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Shinto: definizioni e interpretazioni

Esistono diverse definizioni per shinto, in quanto questo rappresenta un fenomeno molto particolare. Secondo il Jinjia Honchō, sito ufficiale dell'associazione giapponese dei santuari shintoisti, lo shinto sarebbe la fede indigena della popolazione giapponese, che è legata profondamente ad esso da oltre 2000 anni, un’idea che più in generale è ancora preponderante. La fonte aggiunge poi che al contrario di altre religioni, lo shinto non ha fondatore, fonti scritte o testi, e sottolinea la sua caratteristica del culto dei kami.

Origini e caratteristiche dello shinto

Inizialmente, il concetto di shinto veniva usato per distinguere la religione autoctona del Giappone dal buddhismo proveniente dalla Cina, senza specificare in che cosa consistesse: più nello specifico, si poteva riferire al concetto di kami o agli insegnamenti sui kami. Ono Sokyo, invece, dice che da tempo immemore le persone giapponesi hanno adorato i kami, e che, nonostante siano presenti influenze straniere, si tratta di un fenomeno indigeno tanto quanto la popolazione giapponese:

“Shinto is the indigenous faith of the Japanese people. From time immemorial the Japanese people have believed in and worshipped kami as an expression of their native racial faith which arose in the mystical days of remote antiquity. To be sure, foreign influences are evident. This kami-faith cannot be fully understood without some reference to them. Yet it is as indigenous as the people that brought the Japanese nation into existence and ushered in its new civilization.”

Shinto come espressione culturale

Stuart Picken d’altra parte lo descrive come un modo di pensare e di vivere tipico del Giappone e dell'Oriente, che l'Occidente ha perso quando si è avvicinato alla religione: il concetto di religione è separato e autonomo dalla cultura (che domina o viene dominata da essa), idea tipica dell'approccio più recente dello studio dello shinto. Il fatto poi che ci siano jinjia (santuari) anche fuori dal Giappone spezza l'idea monolitica dello shinto come movimento puramente giapponese: un esempio molto particolare è il santuario di San Marino.

San Marino Jinjia

Il santuario di San Marino è fondato su un’idea molto particolare di shintoismo: i fondatori del jinjia infatti fanno risalire il primo culto dello shinto a 2600 anni fa, fondazione mitica del Giappone. Inoltre, propongono un'idea di jinjia come monumento in stile shintoista, con una commistione di elementi con San Francesco per l’apparente somiglianza nel concetto di contatto con la natura. Un punto centrale, dicono, è che in Occidente lo scontro delle religioni ha sempre causato conflitto, e quindi lo shintoismo è collegato con l'idea di pacifismo e convivenza pacifica con altre realtà.

Interpretazioni moderne dello shinto

"The essence of Shinto" è un libro sullo shintoismo scritto da Motohisa Yamakage, cercando di dare un’altra spiegazione a questo fenomeno. Ecco un estratto: “The essence of Shinto is found in our relationship and interdependence with Kami. Or to put it another way, Shinto is the path through which we seek to realize ourselves fully as human beings acquiring the noble characteristics of Kami”.

Emerge quindi che gli studiosi hanno diverse concezioni dello shinto, che si possono riassumere sotto tre immagini:

  • Shinto come una perla: centro essenziale fisso, attorno a cui si costruiscono vari strati
  • Shinto come aria: ovunque, e quindi gli studiosi vedono lo shinto come spiritualità in ogni cosa
  • Shinto cipolla: tanti strati che al centro non hanno nulla

Tutti questi approcci non riescono a vedere che cosa sia veramente lo shinto, ma aiutano a capire che lo shinto è una costruzione che cambia interpretazione in base al momento.

Shinto come fenomeno culturale

Alcuni considerano lo shinto non come una religione, anche per la sua struttura aperta:

  • Diverso dal concetto di religione occidentale
  • Pantheon non chiaramente definito
  • Mancanza di una struttura gerarchica e un corpus di testi definito
  • Rituali che non presuppongono fede
  • Variazioni a livello locale

Analisi dell’articolo di Kuroda Toshio

Kuroda Toshio ha portato un cambiamento radicale allo studio dello shinto, rompendo le basi comuni. Il suo punto di partenza sono i luoghi comuni, immagini che da ventenni continuano e formano la base dell’essere giapponese: lo shinto è visto come una religione primitiva legata al Giappone caratterizzata dalla venerazione della natura e tabù sull'impurità (kegare), senza un sistema dottrinale.

