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Timore e Tremore

Il libro inizia con una riflessione sulla forza della fede di Abramo quando Dio gli comandò di sacrificare il figlio

Isacco.

“C’era una volta un uomo, che aveva sentito la storia di Abramo”. Kierkegaard crea una distanza, non ci

racconta direttamente la storia di Abramo ma parla di un bambino che ha letto quella storia. “Come Dio tentò

Abramo e come Abramo resistette nella tentazione, conservò la fede e riebbe per la seconda volta il figlio,

contro ogni suo aspettativa. Ormai avanti negli anni, egli leggeva la stessa storia con una ammirazione ancor

più grande poiché la vita aveva separato ciò che la pia semplicità dell’infanzia aveva unito.”

Divenuto adulto, Kierkegaard rivede la storia. Inizia ad aggiungere particolari che non ci sono realmente,

espone quattro alternative in cui Abramo avrebbe potuto fallire nella prova della sua fede e le mette in

contrasto con la propria interpretazione della vicenda di Abramo e della sua dimostrazione di fede:

1. C’è la parte psicologica: cosa avrà pensato Abramo in quel momento ?

“Abramo diceva a se stesso <<non posso nascondere Isacco. Dove porta questo cammino?>>”

Si pensi al dramma psicologico di Isacco:

“Egli abbracciò le ginocchia di Abramo, si gettò ai suoi piedi, supplicò per la sua giovane vita, per le

sue belle speranze. Ricordò la gioia della casa di Abramo, ricordò la tristezza e la solitudine”

Isacco qualcosa deve aver fatto, è conscio di ciò che sta per accadere. Questo episodio si ricollega a

quello di Ifigenia e Agamennone: il padre in questo caso sacrifica la figlia Ifigenia. Ifigenia si aspettava

di veder celebrate le nozze, ma quando vede il pugnale capisce cosa sta accadendo. In quel momento

cerca di ricordare al padre quello che lei ha significato per lui.

Il massimo della disperazione è qui rappresentato: Abramo vuole che il figlio lo creda cattivo ma che non pensi

che è Dio che è cattivo.

Conclusione del brano: “Quando il bambino deve essere svezzato, la madre si tinge di nero il seno perché

sarebbe riprovevole che esso apparisse ancora delizioso quando il bambino non lo deve avere. Così il

bambino crede che il seno è mutato, ma la madre è la medesima: il suo sguardo è amoroso e tenero come

sempre. Beata colei che non ha bisogno di mezzi più terribili per svezzare il bambino!”.

Qua Abramo si presenta come un idolatra per dare senso ad un atto insensato e perché Isacco non abbia a

maledire Dio.

2. Qua non c’è il colloquio con Isacco ma ciò che Abramo ha provato, la sua tentazione e ciò che gli è

rimasto dentro: è diventato vecchio, i capelli si sono ingrigiti a causa del forte dolore: “Da quel giorno

Abramo venne vecchio. Non poté dimenticare quello che Dio gli aveva chiesto. Isacco continuava a

crescere come prima ma l’occhio di Abramo si era appannato. Egli non riuscì ad avere più la gioia”.

3. La terza versione insiste allora sul senso di colpa profondo:

“Abramo cavalcava solo ed ecco che arrivò al monte, si buttò con la faccia a terra, pregò Dio di

perdonargli il suo peccato: quello di aver voluto sacrificare Isacco, di aver dimenticato il suo dovere di

padre verso il figlio. E non riusciva a capire che fosse peccato l’aver voluto sacrificare a Dio la cosa

migliore che aveva, ciò per cui avrebbe dato la propria vita molte volte. E se questo era un peccato, se

egli non aveva amato Isacco a questo modo non poteva comprendere che egli potesse essere

perdonato, qual peccato è infatti mai più orribile di questo?” Abramo si sente profondamente in colpa

per ciò che ha fatto. Anche se ha creduto a Dio, ha dentro di sé un senso di colpa.

“Quando si deve svezzare il bambino, anche la madre soffre. Che lei e il bambino sono sempre più

separati, che il bambino che prima stava sul suo cuore e che riposava sul suo petto non le starà più

così vicino. Soffrono così insieme quel breve dolore”.

4. Cosa avranno detto a Sara ?:

“Abramo estrasse il coltello. Allora essi fecero ritorno a casa e Sara corse loro incontro.” “Ma Isacco

aveva perduto la fede (ecco che quello che si voleva evitare nella prima versione capita qui). Di tutto

questo nel mondo non si fece parola. Isacco non parlò mai con nessuno di quel che aveva veduto e

Abramo non sospettò che qualcuno lo avesse visto” Sara non seppe allora mai niente.

