Introduzione
La galassia della parola
In una cultura che non conosce la scrittura alfabetica, il pensiero analitico non può essere comunicato, e neppure pensato: le culture ad oralità primaria non hanno filosofia (termine coniato da Ong). Il caso di Platone nel suo Fedro è un esempio di come i mezzi di trasmissione della conoscenza operino in modo subdolo sulle strutture mentali; egli non può rendersi conto dell’influenza esercitata dalla scrittura sul suo pensiero, ma trasferisce comunque questa influenza sui lettori, nonostante i suoi enunciati di condanna.
Le trasformazioni della parola dallo stadio orale a quello scritto, alla stampa e all’elettronica, hanno comportato e continuano a comportare mutamenti nei modi del pensiero e della percezione, mutamenti che si trasmettono attraverso un’organizzazione mentale e del discorso indipendente dai contenuti espliciti e dunque dalla consapevolezza degli individui su cui si imprimono.
Il suono, che l’orecchio registra, è evanescente, è flusso irreversibile, tempo. Per conservarlo, non lo si può “fermare” come un fotogramma di un film. Se lo si interrompe, non rimane altro che silenzio.
La vista invece percepisce il movimento, ma anche l’immobilità; il suo rapporto privilegiato è con lo spazio. Una cultura ad oralità primaria trasmette la conoscenza attraverso la parola parlata, che è suono; le culture letterate lo fanno principalmente attraverso la parola scritta o stampata, che è racchiusa in uno spazio e percepita dalla vista.
La prima non ha documenti, ma una memoria ed espedienti per ricordare e far ricordare: una certa organizzazione del discorso (formule, proverbi, andamento ritmico ecc.), un tipo particolare di discorso (narrativo), una determinata schematizzazione caratteriale (personaggi ‘forti’, tipi). Queste formano le cosiddette mnemotecniche. La società orale è partecipatoria e magica, ha difficoltà a separare l’oggetto dal soggetto della percezione; la scrittura realizza questo distanziamento, anche dove l’oggetto della percezione è il sé, la propria psiche, e si sviluppa una nuova precisione verbale togliendo la parola dal ricco e caotico contesto dell’esistenza per porla in uno spazio neutro: la pagina scritta.
Quel che si è detto finora lascia intuire quanto sia infido il terreno praticato da Ong, e come lo sia per due opposte ragioni. Perché minato dai nostri stessi pregiudizi ‘tipografici’, dal nostro essere ancora immersi nella cultura della stampa, che ha potenziato in noi la vista a discapito degli altri sensi e ci fa percepire come naturali forme di pensiero e modi della comunicazione che sono in realtà prodotto storico. Occorre evitare di lasciarsi guidare dai pregiudizi tipografici e vedere invece i processi dall'esterno, nella loro genesi storica.
Ciò comincia a essere possibile, poiché la cultura della stampa sfuma ora nell’era elettronica, segnata da un’oralità di ritorno. Un’oralità per molti ragioni diversa da quella primaria, ma che comunque riporta gli uomini nel mondo del suono, della simultaneità temporale, dell’estroversione. Ong conosce i pericoli e si muove dunque con estrema cautela in un ambito che è anche quello praticato da Marshall McLuhan ma, egli stesso procede invece lentamente, per rigorose asserzioni causali e prove oltremodo documentate, muovendo da precedenti ricerche sue e di altri, da Omero a Havelock su Platone a Goody, a Luria, a Peabody. Oralità e scrittura è un’importante opera di sintesi, che magistralmente delinea la storia delle varie tappe del cammino percorso dalla civiltà occidentale nel suo trascorrere dall’oralità alla completa interiorizzazione della scrittura.
Ong mostra quell’interesse per i mezzi della trasmissione della conoscenza e i loro effetti sulla percezione umana che costituirà poi l’elemento aggregante, la continuità, la rete sottesa a tutta la sua vasta produzione.
Oralità e scrittura
Walter J. Ong
Differenze di fondo sono state scoperte tra i modi della conoscenza e dell’espressione verbale nelle culture ad oralità primaria (culture senza scrittura) e quelli delle culture profondamente influenzate dall’uso della scrittura. Molti dei tratti per noi ovvi del pensiero e dell’espressione letteraria, filosofica e scientifica, nonché della comunicazione orale tra alfabetizzati, non sono dell’uomo in quanto tale, ma derivano dalle risorse che la tecnologia della scrittura mette a disposizione della coscienza umana.
