Che materia stai cercando?

Appunti di Filologia latina sp. (lezioni complete) Appunti scolastici Premium

Lezioni complete del corso di Filologia latina sp. dell'anno accademico 2016/2017. Il corso verteva sui libri 10,11 e 12 di Marziale; sono presenti le traduzioni effettuate a lezione. Valutazione conseguita: 28/30. Università degli Studi Ca' Foscari Venezia - Unive. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Filologia latina docente Prof. P. Mastandrea

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Un elemento che turba l’andamento del metodo è la contaminatio: l’ordine delle copie viene

alterato nel momento in cui il copista va in cerca di un altro esemplare per collationare i testi e

cercare di sanare la copia. La contaminazione è un fatto comunissimo. L’errore di Lachmann è di

presumere copisti ignoranti, risente del tipo di esperienza editoriale che aveva il filologo

prussiano. Egli era non solo un filologo classico, ma anche biblico e germanico; lascia la sua ultima

prova di editore nel 1852 nell’edizione di Lucrezio, che è un autore che ha una scarnissima

tradizione manoscritta. Le uniche copie del libro, vietato, erano accessibili solo all’abate, per

questo si sono conservate, nonostante tutto. Ci sono solo due manoscritti completi di Lucrezio,

che non venivano copiati per la loro inammissibilità. Era facile, per Lachmann, creare un metodo

sulla base di una campionatura così piccola. Egli si occupa di testi rari, come Catullo, Properzio, e la

raccolta dei Gromatici latini (gli agrimensori; l’agroma è uno strumento che serve per misurare la

terra). Subito i filologi romanzi, soprattutto francesi, si contrappongo a questo metodo. Cambia il

concetto di autorialità a cui riferirsi.

Un altro errore comunissimo si ha con l’introduzione della scrittura carolina. I codici dell’antichità

erano scritti in caratteri grandi, perché le condizioni economiche permettevano la disponibilità di

materiale scrittorio. Nel Medioevo i caratteri diventano piccolissimi: nella minuscola carolina si

usano molte abbreviazioni e i caratteri sono piccoli. In questo modo, si introducono delle norme

pe facilitare la scrittura e ovviare a questo difetto, in particolare si introduce la distinzione tra le

parole. Nelle scritture antiche c’era la scriptura continua; all’altezza dell’età carolingia, questa

grande innovazione introdotta dall’unificazione europea e da Carlo Magno, è un’ambizione anche

dal punto di vista culturale. Abbiamo il rilancio della lingua latina e della scrittura compresa da

tutti. In questa fase, si prendono i testi precedenti e si riscrivono con la nuova scrittura,

apportando la distintio verborum: chi copiava, spesso sbagliava a separare le parole.

Nel Liber de prodigis troviamo: inviolata est et erunt. Cade un fulmine in un tempio a Roma,

distrugge tutto, ma lascia intatto il sacello e due alberi sacri che vi si trovano a fianco. Inviolata est

non dà problemi, ma et erunt sì. INVIOLATAESTETERUNT inviolatae steterunt.

Nel Satyricon di Petronio, dentro alla cena di Trimalchione, ci sono i commensali che sono presi in

giro dall’autore. Ad un certo punto troviamo abbas secrevit: la lezione giusta è un’altra,

AB/ASSE/CREVIT ab asse crevit, venuto su dal nulla, l’asse è la moneta più vile che ci sia.

Altri esempi di corruzione sono auricolari: a volte, nello scriptorium, i copisti scrivevano sotto

dettatura. Introducevano degli errori tipicamente auricolari e non visivi. Negli scriptoria di zona

geografica germanica avvengono alternanze di questo tipo: VENUS FENUS (nome della divinità e

del fieno, fenus indica il fieno, ma anche l’attività dell’usura, fenerator, in latino, è l’usuraio).

Abbiamo anche errori ideologici: la divinità Atena diventa Satana, oppure agmen o tamen

diventano comunemente amen, perché il copista, che è analfabeta dal punto di vista culturale, ma

è infarcito solo di preghiere, scrive ciò che fa parte del suo vissuto quotidiano. Il mestiere del

copista è faticosissimo durante l’Alto Medioevo: non è un lavoro per i priori, ma per i monaci di

bassa estrazione, in quanto molto usurante. 21 24/11/2016

Nella minuscola carolina spesso si trova questo errore: clementia diventa dementia. Oltre agli

errori auricolari, troviamo questi errori visivi.

Valerius Martialis Prisco suo S.(alutem) a volte (salutem dicit)

Scio me patrocinium debere contumacissimae trienni desidiae; quo absolvenda non

esset inter illas quoque urbicas occupationes, quibus facilius consequimur, ut molesti

potius, quam ut officiosi esse videamur; nedum in hac provinciali solitudine, ubi nisi

etiam intemperanter studemus, et sine solacio et sine excusatione secessimus. Accipe

ergo rationem. In qua hoc maximum et primum est, quod civitatis aures, quibus

adsueveram, quaero et videor mihi in alieno foro litigare; si quid est enim, quod in libellis

meis placeat, dictavit auditor: illam iudiciorum subtilitatem, illud materiarum ingenium,

bibliothecas, theatra, convictus, in quibus studere se voluptates non sentiunt, ad

summam omnium illa, quae delicati reliquimus, desideramus quasi destituti. Accedit his

municipalium robigo dentium et iudici loco livor, et unus aut alter mali, in pusillo loco

multi; adversus quod difficile est habere cotidie bonum stomachum: ne mireris igitur

abiecta ab indignante quae a gestiente fieri solebant. Ne quid tamen et advenienti tibi ab

urbe et exigenti negarem — cui non refero gratiam, si tantum ea praesto quae possum

— , imperavi mihi, quod indulgere consueram, et studui paucissimis diebus, ut

familiarissimas mihi aures tuas exciperem adventoria sua. Tu velim ista, quae tantum

apud te non periclitantur, diligenter aestimare et excutere non graveris; et, quod tibi

difficillimum est, de nugis nostris iudices nitore seposito, ne Romam, si ita decreveris, non

Hispaniensem librum mittamus, sed Hispanum.

Traduzione. So di dovere una difesa rispetto a questa ostinatissima assenza dal lavoro

per un triennio, (difesa) dalla quale non potrebbe essere scusata neppure in mezzo a

quelle occupazioni urbane con le quali otteniamo di apparire più facilmente molesti,

fastidiosi, piuttosto che occupati.; tantomeno in questa solitudine provinciale, dove se

non mi mettessi a studiare anche senza misura dove ci siamo allontanati senza piacere e

senza scuse. Ricevi dunque il mio ragionamento. Cioè il fatto che cerco le orecchie della

città a cui mi ero assuefatto e pare ai miei stessi occhi di discutere una causa in un

tribunale straniero; se c’è qualcosa, infatti, che possa piacere lo ha dettato l’ascoltatore,

quella sottigliezza nelle critiche, quella intelligenza nel trovare gli argomenti, le

biblioteche, i teatri, i pranzi comuni (tutti quei luoghi) in cui i piaceri non hanno

percezione dello studium, tutte quelle cose che noi abbiamo abbandonato

volontariamente, quasi stomacati, ora noi li desideriamo quasi ne fossimo stati destituiti.

Si aggiunge a queste cose la ruggine dei denti dei provinciali e l’invidia in luogo del

giudizio, e uno o due malvagi, che sono molti in un luogo così piccolo; e contro di ciò è

difficile avere ogni giorno buono stomaco: e non meravigliarti dunque che siano

disprezzate da me che sono indignato quelle cose che un tempo solevano essere fatte

22

mentre c’ero sopra. E tuttavia, per non negare a te che sei venuto qui da Roma e a te

che me lo chiedevi non volevo negare a te – al quale non restituisco la tua grazia se ti do

quel tanto che posso –, mi sono dato un ordine di indulgere a quello che era una

consuetudine e mi sono sforzato in pochissimi giorni di accogliere le tue orecchie così

amichevoli con una cerimonia di accoglienza. Io vorrei che tu queste cose, che soltanto

presso di te non mi fanno correre pericoli, tu le giudichi con diligenza e non ti sia grave; e

tu giudichi delle nostre frivolezze mettendo da parte l’eccessiva benevolenza, affinché,

se tu vorrai così, non vorrei che mandassimo altrimenti a Roma un libro non proveniente

dalla Spagna, ma spagnolo di razza.

Lettera dedicatoria del XII libro. Edizione critica:

https://archive.org/details/martialepigrams02martiala (pp.316-317).

Il libro XII è l’ultimo libro scritto da Marziale prima di morire, è scritto in Spagna. Dopo l’assassinio

di Domiziano, Marziale rimane spiazzato. Il corpo di Domiziano, ucciso dalle guardie, è buttato nel

Tevere ed è sottoposto alla damnatio memoriae. Il senato elegge il vecchio Nerva, che muore

dopo due anni, il tempo di scegliere una figura di maggior livello, che cade su Traiano, militare di

origine spagnola. Grazie ai tesori importati dalla Dacia arrivano a Roma una quantità di ori che

vengono impiegati nelle opere pubbliche, ridando così assetto alla zona dei fori (foro Traiano con

le due biblioteche greche e latine, con al centro la colonna istoriata con le vicende delle guerre di

Traiano, sulla cima c’era la statua dell’imperatore e le sue ceneri). Marziale non riesce a farsi

accettare né da Nerva, né da Traiano. Dunque, vende ciò che gli rimane, un piccolo terreno, come

sappiamo dagli epigrammi del X e XII libro, e torna in Spagna, dove è ambientato gran parte del XII

libro, anche se in esso rientrano anche epigrammi scritti in precedenza.

La lettera, che ha l’intestazione tipica della vecchia lettera di stampo repubblicano, quella

ciceroniana, in cui il nome del mittente, anche se asimmetrico per rango sociale rispetto al

destinatario va sempre prima. Anche se il destinatario è Terenzio Prisco, personaggio noto in

rapporto con Plutarco, di fiducia di Traiano, la formula di saluto è molto scarna e sobria. È tipico

dell’epistolografia successiva, tardo antica e cristiana, quello di rovesciare i termini: mettere prima

il dativo e poi il nome del mittente, e poi tutta una serie di saluti piuttosto barocchi sia all’inizio sia

alla fine della lettera. I corpora ciceroniani, ma anche il protettore di Marziale, Plinio il Giovane, ci

lasciano libri di epistole. È una grande fonte di informazione per la Roma all’apogeo dell’impero.

