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Filosofia teorica – Silvano Zucal

Università degli Studi di Trento

Acc. 2015/2016

L'uomo come essere per la morte

Nascondere e/o mostrare la morte

La morte, come affermano diversi pensatori sui diversi piani di studi, è il grande tabù della coscienza collettiva contemporanea. Sono molteplici i livelli in cui la morte si esprime, come una sorta di cordone sanitario posto ai confini dell'evento morte: l'attesa della morte, la consumazione della morte, i riti che festeggiano o santificano la morte. C'è però una seconda modalità in cui la morte si configura: come congiura del silenzio, cioè quel tipo di morte che diviene oggetto di un’attenzione maniacale e enfatizzazione dell'evento stesso, morbosa, soprattutto nella morte rappresentata o mediatizzata. Quindi non è la morte reale con cui ho un rapporto reale e qui si configura una sorta di “guardonismo” o “pornografia” della morte con cui teniamo sempre più un rapporto enfatizzato o virtuale.

In altri termini, mentre la morte rimane l'evento inevitabile per tutti, oggi si vive nella finzione che così non sia e si continua a vivere in questa finzione. Questa finzione si costruisce fin dalla nascita, in quanto il dogma sociale che viene imposto è che ai bambini la morte non va mostrata né va altrettanto spiegata, come se fosse qualcosa di oscena da consumare in modo nascosto. Sono i media che ci mostrano alle volte scene di morte e/o di esecuzione. Abbiamo quindi questo paradosso sociale che ci porta all'annullamento della relazione diretta con la morte e ad accentuare dall'altra parte la rappresentazione della morte.

Molto spesso non riusciamo a trovare differenza nel nostro stato emotivo dall'evento che vediamo al telegiornale e da quello che vediamo in un film. Quindi abbiamo una scarsissima capacità di differenziare i due eventi e ciò porta alla caducità della morte e, di conseguenza, alla malformazione della vita. La domanda di senso su ciò che ci sia dopo la morte appare formando la nostra percezione della morte, mentre a milioni di telespettatori viene esorcizzato il timore della morte attraverso un processo molto sofisticato di bombardamenti rappresentativi della morte. La morte viene respinta nell'ambito dell'esperienza reale e viene quindi rimossa anche l'opzione interrogativa di questo evento.

Oltre alla rimozione, sono molte le testate giornalistiche/editrici che cercano di mostrare la morte o l'evento oltre morte. In altri termini, la morte è diventata di moda, in cui i molti eventi che mostrano la morte vengono amplificati dagli strumenti di massa come televisione, internet e social network. La morte viene mediatizzata, cercando di tenere in vita il morto e, quindi, non accettando la perdita della persona. Questa non accettazione porta in qualche modo la persona a non voler riflettere sulla propria e possibile scomparsa.

Questa ondata è una forma di reazione relativa alla morte che viene alla metà dell'Ottocento, in cui essa viene tolta dagli occhi dei bambini, in quanto si perderebbe troppo tempo a pensarla e si perderebbero le energie utili alla produzione. La nostra è una società del produrre e del non voler perdere e quindi si cerca in ogni modo di accantonare l'idea del trapasso. Questa nuova riscoperta della morte, più mediatica come abbiamo stabilito, non è priva di ambiguità, in quanto cerca di esorcizzare la paura che noi abbiamo della morte vera, della nostra scomparsa e quella delle persone a cui teniamo.

La grande rimozione sociale della morte

La morte è rimossa sul piano sociale e c'è un punto in cui molti studiosi sulla fenomenologia della morte sono concordi, cioè che la cultura industrializzata avanzata maschera, occulta e rimuove la morte a livello emotivo e anche fisico. Una grande rimozione collettiva che rassicura i soggetti di una società e che favorisce i miti e le finzioni di cui essi si nutrono.

Nelle prime società primitive, parliamo anche di quelle contadine italiane, la morte è una realtà alla pari delle altre nella vita. Oggi il morto è meglio cremato per non essere pietra di intralcio al vivo e la morte viene confinata in determinati spazi mortuari ed espulsa dalle case private e dalle conversazioni. La morte rimossa è una sorta di difesa o istinto di conservazione. Vista come un evento che finisce la produzione, il non esistere, la morte non è compatibile con il ritmo produttivo della società moderna che va di per sé preservato. Questo avviene attraverso la rimozione a livello culturale e psicologico e l'ospedalizzazione dei moribondi.

