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Filosofia dell'educazione - il multiculturalismo e il femminismo Appunti scolastici Premium

Appunti di Filosofia dell'educazione per l'esame del professor Marino, in cui si analizzano diverse posizioni sul multiculturalismo, il ruolo sociale di quest'ultimo e i rapporti tra individualità e comunità. In particolare ci si sofferma sulla visione della storica femminista Susan Moller Okin: l'evoluzione culturale del ruolo delle donne, delle relazioni tra i generi nella famiglia,... Vedi di più

Esame di Filosofia dell'educazione docente Prof. F. Marino

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ESTRATTO DOCUMENTO

OKIN - LA SFIDA ETICA AL MULTICULTURALISMO

INTRODUZIONE (di Acocella)

Raymond Boudon

In un suo saggio esemplare, sintetizza il cambiamento avvenuto sul tema delle

minoranze dopo gli avvenimenti verificatisi negli Stati Uniti (Rosa Parks rivendicò in Alabama il

diritto di sedere in autobus nel posto riservato ai bianchi; il segregazionismo di Little Rock;

l’amministrazione Kennedy permise al giovane James Meredith di accedere all’università dopo

essere stato respinto). L’autore afferma che da quel momento la segregazione è vista come una

condizione che contraddice i valori democratici e non è possibile che una parte della popolazione

veniva discriminata. Boudon nota in qsta nuova visione un collegamento con quelle teorie le quali

affermano che le società non possono essere né confrontate né ordinate secondo un qualsiasi criterio

di valutazione. E ciò è rafforzato dal relativismo della cultura contemporanea. Tuttavia Boudon

sostiene che cmq è naturale che gli uomini preferiscono vivere in una società che garantisce

condizioni di vita decenti, garantisce il rispetto dei diritti fondamentali e l’uguaglianza tra uomini e

donne.

Se il relativismo radicale sostiene che non esistono valori (ogni ideale si equivale ed ognuno ha il

diritto di seguirlo senza alcun vincolo), esiste un relativismo che, al momento in cui si pone il

problema del confronto e soprattutto della convivenza tra culture diverse, si appella al moderno

viene riconosciuta sì l’esistenza

pluralismo (coesistenza di + visioni del mondo) usando toni diversi:

di valori, ma ne viene negato il carattere di verità universale. Dunque si sostiene che gli esseri umani

aderiscono a qsta o a quella credenza esclusivamente xkè è una credenza accettata nell’ambiente

culturale in cui vivono. Si ritiene che siano valori validi per le singole comunità, senza porsi il

problema di cosa accade quando valori e comunità radicalmente diversi vengono in contatto. Questo

succede perché il relativismo confonde il pluralismo includente (l' "interculturalità", in cui diverse

culture convivono, si confrontano, contribuendo a individuare valori comuni, e continuando a

svilupparli anche in direzioni nuove) col separatismo escludente (il "multiculturalismo": si lascia

che si creino mondi e comunità limitrofe e non comunicanti, dunque la difesa delle minoranze x

garantirne l’accesso alle disponibilità comuni è divenuta tutela delle culture al cui interno i singoli

(x es. le donne) possono subire prepotenze superiori rispetto a quelle subite da interi gruppi etnici o

di genere. X cui ogni minoranza tende a separarsi piuttosto che a rivendicare il diritto comune: il

rispetto di tutte le culture porta qste ultime ad essere ghettizzate e quasi “congelate” culturalmente,

private del loro dinamismo storico, bloccate nei loro sviluppi interni verso orizzonti universalistici.

Will Kymlicka è autore noto agli studiosi del multiculturalismo. Al suo nome si associa infatti la

corrente del pluralismo liberale, cioè «l'approccio liberale ai diritti delle minoranze». In che misura e

a quali condizioni, si chiede Kymlicka, i diritti collettivi delle minoranze culturali risultano

compatibili coi diritti individuali di libertà? La sola benigna noncuranza dello Stato, affermava

Kymlicka, non basta a riparare ed evitare i torti verso le minoranze discriminate, in quanto, a

differenza che con la religione, lo Stato non può evitare di legittimare una cultura quando decide di

usare la sua lingua nelle pubbliche istituzioni o nei pubblici uffici: ciò significa che un esercizio

significativo della libertà individuale è legato necessariamente all'appartenenza a una cultura.

Sulla scia di Amartya Sen, il quale afferma che la ragione ha un ruolo significativo nella scelta

dell’identità, la quale non è uniforme ma pluralista xkè partecipa di differenti esperienze culturali e

sociali il cui risultato non è l’appartenenza etnica o religiosa imposta, ma l’identità prescelta,

Stefano Zamagni ne consegue che la socialità umana non è fondata da una pretesa di eticità da

parte di un macrosoggetto (che sia la comunità, lo Stato, la classe, ecc), ma dalla libera scelta da

parte del soggetto.

Le posizioni multiculturaliste sono ambigue xkè enfatizzano la pluralità, negando xò l’universalismo

cosmopolita, facendo emergere le differenze e le discriminazioni.

Il confronto tra posizione comunitarie e liberali ha messo in luce che x esaminare correttamente il

problema multiculturale bisogna considerare la questione del soggetto:

Michel Wieviorka,

Nell’interpretazione di x i comunitaristi, tra cui Taylor, la formazione del

soggetto indica che ogni persona può riferirsi, fin dalla prima infanzia, a una cultura in cui raccoglie

le risorse necessarie al sentimento della sua dignità e alla stima di sé. Secondo tale visione, dunque,

è permesso all’individuo di

le culture minoritarie sono riconosciute e non disprezzate xkè

apprendere la libertà e di costituirsi come soggetto.

X i liberali, invece, gli individui non hanno bisogno di poggiarsi su culture (x es di tipo etnico o

razziale) le quali rischiano anche di rappresentare un fattore di chiusura x le stesse persone, mentre

già farebbero correre grandi pericoli all’insieme della società.

Micheal Walzer ha notato che liberalisti e comunitaristi in realtà non parlano della stessa cosa xkè

i liberali si interessano al legame sociale e alle relazioni tra soggetti costituiti, mentre i comunitaristi

studiano la costituzione del soggetto. Alain Touraine

La questione è affrontata anche da con il tema centrale della modernità, quello

della distruzione dell’individuo e della limitazione della sua libertà assoluta dovuta al mercato e alla

comunità. X Touraine l’individuo deve e vuole ricostruirsi come soggetto creatore della propria

identità perduta, soprattutto dopo la separazione tra la dimensione produttiva e quella civile (come

l’effetto della desocializzazione

accade agli immigrati) con tipica delle società contemporanee. Il

processo di soggettivizzazione che porta l’individuo a divenire attore della propria identità sociale e

culturale si misura con la forza dell’appartenenza xkè né le comunità limitate, né le organizzazioni

sociali sanno fornire identità. Dunque non è + l’appartenenza o lo Stato a definire gli attori sociali,

ma la partecipazione consapevole all’associazione tra soggetti che costituisce l’identità stessa.

Lanza

Alla stessa conclusione giunge x il quale la libertà individuale può essere difesa e garantita

solo collettivamente.

