Dialettologia sp
Prof. Daniele Baglioni
Quadro dialettale italoromanzo e dei metodi, degli strumenti e delle tecniche di raccolta dei dati applicati al campo della dialettologia veneta.
8 febbraio 2017-12 aprile: Giovanni Abete, fonetista che si occupa del puteolano
La dialettologia, secondo l’interpretazione tradizionale ottocentesca, si occupa dei dialetti. Nel corso della seconda metà del Novecento, la dialettologia ha esteso i propri ambiti, in quanto i dialetti si sono evoluti e sviluppati maggiormente. Essa può essere definita una scienza del parlato, che si sovrappone con la sociolinguistica, disciplina che si occupa di descrivere il modo con cui le strutture della lingua reagiscono con la comunità dei parlanti.
La definizione tradizionale pone il problema di definire il dialetto, in quanto è difficile porre un limite tra i dialetti e la nozione di lingua. Dal punto di vista delle strutture interne della lingua, i dialetti, come il veneziano, e le lingue, come l’italiano, funzionano allo stesso modo.
Sei andato a scuola oggi? [sɛi aˈndato a ˈskwɔla ˈɔddʒi]
Ti xé andà a scuola ancuo? [ti zeˈŋda a ˈskɔe a aŋkuo]
L'italiano ha un'opposizione fonematica tra consonanti (vediamo le doppie), mentre questa opposizione non pertiene il veneziano. D’altra parte, il veneziano ha un suono approssimantico (l’approssimante è dorsopalatale rilassata “e̯”). Ci sono differenze per quanto riguarda la fonotassi: modo in cui i suoni si combinano tra di loro. In veneziano la nasale in coda sillabica (davanti a consonante e anche finale) si pronuncia come una nasale velare, che in italiano ha un’altra disposizione. Veneziano e italiano hanno un valore fonematico ed una fonotassi.
L’italiano è una lingua in cui il pronome personale soggetto può essere sempre non esplicitato (in questo caso “tu”). L’italiano è una lingua pro-drop: fa cadere il pronome. L’italiano è massimamente prodropico. In veneziano notiamo che abbiamo un pronome soggetto (“ti”) che però non è tonico, ma atono (in questo caso è proclitico). L’italiano non ha un sistema di pronomi soggetto clitici, essi sono sempre tonici, se vengono espressi.
Passando al versante lessicale, troviamo una differenza tra “oggi” e “ancuo”: non è una forma diversa della stessa parola. OGGI < HŎDIE; ANCUO < HANC HŎDIE. Tanto l’italiano, quanto il veneziano, deriva dal latino: sono lingue sorelle che non hanno una priorità cronologica rispetto ai dialetti.
- I dialetti dell’italiano sono primari: questa terminologia è stata proposta da Eugenio Coseriu, significa che questi dialetti si siano sviluppati dalla stessa lingua. Abbiamo anche dialetti secondari, ma non in Italia, se non per quanto riguarda il romanesco, bensì in Inghilterra. Il romanesco appare in sincronia come un dialetto dell’italiano.
- Varietà: i sociolinguistici e i dialettologi preferiscono includere lingua e dialetto sotto l’unico termine di varietà linguistica.
Bisogna considerare l’uso della varietà linguistica e come essa venga percepita dai parlanti. Teniamo conto di alcuni aspetti:
- Diffusione: è maggiore l’uso della lingua rispetto a quello del dialetto;
- Domini d’uso: la lingua ha un numero di domini d’uso maggiore rispetto a quello del dialetto. La lingua può essere utilizzata anche in contesti colloquiali, a differenza del dialetto.
- Norma: Codificazione intellettuali e grammatici, che devono fornire uno strumento amministrativo, o per interessi letterari, discutono su quale norma fissare, scelgono una varietà e fissano la norma. Spesso si dice che la lingua abbia uno standard, a differenza del dialetto, ma ciò è vero fino ad un certo punto: anche i dialetti più importanti e prestigiosi possono arrivare ad un determinato grado di standardizzazione. Il veneziano ha un alto grado di standardizzazione, così come il piemontese (il torinese è la varietà riconosciuta come piemontese prototipico), il ligure (dove il genovese ha un ruolo preminente), il siciliano (che è una koinè di tipo letterario e che si è diffusa fino ad oggi). La standardizzazione, in questi casi, è interna ed implicita, è riconosciuta dai parlanti poiché essi riconoscono in quella variante il prestigio della loro parlata.
