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dallo studio dell’esametro greco; altri poi lo hanno trattato e sviluppato dando origine e

inevitabili, numerose dispute su come restringere, estendere o adattare la definizione. Nel

concetto di Parry esiste uno strato di significato più profondo. Questo significato è stato

esplorato accuratamente da David Bynum, in un suo saggio, dove egli osserva che “quelle

che Parry chiama le idee essenziali sono raramente così semplici come potrebbero far

pensare la stringatezza della sua definizione o la convenzionalità dello stile epico, la

consueta brevità delle formule stesse, la banalità dei riferimenti lessicali della maggior

parte di esse”. Bynum distingue fra elementi ‘formulaici’ e formule drastiche vere e

proprie. Queste ultime contrassegnano la poesie orale, apparendovi raggruppate. Tali

gruppi costituiscono il principio organizzativo delle formule, cosi che l’idea essenziale non

trova formulazione chiara e immediata, ma è piuttosto un complesso narrativo tenuto

assieme per lo più dall’inconscio. La ricerca successiva

Gran parte delle condizioni di Milman Parry sono state in qualche modo modificate nel

corso degli studi successivi, ma il suo messaggio centrale sull’oralità e le sue implicazioni

per l’estetica e le strutture poetiche hanno definitivamente rivoluzionato gli studi omerici,

la ricerca antropologica e la storia letteraria. Whitman studiò la struttura dell’Iliade, a suo

avviso, sulla tendenza formulaica a ripetere, al termine di un episodio, elementi tratti

dall’inizio dell’episodio stesso; secondo l’analisi di Whitman, l’epica sarebbe costruita

come un puzzle cinese, una scatola dentro l’altra. Il lavoro di Havelock, Cultura orale e

civiltà della scrittura. Da Omero a Platone ha esteso le scoperte di Parry e di Lord sull’oralità

al campo della narrativa epica orale, applicandone all’intera cultura orale dell’antica

Grecia, e ha mostrato in maniera convincente come gli inizi della filosofia greca fossero

collegati alla ristrutturazione del pensiero operata dalla scrittura. L’esclusione dei poeti

dalla sua Repubblica rappresenta in realtà, il rigetto, da parte di Platone, dell’antico

pensiero orale, associativo e paratattico, perpetuato in Omero, in favore dell’analisi e della

dissezione del mondo e del pensiero reso possibile dall’interpretazione dell’alfabeto nella

psiche dell’uomo greco. McLuhan ha lavorato molto sul contrasto orecchio-occhio, oralità-

testo scritto, richiamando l’attenzione sulla consapevolezza precocemente acuta di James

Joyce rispetto alle polarità orecchio-occhio. McLuhan attirò l’attenzione non solo di molti

studiosi, ma anche degli operatori nel campo dei mass media, degli uomini d’affari, del

pubblico genericamente informato, in gran parte grazie al fascino delle sue numerose

dichiarazioni universali e oracolari, troppo facili per alcuni lettori, ma spesso di grande

percezione intuitiva. Le chiamò “sonde”, muovendosi rapidamente dall’una all’altra, e

raramente fornendo una spiegazione completa di tipo “lineare”, cioè analitico. La sua

massima gnomica (universale) cardine :”Il mezzo è il messaggio”, registrava una acuta

consapevolezza dell’importanza del passaggio dell’oralità ai mezzi elettronici attraverso la

scrittura e la stampa.

8 III

Psicodinamica dell’oralità

Potere e azione della parola-suono

Sulla base dei lavori che sono stati esaminati e di altri che vedremo in seguito è possibile

azzardare qualche generalizzazione sulla psicodinamica delle culture orali primarie, vale a

dire di quelle culture che non conoscono la scrittura. Gli alfabetizzati riescono ad

immaginare solo con grande sforzo come sia una cultura orale primaria. In una cultura

orale primaria l’espressione “cercare una parola in un dizionario” è priva di senso. Senza

la scrittura, le parole come tali non hanno una presenza visiva, anche quando gli oggetti

che rappresentano sono visibili; esse sono soltanto suoni che si possono “richiamare”,

ricordare, ma non c’è luogo alcuno dove “cercarli”. Non li si possono mettere a fuoco né

rintracciare. Sono occorrenze, eventi. Imparare quale sia la natura dei nostri problemi nei

suoi riguardi ci può aiutare a riflettere sulla natura del suono in quanto tale. Il suono esiste

solo nel momento in cui sta morendo; deperibile ed essenzialmente evanescente, e come

tale viene percepito. Quando pronunciamo la parola “permanenza”, nel momento in cui

arriviamo a ‘-nenza’ il ‘perma-‘ se ne è gia andato, e deve essere cosi. Non è possibile

fermare il suono ed averlo al tempo stesso. Si può fermare una cinepresa e trattenere

un’inquadratura sullo schermo, ma se si ferma il movimento del suono non si avrà nulla:

solo silenzio. La vista è in grado di registrare il movimento, ma può anche registrare

l’immobilità. Anzi, essa preferisce l’immobilità, dato che, per esaminare qualcosa