Carmelo Vigna: che ne è della giustizia in una società pluralistica? Che cos’è

Come ha scritto ciò che riguarda l’immediato

giusto x ogni essere umano? Risponde dicendo che è giusto o ingiusto

rapporto che lascia essere gli esseri umani come tali, cioè non li riduce a oggetti manipolabili.

Susan Moller Okin

In qsto dibattito rappresenta una figura esemplare x la sua riflessione etico-

volta a rivendicare l’eguaglianza, il problema della

sociale, che parte dalla prospettiva femminista,

relazione tra multiculturalismo e femminismo, chiedendosi se il primo sia un ostacolo x

l’aspirazione femminile all’eguaglianza.

Confrontandosi con Marilyn Friedman e Monique Deveaux, la Okin riconduce il dibattito sul

multiculturalismo alla critica sia del liberalismo formalistico e sanzionatore delle disuguaglianze sia

alle debolezze della democrazia quantitativa, priva di ancoraggio etico.

Il nodo della questione è che le differenti culture devono incontrare il limite dei diritti umani

Salim Abou:

fondamentali eticamente fondati ed evitare la situazione denunciata da

«Se è vero che ci sono tante etiche qnte sono le culture e che ciascuna possiede una propria

razionalità, che dall’esterno non può essere giudicata, bisogna ammettere che il diritto alla

differenza legittima l’oppressione che una società, in nome della sua cultura, esercita sui suoi stessi

membri, in attesa forse di esercitarla sugli altri».

PARTE PRIMA

CAP.1 SUSAN MOLLER OKIN: LA FAMIGLIA, IL GENERE E LA

GIUSTIZIA

Susan Moller Okin (femminista umanista), scomparsa il 3 marzo 2004, è stata una grande esponente

della filosofia politica femminista americana e professoressa di Etica sociale alla Stanford

University. Negli ultimi anni si era interessata alla condizione delle donne nei paesi meno sviluppati,

dimostrando che le loro difficoltà estreme portano ad un pensiero differente rispetto alla complessità

dei problemi di genere, in un contesto internazionale in cui la povertà minaccia la vita di tutti. Si era

“Fondo

impegnata a sostenere il globale x le donne”, una fondazione a sostegno dei diritti umani

delle donne, portandola a trascorrere tre settimane in India come membro della delegazione del

fondo World Social Forum di Mumbai.

Nel suo saggio + importante, scritto nel 1989, Justice, Gender and the Family, tradotto in Italia con

il titolo Le donne e la giustizia. La famiglia come problema politico, la Okin affronta con forza il

problema dell’ingiustizia insensata verso il genere femminile facendolo derivare soprattutto dalla

divisione asimmetrica del lavoro. Il femminismo della Okin non soltanto vuole estendere alle donne

lo stesso status dell’uomo, ma trasformare del tutto la sfera politica della famiglia, giudicata privata

in modo strumentale. sottotitolo dell’opera,

Infatti, come si evince già dal la famiglia è il primo luogo in cui ha origine la

divisione sessuale del lavoro e in cui si costruisce la distinzione sociale fra i sessi. Il problema della

famiglia è politico: la distinzione fra pubblico e privato non soltanto è arbitraria, ma deriva essa

stessa da una decisione politica.

Quindi la Okin polemicizza contro quel filone femminista che descrive la donna in base alla sue

specificità morali, riservandole dei diritti in qnto donna e non in qnto individuo, e che presuppone

che la differenza sessuale vada garantita mediante un diritto sessuato, secondo il filone

multiculturalista che poggia sul difficile confronto fra i diritti individuali e quelli del gruppo

discriminato.

la critica femminista ispirata all’ideale dell’uguaglianza derivante dal pensiero della

Invece,

differenza si basa sulla tesi che l’uguaglianza sia “l’uguaglianza come essere”, cioè l’uguaglianza

nel suo uso giuridico e morale, come “poter

che si basa su un modello già dato e non invece,

essere”, cioè come qualcosa che ha a che vedere con le relazioni e le possibilità di persone assunte

come libere e dunque in grado di sfuggire alle classificazioni. Carol Pateman,

In questa prospettiva, la Okin non condivide la tesi di per la quale, se x

femminismo si intende una lotta per l'uguaglianza delle donne come individui, lavoratrici e

cittadine, allora è difficile trovare una difesa contro coloro che lo accusano di voler trasformare le

donne in uomini. Questo modo di ragionare, secondo la Okin, si basa sulla discutibile premessa che

le femministe vogliano semplicemente estendere alle donne lo stesso status degli uomini, senza

ripensare la sfera non politica della vita domestica e senza interrogarsi sulle radici storiche della

disuguaglianza, interrogativo qsto che una attenzione acritica alla differenza tende a dimenticare.

Dal suo punto di vista, la questione fondamentale dunque non è capire in che cosa le donne sono

diverse, ma chiedersi perché le donne sono state diversamente trattate. La filosofa esprime dubbi

sull’efficacia reale di legislazioni e politiche corporative (privilegi, quote, commissioni riservate)

nei sistemi democratici. La logica corporativa non può essere applicata alle donne, che, infatti, non

X la Okin non c’è alcuna ragione di intervenire nei confronti delle

sono una minoranza culturale.

donne in modo “iperprotettivo” garantendo a priori spazi e ruoli esclusivamente riservati a loro,

quindi bisogna abbandonare l’idea tipica di una parte del femminismo di utilizzare la differenza

sessuale come un’arma critica e politica.

Palombella precisa che la strategia della Okin non è quella di attaccare l’idea di eguaglianza in

ed un’etica solo femminili separate

nome della differenza, non aspira a fondare una filosofia politica

da quelle maschili, xkè ciò le appare una strategia dannosa che rendere incontrastabili le

disuguaglianze e le differenze.

X comprendere il carattere ambiguo e conservatore di qsta strategia, secondo la Okin, occorre

Iris Marion Young,

il libro dell’americana

considerare Justice and the Politics of Difference

pubblicato in Italia nel 1996.

La riformulazione del rapporto concettuale tra eguaglianza e differenze, x ricercare un’eguaglianza

che si realizzi attraverso la valorizzazione delle differenze, ha portato a constatare che le politiche

ispirate alla nozione tradizionale di eguaglianza si possono tradurre in modelli di “assimilazione”,

cioè in modelli che permettono ad alcuni individui di raggiungere obiettivi e stili di vita della cultura

dominante, pagando xò il prezzo, seppur parziale, della propria identità personale e di gruppo. Come

l’ideale assimilazionista,

scrive Young, sia che ignori o elimini le differenze, nega che la differenza

di gruppo possa essere positiva e desiderabile. Dunque una vera politica di emancipazione, che

consideri come valore la differenza di gruppo, deve portare a rivedere il significato stesso di

uguaglianza. L’ideale assimilazionista presuppone che uguaglianza sociale significhi trattare tutti in

base agli stessi principi, regole e criteri; invece la politica della differenza sostiene che

l’uguaglianza, in quanto è partecipazione e inclusione di tutti i gruppi, può richiedere a volte un

trattamento differenziato dei gruppi oppressi o svantaggiati.