Argomento di quest’opera è la differenza tra oralità e scrittura; prima di tutto del pensiero e della sua verbalizzazione in una cultura orale, e poi successivamente del pensiero e dell’espressione scritta in rapporto con la oralità. È utile accostarsi all’oralità e alla scrittura in modo sincronico, mettendo a confronto le culture orali e quelle chirografiche (basate sulla scrittura). Per capire i rapporti fra oralità e scrittura, non basta una veloce indagine di psicologia storica o un’immediata analisi fenomenologica; occorre riuscire a pensare con ampiezza, un pensiero colto e scrupoloso, occorre un’espressione accurata, poiché non si tratta solo di lavorare con una problematica profonda e complessa, ma anche di superare i nostri stessi pregiudizi. Concentrare l’attenzione sui rapporti tra oralità e scrittura.
Con la scrittura ebbe inizio l’alfabetizzazione, ma, a uno stadio successivo, questa implica la stampa. Il libro di Ong tratta dunque, non solo della scrittura, ma anche della stampa, e accenna fugacemente all’elaborazione elettronica della parola e del pensiero, come nella radio, nella televisione e via satellite. Solo ora, nell’era elettronica, ci rendiamo conto delle differenze esistenti fra oralità e scrittura. L’era elettronica è anche un’era di oralità di ritorno, quella del telefono, della radio, della televisione, la cui esistenza dipende dalla scrittura e dalla stampa.
L’oralità del linguaggio verbale
La mente alfabetizzata e il passato orale
Il mondo della cultura negli ultimi decenni ha cominciato a rendersi conto del carattere orale della lingua e di alcune implicazioni insite nella differenza tra oralità e scrittura. Saussure, padre della linguistica moderna, richiamò l’attenzione sulla priorità del discorso orale, che sorregge tutta la comunicazione verbale, a considerare la scrittura come la forma base del linguaggio. La scrittura, egli osserva, è caratterizzata al tempo stesso da “utilità difetti e pericoli”. Egli la riteneva una specie di complemento del discorso orale, e non pensava che potesse trasformare la verbalizzazione stessa. A partire da Saussure, la linguistica ha fatto grandi passi avanti nel campo della fonologia.
Henry Sweet aveva già affermato precedentemente che le parole non sono costituite da lettere, ma da unità funzionali di suono o fonemi. Ma la linguistica moderna si è fino a pochissimo tempo fa occupata solo incidentalmente delle differenze tra oralità primaria (culture che non conoscono la scrittura) e la scrittura stessa. Recentemente, la linguistica applicata e la sociolinguistica si sono sempre più occupate del confronto tra le dinamiche della verbalizzazione scritta. L’interesse più vivo nei confronti della differenza tra strutture mentali ed espressione verbale dell’oralità e della scrittura scaturì non dalla linguistica descrittiva o culturale, ma dal campo degli studi letterali, soprattutto dal lavoro di Milman Parry sui testi dell’Iliade e dell’Odissea, ampliato successivamente da Havelock e da altri.
Prima di esaminare le scoperte di Parry, bisogna considerare il motivo per cui gli studiosi sono ridivenuti sensibili al carattere orale della lingua. Sembrerebbe del tutto ovvio che essa fosse un fenomeno orale, poiché, sebbene gli esseri umani comunichino in molti modi diversi, servendosi di tutti i loro sensi, del tatto, del gusto, dell’odorato, e soprattutto della vista e dell’udito, e sebbene alcuni tipi di comunicazione non verbale, come la gestualità, siano immensamente ricchi, fondamentale è tuttavia la lingua, il suono articolato. Non solo la comunicazione, ma il pensiero stesso è collegato al suono in modo tutto speciale. Ovunque esistano esseri umani, essi hanno un linguaggio, e sempre si tratta di lingua parlata e udita, ossia che esita nel mondo del suono.
In realtà, il linguaggio ha un carattere così profondamente orale che di tutte le varie migliaia di lingue, solo circa 106 sono state affidate alla scrittura in modo adeguato a produrre letteratura. Fra le circa 3000 lingue parlate oggi esistenti, solo approssimativamente 78 hanno una letteratura. L’oralità fondamentale del linguaggio è un carattere stabile. Non ci interessano i cosiddetti “linguaggi” dei computer, essendo un prodotto della ragione umana. Le regole linguistiche dei computer (grammatica) prima vengono stabilite, e poi usate; mentre quelle delle lingue naturali sono invece prima usate, e solo in un secondo tempo ne può essere fatta una formalizzazione, però sempre difficile e mai completa.
