Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

CAPITOLO II: ETIMOLOGIE INDIANE ED ETIMOLOGIE DEGLI INDIANI S. SANI

Una delle spiegazioni più antiche della storia proviene da un passo del “Rgveda”, in cui il nome del dio Agni

viene messo in relazione con il verbo ajati: Agni porta via (ajati) le ricchezze del mondo.

Questo esempio è un rudimentale e imperfetto accostamento fonico, e mette in evidenza il rapporto degli

antichi indiani con le parole. Un rapporto eterno ed univoco lega la parola alla realtà, in base alla credenza

che parole e oggetti abbiano connessioni connaturati, in modo tale che suoni uguali debbano riferirsi a

significati uguali.

Il modo di fare etimologia degli indiani è differente da quello degli studiosi moderni. Gli autori indiani

trovano connessioni solo tra parole che hanno una semplice somiglianza fonica, trascurando intere sequenze

di fonemi; questi studiosi intendono trovare, attraverso le parole, la verità intorno ad oggetti e fenomeni (non

la verità intorno alle parole come gli etimologisti moderni).

(allontanare), perché l’acqua nelle loro credenze magico-

Essi, ad esempio, accostano var (acqua) a varatati

religiose è in grado di allontanare tutti i mali; nel campo della magia, le loro etimologie trovano un’ampia

applicazione: nel “Nirukta” il sostantivo musa (topo) viene messo in relazione con il verbo mussati (rubare),

perché si coglie un tratto particolare del carattere dell’animale.

Si tratta di etimologie ingenue, ma nel contempo significative del modo di pensare. Secondo una vecchietta il

l’elemosina, questo perché non sapendo il greco aveva

termine chiesa si chiama così perché i preti chiedono

colto solo la caratteristica dell’elemosina. Meno ingenua appare l’etimologia del nome del dio Visnu, messo

nel “Nirukta” in relazione col verbo visati (pervadere, entrare): la spiegazione del nome, anche per gli

studiosi occidentali, è collegata alle caratteristiche del dio: pervasività, onnipresenza.

Gli autori si interessavano alle relazioni tra quelle unità sintattiche aventi stessa radice e stessa sillaba, per

questo figura etymologica, paronomasia, allitterazione non facevano differenza, colpiva soltanto la pura

ripetizione di suoni uguali, che costituiva un mezzo importante per penetrare la verità e la realtà dei

indiani hanno fatto dell’interpretazione e dello studio della parola il fondamento della

fenomeni. I pensatori

conoscenza.

Importante è l’etimologia di due termini indiani: nabhas (nube) e madugha (pianta):

nabhas secondo gli interpreti moderni: il lessema è segmentabile in un elemento radicale nabh e un suffisso

–as risalirà all’indoeuropeo

in sibilante , nabh nebh, con significato di bagnare. Questo ragionamento

significa trasferire su una radice ricostruita un senso probabile, non fare etimologia, come ci spiega il

Meillet: fare la storia di una parola significa procedere ad un lavoro di ricostruzione culturale, trovare le

all’interno del sistema concettuale della lingua che l’ha creato. L’unica lingua

motivazioni del reconstructum è l’antico indiano, la radice si realizza in forme al medio

in cui nebh è rappresentata in forme verbali

nabhate, o al causativo nabhayati, si ricava dai contesti di spaccare o spaccarsi. La radice di nabhas non ha

perché non ha attinenza all’idea di umidità, ma per l’antico indiano la

nulla a che fare con quella di nabhate,

relazione non è da escludersi a priori, perché il concetto di nabhas (nuvola) è del tutto coerente con quello

veicolato da nabhate (spaccarsi): perché, secondo gli indiani, suoni uguali non possono che riferirsi a

Nel “Rgveda” l’azione creativa di Idra coincide con la messa in movimento delle acque: le

significati uguali.