attentamente, è meglio che l’oggetto sia fermo; per vedere meglio cosa sia il movimento

spesso lo riduciamo a una serie di inquadrature fisse. Un cacciatore può vedere un bufalo,

odorarlo, sentirne il sapore, toccarlo quando esso è completamente inerte, o morto; ma se

ode il bufalo è meglio che sia attento, qualcosa sta succedendo. In questo senso ogni

suono, e specialmente quello che proviene da organismi viventi, è ‘dinamico’. Il fatto che i

popoli a tradizione orale spesso ritengano che le parole abbiano un potere magico è

chiaramente collegato, almeno a livello inconscio, al loro senso della parola come

necessariamente parlata, e dunque potente. I popoli a cultura orale pensano comunemente

ai nomi come aventi potere sulle cose. Richiamo di solito un’attenzione condiscendente su

questa bizzarra, arcaica credenza. In primo luogo, i nomi danno effettivamente agli esseri

umani un potere su ciò che essi denominano; senza impararne un alto numero si è

incapaci di capire, ad esempio, la chimica, o l’ingegneria chimica, o qualsiasi altra forma di

conoscenza intellettuale. In secondo luogo, l’uomo chirografico e tipografico tende a

pensare ai nomi come etichette mentalmente affisse all’oggetto denominato. I popoli a

tradizione orale non hanno questo senso del nome come etichetta, poiché per loro il nome

non è una cosa che si possa vedere. Se la rappresentazione scritta o stampata delle parole

può essere simile a un’etichetta, le parole vere, parlate, no. 9

Sappiamo ciò che ricordiamo : la memoria e le formule

In una cultura orale, la restrizione della parola a suono determina non solo la maniera di

esprimersi, ma anche i processi intellettivi. Noi sappiamo ciò che ricordiamo. Il teorema

‘sappiamo ciò che ricordiamo’ si applica anche a una cultura orale. La conoscenza che

oggi gli studiosi apprendono in modo da “ saperla”, cioè da potersela rammentare, è stata

con pochissime eccezioni riunita e resa disponibile per iscritto. Se una cultura orale non ha

testi, come può raccogliere materiale e organizzarlo per poterlo ricordare? E’ come

chiedersi che cosa sa o può sapere in modo organizzato. Dove non esiste scrittura, non vi è

nulla al di fuori del pensatore stesso, nessun testo che lo aiuti a riprodurre il medesimo

sviluppo di pensiero, o anche a verificare se lo ha fatto. E’ difficile parlare a se stessi per

ore di seguito. Un pensiero protratto in una cultura orale è legato alla comunicazione. Ma

anche con un ascoltatore presente, che stimoli e dia un senso al nostro pensiero, i suoi

frammenti non posso essere fissati in annotazioni scritte, come si potrà mai ricordare ciò

che con tanta fatica si è elaborato? L’unica risposta possibile è: pensando pensieri

memorabili.

In una cultura orale primaria, per risolvere il problema di tenere a mente o recuperare un pensiero

articolato, è necessario pensare in moduli mnemonici creati apposta per un pronto recupero orale.

Un pensiero orale protratto, pur non espresso in versi tende ad essere altamente ritmico, poiché il

ritmo aiuta la memoria anche da un punto di vista fisiologico. Le formule aiutano a dare ritmo al

discorso e agiscono di per sé come aiuti mnemonici, frasi fatte in bocca a tutti del tipo; “Rosso di

sera bel tempo si spera”, o “Sbagliare è umano, perdonare è divino”o ancora “Il lupo perde il pelo

ma non il vizio”. Frasi fatte di questo tipo o di altri tipi, spesso a equilibrio ritmico, si possono

occasionalmente trovare stampate, le si può anche andare a cercare nei libri di proverbi, ma nelle

culture orali esse non sono occasionali, formano la sostanza stessa del pensiero. In una cultura orale,

pensare in termini non formulaici , non mnemonici, sarebbe una perdita di tempo, poiché il

pensiero, una volta formulato, non potrebbe più essere ricordato se non con l’aiuto della scrittura. I

modelli e le formule fisse nelle culture orali svolgono alcune delle funzioni della scrittura in quelle

chirografiche, ma nel fare ciò determinano, naturalmente, il tipo di pensiero che può essere

formulato, e il modo in cui l’esperienza viene intellettualmente organizzata. In una cultura orale,

tale organizzazione è di tipo mnemonico. E’ questa una delle ragioni per cui, S. Agostino, che

viveva in una cultura che conosceva la scrittura ma manteneva anche forti residui di oralità, la

memoria occupa un posto così importante tra i poteri della mente.

