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Appunti di Dialettologia sp. (lezioni complete) Appunti scolastici Premium

Lezioni complete del corso di Dialettologia sp. dell'anno accademico 2016/2017. Sono presenti le trascrizioni fonetiche effettuate a lezione trascritte in IPA. Appunti completi e dettagliati. Università degli Studi Ca' Foscari Venezia - Unive. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Dialettologia docente Prof. D. Baglioni

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ESTRATTO DOCUMENTO

Il fenomeno è diffuso nelle zone galloitaliche e si ritrova nel francese. Siccome questo fenomeno

accomuna gli antichi territori dove erano insediati i celti, la prova corografica è soddisfatta. La

prova intrinseca è soddisfatta dal fatto che, in bretone, lingua celtica residuale parlata in Bretagna,

ū

quella che era una “ ” celtica originaria è diventata una “i”. Si presuppone uno stato intermedio

[y], passaggio per una fase di palatalizzazione. Possiamo ricostruire che ci sia stata una

palatalizzazione in [y] e che il fenomeno esista anche nelle lingue celtiche. Nel neerlandese e “u”

Soddisfatte

del germanico antico si pronunciano “y”. le prove, il fenomeno viene attribuito al

sostrato.

È tuttora valida la teoria del sostrato, molti studiosi cercano di ricondurre, come era accaduto

nella prima metà dell’Ottocento, la gran parte dei tratti dei dialetti italiani a fenomeni sostratici.

Nel Novecento abbiamo una sorta di “sostratomania” affermata anche grazie al dialettologo

Clemente Merlo che, nel 1924, propone una nuova classificazione dello spazio linguistico italiano.

La classificazione dei dialetti è un problema di reazioni etniche: se prendiamo una carta dell’Italia

preromana, essa è sovrapponibile. L’insorgere dei dialetti si spiegherebbe dell’influenza del

sostrato prelatino sul parlato in loco.

-ND- > nn MŬNDUM > [‘munna] Merlo propone un’origine osca perché nelle testimonianze

dell’umbro, varietà preromana che si distingue difficilmente dall’osco, al nesso -ND- corrisponde -

NN-. Notiamo un eccesso nell’uso della classificazione del sostrato. In questo caso, Varvaro ha

dimostrato che in realtà il fenomeno non sia comune a tutto il Meridione; la documentazione

antica ci fa capire che il fenomeno si trovi solo nell’Italia centrale, che manca nell’Italia

meridionale estrema, come in Sicilia. Questo tratto, in Sicilia, è stato recepito solo nel

Cinquecento, dunque non può essere un fenomeno di sostrato.

La classificazione di Merlo ha una visione deterministica del sostrato, a cui viene data

un’importanza eccessiva, però il merito del linguista è che, tenendo presente la cartina linguistica

dell’Italia prelatina, ha tenuto conto anche della geolinguistica. In questa classificazione i dialetti

veneti figurano con i galloitalici, anche se ovviamente i dialetti veneti si rifanno al sostrato

venetico, e i galloitalici a quello celtico. Il sardo viene isolato rispetto alle altre varietà

italoromanze ci avviciniamo ai criteri attuali.

Con un’impostazione completamente diversa, il pioniere G. Rohlfs, nel 1937, non propone una

vera classificazione, ma scrive un articolo in cui vengono identificate, come linee di discontinuità

linguistica dell’italiano, la linea La Spezia – Rimini e quella Roma – Ancona che separa le varietà

centrali da quelle meridionali.

La carta dei dialetti d’Italia

La classificazione che oggi è di riferimento si deve a Pellegrini, che è stato uno fra i maggiori

dialettologi della seconda metà del Novecento. Essa ha un forte impianto geolinguistico, si ritrova

in un libricino, ma non è un elenco, ma una carta La carta dei dialetti d’Italia. Pellegrini aveva

seguito l’intuizione di Oronzo Parlangeri.

Il principio fondamentale seguito da Pelllegrini è anche un criterio sociolinguistico esterno per

includere o escludere alcune aree dialettali nell’Italia linguistica, esso si chiama il criterio della

lingua guida e coincide con il concetto di lingua tetto.

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▪ 

Lingua guida lingua in cui i dialetti riconoscono la propria norma, che viene insegnata a

scuola, che ha una grammatica codificata ed è usata nelle comunicazioni ufficiali.

In base a questo principio, Pellegrini include nell’Italia dialettale l’intera Sardegna, che di solito è

considerata un dominio romanzo a sé. In Pellegrini rientrano per questo principio, poiché ad oggi

la lingua guida in Sardegna è l’italiano. I dialetti corsi, anche se affini al toscano, ad oggi hanno

come lingua guida il francese e non possono per questo rientrare nello spazio linguistico italiano.

Allo stesso tempo, Pellegrini non tiene presente quell’unità ladina di cui aveva tenuto conto

Wartburg e include i dialetti friulani all’interno dei dialetti italiani, sempre per la questione della

lingua tetto, così come i dialetti ladini delle Dolomiti, anche se la gran parte di questi ha come

lingua guida il tedesco, esclude il romancio grigionese perché ha come lingua tetto il tedesco, da

quando la capitale dei Grigioni è diventata sede di un vescovado dipendente da quello di Magonza,

ed è stata sottratta all’influenza amministrativa italiana. Vengono inclusi, tra i dialetti italiani, i

dialetti del Canton Ticino, poiché si parlano dialetti di tipo lombardo e perché, nel Ticino, la lingua

della scuola è l’italiano. Vengono inclusi anche i dialetti che si parlano nella zona dei Grigioni, dove

però si parlano delle varietà lombarde che si rifanno all’italiano. Il Canton Grigioni è una realtà

strana: nella capitale e in molte valli si parlano delle varietà che risalgono al tedesco, altre valli si

rifanno al romancio, mentre in altre tre valli si parlano delle varietà lombarde. Queste tre valli

sono state annesse ai dialetti italiani.

Pellegrini individua, nel 1977, cinque grandi raggruppamenti o sistemi dialettali:

➢ Sistema dei dialetti settentrionali:

- Gallo-italico;

- Veneto;

È un ampio raggruppamento che si interrompe un po’ prima delle minoranze provenzali, segue

i confini e si estende anche nel Canton Ticino (anche se non si evince dalla carta, dove non

sono rappresentati). A Bellinzona si parlano varietà lombarde, la lingua tetto è l’italiano.

Abbiamo l’eccezione dell’Alto Adige, che è di lingua tedesca, dove non si parlano le varietà

romanze, se non nelle valli ladino-dolomitiche, anche se in realtà, a Bolzano, molti sono

italofoni, ma ciò dipende da dinamiche recenti. Il tipo veneto continua ed arriva fino a Trieste,

dove si parla una varietà di Veneto, si spingerebbe oltre, in Istria, ma non è rappresentato.

Questo raggruppamento ha come confine meridionale il confine tra Liguria, Emilia Romagna e

Toscana, anche se alcune varietà della Romagna settentrionale sono di tipo galloitalico, e

spezza a metà le Marche sul versante adriatico, perché segue la La Spezia – Rimini, che passa

più a Sud, tra Massa Carrara e Senigallia.

➢ Sistema del friulano (e ladino centrale, cioè altesino e cadorino);

➢ Sistema dei dialetti toscani (considerato a sé non solo per ragioni storiche, ma perché

ritiene i dialetti toscani non accomunabili ai dialetti settentrionali, ma per molte

caratteristiche neanche del tutto includibili con raggruppamento centro-settentrionale.)

➢ Sistema centro-meridionale:

- Mediano;

- Alto-meridionale; 19

- Meridionale-estremo;

Si prende tutta l’Italia meridionale compresa la Sicilia. È segmentato in un’area mediana, che

corrisponde all’Italia centrale, in un’area alto-meridionale che si avvia dal Sud di Roma e la

parte più meridionale delle Marche sul versante adriatico, scende giù fino alla Campania e alla

parte centro-settentrionale della Puglia, la Basilicata e una piccola parte della Calabria.

Abbiamo poi un nuovo confine che si ritrova tra la Calabria e la Puglia centro-settentrionale e il

Salento, che è quella dei dialetti meridionali-estremi: che comprendono Calabria centro-

meridionale, Salento e l’intera Sicilia.

➢ Sistema sardo (sono esclusi il gallurese e il sassarese, che sono affini al toscano e al corso,

ma non sono considerati propriamente sardi):

- Logudorese;

- Campidanese;

Distinguiamo un’area meridionale, del campidanese, l’area logudorese, la gallura a Est e il

sassarese a Ovest. Dove vediamo linee oblique sono presenti fenomeni di transizione:

abbiamo una transizione che si trova intorno ad Oristano.

Tra queste aree è importante quella tratteggiata che si ritrova tra l’Italia alto-meridionale e quella

estrema (tra Basilicata e Calabria).

Come abbiamo visto, si tiene molto conto della La Spezia – Rimini, ma non della linea Roma –

Ancona. Pellegrini accomuna i dialetti centro-meridionali sotto uno stesso raggruppamento,

distinguendo invece i dialetti toscani. Questa distinzione non ha una grande motivazione: ci sono

dialetti, come quelli subito a Sud della Toscana, o alla stessa latitudine, ma spostati più a Est, come

il perugino, sono dialetti molto affini al toscano che, però, secondo Pellegrini sono mediani.

Per rimediare a questo problema classificatorio è stata aggiunta l’etichetta di dialetto

perimediano, con cui si indicano quei dialetti mediani che sono diversi dai dialetti mediani

propriamente detti perché hanno un maggior numero di caratteristiche in comune con il toscano.

