Economia e finanza islamica
La finanza islamica è un sistema economico che si basa sui principi della legge islamica, la Shari’a. Come la finanza convenzionale, la finanza islamica coinvolge banche, mercati del credito e del debito, degli investimenti, della gestione di fondi, investimenti in società e assicurazioni.
La diffusione della finanza islamica
La moderna finanza islamica ha iniziato ad emergere solo negli anni ’70, ma occupa ormai un ruolo sempre più importante sulla scena internazionale. Non solo si estende nei confini geografici del mondo musulmano, ma inizia ad invadere anche la finanza occidentale, che sembra avere difficoltà a uscire dall’ultima crisi. Gli studi in materia sono molti e sulle grandi piazze europee, Londra per prima, la finanza islamica è oramai arrivata da diverso tempo. Seppur in termini relativi rappresenti una piccola percentuale della finanza mondiale, in molti paesi le istituzioni islamiche hanno assunto un peso significativo (9% nei paesi del Golfo, 7% in Malaysia, 6% in Bangladesh) e vi sono inoltre paesi in cui il sistema finanziario è stato interamente islamizzato (Iran, Sudan, Pakistan).
L’industria dei servizi finanziari islamici è presente in 65 paesi sia a maggioranza musulmana che non. In tutto le istituzioni finanziarie totalmente islamiche o dotate di uno sportello islamico sono oltre 600, mentre sono circa 500 i fondi di investimento che seguono i principi della Shari’a e le assicurazioni islamiche sono circa un’ottantina.
Secondo l’ultimo rapporto dell’International Islamic Financial Market il giro d’affari sviluppato dai sukuk, i certificati d’investimento conformi alla Shari’a, ha raggiunto nel 2013 un volume di affari di oltre 138 miliardi di dollari. I sukuk in circolazione nel 2001 ammontavano solo a 1,17 miliardi di dollari.
Nel 2013 erano 38 milioni i clienti di banche islamiche in giro per il mondo, mentre si stima che nel 2018 potranno raggiungere i 70 milioni. Dal 2008 al 2012 il numero totale di asset delle banche islamiche è salito del 16%, raggiungendo quasi i 1600 miliardi di dollari. Le nazioni più coinvolte e con maggior numero di asset sono: l’Arabia Saudita, il Qatar, la Malaysia, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain.
Crescita degli asset bancari islamici vs. asset tradizionali
Il numero di istituzioni nel mondo che offrono corsi di finanza islamica sono aumentate negli ultimi anni, e ben 115 istituti offrono una laurea specializzata in finanza islamica. Il numero di conferenze, di articoli e ricerche sull’argomento dimostra come anche il mondo occidentale è sempre più interessato a questo tipo di finanza “alternativa”. In Italia la finanza islamica inizia a destare interesse: nonostante non esista ancora un quadro legislativo che abbia affrontato in modo completo tale problematica i fondi di investimento compatibili con i dettami della Shari’a hanno già iniziato a circolare.
Le fonti e i principi etico-religiosi che influenzano l'economia e la finanza islamica
Le fonti
I precetti della Shari’a non hanno una valenza limitata alla sola sfera intima del rapporto uomo-Dio ma costituiscono anche principi di condotta validi in ogni settore della vita pubblica e pratica della comunità dei credenti. La giurisprudenza commerciale islamica, o fiqh al-mu’amalat, ha raccolto negli anni tutte le regole per le transazioni finanziarie e per tutte le attività economiche concordi alla Shari’a, determinando cosa è richiesto, proibito, incoraggiato o permissibile nella sfera economica, e nel contempo cercando di raggiungere risultati politici come una piena occupazione, stabilità e crescita economica, sviluppo della produttività e equità sociale.
Il Corano è il libro sacro dell’Islam e racchiude tutti i fondamenti del credo e del culto musulmani rivelati direttamente da Allah al profeta Maometto. Tradizionalmente si individuano due periodi distinti nel Corano ed è nel secondo periodo che troviamo le sure (capitoli) più normative e di diritto penale e civile. Nelle sure del secondo periodo, le sure medinesi, troviamo anche i maggiori riferimenti ai principi fondamentali dell’economia islamica: nella seconda sura vi sono versetti dedicati al pagamento della zakàh, l’elemosina, riferimenti all’usura, al trattamento dei debiti; nella terza sura troviamo l’espresso divieto del prestito a interesse, che porta a un ingiustificato arricchimento (ribà’).
