Che materia stai cercando?

Fori Imperiali

Appunti di archeologia e storia dell'arte romana sui Fori Imperiali basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof Slavazzi dell’università degli Studi di Milano - Unimi, della facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea magistrale in archeologia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Archeologia e storia dell'arte romana docente Prof. F. Slavazzi

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

foto muro verso subura e visto dall’interno (al muro di fondo non si addossavano i monumenti,

infatti il tempio è staccato rispetto alla parete)

Questo complesso ha una pianta nuova, particolare che ha fatto impazzire gli archeologi per

trovarne i precedenti e che darà ancora da studiare perché in realtà la pianta è incompleta, visto che

gran parte del foro (la parte occidentale) è ancora sotto la via dei fori imperiali e quindi non è mai

stata scavata e indagata; non si sa cosa c'è sotto questa metà della piazza e questa parte della piazza

è stata completata solo tracciando delle linee che chiudessero lo spazio, immaginando che a un

certo punto il perimetro del foro di Augusto arrivasse contro quello del foro di Cesare, di cui questa

parte è ancora sotto la strada.

In questa pianta vediamo che non sono più state tracciate le colonne, tuttavia questa è ancora la

pianta fondamentale per il complesso dei fori imperiali, ovvero la pianta realizzata dall'architetto

Gismondi, frutto degli interventi di scavo degli anni 30 che presenta lo status quo dei resti non solo

al momento della conclusione lei lavori, ma anche dei completamenti ragionati, ma non verificati da

scavi (ad esempio gran parte del foro della pace non è mai è stato scavato e quindi è in gran parte

ipotetico).

Cmq i lavori che nel frattempo sono stati fatti hanno messo in luce una serie di differenze

sostanziali. 25

Allora cosa c'è sotto la metà occidentale della piazza? Non si sa, qualcuno cerca in questa parte

della piazza altre due esedre, uguali o più piccole, altri una basilica e allora sarebbe un modello in

piccolo del foro di Traiano, perché ci sarebbe la basilica trasversale che bisogna attraversare per

poter arrivare alla piazza, che è la novità assoluta della basilica Ulpia, perché nessun'altra basilica

del mondo romano è messa in una posizione tale che bisogna per forza attraversarla per arrivare alla

piazza.

Se ci fossero le altre due esedre, anche in questo caso sarebbe anticipato il modello delle quattro

esedre del foro traianeo; che ci fossero altre due esedre è piuttosto sicuro perché questa parte

(quella verso il foro di Traiano) è stata scavata e sono state trovate delle tracce di una struttura che

potrebbe essere la terza esedra, e quindi dobbiamo per forza immaginarne una quarta; ma, a questo

punto, si pone un problema: la quarta esedra non può più esserci dal momento che lì si trova il foro

transitorio, quindi dobbiamo immaginare che una parte del foro di Augusto sia stata modificata con

la costruzione del foro transitorio e lo stesso dovrebbe essere avvenuto dall'altra parte, anche se

tutta questa zona del foro di Traiano è ancora in parte da chiarire, quindi si tratta di un problema

aperto.

La parte scavata e che conosciamo è la metà orientale, oggi visibile e quindi almeno l'intero tempio

e una piccola parte del lastricato della piazza sono stati portati alla luce.

Ragionando su questa pianta si vede una piazza che si percepisce, da parte di chi la vedeva entrando

nel foro, come una piazza rettangolare chiusa lateralmente da due portici e nella quale si colloca il

tempio di Marte che occupa circa un terzo della piazza, affiancato da due corridoi che portano alle

scalinate che portano agli ingressi del foro verso la subura che sta in alto come in alto sta la strada

antica che ha determinato la forma del lato meridionale del foro di Augusto, che non è un rettangolo

perfetto, ma ne manca un pezzo perché, per realizzare questo angolo si sarebbe dovuta smantellare

la strada che dal Quirinale scende verso l’argileto e quindi si sarebbe interrotto uno dei due assi

stradali fondamentali che portavano alla subura. 26

Dal lato meridionale del foro si poteva entrare attraverso due ingressi, che erano le uniche due

aperture nel muro, però bisognava superare un notevole dislivello, infatti vediamo una serie di

gradini che portavano al livello della piazza e, in una fase più tarda degli interventi nel foro, nel 17

d.C. le scale vennero precedute da due archi onorari eretti per Germanico e Druso minore in

occasione di un trionfo.

Il tempio era dedicato a Marte, dio della guerra, nel tempio erano state depositate le insegne delle

legioni recuperate e in esso avveniva la cerimonia che investiva un magistrato che partiva per un

incarico dotato di imperium, cioè di un potere effettivo. Il monumento principale all’interno della

piazza era la quadriga in cui era rappresentato Augusto come trionfatore, come un militare vincitore

e nel 17 d.C., prima età tiberiana, vennero realizzati questi due archi che ricadano il trionfo dei due

eredi al potere: quindi le connotazioni principali del complesso sono militari.

Inoltre l'edificio era stato costruito da Ottaviano con il denaro ottenuto dal bottino di guerra, quindi

l'edificio si connota come un monumento trionfale; anche in questo caso Ottaviano fa comprare i

terreni a sue spese e fa costruire l’edificio su un terreno privato, quindi si tratta di un'impresa

privata, infatti nelle Res Gestae egli ricorda questa impresa monumentale tra le imprese private.

Si percepisce la piazza chiusa da portici, dominata dalla mole del tempio che sta dentro la piazza,

invece nel caso del foro di Cesare il tempio costituisce uno dei lati della piazza stessa; secondo

Zancher, che insiste sulle differenze di concezione tra le due piazze, il complesso del foro di

Augusto è più compiuto, unitario, più riuscito rispetto al foro di Cesare che è ancora legato a una

tradizione ellenistica di giustapposizione di più parti (portico, tempio, piazza, struttura d'ingresso)

che insieme vengono a comporre un complesso monumentale.

Il tempio del foro di Cesare, soprattutto, utilizzato come chiusura di uno dei lati della piazza, sta

fuori dalla piazza stessa e la parte posteriore dell'edificio sporge rispetto al complesso vero e

proprio; nel caso del foro di Augusto tutta la struttura è racchiudibile in una figura geometrica ed è

pensata come un'unità e l'edificio templare è incluso in questo insieme.

Non sembra tuttavia che nel foro di Cesare ci sia una disarticolazione tra le varie parti così evidente

e soprattutto, rispetto alle esperienze precedenti che si avevano a Roma città, il foro di Cesare è

27

certamente un monumento che doveva sembrare impressionante per l'unitarietà e per il fatto di

risultare un organismo completo e compiuto in sé stesso.

Certamente il foro di Augusto in questo percorso costituisce un enorme passo avanti: rispetto al

foro di Cesare dove si privilegia la dimensione della piazza che è tutta focalizzata a una visione a

cannocchiale verso la faccia del tempio, che viene allontanato per farlo risaltare ancora di più,

infatti è in fondo a uno spazio lungo e stretto, nel caso del foro di Augusto si sceglie un'altra

soluzione visiva, quella di entrare e di rimanere impressionati dalla mole dell'edificio che, essendo

stato trasferito dentro la piazza, risalta ancora di più per le dimensioni colossali, come se la piazza

faticasse a contenerlo; quindi si tratta di una soluzione che va verso il gigantismo e che non verso

l'invito a una visione in fondo a un percorso visivo; però siamo nell'ambito di monumenti che sono

pensati come strutture rigorosamente chiuse.

l'impressione è quella di avere di fronte un edificio colossale, la cui mole, rispetto agli edifici

circostanti, è molto maggiore

Dalla pianta l'elemento che risulta più nuovo, le due esedre, noi le cogliamo, ma lo spettatore che

entrava nella piazza non le vedeva perché entrando si vedeva una piazza rettangolare dominata dal

tempio, le esedre erano delle sorprese, degli ambienti inaspettati. 28

Si tratta di una soluzione certamente geniale perché permette di ottenere due grandi spazi coperti in

un'architettura che in origine non li prevedeva; in questo caso quindi c'è una dilatazione laterale

molto forte che permette di ottenere due grandi aree coperte per le funzioni per le quali il foro viene

costruito: dalle fonti sappiamo che il foro era stato realizzato, ancora una volta, (come era accaduto

per il foro di Cesare) per avere degli spazi nuovi per poter svolgere le funzioni giudiziarie.

Sappiamo dai documenti che qui c'erano le sedi di due uffici importanti, del praetor urbanus e del

praetor peregrinus cioè del pretore che giudicava i delitti commessi a Roma città e il pretore che

giudicava sui delitti commessi all'esterno da parte dei cittadini romani e, considerando che lo Stato

si era ampliato notevolmente, la mole di lavoro era più gravosa e c’era bisogno di uno spazio fisico

per poter collocare gli uffici; ma dove si trovano gli spazi per svolgere queste attività in una

struttura del genere? Non lo sappiamo perché non ci sono stanze o uffici chiaramente interpretabile

come tali e questo è uno dei motivi per cui si immagina che ci debba essere una basilica, luogo

normale per tenere una attività giudiziaria; vi è anche un problema di interpretazione delle fonti

perché a un certo punto delle cause che vengono giudicate in uno spazio definito basilica Iulia,

parlando però del foro di Augusto, quindi è come se nel foro di Augusto ci fosse uno spazio definito

basilica Iulia e questo è uno dei motivi per cui molti sostengono che ci fosse effettivamente una

basilica.

Dall’altra parte però la struttura della basilica non è così rigorosa, infatti anche uno spazio di forma

non canonica può funzionare da basilica, allora non è detto che una parte dei portici non avesse

funzione di basilica; allora forse potremmo immaginare le due esedre forse come luoghi dove si

tenevano i giudizi.

C’è poi un'altro ambiente che è unico e non simmetrico, cioè quest'aula, lo spazio più prezioso dal

punto di vista architettonico e anche il meglio conservato. Quest’aula, che sta alla conclusione del

portico settentrionale, è uno spazio che è separato fisicamente dal portico, perché è accessibile

attraverso le tre aperture definite dalle colonne ed è anche uno spazio chiuso da cancelli; questo

spazio, nella prima fase augustea, non sappiamo quale funzione avesse, certamente si trattava di un

luogo privilegiato la posizione che occupa e per l'unicità che ha. 29

In una seconda fase, probabilmente in età claudia, diventa qualcos'altro perché il rettangolo serviva

come base per una statua colossale e da allora la stanza viene chiamata la sala del colosso e la

questione della datazione del colosso è incerta, poiché è qualcuno lo considera contemporaneo al

foro di Augusto, mentre altri lo considerano posteriore, di età claudia; di conseguenza varia anche

interpretazione dell'immagine che stava sopra la base

Questi elementi, l’aula, le due esedre, il complesso dietro l'esedra settentrionale, che solo

recentemente è stato interpretato come parte integrante del foro di Augusto, quello che viene

chiamato il portico, questa struttura costituita da uno spazio in origine scoperto, porticato sui

quattro lati con una serie di ambienti, che probabilmente è il frutto di un ripensamento in sede di

progetto dell'edificio, per cui è probabile che in origine questa struttura avesse un'altra forma e si

affacciasse sulla strada a oriente del complesso augusteo e avesse una forma regolare e poi sia stata

in parte modificata ritagliando una porzione del suo spazio coperto per la realizzazione dell'aula del

colosso, per cui ne risulta questa strana struttura che fino a poco tempo fa era stata interpretata

come una struttura precedente rispetto al foro di Augusto, addirittura come una lussuosissima casa

di età tardo repubblicana, per miracolo sopravvissuta alla costruzione del foro di Augusto.

In realtà secondo studi recenti l'edificio pare sia contemporaneo al foro, di cui condivide una parte

delle fondazioni, per cui potrebbe essere interpretato come un ingresso monumentale verso la

subura, quindi un'area di accoglienza per i visitatori che dalla subura entravano nel foro, mentre

dall'altra parte non c'è nulla di monumentale, poiché ci sono solo due porte anonime che immettono

improvvisamente in questa struttura; oltretutto con una soluzione che anticiperebbe poi quello che è

stato studiato per il foro transitorio, per cui si progetterà un ingresso veramente monumentale con

una soluzione di grandissimo effetto, con la porticus absidata.

Quindi, se l'interpretazione fosse corretta, anche in questo caso avremmo qualcosa che poi viene

ripreso nei progetti successivi e sviluppato in un modo più appropriato, adeguato.

tempio di Marte

Il è una costruzione molto grande rispetto alle dimensioni del complesso

monumentale perché oltretutto occupa una porzione notevole della piazza, per cui le sue dimensioni

dovevano apparire ancora più monumentali per chi entrava nella piazza.

Si tratta di un edificio octastilo che ha anche otto colonne sui lati ed è privo del lato di fondo del

colonnato; rispetto alla sua posizione nel foro il tempio non si appoggia al muro di fondo del foro

stesso, ma ne è staccato attraverso un’intercapedine che permette di svilupparsi in tutta la sua

grandezza all'abside che caratterizza la cella; altri elementi che distinguono quest'edificio dalle

soluzioni architettoniche sono il pronaos molto profondo, cioè uno spazio lasciato libero dalle

colonne e l'abside che caratterizza la cella, secondo una soluzione che è stata adottata

apparentemente per la prima volta, secondo le nostre conoscenze, nel tempio di Venere genitrice,

ma che verrà adottata anche in altre occasioni e che conferisce all'ambiente interno della cella uno

spazio ancora più monumentale perché l'abside crea un ambiente privilegiato, che in questo caso

accoglieva le statue di culto.

Nel tempio di Marte non c'era una sola immagine del dio titolare, ma in realtà si trattava… i

programmi figurativi del complesso forense che oltretutto si dovevano accompagnare a una serie

molto più elaborata di opere e, al di là delle statue di culto, ci doveva essere qualcos'altro perché la

struttura destinata all'esposizione delle statue in realtà è una gradinata larga 9m composta da una

serie di gradini in marmo pavonazzetto, con al centro una struttura più eminente, rilevata, dal fatto

di risaltare in mezzo a questa serie di gradini che funzionano da ali di appoggio per qualcosa.

Il tempio è costruito su un alto nucleo di tufo rivestito di marmo: la struttura interna una tecnica

costruttiva estremamente accurata perché i blocchi sono perfettamente squadrati e accostati a secco,

cioè senza legante, senza malta, e sono ancora in gran parte in situ, nella posizione originaria.

L’intera struttura era poi rivestita di marmo bianco di cui qui rimane solo una porzione della cornice

di base perché il marmo è stato portato via per farne calce o essere riutilizzato come gran parte della

struttura del tempio; oggi del tempio la parte meglio conservata è certamente il podio perché poi si è

30

conservata una minima porzione del muro della cella con tre colonne della peristasi e il pilastro che

conclude il giro contro il muro di fondo; alcuni frammenti del colonnato sono poi stati rialzati e in

parte integrati per dare almeno l'idea di quella che doveva essere la facciata dell'edificio; rimane

anche una parte del pavimento della cella e poi rimangono le strutture sulle quali si appoggiavano le

statue di culto e le altre immagini.

L’altro elemento rilevante che si conserva dell'edificio è la scalinata di accesso: secondo gli studi

recenti questa scalinata, che è molto imponente, potrebbe essere frutto di un rifacimento più tardo; il

problema dei restauri che hanno interessato il foro di Augusto è in realtà ancora aperto perché il

foro di Augusto non ha ancora oggi una pubblicazione definitiva dell'intero complesso

monumentale, l’unica porzione che è stata studiata con più attenzione è proprio il tempio, però

principalmente per quanto riguarda la decorazione architettonica.

Dal punto di vista del problema degli interventi posteriori all'inaugurazione del complesso, da parte

delle fonti abbiamo solo notizia di un restauro operato da Adriano; considerando che il foro ha una

vita molto lunga, perché fino al V secolo era ancora in uso, è più che probabile che ci fossero stati

interventi anche di una certa consistenza.

Analizzando la decorazione architettonica della piazza è stato isolato un gruppo di capitelli che

certamente non sono augustei, ma sono più tardi, e chi li ha studiati li ha attribuiti al restauro

adrianeo: si tratta di capitelli che riprendono in parte i modelli più antichi ma che rendono poi

soprattutto la parte vegetale (le foglie d’acanto), secondo modalità che sono posteriori all'età

augustea.

Uno degli elementi che potrebbe essere frutto di un intervento di restauro è proprio la scalinata di

accesso al tempio perché il resto dell'edificio è costruito o secondo la tecnica isodoma del podio

oppure in opus reticulatum che è la garanzia che si tratti di strutture di età augustea; la scalinata è

invece realizzata su un nucleo con una tecnica diversa, cioè l’opus cementicium, quindi si fa ricorso

a una tecnica differente rispetto alla gran parte del resto nel complesso ed è probabile che la scala

sia stata realizzata in un'epoca diversa. Dato che è impensabile che non ci fosse una scalinata

originaria per accedere al tempio, la soluzione più semplice, in attesa di studi più approfonditi, è

quella di affermare che la scala, così come la si vede oggi, è frutto di un intervento di restauro.

