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OKIN - LA SFIDA ETICA AL MULTICULTURALISMO

INTRODUZIONE (di Acocella)

Raymond Boudon

In un suo saggio esemplare, sintetizza il cambiamento avvenuto sul tema delle

minoranze dopo gli avvenimenti verificatisi negli Stati Uniti (Rosa Parks rivendicò in Alabama il

diritto di sedere in autobus nel posto riservato ai bianchi; il segregazionismo di Little Rock;

l’amministrazione Kennedy permise al giovane James Meredith di accedere all’università dopo

essere stato respinto). L’autore afferma che da quel momento la segregazione è vista come una

condizione che contraddice i valori democratici e non è possibile che una parte della popolazione

veniva discriminata. Boudon nota in qsta nuova visione un collegamento con quelle teorie le quali

affermano che le società non possono essere né confrontate né ordinate secondo un qualsiasi criterio

di valutazione. E ciò è rafforzato dal relativismo della cultura contemporanea. Tuttavia Boudon

sostiene che cmq è naturale che gli uomini preferiscono vivere in una società che garantisce

condizioni di vita decenti, garantisce il rispetto dei diritti fondamentali e l’uguaglianza tra uomini e

donne.

Se il relativismo radicale sostiene che non esistono valori (ogni ideale si equivale ed ognuno ha il

diritto di seguirlo senza alcun vincolo), esiste un relativismo che, al momento in cui si pone il

problema del confronto e soprattutto della convivenza tra culture diverse, si appella al moderno

viene riconosciuta sì l’esistenza

pluralismo (coesistenza di + visioni del mondo) usando toni diversi:

di valori, ma ne viene negato il carattere di verità universale. Dunque si sostiene che gli esseri umani

aderiscono a qsta o a quella credenza esclusivamente xkè è una credenza accettata nell’ambiente

culturale in cui vivono. Si ritiene che siano valori validi per le singole comunità, senza porsi il

problema di cosa accade quando valori e comunità radicalmente diversi vengono in contatto. Questo

succede perché il relativismo confonde il pluralismo includente (l' "interculturalità", in cui diverse

culture convivono, si confrontano, contribuendo a individuare valori comuni, e continuando a

svilupparli anche in direzioni nuove) col separatismo escludente (il "multiculturalismo": si lascia

che si creino mondi e comunità limitrofe e non comunicanti, dunque la difesa delle minoranze x

garantirne l’accesso alle disponibilità comuni è divenuta tutela delle culture al cui interno i singoli

(x es. le donne) possono subire prepotenze superiori rispetto a quelle subite da interi gruppi etnici o

di genere. X cui ogni minoranza tende a separarsi piuttosto che a rivendicare il diritto comune: il

rispetto di tutte le culture porta qste ultime ad essere ghettizzate e quasi “congelate” culturalmente,

private del loro dinamismo storico, bloccate nei loro sviluppi interni verso orizzonti universalistici.

Will Kymlicka è autore noto agli studiosi del multiculturalismo. Al suo nome si associa infatti la

corrente del pluralismo liberale, cioè «l'approccio liberale ai diritti delle minoranze». In che misura e

a quali condizioni, si chiede Kymlicka, i diritti collettivi delle minoranze culturali risultano

compatibili coi diritti individuali di libertà? La sola benigna noncuranza dello Stato, affermava

Kymlicka, non basta a riparare ed evitare i torti verso le minoranze discriminate, in quanto, a

differenza che con la religione, lo Stato non può evitare di legittimare una cultura quando decide di

usare la sua lingua nelle pubbliche istituzioni o nei pubblici uffici: ciò significa che un esercizio

significativo della libertà individuale è legato necessariamente all'appartenenza a una cultura.

Sulla scia di Amartya Sen, il quale afferma che la ragione ha un ruolo significativo nella scelta

dell’identità, la quale non è uniforme ma pluralista xkè partecipa di differenti esperienze culturali e

sociali il cui risultato non è l’appartenenza etnica o religiosa imposta, ma l’identità prescelta,

Stefano Zamagni ne consegue che la socialità umana non è fondata da una pretesa di eticità da

parte di un macrosoggetto (che sia la comunità, lo Stato, la classe, ecc), ma dalla libera scelta da

parte del soggetto.

Le posizioni multiculturaliste sono ambigue xkè enfatizzano la pluralità, negando xò l’universalismo

cosmopolita, facendo emergere le differenze e le discriminazioni.