La scrittura, vale a dire l’affidare la parola allo spazio, amplia enormemente le potenzialità del linguaggio, ristruttura il pensiero e, in tal processo, trasforma alcuni dialetti in ‘grafoletti’, cioè linguaggi transdialetti formatisi su base scritta. Un dialetto puramente orale potrà servirsi comunemente di poche migliaia di parole, e coloro che lo usano non conosceranno praticamente nulla della loro effettiva storia semantica. Tutti i testi scritti, per comunicare, devono essere collegati, direttamente o indirettamente al mondo del suono, l’habitat naturale della lingua.
“Leggere” un testo significa convertirlo in suono con l’immaginazione, sillaba dopo sillaba in una lettura lenta, oppure sommariamente e per frammenti nella lettura veloce tipica delle culture a tecnologia avanzata. La scrittura non può mai fare a meno dell’oralità. Da una definizione usata da Jurij Lotman, possiamo chiamare la scrittura un ‘sistema secondario di modelizzazione’ dipendente da un sistema primario precedente, ossia la lingua parlata. Eppure, nonostante le radici orali di ogni tipo di verbalizzazione, gli studi scientifici e letterali della lingua e della letteratura hanno evitato per secoli, e fino ad anni molto recenti, di affrontare l’argomento dell’oralità.
Negli ultimi decenni gli studi linguistici hanno sempre rivolto la loro attenzione ai testi scritti piuttosto che all’oralità, e questo per una ragione facilmente comprensibile: lo studio di per sé è legato alla scrittura. Il discorso è inseparabile dalla coscienza umana, esso ha affascinato l’umanità e l’ha fatta riflettere su di sé fin dai suoi primissimi stadi, molto prima che esistesse la scrittura. Lo stesso fascino del discorso orale continua inesausto secoli dopo l’invenzione della scrittura.
Nel mondo occidentale, tale fascino è mostrato dalla creazione e dallo sviluppo nell’antica Grecia dell’arte della retorica, si riferiva essenzialmente al discorso orale, anche se, in quanto ‘arte’ o scienza razionalmente organizzata, essa era e doveva essere prodotto dalla scrittura. All’inizio, la scrittura non ridusse, ma accrebbe l’importanza dell’oralità, permettendo l’organizzazione dei ‘principi’ o dei costituenti dell’oratoria in un’ “arte” scientifica, ovvero in un insieme di spiegazioni sequenzialmente ordinate che mostrava come e perché l’oratoria potesse ottenere i suoi effetti specifici. Ciò che veniva usato per “studiare” era il testo dei discorsi che erano stati scritti, di solito dopo essere stati pronunciati. La scrittura non solo permise di trascrivere le performance orali, ma produsse anche composizioni scritte vere e proprie, per una fruizione direttamente dalla superficie scritta.
Parlare di “letteratura orale”?
L’attenzione che gli studiosi prestarono ai testi ebbe conseguenze rilevanti: essi continuarono a dar per scontato, che l’espressione orale fosse essenzialmente identica a quella scritta. Così si diffuse l’impressione che, a parte l’oratoria, le altre forme artistiche orali fossero rozze e indegne di uno studio serio. Non tutti la pensavano così, e si andò rinforzando la consapevolezza che esistessero rapporti fra scrittura e discorso. Anche se le forme artistiche orali che si svilupparono durante le decine di migliaia di anni precedenti l’invenzione della scrittura non avevano, alcuna connessione con la scrittura.
Abbiamo il termine “letteratura”, che significa essenzialmente “cose scritte”, e comprende una certa quantità di materiale scritto, la letteratura inglese, la letteratura per l’infanzia, mentre non esiste un termine o un concetto analogo che si riferisca a un’eredità puramente orale, come i racconti orali tradizionali, i proverbi, le preghiere le espressioni formulaiche (espressioni fisse), o altre produzioni orali. Con il termine ‘oralità primaria’, si intende quella di una cultura del tutto ignara della scrittura e della stampa. Essa è ‘primaria’ per contrasto con l’‘oralità secondaria’ o di ritorno dell’attuale cultura tecnologica avanzata, in cui una nuova oralità è incoraggiata dal telefono, dalla radio, dalla televisione e da altri mezzi elettronici la cui assistenza e il cui funzionamento dipendono dalla scrittura e dalla stampa.
