Capitolo I - Preliminari
Unità e articolazione del mondo romanzo medievale
L'area linguistica che chiamiamo francese include la sola metà settentrionale della Francia ma anche l'Inghilterra, dove dopo la conquista normanna del 1066 il francese è la lingua delle classi alte e di quasi tutta la produzione letteraria almeno fino al 1300. La Francia meridionale è invece area letteraria provenzale, sicché sarebbe più opportuno abbandonare il termine provenzale, che fa pensare alla sola Provenza ed adottare occitanico, che si riferisce a tutta l'area della lingua d'oc.
All’inizio di questo periodo non può certo parlarsi di una precisa e diffusa coscienza di distinte identità nazionali. In Francia la monarchia capetingia ha forza e peso assai modesti e non svolge ancora la funzione di catalizzatore del sentimento nazionale. Nella penisola iberica la frammentazione politica è più netta: le monarchie del paese hanno una fisionomia precisa. Dopo la definitiva fusione di Castiglia e Leòn all’inizio del 200, solo alla fine del 400 l’unione delle corone di Castiglia e d’Aragona e la caduta di Granada semplificheranno il quadro politico iberico.
I diversi sentimenti nazionali si vanno formando soltanto parallelamente al rafforzamento delle istituzioni monarchiche, e non sempre corrispondono ad unità linguistiche (e quindi letterarie). Se la frammentazione è politica non impedisce l'unità della cristianità europea occidentale, è ben netta la differenziazione linguistica. L’area linguistica romanza, non presenta che occasionalmente fratture nette e profonde; la differenziazione è progressiva e quasi impercettibile e dà luogo ad un gran numero di dialetti.
A poco a poco, per un insieme di fattori (frequenza o assenza di rapporti commerciali o sociali, orientamento verso determinati centri politici o ecclesiastici o mercantili, formazione di convenzioni di lingua scritta per usi giuridici, documentari o commerciali ecc. ecc.) le diverse aree dialettali si orientano, per lo più favorendo una preesistente affinità, secondo più vasti complessi in cui si tende ad usare come lingua scritta ed anche parlata un tipo comune.
Questa tradizione di lingua comune (che si chiama scripta): è anteriore alle opere letterarie che conosciamo; ma sarà l’instaurarsi di una tradizione letteraria che darà rilievo a determinate scriptae, fornendo alle rispettive aree dialettali un preciso punto di riferimento e mettendo in moto un processo di unificazione linguistica e di eliminazione dei dialetti. Si deve quindi parlare per la letteratura romanza medievale di tradizioni distinte ed in parte anche diverse; ma esse mantengono un’unità di fondo per due ragioni.
Ogni ambiente culturale romanzo si qualifica e si determina in costante rapporto con la tradizione latina quale è conservata e tramandata dalla scuola. E poiché l’organizzazione e la pratica scolastica sono pressoché eguali, almeno come impostazione, in tutta l’Europa occidentale, è chiaro che essa conferisce loro un’omogeneità di fondo. In tutte le scuole si studia il latino e tutte le persone colte sono in grado di parlarlo; ciò permette una circolazione di individui e di idee che vale a rafforzare l’unità di base. Anche le singole culture romanze, oltre a rimanere costantemente in rapporto con la cultura latina, non si chiudono fra loro in isolamento.
Le letterature romanze medievali possono considerarsi unitarie soprattutto per la forza coesiva rappresentata dal forte predominio culturale della Francia. Influenza, questa francese, che si impone attraverso le opere, ma anche direttamente per il viaggiare degli scrittori ed infine attraverso i molteplici canali della giulleria internazionale, poiché i giullari (recitatori di poesie epiche e di romanzi, novellatori, esecutori di poesie liriche) hanno superato ogni barriera linguistica e politica ed hanno contribuito alla circolazione della produzione letteraria romanza.
Le arti liberali
Bisogna quindi esaminare l'organizzazione scolastica medievale per una conoscenza della cultura del tempo. La tradizione scolastica medievale s’impernia sul mantenimento dello schema delle arti liberali, che nella tarda antichità esauriva in sé il ciclo dell'educazione secondaria e si poneva come propedeutico allo studio della filosofia. Nell’antichità alle arti liberali si contrapponevano le artes mechanicae: pittura, scultura ed ogni genere di artigianato, compreso quello edilizio. La distinzione è basata sull’assenza o presenza di fini pratici e su una netta svalutazione di questi.
