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Appunti di Filosofia delle scienze sociali della prof.ssa Villani contenenti una sintesi sulla Critica della ragion pratica di Kant, un’opera di stampo fortemente illuministico ma che va oltre il movimento stesso.
Si analizza il pensiero di Kant, secondo cui non bisogna dipendere dalle emozioni,... Vedi di più

Esame di Filosofia delle scienze sociali docente Prof. N. Villani

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come legislatrice universale». La volontà, che è qualcosa di soggettivo, deve valere come

qualche cosa di universale, cioè di oggettivo. Nella terza formula, che è la più sintetica, la

più chiara di tutte, il piano soggettivo universale e il piano oggettivo universale sono

pienamente fusi. La volontà del singolo deve diventare legislatrice universale. Oggi non è

facile comprendere questa affermazione perché per volontà, per singolo, per individuo, nel

mondo contemporaneo si intende qualche cosa che è agli antipodi rispetto a Kant, cioè si

intende l’arbitrio soggettivo. Si pensa che l’individuo debba poter agire nel modo che

fare le cose che crede, ecc. Invece per Kant affidare tutto all’individuo non significa

crede,

affidare tutto all’arbitrio, bensí affidare tutto alla parte più nobile dell’individuo e cioè alla

ragione. In questa prospettiva, l’individuo coincide nei suoi punti di riferimento essenziali

con gli altri individui. Oggi riferirsi alla volontà di una persona significa riferirsi a qualche

cosa di assolutamente arbitrario, che varia da individuo a individuo, invece la volontà con

la “V” maiuscola che si è appropriata dei contenuti della ragione per Kant è come l’Io

penso, cioè vale per tutti gli uomini, è un qualche cosa di soggettivo ma di universale

contemporaneamente. La posizione etica di Kant si spiega anche col fatto che egli vive nel

periodo entusiasmante della Rivoluzione francese, in cui la borghesia europea spera di

poter portare la liberazione e la fratellanza a tutta l’umanità. Kant è un grande filosofo

dell’epoca della Rivoluzione francese. Spera che il comportamento di ognuno si possa

armonizzare col comportamento di tutti gli altri in nome della ragione. Viviamo oggi in

un’epoca in cui le parole d’ordine più avanzate della Rivoluzione francese sono state

sconfitte. Dopo Kant hanno preso il sopravvento le tendenze più individualistiche. Per

esempio già Schopenhauer ride di Kant, e si affida a una morale emozionale puramente

individuale. Dopo Kant, dopo l’idealismo soprattutto, inizia una fase di decadenza che

porta l’individuo a scostarsi dall’universale, e oggi “individuo” coincide con “arbitrio”,

Kant “individuo” coincide con “ragione” e con “universalità”, e questo si

mentre per

spiega con la grande speranza che gli ideali rivoluzionari, libertà, uguaglianza,

fratellanza, possano veramente unire tutta l’umanità e portarla in un’epoca nuova.

«Il fondamento, dunque, di ogni legislazione pratica risiede oggettivamente nella regola o

nella forma dell’universalità, che (secondo il primo principio), la rende capace di essere

una legge; e soggettivamente nel fine. Ma il soggetto di tutti i fini è (conforme al secondo

principio) l’essere ragionevole come fine in sé. Da ciò risulta il terzo principio pratico del

volere, come condizione suprema della sua conformità con la ragion pratica universale:

cioè: [agisci secondo] l’idea della volontà di ogni essere ragionevole come legislatrice

Io chiamo questo principio il principio dell’autonomia della volontà, in

universale.

opposizione ad ogni altro, che per questo io riferisco all’eteronomia». Qui Kant fonda il

concetto dell’autonomia della sua morale. Autonomia in due sensi: autonomia significa

libertà; la ragione è un contenuto interiore, e l’uomo che dipende dalla ragione dipende

solo da se stesso. Kant contrappone la sua posizione all’eteronomia, cioè al dipendere

“altro” fa rientrare per esempio

non da sé ma da altro. Ma Kant in quello che considera

anche il piacere, la sensibilità, la paura di un castigo eterno, ecc. Se invece di agire in

base alla ragione si agisce in base al piacere, per Kant si sta agendo non in base alla

sta agendo in base al piacere si finisce con l’essere in

propria libertà e autonomia; se si

qualche modo schiavi del piacere e cioè si è eteronomi, non autonomi. Anche se il piacere