- Prestigio: il Veneto è una tra le realtà più dialettofone, poiché la varietà locale non è stata avvertita dai parlanti come inferiore alla lingua nazionale. Tuttavia, anche in una realtà come Venezia, la lingua mantiene un ruolo di maggior prestigio rispetto al dialetto.
Ethnologue: languages of the world
| Lingua | Dialetto |
|---|---|
| Diffusione ampia | Limitata |
| Domini d’uso numerosi | Ristretti (colloq. /familiare) |
| Norma codificata | Non codificata |
| Prestigio alto | Non alto |
| Uso scritto non marcato | Marcato |
Non tutti in Italia sono dialettofoni, ma chi parla dialetto, ovviamente, parla anche italiano. Il repertorio individuale dei parlanti, cioè l'insieme delle varietà conosciute da un individuo (individuale) o da una comunità (comunitario), comprende il dialetto e l’italiano. Sono pochissimi i dialettofoni esclusivi, probabilmente non esistono più. Questa situazione è recente, si è imposta a partire dagli anni Cinquanta del Novecento; prima dell’Unità d’Italia, la situazione sociolinguistica era molto diversa, in quanto coesistevano italiano e dialetto, ma con una ripartizione delle funzioni molto netta. L’italiano, la lingua, era di impiego esclusivo per gli usi ufficiali e per la scrittura e, a sua volta, il dialetto locale era usato esclusivamente per la comunicazione ordinaria e orale. Il caso di Manzoni: egli, nonostante credesse nel fiorentino, si esprimeva oralmente in milanese.
- La varietà può essere, dunque, alta e bassa: acroletto (lingua più elevata e di prestigio) e basiletto (lingua meno elevata dal punto di vista sociale e culturale). Parliamo di diglossia: Ferguson, nel 1959, dà questa definizione. Egli, studiando l’arabo, si rese conto che l’arabo parlato in Marocco fosse molto diverso rispetto a quello parlato in Siria, che differiva da quello del Corano. Il mondo arabofono è diglossico: l’arabo comune esiste, è standard, scrivibile, si sente parlare, ma solo in contesti ufficiali. Un altro caso di situazione diglossica è quello della Svizzera: a Zurigo, Basilea, non si parla solo lo svizzero-tedesco standard, gli abitanti parlano in una varietà molto diversa.
Una situazione simile esisteva anche in Italia, ma è progressivamente mutata, seppur lentamente, a partire dall’Unità. Tullio de Mauro ha mostrato, nella Storia dell’Italia unita, la realtà linguistica italiana.
- Bilinguismo diffuso: situazione italiana. Nel parlato convivono italiano e dialetto, ma nello scritto si deve ricorrere all’italiano. Tale situazione è stata definita da Gaetano Berruto come un bilinguismo che funziona soltanto sul punto di vista del parlato dilalìa. Dialetto e italiano non si usano casualmente, di nuovo fanno fede i domini d’uso: in ambiti familiari si ricorre al dialetto, mentre in quelli ufficiali all’italiano. Il passaggio da un registro ad un altro è immediato; questo fenomeno è definito commutazione di codice (code-switching), termine che si deve ad un etnolinguista statunitense, John Gumperz.
Materiali
-
Giovanna Alfonsetti, studiosa che ha studiato il dialetto catanese. Con la tecnica dell’osservazione partecipante, la Alfonsetti ha registrato un dialogo svoltosi tra due catanesi alla fermata dell’autobus. F è una signora sulla sessantina, che parla con M. Il loro strumento di comunicazione ordinaria è il dialetto, entrambe si lamentano della vita in Sicilia, entrambe hanno dei parenti che abitano al Nord (a Domodossola e in Svizzera).
- F: “Io dalle macchine mi guardo, ma le motociclette è difficile evitarle. Fino a che si tratta delle macchine, uno le fa fermare e cammina.”
- M: “Qui nella corsia riservata all’autobus non si fermano mai”. In Germania, invece, ciò non accade. M è stata per sei anni in Svizzera, lo esprime in una forma simile all’italiano, poi ritorna al dialetto. Anche a Domodossola ciò non succede.
L’uso del dialetto sembrerebbe non marcato, ma non appena le signore prendono le distanze e parlano di una realtà altra, inconsapevolmente passano all’italiano. Tanto è che G, quando si rivolge all’autista di autobus, si esprime in italiano. Non ci sono studi sulla commutazione di codice in Veneto, per il momento.