Le sole artes che non conducono ad alcun lucro, sono considerate liberales. Ma soltanto il Rinascimento ha restituito alle arti figurative un prestigio comparabile a quello delle discipline letterarie. Man mano che ci si inoltra nel medioevo avvengono però tali mutamenti sia nella struttura della società sia nella posizione delle varie classi rispetto all’istruzione. Così le arti liberali sono viste come elemento attivo della formazione umana, di cui divengono il fulcro. L’educazione non è il riflesso di una condizione sociale ma la determina mediante un rinnovamento profondo dell’uomo, il suo posto nel mondo.
Inizialmente non esisteva ancora un canone ben definito delle discipline liberali, il loro numero viene fissato a sette: grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, astronomia e musica. Più tardi si opera un'ulteriore precisazione: le ultime quattro, ritenute più affini per il loro comune fondamento matematico, sono riunite sotto il nome di quadrivium e parallelamente, ma solo a partire dal secolo 9°, le prime tre vengono chiamate trivium. Le sette arti liberali rimangono per tutta l’età media il normale curriculum scolastico.
La grammatica
La grammatica era la prima disciplina ad essere insegnata. Lo studio non era indirizzato alla conoscenza pratica della lingua, anche se ad essa si finiva col pervenire con lungo tirocinio, ed essa era indispensabile per ogni persona colta. La grammatica ha due fini alquanto diversi: da un lato un apprendimento normativo della lingua ed all’altro lo studio e l’interesse per le opere letterarie. Soltanto dalla seconda metà del secolo XII, essa include soltanto l'aspetto linguistico.
L'alunno non apprendeva le regole grammaticali latine dal manuale, né per lo più si faceva uso di esempi coniati lì per lì dal maestro, come nelle nostre grammatiche. Egli era messo davanti ad un testo letterario latino da interpretare nella sua totalità e da considerare insieme fonte di regole e modello di scrittura. Era questa la lectio, la chiave di volta dell’insegnamento medievale.
Si cominciava da testi relativamente semplici, come quelli dei favolisti dipendenti da Fedro, poi si passava man mano a poeti più complessi per finire col classico per eccellenza, Virgilio. Quel che bisogna sottolineare è che un siffatto studio grammaticale diveniva in realtà occasione e mezzo di una ricca preparazione letteraria. Attraverso l’esame cui ogni opera era sottoposta e poi mediante il processo di memorizzazione, la scuola dava a chi avesse studiato grammatica un patrimonio letterario ampissimo.
La retorica ed i topoi (luoghi comuni)
La seconda ars, la retorica, era stata nell’antichità l’arte del ben parlare, del costruire elegantemente il discorso, ma già durante l’impero aveva finito col perdere buona parte della sua funzione pratica a causa del mutare della vita politica. Della divisione classica in ricerca degli argomenti, loro organizzazione ordinata, espressione, memorizzazione ed enunciazione: il riferimento è all’oratore che “esegue” il suo discorso senza leggerlo; rimangono vitali soltanto alcuni settori.
Anche qui l’insegnamento non si limitava alla teoria ma veniva fondato sui testi, gli stessi della grammatica, che servivano da repertori ed insieme mostravano come e quando devono usarsi gli artifici retorici. Il medioevo aggiunse poi un intero settore del tutto nuovo: l’ars dictandi. È questa la tecnica della composizione di una lettera o di un documento amministrativo, assai importante nel mondo politico medievale. I rapporti prima scarsi e definiti oralmente si infittiscono e rendono necessarie registrazioni scritte: a partire dalla fine del XI secolo si creano delle scuole di ars dictandi.
Anche l’insegnamento retorico ha avuto un peso enorme sulle letterature romanze ed ha anzi caratterizzato in modo preciso tutta la cultura medievale. Di solito non ci si rende conto del valore topico di determinate frasi, e allora si vede nel singolo luogo comune null’altro che un esempio in più del tipo, privo di qualsiasi espressività che non sia la semplice conferma dell’esistenza stessa del topos.
