Estratto del documento

Prefazione

Il lavoro sta cambiando e il modello di sviluppo economico cambierà, le organizzazioni lavorative dovranno quindi adattarsi. I paesi sviluppati, preoccupati dalla disoccupazione avviano due processi per far crescere il PIL:

  • Aumentare la produttività (attraverso lo sviluppo tecnologico)
  • Delocalizzare le attività d’impresa in paesi a basso costo del lavoro.

Poi avvia il processo consumistico a debito che determina un effetto di accelerazione dei primi due processi. Il processo di globalizzazione accelerato delocalizza quindi i processi di produzione in paesi con mano d’opera a basso costo, creando occupazione nelle popolazioni più povere ma disoccupazione nei cosiddetti paesi sviluppati.

La crisi economica esplode quando il debito, per sostenere i consumi necessari alla crescita diviene insostenibile, causa il crollo degli stessi consumi e quindi quello della produzione, dell’occupazione e così via in una spirale senza fine. Il ritorno alla piena occupazione sarà molto difficile, richiederà investimenti nell’innovazione tecnologica e un cambiamento radicale degli stili di vita e di lavoro.

Poiché negli ultimi 30 anni abbiamo creato un nuovo ordine economico mondiale – rompendo il mondo in due: paesi produttori e non ancora consumatori e paesi consumatori ma sempre meno produttori, abbiamo potenzialmente impoverito e messo a rischio l’Occidente. Per fronteggiare il problema bisogna risolvere una serie di contraddizioni: più stato o meno stato per fare investimenti? Più protezionismo o mercato per sostenere l’occupazione? Più immigrazione o più figli?

Non è possibile uscire da questa crisi economica prescindendo dalla crisi morale. Questo mondo globalizzato e squilibrato che abbiamo prodotto non può vivere seguendo il vecchio modello di competizione economica. Ci vuole invece un patto fra le nazioni sviluppate ed ex-ricche e le economie emergenti o potenzialmente emergenti. Dobbiamo ridimensionare il senso del profitto economico, del successo ed inquadrare tutta la questione economica in modo più umano.

Le organizzazioni lavorative possono giocare un ruolo fondamentale. La tesi di questo libro sostiene che per risolvere queste controversie è necessario costruire un modello di sviluppo umano integrale i cui pilastri sono la libertà, la relazionalità e la trascendenza. L’uomo non è un animale intelligente da soddisfare solo materialmente, ha bisogno di intendere, di capire, acquisire saggezza e maturità; deve intendere meglio cosa è libertà personale e responsabilità personale, deve capire il rapporto con il prossimo, la relazione. Oggi nel mondo globale, l’uomo economico si intende, ed è separato in tre dimensioni: uomo lavoratore, consumatore, investitore. Oggi queste tre dimensioni sono in conflitto tra loro e la cultura dilagante è quella nichilista, una crisi resta una crisi o ne produce altre.

Capitolo 1 – Dove stiamo andando

Il contributo delle organizzazioni alla vita delle persone

Qual è il contributo che le organizzazioni possono fornire alla vita delle persone che vi lavorano? - Un crescente malessere

Lavorare per vivere o vivere per lavorare?

Sembra che l’attività lavorativa abbia progressivamente monopolizzato la nostra esistenza risucchiandoci in una spirale dal ritmo introllato. Eppure nel tempo, guardando le statistiche, sembra che le cose siano migliorate per il genere umano. Duecento anni fa l’economia dell’occidente era basata sullo sfruttamento fino alla consunzione del corpo, della forza fisica dell’uomo e della donna. Invece nel 2009 ventisette stati dell’Unione Europea mostravano una distribuzione della forza lavorativa che segnava appena il 5% nell’agricoltura, il 26% nell’industria, e il 69% nei servizi.

Bisogna riconoscere che lo sviluppo tecnologico combinato con la legislazione in difesa della salute dei lavoratori, l’esplosione dell’economia dei servizi ha ridotto drasticamente la malattia e il deperimento fisico associati all’attività lavorativa. Tuttavia ciò non ha segnato un miglioramento delle condizioni generali della nostra vita, viviamo in una società malata in cui il logorio fisico inflitto nel passato s’è tramutato in disagio psicologico a spirituale, in un generale senso d’insoddisfazione esistenziale.

Tra i vari fattori è utile menzionare l’uso delle tecnologie digitali, l’emersione dell’economia e della competizione globale, il consolidamento del modello consumistico americano. Il mondo lavorativo è molto complesso e variegato. L’impatto delle organizzazioni lavorative, imprese, cooperative, organismi statali sul benessere psicofisico e spirituale delle persone è quello che andremo ad analizzare. È significativo che la pubblicità di alcuni moderni smartphones li definisca come u l’ufficio portatile, che consentirebbe di continuare a lavorare sempre e dovunque, ciò potrebbe dischiudere nuovi spazi di libertà ma potrebbe anche indicare la nascita di una nuova schiavitù.

Alcune multinazionali impongono ritmi di lavoro che si aggirano tra le 70 e le 80 ore settimanali. I luoghi di lavoro diventano così delle vere prigioni che monopolizzano il tempo vitale delle persone. Sembra che molte organizzazioni lavorative siano diventate delle grandi macchine tritatutto, capaci di distorcere il senso della realtà, inculcando modelli e stili di vita inevitabilmente nocivi per l’autentico sviluppo dell’uomo e della collettività. Per risolvere il problema è necessario riconcettualizzare l’idea stessa di organizzazione lavorativa, mettendo il luce il vero centro dell’economia: la persona umana.

Queste riflessioni sono partite dalla costatazione dell’effetto disintegrativo delle organizzazioni nella vita delle persone e nelle famiglie. Se le organizzazioni hanno (o dovrebbero avere) come scopo il servizio e lo sviluppo della società civile, la loro attività non può (o non dovrebbe) essere dannosa per l’individuo e per la stessa società.