Tuttavia, la questione della differenza sessuale ha interessato fin dalle origini il pensiero

occidentale, infatti i filosofi greci sostenevano che la divisione dei ruoli maschili e femminili nella

società fosse dovuta alla diversità biologica, x cui la donna era considerata inferiore xkè diversa e

quindi le venivano assegnati compiti secondari.

La teoria femminista, invece, sostiene che il genere non è il prodotto della biologia, ma della

società: dunque il sesso differenzia nell’aspetto fisico, ma non negli aspetti psicologici, morali e

sociali.

La Okin polemizza contro la tradizione filosofica occidentale che considera la famiglia (e quindi le

donne) come ente naturale e necessario, spingendo così le donne fuori dalla partecipazione pubblica

e dal potere politico e considerandone esclusivamente la funzione sessuale (affettiva e procreativa),

Proprio x qsto la Okin riflette sull’arbitrarietà del confine tra

oltre che diritti e moralità differenziati.

natura e cultura, infatti, x un fatto sia storico che culturale, la donna è associata alla passività, alla

di quelle abilità e capacità ritenute proprie solo dell’uomo, quali il logos

sottomissione in qnto priva

e la capacità di astrazione. contro l’ambiguità della tradizione liberale

La Okin si scaglia anche ed il suo patriarcalismo che

considera “individui”, cioè componenti di sistemi politici, famiglie con a capo un maschio: mentre

gli interessi degli attori maschili nella sfera politica sono visti come distinti e conflittuali, quelli dei

membri della famiglia di ogni patriarca sono visti come completamente convergenti con i suoi e di

conseguenza le donne scompaiono dall’oggetto della politica.

Già nella sua opera del 1979 Women in Western Political Thought la Okin si confronta con la

tradizione filosofica occidentale, da Platone fino a John Stuart Mill, sul problema del ruolo della

donna nell’ambito politico e sociale.

Mentre Aristotele subordinava la donna all'uomo, relegandola alla sfera della giustizia domestica ed

aiutare ed accudire chi, al contrario, era considerato come “umano

attribuendole la sola funzione di

in modo + pieno”, Platone, insieme a Mill, rappresenta un’accezione tra i filosofi maschi della

tradizione occidentale in qnto è stato il primo ad interrogarsi sul problema delle donne come

problema politico di tutti.

Stuart Mill

A viene fatta risalire la definizione filosofica + articolata di femminismo liberale qndo

che l’ineguaglianza fondata sul

sostiene genere e la preclusione di determinati tipi di occupazioni

alle donne sulla base delle loro differenze anatomiche sono due fatti in contraddizione con la

condizione moderna. Infatti non è possibile distinguere uomo e donna in un mondo che ha già

abolito la distinzione tra schiavo e uomo libero, tra servo e padrone. Mill allora lancia una

provocazione e, utilizzando l’esempio della regina Vittoria, si chiede come sia possibile avere delle

regine e non avere ancora donne in Parlamento.

Platone

Di la Okin considera alcuni punti del IV e V libro della Repubblica in qnto in essi riscontra

una concezione del ruolo riproduttivo della donna diversa da quella dei filosofi che hanno

riconosciuto alla donna una funzione solo affettiva e procreativa, secondo una scala gerarchica dove

ella occupa un gradino inferiore rispetto agli uomini xkè non possiede gli stessi valori.

Platone separa le componenti biologiche della femminilità dai collegati aspetti convenzionali,

istituzionali e emotivi. Egli dimostra poi che la natura umana femminile non è così diversa da quella

maschile nell’esercizio delle funzioni l’abolizione della famiglia

di governo ed arriva a proporre

privata. Su qsta scia la teoria della Okin parte dalla considerazione del fatto che qndo non si cerca di

ricavare direttamente dalla riproduzione la funzione sociale di allevamento e di cura dei figli e la

responsabilità della famiglia, è possibile distribuire ruoli ed occupazioni senza distinzioni tra i

genitori. dell’uguaglianza

Nel V libro della Repubblica Platone produce un importante argomento a favore

dei sessi mostrando posizioni aperte ed anticonformiste x suoi tempi, partendo dalla definizione del

suo Stato ideale considerato come una grande famiglia e caratterizzato dall’abolizione della

proprietà privata. Egli, naturalmente, ha di mira la famiglia del mondo greco a lui contemporaneo:

una comunità economica schiavista e patriarcale, che si occupava dei bisogni materiali e

riproduttivi.

L’eliminazione della famiglia determina l’eliminazione della giustificazione circa la specificità del

ruolo femminile su cui pesa tutta la responsabilità della famiglia e apre la prospettiva a due

principali soluzioni interpretative:

1) considerare la differenza sessuale come assoluta e indipendente dalla storia;

2) chiedersi cosa le donne possono essere o diventare e quindi bisogna accettare la premessa che i

problemi delle donne sono i problemi di tutti, xkè le donne fanno parte dell’organizzazione della

città come gli uomini.

Qsta tesi viene sostenuta con due argomenti:

L’argomento della marginalità funzionale del sesso biologico: c’è motivo per assegnare funzioni

1. differenti sulla base del sesso biologico? Se si considerano gli animali che lavorano nel contesto

culturale umano, a questa domanda si deve rispondere negativamente. x esempio, alle femmine

dei cani da guardia sono assegnati gli stessi compiti di caccia e di custodia assegnati ai maschi, e

non vengono lasciate in casa come prive di potenzialità, incapaci, per la generazione e

l’allevamento dei cuccioli. Nel caso dei cani da guardia, la divisione del lavoro non avviene in

ragione del sesso, ma in ragione della differente forza fisica e non è possibile servirsi di più

animali per lo stesso uso, se non diamo loro il medesimo allevamento e la medesima educazione.

della rilevanza della differenza: la tesi platonica si presta all’obiezione

2. L’argomento

tradizionalista per la quale le donne devono essere destinate a lavori diversi da quelli maschili,

perché la loro natura differisce da quella degli uomini. A tal proposito il Socrate della

Repubblica riporta un argomento esemplare: è vero che i calvi sono diversissimi da quelli che

hanno i capelli, ma, se capita che i calvi facciano i calzolai, non c’è comunque ragione di

impedire l’esercizio di questo mestiere a quelli che hanno i capelli. Infatti, avere o no i capelli è

del tutto irrilevante rispetto all’esercizio del mestiere del calzolaio.

Il femminismo della differenza accusa Platone di non aver valorizzato le attività tipicamente

femminili e di aver fatto delle donne degli “uomini onorari”, contestando la linea di pensiero che,

discendendo da Platone, ammette che le donne, nonostante siano donne, siano incluse come se

pensiero dell’uguaglianza, invece, contesta il pensiero della differenza xkè non sa

fossero uomini. Il

chiarire in che modo sia possibile includere le donne in qnto tali, e si accosta alla tesi platoniana

circa il valore dell’educazione che dà alle donne le stesse opportunità dei maschi.

La Okin afferma che è necessario che le politiche sociali considerino la famiglia come campo

d’azione principale x combattere l’ingiustizia distribuzione del lavoro

sessuale dovuta all’ineguale

sia nell’ambito pubblico che in quello privato. Tuttavia, afferma la Okin, oltre alla

retribuito

famiglia, ci sono altre istituzioni sociali che potrebbero contribuire alla giustizia fra i sessi, quali il

luogo di lavoro e la scuola: è necessario che la legislazione dia ai lavoratori e alle lavoratrici il

diritto a congedi pagati e non pagati x maternità, orario di lavoro ridotto o flessibile, custodia x i

bambini su luogo di lavoro, ecc.