Se dunque il poeta spagnolo del Duecento Gonzalo de Berceo scrive nella sua Vida de Santa Oria: “ci siamo trattenuti molto nel prologo, è saggio che continuiamo il racconto: le giornate non sono lunghe, presto farà notte, scrivere al buio è un lavoro duro” il commentatore sprovveduto rileverà l’immediatezza esistenziale, la confessione autobiografica del poeta nella sua cella monastica dove le tenebre s’addensano; colui invece che ha identificato il topos di conclusione, spoglia i versi di qualsiasi contenuto contingente.
L’uso sistematico dei luoghi comuni non è per nulla privo di espressività: ne ha una più segreta e difficile. Si pensi al linguaggio umano. Un mio sentimento di gioia non solo non è uguale a quello di altri miei simili, ma neppure ad altri miei sentimenti di gioia, provati in altri momenti. Ma questa diversità si esprime linguisticamente in una gamma limitata di termini o di frasi che è comune a me e a chiunque altro parli italiano.
In questo modo il linguaggio riduce di molto la varietà dell’esperienza umana, ma noi ci accontentiamo delle possibilità che ci offre. Nel campo specifico della composizione letteraria, la topica rappresenta una ulteriore selezione e riduzione di possibilità espressive, limitate ad un numero veramente esiguo. Intanto non si perde del tutto la possibilità di scelta: se voi per il prologo disponete di 5 o 10 luoghi comuni è chiaro che scegliendone uno e rifiutando gli altri selezionate un contenuto espressivo rispetto ad altri, esattamente come quando scegliete un termine in una serie di sinonimi.
In secondo luogo, appunto perché esiste una norma, ogni variazione rispetto ad essa acquista valore espressivo: se la norma retorica prescrive un determinato schema di descrizione della donna (ed infatti tutti i personaggi femminili dei romanzi medievali della stessa epoca tendono ad assomigliarsi), ogni variazione rispetto ad essa (la preferenza per i capelli neri invece che biondi, per esempio) o anche ogni selezione (la scelta di un solo gruppo di particolari) deve avere un preciso significato.
Infine qualsiasi luogo comune perde in carica espressiva originale ma contemporaneamente acquista un significato proprio: se oggi un romanziere vi descrive un prato, degli alberi frondosi, questa descrizione esprime un’intuizione paesistica individuale, ma se gli stessi elementi li trovate in un testo medievale siete subito sicuri che lo scrittore ricorre al luogo comune del locus amoenus, il paesaggio ideale. Il ricorso al modello topico garantisce automaticamente il livello desiderato, assicura la dignità letteraria.
La scuola medievale
La scuola medievale integra lo studio minuzioso e paziente degli auctores con l’esercizio personale della composizione letteraria, nel segno dell’imitazione e dell’emulazione. La distinzione teorica fra le artes è superata nella prassi dell’insegnamento perché qualsiasi auctor è ritenuto maestro di ognuna delle sette discipline. È implicito in ciò il concetto del poeta teologo, che troverà il suo coronamento in Dante.
Ciò richiede nel maestro non solo una grande preparazione ma anche un'abilità didattica, onde graduare opportunamente la dottrina da esporre, a seconda della maturità degli allievi. L’apprendimento propriamente linguistico era in primo piano, ma data la sua complessità di temi, data la costante preoccupazione morale e religiosa, la scuola medievale era prima di tutto scuola formativa, scuola di vita, scuola totale. La scuola inglese, la più legata all’eredità medievale, ne conserva in pieno questo aspetto. L’invito a comporre sulle orme degli auctores era esercizio legato alla quotidiana lettura, alla dissezione scrupolosa di un testo.
Nascita delle università
La profonda evoluzione che, iniziata verso la fine del secolo XI, porta alla nascita dell’Università, è contemporanea della grande fioritura letteraria romanza e localizzabile principalmente in Francia. Prima di allora la scuola europea era fondata sui Capitolari di Carlomagno. Le scuole sono poche e pochi sono anche coloro che le frequentano, destinati tutti alla carriera ecclesiastica e in parte anche alle necessità delle corti.
Ma negli ultimi decenni del secolo XI i maestri diventano più numerosi, le scuole fioriscono, aumenta la richiesta di cultura, s’accresce il numero degli scolari e la cultura aumenta il suo prestigio. L’ideale del cavaliere, il miles, era tenuto ben distinto da quello del clericus, della persona colta. Ma nel secolo XII tutto ciò tende a cambiare. Ormai sono numerosi i nobili che sanno leggere e scrivere, che si circondano di scrittori o almeno li proteggono, se ne lasciano dedicare le opere.