A Perugia e a Viterbo i maschili escono in “o”, mentre in area mediana, a Rieti o a L’Aquila

abbiamo l’uscita in “u”.

Le minoranze linguistiche

Nella carta sono rappresentate le varietà alloglotte, cioè le minoranze linguistiche. Anche se non

appartengono al quadro italoromanzo, è importante evidenziarle.

I due criteri di classificazione:

- Filogenetico: distinguiamo tra varietà romanze e varietà non romanze;

- Geoliguistico: riconosciamo le propaggini che sono quelle varietà che, dal punto di vista

territoriale, costituiscono uno sconfinamento di varietà linguistiche che sono prevalenti

dall’altra parte del confine su territorio italiano; isole linguistiche (o colonie) che sono

isolate, non sono la continuazione di varietà prevalenti oltre il confine, ma sono dei punti o

aree circondate da varietà di tipo italoromanzo. Si chiamano anche colonie perché queste

isole sono quasi tutte derivate da colonizzazione esterna.

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Le varietà romanze non di tipo italoromanzo che si parlano in Italia sono i dialetti provenzali (che si

parlano sull’arco alpino, in provincia soprattutto di Cuneo) e francoprovenzali, gruppo di dialetti di

transizione tra il tipo provinciale e il francese. Non ci sono delle aree a minoranza francese: il

francese non è parlato tradizionalmente in Valle d’Aosta, è lingua tetto ed amministrativa, ma la

varietà è francoprovenzale. Questo errore è passato anche nella legge del 1999, che pone diversi

problemi: il francese è visto come una minoranza, ma che di base non c’è. Provenzale e

francoprovenzale si parlano anche in alcune isole linguistiche nell’Italia meridionale: abbiamo una

colonia provenzale a Guardia Piemontese (Calabria), essa è stata importata nel Medioevo da

coloni che provenivano dalle valli del Piemonte, e un’altra a francoprovenzale a Celle e Faeto, in

provincia di Foggia.

A queste, va aggiunta una colonia romanza non italoromanza, che si trova ad Alghero, che è

colonia di lingua catalana. Nel 1354 la città fu completamente distrutta dai catalani e ripopolata da

essi.

Per quanto riguarda la varietà non romanza, abbiamo la minoranza tedescofona, che è distribuita

a macchie di leopardo sull’arco alpino, va dalla provincia di Torino sino a Trieste. In Piemonte e in

alcuni centri della Val d’Aosta abbiamo la minoranza walser: l’autodenominazione si deve al

Vallese, cantone occidentale della Svizzera, dove si parlano francese e tedesco. Ci sono minoranze

in Veneto: cimbri, si trovavano vicino a Vicenza e Verona, ma ora sono estinti.

In Friuli abbiamo numerose comunità tedescofone, nelle regioni a confine tra l’Austria e la

Slovenia, tra Carnia, Carinzia e Carnia slovena, nella Val Canale, ci sono centri, come Pontebba, c’è

una tradizione trilingue: quartiere italiano, tedesco e sloveno. Abbiamo anche minoranze

slovenofone, si presentano sotto forma di propaggini, come a Gorizia, città storicamente bilingue,

e la Benečija, che occupa le valli del Natisone, dove si è conservata una varietà di sloveno arcaica e

medioevale.

Abbiamo il caso del Trentino, dove ci sono colonie, mentre in Alto Adige, come forma di

propaggine, troviamo dei dialetti tirolesi.

Il croato si parla anche in Molise, come il centro di Acquaviva Collecroce: migrazione di cattolici

croati che nel Quattrocento sono scappati dalla Croazia, per la paura dell’avanzata turca.

Abbiamo colonie albanesofone in Abruzzo, abbiamo anche una colonia in provincia di Avellino, le

colonie più vitali sono ad oggi in provincia di Cosenza e in Sicilia, vicino a Palermo, abbiamo Piana

degli albanesi. Gli albanesi vengono spesso indicati come arbëreshë, forma corrispondente

all’etnonimo in albanese. Questi albanesi hanno trovato riparo in Italia in fuga dalla dominazione

turca, sempre nel Quattrocento.

Un’altra minoranza importante, di cui non sappiamo bene l’origine, è quella greca, che è

concentrata in due parti dell’Italia meridionale-estrema, nel Salento meridionale, nella Grecìa

salentina, dove si parlano i dialetti grichi, e l’area grecanica, della Bovesìa, in Calabria. In realtà, le

minoranze calabresi sono quasi del tutto estinte. Nella Grecìa salentina la minoranza sopravvive.

Il problema di queste minoranze, che ha dato filo da torcere agli studiosi, è se si tratti di minoranze

penetrate nel periodo di dominazione bizantina, o se si tratti di continuazioni locali del greco che si

parlava nell’antichità. Il problema è discusso, ma non ha soluzione. I dialetti italiani potrebbero

essere gli unici in continuazione diretta con il greco, oltre a quelli della Grecia.

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Inoltre, ricordiamo le minoranze non territoriali, che di solito sono escluse dai manuali. La

minoranza non romanza non territoriale principale è quella zingara: le popolazioni rom parlano il

romanì, questa lingua è di origine indoeuropea. Anche se, nel corso dei loro spostamenti, la lingua

ha assorbito molte parole da persiano, armeno, greco etc. La forma è mista e per questo difficile

da studiare. Accanto al romanì, le comunità zingare parlano dialetti romanzi. Nuove migrazioni ci

sono state con le guerre dei Balcani: sono arrivate comunità di rom che parlavano romanì, ma

anche dialetti balcanici.

Importante è anche la comunità giudaica. L’ebraico era usato come lingua sacra, ma non della

comunicazione orale. Nelle varietà italoromanze parlate dagli ebrei si nota una presenza massiccia

di parole derivate dalla lingua liturgica ebraica che li contraddistingue dai dialetti del resto della

popolazione, come il giudeo-veneziano, parlato al ghetto, il giudeo-romanesco, il giudeo-ferrare, e

si evidenzia spesso per la conservazione di tratti arcaici che non si conservano nel dialetto. Sono

comunità chiuse, per imposizione esterna, ma anche per tradizione interna.

Abbiamo le minoranze interne: parlano varietà di italoromanzo, ma in altre zone. Il nucleo più

importante è costituito dalle minoranze galloitaliche nel Sud Italia centri dell’Italia meridionale

dove si parlano dei dialetti settentrionali e Nord-occidentali. Nel Medioevo, grazie ai Normanni in

Sicilia, è stata favorita la migrazione dall’area ligure-piemontese nel Sud Italia.

Un altro nucleo di minoranze interne si trovano in Sardegna e Corsica. È tradizionalmente ligure la

città di Bonifacio. In Sardegna, nel Sud-ovest della Sardegna, Carloforte a San Pietro, e Calasetta a

Sant’Antioco. Abbiamo il tabarchino, dal nome della città di Tabarca, che è in Tunisia ed è stata

colonia genovese, dal Cinquecento al Settecento, per il commercio di corallo.

Il sardo, il friulano e il ladino dolomitico

Questa varietà sono difficilmente classificabili: si trovano su territorio italiano o prevalentemente

in Italia (varietà ladine), ma presentano strutturalmente dei caratteri di divergenza forti e, dal

punto di vista storico, soprattutto il sardo, hanno avuto vicende non comuni. Ciò dà loro una

posizione di isolamento, che è una consapevolezza da parte della popolazione locale, motivo per

cui in Sardegna il sardo è considerato una lingua e ha uno status sociolinguistico importante.

➢ Sardo

Esso va inteso come gruppo di dialetti, anche se è riconosciuto come lingua di minoranza.

Abbiamo il logudorese, al centro Nord, che prende nome dal Logudoro, che si trova sotto

Sassari, che include anche l’area centro-orientale, il campidanese, che prende nome dalla

pianura del Campidano, che si estende dal centro dell’isola fino al Sud, sasserese e

gallurese, dialetti fortemente toscanizzati nel Medioevo, che non vengono ritenuti un

tutt’unico con il sardo propriamente detto.

Storicamente, per esempio per gli usi letterari o amministrativi, la varietà di maggior

prestigio è il logudorese, tuttavia è di dialetto campidanese Cagliari, il centro principale

dell’isola, e ciò porta una discussione sulla varietà standard. Questi dialetti hanno una serie

di tratti che sono nettamente percepibili. Ci sono stati vari tentativi, come quella di una

LSU, una lingua sarda unificata, che tuttavia è piuttosto artificiale. Rimane una realtà

composita e frammentata, ma la consapevolezza dei parlanti è che si tratti di una lingua.

Nell’Alto Medioevo, il sardo ha avuto le funzioni di lingua a pieno titolo, in particolare c’è la

tradizione del Condaghes, erano dei registri di atti amministrativi conservati in abbazie, che

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sono testimonianze molto antiche del sardo logudorese. Abbiamo anche una tradizione

letteraria in lingua sarda e la Sardegna è stata per molto tempo esterna alle vicende

linguistiche dell’Italia perché è stata dominata dagli Aragonesi, ha avuto come lingua tetto

il catalano e poi il castigliano. Si è ricongiunta a partire dall’Ottocento.

I tratti strutturali, che fanno sì che il sardo sia una varietà da considerarsi a sé e non del

tutto includibile all’interno del quadro italoromanzo, sono arcaici:

 Vocalismo che non prevede la fusione dei timbri delle vocali.

Non c’è fusione timbrica, le vocali conservano il proprio timbro.