Quindi x la Okin, al contrario che x il femminismo della differenza, non si tratta di eliminare la

differenza sessuale, che può invece essere un elemento arricchente, ma di superare un modello

gerarchico-dicotomico (separazione pubblico-privato) che ha prodotto rapporti di dominazione in

tutti i contesti. Le donne non devono chiedere di essere riconosciute come soggetti del diritto e della

cultura in qnto ciò è controproducente, e non bisogna rendere visibili problemi considerati

tutti, anche gli uomini. E’

tipicamente femminili, ma dimostrare che qsti problemi riguardano

dunque necessario eliminare lo svantaggio tra i generi, conservando quella diversità che rende la

donna unica e rafforzare la specificità femminile, rivendicando il diritto a una differente soggettività

giuridica. X qsta ragione la Okin sostiene che bisogna elaborare teorie della giustizia che siano

realmente inclusive, cioè che permettano alle donne di consolidare la loro posizione negli ambiti

Da qui l’abbandono di una visione maschilista del diritto e

della vita sociale. della morale che si è

retta anche sulla contrapposizione tra giustizia e cura determinando così l’esclusione delle donne

dall’ambito politico.

L’esclusione delle donne e della famiglia dalla filosofia politica, a differenza di Mill e Platone, è il

prodotto di una definizione naturalistica e funzionale della donna, la quale avrebbe una natura che la

relegata ai suoi doveri familiari e naturali, mentre l’uomo rimane l’unico detentore di

porta ad essere

diritti.

Il discorso della Okin è incentrato sulla percezione che la separazione fra pubblico (dunque politico)

e privato sia una costruzione x lo + ideologica e come, invece, alla famiglia sia possibile applicare

criteri di giustizia, proprio xkè una società che garantisce la convivenza fra i suoi membri e la

giustizia nella distribuzione delle risorse non può tollerare proprio nella famiglia forme di ingiustizia

basate sul genere.

Inoltre, la questione della giustizia nella famiglia è alla base della critica che la Okin (e la

Nussbaum) rivolge alla famiglia come spazio sottratto alle norme comuni che regolano le altre

persone nel resto della società. X qsto la Okin, qndo dice che il «personale è politico», intende

affermare:

- la centralità del potere nella vita familiare che determina violenze e sottomissione delle donne, e

qsto è un trascurato dalle teorie della giustizia esaminate dalla Okin la cui importanza e' invece

dall'autrice resa manifesta attraverso la lettura dei dati sulla violenza contro le donne nei paesi

industrializzati e in quelli del terzo mondo.

- il fatto che la sfera domestica sia definita in base a decisioni politiche. Questa circostanza sposta i

termini della questione dal se lo stato interviene a quanto lo fa: non si tratta di chiedersi se lo stato

debba intervenire, perchè già la delimitazione dei confini della sfera domestica è una forma di

intervento, ma piuttosto in che misura debba farlo. il genitore e “allevatrice primaria” e

- in terzo luogo, la famiglia, sfera domestica in cui la donna è

nella quale avviene una considerevole parte della nostra socializzazione, è innegabilmente politica

la sede in cui si costruisce l’identità di genere.

xchè è

- infine, la divisione del lavoro nella famiglia strutturata secondo il genere pervade le altre sfere

elevando, contro le donne, barriere pratiche e psicologiche. Ovvero, la divisione del lavoro nella

famiglia determinata dal genere avviene anche in ambito extradomestico con numerose

discriminazioni sessuali sul luogo di lavoro x cui alle donne sono affidati compiti meno importanti e

retribuzioni inferiori rispetto a quelle corrisposte ai lavoratori maschi. Dunque quelle che vengono

viste come sfere separate, secondo la tradizionale prospettiva maschilista, "sono in realtà parti,

strettamente connesse, di un ciclo ricorsivo di disuguaglianza tra i sessi". Ed è proprio lo stretto

legame tra le due sfere a non rendere facile il passaggio fra i due ambiti, nell'uno e nell'altro senso, e

a rendere la diseguaglianza ricorsiva.

A questo punto, “se l'istituzione in cui siamo socializzati primariamente è permeata di dominazione,

che speranza c'è", si chiede la Okin, "di liberare dalla dominazione le società in cui siamo

socializzati?" L'uguaglianza tra i sessi non può avvenire spontaneamente, e x qsto è necessario

realizzare cambiamenti giuridici, politici e sociali.

Così, nell'ultimo capitolo, la Okin fornisce proposte concrete x superare l'istituzione della famiglia e

della società basate sul genere. Proponendosi la costruzione di una teoria della giustizia in senso

femminista, cioè umanista, che interrompa il continuo processo che vede la società basata sul

genere, la Okin cerca di spezzare questo ciclo in due modi tra loro connessi: in primo luogo

evidenziando le comuni carenze delle teorie + importanti dopo averle analizzate e confutate; in

secondo luogo partendo da quelle stesse teorie per offrire proposte di cambiamenti politici che

potrebbero attenuare l'attuale ingiustizia rispetto al genere: la Okin propone dunque un'adeguata

diffusione di servizi di asili nido e di custodia diurna dei bambini ed una serie di riforme che

prevedono una ridefinizione del ruolo materno e di quello paterno.

Nella sua opera la Okin analizza le principali teorie politiche contemporanee dal punto di vista della

loro compatibilità ed inclusione della prospettiva di genere. Tra qste abbiamo la teoria della giustizia

Rawls

di il quale nella sua opera Political Liberalism (1993) chiarisce, in risposta alle critiche

ricevute dai comunitarsiti, le tesi di A Theory of Justice (1971). Secondo la sua teoria le regole di

una società giusta sono quelle che potrebbero stipulare idealmente individui posti in una "posizione

originaria” nella quale un velo d'ignoranza, che ripropone lo stato di natura del contrattualismo

classico, copre tutte le loro particolarità storiche e sociali. In questo modo, viene pattuita una

giustizia equa e senza privilegi. Tuttavia, la “posizione originaria” con i suoi vincoli è solo un

espediente per definire il mondo comune della giustizia pubblica. L'origine dei sistemi di valore

particolari, l'acculturazione e l'educazione morale primaria sono questioni che non riguardano la

filosofia politica di Rawls: il problema politico della giustizia si pone solo a condizione che ci siano

sistemi di valore diversi, sorti prima e al di fuori del negoziato politico, cioè sorti in comunità non

contrattuali, come la famiglia.