Il confronto tra posizione comunitarie e liberali ha messo in luce che x esaminare correttamente il

problema multiculturale bisogna considerare la questione del soggetto:

Michel Wieviorka,

Nell’interpretazione di x i comunitaristi, tra cui Taylor, la formazione del

soggetto indica che ogni persona può riferirsi, fin dalla prima infanzia, a una cultura in cui raccoglie

le risorse necessarie al sentimento della sua dignità e alla stima di sé. Secondo tale visione, dunque,

è permesso all’individuo di

le culture minoritarie sono riconosciute e non disprezzate xkè

apprendere la libertà e di costituirsi come soggetto.

X i liberali, invece, gli individui non hanno bisogno di poggiarsi su culture (x es di tipo etnico o

razziale) le quali rischiano anche di rappresentare un fattore di chiusura x le stesse persone, mentre

già farebbero correre grandi pericoli all’insieme della società.

Micheal Walzer ha notato che liberalisti e comunitaristi in realtà non parlano della stessa cosa xkè

i liberali si interessano al legame sociale e alle relazioni tra soggetti costituiti, mentre i comunitaristi

studiano la costituzione del soggetto. Alain Touraine

La questione è affrontata anche da con il tema centrale della modernità, quello

della distruzione dell’individuo e della limitazione della sua libertà assoluta dovuta al mercato e alla

comunità. X Touraine l’individuo deve e vuole ricostruirsi come soggetto creatore della propria

identità perduta, soprattutto dopo la separazione tra la dimensione produttiva e quella civile (come

l’effetto della desocializzazione

accade agli immigrati) con tipica delle società contemporanee. Il

processo di soggettivizzazione che porta l’individuo a divenire attore della propria identità sociale e

culturale si misura con la forza dell’appartenenza xkè né le comunità limitate, né le organizzazioni

sociali sanno fornire identità. Dunque non è + l’appartenenza o lo Stato a definire gli attori sociali,

ma la partecipazione consapevole all’associazione tra soggetti che costituisce l’identità stessa.

Lanza

Alla stessa conclusione giunge x il quale la libertà individuale può essere difesa e garantita

solo collettivamente.

Carmelo Vigna: che ne è della giustizia in una società pluralistica? Che cos’è

Come ha scritto ciò che riguarda l’immediato

giusto x ogni essere umano? Risponde dicendo che è giusto o ingiusto

rapporto che lascia essere gli esseri umani come tali, cioè non li riduce a oggetti manipolabili.

Susan Moller Okin

In qsto dibattito rappresenta una figura esemplare x la sua riflessione etico-

volta a rivendicare l’eguaglianza, il problema della

sociale, che parte dalla prospettiva femminista,

relazione tra multiculturalismo e femminismo, chiedendosi se il primo sia un ostacolo x

l’aspirazione femminile all’eguaglianza.

Confrontandosi con Marilyn Friedman e Monique Deveaux, la Okin riconduce il dibattito sul

multiculturalismo alla critica sia del liberalismo formalistico e sanzionatore delle disuguaglianze sia

alle debolezze della democrazia quantitativa, priva di ancoraggio etico.

Il nodo della questione è che le differenti culture devono incontrare il limite dei diritti umani

Salim Abou:

fondamentali eticamente fondati ed evitare la situazione denunciata da

«Se è vero che ci sono tante etiche qnte sono le culture e che ciascuna possiede una propria

razionalità, che dall’esterno non può essere giudicata, bisogna ammettere che il diritto alla

differenza legittima l’oppressione che una società, in nome della sua cultura, esercita sui suoi stessi

membri, in attesa forse di esercitarla sugli altri».

PARTE PRIMA

CAP.1 SUSAN MOLLER OKIN: LA FAMIGLIA, IL GENERE E LA

GIUSTIZIA

Susan Moller Okin (femminista umanista), scomparsa il 3 marzo 2004, è stata una grande esponente

della filosofia politica femminista americana e professoressa di Etica sociale alla Stanford

University. Negli ultimi anni si era interessata alla condizione delle donne nei paesi meno sviluppati,

dimostrando che le loro difficoltà estreme portano ad un pensiero differente rispetto alla complessità

dei problemi di genere, in un contesto internazionale in cui la povertà minaccia la vita di tutti. Si era

“Fondo

impegnata a sostenere il globale x le donne”, una fondazione a sostegno dei diritti umani

delle donne, portandola a trascorrere tre settimane in India come membro della delegazione del

fondo World Social Forum di Mumbai.

