Il linguaggio: il paradosso dell'uomo
Un'anomalia evolutiva
Il mondo umano è ricco di paradossi e astrazioni, è un mondo accessibile solo alla nostra specie che ne ha schiuso le porte grazie all'evoluzione di una facoltà unica, un' "anomalia evolutiva" - il linguaggio - che è la traduzione all'esterno di un modo insolito di pensare: la rappresentazione simbolica. Cos'è accaduto nell'evoluzione? Le differenze tra le lingue e gli altri modi di comunicare sono troppo grandi, quale transizione nell'adattamento comportamentale ha prodotto tale singolarità? Come si è originato il linguaggio? Ha un'origine esclusivamente esterna (associazionismo semplice) o esclusivamente interna (mentalese)?
Ostacoli di natura tecnica e mostri promettenti
L'evoluzione biologica, a differenza del mutamento tecnologico, non è un processo cumulativo, non è additiva. Evolversi significa diversificarsi in ogni direzione: non esiste una tendenza al progresso che porta a noi. Le nostre straordinarie capacità vocali sono un'eccezione. Inoltre, definire i sistemi di comunicazione delle altre specie linguaggi semplici è fuorviante, come lo è chiamarli linguaggi. Le caratteristiche di un linguaggio non umano (forma combinatoria dei segnali, produttività creativa di segnali in uscita) non sono state riscontrate in nessuna specie vivente. La mancanza di precedenti rende lo studio del linguaggio un problema per tutti coloro che lo studiano.
La teoria del mostro promettente (hopeful monster – N. Chomsky) è probabilmente figlia di tali difficoltà. Essa è il corrispettivo dell'intervento divino (genesi di un organismo differente, da una mutazione bizzarra) per l'evoluzionista e in questo caso sostiene la presenza di una “grammatica universale” e di un organo del linguaggio che la custodisca. Ciò implicherebbe una profonda discontinuità biologica e eluderebbe molte domande...e perciò non può bastare!
L'assenza di linguaggi semplici
Intendiamo il linguaggio come un sistema di comunicazione basato sul riferimento simbolico e che prevede regole combinatorie comprendenti un sistema di rappresentazione di relazioni logiche sintetiche tra i simboli stessi. Per esaudire tali criteri basterebbero un “vocabolario” minuscolo e 2 o 3 tipi di regole combinatorie. Bene, anche con tali criteri elastici, non esistono nelle altre specie linguaggi semplici!
Molte specie manifestano comportamenti comunicativi ben più complessi di un linguaggio semplice, eppure altri sistemi linguistici sono assenti. Quindi, eliminando la complessità del linguaggio come ostacolo per il suo apprendimento, la differenza più grande tra comunicazione linguistica e non, resta essere il riferimento simbolico.
Quando mancano le parole: ginnastica mentale
Certi compiti mentali possono essere disagevoli per un cervello incline per natura a tipi differenti di analisi. Apprendere vuol dire selezionare e organizzare e talvolta ricodificare quanto abbiamo già appreso. Il successo o il fallimento dell’apprendimento e del problem solving dipende da come si presta attenzione, da ciò che per noi è saliente o non notiamo, dalla facilità con cui annulliamo e riprogrammiamo queste tendenze.
Il linguaggio è in “controtendenza” rispetto ad altre inclinazioni molto forti, per la prevalenza delle specie. I cervelli di tali specie sono predisadattati verso la ginnastica mentale indispensabile anche solo per capire la simbolizzazione di un qualcosa che noi esprimiamo con la parola.
In altre parole
Non sappiamo parlare di comunicazione se non associandola al linguaggio. La nostra tendenza antropocentrica ci fa dimenticare che il linguaggio è una caratteristica derivata e dovrebbe essere analizzato come un’eccezione a una regola più generale. Considerare i richiami animali e i gesti come fossero sottoinsiemi di linguaggio inverte l’ordine di precedenza dell’evoluzione e la dipendenza funzionale.
Se si pensa alle ricerche di Seyfarth, Cheney e Marler si comprende come molti furono indotti a credere che esistessero linguaggi molto semplici. Ma si trascurava il problema del riferimento. Il problema del tipo di riferimento. Difatti i richiami di allarme oggetto d’analisi si riferiscono agli oggetti come il riso umano (non per forza intenzionale, incontrollabile a volte) e non come le parole.
Il problema del riferimento
Qual è la differenza tra il modo in cui una parola designa le cose e quello in cui un richiamo o una risata o un ritratto denotano qualcos’altro? Il riferimento non richiede, per essere determinato, alcun concetto o significato coscienti. È strano affermare che il riso abbia un significato, è più corretto dire che il riso di qualcuno indica qualcosa.
In sostanza, il riferimento non è intrinseco a una parola, a un suono o a un gesto, ma è creato dalla natura della risposta che a esso viene data. Il riferimento deriva dal processo di generazione di un’azione cognitiva, una risposta interpretativa (interpretante). Un interpretante è tutto ciò che consente di inferire il riferimento da un segno o più segni e dal loro contesto. L’interpretante è il mediatore che fa incontrare un segno e il suo referente. Differenze nella forma del riferimento sono dovute a differenze nella forma di questo processo di mediazione.