Il processo è lento, ma ormai la cultura va acquisendo un prestigio sempre maggiore, ormai il miles può essere anche clericus. La fioritura scolastica non è però uniforme, in Francia ci sono zone di maggior diffusione e zone d’ombra. Queste scuole del XII erano alcune monastiche, altre capitolari. Le prime rappresentavano il tipo prevalente nell’età precedente ma ora in regresso: per i monasteri aveva sempre creato problemi l’esistenza di scuole per alunni esterni, ma ora la riforma che fa capo a Cluny concentra l’educazione sulla Bibbia e la liturgia ed elimina le scuole esterne.
Le scuole capitolari, organizzate presso cattedrali e collegiate, acquistarono invece sempre maggiore importanza, anche perché a differenza dei monasteri, erano situate in città, nei nuovi centri della vita sociale. Anche a Parigi c’era una scuola capitolare, legata alla cattedrale di Notre Dame. Con queste innovazioni le arti liberali erano ridotte a studio preparatorio per la nuova teologia; del resto il loro curriculum tradizionale era stato modificato con l’introduzione della Logica aristotelica.
Queste novità attiravano a Parigi studenti da ogni angolo d’Europa; non esisteva però alcuna organizzazione. Verso la metà del secolo XII, quindi, i maestri cominciano ad agire come gruppo, come corporazione professionale: si fissano norme per l’ammissione, che è insieme la conclusione degli studi dell’alunno. Nella prima metà del Duecento prende forma lo studium generale, organismo scolastico che per autorizzazione papale può concedere il diritto di insegnare ovunque; esso è formato da varie facoltà (arti liberali, medicina, teologia, diritto canonico), la prima delle quali è propedeutica alle altre. Professori e studenti formano l’universitas magistrorum et scholarium dello studium generale, con a capo un rettore, che a Parigi è il rettore degli artisti.
Le più antiche Università (Parigi, Bologna, Oxford) hanno tutte questo carattere di organizzazione spontanea; più tardi si aggiungono a loro imitazione Università di fondazione papale, ad esempio Tolosa, o regale, come Napoli; altre nascono invece per secessione, come Cambridge da Oxford o Padova da Bologna. Le Università quindi modificarono profondamente l’ambiente culturale del tempo. Nell’ambito universitario lo schema delle arti liberali è ridimensionato; è attraverso le Università che si impone la dottrina aristotelica, è nell’Università che nasce la filosofia scolastica, è sotto la spinta universitaria che si spiega e comprende l’enciclopedismo duecentesco.
In latino, lingua che dall'università riceve vigore nuovo, ora più che mai è la lingua della cultura europea. Ma il mondo universitario ha un peso troppo grande e tale che anche le letterature volgari ne risentono: a seconda dei paesi, degli ambienti, dei generi letterari.
Il Cristianesimo e gli scrittori pagani
La Chiesa non aveva continuato la tradizione giudaica che fa della Sinagoga essenzialmente una sede di studio. Ma nella vita cristiana la Bibbia e la liturgia possedevano una tale centralità da rendere indispensabile la presenza di chierici colti, la cui preparazione non poteva avvenire che in scuole laiche e quindi, sotto l’Impero, pagane. Le prime scuole cristiane saranno più tardi quelle sorte nei monasteri e limiteranno al minimo, la preparazione grammaticale e retorica, ma perfino loro non abbandoneranno del tutto gli schemi tradizionali.
Si può dunque affermare che nei primi secoli della civiltà cristiana tutte le persone colte si formavano sui testi pagani in uso per tradizione nelle scuole. Ma il Cristianesimo era nato nel segno del rifiuto della cultura profana greco-latina e della differenza nei riguardi della poesia pagana. In essa non soltanto si rifletteva il patrimonio filosofico e religioso della cultura classica, i suoi miti e le sue tradizioni: essi sollecitavano in ogni modo i sensi, celebravano il trionfo delle passioni. La prima educazione si riceveva in scuole laiche, sui testi pagani. Più tardi nella coscienza del credente si produceva uno scontro fra consuetudine culturale e consapevolezza religiosa: al fascino attuale dei poeti si sommava il fascino che essi avevano esercitato allora.
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