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Filosofia della mente

Struttura gerarchica e regole ricorsive

Se, in un caso come il seguente, ci viene richiesto di indicare il secondo triangolo nero, noi indicheremo molto probabilmente il terzo triangolo, quello centrale: ▲ ▲ ▲ ▲ ▲. Eppure anche il secondo triangolo a partire da sinistra è un triangolo, è il secondo ed è nero, e quindi possiede tutte le caratteristiche che vengono richieste al soggetto; noi scegliamo il terzo triangolo perché creiamo una struttura gerarchica in cui l’insieme dei triangoli è suddiviso in un sottoinsieme di triangoli gialli e un sottoinsieme di triangoli neri, e solo dopo questa suddivisione noi osserviamo, all’interno dell’insieme dei triangoli neri, qual è il secondo triangolo.

Questo significa che, almeno per l’italiano, le parole di una frase non sono tutte sullo stesso piano, ma seguono un ordine gerarchico: se si procedesse semplicemente da sinistra verso destra, noi avremmo dovuto prima considerare il secondo triangolo, e poi osservare se esso era nero (e avremmo quindi operato una scelta diversa). Invece, grazie alla gerarchia delle parole, noi consideriamo prima il nome più l’aggettivo qualificativo (triangolo nero) e poi vi aggiungiamo gli altri aggettivi (secondo).

Si dice che le lingue come l’italiano possiedano poi delle regole ricorsive (come, ad esempio, l’operazione +1 in matematica): regole che possono essere applicate al risultato di una loro precedente applicazione (1+1=2, 2+1=3). Essendo ricorsive, queste regole non hanno limiti di ripetizioni, ma possono essere applicate infinite volte (almeno teoricamente); quindi, se anche aumento gli aggettivi legati al nome, io continuerò sempre a considerare prima l’aggettivo “più vicino” al nome, e poi vi aggiungerò continuamente nuovi aggettivi, creando sempre nuove strutture incluse nelle precedenti (strutture gerarchiche più ampie).

Teoricamente noi potremmo utilizzare questo principio per creare frasi infinite (secondo triangolo nero, sottolineato, ombreggiato..), ma in pratica una frase infinita non è di nessuna utilità. La ricorsività e la capacità di creare strutture gerarchiche sono legate tra di loro, ma possono essere distinte; un esempio di regola ricorsiva che non produce una struttura gerarchica è l’esercizio “Prendi la terza lettera di una stringa di lettere e posizionala tra la prima e la seconda lettera di quella stringa”.

In questo caso avremo stringhe di lettere sempre più lunghe, poiché tale regola ricorsiva può essere applicata all’infinito, ma il risultato che ne otteniamo sono solo delle lettere sullo stesso piano: non si può affermare nessuna relazione di contenimento tra la prima stringa di lettere e la seconda e così via. Questo si può osservare utilizzando le parentesi quadre per indicare i vari sottoinsiemi: nell’esempio dei triangoli si poteva scrivere: [triangolo nero] [[triangolo nero] ombreggiato] [secondo [[triangolo nero] ombreggiato]].

Nell’esempio della stringa di lettere solo: [d][b][q] [d][q][b][q] [d][b][q][b][q]. Si può anche verificare il caso opposto, ovvero di una struttura gerarchica ma non ricorsiva; un esempio è la sillaba, poiché in una sillaba è possibile trovare delle strutture gerarchiche, ma non è possibile individuare un’altra sillaba contenuta in essa.

La maggior parte dei linguisti afferma che la ricorsività e le strutture gerarchiche sono caratteristiche comuni a tutte le lingue, anche se uno studioso (l’unico ad aver studiato questa lingua) afferma che ciò non vale per il Piranà, una lingua parlata da una popolazione di cento abitanti nell’Amazzonia.

Per indicare il fatto che il linguaggio crea strutture gerarchiche attraverso regole ricorsive viene utilizzata la metafora della matriosca: all’interno della bambola russa si trovano delle altre bambole della stessa forma ma con dimensioni minori, e allo stesso modo noi abbiamo visto nell’esempio dei triangoli che attraverso il linguaggio creiamo sottoinsiemi sempre più piccoli di elementi contenuti in insiemi più grandi, fino a quando un’ulteriore scomposizione diventa impossibile. La ricorsività, poi, è la proprietà che ci permette di elaborare dei pensieri complessi, e non singole frasi semplici.