Vocalismo tonico sardo

VĪNEA(M) > [‘bindea]

PĬRA > [‘pi:ra]

CRĒDO > [‘krɛ:ɔ]

VĔNIO > [‘bɛndzɔ]

CŎRE > [‘k:ɔrǝ]

SŌLE(M) > [sɔ:le]

CRŬCE(M)> [‘ru:γɛ ]

LŪCE(M)> [‘lu:γɛ]

 Conservazione di “k” e “g” latine davanti a vocale anteriore.

Il sardo logudorese è l’unica varietà romanza in cui “k” e “g” si conservano

inalterate davanti a vocale anteriore. Se la velare si trova all’interno di parola ha

subìto un processo di lenizione per cui è passata da sorda a sonora e poi da

occlusiva a fricativa.

CĔNTUM > [‘kentu]

GELĀRE > [gɛ’la:rɛ]

LŪCEM > [‘lu:γɛ]

Nel campidanese abbiamo un altro fenomeno, nel Medioevo queste velari si

conservavano intatte, abbiamo documenti addirittura in grafia greca, abbiamo atti

in cui per trascrivere il volgare locale è stata usata la grafia greca.

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Vediamo palatalizzazione CĪTIUS > [‘kittsi]

 Conservazione di – s e – t finale.

I plurali in sardo si fanno con la “s”, così come dei neutri latini ( e nel campidanese il

nesso – NT- ), ma si conserva anche nella flessione verbale, abbiamo in logudorese

[‘fa:γɛs] per “fai”, [‘fa:γɛt] per “fa”, mentre in campidanese abbiamo [‘fai t

̯ ]. Il

campidanese conserva anche il nesso -NT- [‘faint] alla terza plurale, diverso dal

logudorese [fa:γɛnɛ].

 -LL- > - d̜̜̜̜ d̜̜ – [ d̜̜ d̜̜ ].

Presenza di consonanti retroflesse, si pronunciano portano la lingua sulla parte

anteriore del palato duro. L’esito è la laterale intensa, per esempio il “cavallo”,

CABALLU(M)> [‘kad̜̜ d̜̜ u].

 Articolo definito che deriva non da ILLE, ma da IPSUM.

In logudorese abbiamo SU/SA/SOS/SAS, e in campidanese SU/SA/IS.

 Particolarità nella flessione verbale, forme di futuro e di condizionale che sono

perifrastiche.

Per cui canterò si dice “atto a cantare”, cioè “ò a cantare”, mentre il condizionale si

fa con una forma contratta di dovere + infinito.

 Lessico del sardo: conserva voci latine perse nella Romània, in sardo “grande” si

dice “mannu” < MAGNU(M), oppure “casa” si dice “domo”, “cavalla” è “ebba” <

EQUA(M), “sapere” in logodurose è “iskire” < SCĪRE. 8/03/2017

➢ Friulano e ladino dolomitico

Non abbiamo continuità areale tra queste tre varietà. Tra il Friuli linguistico e le valli ladine

comprese tra Alto Adige, Trentino, provincia di Belluno e aree romanze in Svizzera,

abbiamo delle anfizone, dove non si parlano varietà ladine o retoromanze, ma dialetti

settentrionali. L’idea dell’unità ladina è stata proposta da Ascoli, egli ha proposto di

considera queste tre aree come parte di un unicuum. Egli, nel 1873, fonda la rivista Archivio

glottologico italiano, nel primo numero si occupa di saggi. Dopo il proemio della rivista,

dove prende le distanze dai manzoniani, ma non si rivolge ad un pubblico di specialisti,

abbiamo un lungo saggio linguistico intitolato Saggi ladini. Nell’articolo, Ascoli argomenta

la tesi dell’unità ladina. Le anfizone erano un tempo comprese nella Ladinia originaria, ma

poi sono state colonizzate dalle vicine varietà settentrionali.

Ascoli argomenta sulla base di isoglosse comuni a queste tre aree:

 Conservazone dei nessi di CL e GL (occlusiva velare + laterale): vediamo in friulano

“chiave” che si dice [kla:f] < CLAVEM e “ghiaccio” [glatʃ] < GLACIEM. All’interno di

parola, oggi, abbiamo un esito diverso: [‘voli] < OCŬLU(M), che è un esito

secondario che presuppone la conservazione del nesso, anche in posizione

intervocalica, come dimostra che nel romancio grigionese, nelle parlate

dell’Engadina, una delle valli, nel gallinese “occhio” si dice [øgl].

 Conservazione della sibilante finale che si ha nella flessione nominale e verbale:

nella flessione nominale, in friulano, la sibilante compare soltanto in alcuni plurali,

per esempio “mani” di dice [maŋs] < MANUS. Nella flessione verbale compare

normalmente nella seconda persona singolare e plurale: per cui “canti” diventa [tu

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‘cantis] < CANTAS, la “c” indica l’occlusiva palatale sorda che è il suono di “chiesa” o

“chiacchierare”, in una pronuncia in cui facciamo avanzare la velare fino a fonderla

con l’approssimante successiva. Mentre “voi cantate” si dice [o can’tajs] <

CANTATIS. Il friulano conosce un sistema di forme soggettive proclitiche

obbligatorie, esattamente come in veneto.

 Conservazione di pronomi soggetto da EGO e TU (tonici e anche atoni): “io” in

friulano si dice [jo] < EGO, ne parliamo come forma tonica, non atona. “Tu”, sia

tonico che atono, si dice [tu], continuando la forma del latino. La stessa cosa si

trova nel romancio grigionese. La particolarità è che ciò non succede nei dialetti

settentrionali: nel dialetto veneto non abbiamo una forma che deriva da EGO, ma

abbiamo “mi” che deriva da MIHI, cioè dalla forma dativale originaria, che si è poi

diffusa come forma non soggettiva, inizialmente, per poi passare anche alla forma

soggetto. Oggi “mi” vale come pronome soggetto e come forma oggettiva. La forma

“ti” deriva da una forma analogica TIHI, che è rifatta su MIHI. Questo tratto assume

importanza se consideriamo il contesto generale, cioè dei dialetti di tipo italiano-

settentrionale, che hanno forme “mi”, “ti”, che derivano da forme oblique dativali.

Nei dialetti lombardi abbiamo anche “me”, “te”, che derivano da forme accusativali.

 Palatalizzazione delle sequenze latine – CA e – GA: per cui da CANTAS > [tu ‘cantis],

oppure CASA(M) > [‘caze]. La pronuncia è sempre la stessa di “chiesa”. Ancora, da

GALLĪNA(M) > [ja’line] occlusiva palatale sonora (il simbolo è una “j” tagliata).

Abbiamo questa palatalizzazione anche a Cortina, dove si parla l’ampezzano.

Abbiamo delle obiezioni. Per qualificare un dominio autonomo, i fenomeni di

conservazione non sono probanti, poiché un fenomeno può essere poligenetico,

conservandosi in due varianti, che dipendono dalla stessa matrice, cioè il latino.

Dunque la conservazione non dimostra una loro comunanza, ma piuttosto la

presenza di aree con arcaismi. Un secondo elemento riguarda la storia medioevale

dei volgari settentrionali. Citando il DVE, ricordiamo la bestemmia inerente al

veneziano: in questa banale frase, troviamo concentrati tutti e tre i fenomeni che si

ritrovano nelle varietà ladine e che Ascoli considera probanti. Abbiamo la

conservazione del nesso -PL, che riguarda effettivamente tutti i nessi di consonante

+ laterale nel friulano e nel ladino; la forma pronominale soggetto è “tu”, e noi

sappiamo che in veneziano era normale la forma “tu”; uscita sigmatica del futuro

(“verras”). I fenomeni di conservazione non sono probanti in sé, ma perdono ancora

valore se confrontiamo il quadro della Ladinia attuale con il quadro dell’Italia

settentrionale antica.

Ascoli vedeva l’Italia nord orientale di tipo ladino, ma i tratti settentrionali

avrebbero poi preso il sopravvento. Effettivamente, la spiegazione più convincente

vede nelle varietà ladine il mantenimento di tratti comuni all’italiano settentrionale.

Il quarto tratto, quello della palatalizzazione, è il più convincente, tuttavia occorre

approfondire la questione, perché la palatalizzazione di -CA e -GA non è isolata nel

resto della Romània, è uno dei tratti più caratteristici del francese.

CĀNTARE > anticamente [tʃan’jɛr], cioè “chantier”, ma oggi abbiamo [ʃãte]. La

palatalizzazione non è autoctona nel ladino, ma proviene dalla Francia

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settentrionale. Probabilmente il fenomeno, il cui dibattito è ancora aperto, si era

manifestato in tutta l’Italia settentrionale. Tracce di questa palatalizzazione sono

molto rare nei documenti antichi. Nel Volgarizzamento di Paolino Minorita, nel

Trecento, a Venezia, troviamo più volte la forma “cane”, scritta in questo modo

“chian”. Questo farebbe pensare ad una forma palatalizzata. Pellegrini, insieme a

Battisti, si è messo alla ricerca di tracce nella toponomastica: i nomi di luoghi sono

molto conservativi, poiché tendiamo a trasmetterli di generazione in generazione.

In provincia di Vicenza abbiamo Chiampo, che dovrebbe derivare da CAMPU(M).

Allora, effettivamente avremmo una palatalizzazione di -CA in “chia”, ma se

derivasse da un precedente “campio” che si spiega da CAMPŬLU(M), avremmo

risolto la questione.