-
Studio di Riccardo Regis. Vediamo l’enunciazione mistilingue (code mixing): un particolare tipo di commutazione di codice. La commutazione di codice, normalmente, si caratterizza per due elementi: dal punto di vista funzionale, nella commutazione di codice vediamo una funzione prammatico-discorsiva precisa; dal punto di vista grammaticale, la commutazione è interfrasale, rispetta i confini tra una frase e un’altra.
Invece, l’enunciazione mistilingue avviene all’interno della frase ed in essa non si riconosce una funzione ben definita. Il livello è ancora più spinto, emerge una maggiore commistione tra italiano e dialetto poiché i parlanti sono inconsapevoli della loro scelta. L’enunciazione avviene addirittura all’interno di un sintagma.
Gli esempi sono tratti da una varietà piemontese. L’italiano è trascritto da Regis secondo la grafia codificata, mentre il dialetto in alfabeto fonetico. 26) in piemontese, come anche il milanese, la negazione è post-verbale. Ancora adesso, in Lombardia, la negazione che viene espressa è post-verbale (“mica”). 27) la subordinata è in dialetto, la principale in italiano. Abbiamo anche dei passaggi che avvengono all’interno di frase (28) [y] vocale anteriore alta che si pronuncia con l’arrotondamento delle labbra, è una “i” arrotondata. (29) [ø] vocale anteriore medio-alta arrotondata, è l’equivalente della “e” con arrotondamento delle labbra. Presenza tipica dei dialetti settentrionali del Nord-ovest. (30) [ʲ] tipo particolare di vibrante. [ə] è la schwa, vocale centrale indistinta tipica di molti dialetti, in particolare dei dialetti alto-meridionali, come il napoletano.
Esistono delle restrizioni alla commutazione di codice a causa di alcuni particolari costrutti sintattici? Cosa accade quando due lingue hanno strutture differenti? Sembra che in questo caso ci siano forti restrizioni in quanto va salvaguardata la struttura delle due lingue, è più facile il passaggio quando le strutture linguistiche sono analoghe. Italiano e dialetto, dal momento che abbiamo una situazione di dilalìa, possono alternarsi. Fino ad ora abbiamo considerato italiano e dialetto due entità discrete, ma l’esperienza comune ci mostra che questa sia un’astrazione poiché, di fatto, italiano standard e dialetto tradizionale sono in realtà soltanto due poli di un progressivo dissolversi di una varietà nell’altra. Ci sono molte varietà intermedie difficilmente classificabili continuum linguistico ciò che si trova tra lingua e dialetto è difficilmente studiabile.
Il primo studioso che si è occupato di continuum è stato Giovan Battista Pellegrini: noto dialettologo veneto. Egli, nel 1960, ha tentato una classificazione del continuum italiano ed ha optato per una quadripartizione di questo: i due poli sono l’italiano standard e il dialetto locale, mentre le due zone intermedie sono l’italiano regionale e il dialetto regionale (koinè). Pellegrini esemplifica queste varietà: prende come riferimento la parabola del figliuol prodigo, molto usato nella dialettologia ottocentesca, e riporta la frase iniziale “Un uomo aveva due figli” nelle quattro varietà del continuum. Pellegrini prende come riferimento l’agordino;
- Italiano regionale “Un uomo aveva due figli” laterale palatale [ʎʎ] in veneto è soltanto leggermente palatalizzata, mentre in dialetto locale avremmo le caratteristiche dell’agordino.
- Pellegrini prende in esame il dialetto di San Tommaso d’Agordo. Vediamo l’incipit della parabola:
- [un 'wɔ:mo a've:va 'due 'fiʎʎi] = italiano standard;
- [uŋ 'wɔmo a'veva 'due 'filji] = italiano regionale la nasale finale in coda sillabica dell’articolo viene realizzata come una nasale velare e non come una dentale o alveolare. Manca l’allungamento della vocale tonica in sillaba aperta, che è un tratto che caratterizza l’italiano standard, poiché le vocali toniche in sillaba aperta tendono sempre ad essere pronunciate come vocali lunghe. Nei dialetti veneti una caratteristica percepita è che manchi questo allungamento automatico della vocale tonica in sillaba aperta: i veneti sembrano spagnoli perché non c’è la prosodia caratteristica dell’italiano. Siccome la laterale palatale manca nei dialetti veneti, nell’italiano regionale la laterale palatale è sostituita da una laterale alveolare leggermente palatalizzata. Non è lunga, non è una consonante intensa. I dialetti settentrionali non conoscono l’opposizione fonologica tra consonanti lunghe e brevi (sette si pronuncia sete in veneto).
