Estratto del documento

Filosofia teoretica

Prof. Paolo Spiniccia
C.A. 2019/2020
18/09/2019

Argomento del corso: Perché dobbiamo descrivere le immagini in modo diverso da quello che le immagini contengono?

Descrivere le immagini

Ne La lattaia di Vermeer cosa vediamo? Come lo descriviamo? Utilizziamo sempre verbi in atto (sta versando), ma l’immagine è statica, un dipinto rappresenta qualcosa ma è fermo. Perché dobbiamo descrivere le immagini utilizzando verbi che implicano una durata temporale, che colgono il divenire di un’azione, se davanti agli occhi abbiamo qualcosa di tipicamente statico? Sembra una contraddizione tra il modo in cui vediamo e il modo in cui dobbiamo descrivere ciò che vediamo. In realtà sappiamo che il quadro mostra una scena che avviene nel tempo, quindi Jan Vermeer - La lattaia (1658-60) noi descriviamo non esattamente ciò che vediamo, ma quello che il quadro rappresenta. Si vede una fase di qualcosa che si muove. Non vediamo i quadri come una stasi e non li descriviamo così. Se rappresentiamo una scena di movimento, dovremmo dire che questa scena rappresenta quel movimento (un salto, un balzo), ma nelle foto e nei quadri il movimento rappresentato è immobile.

Il movimento nelle immagini

Come mai dobbiamo descrivere un’immagine in una forma che non sembra essere sostenuta da quello che propriamente vediamo nell’immagine? Perché ci sono immagini in cui la scena ci invita a dire che c’è un movimento e insieme a dire che questo movimento è fermo, e immagini che ci fanno dire che c’è qualcosa che permane nel tempo, nonostante il tempo che dura non possa essere dipinto in una tela? C’è qualcosa nella descrizione dell’immagine che non sembra dipendere dall’immagine e che però è reso necessario dall’immagine. Guardando una foto o un quadro che rappresenta un movimento statico, noi siamo spinti a inferire il movimento.

Non è soltanto il movimento che siamo costretti ad aggiungere al contenuto dell’immagine. Ad esempio, ci sono dei quadri in cui sono rappresentate delle negazioni (es. Gesù che dice a Maria di non toccarlo mentre risorge). Ma si può rappresentare una negazione? No, nel quadro non è presente la negazione. È la scena a suggerire una narrazione, che contiene oggetti logici (es. negazione) che non possono essere rappresentati.

Le immagini ironiche e la negazione

Ne La zattera della Medusa i personaggi nel quadro sono divisi in due categorie: quelli che si agitano perché vedono delle navi in lontananza che possono salvarli, e un vecchio che ha il figlio morto tra le braccia, che non si gira, perché non gli interessa più essere salvato, la salvezza non è interessante per lui. Non è però possibile disegnare lo spazio logico della negazione. Il problema è che Theodore Gericault - La zattera della Medusa (1818-9) l’unica cosa che può dirci qual è la descrizione giusta del quadro, è il quadro stesso, e il quadro non contiene la negazione. Le immagini ironiche sono collegate alla negazione: come fa un’immagine a essere ironica? Appena iniziamo a descrivere un’immagine ironica come tale, siamo in pace con quell’immagine. Ma dov’è l’ironia, dove si trova?

Tempo e modalità nelle immagini

Il quadro è un’istantanea, ma noi non la consideriamo tale, la consideriamo come se perdurasse nel tempo. Il tempo però nella raffigurazione non c’è. La difficoltà rispetto al tempo ha un’eco anche in altre situazioni, ad esempio in cui compaiono forme come le modalità (vedi Noli me tangere, vi è contenuto un verbo modale, non voglio che). Come si può rappresentare un ordine? Come mai un’immagine chiede di essere raccontata così?

Se è una cosa che aggiungiamo completamente noi, perché il pittore ha fatto lo sforzo di rappresentare il Noli me tangere? Perché un pittore riesce a rendere il Noli me tangere e un altro no? Se è una cosa intrinseca al quadro, come possiamo dire che esso contenga la modalità, in particolare una modalità negativa? Come facciamo a rappresentare una modalità e una negazione? Non si può fare. La negazione non ha un corrispettivo sensibile, l’unico modo per negare qualcosa è mostrare lo stato di cose che voglio negare e poi dire non, non posso raffigurare la parola non. Eppure, sembrano esserci delle situazioni in cui la parola non sembra appartenere al contenuto del quadro.

