John Stuart Mill e Harriet Taylor: sull'eguaglianza e l'emancipazione femminile
1º Capitolo
Lo scopo di questo saggio è di spiegare il più chiaramente possibile le ragioni di un'opinione, su questioni sociali o politiche, rafforzata dal progresso della riflessione e dall'esperienza di vita. Si tratta dell'opinione secondo la quale il principio che attualmente regola le relazioni sociali tra i sessi è di per sé sbagliato e costituisce uno dei principali ostacoli al miglioramento degli esseri umani; e inoltre, che questo principio dovrebbe essere sostituito da un altro di perfetta eguaglianza tra i sessi che non ammetta alcun potere o privilegio, né alcuna inferiorità.
Un'opinione saldamente radicata nei sentimenti è resa più stabile dal fatto che contro di essa militi una mole altrettanto ponderante di argomentazioni. Tale ideale di subordinazione è così radicato negli usi e costumi degli uomini, che non possiamo meravigliarci di trovarlo tutt'oggi. Chi intende attaccare un'opinione pressoché universale deve essere molto coraggioso e capace, poiché è veramente difficile farsi ascoltare e estorcere un po' d'attenzione.
In tribunale, non sta all'accusato di fornire prove della propria innocenza ma a chi l'accusa di mostrarne la colpevolezza; nelle questioni morali, si ritiene che l'onere della prova spetti a chi è contrario a una certa libertà. Inoltre, è importante che la legge non guardi in faccia a nessuno, per poter trattare tutti egualmente. Ma a coloro che sostengono l'opinione che avanzo qui non verrà concesso il beneficio di nessuna di queste regole. È inutile che si dica che chi afferma la tesi secondo cui gli uomini hanno il diritto di comandare e le donne hanno l'obbligo di obbedire, poiché si trova dalla parte affermativa della questione, è obbligato a fornire prove precise delle sue affermazioni o a rassegnarsi nel vederle rifiutate.
Stessa cosa per teorie simili: prima di poter sperare di destare una qualche impressione, dovrei non solo rispondere a tutto quanto è stato detto da chi ha sostenuto la tesi opposta alla mia, ma anche immaginare tutto quello che costoro potrebbero dire, ossia fornire loro delle argomentazioni, oltre che replicare a quelle che vengono addotte. A tutto ciò corrisponde dunque tutta una serie di difficoltà. Ecco che l'intelligenza umana dovrebbe essere coltivata molto meglio di quanto non lo sia mai stata finora.
Uno dei pregiudizi caratteristici della reazione del 19º secolo contro il 18º è stato quello di attribuire agli elementi irrazionali della natura umana la stessa infallibilità che il 18º aveva attribuito a quelli razionali: all'apoteosi della ragione abbiamo sostituito l'istinto e chiamiamo istinto tutto ciò che troviamo in noi stessi e di cui non sappiamo trovare un fondamento razionale.
L'accettazione generale di una pratica in molti casi è sì per sé una forte presunzione in suo favore perché si ritiene che essa contribuisca, o che abbia contribuito in passato, a raggiungere scopi che sono meritevoli di lode, sempre in base all'esperienza.
Se dopo aver provato diverse altre forme di organizzazione sociali fosse stato deciso, sulla base dell'esperienza, che il modo nel quale le donne sono completamente sotto il dominio degli uomini, non partecipano alle questioni pubbliche e, nel privato, si trovano tutte sotto un obbligo giuridico di obbedienza nei confronti dell'uomo cui hanno associato il loro destino, costituisce la soluzione che più di ogni altra porta alla felicità e al benessere di entrambi... allora si potrebbe a buon diritto concludere che la sua adozione generale è una prova che, al tempo in cui venne adottata, essa era la migliore.
Ma in realtà si tratta dell'esatto contrario: in primo luogo, l'opinione favorevole all'attuale sistema che subordina totalmente il sesso più debole a quello più forte, ha un fondamento esclusivamente astratto: infatti dal momento che non è mai stato provato alcun altro sistema non si può far finta che l'esperienza abbia pronunciato un verdetto; in secondo luogo, l'adozione di questo sistema di ineguaglianza non è mai stato il risultato di deliberazione, di previsione di qualche ideale sociale. Essa è sorta semplicemente dal fatto che, fin dagli albori della società umana, ogni donna si è trovata in uno stato di schiavitù rispetto a un uomo.