Marziale sta dedicando il suo liber XII: lo sta mandando la prima copia del suo libro a colui a cui il

libro è dedicato. Oggi per noi la dedica è un atto scanzonato, ma nell’antichità, fino all’epoca

moderna, dedicare uno scritto a qualcuno significa fargli avere la prima copia. Prima della stampa

e per un paio di secoli dopo, difficilmente un libro non aveva una dedica iniziale. La pratica, fino al

Settecento, era che la prima copia, anche a stampa, veniva materialmente consegnata al

dedicatario.

Terenzio Prisco avrebbe sollecitato da Marziale un libro di epigrammi, che va a continuare la lunga

serie dei libri precedenti. Per tre o quattro anni Marziale è stato inattivo, da cui questo attacco.

L’andamento è piuttosto solenne, l’impostazione prosastica è di buon livello, soprattutto si

avverte la ricercatezza nella terminologia giuridica.

23

So di dovere una difesa rispetto a questa ostinatissima (contumacissimae) assenza dal lavoro per

un triennio, Il patrocinium è la difesa in tribunale. Notiamo la terminologia giuridica.

Patrocinium chiamare il patrono, composto di cano. Contumax la bestia da lavoro che è restia

a lavorare, termine che proviene dal linguaggio agricolo. È l’animale che si fa tirare, l’immagine è

quella di chi in tribunale non si vuole presentare. Desidiae assenza di non presentarsi. Difesa

urbicas

dalla quale non potrebbe essere scusata neppure in mezzo a quelle occupazioni urbane

si riferisce all’urbe romana, dove Marziale ha vissuto una vita e dove abita Terenzio Prisco, che è

stato magistrato in Spagna. Dunque ha avuto modo di trattare con Marziale, come si vede dagli

epigrammi successivi. con le quali otteniamo di apparire più facilmente molesti, fastidiosi,

piuttosto che occupati (officiosi). Marziale se ne è andato da Roma perché era stanco delle

occupazioni urbane, che per lui consistevano al saluto dei potenti, alle testimonianze in tribunale

etc. Ma ora che è sfuggito da queste occupazioni, con un atteggiamento antiletterario: visto che in

campagna si sta bene, e in città male, Marziale, nei libri precedenti, si lamenta spesso della vita

cittadina, ma quando è in campagna si lamenta in modo commovente. Tantomeno in questa

solitudine provinciale Marziale collega alla provincia l’idea della solitudo, dove se non mi

mettessi a studiare anche senza misura (nisi intemperanter) passa tutto il tempo a studiare,

modo per collegarsi alla civiltà che ha lasciato. Dove ci siamo allontanati secedo, senza piacere e

senza scuse. È un errore ingiustificabile che ha commesso da solo. La parola secessus è un termine

tecnico per indicare, dal punto di vista filosofico, l’atteggiamento del saggio che si stacca dal

mondo e per i cristiani sarà l’eremo, l’ascesi, l’allontanamento dal mondo. Ricevi dunque il mio

ragionamento. Permane la metafora giuridica: lis et lite, è la lite giudiziaria. È come se Marziale si

sentisse come un avvocato che discute la causa in un ambiente per lui estraneo. È un Marziale che

si ricorda dei suoi studi giuridici e si cimenta in una prosa sostenuta. Cioè il fatto che cerco

quaero, chiedere. Verbo come quaero in castigliano diventa amo. Questa è una ricerca come

Marziale

amorevole le orecchie della città si trova tra gli zotici, tra persone che non sono in

grado di comprendere la raffinatezza del suo linguaggio. A cui mi ero assuefatto e pare ai miei

anche

stessi occhi di discutere una causa in un tribunale straniero se è la sua città ci è mancato

per tanto tempo e non si riconosce in quell’ambiente, Se c’è qualcosa, infatti, che possa piacere,

 

placeat congiuntivo eventuale, nei miei libretti libri che aveva già composto, XIV libri, lo ha

dettato l’ascoltatore, l’auditor, cioè quello che noi definiremmo il pubblico. L’auditor è un

collettivo e rappresenta il popolo di Roma. Quella sottigliezza nelle critiche, subtilis viene da sub e

tela, ciò che è talmente sottile che passa attraverso la tela, i iudicia sono le critiche letterarie, i

giudizi espressi. quella intelligenza nel trovare gli argomenti, le biblioteche, i teatri, i pranzi comuni

tutti i luoghi di incontro della civiltà, tutti quei luoghi in cui i piaceri non hanno percezione dello

studium luoghi in cui la cultura non pesa. Insomma, tutte quelle cose che noi abbiamo

abbandonato volontariamente, quasi stomacati il delicatus è colui che è schizzinoso, che fa

fatica, ora noi li desideriamo quasi ne fossimo stati destituiti come se ce ne avessero privato a

forza. Si aggiunge a queste cose la ruggine la robigo è la ruggine, vi hanno a che fare i contadini,

come la ruggine del grano. È una iattura. Dei denti dei provinciali e l’invidia in luogo del giudizio

il livor è l’invidia, è un colore, un pallore di chi mal sopporta le fortune altrui. Marziale è invidiato

perché ha potuto godersi la vita a Roma e non in provincia. E uno o due malvagi, che sono molti in

un luogo così piccolo. Uno o due malvagi a Roma non si notano, ma in una cittadina così piccola

bastano perché non si possono evitare. Marziale alterna un linguaggio alto a delle informazioni

familiari. E contro di ciò è difficile avere ogni giorno buono stomaco, cioè capacità di

sopportazione. E non meravigliarti dunque che siano disprezzate (abiectae) da me che sono

24 

indignato quelle cose che un tempo solevano essere fatte mentre c’ero sopra, si tratta

dell’esercizio della letteratura. Come ora spiegherà, Marziale, quando era a Roma, scriveva

facilmente, ma ora che è lì questa facilità è venuta meno, poiché mancano le fonti di ispirazione. E

tuttavia, per non negare a te che sei venuto (advenienti) qui da Roma e a te che me lo chiedevi

(exigenti) non volevo negare a te – al quale non restituisco la tua grazia se ti do (preaesto) quel

tanto che posso – Marziale non si può sdebitare con questo dono, forma di cortesia o

cortigianeria, mi sono dato un ordine di indulgere a quello che era una consuetudine e mi sono

sforzato in pochissimi giorni (paucissimis diebus) di accogliere le tue orecchie così amichevoli

(aures familiarissimas) con una cerimonia di accoglienza. Adventus termine che si specializza,

l’adventus cesaris è l’entrata di Cesare in città, generalmente è l’arrivo ufficiale del magistrato. Io

 

vorrei che tu queste cose le poesie che ti mando che soltanto presso di te non mi fanno

correre pericoli captatio benevolentiae, mette le mani avanti. Tu li giudichi con diligenza e non

  

ti sia grave cioè non ti pesi eventualmente criticare. E tu giudichi delle nostre frivolezze de

nugis nostris, termine catulliano, delle nostre bagatelle, noccioline, mettendo da parte il nitor è

un eccesso di eleganza, di buone maniere. Sollecita un giudizio non severo, ma neanche troppo

benevolo. Affinché, se tu vorrai così, dare approvazione, non vorrei che mandassimo altrimenti

a Roma un libro non proveniente dalla Spagna, ma spagnolo di razza ispanum, spagnolo di

lingua. Il libro viene dalla Spagna, ma non deve apparire provinciale, non deve avere nulla che

segnali la sua provenienza. Questo elemento si trova in un epigramma dedicato ad una sua

protettrice; Marziale, che ha passato i sessanta anni, trova una matrona, di nome Marcella, con cui

ha una relazione. Nell’epigramma XXI,

Municipem rigidi quis te, Marcella, Salonis Chi potrebbe dirti municipale del rigido

Et genitam nostris quis putet esse locis? Salone e chi potrebbe pensare che tu sia nata

Tam rarum, tam dulce sapis. Palatia dicent, dalle nostre parti? Hai uno spirito così

Audierint si te uel semel, esse suam; ricercato? I palazzi, se ti avranno ascoltato

Nulla nec in media certabit nata Subura con le loro orecchie anche una sola volta,

diranno che sei loro. Nessuna alumna

Nec Capitolini collis alumna tibi; metterà in dubbio che tu sia nata nel pieno

Nec cito ridebit peregrini gloria partus della Suburra e sul Colle del Campidoglio. Né

Romanam deceat quam magis esse nurum. facilmente la prole dello stranierò potrà

Tu desiderium dominae mihi mitius urbis risplendere più di te per la gloria di essere

Esse iubes: Romam tu mihi sola facis. una donna romana. Tu rendi meno duro il

rimpianto della città sovrana: tu per me sei

da sola tutta Roma.

Chi potrebbe dirti municipale, cioè abitante della zona, del Salone, il Salon è un fiume che

attraversa la regione dove è nato Marziale, e chi potrebbe pensare che tu sia nata dalle nostre

parti? Hai uno spirito così ricercato. Palatia il Palatino. I palazzi, se ti avranno ascoltato con le

loro orecchie anche una sola volta, diranno che sei loro. Sembra nata sul Palatino. Nessuna

alumna cioè abitante, della Suburra o del Colle Capitolino metterà in dubbio che tu sia nata nel

pieno della Suburra e cresciuta sul Colle del Campidoglio. Né facilmente la prole dello stranierò

potrà risplendere più di te per la gloria di essere una donna romana. Tu rendi meno duro il

rimpianto della città sovrana: tu per me sei da sola tutta Roma. Il poter avere una compagna di

questo genere, nel paese sperduto della Spagna, gli fa sentire quasi di vivere a Roma.

25

Epigramma XII, I, segue apparato critico di un altro epigramma a Prisco. (distici elegiaci)

Retia dum cessant latratoresque Molossi Mentre si mettono via le reti e i latranti

Et non inuento silua quiescit apro, molossi e la selva ha finalmente quiete, non

Otia, Prisce, breui poteris donare libello. essendo stato trovato il cinghiale, adesso

puoi donare il tuo tempo libero, o Prisco, a

Hora nec aestiua est nec tibi tota perit. questo breve libretto. L’ora né è troppo

calda e non se ne va tutta quanta per te.