La parete di fondo del foro è conservata in tutta la sua altezza e reca però tutta una serie di tracce di

interventi posteriori e di aperture che sono state realizzate in epoche successive e tracce di interventi

di restauro; inoltre, in alcune parti del foro, nel corso dei secoli successivi al suo abbandono, si sono

installati degli edifici che sono stati completamente eliminati in seguito agli scavi degli anni 30 e

questo rende molto più complesso, in mancanza assoluta di tutta la documentazione di quello che è

stato realizzato, interpretare le numerose tracce che in una struttura del genere i reimpieghi, le

trasformazioni nel corso dei secoli, le spoliazioni hanno lasciato su queste strutture.

Nel complesso vi è un ambiente particolare perché è unico, visto che non risponde alla simmetria in

base alla quale è stato realizzato il resto dell'edificio e quindi bisogna immaginare che abbia una

posizione privilegiata tanto più che l'ambiente è una delle zone meglio conservate di tutto il

complesso perché questa zona è quella che conserva tra l'altro gli alzati più completi: la parete

settentrionale di quest'aula è conservata in tutta la sua altezza per ben 25 m.

La struttura si conserva anche perché tutta questa porzione del monumento è stata poi trasformata

nel medioevo nella residenza romana dei cavalieri di Rodi e poi ha seguito le vicende dell'ordine;

negli anni 30 è stato scavato tutto il complesso che comprende una serie di ambienti su più piani,

che sono accessibili dalla via posteriore al foro di Augusto e la grande loggia che si affaccia sul foro

di Traiano che è l'unica parte medievale di tutto il complesso dei fori imperiali che è stata

risparmiata dal furore degli scavi che hanno eliminato tutto quello che non era romano imperiale.

Questo ha permesso però la conservazione di una porzione molto interessante del complesso che

fino a non molto tempo fa non si riteneva parte del foro di Augusto. 31

Quest’aula nella letteratura viene chiamata aula del colosso perché l'elemento caratterizzante di

questo ambiente è una grande base posta contro la parete di fondo, in tufo, rivestita di marmo

pavonazzetto sulla quale vi sono le impronte di una statua colossale che doveva occupare una

porzione considerevole dell'ambiente stesso.

L'ambiente poi conserva delle porzioni molto consistenti del rivestimento marmoreo che hanno

permesso, insieme alle impronte lasciate sui muri e agli incavi per gli inserimenti di elementi

decorativi, di ricostruire l'intera partitura della decorazione architettonica marmorea che rivestiva

l’aula e che ne fa una parte del foro sontuosissima perché era rivestita in marmo praticamente per

tutta la sua altezza e doveva accogliere una serie di opere d'arte molto importanti.

Il penultimo elemento del foro è il cosiddetto quadriportico che è stato aggregato al complesso da

parte degli studiosi solo in tempi recenti (anni 90 del 900) quando si è ripresa l'indagine su tutti i

fori imperiali sia riconsiderando i risultati degli scavi degli anni 30 che sono rimasti in gran parte

inediti sia affrontando l'analisi archeologica.

Questa porzione è stata ricollegata al foro, mentre prima era considerata una struttura a sé, un

edificio più antico rispetto al foro che proprio per il fatto di aver perso una parte della sua struttura,

sembrava ritagliata dalla realizzazione dell'aula del colosso e quindi si considerava un edificio tardo

repubblicano, in particolare una casa aristocratica, una delle tante che dalle fonti sappiamo essere

collocata in questa zona e naturalmente si sono subito fatti i nomi di alcuni dei personaggi che

abitavano nella subura, quindi Pompeo, Clodio ecc.

Invece la struttura è certamente contemporanea al foro stesso e probabilmente rappresenta la fase

originaria del progetto del foro di Augusto perché si appoggia al grande muro di contenimento che è

stato realizzato contro le pendici del Quirinale per contenere il terreno del colle e quindi preservare

il foro stesso da possibili smottamenti; inoltre anche le mura sono perfettamente integrate con la

struttura del foro.

Allora che significato poteva avere questa porzione del foro? Essa era probabilmente stata concepita

come un ingresso monumentale dalla parte opposta rispetto a quello che doveva essere il lato

principale di ingresso del complesso perché verso la subura in effetti il foro ha solo due accessi

secondari che sono anche irregolari per la forma del lato di fondo; quindi questo quadriportico

doveva probabilmente costituire una sorta di spazio che introduceva alla monumentalità della

piazza.

Il fatto che sia spostato dipende dalle condizioni del terreno perché qui c'è il colle che sale

rapidamente e l'andamento del muro asseconda sia la forma delle pendici del colle sia il declivio

perché da una parte bisogna fare pochi gradini, dall'altra sono più del doppio e il quadriportico è

posto su un livello superiore della piazza del foro.

Quindi il collegamento tra le due strutture che adesso non è chiaro, anche in seguito ai restauri che

questa porzione del complesso monumentale ha subito, doveva comunque richiedere una scala.

Quindi si può immaginare che in una prima fase del progetto questa struttura fosse considerata un

accesso monumentale dalla via posteriore al foro stesso, più antica rispetto al foro, e, una volta

entrati, bisogna immaginare una sosta in questa struttura che quindi doveva funzionare da atrio

monumentale.

In una seconda fase del progetto (il foro viene costruito in quarant'anni) si inserisce evidentemente

la realizzazione dell'aula del colosso che, per la sua posizione, taglia una porzione del quadriportico

che dobbiamo immaginare fosse originariamente simmetrico; quindi una parte venne decurtata dalla

realizzazione dell'aula del colosso che ha anche obbligato a cambiare le soluzioni di accesso a

questa struttura.

Questo ha determinato il fatto anche che per parecchio tempo non si capiva più questa zona che

legame avesse con il foro o se fosse considerata qualcosa di diverso, estranea al progetto originario;

tra l'altro questa porzione del foro è straordinariamente ben conservata perché il continuo riuso e gli

adattamenti in epoca medievale hanno permesso di mantenere la zona quasi intatta. 32

Per questo ambiente dobbiamo immaginare una zona porticata, con una galleria sui quattro lati che

gira intorno allo spazio aperto centrale (tutto era realizzato in travertino) e la galleria era coperta da

volte a botte in opera cementizia: quindi si trattava di una sorta di atrio che doveva preparare lo

spettatore a passare dal caos e dal disordine architettonico della subura a uno spazio perfettamente

progettato.

Questa soluzione tra l'altro non è così assurda perché, anche nel caso del foro transitorio, si è sentita

la necessità di costruire una struttura che è una sorta di porta monumentale molto grandiosa che

costituisse un elemento intermedio tra la subura e la piazza stessa, per non passare all'improvviso da

una zona fortemente caotica e disordinata architettonicamente a uno spazio progettato con tutt'altra

finalità. Quindi si può immaginare questo ambiente come una sorta di antecedente per la soluzione

che verrà poi adottata nel foro transitorio.

Circa il problema delle esedre, dobbiamo dire che la porzione occidentale della piazza è ancora oggi

un mistero poiché si trova sotto la via dei fori imperiali e l'unica zona riportata alla luce è quella

orientale; inoltre mentre l’esedra meridionale è stata completamente scavata, invece di quella

settentrionale si è riportata alla luce poco più della metà.

Quindi la porzione orientale della piazza per ora è stata sono immaginata, ricostruendola rifacendosi

agli altri fori imperiali e non imperiali, ma non capita quasi mai che ci siano due edifici identici; qui

tra l'altro stiamo ragionando su un monumento che di per sé è già fuori della tipologia ordinaria

perché è un momento che funziona come prototipo, come archetipo e quindi ci potremmo aspettare

di tutto.

Sappiamo che nel foro di Augusto avevano sede degli uffici giudiziari, quindi si può immaginare

che ci fosse uno spazio adatto per uffici di questo tipo, come una basalica.

Quindi ci si può immaginare che nella porzione del foro sotto alla via dei fori imperiali ci fosse una

basilica, ma non possiamo immaginare come fosse strutturata.

Un’idea è che ci fossero altre due esedre che permettessero di avere uno spazio trasversale coperto

in qualche modo funzionante da prototipo per la soluzione poi ripresa nel foro di Traiano che, tra

l'altro, riprende le absidi laterali che permettono di allargare lo spazio della piazza con degli

ambienti coperti di grandi dimensioni.

La questione è ancora in discussione, tenendo conto che i risultati dei nuovi scavi sono stati

pubblicati solo parzialmente e non riguardano per ora il foro di Augusto, che non è stato toccato dei

nuovi scavi, se non in maniera marginale e riguardo la zona che costituisce il settore di fondo del

foro di Traiano: qui sembra che effettivamente siano state trovate le tracce di una terza esedra che

sarebbe più piccola e che però non si capisce se sia rimasta in uso tutto il tempo o se a un certo

punto sia scomparsa perché il foro di Augusto non è stato raggiunto dagli scavi nuovi se non in una

porzione molto limitata all'esterno. Per ora l'unica immagine pubblicata di una possibile soluzione

con le 4 esedre è questa (in realtà si tratta di un pannello davanti al foro), cioè si tratta di una

proposta di una soluzione che prevede le altre due absidi che in realtà sono un po' più piccole

rispetto alle due ai lati del tempio; bisognerebbe cercare di capire a che cosa servivano, cioè se

erano soltanto delle reduplicazioni in piccolo degli spazi laterali, per avere altre due aule, o se sono

veramente le estremità di una basilica o altro. 33

Sul loro destino nei secoli successivi anche in questo caso nulla si può dire: dalla parte del foro

transitorio probabilmente l’abside, nel momento in cui venne realizzato il foro, scomparve (sempre

che sia mai esistita, ma non possiamo saperlo perché proprio qui passa la strada) dal momento che

essendo il foro transitorio molto stretto, immaginare che una parte della superficie piazza sia stato

ulteriormente invasa da un altro elemento curvilineo, la piazza sarebbe risultata totalmente

asimmetrica e ancora più angusta rispetto già a quello che doveva essere in origine.

Quindi è probabile che siano intervenute delle modifiche ed è possibile che a un certo punto le due

absidi più piccole siano state eliminate; la zona meridionale del foro di Traiano è cambiata rispetto

alle vecchie piante e, dietro al lato meridionale del foro di Augusto vi è una strana e

incomprensibile struttura che doveva servire anche da collegamento tra i due fori e qui sono state

trovate le tracce di un'altra abside che però non si capisce, per quello che si sa fin’ora, se sia rimasta

in uso o se sia scomparsa con la costruzione del foro di Traiano.

Le due absidi maggiori funzionavano invece come degli ambienti coperti lussuosissimamente

decorati: 34

C’è una mostra di marmi sontuosissimi che riguarda sia la pavimentazione sia gli elementi che

decorano l'alzato che rendevano gli ambienti estremamente preziosi: il foro di Augusto è il primo

monumento pubblico in cui i marmi colorati sono usati con un'abbondanza straordinaria, marmi

come il cipollino, dall’Eubea, il giallo antico, dalla Tunisia (marmor numidicum), il marmo

africano, che arriva dall'Asia minore (marmor luculleum, poiché Lucullo fu il primo a introdurlo a

Roma).

Questi ambienti potrebbero essere state le aule dedicate all'amministrazione della giustizia che era

l'attività principale che si svolgeva nel foro e che durò molto a lungo; certamente esse sono

fondamentali per l'esibizione del programma iconografico­celebrativo che è contenuto ed esibito in

questo momento.

foto situazione attuale (una porzione del muro dell'esedra meridionale è conservato in tutta la sua

altezza e scandito da queste nicchie inquadrate dall'ordine applicato in marmo colorato; nell’esedra

settentrionale è conservata invece, perché è stata ricostruita sulla base dei frammenti recuperati, una

porzione del rivestimento architettonico marmoreo) 35

Circa il programma decorativo, che vede l'impiego di un’abbondantissima quantità di marmi

colorati e le scelte della decorazione architettonica, dobbiamo dire che questo foro è l'edificio più

antico nel quale ci sia un impiego esuberante di marmi colorati che poi diventerà comune e

irrinunciabile nei momenti pubblici romani, ma qui si tratta del primo contrasto che impieghi in

maniera massiccia i marmi.

Nel foro di Cesare per esempio questo aspetto apparentemente non c'era, anche se della fase

cesariana abbiamo pochissimo, però possiamo affermarlo con una certa sicurezza perché in età

cesariana a Roma l'uso del marmo colorato era veramente agli inizi e erano pochissime le qualità di

marmo colorato che sono testimoniate come presenti a Roma già in età cesariana.

Qui invece c'è questa straordinaria esibizione di marmi che non ha solo un significato e un valore

estetico, ma ha certamente anche un significato politico che si ricava dall'intero programma

figurativo del foro; i marmi arrivano da gran parte dell'impero, dall'Africa settentrionale, dall'Egitto,

dall'Asia minore, dalla Grecia, dall'Italia stessa, quindi il fatto di poter mettere all'interno dello

stesso momento una serie di marmi, accostandoli l'uno all'altro, che in pratica rappresentano molte

delle province dell'impero, permette di esaltare, anche attraverso la scelta del materiale, la potenza

di Roma e l'estensione del suo impero.

Questo è possibile affermarlo perché parte del programma figurativo del foro è certamente orientato

su questa direzione, cioè di esibizione delle conquiste di Roma e della sua potenza; dobbiamo

ricordare che questo è un complesso trionfale o comunque si assimila ai complessi trionfali dei

generali vincitori della Repubblica.

Quindi si tratta di un monumento che celebra la vittoria, le capacità militari del costruttore e celebra

anche la potenza di Roma stessa esibendo, nei casi precedenti le opere d'arte conquistate, in questo

caso anche i ricchi materiali che le varie province dell'impero possono offrire a Roma per renderla

più bella.

esempi 36

Un altro aspetto rilevante del programma decorativo vero e proprio è legato alla decorazione

architettonica e alle scelte che stanno alla base della stessa: il foro di Augusto è uno dei monumenti

romani che presentano nei resti conservati una qualità di realizzazione della decorazione

architettonica elevatissima perché siamo veramente in presenza di opere d'arte di arte decorativa

estremamente curate in tutti i dettagli, secondo una tradizione tecnica che poi in parte si attenuerà

nel corso del tempo perché quando poi si dovranno realizzare i complessi di templi più limitati certi

dettagli non verranno più curati.

Qui invece tutto è portato alle estreme fasi di realizzazione e di finitezza secondo una mentalità che

è simile a quella degli artigiani greci di epoca classica, per cui anche quello che non si vede va

compiuto fino all'estrema fase di lavorazione perché è inconcepibile pensare anche a solo un

elemento che rimane non finito.

I dettagli della decorazione architettonica del foro di Augusto sono infatti di un livello elevatissimo,

ma sono importanti anche dal punto di vista culturale i modelli di riferimento perché il linguaggio

architettonico, soprattutto a partire e principalmente in età augustea, ha anche un significato ben

preciso e le scelte compiute a livello di definizione dei capitelli, le scelte anche solo delle cornici

decorative, hanno una base culturale ben preciso non solo estetica.

È molto interessante vedere che nel foro di Augusto sono stati scelti una serie di modelli che non

sono omogenei: l'impressione generale di una struttura come questa è quella di un organismo

fortemente classicistico per quello che riguarda l'aspetto globale e in parte anche i dettagli, perché

in certi casi i singoli elementi hanno dei riferimenti precisi e soprattutto quelli più evidenti

rimandano in maniera molto chiara a un mondo artistico che è quello dell’Atene della seconda metà

del V secolo a.C.

Però questa prima immagine in realtà non è così unitaria perché ci sono una serie di soluzioni che

non sono prese dall'arte classica, ma da monumenti di altre epoche che in certi casi sono

puntualmente copiati e ripresi in maniera estremamente conscia e voluta: i capitelli hanno come

modello un capitello corinzio normale in cui si raggiunge la compiutezza in tutti gli elementi e

questo avviene nella seconda metà del IV sec a.C., dopo una serie di tentativi che nascono alla fine

del V sec a.C. in cui il capitello corinzio si forma in tutti i suoi elementi e raggiunge poi una

soluzione definitiva nella disposizione degli elementi, nelle proporzioni e nell'aspetto generale che

poi, nelle infinite variazioni dell'età ellenistica, si manterrà comunque come un modello di base.

In questo monumento il riferimento per la realizzazione del capitello corinzio è proprio ai prototipi

del capitello corinzio normale (normale perché è una traduzione al linguaggio architettonico

tedesco), nel senso che da la norma, è il modello; quindi alla fine del percorso di ricerca e di

sperimentazione tutto si stabilizza in una serie di regole che sono normative.

Poi, dalla fine del IV secolo a.C. il capitello subisce la serie di trasformazioni, cambia nel corso del

tempo, si adatta alle mode, fino ad arrivare all'età augustea; gli architetti del complesso augusteo

guardano all'inizio della serie, cioè al capitello normale, recuperando i valori, anche culturali, di

quel modello. I capitelli augustei sono bellissimi perché sono degli organismi viventi e soprattutto i

capitelli corinzi: l’acanto è una foglia vera, è carnoso, è fresco, è ancora estremamente vivo;

l'evoluzione che subirà il capitello corinzio, nei decenni successivi, sarà quella di una progressiva

stilizzazione degli elementi vegetali per cui le foglie perderanno la loro consistenza diventando

sempre più pura decorazione e quindi gli elementi si seccheranno, si inaridiranno.

