Forma di stato
La disciplina dei rapporti fra la sfera dell'autorità, ovvero di chi detiene un potere in un determinato momento storico, e la libertà. Esso è quindi l'insieme dei rapporti fra potere statuale e società civile. In sintesi, è una nozione finalistica, i fini che uno stato si propone di raggiungere e i valori cui ispira la propria azione. L'insieme dei fini è una nozione che non può essere avulsa dalla storia. I fini che uno stato vuole raggiungere cambiano a seconda della storia e dei contesti sociali, politici e culturali. È una nozione necessariamente relativa. Infatti, un ordinamento si può evolvere e si è evoluto. Nello stesso periodo di tempo si possono avere più forme di stato. Sia da una prospettica sincronica che diacronica le forme di stato sono diverse.
Periodo medievale: stato patrimoniale
- Al crollo dell'impero. Un periodo in cui non c'è stato e non c'è legge. Si determinano l'emergere di situazioni di capi militari che offrono la loro protezione (sicurezza) in cambio di beni e di lavoro. È duro parlare di stato, siamo ad un livello molto embrionale. Manca infatti una stabile organizzazione amministrativa, il patrimonio del re è confuso con quello dello stato e dominano rapporti privatistici.
- L'organizzazione feudale infatti non è altro che un insieme di rapporti privati. Dove domina l'accordo manca quella dimensione di autorità che è costitutiva dell'idea stessa di stato. Le finalità di questo stato inoltre sono ridotte al minimo.
- Ogni feudo è una sorta di monade, mancano contatti fisici per motivi soprattutto di insicurezza. C'è la prevalenza di vincoli contrattuali tra re e signori e fra signori e vassalli e infine tra vassalli e contadini. Il diritto fondamentale è la proprietà ma non quella generale, la proprietà della terra. Alla proprietà tutto ruota intorno. Il problema di questa forma di stato è proprio quello di poter parlare di stato.
- Lo stesso termine viene da foedus che significa patto, scambio. La stessa Magna Charta nel 1215 è un testo che ha una natura pattizia. Il re nella Magna Charta convoca i rappresentanti ogni volta che deciderà di imporre tributi. Ancora si può vedere una forma di scambio. Qui più che un ordinamento statale si può parlare di una pluralità di ordinamenti atomici, i feudi. Infatti all'interno dei feudi si amministra la giustizia ecc.
- Inoltre, manca una organizzazione stabile anche di tipo militare. Propriamente in questa forma di stato non si può parlare di diritti e libertà, la gran massa della popolazione sono contadini che vivono in una situazione di sostanziale schiavitù. I contadini hanno impegnato la loro libertà in cambio della loro sicurezza. Solo i liberi possono far valere libertà che non a caso la Magna Charta definisce "privilegi".
- L'evoluzione di questa forma di stato è sempre di tipo economico, culturale e sociale. Basti pensare alla rinascita delle città intorno al mille e quindi il potenziamento delle vie di comunicazioni che erano insicure o distrutte. Con le infrastrutture inizia una comunicazione fra le società e quel l'economia chiusa che aveva connotato i feudi comincia a diventare una economia di scambio. Le città iniziano a darsi una organizzazione, e successivamente emergono nuove categorie commerciali come mercanti, operai, usurai. Ogni categoria si organizza con un proprio ordinamento autonomo, le corporazioni.
Stato assoluto e stato di polizia
Lo stato assoluto è un ideal tipo, è rimasto sempre incompiuto anche con l'esperienza di Luigi XIV. Lo stato assoluto teoricamente dovrebbe assicurare uno schema nel quale tutte le istituzioni statuto ente rilevanti dovrebbero essere imputabili al re, al sovrano. Un sovrano che è però sacro e inviolabile e quindi non è soggetto alle regole che egli stesso pone. Un sovrano legibus solutus, sciolto dalle stesse leggi che lui pone. Anche nella Francia di Luigi XIV non si arriva all'ideale tipo perché ci sono limiti di fatto o di diritto all'autorità del re.
Per esempio, dal Medioevo rimangono autonomie territoriali, comunali. Rimangono anche autonomie associative come le corporazioni. Finiscono per diventare altri limiti più o meno intensi all'autorità del re. Anche nella Francia di Luigi XIV si teorizzò l'esistenza di leggi fondamentali. Anche non scritte. Leggi fondamentali intangibili anche per lo stesso sovrano. Sovrano che nello stato assoluto trova la sua legittimazione nella sfera trascendente. Il re è lì per grazia divina, per grazia di dio. Se il re è lì per grazia di dio, una delle leggi fondamentali è quella relativa alla successione del re. Nemmeno il re può stabilire il suo successore. Le regole sulla successione non sono alterabili per la volontà del re.
L'idea che esistesse anche nello stato assoluto leggi fondamentali evoca l'idea che in ogni ordinamento vi sia qualcosa di fondante. Qualcosa che non si può toccare poiché se si tocca si mette in discussione l'esistenza stessa dell'ordinamento. Quindi anche il re doveva rispettare delle leggi fondamentali come quelle sulle successioni.