Esiste in varie forme come credenza popolare, ma ha anche alcune caratteristiche delle religioni organizzate, come i rituali e istituzioni come gli altari. Infine, fonderebbe la base per il culto degli antenati (imperatore) e della mitologia giapponese.

Shinto nella storia giapponese

Lo shinto è stato analizzato varie volte nel corso della storia, giungendo all’interpretazione più comune che pensa che esso sia esistito ininterrottamente anche nonostante l’arrivo del Buddhismo e del Confucianesimo. Kuroda tuttavia riconosce una seconda interpretazione: c'è sempre stata una credenza/usanza simil-shinto (shinko). Questa visione sarebbe nata a partire dal kokugaku di Motoori Nobunaga, per poi apparire ancora negli scritti di Hori Ichiro e negli studi sul folclore più recenti.

Nonostante le due interpretazioni non siano da escludersi a vicenda, e rappresentino due prospettive dello stesso fenomeno, i punti principali della seconda interpretazione sono:

  • Lo shinto è una presenza costante e durevole che modifica i movimenti che arrivano
  • Più che una religione, lo shinto è profonda parte dei giapponesi, evidente nell’energia culturale giapponese
  • Si tratta di una caratteristica immutata e immutabile dell'identità giapponese, sovrapponibile ad altri aspetti

Ciò che comunque accomuna le due interpretazioni è la concezione di shinto come una religione unica e che ha resistito indipendente durante il corso della storia e, in questo senso, entrambe sono sbagliate: l’articolo cerca di raggiungere degli obiettivi analisi storica dello shinto nella letteratura classica, dove scopre che la concezione era totalmente diversa poi in epoca Nara e Heian, e mostra che non c'era uno shinto puro, e che lo shinto puro individuato faceva parte del sistema buddhista.

Shinto nel Nihon Shoki

Nella prima letteratura giapponese, è difficile trovare una chiara descrizione di che cosa sia lo shinto: lo storico intellettuale Tsuda Sokichi ha fatto una lista di sei categorie di descrizioni, e in generale lo si può trovare descritto come una religione o un insegnamento giapponese, ma sempre legato al contesto politico ed economico del tempo.

Nelle uniche tre istanze presenti nel Nihon Shoki riguardo allo shinto, esso è descritto come forma religiosa indigena del Giappone dal buddhismo, mentre in alcuni scritti cinesi la parola shinto sta a indicare più generalmente una religione popolare, e tenendo conto dell’influenza cinese nella scrittura del Nihon Shoki, anche qui sembra logico. In questi esempi si nota poi che il termine è opposto agli insegnamenti buddhisti, eludendo quindi a una possibile religione autoctona, ma più in generale anche solo al potere dell’autorità o dei kami.

Interpretazioni alternative dello shinto

Un’altra possibile interpretazione di shinto nel Nihon Shoki sarebbe il taoismo: il termine shinto stava, in Cina, a indicare in un altro modo il taoismo, e da quando questo venne importato in Giappone è chiara un’influenza sulla religione locale creando un nuovo culto, non del tutto indigeno con una commistione di elementi per quanto riguarda i rituali e le credenze, come per esempio la venerazione di spade e specchi, la nomenclatura, il culto del Polo e la terminologia legata al santuario di Ise.

Significato delle divinità shinto nell’era antica

Il jingiryo è un insieme di regole contenute nel Codice Ritsuryo che istituiva le cerimonie per i kami: queste leggi includevano solo i riti finanziati dallo stato, che comunque rappresentavano una grande fetta delle cerimonie del tempo.

Pur essendo modellate sul codice dell’impero cinese Tang, ci sono alcune differenze nell’inclusione o meno di alcune parti, anche se entrambi i codici riportano le cerimonie popolari di grande importanza sociale all’epoca, se ufficiali o di grande valore politico. L’importanza data ai kami deriverebbe da questo gruppo di cerimonie, per la loro connessione con certe famiglie in uno specifico territorio.

Tra il VIII e l’XI secolo, buddhismo e shinto si sono fusi, e il culto dei kami si è unito a quello del Buddha, dando vita a nuove forme di religione. Durante questo periodo di commistione, è chiaro come le persone diventino più consapevoli dei kami, specialmente in relazione ai Buddha: alcuni esempi si possono trovare nello Shoku Nihongi, dove si mostra la nuova e ascendente importanza del buddhismo sullo shinto.