La Okin rivolge a Ralws una serie di obiezioni:

- come quasi tutti i teorici politici utilizza termini di riferimento maschili, presunti come

neutrali (uomini, egli, di lui, ecc);

- qndo Rawls parla di cura intergenerazionale si esprime in termini di padri e figli

escludendo le donne, infatti a tal proposito la Okin fa notare come Rawls non include il

sesso nella lista delle caratteristiche che le persone nella posizione originaria non devono

conoscere di se stesse x formulare principi imparziali di giustizia. Lo stesso Rawls

sostiene che il sesso è una delle contingenze moralmente irrilevanti nascoste dal velo

d’ignoranza;

- Rawls non si distacca dalla dicotomia pubblico/domestico xkè le persone morali libere e

uguali nella posizione originaria sono immaginate non come individui singoli, ma come

capifamiglia, che assicurano che ogni persona nella posizione originaria si prenda cura del

benessere di qualcuno della generazione successiva, rafforzando i c.d. legami

sentimentali. Invece la Okin precisa che un capofamiglia non deve essere necessariamente

un uomo e non bisogna escludere le mogli da ogni rappresentanza nella posizione

originaria

- qndo Rawls sostiene il principio delle pari opportunità, cioè che eventuali differenze di

autorità, responsabilità o distribuzione delle risorse devono massimizzare il vantaggio dei

meno favoriti, secondo la Okin proprio nell’applicazione di tale principio Rawls finisce x

trascurare tutte le istituzioni sociali non considerando la giustizia interna della famiglia e

senza chiedersi se la famiglia monogamica sia un’istituzione sociale giusta.

La Okin, tuttavia, pensa che la teoria della giustizia rawlsiana possa essere un utile strumento per

una teoria normativa della giustizia, per due motivi principali: in primo luogo, Ralws riconosce la

famiglia come una delle istituzioni sociali fondamentali che devono essere oggetto della giustizia

politica, anche se ne dà per scontate le strutture esistenti. In secondo luogo, l'espediente della

contrattazione dietro un velo d'ignoranza non solo permette di sospendere, in quella sede, il genere,

ma, soprattutto, mostra che giustizia e cura non sono prospettive reciprocamente inconciliabili.

Infatti, sospendere il genere e altri aspetti concreti della condizione delle persone, significa chiedere

a ciascuno di mettersi nei panni di un gran numero di altri e considerare il loro punto di vista nel

decidere i principi di giustizia: se mi capitasse, per esempio, di essere donna, troverei accettabile la

divisione sessuale del lavoro domestico?

Secondo la Okin in base al neocontrattualismo così riformulato, è possibile costruire una teoria

liberale della giustizia, che richieda una distribuzione equa del lavoro domestico, e che leghi ciò che

avviene nella famiglia al mondo della politica e del lavoro, finora strutturato in base al presupposto

implicito che il lavoratore sia un uomo con la moglie a casa.

L’aspetto fondamentale del pensiero di Rawls è qndo egli parla della famiglia come “scuola di

morale”: se nella famiglia regna l’ingiustizia, allora viene meno l’aspetto primario

sviluppo

dell’educazione e l’equilibrio di tutta la struttura dello sviluppo morale dei bambini. Infatti, bambini

che vivono una situazione di disuguaglianza tra i genitori, come possono imparare la giustizia? La

Okin risponde affermando la necessità di superare l’istituzione familiare e la società fondate sul

genere x raggiungere un’uguaglianza di opportunità x le donne, ma anche dei bambini e ad una

società giusta. Kymlicka “Introduzione

Molte idee della Okin sono state rielaborate da nella sua alla filosofia

secondo

politica contemporanea”: Kymlicka, mentre gran parte della filosofia politica dominante ha

l’unico ad individuare

tollerato la discriminazione sessuale, il femminismo anglosassone è stato

argomenti validi x la riflessione filosofico-politica. Uno di qsti argomenti sostiene che la

disuguaglianza delle donne è dovuta alla incompatibilità tra il lavoro di cura e il lavoro retribuito e

tale situazione di dipendenza si fa + evidente in situazioni di disagio (x es il divorzio). X superare

qste forme di ingiustizia, Kymlicka propone la riconcettualizzazione della disuguaglianza

sessuale che deve essere considerata come una questione di potere e non di semplice

discriminazione. Le donne, quindi, devono essere libere di ridefinire ruoli sociali, x qsto è

necessario sostituire l’obiettivo politico dell’uguaglianza con quello dell’autonomia.

Le condizioni di dipendenza e di svantaggio vissute dalle donne diventano gli indicatori della

struttura precaria dei diritti universali e, di conseguenza, dell’inefficacia della giustizia sociale.

A tal proposito la Nussbaum sostiene che se si vuole definire una soglia minima di rispetto della

dignità umana (che la filosofa chiama “la buona vita”) bisogna allargare l’orizzonte dei diritti fino a

comprendere anche quello delle capacità (essere capaci di assolvere a tutte quelle funzioni che

rendono l’essere umano tale).

La riflessione sul multiculturalismo ha trascurato il difficile rapporto tra le donne e le regole

culturali e sociali delle comunità di appartenenza. Il rischio + preoccupante del multiculturalismo è

che i risultati del riconoscimento dei diritti delle donne in Occidente siano messi in discussione o

possano subire un rallentamento a causa dello sviluppo del dialogo interculturale ed il

riconoscimento di pratiche delle comunità di immigrati che legittimano il ruolo subalterno delle

donne. “Boston

Nel suo famoso articolo pubblicato nel 1997 sulla Review” e tradotto da Maria Chiara

Pietavolo col titolo Multiculturalismo e femminismo. Il multiculturalismo danneggia le donne? la

Okin analizza i complessi rapporti tra i diversi modelli (anche quello Occidentale) segnati dalla

tradizione patriarcale che rende difficile la condizione femminile. In qsto contesto, il diritto è

chiamato a creare le condizioni di equilibrio che permettono di impostare correttamente nella

dimensione pubblica il confronto di condizioni etiche, culturali, religiose secondo una concezione

Su qsta scia la Okin ha dato il suo contributo sfidando l’incapacità dei

nuova del principio di laicità.

teorici di ammettere che la razza umana è composta da due sessi e che in tutte le società i sessi

hanno avuto ruoli sociali differenti e gradi differenti di accesso al potere ed alle opportunità.

Il linguaggio dei diritti potrebbe presentarsi come un codice comune fra le culture, in grado di

definire regole x il rispetto delle differenze culturali e dei diritti individuali in una concezione xò

“non assimilazionista” del dialogo interculturale. Dunque la Okin e molte femministe si interrogano

sulla questione dell’universalismo giuridico e sull’idea che una “individualità in relazione” possa

racchiudere tutti gli orientamenti del femminismo.

CAP.2 EQUIVOCI E TENSIONI NEL RAPPORTO TRA

MULTICULTURALISMO E FEMMINISMO

Nell’era della globalizzazione e delle grandi migrazioni di massa, si dibatte sempre +

sull’universalità dei diritti umani proprio x l’affermarsi della pluralità culturale.

Alcuni ritengono che i diritti umani sono il prodotto della cultura occidentale e quindi estranei alle

altre culture, soprattutto a quelle del Sud del mondo. In America ed in Europa si pensa che la libertà

politica e la democrazia siano proprie dell’Occidente e quindi non appartengano all’autoritarismo

asiatico.

Nella storia dell’Occidente le differenze sono state gestite in base a due modelli:

la “soluzione x cui le differenze sono rimosse x ricercare una radice comune x gli

1) x sottrazione”

uomini e x le culture identificando nei diritti dell’uomo ciò che li unisce tutti;

la “soluzione che riconosce le differenze e le somma in un’insieme di regole

2) x addizione”

procedurali di difficile definizione.

