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inizio alla sua fine. La Russia ha vissuto la stagione delle

avanguardie nei primi decenni del Novecento, sorte in seguito alla

diffusione e alla rielaborazione della poetica del futurismo. Dal

punto di vista stilistico si può notare come le due tecniche

maggiormente usate dai fotografi del costruttivismo siano state il

fotomontaggio e la ripresa non frontale. El Lissickij e Aleksandr

Rodcenko furono i maggiori rappresentati di questa stagione. Metà

degli anni Venti poeta André Breton redigeva il manifesto del

surrealismo, nel quale si esaltavano come motori della creazione

artistica l’inconscio e la casualità. Numerosi gli artisti che dal

dadaismo confluiranno del surrealismo, come Man Ray, Max Ernst,

Francis Picabia, e numerosi i fotografi che contribuiranno a questa

tendenza. Unico dato comune è costituito dalla trasformazione

finale dell’oggetto fotografato, che diventa un’apparizione

misteriosa e spesso inspiegabile.

Bauhaus celebre scuola d’arte fondata nel 1919 a Weimar, in

cui la fotografia ebbe un ruolo particolare, poiché vide la nascita di

autori significativi della fotografia tra le due guerre. La stagione

delle avanguardie storiche è stato un allenamento fondamentale per

la crescita di un’intera generazione di autori.

Nel dopoguerra, alcuni di loro creano a Parigi l’agenzia fotografica

Magnum, una cooperativa di giornalisti. Altrettanto importante però

è il nuovo atteggiamento del mondo culturale nei confronti della

fotografia. Nascono i primi musei interamente dedicati alle opere

fotografiche, compaiono i primi volumi riassuntivi di una storia

ormai centenaria, si aprono numerosi corsi di fotografia nelle

università e in altri istituti. Un altro dato significativo è relativo

all’introduzione di una nuova tecnica fotografica. Dal 1941 la

nascita della Kodacolor, darà il via all’utilizzo della fotografia a

colori. Qualche anno dopo la Kodak produrrà la pellicola

Ektacrome, grazie alla quale il fotografo può sviluppare da solo i

negativi a colori, si assisterà a una nuova rivoluzione nell’ambito

dell’utilizzo quotidiano della fotografia. Nei primi anni di

diffusione della fotografia a colori, ci furono molte resistenze da

parte di quegli autori che consideravano la fotografia una forma

d’arte. Solo nel corso degli ultimi decenni si è superato questo

pregiudizio, e si è compreso che la natura dell’immagine

fotografica dipende dalle intenzione e dalle scelte di ogni singolo

fotografo. Intorno alla metà degli anni Cinquanta, la fotografia

vive una stagione di rinnovato fermento creativo e alcuni fotografi

vengono spinti a riflettere sul significato stesso dei termini

fotografia e realtà. Nessuno dei due può ormai avere un senso

univoco, nessuno dei due può piegarsi ad una sola definizione

(“questa è una realtà tra le tante possibili e questa fotografia è una

delle interpretazioni che se ne possono dare”). Lo stesso periodo è

segnato da un altro evento fondamentale: la pubblicazione a Parigi

del libro del giovane fotografo Robert Frank, dal titolo “Gli

americani”. Si tratta di un volume rivoluzionario, che modifica

radicalmente il concetto della fotografia documentaria. Frank

coglie momenti all’apparenza insignificanti della vita quotidiana, e

usa una tecnica volutamente molto semplice. La fotografia quindi

rivela come l’esistenza stessa si compone di infiniti momenti privi

di senso, che hanno significato in quanto esperienza del vivere.