La foto The Falling Soldier, di Robert Capa, descrive un uomo che viene colpito da un proiettile e sta cadendo e morendo. Nel descrivere questa foto usiamo sempre verbi di movimento, nonostante la foto, per definizione, sia statica.

Anche nel caso di Giuditta e Oloferne di Caravaggio descriviamo ciò che avviene in termini di movimento. Noi vediamo un attimo ma vediamo anche il perdurare di questo attimo, l’istante in cui Oloferne sta morendo mentre Giuditta gli taglia la testa. Vediamo sempre una situazione che non potremmo vedere nella realtà. In realtà noi vedremmo l’immagine del quadro in un istante, e nell’istante successivo ci sarebbe qualcos’altro. Noi vediamo un istante congelato, ma a cui diamo una valenza temporale. Il ritratto fa le veci di una persona, grazie al ritratto siamo autorizzati a chiederci chi è la persona raffigurata.

Rappresentazione e somiglianza

Un’immagine è innanzitutto una rappresentazione, qualcosa che sta per qualcos’altro. Ci sono rappresentazioni puramente convenzionali e simboliche e rappresentazioni connesse al rappresentato da un rapporto di verosimiglianza. Alcuni segni non assomigliano alla persona/cosa a cui si riferiscono, mentre altri sono estremamente verosimili. Abbiamo individuato una categoria di rappresentazioni capaci di guidarci da sole al loro oggetto grazie alla somiglianza. Ci sono rappresentazioni per somiglianza e rappresentazioni in cui la somiglianza è assente.

Una rappresentazione è una rappresentazione di qualcosa se è connessa con ciò che rappresenta attraverso una relazione di qualche tipo, ad esempio l’intenzionalità. Se c’è l’intenzionalità allora c’è la rappresentazione. Il rapporto rappresentato-rappresentante non poggia sulla somiglianza ma sull’intenzionalità, mentre il modo in cui una rappresentazione è tale poggia sulla somiglianza. Le raffigurazioni sono delle rappresentazioni legate all’oggetto rappresentato tramite un vincolo di somiglianza. La somiglianza è troppo debole per reggere da sola il nesso della rappresentazione. La nozione di rappresentazione deve dunque derivare da altrove. Due cose simili non sono una la rappresentazione dell’altra. Potremmo dire che, se qualcosa è una rappresentazione simile a ciò che rappresenta, allora è una rappresentazione figurativa, una raffigurazione (=rappresentazione simile a ciò che rappresenta). Non ci basta però dire che una rappresentazione figurativa è un’immagine.

  • Un’immagine è una rappresentazione.
  • Un’immagine è una rappresentazione figurativa, cioè è simile all’oggetto che rappresenta.
  • Cioè è simile per la forma occlusiva, per la forma prospettica dell’oggetto e del disegno.

E i disegni dei bambini tra i 3 e i 5 anni? I loro disegni assomigliano topologicamente all’uomo, come la mappa della metropolitana assomiglia alla città ma non ha le stesse proporzioni. Va capito il parametro della somiglianza. La somiglianza prospettica ci consente di trasporre un oggetto tridimensionale in una rappresentazione bidimensionale. Il bambino, nel disegnare, quando inizia a chiudere le forme, inizia a disegnare oggetti, forme occlusive. Inizia a costruire la differenza tra figura e sfondo.

La somiglianza però dipende dal nostro aver già istituito il nesso della rappresentazione. Perciò la somiglianza non guida la rappresentazione, ne è infatti parassitaria. Se la somiglianza è somiglianza esperita, allora la teoria esposta in precedenza non regge. Allora le immagini sono rappresentazioni particolari, raffigurazioni, ma ciò che fa di una raffigurazione una raffigurazione non può essere il requisito della mera somiglianza, dovrà essere qualcos’altro.

La natura del ritratto

20/09/2019
Un ritratto è un’immagine che rappresenta qualcosa di reale, è qualcosa che sta per qualcos’altro, una sorta di segno che sta per qualcos’altro. Il ritratto è una rappresentazione figurativa. Le rappresentazioni sono tali da consentirci, esperendole, di avere un’idea determinata della cosa per cui stanno? Guardandole è come se avessimo l’accesso alle cose che rappresentano.