Ci si è chiesti allora se il bambino che deve apprendere la lingua materna debba anche apprendere che essa è gerarchica e ricorsiva, oppure se questa conoscenza sia già innata nell’essere umano; inoltre ci si è chiesti se il bambino, nell’apprendimento linguistico, parta da zero oppure se possiede già alcune informazioni su come una lingua dovrebbe essere fatta. Un esperimento simile a quello dei triangoli ma compiuto con palle rosse e verdi venne operato su dei bambini di età intorno ai quattro anni, ed è stato possibile osservare che a quest’età i bambini sono già in grado di ragionare come un adulto (sceglievano la terza palla invece della seconda). Questo risultato è compatibile con la teoria dell’innatismo dell’idea di gerarchia. Tuttavia non è possibile escludere che il bambino abbia appreso tale gerarchia della lingua materna nel periodo che va dalla nascita ai quattro anni.

In un articolo recente Hauser, Chomsky e Fitch hanno affermato che la ricorsività è una caratteristica distintiva del linguaggio umano, e quindi in un sistema di comunicazione animale, per quanto complesso, non è possibile trovarne traccia. Questo significa che la differenza tra la comunicazione umana e quella animale non è la mancanza di alcuni concetti da parte degli animali, ma l’incapacità di utilizzare regole ricorsive nella comunicazione, l’incapacità di combinare in infiniti modi gli elementi del linguaggio. Gli etologi hanno poi specificato che la ricorsività non è del tutto assente negli animali, ma solo nei loro sistemi di comunicazione (la migrazione degli uccelli è il frutto di calcoli ricorsivi, ad esempio, che portano quegli animali a viaggiare sempre nello stesso periodo e sempre da uno stesso posto verso uno stesso posto).

Linguaggio come organo

Una visione del linguaggio che si è sviluppata molto negli ultimi anni soprattutto grazie all’opera di Noam Chomsky è quella che lo descrive come un organo biologico, proprio come l’occhio o il fegato. Questa concezione può essere sostenuta da quattro argomenti:

  • Tappe di sviluppo pre-determinate: Anche se il tempo che impiegano i bambini per apprendere il linguaggio è abbastanza variabile, essi attraversano tutti le stesse identiche fasi. La prima di queste è la lallazione, che avviene intorno ai 6 mesi del bambino e lo porta a ripetere i suoni vocalici più comuni della sua lingua materna. Successivamente il bambino comincia a produrre le prime parole, che all’inizio sono nomi e aggettivi di generalizzazione intermedia (cane, non animale o terrier), e poi diventano via via più articolate. Il passo successivo è quello dell’esplosione del vocabolario, che avviene intorno ai 20 mesi e viene affiancato anche dalla produzione delle prime semplici frasi, in cui il bambino accosta due parole e in cui si nota già un’influenza della grammatica e della sintassi della lingua materna (un bambino italiano mette il complemento dopo il verbo, un bambino giapponese lo mette prima).
  • Anche per quanto riguarda i bambini sordi che, fin dalla nascita, sono stati esposti al linguaggio dei segni, è stato possibile comunque osservare una fase di lallazione non acustica: il bambino compie dei gesti, dei segni che possiedono un ritmo di presentazione diverso da quello della normale gestualità infantile, ma che somigliano molto alle configurazioni del linguaggio dei segni materno. Si è anche osservato un tempo di comparsa dei primi gesti dei bambini non udenti molto simile al tempo di comparsa delle prime parole dei bambini udenti. Lo sviluppo del linguaggio sembra quindi essere indipendente dal contesto esterno, sembra esistere un orologio biologico simile a quello che regola molti altri aspetti dello sviluppo, e questo rafforza l’idea di linguaggio come organo biologico.
  • Tuttavia, proprio come un ambiente di denutrizione o sfavorevole alla crescita può portare a una presentazione più tardiva della pubertà, anche un contesto in cui non si ha stimolazione acustica può portare a ritardi nell’apprendimento del linguaggio. I bambini che per diversi anni sono stati oggetto di isolamento sociale e deprivazione linguistica (come i bambini selvaggi) possono recuperare negli anni una parte delle loro abilità cognitive, ma non riescono a recuperare lo svantaggio linguistico se il periodo di deprivazione acustica è troppo lungo. Quindi anche lo sviluppo degli altri organi e funzioni biologiche richiede un certo intervento da parte del contesto, ma questo intervento è limitato, e non preclude al bambino la possibilità di sviluppare comunque quel determinato organo (nessuno penserebbe, ad esempio, che il bambino non svilupperà i denti se non proverà a masticare qualcosa).