I nobili romani amavano la caccia, in particolare quella al cinghiale. Mentre si mettono via le reti e i

 

latranti molossi molosso da inseguimento, e la selva ha finalmente quiete dai rumori, dai

cacciatori, dai cani, non essendo stato trovato il cinghiale aper è il cinghiale, adesso puoi donare

il tuo tempo libero, o Prisco, a questo breve libretto. L’ora né è troppo calda e non se ne va tutta

Il 

quanta per te. tempo non te ne viene tolto troppo. Tibi tota perit pereo, verbo con

significato etimologico, perire vuol dire andarsene completamente, fino in fino.

L’apostrofe al liber è una pratica letteraria inveterata della poesia ellenistica e leggera neoterica,

oltre che dell’elegiaca. Il libretto, nel momento in cui viene licenziato, dopo l’editio, riceve un

augurio per il viaggio, come se fosse un figlio che abbandona la casa e va in cerca di fortuna. Qui il

cliché assume una particolare importanza perché è la rottura di una consuetudine. È la prima volta

che il libro, anziché partire da Roma e andare in tutto il mondo, parte dalla Spagna al mondo.

Epigramma XII, II (distici elegiaci) Tu che fino a poco fa eri solito essere

mandato presso tutte le genti da Roma,

Ad populos mitti qui nuper ab urbe solebas, andrai ora, libro provinciale, a Roma,

Ibis io Romam nunc peregrine liber partendo dalla gente del Tago aurifero e

Auriferi de gente Tagi tetricique Salonis, del freddo Salone, quei fiumi patrii che

Dat patrios manes quae mihi terra potens. mi concede questa terra potente.

Non tamen hospes eris nec iam potes aduena dici, E non sarai tuttavia un ospite e non puoi

Cuius habet fratres tot domus alta Remi. neanche essere detto straniero del quale

Iure tuo ueneranda noui pete limina templi, l’alta casa di Remo ha di te tanti fratelli.

Reddita Pierio sunt ubi templa choro. Con tuo buon diritto raggiungi le

Vel si malueris, prima gradiere Subura; venerande soglie del tempio nuovo dove

Atria sunt illic consulis alta mei: sono stati restituiti i tetti al coro delle

Laurigeros habitat facundus Stella penatis, muse.

Clarus Hyanteae Stella sititor aquae; O se tu lo preferisci fai i tuoi passi

all’inizio della Suburra, lì sono le alte case

del mio console: l’eloquente Stella abita

una casa che recano l’alloro, l’illustre

Stella assetato dell’acqua di Hyante;

26 Lì si segnala sopra le altre per la sua

Fons ibi Castalius uitreo torrente superbit, acqua torrenziale limpida come il vetro,

Vnde nouem dominas saepe bibisse ferunt: la fonte castalia, da dove dicono che

spesso abbiano bevuto le nove signore.

Ille dabit populo patribusque equitique legendum

Nec nimium siccis perleget ipse genis. Il console Stella ti darà da leggere al

Quid titulum poscis? uersus duo tresue legantur, popolo, ai senatori e ai cavalieri. E né

Clamabunt omnes te, liber, esse meum. Stella potrà leggere fino in fondo con le

guance secche. Perché chiedi un titulus

da parte mia? Si leggano due o tre versi.

Tutti quanti grideranno che tu, libro, sei

mio.

Tu che fino a poco fa eri solito essere mandato presso tutte le genti da Roma, andrai ora, libro

provinciale (liber peregrine, vocativo), a Roma, partendo dalla gente (dalla località) del Tago

aurifero, il Tago è il fiume da cui si ricavavano delle pepite d’oro, e del freddo Salone (tetrici

Salonis). Quei fiumi patrii che mi concede questa terra potente emerge una forma di orgoglio

municipale. La Spagna è considerata una terra potens, c’è negli autori spagnoli la consapevolezza

della difficoltà di conquistare la Spagna. E non sarai tuttavia, arrivando a Roma, un ospite, hospes

prima di tutto vuol dire straniero, la radice è la stessa di nemico, hostis. È insito nella radice della

parola l’idea del venire da fuori ed eventualmente della non amicizia. Advena variante,

sinonimo che una variante, è colui che viene in un certo posto. Anziché avere una radice

indoeuropea come hospes, è colui che viene dall’esterno. E non puoi neanche essere detto

straniero (advena), abbiamo una specie di ricongiungimento familiare per il migrante che arriva,

del quale l’alta casa di Remo circonlocuzione per indicare Roma e le sue mura, ha di te tanti

sono 

fratelli i libri. Con tuo buon diritto iure tuo, non devi andare lì in punta di piedi, hai tutto

il diritto di stare lì, raggiungi (pete) le venerande soglie del tempio nuovo. il tempio di Apollo

costruito da Augusto, bruciato da Nerone e ricostruito dai Flavi. Durante il famoso incendio

neroniano la zona del Palatino brucia, così come la biblioteca augustea. Dove sono stati restituiti i

tetti (tecta) al coro delle muse abbiamo l’allusione alla ricostruzione del palazzo da parte di

Domiziano. O se tu lo preferisci fai i tuoi passi all’inizio della Suburra, quartiere del basso foro, lì

sono le alte case, atrium è il termine aulico per indicare la casa signorile, l’atrium è una zona della

casa, ma è anche la villa urbana del mio console Stella un altro dei protettori di Marziale è

 

Stella. L’eloquente Stella facundus; penatis metonimia che indica la casa, abita una casa

(penatis laurigeros) che recano l’alloro. i consoli, per il periodo della loro carica, ornavano la

porta di corone d’alloro perenni. L’illustre Stella assetato dell’acqua di Hyante gli Hyantae sono

un popolo della Beozia; aspetti della poesia panegirica ricca di allusioni mitologiche. Marziale

spera che il libro XII ottenga letture pubbliche a casa del console Stella. La Beozia è la zona in cui ci

si va ad abbeverare per diventare artisti, vi sono presso questo fiume i monti delle muse.

 

L’ippocrene è stata provocata dallo zoccolo di Pegaso. Lì si segnala sopra le altre superbit per

la sua acqua torrenziale limpida come il vetro, la fonte castalia, da dove dicono che spesso abbiano

le

bevuto le nove signore. muse. Il console Stella (ille) ti darà da leggere nelle case dei ricchi si

fanno letture pubbliche; Marziale spera che il suo protettore favorisca delle audizioni del suo libro,

al popolo, ai senatori e ai cavalieri. I giardini o le sale della villa urbana di Stella si aprono a tutti. È

27 

uno sprazzo di luce sulla vita quotidiana di Roma. E né Stella (ipse) potrà leggere fino in fondo

 

perlego lego + perfettivo, con le guance secche ci sono degli epigrammi commoventi che

è

provocheranno le lacrime nel lettore. Perché chiedi un titulus ciò che si scrive in testa,

un’etichetta, lo si metteva sopra le porte far sapere cosa o chi vi fosse all’interno; qui il titulus è

del libro, ma Marziale dice che non ha bisogno di apporre il suo nome. In una ostentazione di

grandezza e notorietà pensa che il suo stile sia immediatamente riconoscibile. da parte mia? Si

leggano due o tre versi. Tutti quanti grideranno che tu, libro, sei mio.

Epigramma III, dedicato al mentore Mecenate, che aveva fatto circondare Augusto di artisti e

letterati. Mecenate diventa un’antonomasia, nome per eccellenza protettore dei letterati.

Quod Flacco Varioque fuit summoque Maroni Quello che fu a Flacco, a Vario e al più

Maecenas, atauis regibus ortus eques, grande di tutto Virgilio, Mecenate, nato

da antenati regali, alle genti e ai popoli

Gentibus et populis hoc te mihi, Prisce Terenti, questo la fama dirà che sono stato e la

Fama fuisse loquax chartaque dicet anus. vecchia carta dirà.

Tu facis ingenium, tu, si quid posse videmur; Sei tu che mi dai la forza dell’intelligenza,

Tu das ingenuae ius mihi pigritiae. sei tu che mi dai la possibilità di apparire

Macte animi, quem rarus habes, morumque tuorum, di poter essere qualcosa, tu dai diritto alla

Quos Numa, quos hilaris possit habere Cato. pigrizia dell’uomo libero.

Largiri, praestare, breves extendere census, Fatti forze che tu hai come pochi altri e

Et dare quae faciles vix tribuere dei, con i tuoi costumi che potrebbe aver

Nunc licet et fas est. Sed tu sub principe duro avuto Numa e l’ilare Catone.

Temporibusque malis ausus es esse bonus. Offrire, prestare, aumentare le

disponibilità economiche troppo piccole

e dare quello che a malapena ci

attribuirono facilmente gli dei. Ora è

lecito e giusto. Ma tu sotto un principe

crudele e in tempi cattivi osasti essere

buono.

Maecenas atauis edite regibus Mecenate venuto fuori da antenati regali (Horatius, carmina 1, 1)

.

Mecenate aveva una nobiltà più antica e faceva riferimento alla stirpe regale. L’andamento si

ritrova in Marziale. 

Quello che fu a Flacco, a Vario e al più grande di tutto Virgilio Orazio Flacco, Vario,

tragediografo del circolo di Mecenate di cui restano pochi frammenti, uno degli editori dell’Eneide

di Virgilio postuma, il summus Maroni, Marone, Mecenate, nato da antenati regali. In questo

pezzo vengono ripresi elementi verbali della lettera dedicatoria a Prisco, funge da alternativa alla

lettera in prosa. Alle genti e ai popoli questo la fama dirà che sono stato e dirà fama loquax,

quella che dà notizia di te, è una variazione di sovrabbondanza, fama da fari, loquax da loquor;

anus charta, carta vecchia, sei tu che mi dai la forza dell’intelligenza, sei tu che mi dai la possibilità

di apparire di poter essere qualcosa, tu dai diritto alla pigrizia dell’uomo libero. Ci si aspetta dal

protettore un aiuto per poter non lavorare. Fatti forze colpisci inesorabilmente, cioè nell’animo

28

(macte animi) che tu hai come pochi altri. E con i tuoi costumi che potrebbe aver avuto Numa e

l’ilare Catone, si fa riferimento alla storia remota, Numa è un esempio di severità romana arcaica,

re che succede a Romolo e istituisce leggi e religione, mentre Catone è il Vecchio, esempio di

severità e parsimonia. Offrire, prestare, aumentare le disponibilità economiche (census) troppo

piccole il census è originariamente la condizione sociale, ma da qui a dire soldi e ricchezze il

passo è breve, e dare quello che a malapena ci attribuirono facilmente gli dei è una

contraddizione. Ora è lecito e giusto. Affermazione di registro politico. Marziale, ora che siamo

sotto il principato di Traiano, si lancia in un’accusa ai tempi del princeps durus Domiziano. Ma tu

sotto un principe crudele e in tempi cattivi osasti essere buono. È come se a Terenzio Prisco, che

non si era troppo colluso con Domiziano, e otteneva favore dai successori, gli si facesse il

complimento di essersi comportato bene sotto un principe crudele.