Per il resto, parlando soltanto del friulano, dal punto di vista strutturale esso

contiene tratti che lo accomunano alle varietà retoromanze, ma anche di tratti

settentrionali, come la sonorizzazione delle occlusive intervocaliche e

intersonantiche. Per esempio, RŎTA(M) si dice [‘rwede]. Il consonantismo è analogo

al veneto. Non si conservano le consonanti geminate, si scempiano come succede

nel veneziano e nei dialetti settentrionali. Il friulano, in accordo coi dialetti

galloitalici, conosce un’apocope forte delle vocali finali diverse da “a”. Inoltre, il

sistema di particelle proclitiche soggetto funziona allo stesso modo delle particelle

in veneto. Le particelle si ritrovano anche nelle forme interrogative, proprio come

nei dialetti veneti. Dal punto di vista strutturale, abbiamo delle isoglosse che

caratterizzano il friulano con il ladino dolomitico e il romancio grigionese, ma

dall’altra ne abbiamo altre in comune con i dialetti settentrionali.

Dal punto di vista storico, la Venezia-Giulia è veneziana. La stessa città di Trieste, ad

oggi ha una variante del veneziano. La regione interna del Friuli, provincia di Udine,

Gorizia e Pordenone, dipendeva dal Patriarcato di Aquileia e non ha conosciuto la

stagione dei comuni, è dipesa direttamente dal Sacro Romano Impero. Ha avuto

un’autonomia linguistica, culturale e sociale rispetto all’Italia settentrionale, ma

non ci sono confini geografici netti tra il Veneto e il Friuli. Dal 1420 il Friuli è stato

inglobato da Venezia, ciò è stato responsabile che sulla costa si parlino varietà

venete, ma anche che le principali città si siano affiancate al Veneto. A Pordenone si

è imposto un dialetto di tipo veneto, nei dintorni del pordenonese si parlano

dialetti di tipo veneto o friulano, a Cordenons abbiamo il veneto e il folpo, il dialetto

locale friulano. A Udine abbiamo un dialetto friulano locale, ma accanto c’è un

dialetto di tipo veneziano coloniale, era il dialetto dell’alta borghesia che era a

contatto con i dominatori veneziani, così come a Palmanova e a Cividale.

La legge 482 del 1999 ha riconosciuto il friulano come lingua di minoranza, si cerca

di promuoverlo come lingua e non come insieme di dialetti. A volte ci si domanda

se questa autonomia non sia diversa da quella del veneto. Questa tutela della

minoranza desta perplessità e proteste, inoltre manca uno standard. Abbiamo una

koinè riconosciuta nel friulano centrale, nell’area di San Daniele del Friuli.

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Varietà del Centro-Sud

Sul versante tirrenico, si va dal confine con la Toscana, un po’ più a Nord del confine

amministrativo, perché il basso grossetano, la parte Sud di Grosseto, è già di tipo Centro-

meridionale. Il confine Nord è la Toscana, invece sul versante adriatico il confine è la La Spezia-

Rimini. Non abbiamo una varietà cuscinetto. Sul versante adriatico si va da Senigallia, dove passa

questa linea, fino alla Sicilia. Più di mezza Italia è compresa in questo raggruppamento. Pellegrini

ha deciso di tenere poco conto della linea Roma-Ancona, che distingue un’Italia linguisticamente

centrale a Nord, da un’Italia meridionale a Sud. Un fascio di isoglosse della Roma-Ancona funziona

meglio dal punto di vista classificatorio: c’è una differenza netta, i dialetti a Nord della linea sono

più affini al toscano, mentre quelli a Sud sono più affini alle varietà centro-meridionali. Si è

introdotta l’etichetta di dialetti perimediani, che non era compresa da Pellegrini, essa è a Nord

della Roma-Ancona, comprendendo anconitano, perugino e viterbese, che sono varietà di

transizione tra il tipo centro-meridionale e toscano, avendo numerose caratteristiche che le

accomunano al toscano. Abbiamo un’area mediana che dalla Roma-Ancona termina seguendo i

confini storici tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli, dunque Lazio orientale, ma non il Lazio

meridionale, Abruzzo, dove abbiamo anche una parte meridionale, le Marche, che hanno a Nord di

Senigallia dei dialetti di tipo settentrionale (Pesaro, Urbino, Fano), nella zona di Ancona abbiamo

dialetti di tipo perimediano, poi abbiamo una zona mediana che si ritrova a Recanati, e anche una

zona dove sono presenti dialetti di tipo meridionale. Siccome le Marche si trovano sul versante

adriatico, esse hanno anche dialetti settentrionali, che non si trovano in Lazio e in Umbria. L’area

più ampia, che è quella dei dialetti altomeridionali, comprende per intero la Campania, il Molise, la

Basilicata, essa si prende anche a Nord una fetta consistente del Lazio meridionale, comprende

tutto l’Abruzzo ad esclusione di L’Aquila e dell’Avezzano, parte della Puglia settentrionale e

centrale. I dialetti di tipo meridionale estremo comprendono il Salento, parte meridionale della

Puglia, quasi tutta la Calabria centro-meridionale, poiché quella settentrionale è di tipo alto-

meridionale, e la Sicilia completamente.

Dal punto di vista storico, queste varietà sono piuttosto omogenee rispetto ai dialetti

settentrionali. L’Italia centro-meridionale è quella dei comuni, la frammentazione è dovuta alle

realtà statuali, mentre nell’Italia meridionale abbiamo avuto lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli

 ciò ha portato ad una notevole omogeneità di tratti.

Dal punto di vista linguistico, vediamo che essi hanno una serie di fenomeni che vanno d’accordo

con il toscano e sono in opposizione ai dialetti settentrionali. La linea di maggiore discontinuità

linguistica all’interno della Romània è la La Spezia- Rimini. I dialetti centro-meridionali sono più

vicini al toscano di quanto non lo sono i dialetti a Nord della linea.

I tratti comuni ai dialetti centro-meridionali sono:

- Assenza delle vocali anteriori arrotondate [y]; [ø]: se facciamo il confronto con i dialetti

galloitalici, notiamo che manca questo tratto. Si parte da un sistema vocalico pararomanzo,

che è presente anche nei dialetti settentrionali. Il sistema vocalico di questi dialetti è

dunque più semplice, perlomeno in genere. Abbiamo però un’area adriatica

altomeridionale, cioè dialetti di parte della Basilicata e della Puglia settentrionale, dove

abbiamo fenomeni di rotazione vocalica che ha fatto sì che nell’inventario di questi dialetti

27

siano entrate vocali arrotondate. Per esempio, a Matera, “nido” da NĪDUM si dice [‘ny:tɔ],

oppure il “piede” da PĔDEM si dice [‘pø:ta].

- Fenomeni di conservazione delle occlusive intervocaliche e intersonantiche: esse tendono a

conservarsi, anche più del toscano, che ha una situazione oscillante, dove queste occlusive

si conservano prevalentemente, non abbiamo conservazione sistematica, ma tuttavia

abbiamo anche numerosi casi di sonorizzazione. Vediamo la conservazione: napoletano

[‘aka] < ACUM, [‘pa:ta] < PATREM, in siciliano [‘pat̜̜s

i ] e [s̜̜s

a :ta] < STRATA(M).

̜̜ ̜̜

- Conservazione delle consonanti intense (RFS): nei dialetti settentrionali abbiamo il

raddoppiamento fonosintattico. Nell’italiano e nel toscano il raddoppiamento si ha per

fenomeno assimilativo, laddove c’era un monosillabo o un ossitono che terminava per

consonante in latino, la consonante finale si è assimilata alla consonante iniziale della

successiva. Se avevamo AD CASAM > [akka:sa]. Abbiamo però anche esiti analogici, dalla

forma TU *SES > [tu’ssɛi ̯ ] diversa dal napoletano [tu ‘si], dove non abbiamo

raddoppiamento.

- Conservazione delle vocali finali: nei dialetti settentrionali spesso cadono, pensiamo all’esito

di SŌLE(M), che in veneziano è [sol], in italiano [‘so:le], in napoletano [‘so:lɔ] e in siciliano

[‘su:li]. Il trattamento delle vocali finali costituisce il tratto di maggior valore classificatorio

per distinguere tra l’area mediana, alto-meridionale e meridionale estrema.

 In area mediana si conservano inalterate tutte le vocali finali del latino: anche la

distinzione tra la “u” e la “o” finale, che sono confluite in toscano in “o”. Vediamo

VĪNUM > [‘vi:nu], o “quando” [‘kwanno]. Tutti gli aggettivi e i sostantivi che

uscivano in US escono in “u”, mentre le parole che terminavano in “o”, o le prime

personale dei verbi, escono in “o”. Questa distinzione si ritrova a Sud della Roma-

Ancona. Uno dei tratti che avvicinano al toscano i dialetti perimediani è il fatto che

non c’è questa confusione tra “u” e “o”, che passano entrambe a “o”, come

succede in italiano.

 In area altomeridionale tutte le vocali hanno subìto un processo di centralizzazione:

sono diventate una vocale centrale, quella che in linguistica si chiama shwa (ǝ),

lettera dell’alfabeto ebraico. In napoletano avremmo [‘vi:nǝ], [‘kwanna], [‘lu:nǝ],

[‘ka:na], [‘na:pulǝ]. Tuttavia, ci sono aree dove si arriva a quattro vocali conservate,

come nei dialetti del Vallo di Diano, piccola area in provincia di Salerno, al confine

con la Basilicata. La complessità geolinguistica che mostra la conservazione di una o

più vocali finali fa capire che è un fenomeno avviato da Napoli, per poi concentrarsi

in tutta la zona, a parte alcune zone.