è qualche cosa che può essere molto personale, per Kant questo qualche cosa ci porta a

dipendere da altro da noi; così se dipendo da emozioni come la paura, eccetera, sono

soggetto a qualche cosa di esterno. Per Kant non bisogna dipendere dalle emozioni, non

bisogna dipendere dal piacere, ma, per essere liberi, bisogna farsi guidare esclusivamente

dalla ragione. Si può pensare a un esempio estremo: consumare droga può portare

piacere, ma significa dipendere da qualche cosa di esterno, cioè far venire meno la propria

libertà. È chiaro che dal punto di vista della morale kantiana l’assunzione di droga è una

di subordinazione all’esterno e quindi implica rinuncia alla libertà. Drogarsi non

forma forte

implica autonomia, bensí eteronomia. “Autonomia” anche in un altro senso, più semplice:

le morali che noi conosciamo per lo più sono morali eteronome, in cui il precetto morale

viene dall’esterno, viene da una chiesa, viene da un’autorità, viene da un profeta, viene da

un libro sacro. L’autonomia della morale kantiana invece implica che la legge morale si

ritrova dentro l’uomo, non in un libro sacro, in una setta, in una gerarchia ecclesiastica, in

un precetto che viene dall’esterno.

Consideriamo ora un altro punto decisivo: l’intenzionalità della morale. «La buona volontà

», si delinea un altro tema

è tale non in grazia dei suoi effetti o dei suoi successi…

è detto che l’agire morale abbia successo, anzi l’uomo morale è spesso

importante: non

sconfitto. Posso tentare un’azione buona e essere impedito di attuarla, ma ciò non toglie

niente alla mia bontà: basta avere l’intenzione buona. La morale kantiana è una morale

decisamente intenzionale. Che cosa significa? Per essere buono, devo fare in modo che

la mia volontà aderisca all’imperativo della ragione, ma si tratta di un’operazione tutta

interna, perché la volontà è qualche cosa di interiore, la ragione pure è qualche cosa di

interiore, e l’esterno è fuori gioco. Per essere buono devo far aderire la mia volontà

all’imperativo dettato dalla mia ragione, se poi le condizioni esterne mi impediscono di

agire bene, questo nulla toglie alla mia virtù. Se, per esempio, voglio aiutare una persona

che è strangolata da un usuraio, ma non ho i capitali per liberarla, questo non toglie niente

alla mia bontà: l’importante è che io voglia aderire all’imperativo della ragione. Oppure

posso essere ammalato, posso essere in un momento di debolezza fisica, non riesco a

impedire, per esempio, che una persona si faccia male, oppure che sia aggredita, vorrei

evitarlo, ma sono bloccato dalla debolezza, dalla malattia, ecc., allora, anche se non

riesco a realizzare l’intenzione, l’importante è che io abbia voluto che ci fosse una

corrispondenza tra l’imperativo morale, tra l’imperativo categorico come si configurava in

quel momento, e la mia volontà.

È opportuno a questo punto ribadire che l’imperativo categorico è uno solo: agisci in modo

che la massima della tua azione possa valere come legge universale. Le massime delle

azioni non dipendono dai contenuti, abbiamo detto, quei famosi contenuti che sono esterni

a noi e possono essere infiniti. Quindi la morale di Kant serve di orientamento in

circostanza, in qualunque epoca storica, in qualunque situazione. L’importante

qualunque

è che in ogni circostanza io cerchi di comportarmi come secondo me si dovrebbe

comportare ogni altro essere umano che usi la ragione. I contenuti possono essere, anzi,

infiniti; possono variare da circostanza a circostanza, ma ho una specie di

sono senz’altro

bussola per orientarmi da me in ogni singola situazione. In questo senso Kant si può

paragonare a Socrate. Socrate ripeteva: «Conosci te stesso», non dava una regola

morale, ma spingeva ciascuno a cercarla in se stesso. Così la morale di Kant non detta

contenuti di azioni morali: i contenuti sono vari e ognuno si orienta in base alle circostanze

con la propria bussola interiore, con la propria ragione. Ora torniamo però

Dice Kant: «La

all’intenzionalità. buona volontà è tale non in grazia dei suoi effetti o dei

suoi successi, né della sua attitudine a conseguire questo o quello scopo proposto, ma

soltanto per il volere, ossia per se stessa; e, considerata per sé sola, dev’essere stimata

senza paragone superiore a tutto ciò che si può fare per mezzo di essa in favore di

qualche inclinazione o anche, se si vuole, in favore della somma di tutte le inclinazioni.