Qui la foglia si piega in una maniera estremamente naturale, come se fosse appesantita dal proprio

peso; già nel II secolo le foglie d'acanto non avranno in più niente di naturalistico, ma saranno

semplicemente degli elementi decorativi che hanno un criterio che rimanda a una foglia totalmente

37

stilizzata; qui invece ogni singolo elemento è curato e tutti gli elementi hanno una loro

tridimensionalità: tutto questo nel corso del tempo scomparirà perché diventerà prima maniera e poi

perderà qualsiasi riferimento all'immagine naturale.

Oltre ai capitelli vi sono anche altri pezzi strepitosi nella decorazione architettonica del complesso:

un pezzo eccezionale è il capitello… che è stato copiato nel Rinascimento; questo pezzo non si sa

esattamente dove fosse collocato, probabilmente era uno degli elementi della cella del tempio.

Questo esemplare si è conservato quasi intatto ed è un capitello corinzio….cioè un capitello che per

metà funziona come un capitello corinzio, mentre nella metà superiore sceglie altre forme

decorative: tutti i capitelli che non rientrano nella norma del capitello corinzio vengono chiamati

corinzieggianti.

Questo è un capitello di una…che nella parte superiore è decorato con due figure fantastiche e

assolutamente fantasiose nella loro resa, cioè due cavalli alati, due pegasi che però non sono

interamente naturalistici, ma nella metà posteriore dell'animale diventano vegetali, cioè la porzione

posteriore dei due cavalli si vegetalizza e diventa una tromba di acanto che si arriccia fino a

dischiudersi in un fiore.

Gli animali vegetalizzati sono ricavati da una tradizione figurativa che risale molto indietro nel

tempo, ma essi durante l'età augustea riacquistano una fortuna notevole; questa soluzione è

straordinaria anche perché è come se la vegetalizzazione fosse progressiva perché non comporta

solo la trasformazione della parte posteriore della figura equina, ma anche le ali passano

progressivamente dall'ala naturalistica piumata a un esito di foglia di acanto che si arriccia su se

stessa, quindi si tratta di un pezzo di bravura eccezionale.

Oltretutto, un'altra cosa interessante è che il cavallo stesso ha dei modelli ben precisi nell'arte

figurativa precedente e non sono barocchi, ellenistici come si potrebbe pensare dalla metà

posteriore della figura, perché una soluzione di questo tipo è barocca, ma soprattutto la parte del

cavallo del muso e della criniera rimandano all'arte delle prime fasi dello stile severo, infatti cavalli

di questo tipo li troviamo tra i materiali recuperati sull'acropoli di Atene, frammenti di donari

distrutti in seguito all'invasione persiana.

Anche in questo caso si tratta di un elemento architettonico, quindi è un elemento di pura

decorazione, ma è trattato come se fosse una scultura a tutto tondo per cui ogni minimo dettaglio è

curato.

Sono curati anche i dettagli apparentemente più insignificanti, basti guardare questo fregio che,

anche se si tratta di una cornice decorativa, viene trattata come un’opera tridimensionale a tutti gli

effetti perché i singoli elementi sono scolpiti nel minimo dettaglio.

fregio e cornice

Qui invece abbiamo un elemento, che è una cornice decorativa, i cui precedenti sono di tutt'altro

genere, perché questo elemento è arcaico nel vero senso della parola, cioè si tratta dello stile greco

arcaico.

Il soffitto del corridoio tra il muro della cella e il colonnato (le colonne sono alte più di 15 m), è

decorato da lacunari, cioè da elementi che coprono lo spazio che si crea tra le trabeazioni; i modi di

decorare i lacunari, nei singoli dettagli, rimandano a monumenti dell'età tardo classica molto

precisi, ad esempio alla tholos di Epidauro, all’Erettero: da cui sono ripresi pari pari certi motivi

decorativi, nel senso che sono perfettamente confrontabili, è come se non ci fossero i cinque secoli

che separano i due monumenti, cioè non si tiene conto di quello che è avvenuto di questi motivi

decorativi in età ellenistica.

Qui è chiaro che ci sia una serie di riferimenti precisi a modelli di età arcaica dello stile severo, cioè

della primissima età classica, della piena età classica (l’acropoli di Atene), dell'età tardo classica (la

38

tholos di Epidauro) e della fine dell'età classica (il capitello normale); ci sono poi una serie di

elementi ellenistici.

Tutto questo si fonde per dare come risultato un'opera apparentemente classicistica, questo è

l'eclettismo augusteo nella sua forma migliore che prende in maniera ragionata una serie di elementi

che servono a costruire, attraverso scelte stilistiche e di linguaggio artistico qualcosa di nuovo per

esprimere dei concetti; i concetti che vengono espressi anche a livello di decorazione architettonica

sono quelli di un monumento che si rifà ai valori dell'arte classica, perché l'aspetto complessivo è

quello di un’opera classicistica, e quindi alla maestà, alla potenza, all'equilibrio, alla grandezza di

un monumento che celebra prima di tutto la pace, la riconquista dell'ordine, dell'equilibrio tra le

parti, che, pur essendo attinte a epoche e a gusti diversi, si ricompongono in un tutt'uno unitario.

Questo messaggio, che viene espresso a livello della decorazione architettonica che è muta in realtà,

si ritrova esattamente nel programma figurativo, così come in parte è espresso dal progetto

architettonico: le due grandi esedre che circondano il tempio danno uno spazio nuovo, dilatato ma

nello stesso tempo racchiuso, che racchiude tutto quello che sta all'interno.

Il programma figurativo del complesso è per fortuna ben noto e ricostruibile in maniera abbastanza

completa (questo non avviene per gli altri fori imperiali, se non per, in parte, il foro di Traiano);

esso è composto da una serie di elementi che si distribuiscono tra la piazza, i portici, le esedre e il

tempio e l'aula del colosso, quindi ogni parte è destinata ad accogliere una parte di questo

complesso programma.

Uno degli elementi principali era la quadriga che era il fulcro della piazza ed era un monumento di

tipo trionfale eretto per Augusto che ha appena ottenuto il più significativo tra i suoi titoli, quello di

pater patriae e che occupa una posizione assolutamente privilegiata poiché veniva vista

immediatamente da chi entrava nel foro.

La prima zona nella quale si dispiega il programma figurativo è quella dei portici: essi, che già

hanno un importante valore architettonico, nella parte superiore, cioè nell'attico diventano elemento

di sostegno di una porzione del programma perché l’attico è decorato da una sequenza, per quello

che possiamo ricostruire sulla base delle porzioni del portico che sono state portate alla luce, di

cariatidi che scandiscono parti quadrate che sono decorate da grandi scudi, i clipei; quindi abbiamo

una sequenza di elementi figurati alternati a scudi.

Delle cariatidi possediamo alcuni frammenti che hanno permesso di ricostruirle sostanzialmente

nella loro interezza ed esse sono copiate, nel vero senso della parola, da due cariatidi dell’Eretteo

che servono da modello e che vengono replicate in decine di esemplari nel foro di Augusto, con una

funzione analoga dal punto di vista architettonico, cioè quella di reggere un architrave.

Alternati alle cariatidi ci sono questi elementi quadrati che hanno al centro dei grandi scudi,

squamati o fogliati, con ricche decorazioni, con teste di Giove Ammone che è caratterizzato da

questo aspetto selvaggio, ferino, dai capelli scomposti, come la barba, in certi casi da corna e da

torques, cioè collane in metallo (oro o argento) terminanti con teste di animali, gioielli di origine

celtica, ma che diventano poi, nel mondo romano, decorazioni militari e vengono usate come tali.

Così al mondo militare rimanda la testa Giove Ammone perché egli compare sulle…che sono delle

decorazioni militari, qualcosa di assimilabile alle medaglie al valore, che rimanda alle statue

loricate che, nelle frange inferiori in cuoio, avevano delle appliques in metallo, spesso raffiguranti

teste di Giove Ammone.

Ma che significato ha questa galleria di figure femminili che reggono l'architettura e scudi decorati

da teste di Giove Ammone? Non ancora del tutto chiaro il significato di ogni elemento perché gli

studiosi hanno preso posizioni diverse.

Zancher considera questa decorazione rimandante al significato di monumento trionfale del

complesso perché gli scudi con le teste di Giove rimanderebbero all'ambito militare in quanto

collegati a segni di trionfo, di vittoria, infatti gli scudi hanno una lunga tradizione di significato

39

trionfale: Alessandro magno, dopo la battaglia al Granico, invia ad Atene gli scudi nemici che

vengono affissi alle architravi del Partenone.

L'uso di appendere scudi come segni di vittoria viene mantenuto poi durante l'età ellenistica e arriva

in età repubblicana e la scelta di teste di Giove Ammone che hanno un legame così forte con il

mondo militare vittorioso potrebbe indirizzare verso questa soluzione, tenendo conto che l'uso di

scudi, di immagine clipeatae, di teste inserite dentro scudi usati come decorazione di atti trionfali e

vittoriosi è, da questo momento in avanti, piuttosto frequente (ad esempio l'arco augusteo di Rimini,

l'arco claudio, o meglio la porta aurea di Ravenna).

Le teste di Ammone diventeranno poi un elemento decorativo comune di tanti fori dell'Italia

settentrionale, della Dalmazia etc; le cariatidi invece sono state interpretate da Zancher come

immagini, anche in questo caso, di vittoria, di sottomissione, sulla base di un passo di Vitruvio, che

quindi è contemporaneo alla costruzione del foro, perché egli dedica la sua opera ad Augusto nel 25

a.C. è il foro viene costruito tra gli anni 40 e gli anni dieci del I secolo a.C.

Vitruvio afferma che le cariatidi si chiamano così perché facevano riferimento alle donne di Caria

che avevano tradito i greci e quindi erano state rese schiave e, secondo Vitruvio, venivano

rappresentate come delle figure servili e quindi erano costrette a reggere il peso dell'architettura per

l'eternità, rivestite dei loro gioielli e quindi abbigliate in modo sontuoso, proprio per sottolineare il

contrasto tra loro posizione originaria e la loro funzione conseguente al tradimento e alla

trasformazione in schiave.

Allora, secondo questa interpretazione, le cariatidi sarebbero imagines servitutes, cioè immagini di

sottomissione per chi ha tradito o comunque si è opposto al popolo romano trionfatore; allora le

cariatidi rimanderebbero alla sottomissione dei popoli che vengono via via aggiogati a Roma.

Un’altra idea che è stata presa in considerazione per queste figure è quella delle cariatidi come

immagine di province, quindi non in maniera del tutto negativa, ma come rappresentazione delle

varie parti dell'impero, rimandando al discorso fatto a proposito dei marmi, cioè esse

rappresenterebbero tutte le province che compartecipano alla grandezza dell'impero perché ogni

provincia fornisce qual cosa e mette a disposizione dell'impero romano tutte le sue risorse e quindi

contribuisce a reggere l'impero stesso.

Quindi si tratta di un'immagine che può essere letta sia in forma negativa che in forma positiva;

certamente entrambe le letture portano in un'unica direzione, cioè quella della celebrazione della

grandezza di Roma.

Un’altra parte del programma figurativo che sta tra i colonnati dei portici e i muri dei portici erano i

summi viri, cioè gli spazi tra le colonne dei portici, le numerose nicchie che coprivano i muri dei

portici stessi e il piano inferiore delle esedre dovevano accogliere delle statue di cui sono stati

trovati numerosi frammenti, che raffiguravano gli uomini che avevano fatto la storia di Roma, i

summi viri, cioè gli uomini più rilevanti della storia dello Stato romano.

Essi erano numerosissimi tanto che finora non è stato possibile stabilire quale fosse il numero esatto

di queste immagini perché una parte del foro ancora non la conosciamo; per quello che sappiamo

finora è possibile ricostruire, sulla base dei frammenti, una galleria di statue che rappresentava i

cittadini più notevoli dello Stato romano, raggruppati, almeno in parte, in zone tematiche, perché di

queste figure sono stati recuperati frammenti delle immagini vere e proprie, quindi torsi, teste,

piedi; il monumento completo doveva essere realizzato con una statua che appoggiava su una base

sulla quale si trovava il cursus honorum del personaggio (nome e cariche principali), mentre al di

sotto vi era un'iscrizione con l'elogio, cioè un racconto più dettagliato rispetto ai pochi dati del

cursus honorum, su che cosa aveva fatto di tanto rilevante della vita il personaggio tanto da essere

presente in questa galleria.

Quindi noi possediamo frammenti delle statue, frammenti delle basi con il cursus honorum e

frammenti degli elogia; sulla base della posizione delle statue, delle basi su cui si riconosce il nome

del personaggio e dei frammenti con gli elogia, si è potuto stabilire che almeno in una zona si

40

concentrassero due specifici gruppi di figure, cioè i membri della famiglia Iulia e i re di Albalonga;

per il resto non siamo sicuri che ci fossero dei raggruppamenti tematici.

La scelta dei personaggi comprendeva un po' tutti, anche personaggi recenti e anche figure molto

discutibili della storia romana e figure che si sarebbero opposte alla nuova forma di governo, ma è

molto probabile che la scelta dei personaggi sia stata operata dallo stesso Augusto che, ancora una

volta, ha voluto creare un programma di unificazione, di unità nazionale, di riappacificazione, di

superamento dei contrasti e delle frazioni e quindi in questa galleria sono confluiti dei personaggi

anche apparentemente contrastanti.

La galleria era poi dominata da due figure principali che occupavano le due nicchie principali delle

due esedre, poste una di fronte all'altra, una, che anche architettonicamente era sottolineata da una

sorta di pronao.

statue delle nicchie

Le due nicchie, sulla base di una descrizione di Ovidio, contenevano le immagini di Enea nella

nicchia settentrionale e di Romolo nella nicchia meridionale; oltretutto possiamo ricostruire le due

figure non sulla base dei frammenti che non sono stati ritrovati, ma sulla base di una serie di riprese

iconografiche che permettono di capire come fossero le due statue che avevano dimensioni

colossali.

Allora bisogna immaginare le due figure, Enea e Romolo, attorno alle quali si dovevano raccogliere

i due poli tematici: Enea è il progenitore della famiglia Iulia e accanto a lui dovevano raggrupparsi

le immagini dei membri della famiglia Iulia, quindi Iulo, i re di Albalonga, che sono i discendenti

immediati delle figlie di Enea e i membri della famiglia Iulia.

Dall’altra Romolo che è comunque un discendente di Enea, ma è il padre della patria, il fondatore di

Roma e accanto a lui i personaggi principali della storia di Roma, quindi i re di Roma e i personaggi

più importanti della storia repubblicana che poi si dovevano distribuire lungo i portici e lungo i

colonnati.

Le due metà del programma non dovevano risultare contrapposte, certamente una porzione era

pensata per esaltare la famiglia Iulia che viene messa alla pari di tutti gli altri fondatori dello Stato

romano e Augusto era uno dei giuli, anche se per adozione.

Allora qui si ritorna a una dimensione autocelebrativa che era già propria del foro di Cesare che

aveva costruito prima di tutto un monumento a sé stesso e alla sua famiglia, dedicando il tempio

alla sua divinità personale; alla fine il risultato di tutta questa operazione è quello di avere ancora

una volta un programma che concilia le differenze, contribuendo a rappresentare l'immagine di tutti

i personaggi meritevoli che sono stati gli artefici della potenza di Roma.

Oltretutto alla base delle due metà del programma ci sono due divinità precise, cioè Venere, madre

di Enea e Marte, padre di Romolo; Venere e Marte sono le due statue di culto, le due divinità

onorate in questo tempio: dall'unione di Venere e Marte nascono da una parte la gens Iulia, dall'altra

Romolo e i fondatori di Roma e quindi da una parte Augusto ultimo dei giuli, e i romani,

discendenti da Romolo.

Quindi, attraverso questo complesso programma, si arriva nuovamente a un'unità di tutti romani e

all'unità dei romani con Augusto che è il padre dei romani, il padre della patria; quindi c’è un

continuo rimando alla tradizione che è rappresentata da parte dalla tradizione familiare, dall'altra

dalla tradizione della storia che passa attraverso tutti questi personaggi che si ricompongono in

un’unità che è lo scopo principale dei progetti augustei che mirano alla celebrazione unitaria della

pace, della concordia etc.

Oltretutto, attraverso le iscrizioni, questo programma era spiegato nei dettagli perché chiunque

poteva mettersi davanti alla singola statua e vedere quali erano stati suoi meriti; le statue, per quel

41

poco che ci rimane, sono di una qualità molto notevole perché ogni singola opera era estremamente

curata anche nei dettagli.

Sono state recuperate poi una serie di teste che sono distinguibili in due gruppi diversi, da una parte

bisogna immaginare che le immagini dei personaggi più antichi, dal momento che non c'erano dei

ritratti di riferimento, siano state ricostruite, fossero dei veri ritratti di ricostruzione; invece ci sono

tutta una serie di ritratti, di frammenti di teste di personaggi che sono fortemente caratterizzati dal

punto di vista dei tratti fisionomici e questi personaggi devono essere stati esemplati sulla base di

ritratti veri che erano conservati presso le famiglie, anche se in nessun caso siamo in grado di

riconoscerli perché nella maggior parte dei casi si tratta di pezzi molto danneggiati.