Lo stato assoluto nel l'evoluzione storica appare come un fenomeno di progressiva concentrazione dei poteri nel re. Ancora una volta, il superamento dell'ordinamento feudale e il passaggio verso lo stato assoluto ha la sua base in fenomeni politici, culturali e sociali. Lo sviluppo economico è importante per comprendere l'evoluzione verso lo stato assoluto. Nasce un capitalismo embrionale di tipo manifatturiero. Un capitalismo che inizia a emergere, vi è l'emergere della aristocrazia e il peso che l'aristocrazia esercita sulla società.
Questa forma di stato nasce poiché lo stato inizia ad assumere nuove responsabilità, nuovi compiti. Ci sono necessità di unificazione forte dei mercati, le guerre. Le guerre sono un fattore di potente accentramento delle funzioni. Una dimensione militare non più occasionale. Uno stato che nasce come tutore dell'interesse generale e si accresce di nuove funzioni che derivano dall'evoluzione dei rapporti economici e della società. Uno stato di questo genere vede accrescere i propri compiti e apparati. Si instaurano i primi sistemi burocratici. Lo stato diventa tutore dell'interesse generale, nascono nuove funzioni.
Stato di polizia
Una variante dello stato assoluto è data appunto dallo stato di polizia, in alcuni momenti è stato una fase di passaggio fra lo stato assoluto e lo stato liberale. Lo stato di polizia è quella forma di stato nel quale ci sono alcuni elementi nuovi. La polizia è quella attività di governo libera nella scelta dei fini e dei mezzi. Nello stato di polizia gli elementi nuovi sono:
- Processi di codificazione del diritto,
- Espansione dei compiti amministrativi dello stato fino alla nascita di un primitivo diritto pubblico dell'economia (uno stato che interviene in ambito finanziario).
- Inoltre, si inizia ad affermare il principio di legalità dell'amministrazione.
Nell'ideal tipo dello stato assoluto il re pone delle regole a cui non è soggetto. Né lui né lo stato che il re impersona. Contro gli atti adottati dallo stato e dai suoi uffici non esistono forme di rimedio anche se questi atti causano danno. I cittadini non hanno tutela contro gli atti che li riguardano. Lo stato non può essere chiamato a rispondere agli atti e alle leggi che adotta. Non è quindi uno stato di diritto. Nello stato di polizia gli atti non sono più insindacabili. In particolare, si cominciano a distinguere due tipi di atti amministrativi: quelli che l'amministrazione adotta con un potere di imperio, manifestando fino in fondo la propria sovranità; ebbene questi atti rimangono insindacabili ma si inizia a intravedere un'altra forma di attività amministrativa, quella per la quale lo stato non agisce facendo valere un'altra forma di imperio ma agisce come se fosse un cittadino verso un altro cittadino.
In un caso lo stato fa valere fino in fondo la propria sovranità a prescindere dalla volontà del destinatario, nel secondo caso lo stato si abbassa e in qualche modo ricerca il consenso dell'interessato, del destinatario. I primi atti si possono definire atti iure imperii. Gli altri atti si possono definire atti iure gestionis. In questi anni lo stato non fa vedere il volto dell'autorità ma la ricerca del consenso. Mentre i primi anni non sono in alcun modo sindacabili, gli altri possono ammettere che un giudice riesamini l'atto adottato qualora esso contrasti con la legge.
Le due grandi novità che si iniziano ad affermare sono queste: a livello degli atti dello stato, un conto sono gli atti normativi e un conto sono gli atti amministrativi. Nell'attività amministrativa ci sono due tipi di autorità, iure imperii e iure gestionis. C'è tutela per i secondi se l'atto adottato contrasta con una fonte normativa. Le due grandi novità sono quindi la distinzione fra gli atti e la seconda novità è la possibilità di avere giustizia. In qualità di cittadini si può essere tutelati nei confronti di alcuni atti adottati dall'amministrazione. In embrione c'è la nascita di un sistema di giustizia amministrativa. Il giudice può colpire atti amministrativi.
Stato liberale
Anche lo stato assoluto entra in crisi. Il combinato di fattori sociali, economici e culturali che avevano determinato l'avvento dello stato assoluto sono anche fattori che ne spiegano la crisi. In primis abbiamo fattori finanziari. Infatti, la crescita delle funzioni amministrative crea la necessità per gli stati di avere sempre più risorse. Questo costo crescente se si accompagna a momenti di crisi economica porta ad una miscela potenzialmente esplosiva.