Quando pure per una speciale avversità della sorte o per l’avarizia d’una natura matrigna

quand’anche

venisse a mancare a questa volontà ogni mezzo per attuare i suoi disegni;

essa non ricavasse nulla dai suoi più intensi sforzi; quand’anche non dovesse rimanere

che la sola buona volontà (e s’intende che questa non è semplice velleità, ma implica l’uso

di tutti i mezzi che sono a nostra disposizione) [questa volontà non deve rimanere astratta:

fino a dove posso arrivare con le mie forze ci devo arrivare; posso non avere i soldi per

aiutare la persona in difficoltà, posso non avere le forze per aiutare la persona aggredita,

ma devo usare tutte le mie forze fino a dove arrivano], essa brillerebbe tuttavia per sé

stessa, come una pietra preziosa, poiché trae da sé medesima tutto il suo valore». La

volontà buona vale per sé e non per il successo esterno, perché il successo esterno è un

o inutilità sua non può nulla aggiungere e

fatto di contenuto, del mondo esteriore. «L’utilità

L’utilità sarebbe soltanto come una incastonatura del gioiello,

nulla togliere al suo valore.

renderlo più maneggevole negli scambi o attirare su di esso l’attenzione di coloro

che può

che non sono ancora esperti conoscitori, non già raccomandarlo agli inten- ditori e

il successo dell’azione è la montatura che rende più bello il

determinarne il valore»:

gioiello, ma il gioiello è la pura volontà.

Anche l’intenzionalità risale in ultima analisi alla formazione protestante di Kant. La grande

polemica che ha portato alla riforma di Lutero è centrata su questo: non ci si salva per

conta per Lutero è il puro fatto intenzionale, cioè l’amare

opere, ma per fede. Quello che

Dio, l’affidarsi fiduciosi alla grazia divina; tutte le opere, le opere buone, peggio ancora

naturalmente per Lutero se erano trasformate in indulgenze, non valgono a niente. Nel

fare queste affermazioni Kant rivela la sua natura di protestante: per il protestantesimo,

ripeto, le opere non contano: quello che salva, quello che rende virtuosi è la fiducia in Dio.

Questa concezione trapassa in Kant: il fatto che l’azione morale abbia successo pratico è

una montatura aggiuntiva al gioiello, ma non ha un valore sostanziale. Ciò che conta è

l’intenzione della retta coscienza, l’intenzione della volontà buona.

«La dignità del dovere non ha nulla che fare con le gioie della vita; essa ha la sua propria

essa ha anche il suo proprio tribunale…».

legge, Viene respinta ogni forma di

eudemonismo. L’eudemonismo è una visione ottimistica per cui la virtù e la felicità

coincidono: l’uomo virtuoso è anche un uomo felice, se non altro perché è in pace con se

Per Kant invece l’eudemonismo non vale e la virtù può anche non essere

stesso.

ricompensata: per condurre una vita virtuosa si può anche soffrire, si può anche procedere

di rinuncia in rinuncia, non c’è conciliazione di virtù e felicità. In proposito Kant è drastico:

uomo onesto, colpito da una grande sventura ch’egli avrebbe potuto evitare se

«Un

avesse voluto trascurare il proprio dovere, non è ancora sostenuto dalla coscienza di aver

mantenuto e rispettato nella sua persona la dignità umana, di non aver da arrossire di se

stesso o da temere lo sguardo interno del proprio esame? Questa soddisfazione non è la

Nessuno infatti s’augurerebbe

felicità, senza dubbio, non ne è neanche una minima parte.