Il quid in più che ci differisce dagli animali sta nella differenza tra una risposta interpretativa capace di sostenere le associazioni tra una parola e il suo riferimento – a prescindere che siano correlate nell’esperienza – e le associazioni meccaniche che vengono formate e dissolte come decide l’esperienza (si vedano gli esempi pappagallo, cane, moffetta).
I simboli non sono semplici: la natura gerarchica del riferimento
Peirce distinse tre categorie di associazioni referenziali: l’icona, l’indice e il simbolo. Le icone sono mediate da una similarità tra segno e oggetto; gli indici da una connessione fisica o temporale di qualche natura tra segno e oggetto e i simboli da una connessione formale o convenzionale. Le tre forme di riferimento riflettono una classica tricotomia filosofica dei modi di relazione associativa: (a) similarità, (b) contiguità o relazione, (c) legge, causa o convenzione.
- Icona = rassomiglianza che notiamo
- Indice = collegato o associato a qualcos’altro
- Simbolo = collegamento dato da tacito accordo, convenzione o codice
Peirce ha inoltre notato che il riferimento ha un aspetto gerarchico, cioè, forme più complesse di riferimento si costruiscono su forme più semplici. La scomposizione della competenza referenziale dà luogo ad una discesa ordinata dal simbolo, all’indice, all’icona.
Si ha iconismo laddove la responsabilità referenziale si ferma perché nulla di nuovo viene aggiunto (es. la falena e l’albero). “È icona qualcosa che, a un’indagine più approfondita, può fornire ulteriori informazioni sugli attributi del suo oggetto” (Peirce). Le relazioni iconiche sono il livello più basso della gerarchia interpretativa. Le icone sono associate mediante generalizzazione dello stimolo o similarità convenzionale.
A fare di qualcosa indice di un’altra è la risposta interpretativa mediante cui una sembra rinviare all’altra. Rispetto alle interpretazioni iconiche, quelle indicali richiedono un valore aggiunto (correlazione spazio-temporale o contiguità parte-tutto) e sono costituite da relazioni tra icone.
La soglia simbolica
Per apprendere i simboli cominciamo imparando correlazioni simbolo-oggetto, ma, una volta apprese, le associazioni devono essere considerate semplicemente indizi per determinare le relazioni più cruciali. ESPERIMENTO Savage-Rumbaugh sugli scimpanzè: si sono analizzate le difficoltà di apprendimento nel passaggio dalle associazioni condizionate a quelle simboliche.
Addestrati ad associare dei lessigrammi in una relazione verbo-sostantivo, gli scimpanzè sono poi riusciti (mediante un addestramento ulteriore per esclusione degli errori) anche ad imparare le relazioni esclusive inverse. Gli animali hanno imparato non solo un insieme di associazioni specifiche tra lessigrammi e oggetti o eventi, ma hanno anche appreso un insieme di relazioni logiche tra lessigrammi, relazioni di esclusione e di inclusione.
E, cosa fondamentale, hanno imparato un nuovo tipo di generalizzazione: quella logica, o categoriale, di contro a quella dello stimolo. Questo gli ha permesso di alleggerire il carico mnemonico e di sfruttare la conoscenza implicita fornita da tale ricodificazione. La relazione referenziale non è più soltanto una funzione della co-occorrenza lessigrammi-cibo, ma è diventata una funzione della relazione che un nuovo lessigramma condivide con il sistema dei lessigrammi esistenti.
Estinguere un insight
Quello che potremmo definire un insight simbolico si verifica nel momento in cui abbandoniamo una strategia associativa e ne afferriamo un’altra, di ordine superiore, che indirizza le nostre ricerche in memoria. La scoperta della nuova associazione simbolica è un evento di ristrutturazione in cui le associazioni apprese in precedenza vengono di colpo percepite sotto una nuova luce e devono essere riorganizzate.
I simboli non si limitano a rappresentare le cose del mondo, ma si rappresentano anche a vicenda. I simboli, poiché non si riferiscono direttamente alle altre cose del mondo, ma indirettamente ad altri simboli, sono implicitamente entità combinatorie il cui potere referenziale dipende dall’occupazione di posizioni specifiche in un sistema organizzato di altri simboli. Essi, quindi, non andranno ad accumularsi in collezioni prive di struttura.
Fuori dal cervello: ribaltare Chomsky
Esiste di certo qualcosa di speciale nel cervello umano. Noam Chomsky ha per primo proposto l’esistenza di una “grammatica universale”, dopo aver evidenziato vari motivi per cui tale facoltà innata esisterebbe. A tale ragionamento “per incredulità”, si oppone la teoria dei critici secondo cui non vi è alcun paradosso da spiegare e una teoria dell’apprendimento spiegherebbe tutto, anche il fatto che i bambini apprendano il linguaggio prestissimo.
Un’alternativa esiste: e se il supporto supplementare per apprendere la lingua sia fuori dal cervello, nel linguaggio medesimo? L’apprendimento è destinato verosimilmente a non fallire se si deve apprendere qualcosa user-friendly, se è organizzato secondo modalità verso cui il discente è predisposto a pensare e a lavorare (esempio delfini, e Apple).
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