Durante i primi anni Sessanta, il fenomeno culturale più

significativo è rappresentato dalla Pop Art. Nata alla fine del

decennio precedente in Inghilterra, si caratterizza per l’uso di

immagini e di modi espressivi tipici della cultura popolare, come i

fumetti, la pubblicità e le grandi star del cinema. L’affermarsi di

questa tendenza coinvolge direttamente anche la fotografia, poiché

spesso questi autori per realizzare le loro opere si servono di

fotografie originali, o di fotografie tratte dai giornali. Tra gli anni

Sessanta e Settanta, diventa importante l’idea di sequenze o di

composizione di diverse fotografie. Molti autori si rendono conto

che l’opera fotografica non si esaurisce in un’unica immagine, ma

che può avere invece uno sviluppo narrativo. Un artista molto

importante in questo senso è Duane Michals. In questi anni sono

attivi autori che proseguono il linguaggio ereditato dalla tradizione,

aggiungendovi una nuova sensibilità. Franco Fontana ad esempio

fu tra i primi a concepire il colore come autentico tramite per

interpretare la realtà contemporanea, altri come Annie Leibovitz si

inseriscono nel grande filone della natura morta, del ritratto, della

fotografia di moda. Altri ancora raccolgono l’eredità dei grandi

fotoreporter del passato, testimoni non più degli eventi, ma dei

drammi e delle vicende quotidiane di luoghi e popolazioni ai

margini della società. Non è da dimenticare inoltre l’opera dei

cosiddetti “nuovi topografi”, che propongono una visione analitica

del paesaggio, letto in tutti i suoi aspetti. Gli elementi che per

primi emergono da un’analisi di questi anni sono senza dubbio

due: da un alto l’ulteriore successo della fotografia, dall’altro il

progresso della tecnica che incide profondamente sul linguaggio

fotografico. Per quello che riguarda il primo aspetto, i motivi che

permettono questa affermazione sono di natura sia economica che

culturale. Attorno alla fotografia infatti si è ormai costruito un

solido contesto economico, in cui le opere fotografiche vengono

valutate a cifre paragonabili a quelle della grandi opere della

pittura. Questo nuovo interesse ha favorito la nascita di musei

specializzati o la costituzione di specifici dipartimenti fotografici

all’interno dei musei di arte contemporanea. I nuovi procedimenti

di stampa, le tecniche legate al computer, hanno contribuito a

modificare la figura stessa del fotografo e la sua collocazione

all’interno del panorama artistico. Accanto a questo lo sviluppo di

queste nuove strumentazioni tecnologiche permettono di

manipolare all’infinito l’immagine, con la sostanziale perdita di

significato del concetto di negativo originale.

Gli ultimi due decenni sono stati caratterizzati dalla presenza di

diverse tendenze, si è quindi assistito e si sta ancora assistendo ad

una rielaborazione dei diversi linguaggi emersi nel corso del

secolo. A questo vanno aggiunti il rifiuto delle antiche divisioni tra

fotografia artistica, documentaria o professionale, finalmente

considerate come parti inseparabili di un unico operare, e

l’accentuazione dell’aspetto spettacolare della fotografia. In

quest’ultimo caso spicca una fotografia di carattere più visionario,

che evidenzia la natura ambigua dell’immagine riprodotta e che ha

fatto del travestimento e della perdita di identità, il suo nucleo di

ricerca (Cindy Sherman). All’interno di un linguaggio visionario

privo di tensioni affettive, si possono inserire anche gli esponenti

della fotografia costruita, che costruiscono appunto scene

immaginarie attraverso l’utilizzo di tecniche di manipolazione sia

tradizionali che recentissime. Tra gli autori che invece continuano a

privilegiare una fotografia legata al dato di realtà, ci sono Bernd e

Hilla Becher, che alla capacità di guardare senza filtri la realtà

hanno aggiunto l’utilizzo delle fotografie a color e di grande

formato. La fotografia continua ad essere uno dei mezzi privilegiati

per confrontarsi con il mondo nel quale viviamo, per riflettere su di

esso e imparare a guardarlo da angolazioni sempre diverse. Nel

dopoguerra sorgono due distinti schieramenti: uno appoggiato

ufficialmente dal Partito comunista, vede nel realismo l’unico

modello artistico praticabile; l’altro invece vede come inseparabili

il rinnovamento della società e quello del linguaggio artistico e

rifiuta qualsiasi imposizione politica nell’ambito della creazione.