Eliminatio codico descriptorum

Un codex descriptus è un apografo di un codice di cui già disponiamo. Vediamo un albero

genealogico. Le lettere maiuscole latine individuano codici conservati, mentre quelle minuscole

greche rappresentano codici supposti, ricostruibili in base a concordanze o discordanze di

manoscritti che da essi derivano.

Omega rappresenta l’archetipo, copia presunta da cui deriva il manoscritto. La presenza

dell’archetipo, per Lachmann, era tacitamente presunta di regola. Si pensava che ci fosse sempre.

28/11/2016

Alessandro Fusi, Sul testo di Marziale

I filologi sono maestri della lettura lenta (Nietzsche, Aurora,1886).

I filologi riflettono sulla parola scritta di ogni tipo, la sottopongono ad un giudizio che deve essere

fatto da ognuno. È una perizia di orafi della parola: idea di perfezionismo, accuratezza.

L’epigramma è un genere versatile e sfaccettato, tratta temi disparati; laddove i generi sono

identificati con un certo tipo di argomento, basti pensare all’epica, o alla satira, l’epigramma è un

genere che ammette al suo interno e assorbe ogni tipo del discorso. Nell’ampio corpus di Marziale

troviamo epigrammi aggressivi, scommatici, comici etc.

I tre rami dei codici di Marziale risalgono alla tardo antichità. Nelle nostre edizioni le varianti del

testo sono ricondotte a queste tre edizioni.

Commento tratto da Citroni, è il primo di una serie di commenti scientifici a Marziale, che fino ad

allora era stato svilito dalla critica di stampo crociano, era considerato un poeta secondario e

criticato per l’adulazione dell’imperatore, che lo rendeva inviso a molti, e per il suo linguaggio

osceno.

Da quanto si è detto s’intende che ai fini della costituzione del testo l’accordo di due famiglie

contro una non ha molta importanza. (Citroni 1975, LXXIII)

Quando ci sono tre rami che discendono dall’archetipo l’accordo di due contro uno consente di

risalire all’archetipo della tradizione. Tuttavia, ciò non vale nel caso della tradizione di Marziale

29

perché non c’è un archetipo medievale. Le tre edizioni vanno trattate singolarmente, il fatto che

due coincidano in una lezione ha un certo valore, ma non è determinante.

Lo studio fondamentale su Marziale è quello di Lindsay, nel volumetto del 1903, che pubblicò in

contemporanea con la sua edizione, che è il punto di riferimento per lo studio sul testo di

Marziale. Lindsay, sviscerando la tradizione di Marziale, ragiona sulle tre famiglie, cerca di

delinearne i caratteri. Egli identifica 109 casi, all’interno degli epigrammi, nei quali ci sono varianti

in cui tutte e tre le famiglie presentano un testo buono, accettabile; in questi casi è difficile per

l’editore, che deve scegliere una variante che deve scegliere nel testo. In questi casi, su 68 di 109,

abbiamo l’epigramma tramandato da tutte e tre le famiglie di codici. Lindsay, in soli due casi su 68,

preferisce una variante tramandata dal secondo ramo contro l’accordo degli altri due, in 0 casi su

68 l’accordo di gamma su alfa e beta. In tutti i casi incerti Lindsay accoglie il testo della prima

famiglia, che è quella considerata più autorevole, ancora meglio se condiviso da un’altra delle due

famiglie. Quasi inesistenti i casi in cui la seconda tramanda il testo contro le altre due, zero la terza

contro le prime due.

Le cose sono cambiate leggermente nelle altre due edizioni: quella di Heraeus, del 1925, e di

Bailey del 1990. Nel 10% dei casi anche Bailey si distacca dal testo che vanta la tradizione migliore.

Quando ci si trova a lavorare sul testo, nei casi discussi e discutibili, la cosa più comoda è rifarsi al

metodo quantitativo.

Il primo caso si trova al numero 4) la mors immatura di Antulla (1.114 e 1.116). Tema

particolarmente diffuso nella poesia epigrafica. Questa coppia di epigrammi è collocata verso la

parte finale del I libro, i due epigrammi sono separati da un terzo. Marziale costruisce i suoi libri

secondo gli standard dei libri di poesia ellenistici, rielaborati da Catullo e poi dagli augustei.

Marziale, all’intero dei suoi libri, mette due o più epigrammi dedicati ad un tema specifico.

Il primo epigramma presenta la situazione: Marziale si riferisce a Faustino, che viene apostrofato,

e gli ricorda che un amico comune tiene degli orti, un piccolo terreno e prati umidi. Il piccolo

terreno lo ha consacrato alla sua piccola Antulla, che è morta anzi tempo. Dignior ipse legi più

degno di essere letto, iscrizione comune nelle epigrafi. Quando si parla di morti immature si dice

che sarebbe stato il genitore a dover morire prima del figlio. Questa idea viene sviluppata nel

distico finale: sarebbe stato giusto che il padre andasse alle paludi stigie, ma dato che non è

accaduto, è giusto che viva per venerare le ossa.

Questo breve epigramma presenta il tema, che è nell’epigramma 116, anch’esso di sei verso e

stesso metro, distico elegiaco. Abbiamo alcune caratteristiche formali ripetute: il nome del padre

Faenius, che apre il secondo vero, Antulla, che si trova nella stessa posizione al quarto verso, e

l’uso del verbo sacravit. C’è una corrispondenza spiccata in questi due testi.

Faenius ha consacrato questo campo dove si trova Antulla, rapita troppo presto dal fato. In questo

stesso sepolcro ci saranno entrambi i genitori. L’ultimo distico auspica e garantisce un perpetuo

possesso del campicello da parte dei proprietari: se qualcuno desidera questo agellum non ci deve

sperare, perché rimarrà perpetuo possesso dei suoi padroni.

114 aequum fuerat, nel 116 abbiamo una corruttela (sed dum). Ire sub umbras: il verso virgiliano è

il passo di Didone morente. Da Virgilio, questa clausola viene ripresa da Stazio nella Tebaide, da

Corippo, in un centone dell’anthologia latina e in un epigramma. Non è detto che una iunctura

30

virgiliana sia corretta, potrebbe essere una correzione di un orecchio avvezzo a leggere e studiare

Virgilio. Il costrutto della lezione gamma aequum fuerat ut pater isset, oltre ad avere

un’inversione, è un costrutto estraneo alla poesia latina. Non si trova mai questo costrutto,

mentre si trova aequum est con infinitiva. Fino a che punto si può ammettere la particolarità? C’è

una dubbia occorrenza in Plauto e ricorre in esempi sparuti della prosa latino-giuridica e tardo

antica. Spesso proprio la lezione più semplice, a fronte di un’altra sbagliata, ma complessa,

potrebbe essere una corruttela: in alcuni codici si trova la correzione patrem. Il significato del

verso è particolare: il discorso, in questa epigrafe, sarebbe “sarebbe stato giusto che il padre

morisse”, ma manca il “prima di Antulla”. Ipotesi di Fusi, pensa che pater nasconda una corruttela

antica. Pater qui non è necessario, perché il soggetto è Faenius. Considerando che la famiglia beta

riflette uno stadio migliore della tradizione, Fusi propone di leggere prius e non padre, cioè “era

giusto che PRIMA andasse sotto le ombre stigie”.

Vediamo la variante pulchra, che è rappresentata da T, rappresentante autorevole della prima

famiglia, mentre un’altra famiglia tramanda pauca. Tutti gli editori, tranne Bailey, scelgono

pulchra. Tra pulchra e sepulchro abbiamo un effetto fonico che non si trova da nessuna parte,

tranne nel CLE 52.2 heic est sepulchrum hau pulchrum pulchrai feminae. Caso unico in cui si ricerca

questo effetto fonico stucchevole, che viene evitato nella poesia latina. Altro aspetto, pulchra ci

dice qualcosa che è già insito nell’aggettivo cultus, che significa ben coltivato, esprime già di per sé

un’idea di raffinatezza.

Consideriamo la variante iugera pauca soli: coincide con ciò che Marziale dice al verso cinque, cioè

che si tratta di un agellus, diminutivo di ager, e si parla anche di un breve rus, un piccolo terreno.

Pauca non sta male in questo contesto. I passi successivi, che hanno origine dal distico con cui

Tibullo apre il primo libro di elegie (et teneat culti iugera multa soli), dove esprime il suo rifiuto per

le ricchezze e il latifondo. Si parla di memoria incipitaria: l’elegia in cui Tibullo esprime il suo ideale

di vita semplice e campestre, è in questo caso appropriato dal punto di vista ideologico, perché

Marziale vuole celebrare una piccola sfera domestica, con dei proprietari umili, che circondano del

loro affetto la loro bambina. Emerge il gusto di riferirsi ad un testo noto: per il poeta antico

l’originalità significa inserirsi in una tradizione riconoscibile e consolidata, nella quale si apporta un

proprio contributo. I poeti antichi presuppongono un lettore dotto e filologo, che sappia

ricollegare le espressioni ad un modello. Anche in Ovidio si trovano molti casi di gioco con questa

espressione, nei Fasti si trova iugeraque inculti pauca tenere soli. E inoltre troviamo et teneat

glacies iugera multa freti. Dagli Amores: moenia quae campi iugera pauca tenent, parla di

Sulmona, le cui mura cingono poco terreno, ma che ha dato i natali ad un poeta immenso.

La scelta di pauca è la più raccomandabile. Dobbiamo inoltre spiegarci in che modo sia nata la

variante “non autentica”. Se noi accettiamo pulchra, riesce difficile pensare ad un copista che

abbia modificato con pauca.

Negli epigrammi in cui parla di fanciulli, Marziale si riferisce sempre ad agelli: così come erano

piccoli gli infanti, così lo devono essere i campi che li accolgono.

6) Tutti per Domiziano.