Le leggi e i sistemi politici non fanno altro che convertire ciò che era semplicemente un fatto fisico in un diritto giuridico. In questo modo, chi era già stato costretto all'obbedienza vi si trovò obbligato per legge. Così, la schiavitù, da mera questione di forza tra il padrone e lo schiavo, venne regolarizzata ed è diventata una questione di accordo tra padroni che garantivano i possessi privati di ciascuno, inclusi gli schiavi. All'inizio, la grande maggioranza degli individui di sesso maschile era schiava come la totalità di quelli di sesso femminile.
Dovettero passare molte epoche prima di arrivare a dei cambiamenti, e sorsero proprio dei pensatori: anche grazie al progresso generale della società, la schiavitù del sesso maschile è stata finalmente abolita, almeno in tutte le nazione dell'Europa cristiana, mentre quella del sesso femminile è stata gradualmente mutata in una forma più leggera di dipendenza: questa dipendenza non ha perso il marchio della sua origine brutale, ed esiste tuttora oggi.
Ed è proprio questo che rende strano sentire affermare che l'ineguaglianza dei diritti tra uomini e donne non ha alcun fondamento oltre la legge del più forte. Ora viviamo in una condizione nella quale la legge del più forte sembra completamente abbandonata come principio che regola le cose: a nessuno è consentito applicarla. Ad oggi, non si comprende la grande vitalità e longevità di istituzioni che pongono il diritto dal lato della forza.
Il fatto che questo passaggio dalla forza fisica al diritto, nel caso delle donne, non sia avvenuto, ha indicato fin dal principio che questo ramo del sistema del diritto fondato sulla forza, sarebbe stato l'ultimo a scomparire. La verità è che le persone della generazione attuale hanno perso ogni senso pratico della condizione primitiva dell'umanità. Queste non sono consapevoli di come, nel passato, la legge del più forte definisse integralmente le regole di vita.
La storia fornisce un'esperienza crudele della natura umana, in quanto ci mostra come la considerazione dovuta alla vita, ai beni e all'intera felicità terrena di una classe di persone venisse esattamente misurata da ciò che esse avevano il potere di far rispettare. La prima traccia di un sentimento di obbligo nel riconoscere un diritto agli inferiori da parte di un superiore ebbe inizio quando questi venne indotto, per convenienza, a fare agli inferiori delle promesse.
Per quanto queste promesse siano state violate sulla base di qualche tentazione, è probabile che tali violazioni siano state fatte raramente. Inoltre, le antiche repubbliche beneficiarono del primo esempio di un insieme di relazioni umane protette, poste sotto il dominio di una legge diversa da quella della forza. E benché questa fosse ancora in vigore tra loro e gli schiavi, l'abolizione di quella legge primitiva anche da un campo così ristretto diede inizio alla rigenerazione dell'umanità.
Benchè gli schiavi non facessero parte della comunità politica, fu negli stati liberi che per la prima volta si cominciò a percepire che essi avessero dei diritti in quanto esseri umani. Credo che gli Stoici siano stati i primi ad affermare gli obblighi degli uomini nei confronti dei loro schiavi. Tuttavia, tradurre in pratica tutto ciò fu un compito veramente difficile per il Cristianesimo: per più di mille anni la Chiesa mantenne viva tale battaglia che, con il suo immenso potere, poteva permettersi ogni diritto. Eppure non poteva far sì che gli uomini combattessero meno tra di loro e non poteva costringerli a rinunciare a nessuno degli usi della forza.
Fu solo con il crescente potere dei re che si pose fine alle guerre e solo con il sorgere di una borghesia ricca e guerriera fu possibile limitare la tirannia dei nobili sulla borghesia e sui contadini. Di un'altra cosa non si è consapevoli, ovvero del fatto che, fin dalle epoche passate, alla base di tutte le regole troviamo quella della forza, riconosciuta subito.
Meno di quarant'anni fa, la legge consentiva ancora agli inglesi di tenere gli esseri umani in schiavitù come proprietà commerciabile: ancora nel nostro secolo potevano rapirli e farli lavorare fino alla morte. Tre o quattro anni fa, in metà dell'America anglosassone, non solo esisteva la schiavitù, ma la vendita degli schiavi e l'allevamento di schiavi a scopo di commercio, ciò che motivava questa pratica era l'amore per il guadagno puro e senza ipocrisie, mentre il sentimento degli altri era di assoluto orrore.