Inoltre, la crescita di una nuova classe sociale, la borghesia, che progressivamente e in forme diverse si trova ad acquisire un predominio nella sfera economica ma è una classe che salvo eccezioni si trova esclusa dal potere politico. Anche questa è una miscela che è destinata ad esplodere se non trova una risposta sul piano istituzionale. Infine, sul piano culturale l'avvento dell'illuminismo che nega il fondamento stesso dello stato assoluto e cioè la legittimazione trascendente del re. Il mix di questo insieme di fattori determina la crisi. Quando pensiamo alla crisi dello stato assoluto, il pensiero ci volge alla rivoluzione francese. Non è così ovunque però. Infatti, in Inghilterra la borghesia trova una risposta sul piano istituzionale alle proprie istanze.
L'Inghilterra è un terreno fertile per una rivoluzione politica e istituzionale che conosce momenti di frattura ma mai momenti di vera e propria rottura. Non si era mai realizzato un regime assolutistico vero e proprio e il sistema istituzionale ha i suoi canali necessari per far penetrare quelle domande che la borghesia nascente intendeva far valere. Viceversa in Francia questo sviluppo non ci può essere poiché l'alleanza fra il sovrano e l'aristocrazia tende a marginalizzare il nuovo ceto borghese e quindi il potere è un potere che si esprime in modo opposto. Una evoluzione pacifica non è quindi possibile. Il sistema implode. Non ha i canali come l'Inghilterra per filtrare queste nuove domande.
L'Italia è un'altra storia, anche negli stati italiani, come in Germania, questa nuova classe sociale c'è ed inizia ad affermarsi ma non con quella forza e dirompenza che si ha con quegli altri ordinamenti. Se una delle ragioni principali che ci porta allo stato liberale è l'avvento e la forza di questa nuova classe sociale dietro un nuovo modello economico di tipo capitalistico, quali sono le caratteristiche di questo stato e quali le finalità? In un modello di questo genere abbiamo:
- Proprietà privata dei mezzi di produzione,
- Fiducia nel mercato e nelle sue capacità di autocorreggersi (misura valore delle merci e della stessa forza lavoro),
- Libertà di concorrenza e infine come diritto sacro è intoccabile.
Le conseguenze sul piano istituzionale quali sono? La forma istituzionale vuole uno stato non interventista, leggero, a cui si assegnano alcune ridotte finalità come la sicurezza interna ed esterna, la politica estera, la giustizia, il governo, moneta e alcune libertà. Le libertà che lo stato liberale vuole salvaguardare sono l'iniziativa economica privata e la proprietà, ma oltre a queste un nucleo di libertà che sono le cosiddette libertà negative. In primis sono delle libertà individuali, questo perché lo stato liberale vede con sospetto le formazioni sociali (partiti politici, cooperazione).
C'è quindi una concezione individualistica dei diritti. Non libertà collettive ma individuali. Quelle libertà individuali che si tutelano innanzitutto vietando limitazioni arbitrarie da parte dello stato. Sono libertà rispetto alle quali la loro limitazione può avvenire solo in casi eccezionali. Abbiamo ovviamente la libertà personale (habeas corpus in Inghilterra), poi vi è la libertà di domicilio che si tutela vietando arbitrari ingressi (perquisizioni, ispezioni e tornato). Diritti politici solo per coloro che hanno una propria sfera di autodeterminazione che proviene dalla propria capacità finanziaria. Un suffragio che quindi è ristretto. Il parametro più importante di restrizione del suffragio è il censo. Non si possono imporre tassazioni se non con il consenso dei rappresentanti (che hanno anche la possibilità di far fronte alle spese).
Rimangono inoltre fuori dall'orizzonte dello stato liberale, e anzi visti con grande disprezzo, i diritti sociali. Fra questi in primis il diritto alla salute, all'istruzione. Il diritto sociale infatti nega un'idea di stato leggero. Il diritto all'istruzione ad esempio si può garantire solo riscuotendo molte più tasse. Potere pubblico che quindi dovrebbe intervenire nell'economia per percepire le risorse. I diritti sociali sono fuori dall'orizzonte dello stato liberale perché negano in radice l'idea di uno stato minimo, leggero. Tutto ciò si riflette in maniera molto evidente sul piano istituzionale.
Il primo problema è quello della legittimazione dei poteri statali. Il concetto di nazione non comprende l'intero popolo ma solo coloro che esprimono una comune visione sociale. Questo interesse generale viene interpretato dalla borghesia. La nazione agisce attraverso gli organi dello stato e in particolar modo quell'organo che può, in ragione della sua composizione e della sua funzione, dire ed esprimere la volontà generale: il parlamento. La volontà generale è espressa mediante l'atto tipico della funzione parlamentare, la legge. La legge in questo ordinamento è onnipotente perché esprime per definizione la volontà generale e quindi non incontra limiti di alcun tipo. L'art. 6 della dichiarazione afferma che la legge è "l'espressione della volontà generale".
Sul piano della forma di governo si afferma un principio opposto a quello dello stato assoluto. Tanto lo stato assoluto tendeva ad accentrare i poteri in un concetto quanto lo stato liberale tende ad affermare la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giurisdizionale).
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