di aver occasione di provarla, e forse neanche desidererebbe la vita in tali condizioni. Ma

egli vive e non può sopportare di essere innanzi ai propri occhi indegno della vita. Quella

soddisfazione è l’effetto d’un rispetto per qualcosa di ben diverso dalla vita, e al cui

ha proprio alcun valore. Quell’uomo vive

confronto anzi la vita con tutte le sue gioie non

ormai solo per dovere, e non perché provi il minimo gusto della vita». Si respinge anche

l’ipotesi di avere un gusto per la vita, ma in questo tipo di possibilità Kant vede la

grandezza dell’uomo. L’uomo, a prescindere dal gusto per la vita, si può dedicare a

grandissimi ideali che lo trascendono completamente, non lo riguardano nella sua

persona, e per questo testimoniano del suo destino morale, della sua capacità di

sganciarsi dal piano banale, empirico. Si può rinunciare alle gioie della vita, ma si prova

intima soddisfazione per fatti completamente sganciati dalla propria corporeità. E Kant si

conforta quando nota che tanta parte dell’Europa partecipa con slancio agli entusiasmi

della Rivoluzione francese: questa, dice lui, è una testimonianza del destino morale

dell’uomo, in quanto si tratta di un trasporto per cose che non portano nessun vantaggio

personale e nessuna gioia personale.

Continuiamo a leggere Kant: «Se la determinazione della volontà ha luogo conforme alla

legge morale, ma solo mediante un sentimento, di qualunque specie questo sia, che

dev’essere presupposto perché la volontà abbia un sufficiente motivo di determinazione, e

se quindi essa non si determina per la legge, allora l’azione avrà un carattere di legalità,

Si delinea l’ultima caratteristica che voglio sottolineare della morale

ma non di moralità».

kantiana: essa è una morale estremamente rigorosa, o, meglio, rigoristica. Che cosa

significa questo? L’uomo buono deve agire bene per amore del bene. Punto e basta. Se

agisce per ossequio alla legge, per un motivo esteriore, allora sta agendo per legalismo,

ma non per moralità. La volontà buona deve seguire l’imperativo categorico solo perché lo

essere tutt’e due ispirate alla

trova razionale, non per altri motivi. Due azioni possono

legge, ma possono non essere tutt’e due morali. Perché un’azione sia morale deve essere

compiuta con la propria intima adesione, con la propria intima convinzione. Ricorriamo a

un esempio: in una stessa situazione due individui possono non uccidere un altro, non

uccidere qualcuno che li stava aggredendo, ma uno lo fa per una partecipazione

all’imperativo categorico, l’altro per timore della legge, perché pensa che possa essere

incolpato per eccesso di legittima difesa. Tutti e due hanno agito secondo legalità, perché

tutti e due non hanno proceduto a rispondere in maniera esagerata all’aggressione, ma

uno ha agito moralmente, perché era intimamente convinto e seguiva il dettame

dell’imperativo categorico, l’altro agiva soltanto per paura di incorrere in una pena e quindi

agiva legalmente, ma non moralmente. Ci può essere una divaricazione tra legalità e

moralità. «Conservare, ad esempio la propria vita è un dovere, e inoltre cosa per cui

ognuno ha un’inclinazione immediata. Ora appunto per questo la cura spesso angosciosa

che la maggior parte degli uomini vi dedica non ha nessun valore interiore, e la loro

massima non ha nessun contenuto morale». È spontaneo salvare la propria esistenza.

Questo fatto, pur corrispondendo a una legge morale che implica la salvezza di noi stessi,

l’integrità del nostro corpo, per lo più non comporta un atteggiamento morale. Si bada al

proprio corpo, alla propria salvezza, ma non per seguire un imperativo; lo si fa

spontaneamente per un istinto di sopravvivenza. Esteriormente ci si sta comportando

secondo un principio morale, ma, siccome non si sta aderendo intimamente a un

imperativo categorico, non si sta agendo moralmente. «Essi conservano la loro vita

conforme al dovere, ma non per dovere», cioè stanno seguendo legalmente la norma per

cui non ci si deve uccidere, si deve badare al benessere del proprio corpo, ma lo stanno

facendo in maniera conforme al dovere, non perché lo sentano come un dovere. «Invece

se delle sventure o un dolore senza speranza hanno tolto ad un uomo ogni gusto per la