Ogni gratificazione dell'orgoglio data dal possesso del potere e ogni interesse personale nell'esercizio di tale potere, sono comuni all'intero sesso maschile. Essa alberga nella persona e nel cuore di ogni capofamiglia maschio, e di chiunque si appresti a diventarlo. E si tratta di una situazione nella quale il desiderio di potere è massimo, soprattutto nei confronti di chi sta vicino. Diciamo che chi detiene il potere ha mezzi molto maggiori per prevenire ribellioni.
Tutti i sudditi vivono direttamente sotto gli occhi e nelle mani del loro padrone e hanno con lui un'intimità maggiore; non hanno alcun mezzo per tramare contro di lui e hanno fortissimi motivi per ricercare i suoi favori. Nel caso delle donne, ogni individuo della classe sottomessa si trova in uno stato di corruzione e, al tempo stesso, di intimidazione. Questa forma di subordinazione è stata in grado di sopravvivere più del dovuto, esistendo ancora in molti paesi civili.
Da sempre, ogni tipo di prevaricazione dell'uomo sulla donna è stata vista come qualcosa di naturale. Stessa cosa accade per il concetto della razza: le razze conquistatrici sostengono che sia un dettato di natura che i conquistati debbano obbedire ai conquistatori, o, che le razze più deboli e meno dotate per la guerra debbano sottomettersi a quelle più coraggiose e virili. Essendo l'asservimento delle donne un costume universale, è del tutto normale che tutto ciò che se ne discosta appaia innaturale.
Agli inglesi ciò non sembra per nulla innaturale, perché vi sono abituati; tuttavia essi considerano innaturale che una donna faccia il soldato o sia membro del parlamento. Nelle età feudali, al contrario, la guerra e la politica non erano considerate innaturali per le donne; sembrava normale che quelle appartenenti alle classi privilegiate fossero di carattere mascolino, in nulla inferiori ai loro mariti e padri, tranne che nella forza fisica.
L'indipendenza delle donne sembrava meno innaturale ai Greci rispetto ad altri popoli antichi, per la presenza delle amazzoni o delle stesse donne spartane. Non c'è dubbio che sia stata l'esperienza spartana a suggerire a Platone, insieme ad altre sue dottrine, quell'eguaglianza sociale e politica dei due sessi.
Ad oggi, il dominio degli uomini sulle donne differisce da tutti questi perché esso non è basato sulla forza, ma è accettato volontariamente dalle donne. Dal momento in cui queste sono state in grado di far conoscere i propri sentimenti con i propri scritti, hanno messo per iscritto la loro protesta contro la loro attuale condizione sociale: e recentemente hanno presentato una petizione al parlamento per essere ammesse al suffragio delle elezioni parlamentari.
La richiesta delle donne di ricevere un'istruzione altrettanto solida e negli stessi ambiti del sapere di quella degli uomini, viene avanzata con intensità crescente e con grandi prospettive di successo; e la richiesta di essere ammesse alle professioni e occupazioni di cui finora sono state escluse diviene ogni anno più urgente. Comunque, non è solo nel nostro paese o in America che le donne stanno incominciando a protestare: la Francia, l'Italia, la Svizzera e la Russia forniscono diversi esempi di movimenti ribelli.
Ma vi sono abbondanti prove di quanto coltiverebbero tali aspirazioni se non si insegnasse loro così strenuamente a reprimerle perché non si addicono alle prerogative del loro sesso: bisogna infatti ricordare che nessuna classe schiavizzata ha mai avanzato d'improvviso una richiesta di totale libertà. Non mancano comunque donne che lamentano maltrattamenti da parte dei loro mariti. Ce ne sarebbero infinitamente di più se lamentarsi non costituisse la più grande provocazione ad aumentare i maltrattamenti.
In nessun altro caso una persona che sia stata giudiziariamente riconosciuta vittima di un danno viene posta nuovamente sotto il potere fisico del colpevole che glielo ha inflitto. Di conseguenza, le mogli non osano quasi mai avvalersi delle leggi poste a loro protezione e se vengono indotte a farlo, tutto il loro sforzo consiste poi nel rivelare il meno che possono, e nel chiedere che il loro tiranno scampi alla meritata punizione.
Gli uomini, ossia i padroni, vogliono dalle donne qualcosa di più di un effettivo servizio. Gli uomini non vogliono solamente l'obbedienza; vogliono anche i loro sentimenti. Tutti gli uomini, eccetto i più brutali, desiderano avere non una schiava forzata, ma una schiava consenziente. Perciò, hanno messo in opera ogni mezzo per rendere schiava la sua mente.
