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Democrito e l'origine del linguaggio

1 ottobre 2019

Ipotesi di Democrito sull'origine del linguaggio

Democrito espone la sua ipotesi sull’origine del linguaggio: il linguaggio nasce quando gli uomini si riuniscono in gruppi e si accordano per usare determinate parole per riferirsi a degli oggetti. Democrito propone una spiegazione per l’esistenza di lingue diverse: i nomi sono convenzionali, stabiliti per accordo tra gruppi di persone che vivono nello stesso luogo. L’esistenza di vari gruppi di persone ha portato al nascere di nomi diversi, e quindi di lingue diverse.

Origine del linguaggio

Secondo il senso comune, il linguaggio è un prodotto sociale e culturale: gruppi di individui si sono accordati per usare convenzionalmente determinate sequenze di suoni [o, secondo altri (Corballis), gesti] per riferirsi a degli oggetti; con il passare del tempo, il repertorio di «parole» è cresciuto, fino a creare le lingue. Essendoci gruppi di individui diversi, ci sono lingue diverse.

Alla base di questa ipotesi c’è l’assunto che il linguaggio sia di fatto il prodotto delle abilità cognitive degli uomini: come gli uomini si possono accordare tra di loro per istituire, ad esempio, determinate forme di governo, così si accordano per utilizzare una determinata lingua.

Secondo un’altra posizione, il linguaggio non è un prodotto culturale, ma è più simile a un organo: gli individui comincerebbero a parlare così come iniziano a camminare, semplicemente attuando una facoltà che è parte del loro patrimonio genetico-biologico.

Affronteremo la questione (il linguaggio è un prodotto culturale o un «istinto») da diverse prospettive. Cercheremo di capire le conseguenze derivanti dall’assumere una posizione piuttosto che l’altra.

Linguaggio come organo

Caratteristiche del linguaggio come organo

Se il linguaggio è simile a una funzione organica, allora ci aspettiamo che:

  • Abbia delle caratteristiche tipiche di altre funzioni organiche, come l’iniziare a camminare, o il tessere la tela per un ragno.
  • Abbia una componente innata e non derivi solo e unicamente dall’esperienza.
  • Questa facoltà sia comparsa «a un certo punto» nella storia evolutiva dell’Homo sapiens.
  • Tutti gli individui condividano la stessa lingua (quindi l’effettiva diversità tra le lingue deve essere spiegata).

Linguaggio come prodotto sociale

Caratteristiche del linguaggio come prodotto sociale

Se il linguaggio è invece un prodotto sociale/culturale, allora:

  • È immediato spiegare la diversità tra le lingue (vedi anche Democrito).
  • Ci potremmo aspettare una grande variabilità tra le lingue, in tutti gli aspetti che le caratterizzano (non solo nelle parole ma anche nel modo di combinarle).
  • Ci potremmo aspettare che il grado di complessità di una lingua specifica sia correlato al grado di complessità della società che la parla.
  • Ci potremmo aspettare che a lingue diverse corrispondano modi di pensare diversi.

Che cos’è il linguaggio?

Il linguaggio è strutturato in maniera gerarchica, nel senso che gli elementi linguistici (le parole e le combinazioni di parole) si combinano tra di loro secondo una gerarchia. Prima si combinano determinati elementi per formare delle «unità»: [mattoncino] + [azzurro] = [mattoncino azzurro] e poi altre combinazioni di parole si combinano con le unità formatesi precedentemente: [secondo] + [mattoncino azzurro].

Questa combinazione gerarchica avviene a livello sintattico, e anche a livello semantico, ossia di interpretazione del significato:

  • [mattoncino] + [azzurro] = [mattoncino azzurro]
  • [secondo] + [mattoncino azzurro]

Il contributo semantico (= di significato) della combinazione di nome + aggettivo (quando l’aggettivo segue il nome) è quello dell’intersezione insiemistica:

  • Il nome MATTONCINO individua l’insieme dei mattoncini
  • L’aggettivo AZZURRO individua l’insieme delle cose azzurre
  • La combinazione del nome MATTONCINO più l’aggettivo AZZURRO individua l’intersezione tra i due insiemi, ossia l’insieme di mattoncini azzurri [secondo [[mattoncino] azzurro]

Il contributo semantico dell’aggettivo prenominale “secondo” è di diverso tipo. Questo aggettivo individua, all’interno dell’insieme denotato dalla combinazione di “mattoncino + azzurro” quell’oggetto che è in seconda posizione secondo un dato ordine (tipicamente, per noi, contando da sinistra a destra).