10 Altri caratteri del pensiero e dell’espressione orale

Le caratteristiche che saranno trattate sono fra quelle che differenziano il pensiero e

l’espressione basati sull’oralità da quelli basati sulla scrittura e sulla stampa, sono cioè le

caratteristiche che con maggior probabilità sorprendono chi è cresciuto in culture

permeate dalla scrittura e dalla stampa. Ciò vuole solo fornire qualche esempio. In una

cultura ad oralità primaria, il pensiero e l’espressione tendono ad essere dei seguenti tipi;

a) Paratattico invece che ipotattico

Per paratattico s’intende il modo di costruire il periodo caratterizzato dall'accostamento di

diverse frasi allo stesso livello,ossia coordinate tra loro. La struttura dell’oralità, nelle

culture ad oralità primaria, spesso badano alla pragmatica, cioè alla convenienza

dell’oratore. Invece le strutture del discorso scritto sono, modellate su esigenze sintattiche.

Il linguaggio scritto sviluppa una grammatica più elaborata e fissa di quello orale, poiché

il significato dipende più dalla struttura linguistica, mancando il contesto, che invece

contribuisce a determinarlo nel caso del discorso orale, talvolta anche indipendentemente

dalla grammatica. Chi invece è immerso in una cultura orale, o in una cultura con forti

residui di oralità, non sente questo modo di esprimersi come arcaico o strano.

(DA RIVEDERE)

b) Aggregativo piuttosto che analitico

Questa caratteristica si connette strettamente con l’uso di formule come ausili mnemonici.

Il pensiero e l’espressione a base orale tendono a comporsi come gli epiteti, i termini

paralleli od opposti e le frasi parallele od opposte. Chi è immerso in una cultura orale

preferisce, specialmente in un discorso non quotidiano, sentir parlare non del soldato, ma

del soldato coraggioso; non della principessa, ma della bella principessa; non della

quercia, ma della quercia forte. In questo modo, l’espressione orale porta con sé un

bagaglio di epiteti e di altri elementi formulaici che l’alfabetizzazione avanzata invece

rigetta come pesi morti dalla ridondanza fastidiosa. I cliché usati per le denunce politiche

in molte culture in via di sviluppo e a basso livello tecnologico: “nemico del popolo”,

“guerrafondaio capitalista”, che sembrano stupide ad una mentalità altamente

alfabetizzata, sono residuati formulari essenziali al pensiero orale. Le espressioni

tradizionali nelle culture orali non possono essere disgregate: è costata fatica per metterle

insieme nel corso di generazioni, e non vi sono altri luoghi per immagazzinarle se non la

mente. Una volta che un’espressione formulaica si è cristallizzata, è bene mantenerla

intatta. Come ben disse Lèvi-Strauss in una frase sintetica: “il pensiero selvaggio (cioè

orale) è totalizzante”. 11

c) Dalla ridondanza o ‘copia’

Il pensiero richiede una certa continuità. La scrittura stabilisce nel testo una linea di

continuità al di fuori della mente; se ci si distrae, o si dimentica il contesto da cui emerge il

materiale che si sta leggendo, esso può essere recuperato tornando indietro nel testo. La

mente concentra le proprie nell’andare aventi, poiché ciò cui si riaggancia sta inerte fuori

di sé, sempre disponibile sulla pagina scritta. Di conseguenza il pensiero deve procedere

più lentamente, mantenendo al centro dell’attenzione gran parte dei contenuti già trattati;

di qui la sua ridondanza, la ripetizione del già detto, mezzi per mantenere saldamente sul

tracciato sia l’oratore, sia l’ascoltatore. Un pensiero e un discorso lineari e non ripetitivi, o

analitici sono creazioni artificiali, strutturate dalla tecnologia della scrittura. La psiche può

affrontare questo sforzo anche grazie al fatto che la scrittura manuale è un processo

fisicamente molto lento in genere circa un decimo della velocità del discorso orale. La

ridondanza è favorita anche dalle condizioni fisiche dell’espressione orale, cioè dall’avere

dinanzi un pubblico numeroso, nel qual caso essa è effettivamente più marcata che nella

maggior parte delle conversazioni fra due interlocutori. In un pubblico numeroso non

tutti capiscono ogni parola dell’oratore, magari solamente per problemi acustici. Per cui gli

torna a vantaggio ripetere più o meno la stessa cosa due o tre volte. Anche l’esigenza che

ha l’oratore di continuare a parlare mentre pensa che cosa dire dopo, incoraggia la

ridondanza. Nell’espressione orale, sebbene una pausa possa essere d’effetto, l’esitazione è

sempre svantaggiosa, per questo è meglio ripetersi , con abilità se possibile, piuttosto che

smettere semplicemente di parlare mentre con la mente si va in cerca di un’altra idea. Le

culture orali incoraggiano la facilità di parola, la pienezza, la volubilità.