L’aspetto delle due statue principali è stato ricostruito principalmente attraverso questi due affreschi

pompeiani che rappresentano Enea, mentre scappa da Troia in fiamme, che regge sulle spalle il

padre Anchise e che tiene per mano il figlio Iulo; l'altra statua raffigurava Romolo che reca sulle

spalle un trofeo perché è un Romolo rappresentato come vincitore: queste due immagini

costituivano i due cuori delle esedre intorno alle quali si raggruppavano le altre immagini.

La decorazione principale dei portici era costituita della serie di statue che, sulla base dei frammenti

e delle iscrizioni recuperati sono state identificate come una galleria di personaggi importanti nella

storia della Repubblica e la ricostruzione tradizionale del programma iconografico è questa: i

personaggi notevoli, che vengono chiamati summi viri da una delle fonti, avrebbero occupato le

nicchie dei portici e quelle delle due esedre (quelle del piano inferiore).

Quindi l'idea era che ogni statua occupasse una nicchia appoggiando su una base che conteneva in

forma molto sintetica il cursus honorum, cioè il nome del personaggio e le cariche principali

ricoperte e al di sotto vi era anche l'iscrizione più ampia con una vera e propria narrazione delle

imprese del personaggio che giustificassero la sua presenza all'interno della galleria; dobbiamo però

tenere presente che noi delle due gallerie dei due portici non conosciamo praticamente nulla perché

giacciono tuttora sotto la via dei fori imperiali.

Sulla base delle testimonianze delle fonti antiche e in particolare di alcune fonti poetiche e del

ritrovamento in questa zona del foro di una serie di iscrizioni legate a personaggi della gens Iulia, si

è pensato di collocare da questa parte la serie degli antenati importanti di Augusto, in connessione

con la statua di Enea, che sulla base di un affresco pompeiano e di alcune altre testimonianze, si può

ricostruire come un gruppo che comprendesse Enea loricato che reggeva sulle spalle il padre

Anchise e che teneva per mano il figlio Iulo, durante la fuga da Troia; quindi Enea in questo

contesto era direttamente concepito come progenitore della famiglia Iulia.

Dall’altra parte, dove sappiamo che vi era la statua di Romolo, dovevano essere collocati alcuni tra i

più importanti personaggi della galleria dei summi viri; inoltre si è pensato che dalla parte di Enea e

Iulo vi fossero anche le immagini dei re di Albalonga, in quanto Iulo fu il primo dei re di

Albalonga, quindi come discendenza diretta da Iulo, mentre dall'altro lato, cioè dalla parte di

Romolo, potevano trovare posto anche alcuni dei re di Roma.

In realtà un ritrovamento recentissimo e la lettura di documenti recuperati altrettanto di recenti che

rendono chiari dei documenti giuridici che invece erano noti da tempo, permettono di definire

meglio il programma iconografico collegato alla galleria dei personaggi eminenti dello Stato

romano.

Nello scavo del foro della pace, che è stato condotto dal 1999 in avanti, fra gli altri ritrovamenti

molto importanti, è venuto alla luce un frammento di lastra di marmo del tutto eccezionale; questo

frammento è un frammento di una forma, cioè di una pianta di un edificio che è chiaramente

incompiuto e abbandonato in corso di lavorazione, che non è riconducibile alla forma severiana.

Questo frammento viene dallo smontaggio di un muro medievale dal quale provengono tra l'altro

anche alcuni frammenti originali della forma urbis marmorea di età severiana; questo pezzo è

eccezionale e isolato perché si tratta del frammento di una pianta del foro di Augusto, pianta molto

42

più dettagliata, per come sono resi gli elementi architettonici, di come sarebbe risultato se fosse

appartenuto alla forma urbis severiana.

Si tratta di un rilievo rimasto incompiuto perché è limitato a una porzione dell'edificio; ci sono poi

delle linee guida per la prosecuzione del rilievo che però non sono state completate; il disegno delle

tracce sulla superficie è questo e il posizionamento sul rilievo archeologico reale dei resti del foro di

Augusto che conosciamo oggi è questo:

Quali sono le novità che emergono da questo nuovo ritrovamento, al di là dell'importanza del

pezzo? Le novità che ci interessano in realtà sono due, una è la presenza, in una porzione della

lastra, di linee che definiscono ambienti che sono fuori dalla zona del foro di Augusto così come la

conoscevamo noi: sul lato posteriore vi è il muro tagliafuoco verso la subura che ha un andamento

così strano, dovuto alla presenza di una strada romana che corrisponderebbe a un percorso molto

antico e qui non avrebbe dovuto esserci nient'altro, invece, secondo il frammento recuperato, alle

spalle dell'aula del colosso ci sono altri quattro ambienti.

Tra l'altro andando a verificare sulle strutture così come emergono dal terreno, in questo punto c'è la

base di un muro che però, nella forma che si vede oggi, è medievale; nulla toglie che il muro

romano poggi su fondazioni romane, ma in questo momento non si può verificare.

Il problema più grosso è che qui si pensava che ci fosse la strada e quindi non era stata ipotizzata

nessuna porzione del foro da questa parte, proprio perché qui si pensava che passasse la strada che

tra l'altro era così importante e antica da non poterla modificare per dare una forma regolare al foro

stesso.

Della strada non sono mai state trovate tracce archeologiche nei lavori e nei sondaggi che sono stati

fatti in varie occasioni, ma sono stati trovati solo dei basoli di strade romane fuori posto; a questo

punto sulla base di questi dati, dell'assenza di tracce reali della strada bisogna pensare che la strada

fosse più a monte, perlomeno in questo tratto, rispetto all'andamento medievale.

Quindi bisogna pensare che qui fossero degli edifici pertinenti al foro o comunque strettamente

connessi ad esso tanto da essere inclusi in una pianta che, sulla base degli studi fatti su questa lastra,

doveva essere un soggetto unico di questa stessa lastra, quindi questa non doveva essere una parte

di un'altra forma urbis, ma doveva essere una pianta del complesso del foro di Augusto che poi non

43

è stata completata per motivi vari, deve essere stata abbandonata e poi sostituita da un'altra pianta

che noi non conosciamo.

L’altra questione è legata in maniera più diretta alla decorazione scultorea della piazza; sul

frammento vi è un elemento molto importante: qui ci troviamo nel portico meridionale, nel punto di

uno dei due ingressi dal percorso viario retrostante il grande muro di fondo del foro, all'altezza di

uno dei due archi romani che sono stati realizzati qualche anno dopo l'inaugurazione del foro

davanti alle due scalinate, e in corrispondenza della prima colonna del portico stesso.

Davanti alla colonna vi è un quadratino, che poi è stato posizionato anche sulla pianta del foro:

esso, visto che non è un elemento di sostegno, è qualcos'altro che sta davanti alla colonna, cioè la

base di una statua;tra l'altro non era l'unico, infatti non possiamo affermare, sulla base di questa

pianta, che solo davanti alla prima colonna del portico meridionale si trovava la base di una statua

perché sulla lastra stessa vi sono le tracce, appena accennate, che dovevano servire allo scalpellino

per completare il disegno.

Nel disegno, che riporta tutte le linee guida presenti sulla lastra, lungo la linea continua sono

tracciate delle tacche che danno la dimensione non delle colonne ma della base che stava davanti

alla colonna stessa, con una cadenza regolare, che corrisponde alle colonne del portico, secondo una

modalità che si ritrova anche da un'altra parte dove non si trattava di basi di statue, ma delle

colonne della peristasi del tempio di Marte.

È chiaro che nella forma definitiva questo rilievo avrebbe compreso anche una sequenza di basi

poste davanti alle colonne del portico meridionale e quindi per simmetria bisogna immaginare che

anche nel portico settentrionale fosse adottata una soluzione di questo genere.

Che cos'erano queste basi?

Queste basi evidentemente dovevano accogliere altre statue di personaggi che comparivano nel

programma figurativo della piazza, ma chi rappresentavano queste statue? Qui interviene la lettura

di una serie di documenti di carattere giuridico che sono stati ritrovati nell'area vesuviana, in

particolare si tratta di gruppi di documenti rinvenuti a Pompei, a Ercolano e in un sobborgo di

Pompei, Murecine, dove è stata trovata la villa comprendente l'archivio di una famiglia molto

notevole di Pozzuoli.

All'interno di quest'archivio vi sono una serie di documenti giuridici che riguardano delle cause che

sono state trattate da membri della famiglia a Roma davanti al pretore urbano e al pretore peregrino;

i due pretori erano le massime autorità giudiziarie che si occupavano di cause che riguardavano

44

rispettivamente fatti della città (pretore urbano) e fatti del territorio della penisola italica (pretore

peregrino).

I due documenti sono talmente dettagliati che vengono riportati perfino gli appuntamenti delle parti

in causa per lo svolgimento del dibattimento vero e proprio e una parte di questi incontri avveniva

nel foro di Augusto, presso la statua del personaggio tale, cioè il luogo dell'appuntamento era

davanti a una statua.

Questo è molto rilevante perché prima di tutto conferma che nel foro di Augusto vi erano le sedi dei

due uffici dei due pretori, poi che vi erano statue di personaggi, di cui prima non conoscevamo

l'esistenza, e, sulla base di una serie di ipotesi, si è anche pensata la collocazione di queste statue

nominate nei documenti.

La persona che ha studiato questi documenti riteneva che una parte di queste statue fossero

collocate davanti alle colonne del portico e il ritrovamento di questo frammento di pianta del foro

conferma questa ipotesi; quindi bisogna immaginare che le statue dei summi viri, o almeno una

parte di esse, occupassero anche questa posizione e non solo, o non, la galleria.

Un aspetto interessante è che una delle statue che compaiono nei documenti è riferibile a un

personaggio che ha avuto gli ornamenta trionphalia e che visse nell'età di Claudio; quindi bisogna

pensare che almeno una parte del corredo scultoreo della piazza, anche di questa galleria di

personaggi eminenti dello Stato romano, sia stata proseguita e completata dai successori di

Augusto.

Il personaggio oltretutto è collocato qui perché ha avuto gli ornamenta trionphalia: in età imperiale

il trionfo vero e proprio spetta solo all'imperatore, ma i personaggi che hanno compiuto delle

imprese militari rilevanti non vengono onorati con il trionfo completo ma con un onore che

corrisponde al trionfo, ma non è così importante, cioè vengono conferiti gli ornamenti trionfali, cioè

le insegne del trionfo senza la cerimonia vera e propria, che è la forma più alta di riconoscimento di

un'impresa militare per personaggi che non siano l'imperatore o membri della famiglia imperiale.

Il foro di Augusto è uno dei luoghi della città dove vengono onorati i personaggi che hanno avuto

un ruolo militare onorabile o comunque è uno dei luoghi dove esercito trova espressione, dal punto

di vista del suo valore, dentro la città, infatti nel tempio venivano collocate le insegne delle legioni

perse e recuperate. Quindi qui, sulla base di altre testimonianze letterarie, sappiamo che, oltre ai

personaggi eminenti della Repubblica, vengono onorati i personaggi che hanno un ruolo eminente

nella vita militare, quindi personaggi che hanno avuto un trionfo o le insegne trionfali.

Si deve quindi forse pensare che ci fosse una zona del foro destinata proprio a queste figure; quindi

forse una parte delle immagini collocate davanti alle colonne poteva onorare personaggi che

avevano ricoperto importanti cariche militari e aveva ottenuto il trionfo o le insegne trionfali.

Quindi il programma iconografico e politico del foro si arricchisce e si precisa meglio.

L'altra informazione che si ricava dalla lettura incrociata dei documenti, è che nel foro vi erano le

sedi dei due pretori, compresi i luoghi di dibattimento delle cause; la persona che ha compiuto uno

studio sui documenti dell'area vesuviana e poi ha cercato di contestualizzare le informazioni nello

spazio del foro, ipotizza che i luoghi di dibattimento delle cause dei due uffici fossero le due esedre

e in particolare nell'esedra settentrionale, con Enea e i membri della famiglia Iulia, la studiosa

collocherebbe la sede del pretore urbano, per lo stretto legame che ci sarebbe con il principe, con

Augusto.

In questo modo troverebbe collocazione anche un ambiente che viene citato dalle fonti e che non è

stato identificato con sicurezza, cioè la porticus Iulia che viene citata come parte integrante del foro

di Augusto; quindi ella immagine che qui vi fosse un a appezzamento per accogliere i membri della

giuria, il giudice e gli imputati, o cmq le parti in causa, dei banchi lignei, una struttura mobile che

permettesse a tutte le persone interessate di trovare posto. 45

Questo spazio sarebbe la porticus Iulia che a questo mondo sarebbe il nome del portico

settentrionale del foro; sull'altro lato doveva trovare posto l'altro ufficio, cioè quello del pretore

peregrino.

Si riapre quindi la questione relativa alla presenza delle altre due esedre, cioè alla forma della parte

occidentale del foro stesso che è quella che noi non conosciamo assolutamente: l’esistenza

dell’abside del foro di Augusto verso il foro di Traiano ha una prova archeologica perché scavando

nella zona di collegamento tra il foro di Traiano e il foro di Augusto, sono state trovate delle tracce

piuttosto consistenti, ma limitate dal punto di vista dell'area di scavo, di una terza abside che è più

piccola come dimensioni rispetto alle altre due ed è articolata in modo diverso perché non era

libera, ma, per la presenza di alcuni muri, sembra che fosse occupata da ambienti radiali che

costituivano una serie di stanze all'interno di un’abside più piccola; per simmetria naturalmente

bisogna immaginare che anche dall'altra parte vi fosse una struttura analoga.

Queste due absidi sono poi state sacrificate nei lavori domizianei per la costruzione del foro

transitorio e per i lavori del foro di Traiano, con il problema grosso dell'inizio dei lavori nel foro di

Traiano che in questa zona sembrerebbero risalire già a Domiziano.

Sta di fatto che, se ci saranno poi ulteriori conferme, con la presenza delle quattro absidi, il foro

diventerebbe l'antecedente del foro di Traiano; si può anche pensare che le due esedre più piccole,

così come sono articolate, cioè con la presenza di una serie di ambienti, fossero gli archivi dei due

tribunali del pretore urbano e del pretore peregrino, archivi che dovevano per forza esistere perché i

documenti che sono stati recuperati nell'area campana sono copie conformi degli originali che

stavano nell'archivio del pretore; dobbiamo considerare anche il fatto che i documenti prodotti delle

due tribunali dovevano essere una quantità enorme perché trattavano un grandissimo numero di

cause.

Questo spiegherebbe tra l'altro la continua ricerca di sedi nuove per l'attività giuridica nell'area dei

fori, prima il foro di Cesare, poi il foro di Augusto, poi il foro di Traiano: a un certo punto l'attività

dei pretori verrà trasferita nelle esedre del foro di Traiano e le due esedre della basilica Ulpia

diventeranno le sedi degli archivi dei tribunali.

Quindi, se la lettura fosse giusta, il foro di Augusto sarebbe l'archetipo di questa soluzione che poi

verrebbe replicata su una scala molto maggiore nell'ambito del foro di Traiano.

Il tempio aveva un suo programma iconografico che era costituito principalmente dal frontone

figurato e dalle statue di culto; tuttavia, a causa delle condizioni in cui ci è giunto il tempio, noi non

sapremmo nulla dell'aspetto della facciata dell'edificio e sulla forma e la decorazione del frontone se

non possedessimo questo rilievo che è una parte della decorazione scultorea dell'ara pietatis di

Claudio, attualmente conservata a villa Medici a Roma, una struttura che doveva essere simile

all’ara pacis, ma di cui ci sono giunti solo pochi frammenti di rilievi. 46

Questo rilievo, che è un rilievo storico, rappresenta una scena di sacrificio che si svolge davanti a

un edificio templare che è stato riconosciuto, da parte di tutti i commentatori, come il tempio di

Marte ultore, con un'accuratezza tale nella resa che permette di riconoscerlo dal punto di vista

architettonico e soprattutto si fornisce la decorazione frontonale e quella degli acroteri dell’edificio,

costituiti da due immagini di Vittoria alata (il tempio ha una fortissima connotazione militare).

Il frontone è riempito da una serie di figure che sono ben leggibili e che hanno dato luogo a una

serie di discussioni per le identificazioni delle singole immagini, tenendo conto che dalle fonti non

si ricava nulla. La lettura più probabile delle varie immagini è questa: al centro si trova una figura

più grande di tutte le altre che è in seminudità eroica (torso nudo e parte inferiore della figura

avvolta in un mantello), con un elmo e la spada nella sinistra e la lancia nella destra. Questa

evidentemente è un'immagine divina ed è l'immagine di Marte, chi è il dio che viene onorato nel

tempio; egli è affiancato da due figure femminili che non sono chiarissime dal punto di vista degli

attributi, ma sulle spalle della figura a destra di Marte si vede qualcosa che dovrebbe essere

interpretato come un eros alato e questo è un tipo di raffigurazione di Venere che è conosciuto

anche da altre testimonianze, quindi si tratta di una Venere genitrice con eros sulle spalle. 47

L'altra figura ha anch'essa due attributi che, sulla base della conoscenza dell'iconografia del

personaggio, sono comprensibili, cioè nella sinistra tiene una cornucopia e appoggia la destra a un

timore di nave, quindi è Fortuna.