Significato della parola “shinto” in epoca medievale

Nel Konjaku monogatarishu (XI secolo) ci sono due riferimenti alla parola shinto che confermano l’interpretazione classica dei testi cinesi e del Nihon Shoki come culto locale, senza riferirsi specificatamente al Giappone. In periodo medievale la parola shinto si attribuiva allo stato o ad un attributo di kami.

Come si è già visto, in epoca medievale la parola shinto era interpretata come una parte del buddhismo: otto sette buddhiste (sette kenmitsu), infatti, riconoscevano la loro interdipendenza con l’autorità, e insieme dominavano il settore religioso. Lo shinto fu trascinato all’interno di questo settore diventandone una parte, e il suo contenuto religioso fu sostituito con la dottrina buddhista. Nel buddhismo kenmitsu, la concezione più comune dello shinto era sotto forma della teoria dello honji suijaku, ed era quindi solo un mezzo attraverso cui il buddhismo poteva guidare e convertire esseri senzienti.

La teoria shinto portata avanti dalla tradizione del santuario di Ise, o Watarai shinto, è infine essenziale in epoca medievale: gli storici moderni riguardano allo shinto di Ise come un tentativo tenace, seppur nascosto, di dimostrare la natura di religione indigena del Giappone in epoca medievale. Ciò non comporta tuttavia la negazione del buddhismo, bensì gli veniva aggiunto più significato con la manifestazione del Buddha attraverso lo shinto.

Ruolo secolare dello shinto

Se lo shinto è una manifestazione del Buddha bisogna capire se il kami ha allora lo stesso ruolo del Buddha: è quindi importante capire il carattere secolare dello shinto in epoca medievale. La maggior parte delle rappresentazioni dei kami familiari nel periodo erano secolari, o uniti in commistione con immagini buddhiste, in immagini secolari come uomini nobili, donne, uomini anziani, giovani, gentiluomini cinesi, viaggiatori e cacciatori, in rappresentazioni che mostravano un’essenza fortemente buddhista.

Nel periodo medievale lo shinto era anche associato a doveri e funzioni secolari, rendendo la venerazione dei kami e l’autorità secolare inscindibili, ma allo stesso tempo veniva incorporato all’interno della struttura kenmitsu.

Inoue Nobutaka, "Shinto, a short history"

Inoue Nobutaka si propone di eliminare lo stereotipo dello shinto come puramente giapponese e lo inserisce in una rete di religioni dell'Asia: si notano delle somiglianze interne che eliminano l'idea di un vero shinto (culto dei kami e taoismo, poi sincretismo, politeismo, animismo). Questo sincretismo sarebbe legato al buddhismo mahayana (molto flessibile che ingloba gli altri).

Lo shinto è generalmente definito nel campo di studio delle religioni come una religione indigena, opposto alla religione “del mondo”, in quanto si sviluppa naturalmente in una specifica zona, in questo caso l’arcipelago giapponese, oltre che come religione popolare. Con religione popolare si sottolinea come essa non sia controllata da santuari, preti o un’autorità, e presenti tratti di animismo, legato all'uso di divinazione e di tecniche sciamaniche per entrare in contatto con le entità. Inoltre, condivide con altre religioni asiatiche il sincretismo, lo sciamanesimo, l’animismo, la divinazione e il culto degli antenati.

Parlando di shinto, Nobutaka utilizza un approccio che consiste nel costruire un sistema religioso, in modo da evitare di generalizzare la storia di una religione in un tempo o in un luogo solo, e diventando quindi in grado di analizzarla in una prospettiva più ampia: infatti, si crea in ogni periodo un sistema religioso, dove ogni sfera è legata al contesto politico e sociale. Un sistema religioso è costruito da un insieme di religioni che hanno elementi in comune. Il sistema religioso ha bisogno di tre nodi principali:

  • Componenti: makers che creano la via religiosa e attivi da una parte, e fedeli e praticanti dall'altra
  • Network: elementi connessi di tipo organizzativo, dal santuario/quartiere generale ai pellegrinaggi
  • Sostanza: messaggio di una certa religione quando i tre elementi si combinano in modo diverso i crea un nuovo sistema religioso

Nel caso dello shinto, il network ha cominciato a formarsi con i primi santuari ufficiali per la venerazione dei kami come sistema religioso. Inoltre, le componenti dei rituali shinto erano chiaramente identificabili, e il messaggio, o sostanza, era trasmesso con preghiere rituali o decreti imperiali. La sistematizzazione dello shinto è avvenuta contemporaneamente a quella statale e, insieme al suo disfacimento, allo stesso modo non è più stato un sistema religioso in periodo medievale, mescolandosi ad elementi buddhisti e cambiando forma.