acque, rinchiuse nel ventre della montagna, venivano liberate e fatte scorrere grazie a Idra, il cui intervento

si realizza come atto di spaccatura; la liberazione delle acque è un atto creativo preliminare senza il quale

non può avere inizio il processo cosmogonico, questa immagine è talmente radicata che negli antichi

dizionari tra i sinonimi di nube c’è roccia, montagna. In base a questo la relazione tra nabh e nabhas appare

ammissibile, e con motivazione culturale. Il significato dell’indeuropeo nebh può essere quello di spaccare,

nelle altre lingue europee la radice ha perduto il suo significato originario. Nella cultura dell’antico indiano

la nuvola è un’entità che produce acqua grazie al suo spaccarsi, questo ha creato i presupposti per creare

questa etimologia.

nome di una pianta usata negli incantesimi d’amore per far innamorare una persona, il liquore

Madugha - –

dolce che essa secerne, e il fatto che nei testi sia collegata al miele è importante per gli incantesimi ha le

punte ricche di miele, la montagna da dove nasce è ricca di miele. Fin dai tempi del “Sayana” il suo nome è

(miele), e su questo non c’è dubbio.

stato messo in relazione con madhu

“Atharvaveda” la seduzione è effettuata attraverso due vie, diverse ma congiunte: la violenza e la

In (animo) dell’antagonista, la seduzione avviene

dolcezza, entrambe hanno in comune di influire sul manas

attraverso la dolcezza, ma è rappresentata come un’azione => quello che colpisce l’animo

violenta: madugha

col miele: madhu (primo membro) + -gha- (secondo membro) della radice han del verbo hanti: se il

composto è di questo tipo, allora questo nome si adatterebbe al quadro terminologico dell’incantesimo

<< colui che abbatte l’animo con dolcezza >> è ben motivata perché si accorda con gli

d’amore. Madugha

incantesimi d’amore.

La spiegazione di nabhas - nabhate può essere presentata come proposta diacronica, continuazioni di uno

fuori dell’indo-ario; –

stadio più antico al di madugha madhudugha accosta madhu a han nel contesto

dell’incantesimo d’amore.

Etimologia come ricerca in fasi culturali precedenti di motivazioni che hanno provocato una forma lessicale:

il primo caso è verisimile, il secondo no.

Etimologia è sul piano sincronico, pensiero autori che ce la suggeriscono, non precedenti, allora le due

etimologie sono vere.

CAPITOLO IV: L’ETIMOLOGIA NEL TESORO DELLA LINGUA ITALIANA DELLE

ORIGINI P.G. BELTRAMI

T.L.I.O. = tesoro della lingua italiana delle origini, esso è la prima parte del nuovo vocabolario storico della

lingua italiana al quale l’Accademia della Crusca cominciò a lavorare nel 1965.

Nel 1972 si occupò di affrontare preliminarmente la prima sezione cronologica, dal 1983 il progetto passa

all’O.V.I. = opera del vocabolario italiano.

Come si collega il T.L.I.O. all’etimologia?

Il T.L.I.O. è un vocabolario storico dell’italiano antico, considerato in tutte le varietà linguistiche

dell’italiano, rappresentate in testi scritti entro il 1375.

L’impegno preso sin da principio è quello dello spoglio esaustivo di tutti i testi, disponibili in edizioni

affidabili. Dal 1965 si è lavorato all’allestimento di testi per il trattamento informatico, e negli ultimi anni

alla costituzione di una base dati che lì comprendesse tutti.

Il risultato attuale è una grande base di dati testuale informatizzata, interrogabile anche attraverso internet,

accessibile a tutti gli studiosi, che oggi contiene 1369 testi integrali, per poco meno di 16 milioni di

occorrenze. Una metà dei testi è stata lemmatizzata, per offrire un materiale più sgrossato, è consultabile

presso la sede dell’ O.V.I. . Dal 1995 la base dati ha incrementato la sua massa critica, e dal 1996 è stato

possibile avviare sperimentalmente la redazione, definire il disegno del TLIO. Da metà del 1997 la redazione

ha superato le 700 voci; le forme di redazione hanno raggiunto una forma definitiva dal 1998, e sono ora

pubblicate nel bollettino dell’OVI.