La chiave di lettura che proponiamo al riguardo prende lo spunto dall’analisi proposta nella recente Enciclica “Caritas in veritate” (scritta da Benedetto XVI) ed in particolare dal modello antropologico associato al concetto di “sviluppo umano integrale”. Non occorrono solo soluzioni tecniche ma bisogna ripensare il senso antropologico del lavoro.

Il muro della fabbrica come allontanamento dalla società

Fino al diciottesimo secolo il lavoro era costituito da quattro principali attività: la caccia e la pesca, l’agricoltura o lo sfruttamento di risorse vegetali naturali, la fabbricazione artigianale di artefatti ed infine il commercio. La trasparenza era un ordinamento naturale che veniva rispettato dalle norme sociali d’ogni epoca e luogo, il processo produttivo era ben visibile così come le condizioni di lavoro. La prima rivoluzione industriale introdusse un nuovo modo di organizzare il lavoro: la fabbrica, portò con sé un nuovo sistema organizzativo per controllare persone idee e cose: Il muro della fabbrica.

Il muro della fabbrica ha cancellato la naturale trasparenza e accessibilità dell’attività produttiva. Le organizzazioni lavorative diventarono una sorta di buchi neri che risucchiavano persone e materie prime per poi emettere in modo apparentemente inspiegabile, prodotti finiti. La mancanza di trasparenza produsse una lunga serie di ingiustizie sociali, ai danni dei più deboli. I muri diventarono delle indelebili ferite nella società civile che comportarono una netta separazione tra il micro-cosmo della fabbrica e tutto quello che ne restava fuori.

Il ruolo del muro (limitazione del flusso delle persone, dei beni materiali ed intellettuali) è rimasto praticamente immutato. Dai primi decenni del secolo scorso le grandi imprese hanno rappresentato un nuovo modello, l’impresa s’imponeva come micro-realtà separata dal resto della società civile. Le lunghe ore passate all’interno delle organizzazioni lavorative causano una distorsione delle percezioni e dell’autoconsapevolezza individuale. Si tratta del fenomeno dell’auto-asfissia organizzativa in cui i lavoratori finiscono per sviluppare una forma mentis deviata che idealizza l’importanza della propria azienda. Ciò comporta anche alterazioni nel campo delle relazioni familiari.

Il modello della fabbrica villaggio divenne una strategia adottata per controllare ma persino condizionare inconsciamente l’intera vita del lavoratore.

Esempio del villaggio Crespi d’Adda: costruito alla fine del diciannovesimo secolo da una famiglia lombarda di industriali, si proponeva come mondo perfetto, rispettando rigidamente la gerarchia aziendale persino nell’assegnazione della sepoltura cimiteriale. Queste dinamiche influiscono drammaticamente sul modo di vivere nel nostro tempo. L’instaurarsi di una struttura di tipo “endogamico” e autoreferenziale, che domina per interno la vita dei dipendenti è qualcosa da cui dobbiamo discostarci, maggiore è la chiusura relazionale ed informativa di un’organizzazione dal resto della società civile, maggiori sono le dissonanze cognitive sviluppate dai lavoratori. Un numero elevato di ore lavorative comporta l’assimilazione passiva dei valori.

Caso Enron e Parmalat: L’illegalità e la frode erano diventate le chiavi di volta di una spirale incontrollata di delirio collettivo: Dirigenti e professionisti si erano convinti giorno dopo giorno di poter aggirare impunemente qualsiasi limite legislativo o sociale. Questi episodi rappresentano appena un’infinitesima parte della punta di un enorme iceberg.

Il lavoratore: mezzo di produzione o persona?

Se il diciannovesimo secolo ha lasciato alle grandi organizzazioni lavorative contemporanee l’eredità della prima rivoluzione industriale, il secolo ventesimo ci ha consegnato il lascito della tradizione taylorista. Il lavoro veniva scientificamente suddiviso in semplici e ripetitive operazioni. Le attività dell’impresa seguirono la struttura di un’immensa catena di montaggio. Il modello taylorista non lasciava spazio né all’iniziativa individuale né allo sviluppo intellettuale umano delle persone.

Taylor: “Uno dei primi requisiti per il lavoratore responsabile al lavoro d’altoforno è che sia così stupido da esser assimilato più ad un bovino che a qualsiasi altra cosa, quindi il lavoratore più appropriato per gestire il lavoro dell’altoforno non può capire la scienza che sottostà al lavoro assegnatogli”

La suddivisione e standardizzazione meticolosa delle attività lavorative ha permesso vantaggi considerevoli, il Taylorismo ha imposto però una dottrina dell’organizzazione in cui il lavoratore è considerato come un mero ingranaggio dell’immenso apparato produttivo. Il lavoratore “macchina vivente“ viene così sfruttato sino alla consunzione delle sue capacità fisiche, psicologiche e persino intellettuali. Il modello di Taylor non risponde alle più basilari necessità dell’uomo: Il perfezionamento spirituale, la diversità, la creatività, la socialità; in quanto destina l’uomo all’oblio della ripetitività ed al passivo rispetto di procedure imposte dall’alto.

Anche la “knowledge economy” (esplosa negli anni 90) ha patito i suoi diktat dottrinali imposti dal taylorismo. Diversi studi hanno mostrato che ancor oggi il taylorismo, seppur declinato in nuove ibride forme, rimane un modello imperante nella pratica manageriale, causa di depressione ed insoddisfazione nei lavoratori.

Le organizzazioni: microsocietà che manipolano (parole e valori)

Il neo-assunto

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.vellucci.5 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Russo Maria Teresa.
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