Nel suo saggio + importante, scritto nel 1989, Justice, Gender and the Family, tradotto in Italia con

il titolo Le donne e la giustizia. La famiglia come problema politico, la Okin affronta con forza il

problema dell’ingiustizia insensata verso il genere femminile facendolo derivare soprattutto dalla

divisione asimmetrica del lavoro. Il femminismo della Okin non soltanto vuole estendere alle donne

lo stesso status dell’uomo, ma trasformare del tutto la sfera politica della famiglia, giudicata privata

in modo strumentale. sottotitolo dell’opera,

Infatti, come si evince già dal la famiglia è il primo luogo in cui ha origine la

divisione sessuale del lavoro e in cui si costruisce la distinzione sociale fra i sessi. Il problema della

famiglia è politico: la distinzione fra pubblico e privato non soltanto è arbitraria, ma deriva essa

stessa da una decisione politica.

Quindi la Okin polemicizza contro quel filone femminista che descrive la donna in base alla sue

specificità morali, riservandole dei diritti in qnto donna e non in qnto individuo, e che presuppone

che la differenza sessuale vada garantita mediante un diritto sessuato, secondo il filone

multiculturalista che poggia sul difficile confronto fra i diritti individuali e quelli del gruppo

discriminato.

la critica femminista ispirata all’ideale dell’uguaglianza derivante dal pensiero della

Invece,

differenza si basa sulla tesi che l’uguaglianza sia “l’uguaglianza come essere”, cioè l’uguaglianza

nel suo uso giuridico e morale, come “poter

che si basa su un modello già dato e non invece,

essere”, cioè come qualcosa che ha a che vedere con le relazioni e le possibilità di persone assunte

come libere e dunque in grado di sfuggire alle classificazioni. Carol Pateman,

In questa prospettiva, la Okin non condivide la tesi di per la quale, se x

femminismo si intende una lotta per l'uguaglianza delle donne come individui, lavoratrici e

cittadine, allora è difficile trovare una difesa contro coloro che lo accusano di voler trasformare le

donne in uomini. Questo modo di ragionare, secondo la Okin, si basa sulla discutibile premessa che

le femministe vogliano semplicemente estendere alle donne lo stesso status degli uomini, senza

ripensare la sfera non politica della vita domestica e senza interrogarsi sulle radici storiche della

disuguaglianza, interrogativo qsto che una attenzione acritica alla differenza tende a dimenticare.

Dal suo punto di vista, la questione fondamentale dunque non è capire in che cosa le donne sono

diverse, ma chiedersi perché le donne sono state diversamente trattate. La filosofa esprime dubbi

sull’efficacia reale di legislazioni e politiche corporative (privilegi, quote, commissioni riservate)

nei sistemi democratici. La logica corporativa non può essere applicata alle donne, che, infatti, non

X la Okin non c’è alcuna ragione di intervenire nei confronti delle

sono una minoranza culturale.

donne in modo “iperprotettivo” garantendo a priori spazi e ruoli esclusivamente riservati a loro,

quindi bisogna abbandonare l’idea tipica di una parte del femminismo di utilizzare la differenza

sessuale come un’arma critica e politica.

Palombella precisa che la strategia della Okin non è quella di attaccare l’idea di eguaglianza in

ed un’etica solo femminili separate

nome della differenza, non aspira a fondare una filosofia politica

da quelle maschili, xkè ciò le appare una strategia dannosa che rendere incontrastabili le

disuguaglianze e le differenze.

X comprendere il carattere ambiguo e conservatore di qsta strategia, secondo la Okin, occorre

Iris Marion Young,

il libro dell’americana

considerare Justice and the Politics of Difference

pubblicato in Italia nel 1996.