vita, se questo infelice, forte d’animo, e più irritato della sua sorte che non abbattuto o

scoraggiato, desidera la morte e tuttavia conserva la vita, senza amarla, e non per

inclinazione o per timore, ma per dovere, allora la sua massima avrà un contenuto

morale». Se uno conserva la propria esistenza in condizioni normali non si accorge che

sta aderendo anche a un imperativo morale, quello di mantenersi in vita; sta agendo

automaticamente, per legalità, ma non per moralità, non sta rendendosi conto che deve

aver cura di sé anche per un dovere morale. Quando però, per seguire l’esempio

drammatico di Kant, un uomo è gravemente ammalato, è arrivato a un punto per cui

sarebbe portato a odiare la vita, eppure continua a mantenersi in vita, allora scatta la

norma dell’imperativo per cui si mantiene in vita non per un automatismo vegetale, ma per

una scelta morale.

Veniamo ora alla parte finale della Critica della ragion pratica, quella in cui Kant ha fondato

il primato della ragion pratica sulla ragion pura. Mentre nella prima Critica Kant tiene una

posizione agnostica, cioè dice non si può conoscere niente di Dio e dell’anima, in quanto

le categorie dell’intelletto si applicano solo ai materiali dell’intuizione, invece nella Critica

egli giunge a Dio e all’immortalità dell’anima, ma per una via che non è

della ragion pratica

conoscitiva, è una via diversa; quella dell’esigenza dell’uomo morale. Questa esigenza si

esprime con postulati. Il termine è preso della geometria; i postulati sono punti di partenza

indispensabili per le dimostrazioni, ma non si possono a loro volta dimostrare. Si devono

ammettere per veri, e in qualche modo se ne avverte la verità perché attraverso di essi si

possono dimostrare tante altre cose, ma non si possono dimostrare essi stessi come veri.

arriva alla libertà, all’immortalità dell’anima e a

Ora, Kant nella Critica della ragion pratica

Dio, come postulati morali, cioè come esigenze ineliminabili per la vita morale, come i

postulati geometrici sono esigenze ineliminabili per la geometria perché se non si parte da

essi le catene di teoremi non si possono sviluppare. Il ragionamento di Kant è questo: è

vero che non si possono dimostrare, ma se attraverso di essi si possono dimostrare tante

altre verità, indirettamente si può dire che sono veri anche i postulati in geometria, e lo

stesso vale anche nella morale.

Il primo postulato è quello della libertà. Nella Critica della ragion pura non abbiamo trovato

la libertà dell’uomo, che è anzi condizionato dalla cosa in sé, non può fare altro che porre

ordine tra i fenomeni, ma è un anello della catena causale della natura. Nella Critica della

non c’è alcun accenno alla libertà umana, anzi, l’esistenza della libertà nel

ragion pura

mondo è una di due possibilità delle antinomie della cosmologia razionale; ma per Kant

non si può decidere se una antinomia o l’altra sia vera. Per Kant, insomma, nella Critica

non c’è alcuna libertà. Invece nella

della ragion pura Critica della ragion pratica egli

che il primo postulato per l’uomo morale è la libertà. Il motivo è semplice: se non

afferma

si ipotizza la libertà non c’è neppure moralità, in quanto l’essere morale implica lo

scegliere tra il bene e il male, tra il vizio e la virtù. Se fossimo costretti da qualche

meccanismo automatico alla virtù, se fossimo creature angeliche, non saremmo liberi e

non saremmo morali. Se fossimo coartati automaticamente dalla nostra natura a seguire

per forza la virtù, non ci sarebbe libertà. L’uomo si muove invece tra quel male radicale di

cui abbiamo detto, cioè il peccato originale, se vogliamo usare i termini teologici, e la

possibilità di seguire l’imperativo della ragion pratica. Abbiamo detto che l’uomo vive

continuamente una lotta tra l’imperativo categorico e le inclinazioni. Se vive questa lotta,

ciò vuol dire che l’uomo può scegliere due strade: vizio e virtù, bene e male. Perché ci sia

una vita morale, ci dev’essere la possibilità di scelta tra queste due alternative. L’animale,

che segue l’istinto in maniera automatica, è amorale, è fuori della morale, è al di qua del

bene e del male, mentre invece la scelta tra bene e male implica la libertà. La moralità,

che è scelta per il bene contro il male, per la virtù contro il vizio, implica la libertà. «La

volontà è una specie di causalità degli esseri viventi in quanto essi sono ragionevoli, e la

libertà sarebbe la proprietà di questa causalità, d’agire indipendentemente da ogni causa

estranea determinante»: la libertà significa agire indipendentemente da ogni causa

determinante; risaliamo all’intenzionalità: anche se le cause esterne mi sono di

estranea

mento, sono libero di adeguare, però, la mia volontà all’imperativo della ragione.