Per inquadrare complessivamente il panorama di questi anni, è

necessario anche ricordare che alcuni dei protagonisti della

fotografia italiana del dopoguerra erano già attivi negli anni

precedenti come quella di Vincenzo Carrese, il titolare

dell’Agenzia Publifoto. Con questa agenzia, anche in Italia si

afferma definitivamente il giornalismo fotografico, che avrà i suoi

momenti di punta nel corso degli anni Cinquanta, con settimanali

come Epoca e Il Mondo.

La fioritura del fotogiornalismo privo di ogni pretesa artistica,

raggiungerà il suo culmine in un fenomeno che in tutto il mondo

sarà conosciuto con un termine italiano, quello dei paparazzi: nati

nella seconda metà degli anni Cinquanta, quando Roma divenne

una delle capitali mondiali della mondanità legata al cinema.

Il fotoreportage raggiunse i suoi esiti più alti nel corso degli anni

Cinquanta e Sessanta, con i servizi dall’Ungheria invasa dalle

truppe sovietiche nel 1956, dalle fabbriche italiane, dall’Africa, dai

ritratti delle città, che rimangono ancora oggi esemplari di un modo

di intendere la fotografia come testimonianza del presente.

A fianco di queste esperienze correva un filone parallelo, quello

della fotografia di ricerca, attenta più ai valori formali che a quelli

esplicitamente documentari. Esemplare è a questo proposito

l’affermazione poetica di Giuseppe Cavalli (gruppo fotografi La

Bussola) che si concludeva dicendo “in arte il soggetto non ha

nessuna importanza”. Gli autori che si ispiravano a questa

affermazione non rinunciarono mai al soggetto e alla sua

riconoscibilità, ma lo usarono come un pretesto per dare vita a

composizione di grande suggestione formale.

La figura che in questo senso avrà maggiore successo, sarà quella

di Mario Giacomelli, che ha incentrato gran parte della sua ricerca

sugli aspetti umani e paesaggistici della propria terra natale. Le sue

immagini trasformano luoghi e persone in apparizioni astratte, con

una perfetta padronanza della tecnica del bianco e nero. La figura

più significativa del passaggio agli anni Sessanta è senza dubbio

quella di Ugo Mulas, che in questi primi anni inizia un

approfondito lavoro a fianco dei maggiori artisti del tempo. Nelle

sequenze realizzate viene colto nel momento dell’azione.

Esemplare è la sequenza che vede l’artista Lucio Fontana nell’atto

di realizzare uno dei tagli che lo hanno reso celebre. Dopo questa

esperienza Mulas si rivolge ad un ambito più sperimentale,

realizzando la serie delle Verifiche. Si tratta di una riflessione della

fotografia su se stessa, sui propri strumenti e sulla propria natura.

Egli riuscì a dimostrare che la divisione tra fotografia documentaria

e sperimentale poteva essere abbattuto, che non c’era nessuna

ragione per schierarsi da una parte o dall’altra.

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, si ha la

prima autentica affermazione della fotografia all’interno del mondo

artistico italiano. Gli elementi che invece appaiono ancora deboli,

sono il mercato e gli studi intorno alla fotografia, alla sua storia e

alla sua attualità. Questi ritardi pesano ancora oggi sul mondo della

fotografia e sulla sua capacità di imporsi fuori dai confini nazionali.