Organizzazione gerarchica

Con l’esempio appena fatto, abbiamo dimostrato come l’organizzazione del linguaggio non sia lineare, ma gerarchica.

Ora uso l’esempio: indica il “secondo mattoncino azzurro sottolineato”.

Se ci sono più aggettivi post-nominali che qualificano il nome, l’aggettivo che segue immediatamente il nome (azzurro) si combina per primo con il nome (mattoncino) – prima operazione di intersezione tra due insiemi: [mattoncino] + [azzurro] = [ [mattoncino] [azzurro] ].

Successivamente, il secondo aggettivo che segue il nome si combina con la combinazione ottenuta precedentemente, e la qualifica ulteriormente – seconda operazione di intersezione tra insiemi: [mattoncino azzurro] + [sottolineato] = [ [[mattoncino] [azzurro]] [sottolineato] ].

Solo quando gli aggettivi che seguono il nome sono terminati entra in gioco l’aggettivo prenominale “secondo”, che individua il mattoncino che è in seconda posizione in un dato ordine nell’insieme dei mattoncini azzurri sottolineati: [secondo] + [mattoncino azzurro sottolineato] = [ [secondo] [[[mattoncino] [azzurro]] [sottolineato]] ]

Regola di combinazione tra nome e aggettivo post-nominale

Concentriamoci sulla regola che ci permette di combinare sintatticamente e semanticamente un nome comune (mattoncino) con un aggettivo post-nominale. Abbiamo visto che un nome comune (mattoncino) può essere modificato da un aggettivo (azzurro), e che il risultato di questa combinazione è una unità: [mattoncino azzurro], che di fatto appartiene ancora alla categoria sintattica dei nomi comuni.

La regola «se hai un nome comune, puoi modificarlo con un aggettivo post-nominale, per ottenere ancora un nome» può essere re-iterata, in quanto possiamo aggiungere un altro aggettivo (sottolineato) alla combinazione ottenuta precedentemente (mattoncino azzurro), e otterremmo ancora una volta una combinazione [[mattoncino azzurro] sottolineato] che appartiene ancora alla categoria sintattica dei nomi, e che quindi può essere ulteriormente modificato...

Diciamo ora: indica il “secondo mattoncino azzurro sottolineato ribaltato”.

Il linguaggio contiene operazioni di tipo ricorsivo. Ricorsione= una regola è ricorsiva se può essere applicata al risultato di una sua precedente operazione.

Ad esempio, la regola dell’aritmetica + 1 (aggiungi una unità) è ricorsiva, perché se la applico a un numero arbitrario n, posso sempre riapplicarla al numero n + 1 che è il risultato della prima applicazione.

Invece, la regola "calcola la media dell’altezza degli abitanti di Milano" non è una regola ricorsiva, perché una volta calcolato un certo numero n che esprime questa media, non è possibile applicare la regola "calcola la media dell'altezza degli abitanti di Milano" al numero n.

L’operazione di qualificazione (via intersezione insiemistica) di un nome da parte di un aggettivo post-nominale è un’operazione ricorsiva perché può essere applicata al risultato di una sua precedente applicazione.

[mattoncino azzurro] prima modificazione del nome da parte dell’aggettivo

[ [mattoncino azzurro] sottolineato] modificazione da parte dell’aggettivo del composto nominale nel quale era già avvenuta la modificazione da parte di un aggettivo.

Come nel caso di tutte le operazioni ricorsive, in linea di principio può essere prodotta una sequenza di lunghezza infinita.

Struttura gerarchica e ricorsiva

Tutte le lingue naturali (non solo l’italiano) hanno una struttura che è:

  • Gerarchica= gli elementi si combinano in costituenti secondo un ordine che non è lineare, ma obbedisce a delle regole (nome + aggettivo post-nominale, e l’aggettivo prenominale si combina con il componente «gerarchicamente subordinato» ottenuto da (nome + aggettivo post-nominale))
  • Ricorsiva= (alcune di queste) regole di combinazione di elementi linguistici sono ricorsive, perché possono essere applicate al risultato di una loro precedente applicazione: una regola mi dice che un aggettivo postnominale si combina (per mezzo dell’intersezione insiemistica) con il nome; questa regola può essere poi nuovamente applicata al risultato di questa operazione.

In altre parole, la regola con cui un aggettivo postnominale si combina con l’elemento che qualifica è una regola ricorsiva che dà luogo a una struttura gerarchica.

Attenzione, però: non sempre la ricorsione va di pari passo con la struttura gerarchica. Ossia, ci sono regole che sono ricorsive (possono essere applicate al risultato di una loro precedente applicazione) senza però produrre delle strutture gerarchiche. Ad esempio, considerate la regola: “Prendi la terza lettera di una stringa di lettere, e aggiungila tra la prima e la seconda lettera della stessa stringa”.