È difficile che oggi esista una cultura orale primaria in senso stretto, poiché tutte sanno dell’esistenza della scrittura e hanno esperienza dei suoi effetti. Non è facile avere un’idea precisa di che cosa sia una tradizione esclusivamente orale, ad oralità primaria. La scrittura fa sì che le ‘parole’ appaiano simili a cose, che i destinatari decodificano; possiamo vedere e toccare tali ‘parole’ scritte nei testi, nei libri. La tradizione orale non ha di questi residui o depositi. Di conseguenza, si è cominciato ad usare, sebbene ora un po’ meno, concetti mostruosi come quello di ‘letteratura orale’, usata come variante della letteratura scritta, che nulla a che fare con la scrittura.
Le parole si trascinano dietro per sempre le loro etimologie, e gli elementi che in origine costituiscono un termine, spesso, anche se non sempre, indugiano in qualche maniera nei suoi significati successivi, forse oscuramente, ma sempre in modo potente e irriducibile. Sebbene le parole siano radicate nel discorso orale, la scrittura le imprigiona, tirannicamente e per sempre, in un campo visivo. Ci sembra del tutto impossibile un uso del termine “letteratura” che includa anche la tradizione e l’esecuzione orali, senza ridurle irrimediabilmente e varianti della scrittura. Non si può descrivere un fenomeno primario partendo da uno secondario ed eliminando le differenze, senza distorcerlo seriamente.
Il termine ‘pre-letterato’ ci fa pensare all’oralità come a una deviante anacronistica del ‘sistema di simulazione secondaria’ che l’ha seguita. Insieme ai termini ‘letteratura orale’ e ‘pre-letterato’, si sente parlare anche di ‘testo’ dell’espressione orale. Il discorso orale è stato comunemente considerato, persino in ambienti orali, come una specie di tessitura o di cucitura. Ma, in realtà, quando gli alfabetizzati usano oggi il termine ‘testo’ riferendosi a forme di espressione orale, essi lo pensano in analogia con la scrittura. Nel vocabolario di un alfabetizzato, il ‘testo’ del racconto di una persona appartenente a una cultura orale primaria rappresenta qualcosa che si può conoscere solo mediante un processo all’inverso: siamo tornati di nuovo al cavallo come automobile senza ruote.
Le parole continuano ad arrivarci in forma scritta, qualsiasi cosa si faccia. Dissociare le parole dalla scrittura può inoltre rappresentare una minaccia psicologica, poiché il senso di controllo sulla lingua tipico di chi sa leggere e scrivere ha stretti legami con la trasformazione visiva del linguaggio: come vivrebbero gli alfabetizzati senza dizionari, senza regole grammaticali scritte, punteggiatura, e tutto il resto dell’apparato che fa sì che le parole possano essere ‘cercate’?
In un mondo linguistico di questo genere, i dizionari sono essenziali, ed è demoralizzante doversi ricordare che non esiste alcun dizionario mentale, che l’apparato lessicografico è un’aggiunta tardiva al linguaggio come tale, che tutte le lingue hanno elaborato grammatiche e le hanno sviluppate senza aiuti da parte della scrittura, e che al di fuori delle cosiddette culture tecnologiche avanzate la maggior parte degli utenti dei linguaggi verbali è sempre andata avanti benissimo, anche senza alcuna trasformazione visiva del suono vocale.
Le culture orali, in realtà, producono esecuzioni verbali di grande bellezza e di alto valore umano ed artistico, impossibili una volta che la scrittura ha preso possesso della psiche. Ciò nonostante, senza scrittura la coscienza umana non può produrre altre creazioni, anch’esse potenti e bellissime. Sotto questo aspetto, l’oralità ha bisogno di produrre, ed è destinata a produrre, la scrittura. Oggi nel mondo esistono poche culture orali, o a predominanza orale, che non siano in qualche modo consapevoli del vasto complesso di potenzialità per sempre inaccessibili senza scrittura.
La scoperta delle culture orali primarie
I primi segni di consapevolezza dell’esistenza di una tradizione orale
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