- ['n ɔmo el g a'veva do 'fjoiɥ; = dialetto regionale è da ascrivere al veneziano, al veneto comune. Non abbiamo dittongamento in “uomo”, forma aferetica con caduta della vocale nell’articolo, vediamo il clitico soggetto espresso “el”, anche se nella varietà cittadina sta scomparendo, ma in altri dialetti fuori da Venezia permane questo tratto, che è obbligatorio. La forma “g’aveva” si è originata con il veneziano, ma in aree periferiche resistono le forme senza “g”, come “aveva” (Chioggia, per esempio, ha “aveva”).
- [an ɔm l a've(va) doj 'fjoiɥ; = dialetto locale la forma locale, visto che siamo in ambito agordino, si caratterizza con l’apocope, caduta delle vocali finali, che è generalizzata rispetto al veneziano. Vediamo una forma diversa dell’articolo, non abbiamo più la “g” e vediamo un accordo del numerale in “fioi”.
Obiezioni
Gli italiani regionali sono una forma di dialettizzazione più recente, sono dialetti di varietà dell’italiano che si diffondono nelle regioni con una forte influenza delle regioni locali. La classificazione di Pellegrini ha molti limiti: tanto sul versante dell’italiano, tanto sul dialetto.
- Italiano: che cosa vuol dire esattamente standard? Esiste un italiano standard come varietà parlata e non soltanto scritta? La storia linguistica dell’italiano è quella di una lingua diffusa per via libresca, ciò ha conseguenze importanti a livello locale. Una certa influenza dei tratti regionali è ammessa, non viene censurata dai parlanti colti a livello dell’oralità. Per altri tratti, come l’apertura o chiusura delle vocali, o la sonorizzazione della sibilante, si può parlare di deviazione dalla norma? No. Fece scalpore, decenni fa, quando Giulio Leschi, nato a Venezia e attivo a Londra, scrisse una sorta di guida all’apprendimento dell’italiano per stranieri consigliando agli stranieri di articolare come sonore le sibilanti intervocaliche, poiché questa scelta sarebbe stata più prestigiosa. Questa scelta causò scalpore perché contraria alla norma.
- Dialetto: nel caso del dialetto veneto, Pellegrini ha separato un dialetto regionale di koinè da un dialetto locale. Chi parla l’agordino sa di parlare una variante periferica e marginale di veneto, ma questa situazione è diffusa in Veneto, Piemonte, dove la varietà cittadina di Torino si è diffusa come varietà di koinè pseudo-standard, ma per esempio non la ritroviamo in Lombardia, dove troviamo una cesura tra dialetti orientali (bresciano, bergamasco) e occidentale (milanese). I parlanti delle Marche, invece, parlano varietà dialettali di tipo romagnolo (a Nord), nelle aree centrali (Ancona, Macerata) si parlano varietà dell’Italia centrale, Ancona ricorda un parlato toscano, mentre a Macerata abbiamo un parlato con tratti meridionali, mentre al Sud (Ascoli) la varietà è marcatamente meridionale. Ciò accade anche in molte regioni del Sud: in Puglia abbiamo diverse varietà. Il dialetto regionale, dunque, funziona per alcune realtà, ma non per tutte. La classificazione è un po’ datata: pensare che un parlante veneto di una varietà periferica abbia nel suo repertorio anche il veneto di koinè è utopia. Se si va nell’agordino o nel bellunese e si rivolge la parola in veneziano risponderanno nel loro dialetto, nel Cadore, dove ci sono varietà ladine, si parlerà in italiano. Con l’italianizzazione crescente il prestigio della venezianità è molto diminuito. Questa classificazione tiene conto soltanto di uno degli assi di variazione, cioè quello della diafasia. Gli studi dialettologici recenti sottolineano l’importanza della diamesia, come della variabile diagenerazionale o diasessuale (i maschi utilizzano di più il turpiloquio, marcano di più il dialetto, ma mostrano anche variabili di tipo fonologico diverse).
Dopo una varia gamma di studi, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, un importante sociolinguista, Gaetano Berruto, nel 1987 ha pubblicato Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo. In esso ha proposto uno...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Appunti di Filologia latina sp. (lezioni complete)
-
Appunti di Letteratura italiana contemporanea sp. (lezioni complete)
-
Appunti di Filologia romanza sp. (lezioni complete)
-
Appunti di Letteratura italiana moderna e contemporanea sp. (lezioni complete)