Un primo problema che si è andato a creare era come gestire la redazione in una base dati in evoluzione,

essendo l’evoluzione un fatto permanente, si è deciso di risolverlo pubblicando le voci sul sito web, dove

periodicamente si possono aggiungere di nuove, emendare e integrare le vecchie. Le voci si pubblicano

anche nel bollettino: 442 sono edite nel 1997 e nel 1998. Il vocabolario sarà un database interrogabile con

molte chiavi di accesso. Il TLIO ha una struttura modulare che permetterà di sviluppare certe parti senza

toccare le altre. Il TLIO ha lo scopo di fornire uno spoglio completo e ben articolato di ogni lemma attestato

nel corpus; spoglio delle prime attestazioni dei lemmi: varietà linguistica (0.4), note non simmetriche (0.5),

sinonimi, rapporti di derivazione (0.6).

Il TLIO non ha ambizioni di ricerca etimologica, perché c’è un poderoso L.E.I. (lessico etimologico italiano)

in corso di redazione. Il TLIO può fornire un aiuto al LEI.

Il TLIO si avvicina per un aspetto ad un vocabolario etimologico, cioè: il trattamento del plurilinguismo .

Da un lato il TLIO deve prefigurare la continuità con la parte cronologicamente successiva di un vocabolario

storico della lingua italiana, dall’altro lato deve rappresentare tutte le varietà linguistiche dell’italiano antico,

senza però frantumarsi in una serie di vocabolari dialettali intrecciati tra loro, quindi: 1) si usa come entrata

lessicale la forma italiana moderna se è attestata nel corpus, in difetto la forma toscana antica, con rinvio alla

forma moderna, se le attestazioni sono tutte non toscane si utilizza come entrata lessicale una delle forme

non toscane; 2) si raggruppano i contesti citati nella voce sotto ogni accezione in ordine cronologico senza

alcuna distinzione di provenienza linguistica, secondo un criterio esclusivamente semantico.

comprende sotto questa moderna forma, molte altre: l’ovvio

Esempio: abate abbate (forma prima diffusa in

tutta Italia), il siciliano abati, i settentrionali abade, abado, abà, abao del popolo (forma ligure).

(TLIO da’ un entrata distinta ai participi in

Altro esempio: sotto i lemmi toscani antichi affaitare e affaitato l’analogia con questi due lemmi

funzione di aggettivo) si trovano riunite forme come: affetare, faitadhe;

induce a normalizzare il lemma affaitazione.

Stesso procedimento con accagione che non esiste nei testi toscani del corpus, ma si ricostruisce per

raccogliere i continuatori del latino accasio, -one(m), dal veneziano acason agli abruzzesi occasione,

accasone, ai siciliani accasuni e accaiun, esiste in Toscana accagionare ricondotto ad accagionabile,

attestata sotto il “Libro de la destructione di Troya” napoletano.

ricostruito accaysonibili

Questi esempi di normalizzazione dei lemmi sono il prezzo che si paga per fare una lemmatizzazione senza

ricorrere all’etimologia, improponibile in un vocabolario storico, la cui prospettiva è quella del periodo

studiato.

L’etimologia serve a distinguere tra loro lemmi omografi: prendendo tre lemmi:

asciugare, asciutto (aggettivo) e asciutto (verbo) => asciugare è separato da asciutto per differente

etimologia, asciutto (agg.) è separato da asciutto (verbo) per il criterio della separazione dei participi in

funzione di aggettivo da quelli in funzione di verbo.

La massima sobrietà della nota etimologia è una regola del TLIO. Il rinvio per la derivazione non è tanto alla

forma del lemma quanto alla voce.

I rinvii al latino medievale sono confinati episodicamente in note, apposte all’etimologia o alla prima

attestazione; anche ai derivati si aggiungono dei semplici rinvii.

di citazione dell’etimo prossimo, non è un principio assoluto.

Principio

Il caso dell’etimo incerto è la gioia degli etimologisti, ma disturba i redattori di un vocabolario storico.