impedi-

Provo a fare un esempio drammatico. Ammettiamo che una persona sia paralizzata, e non

possa correre a salvarne un’altra che sta andando incontro a un pericolo; la causalità

esterna le impedisce completamente di agire, ma questa persona, se vuole con tutte le

sue forze salvare chi vede in pericolo, sta adeguando la propria volontà all’imperativo

categorico di rispettare l’altro, di amarlo come se stesso, e allora, pur impedita

fisicamente, pure impedita dal mondo naturale, dalla causalità esterna, sta vivendo la

libertà di essere buona. Si può essere liberi di essere buoni anche se nella pratica non si

riesce a fare neppure un millesimo di quel che vorrebbe fare. Per Kant la libertà dell’agire

morale rende l’uomo completamente indipendente rispetto al mondo. «La volontà è una

In fondo vuol

specie di causalità degli esseri viventi in quanto essi sono ragionevoli,…».

dire questo: «State attenti che per libertà non intendo lo svincolamento dalle leggi della

natura e l’arbitrio. È vero che l’uomo in quanto essere morale non è soggetto alle leggi

della natura, ma non vi illudete che nella sfera morale si possa agire a capriccio: la sfera

morale avrà le sue leggi come le ha la sfera naturale, e queste leggi saranno le leggi della

ragione». Ancora una volta Kant mette in guardia contro il concetto di libertà come arbitrio,

come velleità. Per Kant la libertà non è arbitrio, il voler fare quello che pare e piace: la

libertà è la razionalità, la libertà coincide con l’agire secondo i dettami della ragione. Agire

secondo i dettami della ragione significa non agire a caso e non agire a capriccio, perché

la ragione è tutto tranne che caso e capriccio. Faccio un esempio paradossale, per dire

che per Kant la libertà coincide con la ragione quindi con qualche cosa che non è l’arbitrio,

ma con una restrizione delle possibilità: si è liberi di uscire da questa stanza, ma solo dalla

porta, dal balcone purtroppo non si è liberi di uscire perché ci si fa male, anzi ci si può

addirittura sfracellare; è chiaro dalle più semplici osservazioni del comportamento che noi

seguiamo ogni sorta di leggi quando siamo liberi di agire, se invece interpretassi la libertà

nel senso assurdo in cui viene spesso interpretata oggi, cioè di arbitrio totale, questo

significherebbe l’equivalente di considerare la libertà come la possibilità di uscire dal

balcone. È chiaro che se sono libero, se uso quindi la ragione, mi guarderò bene

dall’uscire dal balcone, non interpreterò, cioè, la libertà come arbitrio di poter fare tutto

quello che voglio, ma come agire secondo quello che è razionale (ed è razionale uscirsene

tranquillamente per la porta). Ora, Kant con queste sue affermazioni vuole dire: è vero che

l’uomo si distacca dalla sequenza della causalità naturale, è libero, però questa libertà non

è l’arbitrio, in quanto la libertà è adesione alla razionalità. «…come la necessità naturale è

la proprietà che possiede la causalità di tutti gli esseri sprovvisti di ragione, di essere

determinata all’azione dall’influenza di cause estranee». Poche righe dopo, dice:

«Pertanto la libertà, quantunque non sia una proprietà del volere conforme a leggi della

natura [cioè non ha a che fare con le leggi della natura], non deve tuttavia essere affatto

esente da leggi, bensí deve piuttosto essere una causalità secondo leggi immutabili, ma di

natura speciale: ché altrimenti una volontà libera sarebbe un non senso».