 In area meridionale estrema le vocali finali si sono ridotte a tre: in posizione finale

non sono consentite le vocali medie, che si sono innalzate, la “e” in “i”, e la “o” in

“u”. Il risultato è il sistema a tre vocali finali “i”, “u”, “a”. In siciliano “sole” si dice

[‘su:li], “vino” si dice [vi:nu] e “luna” [‘lu:na]. In realtà non tutto il meridione-

estremo ha questa situazione, caratteristica del siciliano, l’area di Lecce e la zona di

Cosenza conoscono la conservazione anche di “e”, per cui la “a” rimane “a”, le

parole latine in “o” e in “u” passano in “u”, ma la “e” finale si conserva in leccese

“sole” si dice [‘su:le].

Il primo tratto non in comune con il toscano italiano è la metafonesi: alterazione della vocale

tonica per effetto di una “i” o una “u” latina finale (e anche esito di ES e IS), essa è comportata

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dalla vocale finale latina. Questo tratto non è esclusivo delle varietà centro-meridionali, non lo si

ritrova in toscano e in italiano, ma c’è in sardo e in alcuni dialetti settentrionali. In sardo vediamo

la forma logudorese per “cento” cioè [‘kentu]. Nello schema del vocalismo sardo abbiamo visto

che la “e” diventa sempre “ɛ”, perché abbiamo allora questo esito? La “u” finale ha agito sulla

vocale tonica innalzandola e chiudendola, per cui partiamo dalla forma originaria [kɛntu], ma poi

questa “ɛ” è passata da medio-bassa a medio-alta per effetto della “u” finale. In alcuni dialetti

veneti “fiore” si dice “fiore” o “fior”, ma al plurale si dice “fiuri” [‘fjuri]. Bisogna partire da un

precedente [‘fjori] < FLŌRES, la “i” ha agito sulla “o” tonica innalzandola. La terminazione ES

comporta anch’essa metafonesi perché la sibilante prima di scomparire ha palatalizzato la vocale

precedente, dunque bisogna partire da una forma protoromanza con “i” come esito sia di ES che di

IS. Il fenomeno, per l’area settentrionale, è in regressione, e riguarda solo “i”, sono rari i casi di

metafonesi da “u”. Nel centro meridione abbiamo metafonesi da “i”, “u”, soltanto in una piccola

area dell’Abruzzo adriatico abbiamo metafonesi solo da “i”, ed il fenomeno è molto presente e

vitale.

Vediamo questo esempio di assimilazione vocalica parziale, prendiamo il latino ACĒTUM > la

vocale “u” era una vocale alta, il tratto di altezza vocalica si è irradiato alla vocale tonica Ē, ha

portato questa vocale che per esiti romanzi è diventata una medio-alta “e” fino a chiuderla in “i”. Il

risultato, in napoletano, è

Vediamo anche da NĬGRUM > [‘ne:ru] la “u” ha assimilato a sé la “e” tonica e il risultato è stato

[‘ni:rǝ]. Lo stesso fenomeno c’è stato al plurale maschile, siamo passati da NĬGRĪ > [‘ne:ri] per poi

avere la stessa forma [‘ni:rǝ]. Al femminile, invece, la vocale tonica si è conservata.

Metafonesi napoletana [e] > [i], [o] > [u]

Abbiamo NĬGRUM/- Ī > [‘ni:rǝ]. NEPŌTES > [nǝ’pu:tǝ]; RUSSUM/-I > [‘rossu] [‘rossi] > [‘russa]. Lo

abbiamo anche nell’area mediana, non solo nella napoletana.

Metafonesi sabina [ɛ] > [e], [ɔ] > [o]

Abbiamo VĔT(Ŭ)LŬM/- Ī [‘veccu]/ [‘vecci], BŎNUM/-Ī [‘bbo:nu]/ [‘bbo:ni]. Questa è la metafonesi

prevalente nell’area mediana, è detta sabina o ciociaresca.

Metafonesi napoletana [ɛ] > [ je], [ɔ] > [wo] > [we]

Sistema prevalente nell’Alto-meridione e che abbiamo nel dialetto di Napoli, questa metafonesi è

detta napoletana. La ritroviamo anche nel Salento meridionale, nella zona di Lecce, che ha

metafonia, ma anche in Sicilia, soprattutto nella Sicilia centrale.

[wo] può diventare [we], anche a Bari, dove troviamo [‘bbwo:na].

Metafonesi: origine e differenza

Il dittongamento metafonetico è condizionato, si produce solo in un determinato contesto,

mentre il dittongamento toscano si verifica ovunque, dunque è spontaneo. In compenso, il

dittongamento metafonetico non è sensibile alla struttura sillabica della parola, avviene in sillaba

libera e in sillaba chiusa, mentre quello toscano soltanto in sillaba libera. Osservati in sincronia, i

due fenomeni sono nettamente diversi, ci si chiede se in origine non si possano far risalire ad una

29

stessa tendenza. Si è cercato di dimostrare che il dittongamento toscano sia stato originato da

quello metafonetico, ricordiamo F. Schürr, che ha dedicato una carriera a questa dimostrazione.

L’altra sfida è quella di dimostrare che la metafonesi napoletana e quella sabina abbiano un

rapporto. Sembra strano che due fenomeni aventi la stessa origine, cioè alterazioni di “u” e “i”

latine e diffusi in un territorio circoscritto, non abbiano un legame. Si pensava che la metafonia

napoletana avesse originato per monottongazione quella sabina: questa ipotesi è difficile da

dimostrare. Pare più probabile che il fenomeno sia l’opposto, cioè che la metafonia sabina sia il

tipo originario, quindi la metafonesi si esplicherebbe per innalzamento anche delle medio-basse, e

che la metafonesi napoletana sia successiva. Ciò è coerente con la diffusione geolinguistica: la

metafonesi sabina non ha grandi centri, mentre quella napoletana è tipica dei grandi centri.

Vediamo il principio delle aree laterali: di solito i fenomeni periferici dipendono da fenomeni dei

grandi centri. Nel romanesco antico, precedente alla toscanizzazione, abbiamo il dittongamento

metafonetico. Roma e Napoli conoscevano il dittongamento metafonetico e potrebbero averlo

irradiato, mentre la metafonesi sabina sarebbe rimasta nei centri più piccoli come tratto residuale.

Le conseguenze morfologiche della metafonesi nei dialetti altomeridionali, dove le vocali finali

si sono centralizzate e non si riconoscono più le vocali finali latine originarie, la presenza o assenza

della metafonesi diventa l’unica marca che ci permette di capire se la forma va assegnata al

numero singolare o plurale, al genere maschile o femminile, e nella flessione verbale alla prima o

alla seconda persona.

1) Un singolare non metafonetico si oppone un singolare metafonetico.

FLŌREM > [ʃo:rǝ], FLŌRES > [‘ʃu:rǝ].

2) Un maschile metafonetico diverso da un femminile non metafonetico.

NĬGRUM/- Ī > [‘ni:rǝ]. NĬGRAM/-AE > [‘ne:rǝ]

3) Una prima e terza persona non metafonetica diversa da seconda persona metafonetica:

PĔRDO/ĬT > [‘pɛrdǝ] mentre PĔRDĬS > [‘pjerdǝ]

Morfometafonia: frequente nei dialetti altomeridionali, abbiamo alcuni casi di metafonia che non

si giustificano metafoneticamente, ma morfologicamente.

CĪMĬCEM / CĪMĬCES [‘tʃimmatʃǝ], [‘tʃimmatʃǝ] si tenderebbe a sostituire con “ɛ”, dunque

[‘tʃɛmmatʃǝ]. 29/03/2017

- 26 aprile: inchiesta Burano; 12.30 - 18.00 massimo. Raccolta dei dati e analisi in una

settimana, discussione il 2 maggio. Trascriveremo i testi e li confronteremo insieme.

Continuiamo con le caratteristiche dei dialetti centromeridionali.

Confusione degli esiti di B e V latine (betacismo)

È un tratto che caratterizza la Romània: b e v tendono a confondersi perché c’è stato un fenomeno

di lenizione della “b” che l’ha portata, in posizione debole, cioè intervocalica, ad una fricativa

30

bilabiale sonora, che si è conservata, per esempio, in spagnolo. Per esempio abbiamo “caballo”

che si dice [ka’βaʎo]. Non è un’occlusiva, ma è una fricativa, una continua. Anche la “v” ha avuto lo

stesso esito, questo non è tanto dipeso dall’etimologia, ma dalla posizione della consonante

all’interno della parola. Il fenomeno, nelle varietà centromeridionali, è stato quello per cui tanto

“v” quanto “b” sono diventate:

[v] una fricativa labiodentale sonora in posizione debole, cioè intervocalica, in posizione iniziale

assoluta e se seguita da una vibrante “r”.

[b] si è sviluppata in un’occlusiva bilabiale sonora intensa in posizione forte, cioè se era intensa,

cioè doppia, se in contesto di raddoppiamento fonosintattico e se preceduta da una sibilante.

CABALLU(M) > it. Cavallo [ka’vallǝ]

I dialetti centromeridionali conoscono l’esito anche in posizione iniziale assoluta, in napoletano, da

BARCA(M) abbiamo avuto [‘varka]. Lo stesso dopo vibrante, da ERBA(M) > [‘ɛr(ǝ)vǝ], forma che si

spiega attraverso adattamenti per maggiore facilità di pronuncia.