Queste e altre simili riflessioni fece Kierkegaard a proposito di Abramo. Chi è in grado di comprenderlo? Ecco

cosa significa la disperazione. BRICIOLE FILOSOFICHE

Prefazione

Nella Prefazione, c’è la domanda: “qual è allora la mia concezione?” Risposta: “nessuno me lo chieda; e dopo

il fatto di sapere se ho una concezione, per un altro non ci può essere niente di più indifferente di sapere qual

è la mia. Avere una concezione per me è troppo e troppo poco”. E’ troppo perché “presuppone una sicurezza”

che lui non ha. C’è il tema della sicurezza e del “benessere dell’esistenza”: Kierkegaard collega la sicurezza

teorica alla sicurezza pratica. Lui non ha questa sicurezza: è troppo poco. Questa sicurezza è pari “all’avere

moglie e figli”: ecco il matrimonio che contraddistingue questa sicurezza che lui non ha e non avrà.

E’ troppo chiedere una concezione. Lui dice subito dopo: “mi educo per poter sempre danzare agevolmente”,

si propone solo di danzare. Per tale ragione non vuole una ricompensa: non ha una concezione da offrire;

d’altro canto, però, è più di una concezione, perché lui impegna la sua vita. Volere solo offrire una concezione

è dunque troppo e troppo poco.

Capitolo 1

Propositio: “La domanda è posta da un ignorante che non sa nemmeno ciò che gli ha

dato l'occasione di domandare così”.

I due termini più importanti sono:

Ignorante: richiama a Socrate, ai suoi limiti e alla sua grandezza, che sta nella sua consapevolezza

 “so di non sapere” e nella sua ironia, con il quale va ad interrogare tutti quelli che si dicono sapienti

per vedere chi lo sia di più.

Si può insegnare la verità? Se deve essere insegnata si pressupone il suo

non­esserci. Tesi eristica: non è possibile che l'uomo cerhi ciò che sa ed è ugualmente impossibile

che cerchi ciò che non sa, dato che ciò che sa non lo può cercare, giacché lo sa, e ciò che non sa non

lo può cercare perché non saprebbe che cosa cercare.

No, non può essere insegnata ma l'ignorante “ha solo bisogno di venir portato a ricordare per

(dottrina della reminescenza).

prendere atto da sé di quanto sa”

Il maestro ha dunque il compito di “tirar fuori” dal discepolo ciò che già c'è il lui, come la levatrice fa

nascere il bambino dalla madre (maieutica).

verità

La non viene portata dentro di lui, ma vi alberga già; nella concezione socratica ogni uomo è

centro a se stesso e tutto il mondo ha il centro solo in lui.

Questa visione però è limitante:

Socrate resto sempre “un ostetrico”, perché questo è il massimo rapporto che si può avere

◦ verso un altro uomo.

Svalorizza il tempo: dal punto di vista socratico ogni punto di partenza è eo ipso, accidentale,

◦ un'occasione che ci permette di ricordare la verità che è già in noi, a cui noi siamo ancorati.

Nessuno è determinante, infatti chiunque può essere maestro, aiutare a generare, partorire, la

◦ verità. Socrate è l'occasione. Il fatto che la verità sia stata generata dall'incontro con S o con

chiunque altro non ha importanza, se non solo storica o poetica.

La visione socratica è dunque problematica per K. che ritiene invece:

L'uomo è in una situazione di non­verità, per uscirne è necessario che qualcuno che non sia uomo

 ci dia la condizione di poter rapportarci con la verità. (La situazione di attaccamento alla non­verità è

peccato).

definita

Come può uscire da questa situazione?

maestro un'occasione Dio Salvatore,

Il qui non è solo che ci permette di ricordare la verità, ma è

 perché libera il discepolo dall'attaccamento alla non­verità, che ci dà la verità e la condizione per

Redentore: Conciliatore Giudice.

comprenderla; perché riscatta chi si era imprigionato da sé; e

discepolo,

Il che è non­verità, riceve in Dio la condizione per compredere la verità, dunque si

 converte, pentendosi per la sua antecedente condizione.

momento:

Non si parla più di occasione ma di è temporalmente breve ma è decisivo, che non può

 pienezza

essere dimentico e tantomeno ha solo valenza storica o poetica, ed è pieno, quindi eterno, è

dei tempi. l'eterno (Dio) incontra l'uomo nella temporalità.

Il momento in cui

Nel suo essere decisivo, il momento provoca una rottura, l'uomo non potrà più tornare indietro. L'uomo deve

decidere.

(esempi: il bambino che compra il libro invece del giocattolo, l'uomo che sceglie libertà e non libertà, il

cavaliere con i due eserciti)

Capitolo 2 Socrate:

Prende brevemente in considerazione egli è stato l'occasione per il discepolo, ma allo stesso tempo

quest'ultimo è stato occasione per Socrate: senza di lui non sarebbe stato maestro. Nessuno dei due si potrà

mai pretendere creditore, ma c'è un rapporto di reciprocità; un rapporto di scambio è la base della concezione

socratica, il discepolo aiuta Socrate a comprendere se stesso e Socrate aiuta il discepolo a fare lo stesso.

Dio però non ha bisogno di nessun discepolo per comprendere se stesso: cosa lo muove a manifestarsi? Per

amore, che se è fondamento, deve essere anche fine, perché se no sarebbe una contraddizione che Dio

avesse un movente o uno scopo che non corrispondesse all'amore stesso.

costitutivamente infelice,

Ma questo amore è poiché lui, infinito, rivolge il suo amore ad un essere finito,

i due amanti non posso comprendersi. Tale dolore è di chi si trova nella posizione di

dunque

superiorità, perché lui solo comprende la situazione, la beatitudine di Dio diventa il suo dolore, nel

momento in cui ama il discepolo.

