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INTRODUZIONE

Etica sociale: l'etica ha a che fare con i criteri del giusto, del buono. Viceversa ci sono altri criteri, l'economia

ha a che fare con il criterio dell'utile e dell'efficienza. L'etica si domanda cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Il primo bene economico è la vita.

Di solito si pensa all'etica individuale (es. rubare non è etico), ora invece si stanno valutando sotto il profilo

morale le istituzioni che condizionano gli individui. L'oggetto dell'etica sociale è una riflessione morale sulle

istituzioni (es. impresa, mercato, proprietà privata).

Ci sono dei valori non negoziabili, ad esempio ci si può domandare se la maggioranza con cui opera il

parlamento può decidere su tutto.

Punto di partenza dell'etica, diverse concezioni

Il punto di partenza dell'etica sociale è la concezione di uomo, meglio dire uomo in società.

[Robinson Crusoe su un'isola deserta non ha problemi di etica sociale, nemmeno il furto. Potrebbe avere

problemi di etica individuale, come ad esempio la bestemmia].

[Un missionario va in Africa e nota la poligamia. Potrebbe proporre che anche le donne possano avere più

mariti, oppure sponsorizzare la monogamia. Questo è un problema di etica sociale].

[La proprietà privata in Italia è un principio universalmente recepito. La proprietà privata rende una persona

responsabile di un bene e lo rende libero di usarlo. In Africa invece c'è l'idea della terra in comune, la terra

viene lavorata in comune. In questo caso è un principio etico lo stesso].

Ci sono tre filoni di etica sociale:

• liberale: ci sono tante figure di liberalismo. In questo caso, per esasperare i concetti in modo da chiarirli e

contrapporli, si prende in considerazione il liberalismo estremo, inteso come individualismo. Questa è una

maniera di concepire l'uomo e l'uomo in società. Il punto di partenza originario è l'individuo. Si può notare

una certa fatica a giustificare poi la società, questo perché il punto di partenza è l'individuo. Per chi ha

questa posizione è difficile spiegare i propri doveri verso un altro. I doveri verso un'altra persona sono

doveri di reciproco interesse. Le relazioni nascono da una decisione reciproca, non costitutiva. In una

posizione così rigorosa non si può descrivere la società come una forma di fratellanza. [c'è anche una

forma di liberalismo cattolico].

• socialista: ci sono diverse forme di socialismo, si prende in considerazione il caso estremo. Si oppone al

filone precedente. Il principio generatore è il collettivo. In questo caso si fa fatica a giustificare il singolo. Si

fa fatica a giustificare la libertà del singolo perché tutto viene visto nella prospettiva del collettivo. In una

certa prospettiva socialista la libertà data al soggetto è vista come generatrice di ingiustizia.

[Cosa fa differenza tra Germania e Italia: nel '58 la cittadina termale di Bad Godessberg il partito socialista

tedesco ha deciso di abbandonare i dogmi del Marxismo, quando nei paesi latini invece erano forti i paesi

comunismi. L'abbandono dei dogmi del marxismo da parte di un paese socialista ha implicato la

scomparsa della lotta di classe. Significa che l'obiettivo del partito non era distruggere la proprietà privata

e arrivare alla rivolta. C'è una prospettiva di cooperazione e non di lotta. Le relazioni sindacali, in

Germania, hanno avuto un andamento meno conflittuale rispetto al resto dell'Europa. In Germania, nel

consiglio di amministrazione, siedono i rappresentanti dei lavoratori. Il capitale in Germania è nell'impresa,

non nella persona. Quando nel dopo guerra la CISL voleva portare in Italia la teoria della partecipazione

più che della lotta di classe, ha trovato contrari sia gli imprenditori che il sindacato comunista. Per il

sindacato questa concezione non andava bene perché toglieva forza alla lotta, per gli imprenditori non

andava bene perché vincolava le decisioni.].

• cristiano: il principio generatore è la persona. Persona non è sinonimo di individuo. Persona è un

soggetto in relazione, dove la relazione è costitutiva, non è successiva ad una decisione di interesse

reciproco.

[In stazione c'è chi chiede la carità. Per la prospettiva individualista non fa nessun torto. In realtà non è

vero perché egli riceve dalla società in quanto è andato a scuola non usando i suoi soldi. C'è il dovere di

concorrere al bene comune. Chi non paga le tasse manca di solidarietà, però manca di solidarietà anche

chi passa la vita a mendicare non lavorando. Questo perché la persona nella concezione cristiana è un

soggetto in relazione. Questa esemplificazione può spiegare anche il perché un individuo non ha il diritto

di drogarsi. Questo perché la decisione di drogarsi non riguarda solo l'individuo ma anche gli altri.

Ulteriore esempio sono gli studenti che stanno molti anni fuori corso, essi mancano di solidarietà alla

società perché non pagano tutto quello che ricevono. Interviene anche lo Stato con una percentuale. Lo

studente fuori corso riceve più di quanto sarebbe necessario].