Epigramma 8, 4 che fa vedere l’aspetto della poesia celebrativa. È un verso incipitario del libro,

spesso gli epigrammi celebrativi sono in posizioni strategiche. Marziale usa il registro della poesia

elevata, dell’epica. Non fa ricorso al registro colloquiale dell’epigramma comico, ma adotta un

31

registro più raffinato. Nuncupatio votorum, forma di preghiera collettiva, nella quale la collettività

formulava preghiere e ringraziava successivamente per l’adempimento di queste. Tutte le

preghiere sono indirizzate al bene dell’imperatore. Nel testo di Lindsay, Marziale non si rivolge ad

un interlocutore, c’è una grande concordia presso le aree romane, fa voti e li produce per il suo

comandante. Non sono solo le gioie degli uomini, o Germanico, ma gli dei fanno questi riti. Non è

solo tutta a Roma, e l’impero, a formulare e sciogliere voti, ma persino gli dei. Lo dice per una

forma dubitativa, quel puto.

Il concentus, termine prezioso, è lezione della seconda famiglia, mentre conventus è lezione della

prima; è accolto il secondo in tutti, tranne che da Lindsay. Il concentus dà l’idea di un insieme di

voci che si uniscono in una specie di cantus, mentre il conventus è semplicemente un raduno. Si

parla di mundi concentus o conventus: è un’armonia di voci o una adunata? Ciò che ha spinto la

maggioranza degli editori a scegliere conventus, è la condizione in cui di solito si usa concentus:

Apuleio ne parla come sfere celesti in armonia, quasi tratti pitagorici. Questo motivo ha spinto gli

editori ad adottare una parola piana e poco poetica come conventus, che non si trova quasi mai

nella poesia elevata (nell’Eneide c’è una occorrenza).

Dei passi trascurati dagli editori sono tratti da Plinio il Giovane, dove egli parla esaltando Traiano,

che non vuole più essere chiamato dominus et deus, ma Plinio, nel Panegirico, fa vedere come si

doveva celebrare un imperatore come Traiano. Sottolinea la concordia e il concentus omnium

laudum. Alla luce di questo uso, ricordiamo che il Panegirico è scritto pochi anni dopo il liber di

Marziale, a maggior ragione è particolarmente adatto all’epigramma di Marziale; ciò consente di

spiegare l’arguzia finale.

Se noi avessimo conventus nel testo, la conclusione sarebbe fiacca. Non ci sarebbe una grande

differenza in un’adunanza umana per la presenza degli dei. Mentre la notazione assume un altro

valore se pensiamo che gli dei entrano con la loro voce in questo canto divino e all’unisono.

Concentus spiega molto meglio la conclusione. Concentus ha venticinque occorrenze in tutta la

poesia latina fino alla tarda antichità, occorrenze in cui significa il canto degli uccelli. Un copista

medioevale, leggendo concentus, pensava sicuramente ad un errore. Corippo, Laus Iustini, 3. 50-

54, troviamo l’unica occorrenza in tutta la poesia latina di quantus e concentus nella stessa

posizione dell’esametro. Corippo utilizza l’espressione per indicare il canto degli uccelli, ma

all’interno di una similitudine. La similitudine del canto concorde degli uccelli serve a illustrare una

scena umana. È una scena invernale in cui si colloca questa scena. La posizione dell’aggettivazione,

laddove Marziale usa latias ad aras, Corippo usa Hyperborei in Istri, prova che il testo di Marziale si

leggeva con concentus. Corippo dà una testimonianza del testo di sei secoli precedenti a quelli dei

manoscritti. Corippo è un lettore di Marziale, ciò è dimostrato da una serie di paralleli: Marziale, in

un epigramma del X libro, per la piccola Erotion, utilizza l’espressione regnator agelli, termine

caratteristico dell’epica, che messo insieme con agellus è strano.

Latias ad aras, l’espressione alle are laziali ha l’idea di essere letta da Marziale in Silio Italico. At

patres latiasque nurus raptabat ad aras. 32

8) L’eros coniugale della poetessa Sulpicia

Epigramma 10, 35. È una coppia insieme al 10,38; Marziale parla di una poetessa a lui

contemporanea, di cui leggiamo un frammento conservato per tradizione indiretta. Non abbiamo

nulla della sua produzione, ma vediamo questi epigrammi di Marziale nei quali celebra la poesia e

sottolinea alcuni aspetti interessante.

Il carme appartiene alla seconda edizione del X libro, è scritto in endecasillabi faleci. Marziale

utilizza sostanzialmente tre sistemi: il distico elegiaco, il falecio e lo scazonte. Questo sistema

metrico Marziale lo eredita da Catullo. Su 1560 epigrammi del corpus di Marziale, la maggior parte

è costituita da questi metri, prevalentemente distici elegiaci. È noto come Catullo sia un modello

privilegiato di Marziale, è lui stesso a rivelarlo per primo, è il suo auctor. L’influenza catulliana su

Marziale è grandissima. Un indizio di influenza è l’uso del falecio: in molti casi in cui Marziale usa

questo metro, gli epigrammi hanno a che vedere con Catullo.

Marziale celebra la poesia di Sulpicia, dicendo all’esordio che debbano leggerla le ragazze che

vogliono piacere ad un solo uomo, lo stesso devono fare i mariti. La struttura è bilanciata

attraverso le ripetizioni ad inizio di verso. Il tema è la poesia di Sulpicia, e il pubblico sono le

giovani mogli e i giovani mariti. Non solo l’esperienza di Catullo ha come chimera irraggiungibile il

matrimonio. La poesia di Sulpicia è una poesia erotica che realizza una variazione particolare, è

abbastanza disinibita, ma d’amore coniugale. È un tema interessante.

Marziale prosegue dicendo che la poesia di Sulpicia rifiuta i miti tradizionali: aspetto particolare,

non tratta di Medea, di Tieste, Scilla, tutti i temi tradizionali della poesia mitologica più

inverosimile, quella che Marziale dichiara di rifiutare. Sono temi non sono battutissimi dalla

poesia, triti, ma considerati inverosimili. La vera vita è nell’epigramma, la sua pagina sa di realtà,

non è inverosimile.

La poesia di Sulpicia rifiuta i miti, ma insegna amori casti e probi, giochi, delizie e facezie. L’uso di

doceo è interessante, si parla di un’ars amandi matronarum. Questo aspetto viene ribadito nei

versi successivi, dove Marziale dice che chi valuterà bene le sue poesie, dirà che nessuna è più

maliziosa di lei, ma che, allo stesso tempo, nessuna è più pura. La poesia di Sulpicia è un eros che è

disinibito, ma anche casto e puro. L’aggettivazione utilizzata mira alla purezza, ma anche allo

scherzo. Queste caratteristiche vengono ricondotte da Marziale ai tempi di Numa: egli riterrebbe

che tali fossero i giochi di Egeria sotto l’antro bagnato di Numa. Riconduce la sessualità giocosa e

disinibita ad un tempo che in genere è preso come modello di sanctitas.

Sulpicia viene vista come maestra e condiscepola, ritorna l’aspetto della poesia didascalica.

Insieme a Sulpicia, persino Saffo, che nell’antichità è il modello dell’eccellenza della poesia al

femminile, sarebbe più dotta e pudica. Questa affermazione presuppone un’idea legata

all’impudicizia di Saffo. Da un punto di vista retorico è caratteristico dell’epigramma di Marziale la

légende corrigé, citare un personaggio mitico storico dicendogli “persino tu avresti fatto…”, è una

forma di iperbole celebrativa. Però il duro Faone, avendo visto Sulpicia insieme a lei, se ne sarebbe

innamorato, seppure invano. Sulpicia non vivrebbe né come moglie di Giove tonante, né come

compagna di Apollo, se le fosse tolto Caleno, cioè suo marito. Viene citato anche nell’altro

epigramma, si chiude con l’altro polo della celebrazione coniugale.

33

Sed castos docet et probos amores

Sed castos docet et probos amicos

Amicos viene scartato da tutti gli editori, visto che si sta parlando del contenuto. Amores del ramo

beta è preferibile.

Abbiamo anche la varietà et probos e et pios, sono varianti adiafore adeguate al contesto, dove si

parla di fides e patto. Gli editori si dividono: ci sono solo due famiglie in questo caso. Il carme è

impregnato di riferimenti a Catullo, l’esordio del carme discende dal carme 45 di Catullo, che è

dedicato ad una coppia di amici sposati, Settimio e Acme. Settimio preferisce la sola Acme alla

Siria e alla Britannia: questa idea si trova nella parte finale dell’epigramma di Marziale, dove la

donna preferisce suo marito a Giove. Acme prova piacere per il solo Settimio: delicias libidinesque

si ritrova in Marziale nel lusus, delicias facetiasque. Troviamo nei faleci di Catullo i comparativi in

clausola, questo è un tratto stilistico che riconduce a Catullo e si ritrova anche nel testo di

Marziale. Quis ullos homines beatiores/ vidit, quis venerem auspicatiorem? Il doppio comparativo

in due versi successivi si ritrova anche in Marziale. L’iperbole tra Saffo e Sulpicia si ritrova nel

carme 35, dove una fanciulla è più dotta della saffica musa: la maggior parte degli interpreti

intende che sia riferito a Saffo stessa. Il carme ha un evidente sapore catulliano, ciò ha spinto

alcuni a ritenere che la scelta di Marziale sia mirata: anche la poesia di Sulpicia poteva essere

debitrice a Catullo. Ipotesi verosimile.

Ritornando a castus e pius sono frequenti nella celebrazione delle matrone univirae, figure

elogiate nelle iscrizioni funerarie. La matrona è casta e pia; molto meno caste e probe. Ciò ci

potrebbe dare una spia per la preferenza di pios. La prova definitiva è dovuta a un rapporto di

allusione letteraria: vediamo un verso catulliano che, alle accuse, risponde inaugurando un motivo

topico, che riprende poi Marziale, cioè che la poesia è distinta dalla vita, è altro rispetto ai mores.

Nam castum esse decet pium poetam / ipsum versiculos nihil necesse est: se è bene che il poeta sia

pio, non deve esserlo la sua poesia, che deve essere salace e piccante. Marziale sta giocando con

l’ennesimo verso catulliano, sta facendo un’operazione consapevole di allusione letteraria. Castos

e pios sono allo stesso posto di castum e pium, mentre il decet di Catullo è ripreso dal decet.

Tra le varianti pios e probos, non c’è dubbio che Marziale abbia scritto pios, visto che allude a

Catullo. 01/12/2016

Differenza tra edizione Lindsay e Bailey.

Vediamo come vengono presentati testo e apparato nelle due edizioni critiche.

X, 48.