Queste sono stringhe di lettere che hanno una struttura piatta, non gerarchica.

La regola: “Prendi la terza lettera di una stringa di lettere, e aggiungila tra la prima e la seconda lettera della stessa stringa” è ricorsiva e produce quindi una sequenza infinita. Però essa non produce una struttura gerarchica: ci dice solo che le lettere stanno una dopo l’altra su una linea piatta, non che c’è una relazione di contenimento fra i prodotti della regola stessa. Questo si può vedere dal fatto che l’applicazione della regola conduce a una struttura parentesi come la seguente:

[d][b][q][f][d][q][b][q][f][d][b][q][b][q][f][d][q][b][q][b][q][f] ecc.

Graficamente la differenza fra regole ricorsive che producono una struttura gerarchica e regole ricorsive che non la producono si può rappresentare con il sistema delle parentesi:

  • [mattoncino azzurro]
  • [[mattoncino azzurro] ribaltato]
  • [[[mattoncino azzurro] ribaltato] sottolineato]

C’è anche il caso speculare, cioè ci sono strutture che sono gerarchiche, ma non ricorsive. Un esempio linguistico ha a che fare con la sillaba: si potrebbe mostrare che le sillabe hanno una struttura gerarchica (gli elementi base si compongono secondo un ordine prestabilito, e alcuni gruppi di elementi sono subordinati ad altri) ma non ricorsiva (ovvero, se vado a vedere dentro una sillaba, non ne trovo un’altra).

La proprietà del linguaggio umano di avere regole ricorsive che producono strutture gerarchiche può essere espressa con la metafora della matrioska. Infatti, una regola come quella che abbiamo visto nel caso dei triangoli ha la proprietà di produrre strutture aventi una forma che, se andiamo a vedere al loro interno, troviamo iterata un numero n di volte, fino a quando la scomposizione diventa impossibile.

La proprietà della lingua di avere strutture ricorsive di tipo gerarchico non è cosa di poco conto, infatti il linguaggio è un veicolo di pensiero e avere strutture ricorsive è quello che ci consente di formulare pensieri complessi che si basano su pensieri più semplici.

Oggi la maggior parte dei linguisti ritiene che tutte le lingue umane siano organizzate gerarchicamente (anche se alcuni dissentono). Questo solleva una domanda: il bambino che deve acquisire la sua lingua madre deve imparare che essa è gerarchica oppure l’informazione che le lingue umane sono gerarchiche è parte dell’informazione di partenza del bambino? Il bambino parte da zero (o quasi da zero) nell’acquisizione della lingua oppure è guidato da alcune informazioni sul modo in cui le lingue possono o non possono essere fatte? Questa è una domanda che emergerà più volte nel corso e a cui tenteremo di dare una risposta, volta per volta.

In un famoso articolo pubblicato nel 2002 sulla rivista “Science” Hauser, Chomsky e Fitch hanno sostenuto che il tipo di ricorsività che produce strutture gerarchiche, cioè la struttura a matrioska, sarebbe una proprietà distintiva del linguaggio umano, nel senso che nessun sistema di comunicazione animale anche molto sofisticato presenterebbe tracce di una simile struttura. Infatti, nel regno animale ci sono meccanismi ricorsivi, per esempio gli uccelli usano sistemi di orientamento basati su complicati calcoli matematici per loro migrazioni da un continente a un altro. Questi calcoli comprendono meccanismi ricorsivi. Tuttavia, l’uomo sarebbe l’unico animale che usa la ricorsività per combinare pensieri e informazioni di tipo linguistico.

Hauser, Chomsky e Fitch hanno anche proposto un’ipotesi sull’evoluzione nel linguaggio nella specie, proponendo una congettura su come e quando sarebbe successo quel qualcosa (ovvero la combinazione di ricorsività e gerarchia) che avrebbe determinato l’inizio del linguaggio umano. L’articolo di Hauser, Chomsky e Fitch ha contribuito ad alimentare un’ondata di studi sui sistemi di comunicazione animali e sull’evoluzione del linguaggio nella nostra specie.

Il linguaggio come organo

2 ottobre 2019

Sviluppo autonomo della capacità di usare il linguaggio

La capacità di usare il linguaggio si sviluppa in modo autonomo, senza istruzioni esplicite, in qualsiasi bambino abbia un’esposizione a una lingua (in genere quella dei genitori) e si sviluppa in un lasso breve di tempo. Il bambino infatti nasce e cresce in un ambiente in cui persone attorno a lui usano il linguaggio. Questo avviene per ogni lingua e in ogni comunità di individui.