Le convinzioni sulla superiorità dell’Occidente accomunano paradossalmente due visioni opposte:

dell’Occidente rispetto alle altre

1. visione di coloro che predicano la supremazia culture x

giustificare ogni forma di colonizzazione;

visione di coloro che si richiamano al proprio diritto all’autodeterminazione e all’autonomia

2. culturale x respingere l’imperialismo del sistema internazionale dei diritti umani e giustificare,

nella propria cultura, ogni tipo di violazione dei diritti della persona.

Fra qste due visioni si pongono vari punti di vista in cui si sviluppano nuovi diritti: i diritti delle

dell’identità culturale.

minoranze e il diritto

Ignatieff c’è la necessità

Secondo di cambiare il senso della costituzionalità dei diritti, non +

determinabili in base alla piena appartenenza al proprio nucleo originario, ma in base all’autonomia

individuale x emancipare la libera capacità di agire (agency) presente in tutte le culture. Dunque i

diritti umani sono diventati globali diventando locali, considerando cioè culture e visioni del mondo

indipendenti dall’Occidente x sostenere le battaglie della gente comune contro gli Stati ingiusti e le

pratiche sociali oppressive.

La Okin afferma che la difesa delle identità culturali, obiettivo centrale del multiculturalismo,

minaccia di “blindare” il contenuto delle identità culturali minoritarie, in qnto gran parte di esse si

basa su costumi tradizionali e patriarcali che pongono le donne in uno stato di subordinazione. In

evidenzia il contrasto tra la difesa delle culture altre dall’estinzione e

qsto modo la Okin

dall’inglobamento nella società contemporanea occidentale e la difesa degli individui deboli in

quelle culture che potrebbero guadagnare l’emancipazione dall’inserimento e dall’integrazione.

La convivenza di culture diverse nelle nostre società ha suscitato una serie di questioni alle quali le

con l’alternarsi di chiusure e di aperture al dialogo.

società democratiche hanno risposto

X qnto riguarda la teoria politica, è importante distinguere fra problemi interni alle società

nati dall’incontro con culture altre, e

democratiche, problemi delle società in via di sviluppo che

spesso non hanno nessun tratto distintivo delle società democratiche e non ne riconoscono i precisi

Nelle società democratiche vi è l’obbligo di trattare egualmente i cittadini senza fare

doveri.

distinzioni e da qsti obblighi ne consegue che le istituzioni liberali devono essere aperte ed ospitali x

essere giuste.

Tuttavia bisogna sottolineare che viene data + importanza al rispetto dei diritti fondamentali dei

singoli (il diritto alla vita, all’integrità fisica, all’istruzione) che alla protezione dell’identità

culturale. Inoltre, nelle questioni interne, i conflitti aumentano xkè le culture altre trovano difficoltà

a sopravvivere nella società liberali xkè si sentono estranee ai principi di tale società. Ciò determina

o l’aumento di specifiche domande di tutela delle culture altre o l’uscita di qste dalla cultura in cui si

sentono esclusi.

Con il multiculturalismo si assiste dunque alla convivenza di gruppi di diversa provenienza nello

stesso paese, ma si riscontra una loro impreparazione di fronte alle novità di qsto fenomeno e ciò lo

si evince dalla riflessione delle donne immigrate che ci permette di comprendere il difficile rapporto

tra appartenenza di gruppo, differenza di genere e soggettività individuale.

Le tappe principali che segnano le tensioni tra multiculturalismo e sviluppo dei diritti delle donne

sono abbastanza recenti:

Nella seconda metà degli anni 80 scoppiò in Francia un’aspra disputa sul permesso x le ragazze

maghrebine di frequentare la scuola portando il velo. I difensori dell’educazione laica si schierarono

con alcune femministe e con i nazionalisti dell’estrema destra, gran parte della sinistra tradizionale

rivendicò il rispetto x la diversità accusando gli avversari di razzismo. Nello stesso momento xò

l’opinione pubblica rimase in silenzio su un problema ancora + importante x molte immigrate

francesi di origine araba o africane: la poligamia, che era stata consentita dal governo francese

(secondo le stime 200mila famiglie parigine sono attualmente poligame). Qndo xò i cronisti

intervistarono le mogli si scoprì che qste subivano la poligamia considerandola una istituzione

inevitabile e a malapena sopportabile nei loro paesi come in Francia. Gli appartamenti sovraffollati,

le violenze tra le mogli e tra i figli e la conseguente tensione sul welfare, hanno spinto il governo

francese a riconoscere solo una moglie e nulli tutti gli altri matrimoni. Ma cosa succede a tutte le

altre mogli e agli altri figli? Il governo francese se n’è lavato le mani.

In Germania, nell’agosto del 1997, una ragazza di 18 anni morì bruciata dal padre xkè aveva

rifiutato di sposare l’uomo che lui le aveva scelto. Il tribunale tedesco concesse all’uomo una

riduzione di pena affermando che aveva agito nel rispetto della propria cultura e della propria

religione.

Qualche anno fa negli Usa un tribunale assolse un padre di origine siciliana che abusava della figlia

affermando che egli praticava le proprie tradizioni culturali.

Di recente, dopo il divieto del velo in Francia, anche in Gran Bretagna si avvertono crescenti segnali

di intolleranza e di insofferenza x il “diverso” evidenziati dallo spirito antiislamico dopo i fatti

dell’11 settembre.

Nei primi mesi del 2004, l’approvazione in Francia di una legge che proibiva l’ostentazione dei

(soprattutto il velo islamico) aveva diviso l’opinione pubblica

simboli religiosi nelle scuole

occidentale: la maggior parte di essa accusava la Francia di eccesso di statalismo ed integralismo

laico e considerava la legge francese illiberale, un attacco al multiculturalismo e alla possibilità di

convivenza fra i gruppi e culture diverse.

Alla Francia si contrapposero l’America e la Gran Bretagna dove l’integrazione non era ancora

entrata in contraddizione col multiculturalismo. Tuttavia, proprio in Gran Bretagna, una delle

del multiculturalismo, Trevor Philips, presidente della Commissione x l’eguaglianza delle

roccaforti

razze, afrocaraibico, laburista ed amico di Tont Blair, in un articolo pubblicato sul “Times” ha

espresso la sua opposizione al multiculturalismo indicandone i pericoli ed affermando che

multiculturalismo non significa che ciascuno può fare quel che vuole in nome della sua cultura, tale

fenomeno sta incoraggiando le separazioni tra i gruppi e alimentando i conflitti etnici x qsto bisogna

sostituirlo con una attiva politica di integrazione degli immigrati. Qsta affermazione di Philips è

legata a un episodio verificatosi qualche giorno prima qndo alcuni giovani musulmani avevano

“Corriere

bruciato la bandiera inglese davanti alle moschee. In Italia qsto articolo è stato ripreso dal

della Sera” in cui Angelo Panebianco, che ha sostenuto le posizioni di Philips, ha sottolineato che in

Italia si confonde la multietnicità, che è un fatto, con il multiculturalismo che invece è un progetto.