Voce da terminare: avventura la cui nota etimologica fa eccezione per ampiezza e discorsività, la soluzione

prudenziale adottata nel TLIO è quella di: distinguere l’entrata ventura da avventura, e tutte le entrate

derivanti da una forma o dall’altra. Si troverà sempre un rimando: <<Cfr. avventura>>.

CAPITOLO V: DI ALCUNE IMPERTINENZE ETIMOLOGICHE P. CUZZOLIN

Ripensare i fondamenti epistemologici dell’etimologia, per tendere ad una più articolata “teoria

0. dell’etimologia”.

Nella pratica etimologica, intesa come “scienza che studia l’origine

1. delle parole o, la ricerca dei

rapporti formali e semantici, che legano una parola con un’altra unità che la precede storicamente e

da cui deriva.

Due sono i criteri di verifica della correttezza del procedimento:

 Il primo concerne l’aspetto formale , cioè la regolarità delle corrispondenze fonetiche sia sul piano

orizzontale che su quello verticale. Questo impedisce di ricondurre a una medesima origine parole

che suonano simili ma non hanno una comune matrice, esempio: l’irlandese gan (senza) e il gallese

gan (con), ma permette di ricondurre ad una stessa origine forme foneticamente molto lontane tra

e l’armeno

loro: latino duo erku, che significano due. Le cose si complicano nel caso in cui la

comparazione di due parole che potrebbero essere etimologicamente collegate o collegabili ma non

hanno significati che possano essere ricondotti ad un significato comune. Si pone il problema: in

base a quali ragioni tali convergenze sono motivabili? Soprattutto se si cerca l’etimologia di

morfemi flessivi o derivazionali.

 Il secondo criterio riguarda il contenuto semantico, cioè la compatibilità socioculturale tra forma

ricostruita e l’ambito socioculturale nel quale tale forma trova la sua motivazione. E’ accettabile la

corrispondenza tra il sanscrito asman (cielo) e il lituano akmuo (pietra), data anche la compatibilità

culturale tra i due termini, per le conoscenze di religione e cosmologia indoeuropea. “Si realizza un

nesso inscindibile tra etimologia e ricostruzione quando si avverano due condizioni preliminari:

etimologia deve essere diacronica, e l’elemento di partenza non documentato”; “Un etimo è la

ricostruzione linguistica di un sistema culturale, e deve essere ricostruito sui testi”; “La ricostruzione

dell’ambito culturale, sociale, economico o politico è dunque una condizione necessaria ogni volta

che nell’etimologia a ritroso da X2, termine attestato, X1, termine ricostruito, si debba postulare uno

slittamento o una differenziazione semantica tra due lessemi, cioè quello di arrivo e quello di

partenza”. La condizione della compatibilità socioculturale è sussidiaria, ma non sufficiente di per sé

per garantire un’etimologia.

La corrente pratica etimologica si è rintracciata prevalentemente sull’unità lessicale: l’etimologia

2 rintracciare l’origine di ogni parola. I problemi di questa pratica sono giunti da elementi

intende

superiori o inferiori alla pratica etimologica. La teoria della grammaticalizzazione ha portato alla

luce le contraddizioni intrinseche ad una certa pratica etimologica.

 Come bisogna comportarsi quando si cerca l’etimologia di parole grammaticali, come pronomi,

congiunzioni, connettori frasali? Nel caso del greco moderno, se non disponessimo della

documentazione come riusciremmo a ricostruire la forma da cui deriva? Usando il processo di

grammaticalizzazione . La teoria della grammaticalizzazione di Hopper (1993 e successive) si

configura come una vera e propria teoria della lingua. La grammaticalizzazione sposta il

procedimento etimologico da un piano fonetico e socioculturale ad un piano astratto, cioè un piano

cognitivo, che deve comunque essere tenuto presente insieme agli altri; come ad esempio nel caso

dei numerali.