Tra le tante opere realizzate nel corso degli anni Settanta, alcune

appartengono ad autori i cui modi espressivi sono tipici dell’area

concettuale: il frequente ricordo alla sequenza di immagini, fino a

creare in alcuni casi, un vero e proprio racconto accompagnato

talvolta da testi scritti. Altri fotografi sono impegnati in una

rielaborazione in chiave contemporanea della fotografia

documentaria. Il soggetto centrale delle ricerche di fotografi come

Luigi Ghirri e Gabriele Basilico, è il paesaggio e la sua lettura

fotografica sempre in bilico tra espressione delle proprie emozioni

e analisi antropologica. Il paesaggio urbano e naturale, quindi le

devastazioni di una scellerata politica urbanistica, è presente nelle

fotografie di questi autori, il cui punto d’incontro è stato una

straordinaria campagna fotografica nel 1979, dal titolo Viaggio in

Italia. L’ultimo ventennio della fotografia italiana si rivela piuttosto

semplice e lineare, con le lezioni dei maestri che vengono

assimiliate dalle generazioni nuove in un tentativo di sintesi delle

diverse poetiche. Dall’area concettuale si coglie l’aspetto legato

alla riflessione sulla natura del mezzo, mentre viene rifiutata

l’approssimazione tecnica. Delle poetiche del nuovo paesaggio si

privilegia l’aspetto relativo alla riflessione sui luoghi, sulla loro

identità o sulla definitiva perdita di essa. Inoltre il fenomeno della

fotografia legata al mondo della moda, quella fotografia

professionale guardata con sospetto, viene rivalutata da una

personalità come quella di Oliviero Toscani, che ne ha radicalmente

innovato il linguaggio e ha fatto sì che anche questo ambito fosse

sottoposto a una significativa revisione.

La camera oscura: L’origine della macchina fotografica si trova

nella camera oscura, strumento che nel corso dei secoli è servito ai

pittori per riprodurre la realtà con la maggiore fedeltà possibile. Il

suo funzionamento segue una legge ottica: è sufficiente fare

penetrare la luce esterna in una stanza (o in una scatola)

completamente buia, e l’immagine proveniente dall’esterno si

proietta, rovesciata, sulla parete di fondo. Questo è l’elementare

principio della fotografia, alla quale mancava però l’invenzione di

un dato essenziale: la pellicola, cioè la superficie in grado di

trattenere l’immagine.

Com’è fatta Un macchina fotografica è costituita almeno di

questi elementi: il corpo della macchina, l’obiettivo, l’otturatore, il

mirino, il piano focale e la pellicola. Nel corso del tempo gli

sviluppi della ricerca hanno fatto sì che altri elementi entrassero a

far parte di questo corredo, rendendo sempre più variati i tipi e gli

utilizzi delle fotocamere. L’obiettivo, il diaframma e

l’otturatore: L’obiettivo è stato uno dei primi grandi problemi da

risolvere per i costruttori e gli utilizzatori dell’apparecchio

fotografico. L’obiettivo più rudimentale è una lente convessa che

ha il compito di far convergere i raggi luminosi sulla pellicola, in

un punto preciso che si chiama fuoco, in modo tale che su di essa si

formi un’immagine rovesciata e nitida. Questa lente però da

problemi sia di ordine temporale (lunga esposizione) che

qualitativo. Per questo nel corso degli anni gli obiettivi si sono

perfezionati, sino ad arrivare a quelli attuali che combinano diversi

tipi di lenti convergenti e divergenti (le ultime sono in grado di

correggere gli errori delle prime). Sulla parte esterna dell’obiettivo

sono indicati la marca, la fabbrica, il numero di serie, la lunghezza

focale e l’apertura massima. La lunghezza focale indica in

millimetri la distanza tra l’obiettivo e il piano focale (il punto in

cui convergono i raggi luminosi, che coincide con il piano della

pellicola). Negli obiettivi standard questa distanza è fissa, quindi se

ci avviciniamo troppo al soggetto si sfoca. L’apertura massima si

riferisce invece al diaframma, che è un altro elemento basilare la

cui funzione è quella di regolare la quantità di luce che si vuol fare

arrivare sulla pellicola. Queste aperture sono dati in valori uguali in

tutto il mondo, che seguono la lettera “f”, in genere si va da f/1.0 a

f/64. Ad un’apertura minima, corrisponde la cifra più alta. Il

diaframma però non lavora da solo, una funzione analoga infatti è

svolta anche dall’otturatore. Esso ha però la funzione di dosare nel

tempo la luce che entra nella macchina, ovvero il tempo di

esposizione.