Gli altri due postulati sono Dio e l’immortalità dell’anima. Come viene fondata l’immortalità

dell’anima? «Ma questo progresso infinito è possibile solo sotto il presupposto d’una

persistenza infinita, come personalità, dello stesso essere razionale (ciò che si dice

immortalità dell’anima)», L’uomo, per i motivi che abbiamo detto poco fa, non riesce a

realizzare l’azione morale: ognuno di noi, nonostante gli sforzi, riesce a realizzare solo in

maniera minima, se pure vuole agire moralmente, la bontà. Il disagio di ogni uomo che

vuole vivere virtuosamente è l’inadeguatezza delle proprie forze, cioè il non riuscire ad

agire veramente in maniera morale, e soprattutto il fatto che il mondo è dominato

dall’immoralità, non è recettivo rispetto al bene. Per Kant, l’uomo morale, proprio perché

vive questa frustrazione dovuta all’intenzionalità della morale, al fatto di avere intenzione

di fare il bene e non riuscirci, ha una forte esigenza di postulare, cioè di immaginare, di

sperare, che la vita abbia una prosecuzione, che la sua esigenza di perfezionamento e

anche di successo nell’azione morale possa continuare all’infinito, che quindi non siano

troncati improvvisamente, a un certo punto, la propria tensione morale, il proprio sforzo

proseguire. L’aspirazione dell’uomo al continuo

morale, ma che essi possano

perfezionamento, la sua insoddisfazione per il fatto di non essere all’altezza delle

situazioni, di non essere pienamente morale, lo spingono a sperare, a credere

nell’immortalità dell’anima, nel fatto che possa avere un cammino infinito ancora da

percorrere per realizzare perfettamente il bene. Infine il postulato dell’esistenza di Dio.

l’essere razionale che

Anche questo è collegato al discorso che stiamo facendo: «Ora [cioè l’uomo, con la

agisce nel mondo non è anche causa del mondo e della natura stessa

sua ragione, non è causa del mondo e della natura]. Quindi non vi è nella legge morale il

più piccolo fondamento per un accordo necessario fra la moralità ed una felicità ad essa

– d’un

proporzionata essere appartenente al mondo come parte e perciò da esso

L’uomo agisce moralmente, il mondo però non l’ha fatto lui, il mondo è

dipendente».

refrattario alla sua azione morale e soprattutto il mondo non si concilia con lui e non gli dà

dà la felicità. L’uomo, abbiamo detto prima, può essere virtuoso, ma

soddisfazione, non gli

contemporaneamente può essere anche infelice, può vivere una vita assolutamente priva

di soddisfazioni, di gioia, di felicità. «Tuttavia nel compito pratico della ragion pura, un tale

accordo è postulato come necessario: noi dobbiamo cercare di promuovere il sommo

bene (che deve quindi essere possibile)… È un dovere per noi promuovere il sommo

bene, quindi non è solo un diritto, ma un bisogno necessario connesso col dovere il

presupporre la possibilità di questo sommo bene. Il quale, poiché ha luogo solo sotto la

condizione dell’esistenza di Dio, collega inseparabilmente la esistenza di Dio col dovere; il

che equivale a dire che è moralmente necessario ammettere l’esistenza di Dio».

L’esistenza di Dio significa l’esistenza di un essere onnipotente nel quale si conciliano la

virtù e la felicità, si concilia il voler fare il bene e il realizzare veramente il bene; per la sua

onnipotenza Dio viene inteso come colui che tutto può e quindi può effettivamente

realizzare il bene, mentre l’uomo vive la frustrazione di voler fare il bene e di non riuscire a

realizzarlo.

I tre postulati della ragion pratica pongono questo problema: la Critica della ragion pura ci mostra

un uomo condizionato dalla cosa in sé, che è uno dei tanti anelli della concatenazione degli eventi


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ninja13

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Appunti di Filosofia delle scienze sociali della prof.ssa Villani contenenti una sintesi sulla Critica della ragion pratica di Kant, un’opera di stampo fortemente illuministico ma che va oltre il movimento stesso.
Si analizza il pensiero di Kant, secondo cui non bisogna dipendere dalle emozioni, non bisogna dipendere dal piacere, ma, per essere liberi, bisogna farsi guidare esclusivamente dalla ragione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia delle scienze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Villani Natascia.

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