Tutte le donne vengono educate fin dai primissimi anni a credere che il loro carattere ideale sia opposto a quello degli uomini; c'è sottomissione e arrendevolezza al controllo degli altri. Tutte le morali dicono loro che è dovere delle donne vivere per gli altri, fare atto di completa abnegazione di sé, e non avere altra vita se non negli affetti. Per affetti si intendono poi solo quelli che esse sono autorizzate a coltivare, ossia quelli verso gli uomini o verso i figli.
Sommiamo adesso tre cose: l'attrazione naturale tra i sessi; la completa dipendenza della donna dal marito, dal momento che ogni suo privilegio o piacere costituisce un dono del marito, o comunque dipende interamente dalla volontà di lui; e infine il fatto che l'obbiettivo principale dell'ambizione sociale, ossia la buona reputazione ecc, possono essere da lei ricercati e ottenuti solo attraverso di lui. Una volta acquisiti tutti i mezzi per conquistare la mente femminile, un istinto egoista ha fatto sì che gli uomini se ne avvalessero al massimo grado come di un mezzo per tenere le donne in stato di soggezione.
La società umana, in passato, si basava su un principio totalmente diverso. Tutti nascevano con una posizione sociale fissa, nella quale erano mantenuti per legge. Come alcuni nascono bianchi e altri neri, così alcuni nascevano schiavi e altri liberi cittadini. Uno schiavo o un servo non poteva rendersi libero da sé se non per volontà del suo padrone. È solo verso la fine del medioevo, in conseguenza della crescita del potere reale, che i comuni cittadini poterono essere fatti finalmente nobili.
Ma nell'Europa moderna, prevalgono dottrine del tutto opposte: la legge e il governo non si preoccupano di prescrivere da chi possa o non possa essere condotta un'attività sociale o produttiva, o quali modi di condurla siano legali ecc: tutto ciò è lasciato alla scelta senza restrizioni degli individui. La convinzione moderna è che le cose nelle quali è il singolo a essere direttamente interessato devono essere lasciate a sua discrezione. Questa conclusione prevale oggi nelle nazioni più avanzate.
Ma la libertà di scelta individuale è ora riconosciuta come l'unica cosa che procura l'adozione dei procedimenti migliori e pone ogni operazione nelle mani di chi è più qualificato per svolgerla. In ogni cosa di qualche difficoltà o importanza, quelli che possono farla bene sono meno di quanti sarebbero necessari; perciò, ogni limitazione della scelta individuale priva la società di qualche opportunità di essere servita da competenti.
Attualmente, nei paesi più avanzati, le interdizioni nei confronti delle donne sono il solo caso nel quale le leggi stabiliscono che per nascita alcune persone non potranno per tutta la vita competere per l'ottenimento di alcuni beni. Ma tutte le altre dignità e tutti i vantaggi sociali sono aperti all'intero sesso maschile; nessun uomo è sottoposto a divieto giuridico, fatta eccezione della dignità regale. In questo caso eccezionale, nel quale un'elevata funzione politica viene concessa per nascita invece che per competizione, tutte le nazioni libere si sforzano di precisare che nella sostanza aderiscono al principio al quale nominalmente derogano.
Qui, è il monarca a detenere il potere, ma la persona ad esercitarlo realmente è il ministro, che ottiene il proprio posto tramite una competizione dalla quale non viene giuridicamente escluso nessun cittadino adulto di sesso maschile. La subordinazione delle donne risalta perciò come un fatto isolato nelle istituzioni sociali moderne; il minimo che si possa chiedere è che la questione sia aperta alla discussione dei pro e dei contro, come una questione di giustizia e di opportunità.
Diciamo che l'esperienza ci dice che ogni passo verso il progresso è stato accompagnato da un passo verso l'avanzamento della posizione sociale delle donne. Attraverso tutti i successivi periodi della storia umana, la condizione delle donne si è sempre più avvicinata all'eguaglianza con gli uomini. Ciò che attualmente si chiama la natura femminile è una cosa del tutto artificiale, ossia il risultato di una repressione forzata in certe direzioni e di un'innaturale stimolazione in altre.
Si può affermare senza problemi che presso nessun'altra classe di individui dipendenti il rapporto con i padroni abbia prodotto una simile integrale distorsione della conformazione naturale.
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