È l’epigramma successivo al X, 47. X,47 e 48 provengono dalla seconda edizione del decimo libro,

che attesta, in X,2, che si tratti di una seconda edizione. Marziale accenna, in modo rapido e

superficiale, il fatto che questa riedizione fu fatta nell’anno 98, quando era avvenuto

quell’avvicendamento di potere per cui non più Domiziano, Nerva, senza avere il coraggio di

ripristinare gli assetti liberali, che avevano accompagnato l’ascesa della potenza romana fino alla

34

crisi dell’ultimo secolo. Marziale si trova ad aver dato al pubblico un X libro, in prima versione,

colmo di adulazioni e panegirici nei confronti del tiranno. La seconda edizione deve purgare il libro

di questa materia e, secondo l’ipotesi di Pasquali, risalente al 1934, ci sarebbero delle vere e

proprie varianti d’autore. Su X, 48 si gioca gran parte dell’ipotesi delle varianti d’autore

conservate dai diversi rami della tradizione manoscritta.

Nuntiat octauam Phariae sua turba iuuencae, Il gruppo di fedeli annuncia l’ora ottava alla

Et pilata redit iamque subitque cohors. giovenca Faria. E la coorte dalle lunghe lance

Temperat haec thermas, nimios prior hora uapores egli torna e avvicenda. Quest’altra ora fa

raffreddare le terme. Quella prima esala

Halat, et immodico sexta Nerone calet. vapori eccessivi, e la sesta poi riscalda le

Stella, Nepos, Cani, Cerialis, Flacce, uenitis? terme di Nerone in modo eccessivo.

Septem sigma capit, sex sumus, adde Lupum.

Exoneraturas uentrem mihi uilica maluas Stella, Nepote, Cano, Ceriale, Flacco, volete

venire?

Attulit et uarias quas habet hortus opes.

In quibus est lactuca sedens et tonsile porrum, Il mio sigma tiene sette persone, siamo in sei,

Nec dest ructatrix mentha nec herba salax; aggiungici Lupo.

Secta coronabunt rutatos oua lacertos La mia villica mi ha portato delle malve

Et madidum thynni de sale sumen erit. lassative per liberare lo stomaco, vari beni che

Gustus in his; una ponetur cenula mensa, il mio orto comportano. Tra le quali c’è la

Haedus inhumani raptus ab ore lupi, lattuga sessile il porro che si può esfoliare, e

Et quae non egeant ferro structoris ofellae non manca la menta digestiva e l’erba salace;

faranno corona uova fatte a fette, sgombri

Et faba fabrorum prototomique rudes; assieme alla ruta, e vi sarà della mammella di

Pullus ad haec cenisque tribus iam perna superstes scrofa in salamoia di tonno.

Addetur. saturis mitia poma dabo, Fino a qui è il gusto; la cena sarà messa su un

De Nomentana uinum sine faece lagona, tavolo solo, un capretto strappato alle fauci

Quae bis Frontino consule trima fuit. del lupo crudele, le offelle che non abbiano

Accedent sine felle ioci nec mane timenda bisogno del coltello dello structor e della fava

Libertas et nil quod tacuisse uelis: e broccoli appena spuntati; si aggiungerà un

De prasino conuiua meus Venetoque loquatur, pollo a queste cose e un prosciutto superstite

Nec faciunt quemquam pocula nostra reum. ormai a tre serate.

Alla gente ormai satolla darò mele dolci di

gusto, un vito senza feccia che proviene da un

fiasco di Nomentana, (un vino) che aveva sei

anni sotto in consolato di Frontino.

Si aggiungeranno scherzi senza bile, una

libertà che non deve essere temuta la mattina

dopo e niente che vorresti aver taciuto. Il mio

convitato parli del prasino e del Veneto e le

nostre coppe non faranno nessuno colpevole.

35

La turba, massa di persone, è la folla vociante. Questo termine è dispregiativo. Il gruppo di fedeli

annuncia l’ora ottava alla giovenca Faria. Sembra che Marziale indulga alle preziosaggini erudite e

mitologiche che tanto mal sopporta. È solo un gioco: questa presunta solennità di edizione, quella

per cui la dea Iside, come tutte le divinità orientali che avevano invaso Roma, suscitava dei moti di

rifiuto per la sua estraneità religiosa. Iside e i culti orientali erano estranei dalla collettività, a

malapena erano accetti i culti familiari. La turba della Faria giovenca, la Faria è l’isola che sta di

fronte ad Alessandria, che era stata la sede del faro, per antonomasia, è un modo erudito per

è

indicare Iside, che è rappresentata sotto forma di giovenca. E la coorte dalle lunghe lance il

cambio della guardia al Palatino, le coorti pretoriane si cambiano la guardia ad una certa ora.

Marziale, come se fosse un bozzettista, in due parole egli torna e avvicenda. Prima si vede tornare

e poi cambiare la guardia.

La traduzione richiede una conoscenza della vita quotidiana a Roma, che Marziale dà per scontata

nei suoi lettori. Quest’altra ora (l’ora è sottointesa in modo ellittico con octavam)fa raffreddare le

terme. Quella prima esala vapori eccessivi, e la sesta poi riscalda le terme di Nerone in modo

eccessivo (immodico= in + modicus).

Il verso 5 è un tipico catalogo fatto dai nomi dei suoi amici. Sigma: è la forma di un divano dove i

Romani mangiavano, è a sette posti. Gli amici intimi di Marziale sono tutti al vocativo, vengono

invitati a cena. L’epigramma è topico: in Catullo abbiamo “cenabis bene”, un invito. Ma qui si

arricchisce di particolari interessanti per descrivere una situazione psicologica di incertezza e

disagio, che proprio nella riunione tra amici spera di trovare un sollievo. Il mio sigma tiene sette

persone, siamo in sei, aggiungici Lupo. Marziale comincia a descrivere il menu: si avvertono gli

amici del clima della tavola che troveranno quella sera. La vilica è la moglie del vilicus, è il gastaldo,

il capo del podere. Nell’epistola 1, XIV di Orazio abbiamo una lettera al suo vilicus. La mia villica mi

ha portato delle malve lassativeerbe per liberare lo stomaco. Exonerare ex, radice di onus,

peso, liberare dal peso il ventre. Esonerare oggi si adopera solo nel senso tecnico di “esonerare da

un incarico”. Vari beni che il mio orto comportano, tra le quali c’è la lattuga sessile ha delle

foglie larghe perché sta seduta, il porro che si può esfoliare, e non manca la menta digestiva e

l’erba salace (rucola). Continua l’elenco dei cibi: faranno corona uova fatte a fette secta, da

seco; la parola setta non deriva da seco, è un’etimologia sbagliata. Il termine secta, che proviene

dal latino filosofico e poi cristiano, ha a che fare con sequor. In origine la setta è la scuola filosofica;

l’idea è quella dei discepoli. Nel latino tardo secta viene legato a secare e indica le sette eretiche.

Sgombri assieme alla ruta un’altra erba digestiva con cui si fa la grappa. E vi sarà della

mammella di scrofa in salamoia di tonno la fettina di scrofa, prelibatezza per i Romani. Fino a

qui è il gusto: gustus vuol dire antipasto. Marziale fa della parsimonia un valore, condanna

moralisticamente l’avidità. La cena sarà messa su un tavolo solo: non ci sono varie portate, ma

soltanto una.

Il topos del ghiotto satirico si ritrova anche in Lucilio: quella del crapulone è una figura diffusa. Un

capretto strappato alle fauci del lupo crudele: Marziale ironizza sul fatto che l’agnello è riuscito a

sopravvivere al lupo, ma non ai convitati. E le offelle bistecche, carne a pezzi. La carne tagliata e

offerta non è comune. È un atteggiamento borghese. che non abbiano bisogno del coltello dello

structor, dello scalco, colui che fa a fette la carne. le bistecche sono già pronte, della fava e

il

broccoli appena spuntati. La fava è un cibo da poveri ricco di proteine. Si aggiungerà verbo va

in réjet, in questo caso assume una forza semantica accentuata e causa nel lettore un’aspettativa

36

che viene sciolta grazie all’enjambement, all’inizio del verso successivo rispetto all’elenco. Un pollo

a queste cose. Il pullus è il pulcino di ogni volatile. E un prosciutto superstite ormai a tre serate.

Alla gente ormai satolla, i saturis sono i commensali, darò mele (o frutta, pomum non indica solo la

mela) dolci di gusto, un vito senza feccia senza deposito, che proviene da un fiasco (lagona) di

Nomentana (il vino è di Nomentum). L’invito a cena è sotto il segno della familiarità; l’epigramma

appartiene a un clima che prevede una certa tensione politica all’esterno. Ciò probabilmente non

era stato conosciuto da Marziale sino a quel momento, perché tutta la sua attività si era svolta

sotto lo stesso regime (Flavi). Qui, da pochi mesi, il regime è cambiato: si presume che Marziale

cerchi la tranquillità nel parlare. Trima (nell’edizione BUR abbiamo la T maiuscola): vuol dire di tre

anni, trimus è il bambino o l’animale che ha tre anni, cioè è trienne. Si vuole datare il vino. Un vino

che aveva sei anni sotto in consolato di Frontino. Sesto Giulio Frontino è un personaggio che fu

curator delle acque ed è autore del De aquaeductibus Urbis Romae. Si ricordi il vino sotto il

consolato di Lucio Oppinio, questa annata era stata molto buona tanto è che viene citata nella

cena di Trimalcione (vinum opinianum).

Massima greca: odio il commensale astemio. Si aggiungeranno scherzi senza bile: il fiele è la

secrezione della cattiveria e della maldicenza. Prendere in giro, dunque, senza cattiveria. È una

libertà che non deve essere temuta la mattina dopo e niente che vorresti aver taciuto. Il mio

convitato parli del prasino e del Veneto i discorsi a tavola saranno del più e del meno, niente di

pericoloso, e le nostre coppe (poculum, ciò che serve per bere) non faranno nessuno colpevole.

Pagina dell’edizione critica di Bailey (1990) pubblicata dalla Teubner, una delle più antiche case

editrici di testi classici.

Le edizioni critiche sono generalmente vecchie, le diverse collezioni di testi critici hanno dei

caratteri tra di loro diversi. Nei manuali consigliati c’è l’elenco dei principali testi critici, la collana

della biblioteca Teubneriana, a cui appartiene questo testo in esame, ha delle caratteristiche. La

Bibliotheca Teubneriana è tedesca, mentre la Bibliotheca Oxoniensis (Oxford Classical Text) è

quella inglese ed ha delle caratteristiche con apparati molto scarsi, spesso conviene guardare il

frontespizio e generalmente nei frontespizi oxoniensis c’è una breve introduzione critica visti gli

apparati molto secchi.