d) Conservatore o tradizionalista

Poiché in una cultura ad oralità primaria una conoscenza concettualizzata che non venga

ripetuta ad alta voce svanisce presto, le società che su di essa si basano devono investire

molta energia nel ripetere più volte ciò che è stato faticosamente imparato nel corso dei

secoli. Questa esigenza crea una mentalità altamente tradizionalista e conservatrice che, a

ragion veduta, inibisce la sperimentazione intellettuale. La scrittura, e ancor più la stampa,

immagazzinando la conoscenza al di fuori della mente, degradano invece l’immagine dei

vecchi saggi, semplici ripetitori del passato, in favore di più giovani scopritori di cose

nuove. Anche la scrittura è conservatrice. Poco dopo la sua comparsa, essa servì ad

esempio a congelare i codici legali numerici antichi. Il testo libera la mente da tali compiti,

vale a dire dal lavoro mnemonico, mettendola cosi in grado di volgersi a nuove

speculazioni. Le culture orali non mancano di un loro tipo di originalità. L’originalità

narrativa ad esempio non sta nell’inventare nuove storie, ma nel creare una particolare

interazione col pubblico: ogni volta il racconto deve essere inserito in modo unico in una

situazione anch’essa unica, poiché nelle culture orali il pubblico deve essere portato a

reagire, spesso in maniera vivace. Le poesie in gloria dei capi inducono all’innovazione,

poiché i temi e le formule antiche devono essere fatti interagire con situazioni politiche

nuove e spesso complicate. Anche le pratiche religiose, le teorie cosmologiche e le

credenze più profondamente radicate, sono soggette a trasformazioni nelle culture orali.

12 e) Vicino all’esperienza umana

Le culture orali la devono concettualizzare ed esprimere in riferimento più o meno stretto

alla vita dell’uomo, assimilando cioè il mondo alieno, oggettivo alla più familiare e

immediata interazione tra esseri umani. Una cultura chirografica e ancor di più una

cultura tipografica possono superare e in un certo modo snaturare anche ciò che è umano,

classificando cose tipo i nomi prive di un contesto umano; una cultura orale invece non

conosce liste astratte. Le culture orali conoscono poche statistiche e pochi fatti senza

agganci con l’attività umana o quasi umana. Una cultura orale non ha nulla che

corrisponda ai manuali del fai-da-te. I mestieri si imparavano infatti attraverso

l’apprendistato, cioè attraverso l’osservazione e la pratica, con un minimo di spiegazione

verbale.

f) Dal tono agonistico

Molte, se non proprio tutte le culture orali o con residui di oralità presentano una

caratteristica che colpisce gli individui letterati: sono straordinariamente agonistiche nella

loro verbalizzazione, e anche nel loro stile di vita. Pronunciare un proverbio o un

indovinello significa sfidare gli ascoltatori a rispondere con un altro più appropriato, o con

uno che lo contraddica. Il vantarsi del proprio coraggio e/o il sarcasmo sul nemico sono

atti che regolarmente ricorrono nella narrativa. Le culture orali si rivelano programmate

agonisticamente non solo nell’uso della conoscenza, ma anche nella celebrazione del

comportamento fisico. La narrativa orale è spesso caratterizzata da descrizioni

entusiastiche della violenza fisica. Le fatiche fisiche comuni e persistenti della vita umana

in molte società primitive spiega, la presenza frequente della violenza nelle loro forme

d’erte verbale.

g) Enfatico e partecipativo piuttosto che oggettivo e distaccato

Apprendimento e conoscenza in una cultura orale significano identificazione stretta,

empatica, con il conosciuto. La scrittura separa chi conosce da ciò che viene conosciuto,

stabilendo così le condizioni per l’oggettività, il distacco personale.

h) Omeostatico

In contrasto con le società alfabetizzate, quelle a cultura orale possono essere definite

omeostatiche, esse cioè vivono in un equilibrio, o omeostasi, che elimina memorie senza

più rilievo per il presente. Le culture che conoscono la stampa hanno inventato i dizionari,

nei quali sono date le definizioni formali dei vari significati di una parola, così come essa si

presenta in testi databili. Sappiamo perciò, che le parole hanno diversi strati di significato,

molti dei quali del tutto irrilevanti per quelli di oggi. Naturalmente le colture orali non

hanno dizionari, e hanno poche differenze semantiche. Il significato di ogni parola è

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controllato da ciò che Goody e Watt chiamano “ratifica semantica diretta”, vale a dire mle

situazioni della vita reale in cui la parola viene usata di tanto in tanto. La mentalità orale

non si interessa alle definizioni, le parole acquisiscono il proprio significato solo dal

proprio habitat effettivo e costante, che non è rappresentato, come in un dizionario,

semplicemente da altre parole, ma include anche i gesti, l’inflessione della voce,

l’espressione del viso, e l’intero ambiente umano esistenziale. E’ vero che l’arte orale, come

l’epica ad esempio, conserva alcune parole nella loro forma e nel loro significato arcaico,

ma lo fa anche grazie all’uso corrente, non nella lingua di tutti i giorni, ma in quella dei

poeti, che mantengono forme arcaiche nel loro vocabolario specializzato. Col passare delle

generazioni, se l’oggetto o l’istituzione cui si riferisce una parola arcaica cessa di far parte

dell’esperienza vissuta del presente, pur rimanendo essa in uso, il suo significato si altera

o semplicemente svanisce. La cosa cui si riferiscono queste parole, non fa più parte

dell’esperienza quotidiana e il temine che sopravvive è rimasto privo di significato. Le

rime e i giochi che i bambini si trasmettono di generazione in generazione, persino in una

cultura altamente tecnologica, possiedono di queste parole, che hanno perso il loro

significato referenziale originario e sono in effetti sillabe senza senso.