Quindi Marte è accompagnato, alla sua destra da Venere, che di solito è la sua compagna nelle

avventure erotiche, ma che in questo caso è l’altra metà della progenie che dà origine ai romani e ai

giuli (Marte padre di Romolo Venere madre di Enea); Fortuna accompagna la coppia che dà origine

al popolo romano e quindi segue il popolo romano, portando la buona sorte e i frutti della fortuna e

quindi si tratta di un augurio per la prosperità del popolo romano.

Le figure che via via riempiono gli spazi rimanenti, che sono sedute o sdraiate, sono di

interpretazione un po' più complessa, però è possibile darne un'interpretazione: le figure sedute

rappresentano l’una Roma e qui abbiamo una tradizione iconografica abbastanza solida anche se si

tratta di una delle immagini più antiche di Roma, ma sulla base delle immagini successive la

rappresentazione di Roma vestita con un abito militare, seduta con uno scudo e una lancia della

mano la si ritrova prima di tutto sulla gemma augustea e poi su monumenti ufficiali come la base

della colonna di Antonino pio.

Dall’altra parte, corrispondente alla figura femminile, è una figura maschile vestita in abito da

pastore, seduta, appoggiata a un bastone che non è una lancia, ma che è stato interpretato come un

bastone pastorale e questa figura sarebbe Romolo come fondatore della città, quindi il

corrispondente della dea Roma, di Roma personificazione della città che Romolo fonda.

Le due figure estreme sono l'una un’'immagine di fiume perché si intravede una brocca rovesciata

da cui fuoriesce dall'acqua e l'unico fiume che avrebbe senso in un programma del genere è il

Tevere; dalla parte opposta vi è invece una figura che si appoggia a un elemento roccioso ed è stata

interpretata come il Palatino; quindi le due figure rappresentano la collocazione geografica della

città di Roma che viene fondata da Romolo, figlio di Marte e discendente di Venere, accompagnato

dalla Fortuna.

Dobbiamo però tenere presente che il Palatino personificato è una figura rarissima, infatti se ne

conoscono 3­4 attestazioni, ma non di più, quindi in realtà è la figura meno chiara dal punto di vista

della lettura, però immaginare qualcos'altro in questo contesto è un po’ difficile, anche perché il

Palatino è il luogo sul quale Romolo fonda la città.

La conclusione di questa analisi è che il programma del frontone è molto serrato dal punto di vista

delle figure rappresentate, ma è anche strettamente legato sia alla divinità del tempio, sia all'intero

programma del foro perché dalla parte di Venere si trovava la statua di Enea, mentre dalla parte di

Marte si trovava un'altra immagine di Romolo colossale.

Quindi c'è un continuo rimando di immagini, tenendo presente che dentro il tempio e quindi dentro

la cella vi erano di nuovo la statua di Marte e di Venere come per dire a chi entrava che alla fine,

quando uscirà, avrebbe capito tutto perché la cosa è talmente martellata che anche un'analfabeta

avrebbe capito e questo era uno degli scopi di Augusto.

Entrando dentro il tempio, il fondo dell'edificio era approntato per accogliere qualcosa di più di una

semplice statua di culto perché vi era una gradinata con delle basi, ma soprattutto con una serie di

ripiani rivestiti di marmo che evidentemente erano uno spazio molto più ampio per una statua di

culto o di un paio di statue. Vi era quindi l'idea di un complesso di immagini che dovevano risultare

evidente a chi entrava: si è pensato che, e questo lo sappiamo dalle fonti, visto che dentro al tempio

erano conservate le aquile delle legioni perse e recuperate, sui gradini fossero collocate queste

insegne militari.

Invece le statue di culto erano sicuramente due, un'immagine di Marte e una di Venere e questo lo

sappiamo da Ovidio che è una delle fonti principali per la fase augustea del programma del foro. 48

La fonte iconografica più importante è questo rilievo ritrovato a Cartagine e attualmente al museo di

Algeri dove compaiono una statua di Venere, una statua di Marte e una terza statua di un giovane

rappresentato con un'iconografia eroica; la statua di Venere è riconoscibile poiché vi è di nuovo

eros che in questo caso sta dando alla madre una spada, quindi è una Venere in chiaro rapporto con

Marte, perché è una Venere armata.

Il tipo della Venere è un tipo tardo classico perché si rifà a un'iconografia di Afrodite appoggiata a

un pilastrino che viene attribuita alla scuola fidiaca e potrebbe essere legata a un'opera di…; cmq la

scelta iconografica è molto precisa, infatti il modello è fidiaco, quindi classicistico.

L’immagine di Marte rappresenta il dio barbato, amato e

loricato, quindi si tratta di un'immagine diversa rispetto a

quella che vediamo sul frontone dove il dio è seminudo e

glabro, quindi è più giovane; questa figura viene ripresa pari

pari in una statua nota fin dalla fine del 400, che oggi si trova

ai musei capitolini: essa è stata ritrovata nel foro transitorio e si

tratta di una statua colossale, poiché era alta circa 3 m e mezzo;

non è di età augustea, ma di età flavia e qualcuno pensa che si

tratti della statua di culto di età flavia, ma la questione è molto

discussa perché l'idea che ci fosse una statua di culto nel

tempio di Marte ultore in età flavia presuppone che la statua

fosse stata rifatta in età flavia, per esempio dopo l’incendio

dell'80 d.C., ma l’incendio dell’80 apparentemente non

interessò il foro di Augusto, quindi non avrebbe avuto senso

rifare la statua di culto; peraltro la statua non proviene dal foro

di Augusto, ma nel foro transitorio.

Quindi al di là del fatto che si tratti effettivamente di una statua

di culto del tempio di Marte ultore, è indubbio che il tipo sia

esattamente lo stesso, allora la statua è comunque grandissima

importanza perché, sulla base di questo documento e anche di

qualche altra informazione che noi possediamo sull'immagine di Marte ultore nel tempio, siamo

sicuri che questa figura rappresenta Marte ultore, così come era raffigurato nella statua di culto; che

49

poi essa sia la statua di culto o una statua di culto ci interessa fino ad un certo punto, quindi Marte

ultore nel tempio augusteo aveva questo aspetto.

Questo per noi è molto importante perché raramente noi conosciamo l'aspetto delle statue di culto di

questi grandi edifici, tenendo conto che non ne possediamo neanche una, nemmeno un frammento

di nessuna, se non qualche rarissimo esempio di frammenti di statue dei templi repubblicani del

campo Marzio, ma si tratta di moncherini; per le immagini dei grandi templi della Roma imperiale

noi non abbiamo nulla se non qualche raffigurazione molto rara di immagini monetali; quindi

questo è un caso veramente fortunato perché possiamo dire di conoscere bene l'aspetto della statua

di Marte ultore.

Da qui poi deriva tutta una tradizione iconografica di rappresentazione di Marte barbato, stante,

vestito di armi, che ricomparirà poi per secoli e che si affianca invece a una tradizione iconografica

in cui Marte è rappresentato alla greca, glabro, così come lo conosciamo dal fregio del Partenone in

avanti.

Il rilievo dell’ara pietatis ha un terzo personaggio su cui si è discusso all'infinito e ha la stessa

identica dignità delle altre due figure perché è alto come Marte ed è rappresentato in un aspetto

semieroico, quindi è comunque un personaggio di grande rilievo; non ha l’aspetto di un dio, ma è

un personaggio reale che viene onorato in questo modo elevatissimo.

Non si tratta dell'unica composizione di età augustea e giulio­claudia, in cui compaiono personaggi

di questo genere: nel rilievo di Ravenna compaiono delle figure divine e divinizzate che sono rese

allo stesso modo; oltre tutto l'aspetto della testa del personaggio rimanda a un personaggio della

famiglia giulio claudia perché i tratti, seppur molto idealizzati, e soprattutto la capigliatura lo fanno

identificare subito come un membro della famiglia imperiale.

Per molto tempo si è pensato che si trattasse di Giulio Cesare divinizzato, di cui sappiamo essere

presente un'immagine nel tempio, quindi si è immaginato che all'interno del tempio le statue fossero

quelle di Venere, di Marte e del divo Giulio, rappresentato come una figura eroica.

In realtà considerando che il rilievo di Cartagine che è datato in età tardo claudia e protoneroniana e

che noi sappiamo da una fonte (Tacito, Annales greci, VIII,1) che il giovane Nerone venne onorato

con l'erezione di una statua colossale che lo raffigurava nella cella del tempio di Marte, è molto

probabile che si tratti di Nerone giovane che in qualche modo viene conservato sul rilievo, tenendo

conto che poi dopo la sua morte le immagini di Nerone e scompaiono, a maggior ragione una statua

di questo tipo così ingombrante, all'interno di uno dei templi principale della città.

Quindi se è giusta questa lettura, che si basa su una fonte attendibile, cioè Tacito, dobbiamo

ipotizzare che alle statue di culto vere e proprie all'inizio del regno di Nerone, tra gli onori conferiti

al nuovo giovane imperatore vi è l'erezione di questa statua bronzea dentro il tempio di Marte, con

tutti i legami, anche familiari, che c’erano.

Oltre alle statue e alle immagine che noi possiamo ricostruire sulla base di documenti iconografici e

resti rinvenuti nella piazza, sappiamo anche che nel complesso forense vi erano alcune opere d'arte

molto importanti che sono state collocate da Augusto o dai suoi successori.

In particolare tra le statue greche che giungono al complesso augusteo, vi era la statua di culto del

tempio di Athena Lea a Tegea che era una statua attribuita a…uno degli scultori di età arcaica,

considerati tra i più antichi della storia della scultura dell'arte greca; si trattava di una statua molto

interessante perché era una statua di avorio che viene trasferita dal tempio peloponnesiaco a Roma e

che era affiancata da un'altra immagine in avorio rappresentante Apollo, anch'essa di artista greco

per noi ignoto.

Vi erano poi altre due opere d'arte molto rilevanti, cioè due statue provenienti dal carro funebre di

Alessandro magno, che Augusto aveva fatto trasferire dal palazzo di Alessandria a Roma e che

erano collocate ai lati dell'ingresso del foro, quindi nella zona che non conosciamo, verso il foro di

Cesare. 50

Non è chiaro dalle informazioni che abbiamo delle fonti che cosa rappresentassero queste statue

perché, inizialmente si è ipotizzato che si trattasse di immagini di cariatidi, mentre sulla base di altri

fatti si trattava di raffigurazioni di nikai d’oro.

Naturalmente entrambi i soggetti vanno bene, perché sia nel caso che si tratti di cariatidi (e qui ci

sarebbe un richiamo diretto alla decorazione all'attico sopra i portici, sia che si tratti di nikai, cioè

immagini fortemente connotate dal punto di vista militare, i soggetti si inseriscono perfettamente

nel programma iconografico del foro.

Abbiamo poi anche notizie che esisteva una statua di Vulcano, il marito legittimo di Venere, che si

trovava nell'atrio del tempio.

Vi era poi una parte del foro, particolarmente eminente, che aveva programma un po' diverso, cioè

la aula del colosso che è particolarmente ben conservata rispetto al resto del complesso forense

perché è stata interrata ed è addossata ad una porzione del muro perimetrale del foro, verso il foro di

Traiano, che si è conservato in tutta la sua altezza; quindi sia il muro orientale che la

pavimentazione si sono conservati in maniera migliore che in altre parti del foro stesso.

L’aula del colosso è caratterizzata dalla presenza di una base colossale che è costituita da grandi

blocchi di tufo ed era rivestita di lastre di pavonazzetto che conservano un'impronta di piede

gigantesca, lunga 1,50 cm; sulla base dell'impronta del piede si è ricostruita l'altezza della statua, di

circa 12 m.

Questa statua quindi era la più grande di tutto il complesso forense ed era chiusa in una stanza

relativamente piccola, quindi doveva fare una grande impressione a chi entrava; inoltre, sulla base

delle impronte, è possibile ricostruire la statua con il piede sinistro perfettamente appoggiato a terra,

mentre del piede destro appoggiava soltanto le dita; in più si è ipotizzato che la statua non fosse

completamente realizzata in marmo, ma che fosse un acrolito con le parti nude in marmo, di cui

sono stati rinvenuti dei frammenti e le parti vestite in materiale diverso, anche per alleggerire il peso

dell'immagine stessa.

Ma che cosa rappresentava? Noi sappiamo che nel foro vi era una statua colossale di Augusto, ma

la fonte è posteriore ad Augusto; considerando che l'ambiente fa parte del progetto originario del

foro così come venne inaugurato nel 2 a.C., che la base è parte della prima fase dell'ambiente

perché è stata realizzata prima della messa in opera del pavimento marmoreo, e quindi non si tratta

di un’aggiunta successiva, si è pensato che l'immagine raffiguraste in origine il genio

dell'imperatore che poi, dopo la morte e la divinizzazione di Augusto, sia stato reinterpretato come

immagine del divus Augustus, perché è impensabile che una statua di questo tipo raffigurasse

Augusto fin dall'origine, cioè Augusto vivente come una divinità.

Si tratta comunque certamente di un luogo destinato a una funzione precisa che è estremamente

importante vista la collocazione all'interno del foro e viste le dimensioni dell'immagine presente

all'interno dell'ambiente stesso; se la lettura è giusta questa è un’aula del culto imperiale, del genio

dell'imperatore che poi, dopo la morte di Augusto, diventa un sacrario dell'imperatore divinizzato.

Oltretutto l'ambiente era decorato in una maniera assolutamente sfarzosa perché le due pareti

laterali erano rivestite da un rivestimento marmoreo articolato secondo una forma architettonica che

presupponeva delle paraste in pavonazzetto con elementi di capitello in marmo bianco che creavano

degli spazi destinati ad accogliere qualcosa, come dei rilievi o dei quadri perché ci sono gli incavi

nel muro; vi era quindi un'articolazione di elementi in marmo bianco e in marmo colorato e di lastre

che scandivano la parete in spazi che accoglievano tre grandi quadri da una parte, di cui quello

centrale era più grande dei due laterali e lo stesso bisogna immaginare sull'altra parete che non è più

conservata e tre quadri minori.

immagine con i quadri 51

La parete di fondo invece era interamente rivestita, per gran parte della sua altezza, di lastre

verticali che facevano da sfondo alla statua; essa era in lastre di marmo bianco dipinte e questo è un

ritrovamento eccezionale. Sulla base dei frammenti ritrovati si è

ricostruito l'aspetto della parete di fondo che

era appunto in lastre di marmo dipinte come se fosse una cortina di stoffa blu, azzurra, con ricami in

porpora e oro, quindi come una stoffa preziosa che faceva da sfondo alla statua.

I pannelli dovevano contenere evidentemente qualcosa di eccezionale, visto il luogo; tra le opere

che Augusto aveva fatto trasferire da Alessandria a Roma vi erano i due quadri di Apelle, uno dei

quali proveniva dal carro funebre di Alessandro magno e rappresentava Alessandro trionfatore che

aggioga la guerra ed è affiancato dal furore, quindi un quadro celebrativo e allegorico che, come

soggetto, si prestava al programma iconografico del foro stesso.

L’altro quadro invece rappresentava i Dioscuri con Nike e Alessandro magno, quindi ancora un

quadro di soggetto guerriero, militare e ancora la presenza di Alessandro magno; è quindi molto

probabile che i due quadri fossero collocati qui, accanto ad altri che evidentemente dovevano essere

di pari dignità, di cui però non abbiamo alcuna informazione, perché i quadri sono 6 più altri 6 dei

pannelli superiori.

Quindi l'aspetto finale di questa aula doveva essere qualcosa di assolutamente sfarzoso,

straordinario; oltretutto la decorazione architettonica sopravvissuta è di una qualità superba, cioè tra

le cose in assoluto migliori prodotte nel campo della decorazione architettonica romana.

Vi tra l'altro questa eccezionale fregio a palmette e fiori di loto, eccezionale perché è di qualità

esecutiva elevatissima, poi perché riprende un motivo arcaico, reso con un gusto arcaicizzate e poi

perché questo stesso motivo è presente in maniera praticamente identica nell’ara pacis, tanto che

qualcuno ha ipotizzato che gli artisti che hanno lavorato all'ara pacis, siano gli stessi che hanno

lavorato nel foro di Augusto o che hanno realizzato almeno una parte della decorazione

architettonica.

Dobbiamo tenere anche conto che gli artisti dell'ara pacis sono artisti fortemente eclettici perché

nell’ara pacis convivono stili molto diversi tra di loro, così come stili molto diversi tra loro

convivono nel programma del foro di Augusto, infatti ci sono elementi fortemente classici,

classicistici, richiami a modelli arcaici e poi vi era una componente ellenistica di tipo rodio­

pergameno che compare per esempio nelle grandi teste di Giove Ammone dei clipei che hanno i

52

confronti migliori nel Laocoonte, nella testa di Ulisse di Sperlonga e in certi frammenti di sculture

ritrovate negli orti dell'Esquilino.