In posizione forte abbiamo un’occlusiva bilabiale sonora intensa. Se BARCAM è preceduta da un

raddoppiamento ritorna l’occlusiva bilabiale etimologica in forma raddoppiata: [tre ‘ba:rkǝ] < TRĒS

BARCAS. E così sbarco si dice [ꜩbarkǝ].

Assimilazione dei nessi -ND- [nn] e -MB- [mm]

Un altro fenomeno caratterizzante, che si ritrova nel centro meridione. Da MŬNDUM > [‘munnǝ]

in napoletano e [‘munnu] in siciliano; da PALŬMBUM > [pa’lummǝ] in napoletano e [pa’lummu].

La u breve latina si presenta come “u” per la presenza della metafonesi.

L’assimilazione progressiva è caratteristica dei dialetti centromeridionali perché si ritrova dalle

varietà perimediane fino alla Sicilia. Per quanto riguarda l’area più a settentrione, è conosciuto già

nei dialetti della provincia meridionale di Grosseto, lo si ritrova in tutto il Lazio settentrionale fino

a Roma, dove un tratto che ha resistito alla toscanizzazione trecentesca è questo. Per quel che

riguarda l’area centrale, il fenomeno è assente nell’Umbria settentrionale, non si ritrova nel

perugino, anche se conosce delle forme [klonda] < COLŬMNA(M), questa forma sembra una forma

ipercorretta, che è stata ricostruita dai parlanti volendo contrastare il fenomeno di -ND- in nn.

Nell’Italia meridionale estrema manca questa assimilazione nel Salento meridionale, da Lecce in

giù, nel Cosentino e in una piccola area nord-orientale della Sicilia, cioè Messina e dintorni. Ciò è

rilevante, ci si è interrogati sull’origine di questo fenomeno. Clemente Merlo aveva argomentato

che il fenomeno fosse di origine osca perché in esso si ritrova lo stesso fenomeno, ora, in realtà,

uno studio di Vàrvaro ha dimostrato che il fenomeno nel Meridione estremo è molto recente, non

si ha prima del Cinquecento. Ciò non significa che il fenomeno fosse del tutto assente nel

Medioevo, ma se fosse stato presente in modo massiccio l’avremmo trovato nei volgari siciliani

antichi. Un’altra prova significativa è che nel maltese, lingua non romanza, ma semitica anche se

fortemente romanizzata, anche grazie ai prestiti dal siciliano, questo fenomeno non è mai

presente. Siccome la gran parte dei sicilianismi del maltese è stata recepita in epoca svevo-

angioina-aragonese, ciò significa che molto probabilmente il fenomeno mancava al siciliano

medioevale. Se è così, non possiamo più pensare che si tratti di un fenomeno di sostrato perché

l’area originaria, l’Italia centrale, non è a sostrato osco. Le tre aree, che si trovano nel Meridione

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estremo, venivano interpretate da Merlo come aree che avrebbero restituito i nessi -ND- e -MB-,

esse sono aree residuali che non hanno recepito un fenomeno che si è irradiato nelle altre varietà.

Sonorizzazione delle consonanti dopo nasale

È il fenomeno per cui, nella gran parte delle varietà altomeridionali, TANTU(M) > [‘tandǝ];

CAMPU(M) > [‘kambǝ]; CANTIŌNE(M) > [kan’dzo:nǝ].

È diffuso in modo minore rispetto al fenomeno dell’assimilazione di -ND- e -MB-, è sconosciuto al

Lazio settentrionale, si ritrova a Sud di Roma, i dialetti perimediani non lo conoscono come

fenomeno ed è anche estraneo alla gran parte del Meridione estremo, si ferma in Calabria, non

arriva al Salento, è estraneo a gran parte della Sicilia dove si ha il fenomeno della desonorizzazione

delle consonanti sonore dopo nasali. Il tipo siciliano [‘man’tʃa:re].

Dove co-occorre con l’assimilazione di -ND- e -MB- è interessante perché si caratterizza come un

mutamento a catena: per quel che riguarda la serie di nasale + dentale, una volta che -ND- è

passato a nn questo ha permetto a -NT- di passare a -ND-.

-NT- -ND- -NN-

QUANTUM QUANDO

[kwandǝ] [kwannǝ]

QUANTUM passa a [kwandǝ], mentre QUANDO passa a [kwannǝ]. -ND- è passato a nn prima che -

NT- passasse a -ND-. Se avessimo avuto prima -NT- che passava a -ND-, sarebbe passato a nn le -

ND- etimologiche e anche quelle esito delle consonanti postnasali. La non confusione degli esiti ci

fa capire che si ha avuto un mutamento a catena, che ha permesso che -NT- si sonorizzasse in -ND-

.

L’Esito [ʎ] che si ha da -j e dal nesso DJ latino e dall’occlusiva velare sonora G seguita da una

vocale anteriore [e], [i].

Questi tre esiti si confondono già in latino volgare e protoromanzo. Le varietà centromeridionali

conservano la pronuncia originaria di queste tre consonanti nel latino tardo parlato.

In napoletano abbiamo da IŎCUM > [‘jwo:kǝ], ma abbiamo anche un esito inatteso, cioè da

DIŬRNUM > [‘jwornǝ].

GĔNTE(M) > [‘jɛndǝ] con sonorizzazione della consonante postnasale.

EĀMUS > [‘jammǝ] La “e” non accentata di è passata ad uno -j secondario e si comporta

EĀMUS

come uno -j.

Altri esiti:

 Esito di P+J in affricata palatale sorda [tʃ]: SAPIO > [‘sattʃǝ]

 Esito di B+J in G [dʒ]: HABEO > [‘addʒǝ]

 Esito di S+J in S [s]: BASIU(M) > [‘va:sǝ] Si ritrovano al di sotto della linea Cassino-Gargano.

 Esito di C+J in ts [ts](dialetti lucani e pugliesi, linea Eboli-Lucera): FACIO > [‘fattsǝ];

Articolo definito forte (l)o/ (l)/u 32

Oppone il raggruppamento centromeridionale tanto ai dialetti settentrionali, pensiamo a Venezia,

e il toscano e l’italiano che conoscono alternanza di forma debole e forte condizionata dalla

consonante iniziale della parola successiva (abbiamo il cane, e lo studente). Solo i dialetti

perimediani hanno un’alternanza di questo tipo, per cui viterbese, anconitano, perugino vedono

“el”, “il”, “lo”, in distribuzione come in italiano. Anche in romano abbiamo l’articolo “er” o “o”.

Il neoneutro

Distinguere articolo femminile, maschile e neutro. Il neutro non è l’evoluzione diretta del neutro

latino che si è perso, ma è un neutro riformatosi su base semantica e viene chiamato neoneutro o

neutro di materia.

Nei dialetti mediani abbiamo una forma dell’articolo maschile derivante da ILLU(M) che si

presenta in aquilano come [ju] e abbiamo un articolo neutro distinto da *ILLOC (ILLUM x HOC) da

cui abbiamo avuto [lo]. I sostantivi maschili e neutri non sono distinti nei dialetti italiani, si è persa

la distinzione, essa viene fatta su base semantica, sono neutri i sostantivi che indicano quantità

non numerabili, cioè di materia. Sempre in aquilano, il “cavallo” si dice [ju ka’vaju], ma il “vino” si

dice [lo ‘vinu]. Ciò permette di determinare distinzioni semantiche in alcuni sostantivi come quella

tra [ju ‘ferru] che significa “il pezzo di ferro”, rispetto a [lo ‘ferru] che indica “ferro come metallo”.

Abbiamo una vocale diversa a partire da una “e” breve latina perché siamo in area mediana

(sabina), quindi ci aspettiamo la metafonesi sabina o ciociaresca.

Questa distinzione tra due forme diverse nei dialetti altomeridionali, come il napoletano, non è

possibile perché le vocali finali si sono confuse o sono passate a shwa. Tanto da ILLU(M) quanto da

ILLOC abbiamo un’unica forma [o].

La distinzione tra il maschile e il neoneutro si fa attraverso il raddoppiamento fonosintattico con

*ILLOC, mentre con ILLU(M) non abbiamo il raddoppiamento. Quindi a Napoli il “pezzo di ferro” si

dice [o ‘fjerrǝ] e il “ferro come materiale” [o’ffjerrǝ]. Altri esempi possono essere coppie come [o

‘vri:tǝ] la forma per “vetro” da VĬTRUM, mentre il “pezzo di vetro” è [o ‘brri:tǝ], allo stesso modo

la “singola tazzina di caffè” è [o ‘ka’fɛ], mentre “il caffè” è [o kka’fɛ].

Si sono sviluppate due forme diverse del pronome clitico oggetto per cui si distingue tra “lo

conosco quell’uomo” [o sattʃǝ] rispetto a “so questa cosa” [o ‘ssattʃǝ]. Nel maceratese questa

uscita originariamente soltanto dell’articolo si è estate anche ai sostantivi per cui abbiamo oggi “il

pezzo di ferro” [lu ‘fe:ru] rispetto a “il ferro come materiale” [lo ‘fe:ro] e dunque si è sviluppato un

vero e proprio genere neutro diverso dal maschile. Sappiamo che questa è un’innovazione per

estensione analogica da varie spie: si ritrova solo in alcune varietà, è un’innovazione che riguarda

soltanto piccole aree, mentre la gran parte distingue solo tra le due forme maschile e neutro, e se

consideriamo il maceratese, ci rendiamo conto che l’innalzamento metafonetico di tipo sabino ha

riguardato anche la forma neutra.