Situazionale piuttosto che astratto

Tutto il pensiero concettuale è, fino a un certo punto astratto. Un termine ‘concreto’ come

‘albero’ non si riferisce semplicemente a un singolo albero ‘concreto’, ma è un’astrazione

del tutto slegata dalla realtà sensibile: si riferisce a un concetto che non è né quest’albero

né quello, ma che si può applicare a ogni albero. Ogni singolo oggetto che noi definiamo

albero è ‘concreto’ e niente affatto ‘astratto’, è solo se stesso, ma il termine che noi gli

applichiamo è di per sé un’astrazione. Le culture orali tendono ad usare i concetti in

ambiti di riferimento situazionali e operativi, molto astratti, nel senso che sono molti vicini

al mondo umano. Havelock ha mostrato che il concetto greco pre-socratico di giustizia ha

carattere operativo piuttosto che formalmente concettualizzato. Nulla di più esauriente è

stato scritto sul pensiero operativo del libro di Luria Storia sociale dei processi cognitivi. Luria

eseguì un’ampia ricerca su illetterati e su persone a bassa alfabetizzazione nelle aree più

remote dell’Uzbekistan. L’opera di Luria mostra una comprensione del pensiero orale più

profonda, per il quale il pensiero ‘primitivo’ (orale) era ‘prelogico’ e magico nel senso che

si fondava su sistemi di credenze piuttosto che sulla realtà pretica, che sosteneva che i

popoli primitivi pensavano esattamente come noi, ma utilizzavano categorie diverse.

Luria affronta anche questioni non direttamente legate alle conseguenze immediate

dell’alfabetizzazione, egli inoltre non codifica in maniera sistematica le sue scoperte in

termini di differenze fra oralità e scrittura. Ma, nonostante le relazione di Luria tratta in

effetti chiaramente delle differenze fra oralità e scrittura. Egli identifica le persone che

interroga in base ad una gamma che va dall’alfabetismo totale a livelli diversi di

alfabetizzazione, e i suoi dati chiaramente rientrano nella classificazione basata sulla

differenza tra i processi cognitivi dell’oralità e quelli della scrittura. I dati furono raccolti

da Luria e dai suoi colleghi nel corso di lunghe conversazioni nell’atmosfera tranquilla,

dove le domande relative alla loro ricerca erano formulate in modod informale, quasi

come gli indovinelli con cui i soggetti avevano familiarità. Veniva insomma fatto ogni

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sforzo per adattare le domande ai soggetti nel loro proprio ambiente. Fra le scoperte di

Luria, ce ne sono alcune particolarmente interessanti;

1) Gli illetterati (orali) identificavano le figure geometriche dando loro nomi di oggetti

e non di identità astratte, come cerchi, quadrati, ecc. Un cerchio veniva chiamato

piatto, setaccio, secchi, orologio, luna; un quadrato era uno specchio, una porta, una

casa, un asse per far seccare le albicocche. Gli studenti invece, anche quelli di un

livello moderato di alfabetizzazione, davano alle figure geometriche: cerchi,

quadrati, triangoli e cosi via, davano cioè risposte insegnate a loro a scuola e non

legate all’esperienza concreta.

Ai soggetti interrogati venivano mostrati disegni di 4 oggetti, di cui 3 appartenenti

2) a una categoria, e il quarto ad un’altra, e veniva loro chiesto di raggruppare quelli

che erano simili fra loro, o che potevano essere riuniti assieme, o definiti con una

stessa parola. Una serie consisteva di disegni raffiguranti gli oggetti, quali martello,

sega, ceppo e accetta. I soggetti illetterati pensavano di raggrupparli non in termini

di categorie, ma di situazioni pratiche << pensiero situazionale >>, senza utilizzare

per la classificazione il concetto di ‘strumento’ che si poteva riferire a tutti gli

oggetti tranne al ceppo. Invece, un giovane di 18 anni, che per solo 2 anni aveva

studiato presso la scuola del villaggio, non solo classificò una serie simile in termini

di categorie, ma insistette sulla correttezza della propria classificazione. Luria tentò

a volte, di insegnare ai soggetti illetterati alcuni principi di classificazione astratta;

essi però non li afferravano mai in modo soddisfacente e, una volta posti di fronte a

nuovi problemi che dovevano risolvere da soli, ricadevano in un ragionamento di

tipo situazionale. Erano convinti che pensare in modo non concreto, in questo caso

in base alle categorie, fosse poco importante, senza interesse, né significato.

Sappiamo che la logica formale è un invenzione della cultura greca successiva

3) all’interiorizzazione della tecnologia della scrittura alfabetica, per cui essa possiede

fra le sue risorse conoscitive permanenti quel tipo di pensiero che la scrittura

alfabetica ha reso possibile. Alla luce di questa conoscenza, gli esperimenti di Luria

nei confronti di un ragionamento formalmente sillogistico e deduttivo sono

particolarmente illuminanti. In breve, i soggetti sembravano non operare affatto

mediante processi formali di deduzione; il che non significa che non fossero in

gradi di pensare, o che il loro pensiero non fosse retto dalla logica, ma soltanto che

essi non lo adattavano a schemi puramente logici, i quali sembravano loro privi di

interesse. Perché privi di interesse? Perché i sillogismi hanno a che fare con il

pensiero, ma nella pratica nessuno adopera tali schemi formali.