Che cosa fa di una rappresentazione una raffigurazione? Il fatto che il raffigurante sia simile al raffigurato, nel senso che ne condivide la forma. La somiglianza è una condizione necessaria ma non è sufficiente, perché una cosa può assomigliare a un’altra senza esserne la rappresentazione. Le rappresentazioni rimandano a un oggetto, le raffigurazioni sono rappresentazioni che rimandano a un oggetto nella modalità della figuratività, nel rendere la somiglianza.

La fotografia è in un nesso causale con l’oggetto che ritrae, mentre il disegno è in un nesso intenzionale. La fotografia rappresenta una testimonianza reale (l’oggetto che la fotografia ritrae deve esistere per forza). Che cosa caratterizza la natura delle rappresentazioni? La somiglianza è necessaria ma non sufficiente. La raffigurazione ha un tratto in più rispetto alla rappresentazione, la figuratività, che ha come condizione necessaria e sufficiente la somiglianza. Somiglianza però è una parola molto vaga, mobile. Si può cercare di capire se si può dare alla parola somiglianza dei tratti più definiti.

La prospettiva, ad esempio, è la forma geometrica che connette l’oggetto tridimensionale alla sua rappresentazione bidimensionale. Però non sembra vero che tutti i disegni siano immediatamente riconducibili alla loro struttura prospettica, come nel caso dei disegni dei bambini. Siccome i parametri di somiglianza sono vari, non possiamo sapere quale somiglianza ci sia nelle varie situazioni. Lopez dice che se la somiglianza è plurale, il problema è: come faccio a sapere qual è attiva? Sembra che io lo possa sapere solo una volta che ho davanti agli occhi l’oggetto della raffigurazione. Di conseguenza la somiglianza viene colta ex post e diventa un finto pilastro, privo di funzione architettonica reale. È soltanto dopo che posso constatare la somiglianza, di conseguenza essa non è chiamata in causa per istituire il nesso raffigurativo. Lopez sostiene che le teorie della somiglianza siano errate.

Differenze tra segni linguistici e immagini

L’unico modo per differenziare un segno linguistico da un’immagine è riflettere sulla natura di questi segni, che sono diversi per quello che riguarda la loro proprietà dell’essere continui o discreti. I segni linguistici possono essere lievemente modificati (stampatello, corsivo ecc.), hanno l’indifferenza dei caratteri. Tali differenze sono irrilevanti rispetto alla natura del segno che abbiamo prodotto. I disegni, le raffigurazioni, invece non hanno indifferenza di carattere. Se modifico il colore di un dipinto, ne ho modificato radicalmente l’immagine. Questo è un modo per differenziare le immagini dai segni linguistici.

Ma la figuratività è di più della differenza tra continuo e discreto. Quando guardo un’immagine, vedo qualcosa dentro quell’immagine. La figuratività fa tutt’uno con il fatto che quando guardo un’immagine ci vedo qualcosa. La percezione non c’entra con un’ipotetica educazione visiva (vedi Ritratti della madre di Boccioni, sempre meno simili alla madre a livello percettivo. L’ultimo è intitolato La Materia). Ci sarà sempre una fatica nel cogliere ciò che viene raffigurato nei quadri di Picasso o di Boccioni, e questa fatica è intrinseca all’opera.

Si potrebbe sostenere che non siamo necessariamente consapevoli del vincolo di somiglianza che lega l’immagine all’oggetto che raffigura, lo scopriamo dopo. La somiglianza non basta comunque. Se la somiglianza può avere parametri, forme diverse, allora questa parola è molto vaga. Il rischio è di avere a che fare con una spiegazione che non spiega più nulla perché spiega tutto.

Illusioni ottico-geometriche e riconoscimento

Un argomento contro la somiglianza è rappresentato dalle illusioni ottico-geometriche: in un quadro Rubens attua uno stratagemma nel disegnare una scala. La linea della scala non è retta ma noi la vediamo come tale perché vediamo tramite le illusioni ottiche. Conta il modo in cui viene vista, non la somiglianza reale, perché in tal caso la tela ha una diversità con la scena nella realtà. Lo spettatore vede la scala dritta solo perché Rubens ha disegnato la scala in maniera imprecisa, con un’illusione ottica.