Sistema dei dimostrativi a tre gradi di vicinanza

In italiano distinguiamo la vicinanza rispetto a chi parla “questo” e lontananza da chi parla

“quella”. Effettivamente, l’unico punto di riferimento è chi sta parlando. Nei dialetti

centromeridionali si ritrovava in origine un sistema tripartito che prendeva come riferimento

parlante e interlocutore: si distingueva tra vicinanza a chi parla “questo”, lontananza da entrambi

33

“quello” e lontananza da chi parla e vicinanza a chi ascolta, cioè “codesto”. Codesto è una

superformazione da ECCUM TIBI ĬSTU(M). Si tende a confondere “codesto” con “questo”.

Questo sistema è diffuso anche in spagnolo; nei dialetti centromeridionali era un sistema vitale,

ma oggi come oggi la gran parte dei dialetti altomeridionali e meridionali estremi li ha persi,

soprattutto “questo” e “codesto” sono confusi. Il tipo diffuso dei dialetti altomeridionali non è

“codesto”, mentre “questo” in napoletano si dice [‘kistǝ] > ECCUM ĬSTUM, “quello” si dice [‘killǝ] <

ECCUM ĬLLUM, “codesto” si dice [‘kissǝ] < ECCUM ĬPSUM.

Resiste bene nei dialetti mediani, reatino, aquilano, maceratese, presentano questa opposizione

che si estende anche ad altre parti del discorso, per cui abbiamo tre forme diverse per ecco, cioè

“essolo”, “eccome”, “ellolo”.

Marche di plurale derivanti dalle desinenze del neutro latino, in primo luogo l’uscita in -a.

La sopravvivenza del neutro si manifesta nella conservazione di marche di plurale. Abbiamo un

tratto che ritrova nel raggruppamento centromeridionale anche se riguarda i dialetti mediani e

meridionali estremi, perché nei dialetti altomeridionali la neutralizzazione con shwa e la metafonia

fanno sì che il fenomeno non sia così evidente.

Troviamo “le prata” per “i prati” o “le castella” per “i castelli”. Dunque non solo da neutri latini, ma

anche sostantivi maschili. La confusione tra maschile e neutro si è diffusa in tutto il lessico. Come

succede in italiano, “il dito/le dita”, il genere è alternante, per cui al plurale i sostantivi maschili

passano a femminili. Per esempio, in ascolano, dialetto delle Marche quasi di tipo altomeridionale,

non più mediano, abbiamo [‘pi:rǝ] per “pera” con genere maschile, ma “le pere” è [‘pe:ra].

L’ascolano è un dialetto che non vede tutte le vocali passate a schwa, vediamo infatti la

conservazione di “le pera”. In siciliano, invece, molti plurali maschili escono in “a” e si comportano

da femminili: il plurale di “cannolo” [kan’nɔ:la] è “cannola”. Oltre all’uscita in “a” abbiamo

desinenze come “ora”, “ira” e “ǝrǝ” quest’ultima è un’uscita che si spiega da plurali come

TEMPORA o CORPORA dove la radice si unisce alla desinenza tramite rotacismo TEMPUSA >

TEMPORA. Una volta che si è persa la differenza tra maschile e neutri, TEMPUS e CORPUS sono

stati trattati alla stregua dei sostantivi di seconda declinazione, ciò ha fatto sì che la parte finale

ORA come morfema di plurale, analogicamente, si sia estesa ad altri sostantivi. Nei dialetti mediani

possiamo avere anche forme come “campora”, “pratora”, etc.

Riorganizzazione di alcuni tempi e modi verbali

Le varietà centromeridionali si contraddistinguono per tale riorganizzazione: alcuni di questi

fenomeni si riscontrano anche nell’italiano parlato, ma si trovano di più nel centro meridione.

Obsolescenza del futuro indicativo è caratteristica delle varietà parlate italoromanze. Forme di

futuro, in dialetto, esistono in veneziano, ma nei dialetti centromeridionali sono obsolete. Ciò non

vuol dire che non esistessero, Salvatore di Giacomo ne usa. Nel dialetto parlato si ricorre al

presente o a costrutti come “devo tornare”.

Estensione del congiuntivo imperfetto esteso a scapito del congiuntivo presente e del

condizionale. Il congiuntivo presente non compare nella varietà centromeridionali nelle

proposizioni principali, è sostituito dal congiuntivo imperfetto. Il congiuntivo imperfetto ha

sostituito nei dialetti meridionali propriamente detti il condizionale: la forma più frequente del

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condizionale è il condizionale in -ia tipico dei volgari antichi. Queste forme si ritrovano nella

letteratura dialettale e nella canzone folkloristica.

Marcamento differenziale dell’oggetto (DOM)

La sigla DOM è stata proposta da Georg Bossong, studioso attivo a Zurigo, egli si occupava

prevalentemente di spagnolo, era un grande poliglotta. Il fenomeno consiste nel fatto che alcuni

oggetti diretti, non tutti, in alcune lingue del mondo, vengono introdotti da una preposizione:

viene fatta una differenza tra gli oggetti che richiedono preposizione e quelli che non la

richiedono. 

Dallo spagnolo: Veo a Carlos “Vedo Carlo”. Richiede necessariamente la preposizione “a”,

mentre se diciamo “vedo la partita” non dovremo usare la preposizione “veo el partido”. L’uso di

*al sarebbe agrammaticale. 

Fenomeno del tutto analogo si ha anche in napoletano: [sa’lu:tamǝ a’ ‘ssɔ:ratǝ] vediamo anche

la posposizione del pronome possessivo che può diventare enclitico, come in napoletano “sora

toia”, cioè “sorella tua”. “Salutami Napoli”, invece, si dice [sa’lu:tamǝ ‘napulǝ]. L’elemento

discriminante è l’animatezza dell’oggetto: gli oggetti si dispongono in una scala di animatezza che

vede al posto più alto i sostantivi dotati del massimo grado di animatezza e al posto più basso

quelli inanimati. Il massimo grado di animatezza è quello dei pronomi personali di prima e seconda

persona “me” e “te” richiedono sempre la preposizione. Seguono i pronomi di terza persona,

poi i sostantivi che indicano esseri animati, nomi di parentela, per poi passare ai sostantivi

determinati, non determinati, etc.

Ogni dialetto fa a sé: il limite varia diatopicamente, ma è interessante che ci sia una scala di

implicazione dell’animatezza. Sembra universale e ripetersi in modo analogo.

Linea che passa tra Cetraro, Bisignano, Melissa: distingue i dialetti altomeridionali e dai

meridionali estremi. A Nord di questa linea, costituita da un’unica isoglossa, si ha un vocalismo di

tipo non siciliano, mentre a Sud sì. La linea non passa solo in Calabria, taglia in due la Puglia

all’altezza di Ostuni. A Nord della linea non si passa immediatamente da altomeridionali a

meridionali estremi, abbiamo un’area di transizione non tradizionale, da considerare a sé. Ciò è

discusso, probabilmente per un isolamento della zona in età medioevale. La zona di confine è

indicata come area Lausberg, che è stata individuata dal linguista tedesco H. Lausberg in uno

studio del 1939. Lausberg è uno dei pochi studiosi che è stato grande nei risultati raggiunti, ha

esordito come studio giovanile individuando un’area su cui si sono concentrati i romanisti. In

seguito ha scritto una descrizione di tutte le lingue romanze intitolata La linguistica romanza e un

manuale di retorica.

L’area presenta tratti arcaici che concordano con il sardo. Lausberg individua all’interno dell’area

una zona centrale che in tedesco è della mittelzone, cioè zona centrale, e quest’area si caratterizza

per un vocalismo senza fusione timbrica come in sardo. Le vocali conservano esattamente il

timbro in latino. L’area comprende comuni di Basilicata e Calabria ed è segnata dal fiume Agri, che

passa nella Basilicata meridionale e che è il confine settentrionale della zona centrale e che a Sud

confina col tipo meridionale estremo. 35

A Nord di questa linea abbiamo la vorposten, avamposto della zona centrale. Questa zona è

caratterizzata da un vocalismo asimmetrico o detto rumeno, perché l’unica altra area in cui si

trova questo vocalismo è la Romania. È un vocalismo misto ed è asimmetrico poiché la serie delle

vocali anteriori non si comporta allo stesso modo delle vocali posteriori. In questo vocalismo nella

serie delle vocali anteriori abbiamo un comportamento come quello dell’italiano, mentre quelle

posteriori sono come quelle sarde, cioè senza fusione timbrica.

Ancora più a Nord abbiamo la randgebiet, una zona marginale che comprende Basilicata

settentrionale e in Puglia l’area di Brindisi, dove si ha un vocalismo diverso, simmetrico, a

differenza di quello del vorposten, che ha soli cinque elementi perché non prevede le vocali

medioalte. Nel dialetto brindisino abbiamo forme del tipo “muloni” per “meloni”, con una “e” che

passa a “u”. è una differenza che si vede nei dialetti salentini, mentre il brindisino è di tradizione,

ma si oppone in modo netto ai dialetti del centro nord della Puglia che sono altomeridionali. La

differenza tra il brindisino e il salentino meridionale è evidente nella coscienza dei parlanti.

I tratti arcaici dell’area Lausberg non si esauriscono nel vocalismo, ma anche nel consonantismo, in

particolare in un settore che si interseca con la morfologia. I dialetti della zona mittelzone

conservano la sibilante “s” e la dentale “t” nella flessione verbale, in essi troviamo forme del tipo

[‘mannǝsǝ] per “mandi”, con la vocale epitetica e [‘mannǝtǝ] per “lui manda”. Questo fenomeno

sconfina anche nella Calabria settentrionale, lo si ritrova anche in dialetti al di sotto della linea

Cetraro – Bisignano – Melissa, e negli antichi volgari calabresi troviamo di casi di sopravvivenza di

terza persona in dentale. 05/04/2017

- Esame: 22 maggio alle ore 12; 6 giugno, stesso orario.