I numeri in grassetto hanno a che fare con le pagine di numeri d’ordine della pagina. Ad esempio

l’epigramma X, 41 con parentesi T, oltre al ramo Beta e gamma, il testo è portato dal ramo Alfa

nella configurazione del codice T.

Florilegium thuaneum: c’è una antologia di epoca carolingia importantissima che porta

l’epitalamio 62 di Catullo. Fino al 1300, nel Medioevo, si conosceva solo il carme 62 di Catullo,

perché era stato antologizzato in questo florilegio.

In corrispondenza del verso 6 dell’epigramma X, 41, l’editore munera parca dares: parca è la

lezione di beta e gamma, ha preso a testo la lezione dei due rami. Il codice T, l’archetipo alfa,

leggeva parva. La scelta dell’editore critico è frutto di varie congetture. Bisogna sottoporre il testo

ad una intensa lettura, rivedendo gli editori precedenti.

37

X, 42. Bailey ci fa capire che il testo c’è anche nell’antologia del primo ramo, e in T. Non ci sono

varianti che l’editore abbia ritenuto di dovere accogliere.

Passiamo alla stessa pagina dell’edizione di Lindsay (1903, ristampata nel 1927 con lievi correzioni

e tuttora in catalogo della Oxford University Press).

X, 42, dove Bailey non dava alcuna variante. Ab T, cioè habet T. L’apparato è negativo, cioè segna

solo la lezione rigettata: ci fa sapere che il codice T non legge dubia, ma dubio. È una variante

insensata, dimostra solo l’incuria del copista di T.

Conspectus siglorum: tavola che rappresenta e scioglie tutte le abbreviazioni. Ogni edizione critica

ha questa visione di insieme delle abbreviazioni; per Lindsay c’è un modo per indicare la lezione

d’archetipo delle tre classi, alfa, beta, gamma, che chiama con le tre latine maiuscole A, B, C.

Vediamo che Bailey ha un apparato positivo: elenca la lezione che accoglie e che rifiuta. I munera

per Lindsay sono parca, mentre per Bailey parva.

La filologia fa ragionare. Con la sua Vulgata, San Girolamo, patrono dei traduttori, scrive la verità,

ma anche un sacco di errori. 05/12/2016

✓ Apparato positivo: entrano nell’apparato tanto la lezione accolta, che quella rifiutata. Se,

per esempio, nel testo si accoglie parva (alfa) e pauca (beta e gamma), abbiamo un

apparato positivo.

✓ Apparato negativo: si indica la riga di testo a cui ci si riferisce e il lettore dovrà essere

abbastanza sveglio per capire a che parola si riferisce l’apparato.

Queste due definizioni sono intuitive; molti danno ad esse un senso più complesso. In generale un

apparato positivo è ricco di materiale informativo; per esempio, gli apparati della Biblioteca

Oxoniens, sono generalmente negativi. Generalmente nel frontespizio troviamo il nome

dell’autore (Martialis Epigrammata recognovit brevique ad annotatione critica). La lingua delle

edizioni critiche è il latino, anche per i testi greci, sia nella prefazione che nel conspectus siglorum.

L’apparato critico è di note. La tendenza ancora oggi, dei volumi della Oxoniensis, è all’apparato

negativo.

Se si dovesse indicare qual è il comportamento opposto, è quello della Collection des universités

de France (CUF), la collana importante per la classicità è di Guillaume Budé. Les Belles Lettres è

un’altra collana importante. Questi volumi sono invece caratterizzati da introduzione in francese,

testo e traduzione francese a fronte. Negli ultimi decenni è invalsa l’abitudine di arricchire queste

edizioni di commenti. Gli apparati sono molto ricchi; la positività sta nel fornire una quantità di

lezioni inutili, per esempio gli errori dei copisti, oppure ametriche. L’apparato è sovrabbondante e

inutile alla constitutio textus; la critica del testo è l’elaborazione dell’editore per fissare un testo

che sia il più vicino al presunto originale, ma un apparato come quello delle Belles Lettres non è

creato per questo. Questi apparati sono utili alla storia della tradizione che, nel binomio del libro

38

di Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, precede la produzione del testo, perché è ciò

che fornisce a chi deve costituire il testo le ragioni storiche di come un testo si è storicamente

evoluto, ed è un dato che sfuggiva alla sensibilità di Lachmann. Il testo di Pasquali nacque come

recensione al condensato compendio della filologia lachmaniana (Text critik). Da questa critica si è

sviluppata una svolta nella critica testuale. Pensiamo al caso di San Girolamo e Sant’Agostino, che

avevano delle visioni teologiche non coincidenti. Pasquali si accorge che dei due epistolari che ci

sono arrivati, le lettere hanno errori, frasi diverse, alterazioni volontarie per cui volevano che

passassero alla storia redazioni diverse. Negli archivi di San Girolamo ci sono delle forme della

lettera di Sant’Agostino che non si trovano ad Ippona. Il primo faceva dire a Sant’Agostino ciò che

voleva, alterando le parole del corrispondente per poter meglio dibattere. Qual è il testo giusto

per l’editore? Se noi non avessimo avuto l’originale di Ippona, la tradizione sarebbe alterata. Un

problema storico entra nel cuore di un problema filologico, quello dell’autenticità. Il testo non

tratta la filologia come una fredda tecnica, ma una ricerca della verità, che presuppone un

bagaglio tecnico ed etico, che la rende un vero e proprio costume individuale.

✓ Recensione chiusa: nello stemma si riesce a costruire un albero tripartito in cui due rami

coincidono e rappresentano una maggioranza rispetto al terzo;

✓ Recensione aperta: quando due testimoni hanno pari dignità stemmatica. L’editore allora

ricorre alla lectio difficilior, usus scribendi;

✓ Errori separativi: danno ragione a posizione stemmatiche diverse;

✓ Errori congiuntivi: ci fanno sospettare che ci sia un rapporto di colleganza tra i due

codici;

X, 48

Vediamo l’ultimo distico, consideriamo l’apparato Lindsay.

Accedent sine felle ioci nec mane timenda

Libertas et nil quod tacuisse uelis:

De prasino conuiua meus Venetoque loquatur,

Nec faciunt quemquam pocula nostra reum.

Mane, parola eufemistica, ha la stessa radice di manes, buoni. La mattina, il risveglio, è la buona

ora. Anche in italiano si adotta una denominazione che rinvia agli assetti magici della nostra

psicologia: si spera che sia una buona giornata. Ricordiamo il proverbio greco: questo accenno si

ricava un elemento: questo epigramma risale all’edizione del 98, quando Marziale teme che le

conversazioni tra amici, che inevitabilmente avranno riguardato l’avvicendarsi politico, dovranno

garantire la fine di un assetto autocratico, che il principato dei Flavi aveva impresso. Qualche mese

dopo avviene una sollevazione dei pretoriani contro Nerva, che non avevano gradito la

conclusione tragica dell’impero di Domiziano e si sentivano esclusi dal potere acquisito. Essi

ottengono dei vantaggi; Partenio, che era il segretario ab epistulis di Domiziano, lo tradisce.

Abbiamo un periodo di forte contrapposizione politica e per Marziale, che aveva celebrato

Domiziano, parlare liberamente a tavola è un pericolo.

39

È studiato da Pasquali: “il mio convitato parli pure di verdi e di veneti”. Veneti indica una delle

grandi tifoserie di aurighi. “e le nostre coppe non rendono nessuno un reo”.

L’apparato: lo vediamo a partire dal verso 13. I numeri, in apparato, che precedono ogni lemma, si

riferiscono alle righe di testo. Gustus, nell’apparato di Lindsay, è lezione soltanto dell’archetipo di

a

a. A doveva essere la lezione del sub archetipo a, in realtà soltanto il codice T conserva questo

testo. La recensio gennadiana scrive gastos, voce priva di senso. Quanto al terzo ramo, ha scritto

parvus, un’ovvia banalizzazione.

L’epigramma 48 è tradito, come vediamo nell’edizione critica, per quanto riguarda T, per i versi 7 e

14 e 17 e 24. Il codice del ramo alfa sono dei florilegi; chi ha copiato questo epigramma ha saltato i

versi 1-6 e 15-16.

Al verso 14, il terzo ramo invece che haedus scrive haec dos. Haedus non ha esito nelle lingue

romanze. Al verso 15, non ofellae, ma ofella. Al verso 19, il primo ramo scrive sine fine,

banalizzazione di felle. Verso 20, si ritiene che il testo sia guasto: l’editore sceglie la lezione prima,

laddove, in genere, gli editori accolgono Trima, scelta del filologo olandese Heinsius. Se si accoglie

trima, bisogna immaginare che il vino avesse sei anni (bis trima) sotto il consolato di Frontino, il

che andrebbe al 95. Accettare trima ha degli effetti sulla cronologia. Gli editori si dividono se

accettare il testo o accogliere la fortunata congettura di Heinsius.

Al verso 21, accedent o accedunt: accedunt è la lezione del primo ramo, invece accedent vel

accedant è la lezione di vari manoscritti del ramo beta. Il terzo ramo scrive accedent. Abbiamo

presente, futuro e congiuntivo, che sono accettabili: “si aggiungono, si aggiungeranno, si

aggiungano”, sono sfumature legate a tre lezioni diverse solo per un carattere tradite dai

manoscritti.

Il vero problema di questo testo riguarda il “de prasino conviva meus Venetoque loquatur”.

Vediamo Bailey: accoglie una congettura di Jan Gruter, un filologo fiammingo del Seicento che, di

fronte alla situazione dei codici, ramo alfa è il testo accolto dal Lindsay, ma beta e gamma “de

prasino Scutoque meus conviva loquatur” e gamma “de prasino conviva meus Scipioque loquatur”.

Scipioque e Scutoque, le lezioni di beta e gamma, sono state ritenute inaccettabili, ma è difficile

pensare che queste lezioni vengano fuori da Venetoque. Il filologo corregge Scutoque o Scipioque e

elabora Scorpoque, ma Scorpus è il nome di un famoso auriga degli anni di Domiziano. L’ipotesi di

Pasquali è che le due edizioni di Marziale abbiano in un primo tempo il nome di Scorpus, auriga

della fazione opposta a quella dei verdi (diventa quasi l’antonomasia di Venetoque). Dunque, i tre

rami della tradizione fanno riferimento a edizioni diverse, perché Scorpus muore a ventisette anni

tra la prima e la seconda edizione. L’ipotesi: per editare gli epigrammi Marziale attualizza; in

questo caso sappiamo che Scorpus muore in quel lasso di tempo, perché è Marziale stesso che ne

scrive degli epigrammi. Questa emendazione è accolta da Bailey.

