemente destrutturato, va poi considerato il modo di rapportarsi tra chi detiene questo potere e i sudditi. Sovrano e feudatari dispongono dei rispettivi territori a titolo di proprietà privata, considerando gli individui che vi risiedono come semplici “cose”, alla completa mercé del proprietario terriero. In particolare il Monarca non si cura degli interessi generali delle collettività su cui esercita, direttamente o indirettamente, l’autorità. Egli persegue la semplice finalità della sicurezza del territorio verso l’esterno o al suo interno, nonché quella di una sua estensione attraverso una politica di potenza. La mancanza di fini generali e l’esistenza di una organizzazione del potere fortemente decentrata ed essenzialmente basata su rapporti di natura privatistica inducono a parlare di “ordinamento” e non di “Stato” patrimoniale. Perché si possa correttamente parlare di Stato occorre, difatti, che vi sia un ente più complesso, monopolizzatore della forza e avente, anche e soprattutto, natura politica. Tale natura appartiene agli enti che perseguono fini generali e quindi il bene comune della collettività.

Lo Stato assoluto

Il passaggio a tale forma di Stato si sviluppa in Europa tra il ‘400 e il ‘500 e può dirsi concluso nei principali paesi del Continente (Spagna, Inghilterra e Francia) nel ‘600. Caratteristica essenziale dello Stato assoluto è l’accentramento del potere nella figura del Sovrano, che finisce per esercitare direttamente o indirettamente, materialmente o formalmente, tutte le funzioni dello Stato, vale a dire la produzione di norme, l’esecuzione di esse e il dare giustizia (da cui si svilupperà la tradizionale distinzione tra la funzione legislativa, esecutiva e giurisdizionale). Le cause di tale processo di accentramento sono molteplici ed in generale riconducibili a fattori politici, culturali, sociali ed economici. Tra questi una particolare importanza assumono la rinascita dei commerci e le nuove caratteristiche che assume la guerra. Il commercio per svilupparsi richiede difatti il mantenimento dell’ordine all’interno del regno e l’eliminazione dei vari dazi e ostacoli che i diversi feudatari impongono al passaggio dei beni e delle persone. La nascente borghesia commerciale cerca e trova nella monarchia lo strumento per limitare il potere di una nobiltà, che rappresenta un ostacolo alla propria egemonia.

Se il nuovo vigore degli scambi spinge verso un monopolio della forza nelle mani del Monarca, allo stesso risultato induce la nuova intensità e la lunga durata delle guerre. Il tradizionale sistema di reclutamento di truppe, fornite di volta in volta dai vari feudatari, diventa obsoleto e si rende necessario un esercito stabile alle dirette dipendenze del Sovrano (a cui giura fedeltà). Quest’ultimo inoltre non si preoccupa esclusivamente di difendere i propri confini, ma persegue il bene comune della collettività o, per meglio dire, persegue finalità di carattere generale. Diventa quindi possibile parlare propriamente di “Stato”, come ente politico monopolizzatore della forza e con finalità di carattere generale. La volontà di perseguire tali finalità spinge lo Stato ad assumere sempre nuovi compiti e ad intervenire con sempre maggiore intensità, tanto che il Monarca è indotto ad avvalersi di un complesso di funzionari reali alle sue dipendenze. Presto il Re non è più in grado di intervenire direttamente su tutte le questioni per le quali si richiede una pronuncia del potere regio e il nascente apparato burocratico, chiamato a esprimersi in modo discrezionale (prendendo cioè esso stesso una decisione), tende a strutturarsi secondo un criterio gerarchico e a dar vita ad una prassi amministrativa. Esercito permanente e apparato burocratico professionale richiedono inoltre un flusso di entrate costante e sempre più consistente. Tale necessità non può essere garantita dai tributi occasionali tipici del sistema feudale, ma richiede l’istituzione di un sistema in grado di reperire costantemente e stabilmente risorse per le casse statali: il fisco. Infine il carattere privatistico nei rapporti tra governanti e governati perde la sua centralità (senza scomparire) e si affermano, anche se non sempre in modo pienamente realizzato, elementi pubblicistici.

Innanzi tutto il potere cessa, almeno tendenzialmente, di appartenere al Re come persona fisica, ma appartiene alla corona, cui si accede in via ereditaria (non sempre nel periodo feudale ciò accadeva, poiché, al contrario, i sovrani erano spesso elettivi e il momento della scelta era occasione di guerre tra i contendenti; la successione ereditaria, essendo disciplinata da regole precise, garantisce ora la continuità del potere e limita il pericolo di crisi alla morte del Re). Si distingue inoltre il patrimonio della corona da quello personale del Re e, soprattutto, si afferma (anche se in modo incompleto) la subordinazione di quest’ultimo all’ordinamento dello Stato, rispetto al quale in precedenza il Monarca si poneva al di sopra. Viene in questo modo gettato il seme di quello che sarà il principio cardine dello Stato di diritto: la subordinazione del potere di governo al diritto. Tale principio tende ad affermarsi anche sotto altro aspetto nel cd. “Stato di polizia” (dal termine greco “polis”, città). Quest’ultimo rappresenta uno sviluppo dello Stato assoluto, che si afferma alla fine del ‘700 in particolare in Austria e Prussia. In tale fase si riconosce ai singoli l’esistenza e la tutela giurisdizionale di alcuni diritti. Pur essendo questi ultimi inerenti esclusivamente al campo fiscale (cd. “atti di gestione”), non vi è dubbio che il riconoscimento nei confronti dello Stato di posizioni giuridiche direttamente tutelabili da parte dei singoli innanzi ad un giudice rappresenta una importante anticipazione della futura tutela dei diritti e delle libertà dell’individuo.

Lo Stato liberale

Lo Stato liberale nasce in Inghilterra alla fine del XVII secolo (con la glorious revolution del 1689) e si afferma definitivamente con le rivoluzioni americana e francese al punto da divenire la forma di Stato prevalente per buona parte dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. La borghesia, forte del potere economico acquisito grazie alla rivoluzione industriale e guidata dalle dottrine razionaliste di matrice illuminista, diventa la classe dominante e dà vita ad un modello statuale in grado di garantire e proteggere i suoi interessi. La dottrina economica propria di questa classe sociale, il liberismo (teorizzato soprattutto da Adam Smith esso ha come nucleo fondamentale l’idea che il mercato, se lasciato funzionare liberamente e quindi senza intromissione da parte dei pubblici poteri, tende a operare a livelli ottimali e a produrre massimo benessere per tutti), si traduce nella dottrina politica del liberalismo. Quest’ultima pone al centro l’individuo, al quale viene riconosciuto...

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Scienze politiche e sociali SPS/11 Sociologia dei fenomeni politici

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher radis25 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei fenomeni politici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof D'Amico Giovanni.
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