Es: la storia del re e della ragazza povera. rapporto di uguaglianza.

La preoccupazione di Dio è quella di riuscire a stabilire un Se questo è impossibile,

allora l'amore rimane infelice e anche l'insegnamento senza significato, visto che i due non possono

comprendersi.

Vi sono due vie che si possono intraprendere:

ELEVAZIONE: Dio vorrebbe elevare il discepolo fino a sé, glorificarlo e fare il modo che egli si

 dimentichi così dell'incomprensione. Il discepolo ne sarebbe ben felice, così come se il re ricoprisse la

ragazza di ricchezze, ella ne gioverebbe.

Tutto si risolverebbe però in una beatificazione, adorazione del Dio o del re, ma questi non vogliono essere

idolatrati per vanità o narcisismo, ma vogliono creare un rapporto vero e egualitario con la controparte.

La via per redere felice l'amore non è dunque questa: può rendere felice l'amore del discepolo o della ragazza,

ma non quello del maestro o del re, che non possono accontentarsi di inganni.

ABBASSAMENTO: Se l'unità non la si può raggiungere con un'elevazione, si tenti attraverso un

 abbassamento.

Se però neanche Socrate fece mai comunella con i suoi discepoli, come potrebbe farlo Dio? Per

procurare l'unità è necessario che il Dio diventi come il suo discepolo, mostrandosi nella figura di

servo (Lettera di Paolo ai Filippesi

[Fil 2, 5­7]: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di

natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se

stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l' ha esaltato e gli ha

dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome”).

Questa figura di servo, però, Gesù non la portava come un mantello (come quello con il quale il re cerca di

nascondere le sue vesti dorate), ma è Dio stesso che si fa uomo, che condivide tutto della condizione umana,

eccetto il peccato.

In questo sta la grandezza dell'Amore di Dio.

Alla fine del capitolo, Kierkegaard risponde alle tesi di Feuerbach, secondo cui l'uomo

abbia alienato se stesso nelle divinità, creando una proiezione infinita del suo essere infinito, mettendo in

dubbio dunque la veridicità della religione.

Per K l'uomo avrebbe di certo potuto creare un Dio e pensare l'uomo che si innalza a lui, ma non un Dio che si

abbassa attraverso l'incarnazione no.

Capitolo 3

Riprende la figura di Socrate: ha cercato di far chiarezza sul l'uomo e sul suo sapere, ma non è riuscito a far

chiarezza su se stesso e comprendersi: Socrate è un essere paradossale.

paradosso? è qualcosa su cui l'intelletto sbatte, perché cerca di

Cos'è il È la passione del pensiero,

capire ciò che non conosce.

La cosa sconosciuta a cui diamo un nome, il Dio. L'intelletto non vuole dimostrarla, poiché se non esiste è

indimostrabile e se iniziassi a dimostrarne l'esistenza allora significherebbe che metto in dubbio che esista, ma

il dubbio non è un presupposto.

Es. Napoleone

NB: nel caso di Dio, tra lui e i

Se gli atti non dimostrano l'esistenza di Napoleone, come invece è viceversa,

suoi atti c'è un rapporto assoluto: Dio non è un nome, ma un concetto e questo deriva dal

fatto che la sua essentia involvit existentiam.

Gli atti di Dio li può compiere solo lui. Come faccio da questi a trarne la dimostrazione della sua esistenza

Parto da atti considerati

però? idealmente.

Kierkegaard vuole dire che le prove dell'esistenza di Dio sono, solo una forzata messa tra parentesi

della stessa esistenza di Dio. Ma comunque il provare è il momento in cui decido di fare il salto,

mollare il pupazzetto che ritorna sempre in piedi e in quel momento cambia il mio rapporto con Dio =

fede (vd. Cap. 4)

[“Lo stolto ha detto nel suo cuore: «Non c'è DIO». Sono corrotti, fanno cose abominevoli; non c'è alcuno che

faccia il bene.” (Salmo 14:1)]

Perciò l'intelletto va costantemente ad urtare contro questa cosa sconosciuta, l'Ignoto, e non va oltre, poiché

riduce tutto alle sue categorie concettuali. La cosa sconosciuta è il confine al quale costantemente si giunge e

il differente.

che fa intuire Ma la differenza non si riesce a fissare e ciò confonde l'intelletto a tal punto che

non conosce più se stesso. Da ciò segue che se l'uomo vuole conoscere la verità attraverso la cosa

differenza,

sconosciuta (Dio), deve comprendere la cosa che viene a sapere da Dio: se questo è

assolutamente differente dall'uomo, allora l'uomo è assolutamente differente da Dio.


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Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia e comunicazione
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ale_heloise di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Piemonte Orientale Amedeo Avogadro - Unipmn o del prof Tomasoni Francesco.

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