40

X, 50

Frangat Idumaeas tristis Victoria palmas, Che la vittoria intristita spezzi le palme

Plange, Fauor, saeua pectora nuda manu; idumee, colpisci il tuo petto nudo, o

Mutet Honor cultus, et iniquis munera flammis Favore, con la tua mano crudele. Che

l’Onore cambi aspetto, la Gloria triste

Mitte coronatas, Gloria maesta, comas. butta le tue chiome incoronate come

Heu facinus! prima fraudatus, Scorpe, iuuenta doni funebri alle fiamme inique. O

Occidis et nigros tam cito iungis equos. misfatto! O Scorpo, defraudato dalla tua

Curribus illa tuis semper properata breuisque prima gioventù muori e aggioghi cavalli

Cur fuit et uitae tam prope meta tuae? neri tanto velocemente.

Perché quella tua meta sempre rincorsa

con celerità e raggiunta in breve tempo

perché lo è stata così vicina anche nella

tua vita?

Viene presentato come se fosse morto un giovane eroe; questo epigramma è fatto su

commissione: un tifoso del giovane campione non si dà pace per la sua morte prematura e gli fa

scrivere un epitaffio dietro compenso.

Che la vittoria intristita spezzi le palme idumee: la palma è la pianta della vittoria, l’Idumea è una

zona della Palestina ricca di palme. Colpisci: plange vuol dire colpirsi, farsi male, il tuo petto nudo,

o Favore, con la tua mano crudele: battiti il petto fino a farti male, a procurarti le piaghe. Che

l’Onore cambi aspetto, cultus è la cura di sé, la Gloria triste butta le tue chiome incoronate come

doni funebri alle fiamme inique: sul rogo del beniamino del pubblico, brucia i tuoi capelli. Le

fiamme sono inique perché troppo giovane è il defunto. Facinus è vox media, è un evento, una

cosa che si è fatta, ha la radice di facio in questo caso è un delitto. Di solito ha senso negativo. O

misfatto! O Scorpo, defraudato dalla tua prima gioventù muori: occidis è un composto di cado. E

aggioghi cavalli neri: testimoniano la marcia funebre. Interrogativa retorica: perché quella tua

meta sempre rincorsa con celerità e raggiunta in breve tempo perché lo è stata così vicina anche

nella tua vita? è come se la corsa che Scorpo faceva per raggiungere la meta, cioè non la

conclusione della corsa, ma la piccola colonna che stava all’estremità del Circo Massimo, attorno

alla quale i carri giravano e tornavano indietro.

Questo epigramma risale con tutta evidenza alla seconda edizione.

41

X, 53

È una variazione sul tema precedente: è un auto-epitaffio, Scorpo parla da morto. È una formula

tipica, abbiamo il defunto che si rivolge al viator.

Ille ego sum Scorpus, clamosi gloria Circi, Io sono quel famoso Scorpo, gloria

Plausus, Roma, tui deliciaeque breues, del Circo rumoroso, plauso, o Roma,

Inuida quem Lachesis raptum trieteride nona, degli applausi e del piacere, lui che la

malevola Lachesis rapisce nel suo

Dum numerat palmas, credidit esse senem. nono triennio, mentre numera le sue

vittorie, credete che fosse diventato

vecchio.

Trieteride nona: nel nono triennio di vita (27 anni). L’epigramma ha una trovata brillante. Io sono

quel famoso Scorpo, gloria del Circo rumoroso, plauso, o Roma, degli applausi e del piacere.

clamosi ha radice di clamor, rumoroso, pieno di grida. Invocazione a Roma: lui era destinatario

degli applausi e del piacere. Lui che la malevola Lachesis invidus, in + videre, vuol dire invidiare,

ma etimologicamente vediamo un “guardare di sottecchi”. Raptum rapito, nel senso di fatto

morire rapisce nel suo nono triennio, mentre numera le sue vittorie, credete che fosse

diventato vecchio. Tante erano le vittorie della corsa che la Parca pensa che sia un anziano. Con

ogni evidenza, è un pezzo su commissione ed è da escludere che Marziale avesse simpatia per

Scorpo, perché in altri epigrammi si lamenta di quanti soldi guadagnano.

XI, 1

Scritto in un periodo intermedio tra la prima e la seconda edizione. Vediamo un saluto al liber, che

rivolge un saluto alla partenza in endecasillabi faleci. Metro preferito da Catullo e Marziale per

epigrammi leggeri, quelli che Catullo chiamava nugae.

Quo tu, quo, liber otiose, tendis Dove tu, libro sfaccendato, ti rivolgi,

tutto ricoperto di una porpora non

Cultus Sidone non cotidiana? quotidiana? Forse a vedere Partenio?

Numquid Parthenium uidere? certe: Certamente: vai allora e torna intatto;

Vadas et redeas ineuolutus; Partenio non legge libri, ma libelli; lui

Libros non legit ille sed libellos; vaga e non ha tempo libero per le

Nec Musis uacat, aut suis uacaret. Muse, o meglio ce lo avrebbe per le

Ecquid te satis aestimas beatum, sue.

Contingunt tibi si manus minores? E ti ritieni abbastanza contento se ti

Vicini pete porticum Quirini: toccano mani meno importanti?

Turbam non habet otiosiorem Vai al portico del vicino Quirino: non

Pompeius uel Agenoris puella, conosce una ressa di persone più

Vel primae dominus leuis carinae. sfaccendata, il porto di Pompeo o della

Sunt illic duo tresue qui reuoluant figlia di Agenore, o il poco duraturo

Nostrarum tineas ineptiarum, della prima carina.

Sed cum sponsio fabulaeque lassae Ci sono là due o tre persone, che

De Scorpo fuerint et Incitato. risvolgano le tarme delle nostre

stupidaggini, ma solo quando siano

42 ormai estenuate la scommessa e le

chiacchiere su Scorpo e Incitato.

Quo moto a luogo, interrogativa per “dove”. Dove tu, libro sfaccendato (otiose). Vediamo

un’allusione a Partenio, liberto di Domiziano ancora in vita. ti rivolgi, tutto ricoperto (anche

abbellito cultus) di una porpora (Sidone) non quotidiana riferimento a Sidonius, riferimento per

indicare ai fenici, è la porpora, il libro è di lusso ed è stato confezionato per il suo potente

protettore Partenio. Dal suo nome greco si capisce che sia un liberto.

Forse a vedere (qui video ha il significato dell’intensivo visitare) Partenio? Certamente. Vai allora e

torna intatto inevolutus, inexvolvere, senza essere stato aperto. Si tratta di un rotolo in + ex +

volvere. Il movimento è quello del volvo, del girare. Partenio non legge libri, ma libelli Il

segretario ab epistulis è colui che smista la corrispondenza che riceva il principe, dunque è

abituato a leggere non libri, ma libelli, cioè le corrispondenze che scrivono i governatori o i

magistrati. Vacare con il dativo, ha la radice di vuoto, vuol dire “essere libero per”. Lui vaga e non

ha tempo libero per le Muse, o meglio ce lo avrebbe per le sue: Partenio è poeta e se ha del tempo

libero lo usa per comporre, non per leggere le sue poesie. È un gioco, Marziale spera che egli legga

le sue poesie. Marziale adatta il lessico ad un metro sofisticato, il costrutto è artificiale. E ti ritieni

abbastanza contento se ti toccano (sia in sorte, ma anche come prendere) mani meno importanti?

(di quella di Partenio).

Vai (pete) al portico del vicino Quirino: la porticus Quirini era una zona sul Quirinale. Non conosce

una ressa di persone più sfaccendata, il porto di Pompeo o della figlia di Agenore (Europa): portici

sotto i quali c’erano le botteghe dei librai. O il poco duraturo della prima carina: si riferisce a

Giasone, è una perifrasi. Ci sono là due o tre persone, che risvolgano (cioè aprano) le tarme delle

nostre stupidaggini. Dentro i rotoli di papiro si annidavano parassiti che li danneggiavano. Marziale

sta scherzando, il libro è nuovo di zecca. Ineptiae in aptus, una sconvenienza, qualcosa che non

serve a nulla. Solo quando siano ormai estenuate la scommessa (sponsio) e le chiacchiere (fabulae)

su Scorpo e Incitato. Se Scorpo fosse morto non sarebbe stato usato come esempio di attualità, di

chiacchiere che si svolgono davanti ai banchi del venditore di libri.

X, 74 Ormai sii clemente risparmia, Roma,

Iam parce lasso, Roma, gratulatori, questo stanco gratulatore, lasso cliens.

Lasso clienti. Quamdiu salutator Quanto a lungo io come salutatore, tra

Anteambulones et togatulos inter gente da poco e camminatori, meriterò

Centum merebor plumbeos die toto, cento pezzi di piombo per un’intera

Cum Scorpus una quindecim graves hora giornata, laddove Scorpo vincitore porta

Ferventis auri victor auferat saccos? via in una sola ora, quindici pesanti sacchi

Non ego meorum praemium libellorum di oro ancora caldo?

— Quid enim merentur? — Apulos velim campos: Non io quale premio dei miei libretti – che

Non Hybla, non me spicifer capit Nilus, si inventano i fatti? –in cambio non vorrei i

Nec quae paludes delicata Pomptinas campi della Apulia, non vorrei l’Hybla, non

Ex arce clivi spectat uva Setini. mi cattura neppure il Nilo portatore di

Quid concupiscam quaeris ergo? dormire. spighe, né l’uva deliziosa che guarda dalla

rocca del declivio Setinus le paludi

Pontinee.

E dunque tu chiedi che cosa io desideri

ardentemente? Dormire.

43


PAGINE

52

PESO

1.06 MB

AUTORE

Erichto

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in filologia e letteratura italiana
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Erichto di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Mastandrea Paolo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea magistrale in filologia e letteratura italiana

Tesina Slobin
Appunto
Da provenzali a stilnovo - Letteratura medievale
Appunto
Appunti di Letteratura teatrale italiana sp. (lezioni complete)
Appunto
Dante - Divina Commedia
Appunto