3 La prospettiva della grammaticalizzazione mostra la sua rilevanza quando si ha a che fare con lingue

non indoeuropee. Il criterio che prevale nel caso della grammaticalizzazione è diverso da quello che

si deve dimostrare la corrispondenza di un elemento X da un elemento Y, corrispondenza garantita

dalle leggi fonetiche. Nel caso della grammaticalizzazione il punto di partenza pare essere quello di

ricondurre le parole e i formanti, di cui si propone l’etimologia, all’interno di patterns cognitivi di

sviluppo di lessemi, meglio documentati in altre aree linguistiche. Questo può essere un principio

rischioso perché alcuni sviluppi potrebbero non avere paralleli nelle varie lingue del mondo. La

teoria della grammaticalizzazione può sottrarre l’etimologia di una parola alla rigorosa applicazione

– più tipico dell’area romanza –

della legge fonetica: formazione avverbi in iter (Osthoff) è legato

alla grammaticalizzazione del sostantivo mente. La grammaticalizzazione costituisce o può costituire

un’eccezione alla regolarità delle leggi fonetiche con le quali viene verificata la correttezza di

un’ipotesi etimologica. Tre sono le questioni da affrontare in modo nuovo, da chi fa etimologia:

a) Se si potesse dimostrare che la grammaticalizzazione agisce secondo criteri di regolarità, anche

fonetiche, allora l’etimologia sarebbe in grado di mostrare che esiste almeno un sottoinsieme di

mutamenti, regolati da altri principi, la cui natura e portata sono di fatto da indagare, che

“vedono” l’oggetto sul quale operano.

b) Se è vero che non in tutte le culture si grammaticalizzano gli stessi lessemi e si accetta che anche

la grammaticalizzazione sia un tipo di procedura che consente di fare etimologia, allora cadrebbe

il metodo etimologico: indipendente alla famiglia linguistica alla quale esso si applica.

L’etimologia è stata creduta per troppo tempo come una pratica

c) conciliabile con ogni teoria

linguistica, in realtà essa è frutto della linguistica di tipo neogrammatico. Resta un quesito:

qualora si accetti che la grammaticalizzazione possa far parte a buon diritto della pratica

etimologica, se l’etimologia sia davvero indipendente da qualunque teoria linguistica, o non ne

sia intimamente legata e condizionata.

CAPITOLO VI: << EX IPSIS VOCABULORUM ORIGINIBUS >> VICO E

L’ETIMOLOGIA DEI FILOSOFI – M. MANCINI

La contiguità tra indagine etimologica e riflessione filosofica è un fatto ben noto. La connessione tra parola e

domanda circa il suo valore è probabilmente antica quanto l’uomo loquens. si sono

Le due piste del pensiero filosofico-linguistico da un lato, e delle ricerca etimologica dall’altro

progressivamente distanziate mano a mano che si andava definendo il paradigma dello studio positivo e

formale dei fatti di lingua. I due orientamenti: filosofico, e scientifico sono divenuti, in epoca moderna, due

universi discorsivi del tutto incomunicabili tra loro.

- I filosofi che seguono la linea di Ermogene non si occupano di etimologie, ma sono interessati al

ruolo strumentale e convenzionale del linguaggio. di esplorare l’essenza

- I filosofi che seguono la linea di Cratilo (paradigma della sostanza) cercano

stessa del linguaggio, e continuano a produrre etimologie, ricercando nelle parole il senso misterioso

del primitivo, impiegando consonanze e dissonanze formali, in totale ignoranza delle tecniche

dell’etimologia scientifica.

hanno tracciato le storie delle parole, trasformando l’etimologia in una porzione a pieno

- I linguisti

titolo della grammatica diacronica. Questa etimologia scientifica, praticata da Saussure in poi,

guarda con sufficienza le etimologie dei filosofi.