Abbandonare qsto progetto non significa che gli immigrati devono rinunciare a tutte le loro usanze,

ma negare protezione legale solo a quelle usanze che risultano incompatibili con i nostri principi

liberali; cmq fare in modo che gli immigrati adattino i loro costumi e credenze x renderli coerenti

con i principi e le regole della convivenza civile.

Da tutto ciò consegue che il multiculturalismo legittima le + crudeli manifestazioni di razzismo

differenzialista e si lega con gli autoritarismi politici e religiosi che credono di avere il diritto di

decidere x i gruppi omogenei. La pretesa di considerare le culture come sistemi omogenei e

intoccabili indebolisce le opposizioni al loro interno e le voci dei soggetti oppressi.

Il fronte intellettuale delle donne è intervenuto su qste problematiche sostenendo che gli immigrati

non rappresentano + delle minoranze disposte ad integrarsi il + rapidamente possibile nel paese

ospitante, ma hanno sempre + difficoltà a trovare un lavoro, una casa, il benessere. A ciò si

aggiungono la mancanza di spazi e l’odio sempre + profondo verso l’Occidente ricco e incapace di

ridistribuire la ricchezza che porta a chiudersi nella propria comunità e ritornare alle proprie usanze

x proteggersi o, nel caso peggiore, di attaccare quel mondo che si percepisce come estraneo ed

ostile.

Tra le proposte x risolvere qsti problemi abbiamo:

- La capacità di mettere in discussione una visione della storia che indica nella civiltà occidentale, al

di sopra di tutte le altre, il punto di confronto obbligato x tutte le culture. Su qsta scia ci si collega a

Selim Abou il quale ha sostenuto che l’Europa, convinta della propria superiorità, ha esteso i

benefici della propria civiltà agli altri continenti: in nome del progresso, ha giustificato la sua opera

annientatrice della colonizzazione che in realtà si alimentava del duplice appetito del dominio

politico e dello sfruttamento economico.

- La possibilità della dialettica, cioè della contraddizione e del conflitto, che sono tra i fattori

indispensabili in una società in cui le diverse culture entrano in contatto in modo + deciso che nel

passato. All’integralismo di alcuni liberali bisogna dunque contrapporre l’idea della possibilità di

costruire il processo di integrazione, pur conservando le differenze.

- Rinnovare la curiosità x il diverso x poter attingere dalla culture altre e da quei loro aspetti che

possono solo arricchire la nostra cultura.

Le considerazioni di Abou sull’esigenza di individuare un principio etico universale sono arricchite

dalle osservazioni della Okin sul rapporto multiculturalismo-femminismo, rifacendosi in particolare

alla situazione della Francia negli anni 80. La Okin ritiene che la riflessione sul multiculturalismo

abbia trascurato il rapporto tra cultura e genere, cioè il difficile rapporto tra le donne e le regole

culturali e sociali delle comunità di appartenenza fondate su un tradizionale patriarcalismo che

sottopone le donne a pratiche violente e discriminatorie. X qsto motivo nel 1994 le donne

dell’Associazione Women against Fundamentalism (Waf) affermavano l’importanza di resistere agli

multiculturalismo ed opporsi all’autoritarismo delle comunità religiose.

attacchi razzisti del Qsto

versante del femminismo laico denuncia l’uso della religione come mezzo di controllo delle persone

sottolineando il fatto che l’abuso del multiculturalismo avviene soprattutto

e soprattutto delle donne,

da parte delle destre religiose poikè i governi locali manipolano la religione x opprimere le

minoranze e aggravare i conflitti tra i gruppi. Un altro problema sorto dalla riflessione sul

fondamentalismo e i diritti delle donne è quello che esalta la convinzione che un ambiente laico

possa essere l’unico a costruire uno spazio relativamente sicuro x i diritti umani delle donne.

Tuttavia, il diritto non può contribuire a fissare le identità collettive e impedirne lo sviluppo, ma

deve garantire invece che nel confronto pubblico possano esprimersi anche le differenze individuali,

non completamente riconducibili all’identità di gruppo. Ne consegue che bisogna abbandonare il

presupposto che bisogna limitarsi a promuovere lo sviluppo e il benessere delle comunità o della

famiglia, senza considerare le differenze di capacità tra i singoli membri appartenenti a quella

Latouche sostiene che l’indebolimento

comunità o a quella famiglia. A tal proposito sociale

provoca la caduta dello stesso fondamento etico del mondo sociale infatti afferma che la morale è +

una facciata ipocrita che una realtà: l’etica degli affari esalta l’egoismo, il disprezzo x i deboli.

l’autodeteminazione, la possibilità di rivendicare le

Bisogna invece consentire ai singoli

caratteristiche della propria identità culturale.

bisogna rafforzare la valorizzazione dell’empowerment

Dal punto di vista teorico, contro

l’oppressione sessuale e riconsiderare il discorso sulla violenza contro le donne.

Dal punto di vista giuridico, bisogna creare strumenti giuridici di contrasto alla violenza che

valorizzino la libertà di autodeterminarsi delle donne, soprattutto creare un circuito integrato tra

repressione giudiziaria ed attività di supporto e di assistenza legale x permettere alle donne di

svolgere un ruolo attivo nel processo civile e penale. Su qsta scia, è necessario anche approfondire la

questione della violenza intrafamiliare, xkè ancora poco considerata in ambito penale, oltre che la

questione delle mutilazioni genitali, dei matrimoni forzati, ecc. Su qsti temi la Okin ha assunto il

ruolo di apripista.

CAP.3 IL MULTICULTURALISMO DANNEGGIA LE DONNE?

Nel saggio Multiculturalismo e femminismo. Il multiculturalismo danneggia le donne? la Okin parte

considerazione dei possibili rischi derivanti dall’assimilazionismo

dalla fra culture. Prima degli

anni 80 ci si aspettava dai gruppi minoritari che si assimilassero nelle culture di maggioranza. Ora

questa attesa di assimilazione è spesso considerata oppressiva e molti paesi occidentali cercano di

escogitare nuove linee di condotta politica, + sensibili alla persistenza delle differenze culturali.

Paesi che, come l'Inghilterra, hanno chiese nazionali o una educazione religiosa tutelata dallo Stato,

non riescono a resistere alla richiesta di estendere il sostegno statale alle scuole religiose minoritarie;

paesi che, come la Francia, hanno una tradizione di istruzione pubblica laica, sono tormentati da

dispute sul permesso di vestire, nelle scuole pubbliche, gli abiti tipici delle religioni minoritarie.

c’è una questione che ricorre

Ma in tutti i contesti, poco considerata nel dibattito attuale: che fare

quando le pretese di culture o religioni minoritarie collidono col principio dell'uguaglianza di genere

che cmq è sottoscritta dagli stati liberal-democratici (per quanto continuino a violarla nella pratica)?