In periodo premoderno si può notare la formazione di un nuovo sistema religioso shinto in sé, dove la sostanza vede un’unione di elementi medievali con le idee più recenti di fukko shinto e del programma di insegnamento nazionale, mentre il network era formato da una rete di confraternite. Le forme buddhiste e confuciane dello shinto che avevano caratterizzato il periodo medievale erano invece ancora incomplete come sistema religioso perché non avevano un proprio network solido, ma prepararono il terreno per le future sette shinto e le nuove religioni.

Kami

Uno dei maggiori concetti soggetto di studi sullo shintoismo è quello di kami. Norinaga, verso la fine del 1700, fu il primo a riprendere e a rileggere il Kojiki, affermando che i kami sono quelli che si trovano nei testi classici (Kojiki e Nihon Shoki), ma anche gli spiriti nei santuari e si riferisce a tutte le cose maestose, come persone, animali, elementi naturali, che hanno un potere particolare sia in senso positivo che negativo (potere creativo e distruttivo). Le persone considerate kami possono essere quelle del mito (Amaterasu), o personaggi storici importanti resi kami dopo la morte, come Sugiwara no Michizane, oppure spiriti dei morti in battaglia, principalmente nella Seconda Guerra Mondiale. Il fenomeno di rendere kami le persone è una conseguenza del contatto con il buddhismo, che tende ad antropomorfizzare il concetto. Per definizione i kami sono invisibili, ma si rivelano in alcuni elementi-contenitore, in generale elementi naturali (vento, tempeste) ma anche in oggetti particolari come lo specchio. Possono poi entrare nei corpi umani con una possessione.

Siccome i kami hanno anche un'accezione negativa, è necessario fare i riti giusti per pacificare il loro potere distruttivo, legati al concetto di purezza: quando c'è impurità uomo e kami si allontanano. Questi rituali si dividono in tre gruppi:

  • Rituali personali per l'individuo o famiglie: matrimoni, visita al jinjia del primo dell'anno (hatsumode), purificazione di macchine, cantieri ecc.
  • Riti imperiali: i due più importanti sono il kiinensai, che viene celebrato il 17 febbraio, in cui l'imperatore auspica un buon raccolto, e il miinamesai, il 23 novembre, in cui l'imperatore ringrazia per il buon raccolto. Fra gli altri ci sono matsuri per i compleanni degli storici imperatori Meiji, il compleanno dell'imperatore attuale, e quest'anno quello per il cambio dell'era.
  • Matsuri: riti comunitari che riflettono nelle tradizioni locali, in cui vengono offerte riso, sake, ma anche spettacoli e danze al kami locale. Durante il matsuri il kami viene trasferito in un piccolo jinjia che viene trasportato per la città nei punti principali.

Per quanto riguarda la comunicazione con i kami assume grande importanza la figura della miko, che comunica con i kami. Oggi al termine associamo l'immagine della ragazza vestita in bianco e rosso, coi capelli legati, che lavora presso i jinja e vende amuleti e fogliettini divinatori, e offre danze ai kami.

Ruolo e significato della figura della miko

Sciamano

Il termine sciamano viene da un termine tunguso, che proviene quindi dalle steppe dell'Asia settentrionale, dove c'erano persone in grado di comunicare con gli spiriti. Gli zar di Russia poi, che volevano sapere cosa accadeva in quei territori, mandano degli esploratori tedeschi e olandesi in Siberia, e loro descrivono queste pratiche sciamaniche. Da quel momento si usò il termine sciamanico anche per altri fenomeni simili.

Nel periodo illuminista, gli sciamani vengono definiti come impostori, che sfruttano l'ingenuità del popolo. Un ribaltamento avviene nell'800 con il romanticismo da una parte e l'orientalismo dall'altra, dove il termine viene fatto derivare erroneamente dall'India antica. Nel XX secolo nasce poi lo studio dell'antropologia, e i primi antropologi usano il termine per descrivere anche altri contesti, fuori da quelli originari, con simili caratteristiche, come per esempio i riti spiritici nordamericani.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/22 Lingue e letterature del giappone e della corea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gaia.pa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e delle religioni del Giappone 2 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Rivadossi Silvia.
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