Un viso individuale è un viso che presenta scarti dalla norma, lo riconosciamo in quanto modificazione dalla normalità. L’anti-caricatura (es. statue greche) riporta l’individualità alla norma, mentre la caricatura prende le piccole differenze e le amplifica. Le caricature hanno una caratteristica psicologica: se confrontiamo un disegno non caricaturale di una persona, e una caricatura di una persona, è più facile per un soggetto che le osserva riconoscere la caricatura rispetto al disegno realistico. Quindi noi non riconosciamo in base alla somiglianza, perché una caricatura non è più simile alla persona ritratta rispetto a un ritratto. La caricatura si discosta maggiormente dalla realtà, eppure la riconosciamo più facilmente. Il riconoscimento sembra lavorare non sulla somiglianza, ma sullo scarto dalla norma, e la caricatura rende questi scarti più evidenti. L’immagine diventa capace di veicolare il suo messaggio non in base alla somiglianza, ma in base a una differenza.

La famiglia delle immagini

25/09/2019
Esiste la famiglia delle immagini, caratterizzabile attraverso diverse proposizioni:

  • Le immagini sono rappresentazioni.
  • Sono rappresentazioni figurative (raffigurazioni) perché basate sulla somiglianza.
  • Le raffigurazioni sarebbero diverse ad esempio dalle rappresentazioni verbali, che non assomigliano necessariamente a ciò a cui si riferiscono.
  • La somiglianza però non è sufficiente, è un certo modo di rappresentare.

Cosa succede se rinunciamo alla somiglianza? Dobbiamo essere disposti a pagare un prezzo, come il collasso del concetto di rappresentazione e raffigurazione, portando all’idea per cui non c’è alcuna differenza tra rappresentante e rappresentato. Ci sembra che un disegno abbia una caratteristica particolare, cioè che sia capace di dirci qual è l’oggetto che raffigura, e che il disegno non può essere disegno di qualsiasi oggetto, a differenza dei segni verbali. Ad esempio, possiamo decidere che d’ora in poi una parola significhi una cosa diversa, mentre per quanto riguarda un quadro non si può. In questo si vede che c’è in gioco la somiglianza, che fa sì che un quadro non possa rappresentare qualunque oggetto, ma abbiamo anche capito che non è sufficiente.

Avevamo detto che la somiglianza è l’identità della forma occlusiva, ma poi abbiamo osservato i disegni dei bambini di 3-5 anni e ci siamo resi conto che qui per somiglianza si intende altro. Quando parliamo di somiglianza e diciamo che dev’essere avvertita, ci vincoliamo a una tesi forte secondo cui, tutte le volte in cui abbiamo una figurazione, dobbiamo sostenere che c’è una somiglianza che avvertiamo tra il modo in cui è costruita la struttura bidimensionale della tela e l’oggetto tridimensionale. In realtà potrebbe esserci una somiglianza di cui non ci rendiamo conto perché molto complessa.

Potremmo dire che la somiglianza è una relazione simmetrica: se A somiglia a B, B somiglia ad A. È vero che quando guardiamo un’immagine siamo davanti a una situazione del genere? Carneade, nei suoi scritti, fa un esempio. Può capitarci qualche volta di vedere una corda sul pavimento e dire “un serpente!”, l’inverso invece non capita. Siamo animali fatti per interpretare le informazioni in maniera utile, e allora talvolta conviene sbagliare e altre volte conviene evitare gli errori. A tutti può capitare di farsi servire una pizza, di guardarla e vederci una faccia (pareidolìa, tendenza a vedere volti negli oggetti), ma l’inverso non capita mai. Ci capita di vedere volti in occasioni molteplici, anche se non ci sono, mentre non ci capita mai di avere davanti un volto e vederci altro. Perciò la relazione non è simmetrica.

Le illusioni ottico-geometriche hanno un tratto rilevante: il nostro sistema percettivo manca il bersaglio. Che cosa accade dalla parte del soggetto che lo costringe a vedere le cose come non stanno? Le caricature, in linea di principio, devono essere caricature di qualcosa, mentre un paesaggio potrebbe anche essere di fantasia. La caricatura malevolmente si riferisce a qualcuno, se chi vi è ritratto non esiste allora non è più caricatura, è un disegno fantastico. La caricatura ha a che fare con la satira, e per essere tale dev’essere riconoscibile. La parola caricatura è interessante, perché le caricature nascono in Italia nel Cinquecento, e letteralmente caricatura significa caricare un’immagine, amplificare i tratti di un’immagine.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rossanaglm di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia teoretica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Spinicci Paolo.
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