Ad esempio, nella seconda metà degli anni '80 scoppiò in Francia un'aspra controversia sul permesso, per le

ragazze maghrebine, di frequentare la scuola portando il velo tradizionale delle giovani donne musulmane

uscite dalla pubertà. I difensori dell'educazione laica si schierarono con alcune femministe e con i

nazionalisti dell'estrema destra, e gran parte della sinistra tradizionale sostenne le richieste multiculturaliste

di flessibilità e rispetto per la diversità, accusando gli avversari di razzismo o imperialismo culturale. Nello

stesso tempo, xò, l'opinione pubblica rimase in silenzio su un problema + importante per molte immigrate

francesi di origine araba o africana: la poligamia. Nel corso degli anni '80 il governo francese consentì agli

immigranti di condurre + di una moglie nel paese, tanto che, secondo le stime, 200.000 famiglie parigine

non ci fu un’opposizione politica reale. Ma quando i cronisti riuscirono

sono ora poligame. Su tale questione un’istituzione

a intervistare le mogli, scoprirono che le donne che subivano la poligamia la consideravano

difficile da sopportare. Gli appartamenti sovraffollati e la mancanza di spazio privato, provocavano ostilità e

violenza sia fra le mogli, sia contro i figli dell'una o dell'altra. Anche per la tensione sul Welfare provocata

da famiglie di venti o trenta membri, il governo francese ha recentemente deciso di riconoscere solo una

moglie e considerare nulli tutti gli altri matrimoni. Ma che cosa succede a tutte le altre mogli e ai lori figli? Il

governo francese se ne è lavato le mani.

Secondo la Okin l'accomodamento francese della questione della poligamia evidenzia una tensione

profonda e crescente fra il femminismo e l'ansia multiculturalista di proteggere la diversità culturale.

Tale questione ha evidenziato la necessità di trovare soluzioni efficaci e a breve termine (anche in

Italia dove ci sono tantissimi figli di famiglie poligame, abbandonati e sfruttati) e considerare la

posizione assunta dalle donne e dalle madri vittime di qste usanze crudeli.

La Okin sottolinea che, anche nel gruppo delle femministe in cui si inserisce, è stato sbagliato

assumere da subito che femminismo e multiculturalismo siano entrambi cose buone e facilmente

conciliabili, invece tra essi ci sono molte tensioni.

Per “femminismo” la Okin intende la convinzione che le donne non debbano essere svantaggiate

dal loro sesso, a loro deve essere riconosciuta una pari dignità rispetto agli uomini e la stessa

possibilità degli uomini di vivere una vita soddisfacente e liberamente scelta.

Il “multiculturalismo” è + difficile da definire, ma l’aspetto che + interessa la Okin è la pretesa,

nelle democrazie liberali, che le culture o gli stili di vita minoritari, così come i diritti individuali dei

singoli membri, non sono protetti a sufficienza. Xciò le culture devono essere protette per mezzo di

speciali diritti di gruppo o privilegi. Nel caso francese, ad esempio, il diritto a concludere matrimoni

poligamici è un diritto di gruppo, ostile al resto della popolazione. In altri casi, i gruppi richiedono

diritti per autogovernarsi o l'esenzione da leggi generalmente applicabili.

Le richieste di simili diritti di gruppo sono crescenti (dalle popolazioni indigene, ai gruppi minoritari

etnici o religiosi, ai popoli ex-coloniali). Qsti gruppi hanno le loro "culture sociali" che, come dice

Will Kymlicka, danno "ai loro membri abitudini dotate di significato in tutte le attività umane: nella

vita sociale, educativa, religiosa, ricreativa ed economica, e nella sfera pubblica e privata".

Dunque l’argomento a favore dei diritti di gruppo è: poichè le culture sociali hanno un ruolo così

diffuso e fondamentale nelle vite dei loro membri, e poichè queste culture sono minacciate di

estinzione, le culture minoritarie devono essere protette da diritti speciali.

Alcuni fautori dei diritti di gruppo affermano che anche le minoranze culturali, pur facendosi beffe

dei diritti dei loro singoli membri, dovrebbero ricevere diritti o privilegi se la loro condizione

minoritaria mette a repentaglio la continuità dell'esistenza della cultura. Altri non pretendono che

tutti i gruppi culturali minoritari abbiano diritti speciali, ma che tali gruppi, anche quelli illiberali,

che violano i diritti dei loro singoli membri, abbiano il diritto ad essere "lasciati soli" in una società

liberale. Entrambe le pretese appaiono cmq in contraddizione con il tipico valore liberale della

libertà individuale, il quale comporta che i diritti di gruppo non debbano sopravanzare quelli

individuali.

Ma alcuni difensori del multiculturalismo limitano la difesa dei diritti di gruppo a gruppi che sono

internamente liberali finendo x imporre le restrizioni che la Okin contesta. Come vuole dimostrare la

Okin, in molte circostanze, i diritti di gruppo sono antifemminili xkè tendono a limitare la capacità

delle donne che appartengono a quella determinata cultura e le ostacolano nel processo di crescita e

di autodeterminazione, impedendo loro di vivere con dignità umana e con la stessa libertà di scelta

degli uomini. Il motivo di qsti atteggiamenti è dovuto x la Okin al fatto che la maggior parte delle

culture sono ricche di pratiche e ideologie che hanno a che fare col genere.

I fautori dei diritti di gruppo per le minoranze entro gli stati liberali non hanno affrontato in modo

adeguato questa critica elementare ai diritti di gruppo, per almeno due ragioni:

In primo luogo, essi tendono a trattare i gruppi culturali come “monolitici”,

1. cioè a prestare +

attenzione alle differenze fra i gruppi che a quelle entro i gruppi. E in particolare, essi danno un

riconoscimento scarso o nullo al fatto che i gruppi culturali minoritari hanno al loro interno una

struttura di genere, con significative differenze fra uomini e donne.

2. In secondo luogo, essi considerano poco o nulla la sfera privata. Alcune delle migliori difese

liberali dei diritti di gruppo insistono che gli individui hanno bisogno di "una cultura tutta per loro",

e che solo entro una simile cultura è possibile sviluppare autostima o rispetto per se stessi, o la

capacita di decidere quale tipo di vita è buono per loro. Ma tali argomentazioni trascurano i ruoli

differenti che i gruppi culturali impongono ai loro membri e il contesto nel quale si formano

originariamente il senso del sè e le capacità delle persone e in cui ha luogo la prima trasmissione di

cultura, cioè l'ambito della vita familiare o domestica.

Secondo la Okin, quando correggiamo queste manchevolezze, considerando le differenze interne ai

gruppi l'ambito privato, diventano + chiari due nessi particolarmente importanti fra cultura e genere,

che sottolineano la forza della critica elementare ai diritti di gruppo.

1. In primo luogo, la sfera della vita personale, sessuale e riproduttiva è un punto di riferimento

centrale nella maggioranza delle culture e nelle pratiche culturali. Spesso i gruppi religiosi o

culturali si preoccupano particolarmente del "diritto personale" (delle leggi sul matrimonio, sul


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Filosofia dell'educazione per l'esame del professor Marino, in cui si analizzano diverse posizioni sul multiculturalismo, il ruolo sociale di quest'ultimo e i rapporti tra individualità e comunità. In particolare ci si sofferma sulla visione della storica femminista Susan Moller Okin: l'evoluzione culturale del ruolo delle donne, delle relazioni tra i generi nella famiglia, i pari diritti e le controversie tra femminismo e tradizioni culturali differenti da quella occidentale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BalboFonseca di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Marino Fabio.

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