Negli stessi cinque pilastri dell’Islam vi è un’indicazione a carattere economico, il versamento della zakàh, che è stata per molti anni l’unica imposta dovuta dai musulmani all’interno dei paesi islamici. Tuttavia le disposizioni contenute nel Corano non sono espresse in modo organico ed è necessario un rimando ad altre fonti come la sunna, il consenso dei dotti o il ragionamento giuridico per analogia. La sunna rappresenta l’insieme delle consuetudini, dei detti e dei fatti del Profeta che costituiscono l’esempio per la condotta di vita di ogni musulmano. Nella raccolta di al-Buhàri vengono trattate la compravendita, la vendita con anticipo di denaro, la fideiussione, le donazioni, il testamento, la proibizione del ribà’.
Secondo il Corano, Allah ha creato ogni cosa nella giusta quantità per soddisfare i bisogni umani, per questo motivo per l’Islam l’equa distribuzione della ricchezza è molto importante. Se le risorse scarseggiano è a causa dell’avarizia e del desiderio di accumulazione umani. L’uguaglianza tra gli uomini è principale nell’Islam e ha una ripercussione nell’economia: il monopolio è vietato, mentre la libera concorrenza, finché rispetta le regole della Shari’a, permessa. Vengono quindi incoraggiati i credenti al lavoro, al guadagno economico e all’investimento, mentre barare, mentire e guadagnare comportandosi in modo disonesto sono comportamenti severamente vietati.
La proibizione dell’interesse
Se da un lato l’Islam riconosce la libertà nell’attività negoziale e imprenditoriale e la possibilità di contrarre accordi tra le parti, esistono alcune attività severamente vietate (haràm). Tra i principali divieti vi sono quelli dell’usura e dell’interesse, per mantenere condizioni di equità e giustizia prevenendo ogni forma di sfruttamento. Ribà’ significa letteralmente “incremento”, “crescita”, “eccesso”. Storicamente tutte le religioni monoteiste hanno vietato l’interesse, e anche nell’Islam le scuole giuridiche hanno dibattuto a lungo con diverse interpretazioni e verdetti.
Ogni forma di ritorno positivo stabilito in anticipo, sia fisso o variabile, è stata comunque vietata. Nel 1980 il Council of Islamic Ideology in Pakistan ha eliminato ogni forma di interesse dall’economia del paese. Secondo l’Islam la moneta non ha funzione di riserva di valore, ma deve essere utilizzata solo per generare ricchezza impiegandola in un processo produttivo o una transazione. Ogni prestito deve essere assistito da garanzie per cui il creditore è tutelato, e l’interesse non può essere la remunerazione del suo rischio.
“O voi che credete, non cibatevi dell’usura che aumenta di doppio in doppio.” (Corano III: 130)
La proibizione del ribà’ ha effetti notevoli sia per l’economia che per il sistema finanziario e bancario islamico, esse infatti dovranno avere un funzionamento diverso e diverse strutture contrattuali sia per i depositi che per i prestiti.
Non può esserci guadagno senza rischio
Un imprenditore che desidera avviare un nuovo business rischia il proprio capitale e il lavoro e può conseguire una perdita o un guadagno, talvolta dovuti a eventi non direttamente controllabili. Un finanziatore di credito, invece, riceverebbe una remunerazione positiva indipendentemente dall’andamento del business finanziato. Questa situazione può aggravare le condizioni del debitore, che in difficoltà si trova costretto a dover pagare comunque gli interessi. Tutto ciò contrasta con l’enfasi islamica sulla giustizia socio-economica: il creditore che non vuole assumersi rischi ha diritto solo alla restituzione del capitale e nulla più.