Una serie di fenomeni ha concretizzato il rapporto con cui l'uomo si interfaccia con la morte. Dalle società primitive in cui i bambini vedevano i vecchi morire e la morte era un evento pubblico e aperto, oggi la morte è diventata sempre più un evento privato e celato.

  • Aspetti sociologici della morte Christian Von Ferben afferma e vede una tale emarginazione della morte legata all'ascesa della borghesia e al progresso delle tecniche scientifiche e tecnologiche.
  • Louis Halm, in una prospettiva simile, propone una curata comparazione tra il modo in cui ci si rapportava tra le società semplici con le società complesse in cui mentre le prime hanno un rilevante contatto diretto con la morte e in minima parte un contatto indiretto, nelle seconde il rapporto si capovolge e il rapporto indiretto e impersonale diviene enorme. Inoltre, la società complessa in cui viviamo prefigge determinati ruoli in cui ogni personalità viene incanalata e quindi quando una persona manca a ricoprire il suo ruolo essa viene immediatamente rimpiazzata. In una società di questo tipo la morte passa quasi inosservata.
  • Non morire morte Adolf Faller mostra il ruolo della morte negli anziani che in alcune società è un evento importante, mentre in altre esso è legato solamente se si prefigge come un coetaneo o un parente stretto. È la morte di un giovane che colpisce più la comunità. Inoltre, sul letto di morte, gli anziani erano soliti, in totale naturalezza, redigere le loro ultime volontà, mentre oggi si cerca di vivere ad oltranza rispetto alle scadenze naturali.

Il contrasto alla tesi della rimozione, analizzata dai tre autori citati, viene contestata da due autori:

  • Della morte nella società moderna Ermel Fuchs sostiene nell'immagine che c'è una radicale avversione verso la società industriale e quindi che la morte rimossa è assai scarnificata dalle rappresentazioni religiose e mediatiche portando a una sorta di pacificazione con essa, un'accettazione e rifiuto di qualsiasi mitologia.
  • Ideologia della morte Sulla stessa linea si pone Hermen Marcuse nella sua in cui sostiene che gli studiosi che sostengono la rimozione della morte non fanno altro che aumentare questa idea, quando in realtà la morte è la liberazione da ogni dolore o affanno della vita.

Quindi sia per Fuchs che per Marcuse è possibile una riappacificazione con la morte. L'unica morte che l'uomo rifiuta è quella violenta. Il punto debole della visione di Fuchs e Marcuse è il fatto di generalizzare la morte, in quanto la morte è di per sé individuale. Il limite che la morte costituisce è puramente ontologico. La morte, anche se riusciremo ad alleggerirla con questo ostracismo sul senso della morte, rimarrà sempre uno scandalo esistenziale che solo in modo illusorio possiamo pensare di accettare e superare. Possiamo pascalianamente convertirci, stordirci, ma sarà comunque e sempre impossibile liberarci della presenza ingombrante della morte. (16/09/2015)

Nessuno sa cos'è la morte finché non la vive. Solamente alcune esperienze oltre morte sono spesso di individui prigionieri di un coma irreversibile, reduci di una quasi morte e non di una morte vera. Stando così le cose, il nostro atteggiamento con la morte non si basa sulla conoscenza che noi abbiamo di essa tramite la nostra esperienza, ma quella degli altri. In altre parole, la morte è l'oggetto di una rappresentazione collettiva, un rito che ha conosciuto realtà molto diverse nelle diverse epoche delle storie. Philippe Ariès descrive tre fasi fondamentali: la morte selvaggia in epoca medievale, la morte romantica nel romanticismo e la morte addomesticata nel mondo contemporaneo, questo per mostrare come il pensiero della morte sia cambiato nel tempo e come i meccanismi di accettazione o di mascheramento della morte siano cresciuti, soprattutto nei nostri tempi, trasformando la morte in un tabù.

Nel primo caso, la morte selvaggia era una morte avvisata che era data da determinati segni e il “disgraziato” era colui che non era stato avvisato delle rappresaglie della morte che lo prende in un momento inopportuno o inaspettato. La morte si aspetta sul letto ed è organizzata dal moribondo stesso che conosce puntualmente il protocollo e la sua camera si trasforma in un luogo pubblico. È una convocazione urgente che vede amici e parenti tornare al malato per rendergli l'ultimo saluto e pure i bambini vengono accompagnati nella stanza del morente. Conclusione, la semplicità con cui i riti mortali venivano affrontati e accettati evidenzia un evento senza caratteri troppo drammatici o eccezionali. La morte era un evento ordinario e naturale.