Del colosso possediamo una parte dell'avambraccio e poi due porzioni di due mani diverse.

frammenti colosso 53

tempio della pace

Il nella pianta tradizionale dei fori imperiali è il più atipico dei complessi forensi

imperiali, come è evidenziato dal nome stesso, infatti il nome ufficiale quello di tempio (aedes)

della pace; la definizione di foro è molto tarda perché compare in età tardo antica e si tratta di una

denominazione che evidentemente subentra un periodo in cui prevale l'uso del monumento come

piazza rispetto alla concezione originaria che invece era molto più orientata sull'aspetto sacro,

santuariale dell'edificio; anche se in realtà questo edificio non è neppure un santuario tout court

perché la stessa forma architettonica che è stata scelta lo pone accanto a un gruppo di edifici che

sono strutture polivalenti, cioè si tratta di edifici che adottano una forma che possa sopperire a una

serie di funzioni diverse che sono intercambiabili e che sono tutte altrettanto rilevanti.

Il fatto che venga chiamato tempio significa che tra le altre funzioni c'è anche quella religiosa che

ovviamente nella considerazione generale, soprattutto nel I sec d.C. è l'aspetto prevalente, ma

questo non rende esclusiva la funzione santuariale per questo complesso, dove si pensa che si

assommassero una serie di funzioni diverse di carattere, oltre che religioso, anche civile,

giudiziario, culturale e così via.

Questo edificio fino a poco tempo fa era noto in maniera molto scarsa, solo sulla base dei

frammenti della forma urbis che conservano una parte della pianta del complesso.

Invece negli scavi recentissimi sia è potuti intervenire nell'area, riportando alla luce una porzione la

piazza e una porzione dell'aula di culto; l'unica parte del complesso che era nota in passato era una

zona particolarmente rilevante non solo per la storia dell'edificio, ma anche per la storia della città

perché si tratta di una parete di un’aula che si è conservata perché è stata trovata nella Chiesa dei

santi Cosma e Damiano che occupa questa zona del foro.

Si tratta della parete sulla quale era collocata la forma urbis marmorea, quindi di per sé si tratta di

un monumento di grandissimo interesse; oltretutto nella zona, nel corso dei secoli, sono stati

ritrovati diversi frammenti appartenenti appunto alla pianta marmorea di Roma (anche se i

frammenti della forma urbis non provengono solo da questa zona, ma sono stati ritrovati anche in

altri luoghi dell'area centrale della città). Questa parete era sostanzialmente l'unica parte visibile del

complesso e, accanto ad essa, era stata identificata una delle esedre della piazza che si trova sotto la

grande torre medievale della famiglia degli…, che esiste ancora oggi; l’altra zona visibile oggi è il

muro che divideva il complesso dal successivo foro transitorio che appartiene al tempio della pace e

che verrà in parte modificato con la costruzione del foro transitorio.

La pianta che risulta dopo una prima serie di interventi nell'area è questa, ma anche questa che

attualmente è la pianta più aggiornata, complessiva dei fori imperiali, pubblicata nel 2001, non tiene

conto degli scavi degli anni 2005­2006 relativi all'aula templare che andrebbe ulteriormente

aggiornata, perché ci sono delle novità. 54

La costruzione del foro della pace è particolarmente sfortunata rispetto a come si è evoluta

all'urbanistica della città in questa zona perché, prima della creazione di via dei fori imperiali, c'era

un grande quartiere rinascimentale che era frutto dell'urbanizzazione di questa zona in età

rinascimentale (ultimo quarto del XVI secolo).

Prima la zona era scarsamente abitata perché era una palude in quanto tutta la zona dei fori

imperiali a un certo punto si è impaludata perché la cloaca maxima si è intasata e quindi tutte le

acque nere che venivano raccolte dalla stessa, si sono riversate nel complesso dei fori imperiali

colmandolo per oltre 2 m; quindi tutta la zona realtà è stata scarsamente abitata nel basso medioevo

perché era diventata una palude, era una zona malsana (non per niente la loggia dei cavalieri di

Rodi è costruita sul punto più alto possibile del foro di Traiano e i mercati traianei continuano a

funzionare, ma non c'è un insediamento nel basso medioevo in questa zona della piazza perché la

zona era già impaludata).

Quando è stato raso al suolo il quartiere cinquecentesco per ricavare l'asse della via dell'impero,

primo nome della strada che poi prenderà il nome di via dei fori imperiali, in questo punto c'era

l'incrocio tra via dei fori imperiali e via Cavour che era la grande strada che arriva dall'Esquilino, da

Santa Maria maggiore; quindi se per gli altri fori era stato possibile riportare alla luce almeno una

porzione della piazza, della piazza del tempio della pace in realtà non si conosceva praticamente

nulla perché qui c'era il grande incrocio e la piazza antistante alla basilica dei santi Cosma e

Damiano.

Per questo il foro della pace è rimasto quasi sostanzialmente ignoto fino a poco tempo fa, quindi

prima si era ragionato su una serie di informazioni che avevano portato a realizzare questa pianta

che in realtà è molto poco documentata dal punto di vista archeologico. 55

L’edificio è stato realizzato da Vespasiano tra il 61 e il 65 d.C. e, ancora una volta, anche questo

complesso si configura come un edificio trionfale perché viene costruito con il bottino di guerra per

commemorare la vittoria sui Giudei e la conquista di Gerusalemme.

Tale complesso venne considerato fin dall'origine uno dei più spettacolari e lussuosi di tutta la città

e ha mantenuto questa fama per secoli perché era un complesso estremamente curato dal punto di

vista architettonico, ma anche ricchissimo di opere d'arte che erano accumulate fin dall'origine, ma

che poi vennero arricchite con interventi successivi tanto da farne un vero e proprio museo perché

nel complesso del tempio della pace vennero tra l'altro esposte le opere d'arte greca che Nerone

aveva accumulato nella domus aurea e che Vespasiano collocò qui per renderle nuovamente

pubbliche.

L’edificio da subito fu considerato talmente importante che diede il nome a una delle regiones della

città di Roma, la regio IV e la sua importanza è sottolineata dal fatto che si tratta dell'unico

monumento posteriore all'età augustea che dà il nome a una regio della divisione augustea della

città; questo sottolinea il fatto come il tempio della pace venga considerato da subito un monumento

di grande importanza.

L’area dove era stato hanno costruito era stata devastata dall’incendio neroniano che arriva

presumibilmente fino ai limiti del foro di Augusto che si salva proprio grazie agli enormi

muraglioni che erano stati costruiti proprio alla scopo di preservare il complesso dagli incendi,

comunque tutta questa zona viene distrutta così come la subura.

Ma cosa c'era prima del tempio della pace? La zona precedentemente doveva chiamarsi, sempre che

l'interpretazione sia corretta, corneta e lì è stato localizzato, ma per il momento senza prove

56

archeologiche, il macellum repubblicano, cioè il principale mercato dell'area centrale di Roma di

età repubblicana.

Non è ancora chiaro se questa zona fosse stata inclusa nell'area della domus aurea o se sia rimasta

non edificata fino alla realizzazione del foro della pace; qui comunque siamo ai limiti del complesso

neroniano, tenendo conto che le strutture precedenti erano state distrutte dall'incendio del 64 d.C.;

cmq i confini della domus aurea nella parte settentrionale non sono chiari.

Sulla base delle informazioni delle fonti noi sappiamo che in questo complesso, che in origine

aveva una forte valenza trionfale, vennero esposte le spoglie del tempio di Gerusalemme,

sicuramente quelle che sono rappresentate nei rilievi dell'arco di Tito, cioè la menorah e tutto quello

che Tito fece trasportare dal tempio e considerò degno di essere esposto al pubblico.

Accanto alle spoglie di Gerusalemme sappiamo con certezza che vi erano le statue in bronzo del

grande donario di Attalo che Nerone aveva fatto collocare nella domus aurea e che Vespasiano fece

trasportare nel tempio della pace, insieme a vari quadri famosi come la Scilla di Nicomaco e la

battaglia di Isso di Elena (Plinio).

Sulla base della testimonianza di Procopio, sembra che vi si trovasse anche la vacca di Mirone,

famosissima nell'antichità per aver ispirato molti epigrammi che ne esaltavano il realismo; inoltre si

trovavano altre opere, come il Ganimede di Leocare, opere di Policleto e così via.

…sono state ritrovate grandi basi in granito rosa di Assuan che riportano il nome di scultori famosi;

le basi non erano distribuite regolarmente in tutta la piazza come si credeva, e qui si trovavano

anche lunghe piattaforme in marmo che erano fontane.

Con Commodo il foro subì un disastroso incendio e poi dovette sopportare un terremoto; Ammiano

Marcellino rivela che Costanzo II rimase impressionato dal foro quando lo visitò.

Il tempio della pace rimase funzionante almeno fino al IV sec, infatti sappiamo che nel secondo

quarto del VI sec la basilica di Cosma e Damiano andò ad appoggiarsi al complesso.

Le misure del complesso sono 134 x 137; la cinta era un alto muro in tufo che doveva proteggerlo

dagli incendi; si tratta di una grande piazza porticata su tre lati con una serie di ambienti che

occupavano l'intero lato di fondo; per esaltare l'edificio più importante sul lato di fondo del

porticato le colonne erano maggiormente distanziate e la facciata era monumentalizzata; inoltre

dietro l’aula era arricchita da un'abside come una vera cella templare.

Il lato di ingresso, sulla base della forma urbis, si presenta senza porticato, ma con colonne

appoggiate alla parete (si tratta dell'ordine applicato, utilizzato anche nel foro transitorio); sembra

che questo lato sia stato rifatto da Domiziano quando cominciò a costruire il foro transitorio, ma si

tratta solo di un'ipotesi; la questione diventa rilevante perché comporta una variazione cronologica

del colonnato interno appoggiato alla parete.

Quando fu realizzato, il foro della pace si affacciava su una strada, ma non sappiamo bene come: si

pensa che l'ingresso principale fosse all'altezza dell'asse; gli scavi hanno messo in luce sono una

porzione di parete che era in comune con il foro di Nerva, che mostra delle interruzioni; il problema

è notevole, perché, come nel caso del foro di Cesare, il foro transitorio ha modificato le pareti di

ingresso.

Sul lato di fondo, al centro, si trova l’aula di culto; alla sua dea alcuni ambienti sono occultati dalla

strada e da altri edifici, alla sinistra si trovavano l’aula della forma urbis e la biblioteca, parte della

quale è ancora visibile nel rifacimento severiano.

Nell’aula della forma urbis le pareti si sono conservati quasi totalmente per un'altezza di 48 m e

l'aula era grande 26 x 19 m; essa era illuminata da fine tre porte in alto e la forma urbis era

conservata sulla parete verso sinistra: qui si possono vedere ancora i fori allineati in orizzontale e in

verticale.

La forma urbis comprendeva 151 lastre di marmo (le dimensioni totali erano di 18 x 13 m), su cui si

trovava a pianta della città in scala 1:246 ed essa è datata al 203­211 d.C. 57

I frammenti ritrovati sin dal 1500, sono circa un terzo dell'intera superficie e sono provenienti da

varie zona nella città, come ad esempio la villa Farnese; le parti basse della pianta sono sparite

perché facilmente asportabili (dovevano poi essere utilizzate probabilmente per farne calce), mentre

le altre sono pian piano cadute ai piedi del muro; la pianta era rappresentata con il nord in basso.

Ai piedi dell'altra parete sono stati trovati frammenti dipinti forse di una pianta dell'Italia o

dell'impero; si pensa che questa aula fosse utilizzata come sede del prefetto urbis, e quindi del

catasto urbano, che era su tavole di bronzo; il tempio della pace avrebbe quindi una funzione

importantissima che poi sarebbe stata spostata nella basilica di Costantino.

Si ha poi notizia di una biblioteca che è stata posta vicino alla forma urbis; non si sa se si trattasse di

una o due aule o di una biblioteca per classici greci o per classici latini, ma più probabilmente si

trattava di una sola struttura.

La biblioteca è stata poi inglobata nella basilica di Cosma e Damiano; si è anche pensato che la

biblioteca fosse posta nell'edificio principale, come nel caso della biblioteca di Adriano ad Atene, la

cui sarà principale era di sicuro una biblioteca, ma anche una sala del culto imperiale.

Vi sono anche altre strutture analoghe, come alcuni macella, ma non sappiamo se quello che si

trova qui fosse così, ovvero una piazza porticata con aule sullo sfondo, come nel caso nei complessi

forensi spagnoli, come quello di Tarragona di età flavia (anche villa Adriana nella piazza d'oro è

simile); vi erano parte anche delle sculture.

Gli ultimi scavi hanno arricchito la conoscenza della parte sinistra della piazza; la piazza ad un

livello inferiore rispetto al portico (5 gradini) ed era lastricata in marmo per una parte; il portico era

in colonne di granito rosa e capitelli e basi erano in marmo bianco.

Le colonne avevano un diametro di 90 cm, erano di 34 per lato, sui lati brevi, quindi il portico era

molto ampio; sul muro di fondo le colonne centrali (6) erano più grandi con un diametro di 1,30m.

Il tempio si presentava separato dal portico tramite sei colonne colossali allineate con quelle

davanti; davanti al tempio vi era un grande altare, un grande bacino in porfido del diametro di 3,5 m

che, sulla base dei frammenti, e ha posizionato al centro verso l'ingresso ed è di età Severiana.

L’aspetto descritto è frutto del rifacimento severiano, resosi necessario dopo l'incendio; il muro di

fondo in tufo e peperino dell'aula principale sono ancora di età flavia; esso era di 34 x 22 m e tutto

ciò che vi rimane è di età Severiana.

Rimane anche un gigantesco basamento, di 3,80 x 3,25 x 4, in marmo pavonazzetto, su cui doveva

stare la stato della pace; ai lati vi sono due impronte di basi con un foro rettangolare al centro, forse

destinati a reggere le spoglie di Gerusalemme o due trofei di metallo; qui si trovavano anche sei

fontanelle marmoree. Un gradino di 1,5 m isola su una piattaforma tutto ciò.

L’intera struttura era rivestita in pavonazzetto che racchiudeva dischi di porfido (è simile al

Pantheon), monolitici e del diametro di 2,5 m; il pronao e ha caratterizzato da sei colonne in porfido

rosa del diametro di 1,80 e di 15m d'altezza (sono le più grandi).

Nel foro della pace sono state trovate migliaia decine di frammenti di un grande bacino di porfido

che era posizionato probabilmente presso l’ingresso, perché i frammenti sono stati in parte

reimpiegati in un muro medievale, in parte sono stati ritrovati sul terreno; il bacino è stato

ricostruito in forma virtuale e si trattava di una fontana monumentale perché aveva un diametro di

oltre 4 m e, tenendo conto della qualità del materiale e del tipo di lavorazione, è uno dei rarissimi

esempi di fontane di questo genere che sono state ritrovate a Roma; essa viene attribuita al

rifacimento severiano del complesso. 58

Di notevole interesse sono i frammenti delle basi delle statue in granito rosa, di cui non si ha ancora

una pubblicazione definitiva; essi erano sicuramente basi per gruppi perché nella parte superiore

sono conservati i fori di ancoraggio di statue bronzee, che comprendevano sicuramente più di una

figura.

Ora sono state pubblicate delle immagini delle basi iscritte che sono state recuperate: si tratta di

frammenti che però conservano una parte del testo, in greco, che sono abbastanza facilmente

integrabili.

Qui vediamo due basi che hanno i nomi di scultori celebri, infatti il frammento inferiore di una base

riporta la prima parte del nome di uno scultore che è facilmente integrabile perché di scultori con un

inizio del nome di questo genere praticamente ce n'è uno solo, cioè Cefisodoto ateniese, che era un

membro della famiglia di Prassitele (nome e l’indicazione del luogo di origine dello scultore sono

un marchio di qualità). La seconda immagine è più completa perché conserva quasi integralmente il

testo che recita “Ermes di Prassitele ateniese”, quindi abbiamo anche il soggetto dell'opera; le basi

dovevano avere dei testi differenziati perché in questo caso il testo è composto su tre righe e la parte

inferiore della base non è iscritta, mentre nel primo caso il nome e il locativo sono collocati in

basso, quindi si presuppone che nella parte bassa della base vi fosse un testo più lungo. 59

Questi ritrovamenti sono molto importanti prima di tutto perché confermano il fatto che il tempio

della pace era una sorta di museo, cioè un luogo in cui erano esposte una serie di opere che

oltretutto vengono esposte con un sistema molto interessante, perché è un sistema museografico che

si adotta ancora oggi: certamente non si tratta delle firme degli artisti, ma si tratta di didascalie, cioè

vi è l'indicazione per il visitatore dell'autore dell'opera e del soggetto; il fatto che l'iscrizione fosse

in greco è interessante perché presuppone che il visitatore fosse sufficientemente colto per leggere il

greco pur trovandoci a Roma.

Di tutte queste opere che erano esposte nel tempio della pace noi abbiamo qualche notizia letteraria,

ma sinora non era mai stato trovato neanche un frammento di queste opere, perché nel corso dei

secoli, considerando anche che il complesso ha avuto la vita posteriore all’impero romano, la

maggior parte di queste opere sono scomparse; quindi fin’ora non era mai stata trovata nessuna

testimonianza figurativa di queste sculture, ma nel corso degli ultimi scavi è emersa questa testa che

è un pezzo di qualità molto interessante, pur essendo un pezzo di dimensioni ridotte, perché è una

testina di filosofo greco, che appartiene a una categoria di opere che è ben nota in età romana;

l’opera che è stata interpretata come il ritratto del filosofo Zenone, perché conosciamo altri ritratti

del filosofo, quindi possiamo essere abbastanza sicuri dell'identificazione.