Impedire l’uso dell’interesse ha comportato la necessità per gli economisti e giuristi islamici di definire un approccio alternativo che garantisse un più equo rapporto rischio-rendimento. Il principio di partecipazione ai profitti e alle perdite è un elemento che caratterizza la finanza islamica ed è alla base di strutture contrattuali (mudàraba e mushàràka) utilizzate in diversi strumenti finanziari e assetti di corporate governance (schemi di partnership). Attraverso queste forme chi apporta il capitale avrà un ritorno che sarà commisurato all’effettiva bontà dell’investimento e non a un ammontare prefissato. Una banca islamica farà quindi molta più attenzione alla profittabilità di un investimento che alle garanzie fornite dal debitore.
Questi sistemi dovrebbero garantire una maggiore equità ed efficienza economico-sociale, ma vanno inevitabilmente incontro a forti problemi di azzardo morale e di asimmetrie informative nel rapporto tra il management della banca e i depositari dei titoli dei conti di investimento.
Divieto dell’incertezza e della speculazione
Ogni contratto o transazione deve essere libero da forme di incertezza, sia in caso di informazione incompleta che all’incertezza intrinseca dell’oggetto del contratto. Il ghàrar (incertezza) è vietato se rilevante. Il maysìr, la speculazione, indica il tentativo di scommettere sul risultato futuro di un evento. Il ruolo del ghàrar e del maysìr hanno un ruolo importante nella definizione dell’assicurazione islamica (takàful) e del divieto di alcuni strumenti finanziari, come i derivati (swaps, futures..). Questo perché sia nelle assicurazioni che nei derivati il prezzo assicurativo o dello strumento sono certi, mentre il pagamento dell’assicurazione o il profitto dall’esercizio dell’opzione è incerta.
Il pagamento della zakàh
Uno dei cinque pilastri dell’Islam prevede il pagamento della zakàh, un pagamento dovuto al surplus di ricchezza e di utili prodotti da un credente nell’anno islamico. Generalmente è il 2,5% della ricchezza guadagnata. È un dovere morale pagare la zakàh, la ragione di tale pagamento è da ricercarsi negli obiettivi di equità e giustizia economico-sociale che sono alla base del modello islamico. Il suo pagamento persegue obiettivi sociali di lotta alla povertà e per evitare che la ricchezza si concentri nelle mani di pochi. Grazie alla zakàh molti paesi islamici possono perseguire obiettivi di welfare state.
Non sempre vi è accordo tra i paesi islamici su come raccogliere la zakàh, tuttavia vi è consenso sul fatto che la base imponibile debba comprendere anche le ricchezze finanziarie, sia monetarie che azionarie, e gli utili di impresa.
La funzione di utilità include l’aldilà
La teoria economica classica ha messo alla base del comportamento dei consumatori una funzione di utilità, che dipende dai flussi di consumo che gli individui sperano di poter godere nell’arco della loro vita. Si ipotizza anche che il consumatore preferisca consumare oggi piuttosto che in futuro. Sarà infatti disposto a risparmiare solo se tale risparmio verrà remunerato adeguatamente, in modo che il suo reddito futuro sia superiore a quello attuale.
L’economia islamica mette in discussione questa impostazione sotto diversi punti di vista: un buon musulmano non deve occuparsi solo del suo benessere ma anche di quello dei suoi fratelli, della sua esistenza nell’aldilà e i suoi risparmi non devono essere solo motivati da aspettative di ritorni futuri ma da altre ragioni, come assicurarsi una vecchiaia tranquilla. La felicità e l’utilità di un buon musulmano sono legate a quelle degli altri e deve massimizzare il suo benessere non solo su questa terra, ma anche nell’aldilà, comportandosi secondo le regole della Shari’a.
L’impresa non deve massimizzare solo i profitti
La massimizzazione del profitto è lo scopo principale della teoria neoclassica per quanto riguarda le imprese, definendo così come dovrebbero avvenire gli investimenti, la gestione dei fattori produttivi, la qualità, quantità e prezzo di vendita dei prodotti finiti ecc. Quasi la totalità dei modelli manageriali mostrano che gli amministratori gestiscono le imprese seguendo questo obiettivo. L’etica islamica accetta il profitto e la ricchezza e li considera un segno di benevolenza del Signore, tuttavia...