Questo atteggiamento non è del tutto ingiustificato, infatti da quando Heidegger ha provato a svelare

l’importanza delle risonanze etimologiche nello studio delle “parole dell’origine”, un numero sempre

crescente di filosofi si è inoltrato nei sentieri dell’etimologia speculativa, arrivando a risultati, delle volte,

estremamente discutibili. Si vedranno delle pagine di Heidegger dedicate all’etimo (dal gr. Verità, al tedesco

radura), per lo meno si tratta di etimologie accettabili sul piano della storia linguistica. Ci sono atteggiamenti

molto discutibili come quelli di Severino e di Fresina. C’è abbastanza per benedire l’odierna

incomunicabilità tra discorso scientifico e discorso filosofico nel campo etimologico.

l’atteggiamento ermeneutica

Al momento di interpretare e comprendere il pensiero filosofico-linguistico

deve mutare radicalmente. Contravvenendo al principio dell’ “onnicontestualità” della storia del pensiero

linguistico, molti linguisti non riescono a sottrarsi a questa tentazione. Importante è il caso di Vico.

VICO E IL PROBLEMA DELL’ETIMOLOGIA NELLA SCIENZA NUOVA:

L’opera di Vico, “forestiero della sua patria”, non ebbe mai grande risonanza. Il filosofo della discoperta di

Omero dovette attendere due secoli prima di essere scoperto a sua volta. Nel Novecento non abbondavano gli

studi vichiani (a parte Croce), e i pochi esistenti non brillavano. De Mauro dice che “Vico non ha cessato,

anche in tempi recenti, di essere poco fortunato”, ignorato da Robins, Arens, è fugacemente trattato in Leroy,

“Idealism in

trattato malissimo da Mounin (Vico è un ritardatario, non un precursore). Robert Hall jr, nel suo

Romance Linguistics” (incredibilmente fazioso) equivoca il pensiero vichiano, e lo taccia di essere stato del

tutto ininfluente ai fini della costruzione del paradigma positivista in linguistica, egli sarebbe, secondo Hall,

più arretrato dei grammatici rinascimentali (cosa falsa da un punto di vista storiografico).

Secondo l’esegesi degli storici della linguistica, il punto dolente dell’opera di Vico sarebbe costituito dalle

numerose etimologie, fantasiose e sbagliate che costellano le sue opere: Scienza nuova, Scienza nuova

seconda, De antiquissima Italorum sapientia.

Antonino PAGLIARO: “l’applicazione particolare dell’indagine etimologica, a cui Vico largamente indulse,

nella convinzione di scoprire nella lingua il processo creativo del mondo umano, doveva risultare di

necessità “prescientifica”, e quasi totalmente erronea, soprattutto per difetto di un metodo di analisi

fonologica”; “la mancanza di una metodologia etimologica, fa sì che la mirabile intuizione di Vico, si arresti

entro i limiti del prescientifico”.

L’aggettivo prescientifico in Pagliaro, è erroneo perché sembra prevalere il confronto tra tecniche

il problema dell’etimologia di Vico.

etimologiche, piuttosto che il desiderio di comprendere

TRAMBANT: “le etimologie di Vico non sono però neppure peggiori di quelle di tutta la tradizione europea

prescientifica da Platone, Isidoro di Siviglia, agli Etimologica del XVII secolo.


ACQUISTATO

4 volte

PAGINE

16

PESO

282.86 KB

AUTORE

ninja13

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti su l'Etimologia del prof. Paolo Di Giovine strutturati in capitoli, alcuni dei quali:
capitolo 1: alcuni fondamenti teorici dell'etimologia;
capitolo 2: etimologie indiene ed etimologie degli indiani;
capitolo 3: l'etimologia nel tesoro della lingua italiana delle origini;
capitolo 4: impertinenze etimologiche;
capitolo 5: Vico e l'etimologia dei filosofi.
Questi appunti di Etimologia del prof. Di Giovine sono un'ottima base per la preparazione dell'esame.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in linguistica
SSD:
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Glottologia e linguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof di giovine paolo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea magistrale in linguistica

Riassunto esame Filologia e linguistica romanza, Linguistica romanza: Corso introduttivo, A. Varvaro, prof. Asperti
Appunto
Grammatica storica delle lingue classiche
Dispensa
Linguistica italiana - profilo linguistico della Campania
Appunto
Introduzione alla dialettologia e sociolinguistica italiana
Appunto