Ritratti in bronzo di uomini di cultura greci (poeti, tragediografi,

filosofi) in piccolo formato li conosciamo anche da altri contesti (es.

villa dei papiri a Ercolano) e sono stati interpretati come immagini da

biblioteca, cioè erano immagini di uomini di cultura, greci ma non

solo, che venivano collocati nelle biblioteche, probabilmente in

corrispondenza degli scaffali che contenevano le opere di questi

personaggi o comunque come galleria di ritratti da esporre nel luogo

adeguato, cioè il luogo dove si conservavano le opere della cultura

greca

Considerando che nel tempio della pace c'era una biblioteca è stata

ipotizzato che questo ritratto appartenesse a una serie che poteva

decorare gli scaffali della biblioteca; si tratta in ogni caso di un pezzo

di ottima qualità perché, pur nel piccolo formato, il ritratto è

perfettamente identificabile e anche ben curato nei particolari, quindi

60

è un pezzo sicuramente tra i migliori che appartengono alle repliche di questi ritratti di piccolo

formato di uomini della cultura greca. 61

foro transitorio

Il era chiamato anche foro di Nerva, che era il nome ufficiale del complesso nella

prima parte della sua storia, mentre dal IV sec d.C. venne affiancato dal nome di foro transitorio; si

tratta del quarto dei complessi di questa serie di edifici e sicuramente il progetto che ha portato alla

realizzazione di questo complesso prevedeva l'inserimento nella quarta piazza nell’unico spazio

rimasto libero tra i tre complessi precedenti, spazio che era rimasto essenzialmente irrisolto dal

punto di vista architettonico perché se si elimina il foro transitorio i tre complessi rimangono slegati

l'uno dall'altro (tranne quello di Cesare e il foro di Augusto che in qualche modo coordinati), infatti

con la costruzione del foro della pace si crea una totale disarmonia tra i tre complessi che oltretutto

erano tre complessi rigorosamente chiusi verso l'esterno, per cui lo spazio che era rimasto libero in

mezzo (spazio che a sua volta risulta chiuso, anche su un lato breve dalla basilica Aemilia), lungo e

stretto, non aveva nessuna caratteristica architettonica, perché era l'ultimo tratto di una importante

strada urbana, l’Argileto, che collegava il vecchio quartiere dell'area dei fori imperiali e una parte

delle pendici del Quirinale e la subura, ai piedi delle pendici dell’Esquilino.

Si trattava di un percorso, dal punto di vista della viabilità, molto importante, perché era la strada di

accesso principale dalla zona monumentale della città verso il foro, ma per come era risultato dopo

la realizzazione degli edifici che occupavano i due lati, erano spazio senza identità, dal punto di

vista architettonico, in un'area altamente monumentalizzata.

Quindi Domiziano, forse già su un'idea vespasianea, cioè è probabile che gli architetti di

Vespasiano, quando hanno realizzato il tempio della pace, si fossero già posti il problema di come

abbellire o comunque di come risolvere la questione del tratto finale dell’Argileto, però la questione

non venne risolta; ci sono delle tracce di lavori iniziati e poi abbandonati che precedono

immediatamente il cantiere del foro transitorio, quindi è probabile che si fosse già pensato qualcosa,

ma sicuramente è un'impresa domizianea.

Egli però non fece in tempo a concludere l'opera, anche se la portò praticamente allo stadio finale di

lavorazione perché il successore, Nerva, che regnò poco più di un anno, lo inaugurò a suo nome e

per questo il foro si chiama foro di Nerva nella storiografia antica, infatti egli si ritrovò

praticamente un'opera già pronta, alla quale mancava soltanto la cerimonia ufficiale di

inaugurazione.

Quindi il problema da risolvere da parte degli architetti era complicato perché avevano a

disposizione uno spazio lungo e stretto che misurava 170 m di lunghezza per soli 45 m di larghezza,

quindi con delle proporzioni molto squilibrate; per di più lo spazio era limitato in maniera irregolare

verso ovest dalla presenza della basilica Aemilia, che è di sbieco rispetto all'orientamento dei fori

imperiali, essendo orientata sul foro romano, dall'esedra meridionale del foro di Augusto che

rendeva praticamente inutilizzabile questa parte del tratto dell’Argileto.

La risoluzione di questi problemi è stata affidata sicuramente ad architetti molto abili, per questo si

è fatto il nome di Rabirio, l'architetto ufficiale di Domiziano a cui affidò la realizzazione del

palazzo imperiale sul Palatino; bisogna tenere presente che noi conosciamo meno di una decina di

nomi di architetti romani perché, come nel caso degli artisti di arte figurativa, non era tradizione

tramandare il nome stesso e, nei casi in cui questo si sia conservato, si tratta certamente di

personalità eccezionali.

Rabirio era quindi certamente una personalità adatta risolvere un problema complesso come questo.

In qualche modo il foro si inserisce a forza tra gli altri complessi e finge uno spazio che non ha,

perché è come se al foro di Augusto ritagliassimo tutto lo spazio laterale dei portici e ottenessimo

cmq una piazza lunga e decisamente più stretta rispetto al foro di Augusto; quindi è come se si

volesse proporre un progetto simile a quello degli altri fori, ma mancasse qualcosa alla

realizzazione finale.

Circa la storia dell'edificio noi abbiamo alcune informazioni relative al complesso che sono le

pochissime notizie delle fonti che sono peraltro molto generiche, al punto tale che non siamo

nemmeno sicuri sulla data di inizio dei lavori: alcuni studiosi collocano l'impresa nella parte finale

62

del regno di Domiziano proprio per il fatto che in realtà l'imperatore non fece in tempo a concludere

l'impresa stessa, e quindi il tutto dovette essere cominciato abbastanza tardi rispetto al 96 d.C., anno

in cui Domiziano viene assassinato; tenendo anche conto che Domiziano, fin dall'inizio del suo

regno fu impegnato costantemente in colossali imprese costruttive perché nella primissima fase del

suo regno dovette affrontare la ricostruzione di gran parte del centro monumentale della città che

era stato devastato dall’incendio dell'80 d.C.

Quindi c’erano delle urgentissime necessità di intervento in tutta una serie di edifici molto

importanti; poi l'imperatore si dedicò alla costruzione del palazzo imperiale, che è un’impresa

colossale perché comporta la rimodellazione e la costruzione ex novo di buona parte del colle

Palatino, per dare una forma adeguata alla sede imperiale; inoltre Domiziano fu impegnato anche

nella costruzione di edifici fuori Roma, prima tra tutte l’Albanum, cioè la villa enorme fatta

costruire dall'imperatore intorno al lago di Albano.

Quindi l'inizio dei lavori era rimasto nell'incertezza, finché si è interpretata, in una forma più

adeguata al contesto, una notizia che è presente in un epigramma di Marziale che parla di un forum

palladium che era stato sempre letto come un espediente poetico del poeta, inserito in un contesto

completamente poetico e celebrativo nei confronti dell'impegno monumentale di Domiziano.

In realtà forum palladium può tranquillamente essere una definizione che si adatta bene al foro di

Nerva perché Pallade era la divinità protettrice di Domiziano che, come già aveva fatto Cesare, si

era scelto una figura femminile a cui si sentiva particolarmente legato e verso la quale era molto

devoto; non per niente il tempio che poi venne costruito all'interno del foro fu dedicato a Minerva.

Allora la definizione che Marziale da del complesso monumentale potrebbe essere tranquillamente

riferita al foro che Domiziano stava costruendo in quel periodo, cioè, che è l’anno di datazione

dell'epigramma, l’85 d.C., quindi siamo in una fase relativamente precoce del regno perché

Domiziano sale al potere nell'81 d.C.

Allora si può far cominciare la realizzazione del foro intorno all'85 d.C.; quindi il complesso non

ebbe una realizzazione particolarmente veloce perché dopo 12 anni risultava non ancora

completamente finito; in effetti negli scavi recenti degli anni 90, in più punti del foro, si è visto che

il cantiere non ha avuto una vita univoca, cioè non c'è un'unica fase del cantiere ma, durante l'epoca

domizianea, vi sono dei ripensamenti e intere parti che vengono riprogettate perché evidentemente

la risoluzione architettonica di certi problemi non era così semplice, e quindi in corso d'opera ci si

era resi conto che occorreva intervenire sul progetto; questo potrebbe anche spiegare perché i lavori

durarono così a lungo rispetto a certe imprese analoghe.

Quindi la realizzazione del foro tra l'Italia viene collocata tra l'85 e il 96/97 d.C.; non abbiamo altre

notizie, tranne pochissime menzioni in età severiana e nelle fonti tardo antiche e soprattutto alto

medievali.

Il foro rimase in uso molto a lungo e per questo vi sono delle testimonianze molto importanti perché

negli scavi della fine degli anni 90 è stata portata alla luce una zona che non era mai stata indagata

precedentemente perché era protetta da una parte dei giardini che affiancavano la via dei fori

imperiali e quindi la stratigrafia era intatta; si è visto che questa porzione del foro (l'altra non è più

verificabile perché è stata scavata negli anni 30) era occupata da una serie di costruzioni di età alto

medievale che si datano più precisamente in epoca carolingia (IX sec); in particolare è stata trovata

una domus (un esempio rarissimo), di cui qui possiamo vedere i resti che sono stati mantenuti del

piano terreno che comprendeva un grande portico esterno, costruito con i blocchi di tufo del muro

di cinta del foro, che era stato in parte demolito ad hoc; si trattava di una casa a due piani e nella

parte superiore dell'edificio erano collocati gli ambienti residenziali, mentre nella parte inferiore,

quindi al livello del terreno, vi erano le stalle, i magazzini e questo grande portico che dava un tono

monumentale all'edificio. 63

Esso rimase in uso per circa 2 sec, dopodichè probabilmente il foro venne in parte sommerso da uno

strato alluvionale perché il livello del terreno si rialza, gli edifici di IX sec vengono in parte

abbandonati o ristrutturati in tono molto minore, l'occupazione è molto più sporadica, finché alla

fine del XII sec l'edificio viene definitivamente abbandonato perché tutta l'area viene sommersa da

oltre 2 m di strato alluvionale che dovrebbe corrispondere a uno degli esondi delle della cloaca

maxima che portarono all’impaludamento di tutta la zona dei fori imperiali.

Questo ha permesso la conservazione di una parte delle strutture, ma contemporaneamente la parte

più monumentale del foro, quella con il tempio di Minerva, continua a rimanere in vita: qui

vediamo un disegno del 500 che riporta la situazione che era perfettamente visibile nella seconda

metà del 500.

Qui si vede chiaramente che l'intero complesso è sommerso da uno strato di terreno alluvionale che

è alto diversi metri perché ha colmato quasi tutta la piazza, sommergendo quasi completamente il

colonnato; da qui emergono le parti alte delle strutture, quindi il colonnato stesso, la parte superiore

dell'arco che ha impostato sull’Argileto (il cd. arcus auree che è noto anche nelle fonti medievali,

anche perché era sul percorso di una processione pontificia molto importante) e il tempio di

Minerva che qui è ancora in gran parte conservato tanto che era leggibile una buona parte

dell'iscrizione dedicatoria, dove era indicato il dedicatario del tempio, cioè Minerva e il dedicante,

cioè l'imperatore Nerva, che probabilmente aveva sostituito una dedica domizianea precedente

(Domiziano ha subito la damnatio memoriae, quindi le iscrizioni a suo nome sono pochissime).

L’edificio era conservato in alzato fino alle falde del tetto che era scomparso e all'interno si erano

impostate delle costruzioni medievali; agli inizi del 600 tutto il complesso è stato spogliato quasi

completamente di ogni elemento marmoreo, al punto tale che il tempio è scomparso completamente

64

perché papa Paolo V ha concluso l'opera di demolizione del foro transitorio, che era già cominciata

da parte di alcuni dei suoi predecessori che avevano utilizzato i marmi per la basilica di San Pietro.

Paolo V fa recuperare tutto il marmo disponibile per costruire la nuova fontana dell'acqua paola che

è collocata in cima al Gianicolo e che impiega i marmi del foro transitorio; il risultato è che

sostanzialmente tutto il foro scompare tranne le due colonne di una porzione del muro di cinta (con

la parte relativa del fregio), che sono attualmente l'unica parte monumentale conservato

dell'edificio, che sono sempre rimaste in vita.

Alla fine dell’800 sono cominciati gli scavi per indagare le aree del foro; le indagini sul foro

cominciarono dalla parte del tempio di Minerva dove scavò Lanciani e dove vennero rinvenuti i

resti dell'ingresso monumentale del foro stesso, cioè la porticus absidata, qualche traccia del tempio

di Minerva e poi soprattutto gli edifici della fase precedente il foro.

L’area a destra della via dei fori imperiali era densamente popolata e abitata sia dalla popolazione

più umile della città che anche genti gentilizie; qui invece sono state trovate tracce del macellum

repubblicano, soprattutto nell'angolo verso il tempio della pace che occupa in gran parte l’area che

era occupata dall'età repubblicana fino all'incendio neroniano dal grande macellum, cioè il mercato

della città.

Gli scavi hanno dato anche un altro risultato interessante, cioè sono state trovate due tombe di IX­

VIII sec a.C., quindi di una fase precedente alla fondazione della città e questa è un'ulteriore

testimonianza, insieme ai sepolcri rinvenuti nell'area del foro romano, che tutta la parte bassa tra i

colli (in particolare tra Palatino, Campidoglio e Quirinale), era destinata a sepolcreto prima della

fondazione di Roma e della successiva occupazione dell'area del foro

Come possiamo ricostruire l'aspetto della piazza? Questa è una proposta di ricostruzione da parte

dell'architetto Luigi Canina, verso la metà dell'800, che è una ricostruzione molto interessante

perché è vicina in qualche modo alle soluzioni finali, cioè si tratta di una piazza lunga e stretta

caratterizzata dalla mole del tempio di Minerva e da questa soluzione scenografico illusionistica dei

lati lunghi che fingono di essere porticati, infatti si parla di pseudoportici, ma che in realtà hanno

solo una quinta architettonica costituita da un lungo coronato libero che viene ancorato al muro

continuo che delimita la piazza da un fregio che gira sull'architrave articolato, non rettilineo, che

permette alla colonna di essere agganciata al muro, ma essa non ha alcuna funzione di tipo statico, è

semplicemente una soluzione che rende illusoriamente una profondità, creando una sequenza lunga

e molto articolata dal punto di vista del gioco ombra luce, che da un effetto tridimensionale e quindi

una finta profondità che in realtà non c’è.

A partire dalla proposta ricostruttiva del Canina bisogna poi fare degli aggiustamenti, comunque già

questa immagine rende molto bene la soluzione architettonica adottata; bisogna anche tenere

presente la doppia presenza dell'arco che aggancia il tempio ai lati lunghi, perché anche in questo

caso è una soluzione di tipo illusionistico perché in realtà il passaggio è unico, mentre l'altro è un

arco finto perché dietro c'è un muro, ma esso crea una simmetria.

Qui vediamo l'ultima ricostruzione proposta che è frutto degli studi più recenti. 65

In realtà il primo studioso che propone una ricostruzione del complesso forense è Andrea Palladio e

qui vediamo i suoi rilievi che sono non precisi dal punto di vista delle misure, ma del tempio ci da

una riproduzione fedele e propone una serie di ricostruzioni degli alzati che sono in parte

verificabili in parte frutto di fantasia; è certamente una testimonianza molto importante che si

affianca ad alcuni disegni che quindi permettono di completare quello che poi, agli inizi del 600, è

completamente sparito.

Circa le caratteristiche del complesso: si tratta di una struttura di 170 x 45 m che è sostanzialmente

un tratto stradale dell’Argileto, chiuso tra due alti muri continui sui quali si dovevano aprire delle

porte che davano accesso ai tre complessi forensi (porte tutte uguali dal punto di vista della

scansione perché erano state costruite in epoche diverse e servivano complessi diversi tra di loro).

Oltretutto questo tratto di strada era caratterizzato dalla presenza della cloaca maxima che viene

rifatta in questo tratto in età vespasianea o cmq durante l’epoca flavia; l’indagine nella cloaca

maxima ha fatto scoprire un andamento apparentemente stranissimo della fogna che normalmente

dovrebbe essere il più rettilineo possibile per evitare problemi di tipo idraulico.

La cloaca maxima era la fogna principale della città che qui raccoglieva le acque nere del quartiere

popolare della subura e le convogliava nel tratto che scorre sotto il foro che poi si dirige verso il

Tevere.

Quindi si tratta di un tratto molto importante che però segue un percorso curioso: 66

Questo percorso, che è stato individuato agli inizi degli anni 90, ha fatto sorgere una serie di

interrogativi, il primo dei quali è il rapporto che c'è tra la fogna e la fondazione del tempio di

Minerva, perché se la realizzazione è vespasianea come era possibile prevedere la realizzazione di

un tempio che venne realizzato solo in età domizianea; questo ha fatto ipotizzare a qualcuno che

l'idea di collocare qui un tempio risalisse già a un progetto di elaborazione monumentale in questa

zona da parte di Vespasiano, quando venne realizzato il tempio della pace, però non si hanno prove

determinanti in questo senso, cioè che il tempio sia già pertinente a una fase vespasianea che forse

era limitata semplicemente a una monumentalizzazione esterna del muro del foro della pace.