Gli studi sull’acquisizione del linguaggio, che si sono fatti sempre più accurati negli ultimi decenni, mostrano chiaramente che tale sviluppo segue tappe predeterminate e una tempistica largamente prevedibile, anche se ci possono essere differenze individuabili non trascurabili. Il bambino impara a parlare anche se nessuno gli rivolge direttamente la parola: non è necessario parlare al bambino quando non sa ancora parlare, infatti il bambino sente comunque gli altri parlare tra di loro e apprende ugualmente non c’è bisogno di usare il baby talk.

Tappe di sviluppo predeterminate

  • Intorno ai 6 mesi= lallazione o bubbling: il bambino comincia ad allenare il suo apparato fono-articolatorio ripetendo una serie di sillabe. All’inizio la ripetizione è univariata (babababa), poi multivariata (badabada).
  • 12 mesi= prime parole (le capiscono anche). Di solito sono nomi di oggetti.
  • 20 mesi= esplosione del vocabolario: il ritmo di acquisizione di nuove parole «esplode», fino a 10 parole nuove al giorno.
  • 20 mesi= olofrasi: combinazioni di parole. Si cominciano a vedere differenze tra lingue, in quanto le combinazioni rispettano le proprietà essenziali della lingua cui il bambino è esposto. Ad esempio, l’italiano è una lingua SVO (soggetto, verbo, oggetto), il giapponese è SOV. Il bambino segue quindi le regole della propria lingua.

Queste tappe (e la loro tempistica) si ritrovano anche nell’acquisizione delle lingue dei segni (o lingue segnate), a partire ovviamente da input diversi. Il 90/95% di bambini che nasce sordi nasce da genitori udenti. Le lingue dei segni sono lingue a tutti gli effetti. Hanno una loro morfologia, sintassi, fonologia, semantica. Le fasi sono le stesse a partire dalla lallazione: invece che “allenarsi” con il ripetere sillabe, questi bambini sperimenterebbero particolari movimenti delle mani manual babbling.

Lo sviluppo del linguaggio sembra essere un processo che segue tappe predeterminate, non plasmato nei suoi tempi di maturazione in maniera decisiva da fattori ambientali. Si tratterebbe di qualcosa di analogo alla dentizione nel bambino o alla crescita delle ali negli uccelli, fenomeni che sono in larga misura determinati nelle loro proprietà e nei loro tempi di maturazione dalle informazioni contenute nel patrimonio genetico. Senza un'adeguata alimentazione, o senza alcune altre condizioni minime, questi organi non si potrebbero sviluppare. Quindi un ruolo del contesto ambientale sulla maturazione degli organi biologici esiste sempre, ma è un ruolo limitato.

Nella nostra cultura in genere non insegniamo ai bambini a gattonare o a camminare, ma aspettiamo che essi comincino a farlo per conto loro. Invece i !Kung San nel deserto del Kalahari (in Namibia) ritengono di dover insegnare la posizione eretta ai loro bambini, per esempio li fanno stare in piedi sostenendoli con mucchi di sabbia. In realtà, parlare o gattonare potrebbero essere ambedue un istinto, una capacità che cresce autonomamente nel bambino senza che ci sia bisogno di un insegnamento implicito o esplicito dall’esterno. In questo senso noi e i !Kung San facciamo qualcosa di non necessario (anche se non è inutile).

L’esistenza di tappe di sviluppo pre-determinate nell’acquisizione della propria lingua madre – tappe che sono le stesse per tutte le lingue, e per tutte le comunità – è un fatto difficilmente spiegabile da chi ipotizza che la lingua sia una invenzione sociale.

Periodo critico o sensibile

Un’ulteriore indicazione che le cose potrebbero essere come sostiene Chomsky è l’esistenza di un periodo critico o sensibile, cioè il fatto che l’acquisizione del linguaggio avviene in modo spontaneo, attraverso la semplice esposizione a una lingua, solo all'interno di una certa finestra temporale (appunto il periodo critico, o sensibile). L'esistenza di un periodo critico è confermata da studi sistematici che sono stati fatti su ampie popolazioni di immigrati arrivati negli Stati Uniti in diversi momenti della loro vita o su popolazioni di segnanti che sono stati esposti a ASL (American Sign Language) in diversi momenti della loro vita. Questi studi individuano grosso modo nella pubertà.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/02 Logica e filosofia della scienza

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giogio345 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della mente, logica e lingue naturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Panzeri Francesca.
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