Nella ricerca condotta da Luria, anche le richieste di definire i concetti più concreti

4) incontravano resistenza. Ad esempio nel ‘spiegare cosa è un albero’, un contadino

analfabeta di 22 anni rispose: “Perché spiegare cos’è un albero quando tutti cosa è,

non c’è bisogno che glielo dica io”. Perché definire, quando una situazione reale è di

gran lunga più soddisfacente di qualsiasi definizione? Il contadino aveva ragione,

non c’è modo di confutare il mondo dell’oralità primaria, lo si può solo

abbandonare imparando a leggere e a scrivere. 15

Gli illetterati interrogati da Luria avevano difficoltà a produrre un’auto-analisi

5) articolata. Una parziale demolizione del pensiero situazionale ha bisogno di isolare

l’Io, intorno al quale ruota l’intero mondo dell’esperienze vissute dall’individuo, e

di spostare il centro di ogni situazione quel tanto che basta per permettere di porvi

l’Io per esaminarlo e descriverlo. Luria poneva le sue domande solo dopo

prolungate conversazioni sulle caratteristiche e sulle differenze individuali delle

persone.

Questi sono solo alcuni esempi rappresentativi. Le risposte non erano ottimali poiché

agli interrogati mancava l’abitudine a questo tipo di domande. Ma il punto è proprio

questa mancanza di familiarità: una cultura orale semplicemente non riesce a pensare

in termini di figure geometriche, categorie astratte, logica formale, definizioni, o anche

descrizioni inclusive o auto-analisi articolate che derivano tutte non semplicemente dal

pensiero in sé ma dal pensiero condizionato dalla scrittura. Chi ha interiorizzato la

scrittura, non solo scrive, ma parla anche in modo diverso, organizza cioè persino la

propria espressione orale in ragionamenti e forme verbali che non conoscerebbe se non

sapesse scrivere. Poiché il pensiero basato sull’oralità non segue questi schemi, gli

alfabetizzati ne ritengono ingenua l’organizzazione; tale pensiero può essere molto

sofisticato e capace di un tipo di riflessione tutto suo. Ritenere che le popolazioni a

cultura orale non siano intelligenti, che i loro processi mentali siano rozzi, fa parte di

quella mentalità che, per secoli ha indotti gli studiosi a pensare erroneamente che,

poiché i poemi omerici mostrano tanta abilità, devono essere per forza composizioni

scritte. La memorizzazione orale

L’abilità mnemonica gode di un comprensibile prestigio nelle culture orali; ma il modo

in cui la memoria verbale funzione nelle forme d’arte orale è molto diverso da quello

che immaginavano in passato i letterati. In una cultura scritta, la memorizzazione

parola per parola si basa comunemente su di un testo scritto, al quale chi lo sta

memorizzando torna tante volte quanto è necessario per perfezionare e verificare i

risultati. In passato gli studiosi ritenevano che la memorizzazione in una cultura orale

avesse il medesimo scopo, cioè di ripetere alla lettera quanto imparato. Non era chiaro

come avvenisse il controllo, senza la scrittura, l’unico modo per verificare se la

ripetizione di brani lunghi fosse o meno precisa, eri di farli recitare da due o più

persone assieme contemporaneamente. I letterati davano per scontato che la prodigiosa

memoria orale funzionasse in un certo qual modo come la loro, basta sui testi scritti. I

letterati riescono a recitare a richiesta lunghi brani in metrica soltanto se li hanno

precedentemente memorizzati a partire da testi scritti. Di solito gli alfabetizzati si

sorprendono quando scoprono che un poeta che voglia ripetere un racconto udito una

sola volta preferisce aspettare un giorno o due prima di farlo. Se si vuole imparare a

memoria un testo scritto, generalmente posporne la recitazione indebolisce il ricordo.

Un poeta orale che non lavora con testi scritti, ha bisogno di tempo per far sedimentare

16 il racconto nel suo patrimonio di temi e formule, ha bisogno di tempo per ‘fare suo’ il

racconto. Una delle scoperte più significative dell’opera di Lord è stata il capire che

sebbene i cantori siano consapevoli che mai due di loro canteranno nello stesso esatto

modo la stessa canzone, tuttavia ciascuno sosterrà risolutamente di essere in grado di

ripetere alla lettera la propria versione di una canzone e questo ogniqualvolta lo voglia,

e anche a distanza di 20 anni. Ma le esecuzioni non risultano mai uguali, pur potendole

riconoscere come varianti della stessa storia. Goody e altri, mostrano che gli

appartenenti a una cultura orale effettivamente ricercano una ripetizione letterale dei

poemi e di altre forme d’arte orale, ma con successo minimo, rispetto agli standard

degli alfabetizzati. In altri due casi la riproduzione letterale è indotta non dal contesto

rituale, ma da speciali esigenze linguistiche o musicali. Uno è rappresentato dalla

poesia classica somala, che una scansione metrica più rigida e complessa di quella

dell’epica greca antica per cui la lingua non può variare agilmente. John William