La verità relativa alla morte comincia a diventare un problema. Si cerca di evitare alla società e ai famigliari il turbamento dell'evento e non al moribondo. La segnaletica che vuol essere falsamente illusoria, in realtà porta con sé il segnale che la persona sta per morire. Non si vuole far preoccupare il morente o i famigliari dello stesso, cercando di portare un equilibrio all'interno del contesto di conoscenze del moribondo. Jean Zigler dice che la rimozione avviene automaticamente, ma l'angoscia rimane sia per chi muore sia per il parente vicino e questo implica un'accentuazione dell'angoscia stessa, purgando la coscienza dell'uomo da continue catarsi in un messaggio beota dell'edonismo bottegaio. Il rito sociale della morte e la sua rimozione vengono viste come un effetto della mercificazione dell'essere umano. La società capitalistica avanzata ha cercato di eliminare radicalmente l'incidenza sul piano sociale e collettivo del fenomeno morte e, addirittura, ha cercato di soppiantare i pensieri del singolo individuo nel privatissimo.

Jeffrey Gorer parla, appunto, di “pornografia della morte”, nel senso che la morte alla fine del XX secolo ha sostituito il sesso come principale tabù sociale. Se il sesso prima era un argomento che doveva essere celato, oggi al suo posto è entrata la morte.

La rimozione psicologica della morte

Sigmund Freud crea un incrocio di analisi ed induzione psicologica nel nostro atteggiamento nei confronti della morte: “A sentir noi eravamo pronti a sostenere che la morte è l'esito necessario di ogni esistenza. A sentir noi eravamo pronti a sostenere che tutti noi abbiamo contratto questo debito con la natura e dobbiamo esser pronti a pagarlo. A sentir noi eravamo pronti a sostenere che eravamo convinti che la morte fosse un fatto naturale e innegabile. In realtà ci comportavamo in modo totalmente diverso. Ovviamente nessuno nega che la morte sia un evento innegabile e naturale, ma ci comportavamo in modo diverso. Abbiamo mostrato una certa tendenza a voler eliminare la morte dalla nostra vita.” Nessuno crede alla propria morte e che ognuno di noi è inconsciamente convinto della propria immortalità. Per quanto riguarda la morte degli altri, l'uomo civile si vieta di rilasciare qualsiasi riferimento all'evento in presenza di un altro uomo destinato alla morte. Solo i bambini non si fanno molti problemi a parlare in tali termini. L'adulto invece nemmeno con sé può parlare di tale argomento, se non per motivi professionali o se tale gli converrà qualche rincaro economico.

Regolarmente la strategia è quella di evidenziare il momento fortuito di essa, cercando di giustificare l'evento, tradendo così la nostra preoccupazione facendone della morte un fatto accidentale e spogliandola di ogni atto di necessità. Il moltiplicarsi di fatti di morte ci appare orribili, persino davanti al defunto abbiamo una sorta di ammirazione in un atteggiamento critico verso di esso, mettendo da parte ogni rancore e mettendo per iscritto ogni sua azione benevole e tralasciando le ingiustizie commesse in vita, in un totale rispetto. I nostri vincoli sentimentali ci legano alla nostra esistenza e la tendenza ad escludere la voce morte dalla contabilità dell'esistenza toglie molte possibilità. Cancellare la morte significa, di fatto, cancellare una parte rilevante della vita e, inoltre, vuol dire non vivere fino in fondo. La morte in qualche modo mi dà la vita, in quanto propina ad ogni istante della vita un valore immenso, in quanto irreversibile e mai revocabile.

La volontà di occultare la morte è spiegabile da una visione di una vita ultraterrena. Questa esistenza ulteriore, finalmente valida, vede la morte come un passaggio a qualcosa di ulteriore e non nel suo significato reale, cioè come annientamento della vita. La repressione artificiosa del dolore e del lutto, l'autorecensione, spesso provoca danni psicologici forti. Non solo nel contesto collettivo, ma anche in quello privato o familiare, non va mostrato il dolore, visto come umiliante per la persona. Viene eliminata la figura della tomba e quindi anche il pellegrinaggio ad essa come ricordo. Il portare il lutto è in disuso al giorno d'oggi. Oggi tutto è in disuso, ma vediamo un grande numero di donne e uomini in lutto in quanto la società non dà né i mezzi né gli insegnamenti per capire ed affrontare l'esperienza della morte.