Principali caratteristiche dei dialetti meridionali estremi

Essi sono in maggiore discontinuità col raggruppamento centromeridionale. La principale

caratteristica che contraddistingue questa area, cioè tutta la Sicilia, buona parte della Calabria (al

di sotto della linea Cetraro – Bisignano – Melissa, includendo Cosenza e Cosentino ed escludendo il

Nord di Cosenza), il Salento, soprattutto il salentino meridionale, ma anche tarantino e brindisino,

troviamo un vocalismo siciliano, che vale per tutta l’area.

Vocalismo siciliano

È un vocalismo pentavocalico, ha una distribuzione diversa rispetto al vocalismo del randgebiet. È

un vocalismo simmetrico, dove la serie delle anteriori è simmetrico a quello delle posteriori e

prevede l’assenza delle vocali medioalte. 36

Da FĪLU(M) > [‘fi:lu]

SĬTĬ (M) > [‘si:ti]

TĒLA(M) > [‘ti:la]

PĔDE(M) > [‘pɛ:di]

CANE(M) > [‘ka:ni]

Da MŪRU(M) > [‘mu:ru]

CRŬCE(M) > [‘kru:ci]

SŌLE(M) > [‘su:li]

BŎNU(M)> [‘bbɔ:nu]

Tutte le vocali anteriori passano a “i” e tutte le vocali posteriori passano a “u”.

Le vocali in Sicilia si dittongano secondo le zone: nella Sicilia centrale è prevalente la metafonia

(esattamente come nella metafonia napoletana, ha anche una funzione morfologica rilevante

perché permette di contrapporre il singolare al plurale), in altre zone, come il palermitano, c’è un

dittongamento spontaneo che avviene anche in sillaba chiusa.

Quanto al vocalismo atono, la neutralizzazione delle vocali latine è propria del siciliano e anche

della Calabria centromeridionale, mentre l’area del Cosentino e il Salento meridionale prevedono

anche la possibilità di avere “e” finale.

Il vocalismo siciliano si ritrova anche nel basso cilentano, anche nella zona di Salerno, e ha dato filo

da torcere ai linguisti, poiché ritorna al di là dell’area Lausberg.

Presenza delle consonanti retroflesse [dd], [t̜t ]

, [r̜r̜ ]

̜

Sono le consonanti che si articolano appoggiando la lingua sul palato duro. Abbiamo [d̜̜ d̜̜

] che

deriva da [ll] latino, per esempio abbiamo [‘b(j)ɛd̜̜ d̜̜ u] da BĔLLU(M). Abbiamo l’esito retroflesso

della laterale intensa. Abbiamo anche l’affricata retroflessa derivante da un nesso latino di dentale

+ vibrante [t̜̜s

] < -TR-, per esempio abbiamo [‘kwat t s u] da QUATTUOR. Vediamo [s̜̜s

] < STR,

̜̜ ̜̜ ̜̜

̜̜

[‘s̜̜s

a :ta]. Abbiamo anche la possibilità retroflessa intensa che deriva da vibrante iniziale [r̜̜r̜̜ ] < R, ciò

̜̜

accade in alcune varietà di siciliano, per esempio la “roba” da *RAUBA < [rrɔbba].

Si ritrovano anche in sardo, forse si devono ad un sostrato mediterraneo secondo Merlo. Si ritrova

anche in un’area del lucchese e nella Corsica. Si ritrova anche in Salento, si ritrova oggi come esito

dei dialetti della Puglia centrosettentrionale, ma ha perso l’articolazione retroflessa.

37

Si dice in siciliano [kan’ta:ri] rispetto al napoletano [kan’da] al romanesco [kan’ta].

[‘bɛddu]

[vudda] < BŬLLĬT

Il vocalismo siciliano si spiega eliminando le medioalte e confondendole con le alte. Questo

fenomeno sembra essersi sviluppato nell’Alto Medioevo per effetto del contatto con il greco

bizantino, che è rimasto a lungo tempo in Sicilia, fino alle soglie del Basso Medioevo. Non prevede

le medioalte, ciò valeva per i prestiti e probabilmente ha influenzato anche il dialetto.

Restrizione dell’uso dell’infinito

Le proposizioni implicite infinitive del tipo “Posso venire” dell’italiano, si conservano solo in parte:

abbiamo la possibilità dell’infinito con “posso”, ma non con “voglio”. Nel leccese, per esempio,

“posso venire” si dice [‘pɔttsu i’ni:re] e invece “voglio venire” si dice [‘ɔʃʃu ku’bbɛɲɲu], cioè

letteralmente “voglio che vengo”.

Forse questo esito è stato uno sviluppo autoctono dovuto al contatto con il greco. Nel greco delle

comunità alloglotte del meridione si nota una differenza tra i costrutti con “voglio”, che non

ammettono l’infinito, e “posso”, che lo ammettono, a differenza di quanto accade nel greco

moderno.

I dialetti settentrionali

Sono tutti i dialetti al di sopra della Massa Carrara – Senigallia e si possono distinguere tra dialetti

galloitalici, che comprendono ligure, piemontese, lombardo ed emiliano romagnolo, e dialetti di

tipo veneto, cioè del Veneto e che si parlano in Friuli. Per quanto riguarda i dialetti galloitalici, non

si seguono i confini amministrativi, per cui abbiamo l’area galloitalica che sconfina a Est e a Sud. I

dialetti galloitalici si parlano anche in piccolissime aree del Veneto, cioè a Est nella zona del Garda,

e a Sud, nel basso Rovigo, abbiamo una varietà del ferrarese. Sul versante tirrenico vediamo

varietà galloitaliche in Toscana, in Garfagnana e Lunigiana, nell’area di confine tra Liguria, Emilia e

Toscana. Sul versante adriatico abbiamo le marche settentrionali fino a Senigallia. Per quel che

riguarda le classificazioni interne, dobbiamo distinguere tra la regione amministrativa e il confine

linguistico.

Sonorizzazione delle consonanti intervocaliche e intersonantiche comprese tra vocale e vibrante

DĪCO > [‘digo]

RŎTA(M)> [‘rɔda]

*SAPĒRE > [sa’ver] 38

Bisognerebbe parlare di lenizione, un indebolimento, perché l’esito non è sempre la

sonorizzazione, abbiamo una spirantizzazione nel caso della bilabiale. Spirantizzazione vuol dire

passaggio da occlusiva o fricativa. Nel caso di [sa’ver] abbiamo un passaggio spirante.

In veneziano si verifica spesso il dileguo, oppure la conservazione della dentale, che costituisce un

importante tratto classificatorio che consente di distinguere i dialetti veneziani lagunari dai dialetti

dell’alto Veneto, dove la dentale tende a conservarsi.

[ka’ena] < CATĒNA(M)

[mo’nɛa] < MONĒTA(M)

[ma’rio] < MARITU(M)

[‘skoa] < SCŌPA(M)

Conservazione di [s] nella flessione verbale

Si ritrova soltanto nella flessione verbale e sporadicamente. I principali focolai di conservazione

sono il Piemonte, dove i verbi monosillabici o i futuri verbali, del tipo “sai”, “sei”, “troverai”, con

vocale tonica, conservano la sibilante [ t saz], [t sɛz]. Nel veneziano letterario abbiamo [‘sastu]

e [‘sistu]. Queste forme sono ancora vive a Chioggia. L’ambiente particolare della laguna veneziana

permette la conservazione di tratti arcaici irradiati da Venezia: essi restano in periferia e subiscono

cambiamenti nell’area cittadina.

Scempiamento delle consonanti intense

Esempi dal veneziano: SEPTEM > assimilazione regressiva in “sette” e scempiamento nel veneziano

con [‘sɛte]. Abbiamo un’opposizione fonologica tra consonanti intense e scempie, ma non le

doppie, almeno in veneziano, vediamo [‘kore] da CŬRRĬT. In piemontese, invece, abbiamo lo

schwa in posizione tonica, che di per sé è debole, poco sonoro e tende ad essere diffuso in sede

atona. Vediamo il raddoppiamento sistematico della consonante dopo shwa in piemontese:

[‘tǝbbi] per “tiepido”, [‘vannǝr] per “venerdì”. Questo raddoppiamento non è etimologico, è

automatico e non comporta alcuna opposizione fonologica. Vedremo la cantilena buranella,

variazione diatopica di un tratto non fonologico, per cui l’opposizione tra scempia e intensa si è

persa.

Scempiamento e sonorizzazione sono fenomeni di indebolimento delle vocali e hanno un rapporto

di mutamento a catena. Le occlusive intervocaliche sorde sono passate a sonore, e una volta che

[t] è passata a [d] ha dato la possibilità alle consonanti intense di scempiarsi, perché non si

potevano più confondere con le scempie iniziali che si erano sonorizzate.

-TT- -T- -D-

RŬPTA(M) RŎTA(M) CAUDA(M)

[‘rota] [‘rɔda] [‘koa]

39


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51

PESO

1.02 MB

AUTORE

Erichto

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+1 anno fa


DETTAGLI
Esame: Dialettologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in filologia e letteratura italiana
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Erichto di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Dialettologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Baglioni Daniele.

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