Johnson osserva che i poeti somali ‘imparano le regole della prosodia in modo molto

simile se non identico, a come imparano la grammatica’. Essi non sanno dire quali sono

le regole metriche, più di quanto non sappiano dire quali sono quelle grammaticali. I

poeti somali normalmente non improvvisano ma elaborano in privato la loro

composizione, parola per parola, e la recitano poi in un secondo tempo in pubblico, o

la passano ad un altro affinché egli la reciti. Il secondo esempio mostra come la musica

possa imporre vincoli che fissano una narrazione orale. Basandosi su un ampio lavoro

sul campo svolto in Giappone. Eric Rutledge racconta di una tradizione giapponese,

arcaica ma ancora viva, nella quale una narrazione orale, il Racconto dell’Heike, è cantata

in musica, con alcune sequenze per voci bianche, senza accompagnamento

strumentale, con interludi solo per strumenti. La narrazione e il suo accompagnamento

musicale sono imparati a memoria dagli apprendisti, che iniziano da bambini con un

maestro esperto di arte orale. Questi maestri hanno il compito di allenare i loro

apprendisti a ripetere il canto alla lettera mediante esercizi rigorosi che durano alcuni

anni: i risultati che ottengono sono notevoli, sebbene inconsapevolmente essi apportino

variazione al proprio canto. Anche qui si ha una ripetizione parola per parola che, pur

non del tutto invariabile, è comunque degna di nota. La memorizzazione orale merita

uno studio maggiore e più attendo, specialmente per quanto riguarda i riti. La

memoria orale differisce in modo significativo da quella che si esercita su un testo

scritto, in quanto nella prima c’è una notevole componente somatica. Peabody ha

notato che, in tutto il mondo in ogni tempo, la composizione è stata tradizionalmente

associata all’attività manuale. Gli aborigeni dell’Australia e du altri paesi, mentre

cantano spesso intrecciano figure di corda; altri manipolano fili di perline. Il mondo

orale, non esiste mai in un contesto puramente verbale, come invece accade per la

parola scritta. L’espressione orale è sempre la modificazione di uno stato complessivo,

esistenziale, che impegna tutto il corpo. L’attività corporea non è né un elemento

peregrino, né un espediente artificioso nella comunicazione orale, ma ne è una

componente naturale e addirittura inevitabile. Nell’espressione orale, specialmente se

pubblica, l’immobilità assoluta è gia di per sé un gesto significativo. 17

Uno stile di vita verbomotorio

Le culture “verbomotorie” sono quelle culture che a differenza di quelle a tecnologia

avanzate, i risultati delle controversie dipendono più dall’uso efficace delle parole, che

non dall’influenza del mondo “oggettivo” delle cose. Jousse uso questo concetto per

riferirsi principalmente alle antiche culture ebraiche, aramaiche e a quelle ad esse

vicine, che avevano qualche conoscenza della scrittura ma rimanevano

fondamentalmente orali e orientate più verso la parola che verso l’oggetto concreto.

Qui l’uso è più largo in modo da includere tutte le culture che conservino sufficienti

residui di oralità da rimanere più attente alla parola, in un contesto di interazione

interpersonale, che non all’oggetto. Naturalmente parole e oggetti non sono mai del

tutto disgiunti; le parole rappresentano gli oggetti, e la percezione degli oggetti è in

parte condizionata dalla riserva di parole in cui si strutturano le percezioni. L’oralità

primaria favorisce personalità in un certo modo più comunitarie ed esteriorizzate,

meno introspettive di quelle degli alfabetizzati. La comunicazione orale raggruppa gli

individui; la scrittura e la lettura sono invece attività solitarie, che fanno ripiegare la

mente su se stessa. Un maestro che parla ad una classe che egli sente, e che si sente

come un gruppo molto unito, scoprirà che se fa prendere il libro di testo e leggere un

dato brano, l’unità del gruppo svanirà appena ogni persona sarà entrata nel proprio

mondo individuale.

Il ruolo cognitivo delle grandi figure eroiche e del bizzarro

La tradizione eroica delle culture orali primarie e di quelle a bassa alfabetizzazione con

massicci residui di oralità, è legata a uno stile di vita agonistico. La memoria orale

opera meglio con personaggi “forti”, le cui imprese sono monumentali, memorabile e

generalmente pubbliche, per questo per organizzare l’esperienze in una forma che

possa essere ricordata a lungo, e non per ragioni romantiche o didattiche vengono

generate figure smisuratamente grandi, cioè eroiche. Le figure bizzarre fingono da

ulteriore aiuto mnemonico: è più facile ricordare il Ciclope che non un mostro a due

occhi, o Cerbero piuttosto che un comune cane con una testa sola. Anche l’utilizzo

formulaico dei numeri è da ritenersi mnemonicamente utile. Non si vuole con questo

sostenere che dietro alle figure eroiche o ai gruppi formulaici non esistano altre forze,

oltre a quelle puramente mnemoniche, tutt’altro.