Cmq è chiarissimo che il percorso della fogna tiene conto dell'evidenza del tempio perché non era

possibile collocare una mole come quella di un tempio sopra una fogna perché essa sarebbe stata

sfondata dal peso stesso del tempio; oltretutto in questo tratto la cloaca maxima è molto profonda, a

diversi metri di profondità e questo determina di fatto che risulta influenzata e minacciata da tutti

gli edifici circostanti che, in un qualsiasi moto di assestamento, possono determinare un

danneggiamento della fogna stessa; infatti nei punti più a rischio, soprattutto in questo tratto, la

fogna rinforzata da una doppia struttura che è destinata a rendere più sicuro il percorso della fogna

stessa e a prevenire eventuali danneggiamenti dovuti all'assestamento degli edifici. 67

Il rischio non è così teorico perché qui i movimenti dovuti all'assestamento di enormi moli costruite

su un terreno relativamente poco stabile, perché un terreno alluvionale collocato ai pieni di colline

che sono ricche di acque torrentizie, non sono così teorici.

L’altra questione è perché la fogna, all'interno della piazza, non faccia un percorso più dolce e non

attraversi la piazza con un angolo meno netto; l'architetto Bauer, che è uno degli autori degli scavi

degli anni 90 e che ha condotto degli studi approfonditi sull'intero complesso del foro transitorio ed

è colui che ha esplorato la cloaca maxima, ipotizza che esattamente al centro della piazza fosse

collocato un altro monumento rilevante, talmente rilevante tanto da rendere necessaria una seconda

deviazione della cloaca maxima in previsione della costruzione di questo monumento, che però

doveva essere un monumento stretto, con una base ridotta perché non ci sono tracce che fanno

ipotizzare una struttura collocata al centro della piazza.

Bauer ipotizza che al centro della piazza vi fosse un basamento quadrato o rettangolare per un

monumento celebrativo sul tipo della colonna traiana, cioè un monumento collocato al centro di uno

spazio aperto che richiedesse una fondazione talmente consistente da diventare una minaccia per la

fogna sottostante.

Di questa struttura noi non abbiamo nessuna traccia per il momento perché qui siamo esattamente al

centro della via dei fori imperiali, quindi non sappiamo che cosa ci sia al di sotto, ma il fatto che il

percorso della fogna sia questo ha fatto ipotizzare che qui potesse esserci qualcosa di molto

rilevante, ma fino a che non verrà effettuato uno scavo non possiamo dire nulla, anche se dobbiamo

constatare l'anomalia del percorso della cloaca.

L’altro elemento che è stato rilevato in occasione di diversi scavi, da ultimo negli scavi degli anni

90, è una gigantesca struttura collocata in questa zona, cioè dalla parte opposta rispetto al tempio di

Minerva:

Si tratta di una struttura gigantesca che si può compare dal punto di vista dimensionale, con le

fondazioni del tempio di Minerva; è una struttura di cui è stato riportato alla luce questo lato che è

addossata al muro di fondo del foro e che presuppone un muro rettilineo in fondazione con due

muri perpendicolari e uno spazio vuoto e interno; inoltre è stata trovata traccia del limite orientale

della struttura stessa, che permette di completarla e vedere che è un rettangolo costituito da quattro

muri perimetrali e uno spazio vuoto interno, che è esattamente la stessa soluzione adottata dalla

parte inferiore della fondazione del tempio di Minerva.

Naturalmente è stato ipotizzato che si fosse in presenza di un secondo tempio; tuttavia questa

struttura in realtà non è mai stata completata (questo possiamo dirlo sulla base di indagini molto

recenti), quindi si tratta di una struttura che è stata realizzata fino al completamento delle fondazioni

e all'impostazione del primo filare di blocchi della parte più elevata della fondazione, cioè sulle

fondazioni cementizie c'è l'impronta della prima serie di blocchi di tufo che dovevano costituire la

fondazione, ma i blocchi sono stati asportati e la fondazione stessa è stata abbandonata e interrata in

un tempo molto precoce, si calcola intorno al 90 d.C., quindi evidentemente in corso d'opera,

giudicando sulla base dei numerosi ritrovamenti ceramici che sono presenti nello strato di terreno

immediatamente soprastante alla fondazione stessa.

Che cosa è successo? Non si sa cosa sia successo, un'ipotesi è che si sia cambiato il progetto per

qualche motivo e quindi sia stata abbandonata la soluzione di collocare il tempio verso ovest,

oppure che in origine vi fossero già due templi inclusi nel progetto, uno verso est e uno verso ovest

e che quello verso ovest sia stato abbandonato. 68

Sta di fatto che il cambiamento di

impostazione o ha motivi progettuali, cioè si è

deciso che per qualche motivo architettonico

lì un tempio non ci andava, oppure l'edificio in

corso di realizzazione è stata abbandonato per

difetti statici, infatti la fondazione è

attraversata da una profonda crepa che la

spaccata in due, creando un dislivello alle

estremità di oltre 20 cm che, riportato in

alzato, doveva creare non pochi problemi,

considerando che si tratta di una fondazione in

cemento.

Quindi potrebbe essere stato questo il motivo

dell'abbandono della struttura, cioè problemi

di difetto statico in una parte del terreno che

evidentemente non era sufficientemente solida

per reggere il peso di una struttura di questo

tipo.

Quindi qui le ipotesi possono essere varie, se

c'era l'idea di un doppio tempio, uno dei due

non è mai stato realizzato, se c'era l'idea di

collocare il tempio a ovest, questo potrebbe

essere stato abbandonato e spostato in una

zona dove il terreno era più solido, dove però

era più complicato collocare un tempio

proprio per la presenza dell'esedra del foro di

Augusto; quindi questa potrebbe essere una

possibile spiegazione: inizialmente il tempio poteva essere stato pensato a ovest, perché dall'altra

parte c'era il problema dell'esedra, ma poi, non essendo possibile collocarlo qui, si era pensato di

collocarlo in questa posizione che comportava tra l'altro un accorciamento della superficie della

piazza e rendendo complicato l'accesso che era molto angusto.

Sulla base di una serie di indagini effettuate sul muro esterno del tempio della pace, nella zona di

ingresso, si è constatato che la struttura doveva essere estremamente lussuosa nella sua rifinitura

perché, oltre a queste soluzioni architettoniche di tipo illusionistico, tutto il complesso esternamente

era rivestito di marmo. Della pavimentazione originale della piazza non sappiamo nulla perché

l'unico tratto rinvenuto, che è stato indagato dagli scavi della fine dell'800, appartiene a una fase

molto tarda perché si tratta di un rifacimento di IV sec d.C., sulla base dei materiali rinvenuti sotto

alle lastre di marmo che sono lastre di reimpiego.

Sappiamo però, sulla base di tracce consistenti che sono state ritrovate, che i muri erano rivestiti di

marmo e il rivestimento è talmente definito dalla posizione delle grappe che reggevano le lastre di

marmo che è stato possibile rdelicostruire il disegno del rivestimento stesso con la definizione delle

varie partizioni e della disposizione le lastre stesse.

Naturalmente non sappiamo quali fossero i colori dei marmi impiegati; certamente tutto il

complesso doveva essere molto colorato perché le colonne del colonnato non sono in marmo

bianco, ma in pavonazzetto, cioè in marmo bianco con le venature purpuree, che è un marmo molto

pregiato.

La parte superiore del finto colonnato era caratterizzata da un fregio che girava lungo tutto

l'architrave, seguendo l'andamento sinuoso dell'architrave stesso, di cui si conservano alcuni

69

elementi (che sono quelli attualmente visibili al di sopra delle colonnacce) che quindi rendeva

estremamente ricca, dal punto di vista figurativo, la parte superiore del colonnato.

Non solo, ma queste strutture si collocano sopra il fregio stesso, emergenti, che ora sono

completamente lisce, ma che conservano dei fori, dovevano essere decorate da elementi in metallo

perché i fori sono piccoli e dovevano ospitare dei perni metallo che dovevano reggere qualcosa di

metallico, quindi degli elementi di rilievo in metallo.

Queste strutture in realtà avevano un'altra funzione: la parte superiore era percorribile (forse anche

solo per manutenzione) perché esistono gli agganci per una ringhiera metallica che girava lungo

tutta la struttura; ma soprattutto ci sono i fori per la collocazione di grandi, colossali gruppi bronzei

che gravavano su questi plinti.

Quindi bisogna immaginare la parte superiore della struttura del foro come una gigantesca galleria

di statue in bronzo di cui non sappiamo però assolutamente niente relativamente ai soggetti perché

sono interamente perduti e l'unica testimonianza è il foro per il posizionamento del gruppo che è un

foro di dimensioni consistenti, e per questo si immagina che si tratti di gruppi colossali.

Oltre alla balaustrata e ai grandi gruppi bronzei, sul fondo della cornice marmorea che era

percorribile e che chiude in alto il muro di cinta del foro, vi è l'incavo per l'incastro di un'altra lastra

marmorea posteriore che si appoggiava al muro in tufo e doveva salire ancora, andando a costituire

lo sfondo dei gruppi scultorei e innalzando ancora di più i muri che racchiudevano la piazza: questo

tra l'altro permetteva di impedire la vista di tutte le strutture esterne, soprattutto dell'esedra del foro

di Augusto da una parte e della basilica Aemilia dal lato corto opposto rispetto a quello in cui si

trova il tempio di Minerva.

Quindi si adottava una soluzione simile a quella degli altri fori con dei muri talmente alti che

impedivano di vedere tutto quello che stava al di fuori, impedendo di avere il fastidio soprattutto

della soluzione anomala dell’esedra e ritagliando sostanzialmente uno spazio di cielo che non aveva

altre interferenze dal punto di vista monumentale e rendendo in qualche modo il complesso

autonomo.

Una delle caratteristiche dei colonnati dei lati lunghi (in particolare del lato lungo verso il foro della

pace che è quello che conosciamo e che quindi viene considerato come simmetrico rispetto all'altro

lato) è che gli intercolumni non sono tutti uguali ma sono apparentemente irregolari (questo è stato

verificato sulla parte conservata); questo fatto viene ripreso poi anche negli intercolumni del tempio

che non sono tutti uguali.

Questa probabilmente è un ulteriore caratteristica dell'illusionismo architettonico flavio che utilizza

anche degli espedienti per animare l'architettura rompendo una rigida simmetria, a favore di

un'articolazione più mossa che in qualche modo sollecita l'occhio dello spettatore ad approfondire

l'osservazione perché c'è qualcosa che non torna e allora lo spettatore deve chiedersi come mai c'è

questa differenza.

Questa differenza in realtà probabilmente è determinata dal fatto che lungo questo muro, quello di

confine con il foro della pace, c'erano le porte di accesso al foro della pace che non potevano essere

chiuse per ottenere una regolare scansione del finto portico, quindi la distanza delle colonne deve

essere frutto di un adattamento degli spazi disponibili tra un'apertura e l'altra, cioè probabilmente

c'erano una serie di porte in certi casi talmente ravvicinate che non corrispondevano neppure alla

larghezza di una porta e quindi si determinava questa scansione di spazi più o meno larghi per poter

posizionare le colonne del finto portico e quindi non chiudere gli accessi verso il foro della pace.

Sta di fatto che questa, che probabilmente è una necessità pratica, viene utilizzata come motivo

costruttivo al punto tale che viene adottata anche per il tempio di Minerva, per cui l’intercolumnio

centrale è più largo e questo non fa problema perché anche altri templi romani avevano

l’intercolumnio centrale più largo (soprattutto per permettere di vedere la statua di culto all'interno),

70

però oltre a questo, vi è una larghezza differente dei due intercolumni estremi, di media larghezza, e

intermedi, molto ravvicinati.

Quindi vi è una serie di aggiustamenti che in questo caso non sono tanto spiegabili che forse in

qualche modo rispondono a un andamento apparentemente irregolare del colonnato dei lati lunghi;

tutto questo in una dizione architettonica, come quella flavia, che è caratterizzata da questi continui

giochi tra le zone in ombra e regioni luce e dall’illusionismo.

Oggi del tempio rimangono alcuni blocchi di tufo che appartengono al nucleo del podio e le

fondazioni in cementizio su cui appoggia la parte interna del muro; di tutto quello che si poteva

vedere in antico del tempio non rimane neanche un frammento, però, sulla base dei disegni

rinascimentali e sulla base delle impronte della posizione delle colonne, è stato possibile ricostruire

un edificio di questo tipo, cioè un tempio esastilo, in ordine gigantesco, riportato su un alto podio

raggiungibile da una ampia scalinata, con un frontone che ha un angolo di 45°, cioè è un frontone

molto alto (questo è il limite massimo che conosciamo dell'angolo di un frontone di un tempio

romano), con una soluzione non particolarmente aggraziata perché normalmente si tende ad avere

un triangolo molto più schiacciato al centro, però evidentemente corrispondeva alle esigenze

architettoniche che noi purtroppo non possiamo più percepire perché non sappiamo nulla di come

fosse decorato il frontone del tempio.

Tutta la parte principale della parte superiore del sistema architettonico era dominata da questa

enorme iscrizione che occupava non solo lo spazio del fregio, ma anche l'architrave che viene

soppressa nella sua articolazione in cornici, per fare posto all'iscrizione disposta su due righe che è

in parte conservata nel disegno; il testo completo dell'iscrizione è noto da trascrizioni medievali.

L’interno dell'edificio era articolato con una soluzione di un doppio colonnato molto ravvicinato

alle pareti, con colonne in pavonazzetto, e in un’abside rettangolare, così come è stato determinato

dagli scavi. Questa è una questione non proprio chiara perché la pianta del tempio noi l'abbiamo in

parte anche conservata in un frammento della forma urbis marmorea: qui vediamo che l’abside di

fondo è circolare, ma questo non corrisponde al ritrovamento archeologico, quindi è molto

probabile che il lapicida che ha realizzato questa parte della pianta relativa al foro transitorio abbia

sbagliato, cioè abbia usato un segno convenzionale senza verificare in maniera diretta la forma del

muro di fondo della cella del tempio, perché in questo caso il dato archeologico prevale. 71

Questo, tra l'altro, non è l'unico errore relativo al foro transitorio, quindi può essere che la parte

della pianta del foro transitorio fosse stata realizzata in maniera non accuratissima e non esente da

qualche errore (nella cella da una parte ci sono 6 colonne, dall’altra solo 4).

Della statua di culto non sappiamo assolutamente nulla perché resistere immagini, neanche

monetali, che permettono di determinare quale fosse l'immagine di Minerva all'interno del tempio.

Il tempio di Minerva, conservato in condizioni eccellenti fino alla metà del 500, in realtà oggi è

ridotto solo al nucleo centrale interno del podio che corrisponde all’area della cella e a una parte del

podio, perché la porzione anteriore è ancora sotto la strada

Dobbiamo quindi vedere l’organizzazione del lato orientale del foro, che è il lato principale in

quanto il insieme costituito dalla porticus absidata, dalla sala di ingresso al foro e al tempio e dalla

facciata interna del lato orientale del foro, costituisce un nodo architettonico molto complesso che

cerca di sopperire da una parte alla mancanza di spazio, dovuta alle preesistenze, dall'altra alle

soluzioni architettoniche che diano un aspetto omogeneo per lo spettatore che entrava nel foro

dall'esterno, dalla subura e osservava il lato interno del foro dalla piazza.

Naturalmente quello che salta subito agli occhi è la mancanza di simmetria in questa serie di

soluzioni che devono sopperire a delle forme irregolari, che in qualche modo vanno a regolarizzate

alla vista, con delle soluzioni nuove, per le quali non si hanno dei confronti.

Le soluzioni riguardano la facciata esterna del foro, l'accesso monumentale del foro­ si tratta di un

accesso curioso perché in realtà si entra da dietro, considerando tra l'altro che sull'altro lato, verso il

foro romano, non c'era spazio per un ingresso monumentale, perché lo spazio era altrettanto

angusto, in quanto il passaggio era a sua volta schiacciato tra il foro di Cesare e la curia e l'angolo

della basilica Aemilia­ il passaggio vero e proprio dell'ingresso alla piazza, che viene in qualche

modo mediato da questa sala dalla forma vagamente trapezoidale; il terzo problema era costituito

dalla facciata di fondo che comprendeva il tempio incassato in questa struttura e le due porzioni di

muro di fondo ai lati del tempio 72


PAGINE

108

PESO

14.76 MB

PUBBLICATO

9 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in archeologia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia e storia dell'arte romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Slavazzi Fabrizio.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Archeologia e storia dell'arte romana

Riassunto esame archeologia e storia dell'arte romana, prof. Slavazzi, libro consigliato Arte romana, Zancher
Appunto
Riassunto esame archeologia e arte romana, prof Slavazzi, libro consigliato Problemi di definizione di arte romana, Settis
Appunto
Problemi di definizione di arte romana, magistrale
Appunto
Roma di Augusto magistrale
Appunto