La riformulazione del rapporto concettuale tra eguaglianza e differenze, x ricercare un’eguaglianza

che si realizzi attraverso la valorizzazione delle differenze, ha portato a constatare che le politiche

ispirate alla nozione tradizionale di eguaglianza si possono tradurre in modelli di “assimilazione”,

cioè in modelli che permettono ad alcuni individui di raggiungere obiettivi e stili di vita della cultura

dominante, pagando xò il prezzo, seppur parziale, della propria identità personale e di gruppo. Come

l’ideale assimilazionista,

scrive Young, sia che ignori o elimini le differenze, nega che la differenza

di gruppo possa essere positiva e desiderabile. Dunque una vera politica di emancipazione, che

consideri come valore la differenza di gruppo, deve portare a rivedere il significato stesso di

uguaglianza. L’ideale assimilazionista presuppone che uguaglianza sociale significhi trattare tutti in

base agli stessi principi, regole e criteri; invece la politica della differenza sostiene che

l’uguaglianza, in quanto è partecipazione e inclusione di tutti i gruppi, può richiedere a volte un

trattamento differenziato dei gruppi oppressi o svantaggiati.

Tuttavia, la questione della differenza sessuale ha interessato fin dalle origini il pensiero

occidentale, infatti i filosofi greci sostenevano che la divisione dei ruoli maschili e femminili nella

società fosse dovuta alla diversità biologica, x cui la donna era considerata inferiore xkè diversa e

quindi le venivano assegnati compiti secondari.

La teoria femminista, invece, sostiene che il genere non è il prodotto della biologia, ma della

società: dunque il sesso differenzia nell’aspetto fisico, ma non negli aspetti psicologici, morali e

sociali.

La Okin polemizza contro la tradizione filosofica occidentale che considera la famiglia (e quindi le

donne) come ente naturale e necessario, spingendo così le donne fuori dalla partecipazione pubblica

e dal potere politico e considerandone esclusivamente la funzione sessuale (affettiva e procreativa),

Proprio x qsto la Okin riflette sull’arbitrarietà del confine tra

oltre che diritti e moralità differenziati.

natura e cultura, infatti, x un fatto sia storico che culturale, la donna è associata alla passività, alla

di quelle abilità e capacità ritenute proprie solo dell’uomo, quali il logos

sottomissione in qnto priva

e la capacità di astrazione. contro l’ambiguità della tradizione liberale

La Okin si scaglia anche ed il suo patriarcalismo che

considera “individui”, cioè componenti di sistemi politici, famiglie con a capo un maschio: mentre

gli interessi degli attori maschili nella sfera politica sono visti come distinti e conflittuali, quelli dei

membri della famiglia di ogni patriarca sono visti come completamente convergenti con i suoi e di

conseguenza le donne scompaiono dall’oggetto della politica.

Già nella sua opera del 1979 Women in Western Political Thought la Okin si confronta con la

tradizione filosofica occidentale, da Platone fino a John Stuart Mill, sul problema del ruolo della

donna nell’ambito politico e sociale.

Mentre Aristotele subordinava la donna all'uomo, relegandola alla sfera della giustizia domestica ed

aiutare ed accudire chi, al contrario, era considerato come “umano

attribuendole la sola funzione di

in modo + pieno”, Platone, insieme a Mill, rappresenta un’accezione tra i filosofi maschi della

tradizione occidentale in qnto è stato il primo ad interrogarsi sul problema delle donne come

problema politico di tutti.

Stuart Mill

A viene fatta risalire la definizione filosofica + articolata di femminismo liberale qndo

che l’ineguaglianza fondata sul

sostiene genere e la preclusione di determinati tipi di occupazioni

alle donne sulla base delle loro differenze anatomiche sono due fatti in contraddizione con la

condizione moderna. Infatti non è possibile distinguere uomo e donna in un mondo che ha già

abolito la distinzione tra schiavo e uomo libero, tra servo e padrone. Mill allora lancia una

provocazione e, utilizzando l’esempio della regina Vittoria, si chiede come sia possibile avere delle

regine e non avere ancora donne in Parlamento.

Platone

Di la Okin considera alcuni punti del IV e V libro della Repubblica in qnto in essi riscontra

una concezione del ruolo riproduttivo della donna diversa da quella dei filosofi che hanno

riconosciuto alla donna una funzione solo affettiva e procreativa, secondo una scala gerarchica dove

ella occupa un gradino inferiore rispetto agli uomini xkè non possiede gli stessi valori.

Platone separa le componenti biologiche della femminilità dai collegati aspetti convenzionali,

istituzionali e emotivi. Egli dimostra poi che la natura umana femminile non è così diversa da quella

maschile nell’esercizio delle funzioni l’abolizione della famiglia

di governo ed arriva a proporre

privata. Su qsta scia la teoria della Okin parte dalla considerazione del fa

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BalboFonseca di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Marino Fabio.
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