Periodo critico o sensibile, è una “finestra” temporale in cui il bambino è particolarmente predisposto all’apprendimento anche senza insegnamenti provenienti dall’esterno. Il linguaggio, ad esempio, si sviluppa in ogni bambino indipendentemente dagli insegnamenti che vengono forniti dai genitori, anche se è stato possibile capire che alcuni accorgimenti (come l’utilizzo del motherese) possono aiutare nell’apprendimento. Questo avviene solo in questo periodo critico, infatti per imparare da adulti una nuova lingua si deve per forza seguire un insegnamento (perché il periodo critico o sensibile è ormai finito). Per alcuni studiosi questo periodo critico si esaurisce verso la pubertà, per altri esistono periodi critici diversi per le diverse componenti del linguaggio.

Bisogna fare una distinzione tra periodo critico e periodo sensibile; il periodo critico riguarda l’ipotesi secondo la quale dopo un determinato periodo di tempo non è più possibile apprendere in modo nativo la lingua di un determinato paese, anche se esistono altre possibilità di apprendimento. Il periodo sensibile, invece, è un’ipotesi meno forte in cui si afferma l’esistenza di un periodo in cui l’apprendimento è molto più rapido rispetto al normale. Per i bambini è infatti molto più semplice e rapido l’apprendimento di una lingua straniera rispetto agli adulti.

Mentre per i bambini il fattore più importante nell’apprendimento della lingua straniera del paese in cui sono emigrati è l’età di arrivo nel nuovo stato, per gli adulti contano di più fattori quali il livello di studio, il tipo di lavoro o altri indici sociali. L’esistenza di un periodo critico o sensibile nell’apprendimento del linguaggio è una prova a favore del linguaggio come organo, perché tali periodi sono presenti anche negli animali come i fringuelli: se un fringuello viene tenuto isolato dai suoi simili per un determinato periodo dopo la nascita, successivamente non sarà in grado di sviluppare un canto come quello del resto della specie, ma solamente una sua forma più rozza e meno articolata.

Numerosi studi si sono poi interessati alla situazione dei bambini sordi non esposti sin dalla nascita a un linguaggio dei segni ma esposti ad altri metodi di comunicazione (come la lettura delle labbra). La Mayberry, ad esempio, osservò che i bambini sottoposti a un linguaggio dei segni prima degli altri presentavo, vent’anni più tardi, dei livelli di apprendimento più alti. Riuscì anche ad osservare come l’apprendimento precoce di una prima lingua gestuale con solide basi garantisse una facilitazione nell’apprendimento successivo di una seconda lingua, anche se vocale.

Un pidgin è un sistema di comunicazione semplificato storicamente utilizzato tra individui locali e nuovi immigrati per riuscire a comprendersi. Non è una vera e propria lingua, poiché non ha una propria grammatica, ha un lessico limitato e non ha frasi subordinate o particelle grammaticali; è il linguaggio ridotto al minimo necessario per poter comunicare gli aspetti più importanti, e molto spesso un pidgin è ottenuto o da una fusione tra la lingua nativa e quella degli immigrati oppure è una lingua simile all’inglese.

Un creolo, invece, è un pidgin che si è sviluppato ed evoluto, e che nella generazione successiva diventa una lingua completa (come il giamaicano o la lingua delle Hawaii, oppure come il linguaggio dei segni sviluppato dai bambini più piccoli in Nicaragua). Esistono quindi diversi creoli, che risultano essere degli arricchimenti di lingue inizialmente incomplete o senza regole grammaticali fisse (esisteva anche un creolo dell’italiano nei paesi africani colonizzati). Questo è stato possibile anche osservarlo nel video: i bambini più piccoli utilizzarono i segni che riuscivano ad osservare dai ragazzi più grandi, ma li arricchivano, li combinavano e li utilizzavano secondo determinate regolarità che permisero la nascita di una nuova lingua. Il video poi dimostra anche chiaramente l’esistenza di un periodo sensibile o critico, in quanto sono i bambini più piccoli ad apprendere in modo più rapido e fluente la nuova lingua dei segni.