La messa a fuoco: Tornando alle indicazioni che si trovano

sull’obiettivo, ci si trova davanti un’altra serie di numeri che

compaiono sulla montatura: questi riguardano la scala delle

distanze in piedi e in metri, la scala delle profondità di campo e la

scala dei diaframmi. La prima è relativa alla messa a fuoco, quindi

indica la distanza a cui è messa a fuoco l’immagine; la seconda è

relativa a quella zona dell’immagine che risulterà nitida in rapporto

all’apertura del diaframma utilizzato. Il mirino: Per finire il mirino

è lo strumento che permette di vedere la scena che si sta

inquadrando. I tipi di mirino più diffusi sono due: il mirino ottico e

quello reflex. Il primo è costituito da un sistema di lenti che

permette di vedere e inquadrare l’immagine. Il problema di questo

tipo di mirino è relativo al cosiddetto errore di parallasse, poiché è

chiaro che il mirino non è nella stessa posizione dell’obbiettivo che

riceve l’immagine, quindi la visione del soggetto è leggermente

diversa da quella che si imprimerà nella pellicola. Per ovviare a

questo inconveniente è nato il mirino reflex, che permette di vedere

esattamente ciò che vede l’obbiettivo. Attraverso uno specchio

l’immagine viene raddrizzata e inviata a una lastra di vetro

smerigliato e un prisma di vetro la corregge lateralmente e la fa

giungere all’occhio. La pellicola: In bianco e nero: Una pellicola

in bianco e nero è una sottile striscia composta da diversi strati di

materiale che hanno il compito di trattenere la luce e trasformarla

in immagine: strato di gelatina (protezione); strato di cristalli

sensibili alla luce (emulsione); strato adesivo; strato di una materia

plastica (triacetato); strato di gelatina (anti-alone). Una delle

caratteristiche importanti della pellicola è la sua sensibilità alla

luce, che varia a seconda delle emulsioni utilizzate: il modo

internazionale di riconoscimento di questa sensibilità è dato dalla

scala ASA, che va dai 50 fino ai 1250 gradi. Più alto è questo

numero, maggiore è la possibilità di ottenere una buona immagine

anche con poca luce. Altrettanto importante è il formato della

pellicola, da questo dipende infatti la scelta della messa a fuoco. Il

formato varia dai 35mm, che sono quelle più comunemente usate,

ale pellicole 6x7cm, che hanno un utilizzo professionale. A colori:

La pellicola a colori è costituita da tre emulsioni sovrapposte,

sensibili al blu, al verde e al rosso, mentre gli altri colori vengono

resi dall’azione combinata di due di queste emulsioni. Esistono

pellicole a colori per luce naturale e artificiale, poiché ogni

pellicola va tarata a seconda del tipo di luce che la colpisce.

L’evoluzione delle tecniche Per giungere ai risultati appena

visti, sono stati necessari anni di sperimentazioni e ricerche che

hanno coinvolto non solo fotografi, ma anche chimici, ottici e

fisici.

La carte-de-visite: Il primo grande impulso alla diffusione della

fotografia avvenne quando Eugene Disderi trovò il sistema per

realizzare contemporaneamente diversi ritratti. L’apparecchio che

aveva inventato consisteva in una macchina composta da più

obiettivi, e utilizzata una lastra unica di 16x21cm. In questo modo

invece di avere un’unica immagine, se ne potevano avere tante

quanti erano gli obiettivi. Queste immagini presero il nome di

cartes-da-visites e possono essere considerate le antenate delle

attuali fototessere.

La stereoscopia: Un’altra grande moda nata negli anni Cinquanta

dell’Ottocento fu quella della fotografia stereoscopica. Con questo

tipo di apparecchio si potevano realizzare due immagini pressoché

identiche dello stesso soggetto, che una volta montate su di un

cartoncino l’una di fianco all’altra e poi viste attraverso lo

stereoscopio, davano uno straordinario senso di tridimensionalità.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giulietta01 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di Storia della Fotografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Pradi Alberto.

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