L'ospedalizzazione dei moribondi e la morte tecnica

La rimozione della morte nella società culturale non è solamente sociale, culturale o psicologica, ma è anche fisica. C'è infatti un luogo predestinato dove la morte viene rinchiusa (l'ospedale, la casa di riposo ...). L'ospedale, in particolar modo, è diventato un ambiente rappresentativo per molti studiosi di questa occultazione o “espropriazione della salute”, come scrive Ivan Illich, in cui i riti medici diventano una sorta di schema di morte desiderabile, proponendo come rimedio economico la morte in ospedale. Il diritto dell'uomo occidentale di gestire la propria morte gli viene tolto. La morte non ha più una sua dignità. Il malato grave non può più gestire autonomamente la propria salute o stabilire la scena della propria morte. Sarebbe assurdo pensare che l'uomo medievale morisse meglio di noi. Le morti precoci delle epoche passate sono state debellate a vantaggio dell'uomo, ma sembrerebbe che la medicina si sia spinta troppo in là, cercando di gestire in modo asettico la vita delle persone, non lasciandole alcun tipo di decisione. La morte identificata dalla scuola di Harvard in determinati parametri clinici, si è passati da un medico spettatore ad un medico attore che decide come far morire il proprio paziente. Zigler dice che gestire la morte di un altro è un'arroganza basata su delle conoscenze tecniche. Illich e Zigler testimoniano quanto possa essere terribile la morte tecnica negli ospedali delle nostre città.

Della morte si deve ed è doverne parlarne per riscoprire una sua umanizzazione.

La spettacolarizzazione della morte

Negli ultimi tempi siamo di fronte ad un nuovo atteggiamento sociale nei confronti della morte. Stiamo passando dalla strategia dell'occultamento alla spettacolarizzazione della morte tramite immagini televisive (La diretta, La tragedia del pozzo di Vermicino). Freud aveva intuito questo processo di spettacolarizzazione della morte, parlando della cinematografia, dove si cerca nel mondo della fantasia (libri, teatro, cinema) un sostituto di tutto ciò che rinunciamo nella vita. In questo ambito troviamo quelle molte vite di cui ci serviamo, identificandoci nei diversi eroi che muoiono e rinascono.

Il fatto che oggi possiamo vedere la morte reale, non solo quelle messe in scena dagli attori, non è poi molto diversa. L'ostensione della morte non comporta con sé un’accettazione dell'evento, ma sempre più è una morte mediata dai canali mediatici. La morte vera resta in realtà un insormontabile che non ci consente risposte provvisorie o rinvii. Non è mai una morte che ci interra profondamente, ma è uno spettacolo quasi catartico o liberatorio. La morte è la vera e unica cosa da pensare perché solo la morte ricolloca nella giusta posizione successi, insuccessi, paure, gioie, domande, risposte ecc. Quella morte invece mascherata dalla cultura occidentale non serve a nulla.

La morte come fine del nostro stato di viandanti

Viene trattato il tema del rapporto tra morte e libertà. Nello specifico si analizzano i pensieri di:

  • G. Marcel la morte coincide con la liberazione della vita, che in questo caso non viene persa ma anzi si ritrova man mano. L’eternità inoltre è concepita come il frutto di ciò che l’uomo ha compiuto: è la totalità della vita. La morte investe tutto l’uomo, sia la sua dimensione personale, che quella spirituale. Ognuno vive nella sua condizione di uomo viator e tutte le dimensioni della sua vita sono coinvolte nella morte essa è anche libertà che si compie, è un traguardo oltre il quale le nostre scelte e le nostre decisioni sono finite per sempre.
  • Per Heidegger la morte è possibilità estrema. La vita è da prendere radicalmente sul serio: essa è la condizione per cui si può dare autentica libertà e se le scelte fossero reversibili, come per esempio accade con la tela di Penelope, allora tutta la vita sarebbe assurda, mentre la morte vi dà in realtà significato.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/01 Filosofia teoretica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher insintesiHegel di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia teoretica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Zucal Silvano.
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