Complessità linguistica e complessità culturale

Se il linguaggio fosse un costrutto culturale e non un organo biologico, dovremmo aspettarci una maggiore complessità linguistica associata a una maggiore complessità della società e della cultura; in realtà si è invece osservato che anche società molto semplici (quelle società che, fino a poco tempo fa, vivevano organizzate come società primitive) possono presentare un linguaggio molto complesso.

Il concetto di complessità di una lingua è difficile da definire, in quanto non si possono distribuire le diverse lingue su una scala di difficoltà: la nostra lingua, ad esempio, può sembrare più complessa dell’inglese ma è meno complessa del turco. Ma non si può parlare di un’intera lingua e paragonarla ad un’altra, quello che si può fare è considerare singole componenti dei diversi linguaggi (come la morfologia, ad esempio) e paragonarle tra loro; in questo modo si potrà affermare che una lingua ha una morfologia più complessa di un’altra, ma non che la lingua sia più difficile (altrimenti bambini di diverse società impiegherebbero tempi diversi a imparare diversi linguaggi, in base alla difficoltà).

Si è osservato che una maggiore complessità della lingua corrisponde sempre a una maggiore libertà nell’ordinamento delle parole all’interno della frase (l’italiano è morfologicamente più complesso dell’inglese, e infatti la frase si può costruire in diversi modi). Le lingue polisintetiche, parlate da comunità di poche centinaia di persone, hanno un alto livello di complessità, eppure quando questi linguaggi sono nati le società erano molto più semplici di quelle europee, in cui si sono sviluppati dei linguaggi più semplici.

Dato che non è possibile trovare una correlazione verificata tra complessità della lingua e complessità della società, il linguaggio non può essere un costrutto sociale, ma sarà un organo biologico.

Poverta' dello stimolo

Chomsky ha anche affermato che il linguaggio, essendo un organo biologico, è guidato da informazioni implicite specificate nel nostro menoma, che noi non riusciamo o facciamo fatica a rendere esplicite, ma che sappiamo utilizzare.

Una regola molto semplice della grammatica dice che nel caso in cui i verbi transitivi non sono seguiti da un complemento oggetto, il soggetto compie quella determinata azione su un oggetto indefinito, non meglio precisato:

  • (1) John ate an apple.
  • (2) John ate.

Un bambino che impara la lingua riesce a comprendere da subito questa semplice regola, e riesce ad utilizzarla. Ma prendiamo i casi:

  • (3) John is too stubborn to talk to Bill.
  • (4) John is too stubborn to talk to.

Anche in questo caso le due frasi sono identiche, con l’unica differenza che nel secondo caso non c’è il complemento oggetto; eppure in questo caso si tratta di un trabocchetto, una trappola per chi deve apprendere la lingua, in quanto le due frasi non hanno lo stesso significato, come invece avevano nei casi 1 e 2. Chomsky, tuttavia, afferma che il bambino inglese che apprende la lingua comprende da subito il significato diverso delle due frasi, senza bisogno di insegnamenti o correzioni dall’esterno.

Viene quindi ipotizzata l’esistenza di regole grammaticali e linguistiche innate, che permettono al bambino che deve apprendere quella lingua di capire che si sta utilizzando una regola diversa e più complessa della precedente.

Si parla di povertà dello stimolo proprio perché la forma superficiale della lingua, ovvero lo stimolo a cui è esposto il bambino, è povera, o addirittura fuorviante, perché fornisce delle informazioni al bambino senza fornire spiegazioni su quale regola debba essere utilizzata per non cadere nel trabocchetto. Eppure i bambini non cadono in queste trappole dovute alla povertà dello stimolo, e Chomsky ipotizza che questo accada perché i bambini non partono da zero nell’apprendimento di una lingua, ma partono da regole grammaticali implicite.

Un altro esempio per dimostrarlo è rappresentato dalla regola di coriferimento (o principio di coriferimento). Consideriamo le frasi:

  • (1) Dice che ha salutato il fratello di Giann
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Zanna15 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della mente e del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Cecchetto Carlo.
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