L’interiorità del suono

Ci siamo occupati fin’ora di una caratteristica del suono, cioè della sua evanescenza e

della sua relazione con il tempo: il suono esiste solo quando cessa di esistere. La più

importante è il rapporto veramente unico che esiste tra in suono e l’interiorità, se lo

confrontiamo con altri sensi. Per verificare l’interiorità fisica di un oggetto, nessun

senso è efficace quanto l’udito. La vista umana si adatta meglio alla luce riflessa dalle

superfici. Una fonte luminosa, il fuoco ad esempio, può affascinare, ma inganna

l’occhio, che non può fissarsi su una cosa al suo interno. L’udito invece, può prendere

18 atto all’interno di un oggetto senza penetrarlo. Si può dare un colpetto sulla scatola per

capire se è piena o vuota, o su un muro per capire se è cavo o massiccio. Tutti i suoni

registrano la struttura interna di ciò che li produce. Un uomo può vedere in una sola

direzione per volta, e per guardare una stanza o un paesaggio, si devono muovere gli

occhi da una parte all’altra. Quando si ascolta invece, il suono giunge simultaneamente

da ogni direzione; chi ascolta è al centro del proprio mondo uditivo, che lo avvolge

facendolo sentire immerso nelle sensazioni e nell’esistenza stessa. Questo effetto del

suono viene riprodotto in modo molto raffinato dai sistemi stereo ad alta fedeltà. Ci si

può immergere nell’ascolto, nel suono, non è possibile farlo con la vista. A differenza

della vista, che seziona, l’udito è dunque un senso che unifica. L’ideale visivo è dunque

la chiarezza, la nettezza dei contorni, la possibilità di scindere in componenti, quello

uditivo è, al contrario, armonia, unificazione. La percezione che ogni essere umano ha

di sé è totalmente interiorizzata, passa per canali interni inaccessibili ad altri. Va

osservato che quelli di ‘interno’ e di ‘esterno’non sono concetti matematici, e non

possono essere differenziati in modo matematico. Si tratta di concetti a base

esistenziale, fondati sull’esperienza del proprio corpo, che è sia dentro di me, sia fuori

di me. In una cultura orale primaria, dove si ha parola soltanto sotto forma di suono,

senza cioè alcun riferimento a testi visivamente percettibili e senza alcuna

consapevolezza della loro esistenza, la fenomenologia del suono entra in profondità nel

senso che l’individuo ha della vita. L’esperienza della parola è infatti sempre molto

importante nella vita psichica, e l’azione centralizzante del suono influenza il senso che

l’uomo ha del cosmo. Per le culture orali, il cosmo è un fenomeno continuo, con al suo

centro l’uomo che è l’ombelico del mondo. Solo dopo l’invenzione della stampa e l’uso

esteso delle carte geografiche favorito dalla stampa, gli esseri umani, pensando al

cosmo o all’universo o al mondo, lo cominciarono a vedere come qualcosa che si trova

davanti ai loro occhi, ossia come una vasta superficie o un insieme di superfici pronte

ad essere esplorate. L’oralità, la comunità e il sacro

La parola parlata dall’interiorità umana, rende manifesti gli esseri umani tra loro come

interiorità coscienti, persone, e li unisce in gruppi coesi. Quando un oratore si rivolge a

un uditorio, i suoi membri diventano un tutt’uno, che li comprende insieme all’oratore.

Se egli chiede al suo pubblico di leggere un volantino, non appena ogni singolo lettore

sarà entrato nel proprio mondo privato della lettura, si spezzerà l’unità dell’uditorio,

per ricomporsi soltanto quando l’oratore riprenderà il suo discorso. La scrittura e la

stampa isolano. Non esiste un concetto o una parola per definire i lettori che

corrisponda ad ‘uditorio’. Pensare alla lettura in senso collettivo è un’astrazione, come

ad es. ‘questo settimanale è letto da 2 milioni di persone’. La forza di interiorizzazione

della parola parlata è collegata in modo particolare al sacro, ossia alle più profonde

preoccupazioni dell’esistenza. Nella maggior parte delle religioni, la parola parlata ha

una funzione essenziale nella vita cerimoniale e religiosa. Nelle religioni più importanti

compaiono sempre anche testi sacri, nei quali il senso del sacro è legato alla parola

scritta. Eppure, una tradizione religiosa basata su testi scritti può in molti modi,

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DESCRIZIONE APPUNTO

riassunto per l'esame di Filosofia e teoria dell'oralità del prof. Garbuglia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Oralità e scrittura" di Ong, che indaga nel dettaglio la comunicazione orale e scritta. Perfetto per ripassare e/o approfondire , Università di Macerata.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze filosofiche
SSD:
Università: Macerata - Unimc
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia e teoria dell'oralità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Macerata - Unimc o del prof Garbuglia Andrea.

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