D'ora in poi, quando si parlerà di etica sociale cristiana cattolica, si userà indifferentemente il termine di

"etica sociale cattolica" e quello di "dottrina sociale della chiesa". Dal punto di vista dei contenuti questi due

termini coincidono, però si differenziano del punto di vista di chi espone quei contenuti. Il termine dottrina fa

riferimento ad un'autorità che ha il potere di insegnare.

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[Papa Benedetto: se prima di diventare Papa scrive un libro sul lavoro quello sarà un libro di etica sociale

cattolica, la sua è una privata responsabilità. Se, una volta diventato Papa, inserisce il libro in un'enciclica

allora il libro diventa un libro di dottrina sociale della chiesa].

Compendio della dottrina sociale della chiesa

Sulle tematiche riguardanti la società la chiesa, che vive nel mondo, prende posizione. Si prende come

primo documento su questa materia l'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Non è vero che la dottrina

sociale della chiesa comincia con questo documento ma viene preso come convenzione. Da quel momento i

Papi hanno continuato ad esprimere il loro parere fino a Benedetto XVI con l'enciclica Caritas Veritates.

Leone XIII divenne Papa dopo Pio IX che ebbe un pontificato molto lungo, circa 32 anni. Muore dopo che ha

pregato per i suoi persecutori: Cavour e Vittorio Emanuele II. Dopo un pontificato così lungo i cardinali

cercavano un Papa di transizione, infatti Leone XIII aveva già 65 anni. In realtà visse fino a dopo i 90 anni.

Nel 2004 è stato scritto il Compendio della dottrina sociale della chiesa, che sintetizza ogni tematica

estrapolando i passi dalle varie encicliche.

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La preoccupazione etica è presente anche negli operatori dell'economia. L'economia si basa su degli

algoritmi matematici e prescinde dai sentimenti morali? C'è una discussione tra gli economisti riguardo il

fatto che l'economia sia una scienza esatta o una scienza umanistica. Contro l'etica non si può costruire

un'economia duratura. "Too big to fail" è un principio di irresponsabilità, che comprende considerazioni

etiche. La fiducia degli operatori è un'elemento importante per l'economia.

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La dottrina sociale nell'economia e nel dibattito pubblico

La dottrina sociale si occupa di una riflessione critica sulle istituzioni politiche ed economiche. Il principio

generatore è la persona. Questa dottrina arriva dal magistero della chiesa, quindi è valida solo per i cattolici?

Si ha un'economia cattolica che solo i cattolici potrebbero capire e per gli altri non è valida? Non è così.

Oggetto del magistero della chiesa sono anche l'economia e la politica, insieme ad altre questioni.

Le encicliche che hanno un contenuto sociale, da Papa Giovanni XXIII in poi, sono indirizzate a tutti gli

uomini di buona volontà e non solo ai fedeli, questo significa che l'argomento e il modo di argomentare può

essere compreso anche da chi non condivide la stessa fede. La dottrina sociale propone una buona società

che può essere compresa e attuata anche da chi non ha fede cristiana, sia per il tipo di problemi sia per la

maniera in cui vengono argomentati.

La prova è che, anche fuori dal recinto dei fedeli cattolici, ci sono uomini di cultura e di buona volontà che

comprendono e condividono questo insegnamento pur non avendo la fede.

[Giuliano Ferrara si definisce un "ateo devoto", pur non avendo la fede ha condiviso molte battaglie in

sincronia con i principi della dottrina sociale. Soprattutto riguardo la bioetica].

Hegel ha riconosciuto che il principio portante della persona è stato introdotto dal cristianesimo per spiegare

la trinità. La Bibbia non viene utilizzata come un testo di autorità quando si parla di argomenti attinenti la

società.

26-27-28-29 Enciclica di Benedetto XVI "Deus Caritas est"

L'enciclica tratta i temi della carità e dell'amore. Ai numeri 26-27-28-29 dice chi può utilizzare la dottrina

sociale e chi la può capire.

Carità-Giustizia 26-27

Che rapporto c'è tra la carità e la giustizia? Lo Stato, la società politica, di cosa si deve occupare? Qual è

l'obiettivo che deve raggiungere? L'obiettivo da raggiungere è la giustizia, questo come istituzioni. Il concetto

di giustizia è diverso se si parte dalla concezione individualista, o da quella collettivista o da quella

personalista. La giustizia, nel concetto di carità, ha la sua rilevanza. Il Papa accoglie una critica dal

Marxismo che, preoccupato per la giustizia (infatti considerava ogni disuguaglianza sinonimo di ingiustizia),

diceva che la carità diventa un pericolo per la giustizia. Secondo la chiesa la carità è sempre necessaria e

all'interno della carità si trova la giustizia.

[Se le ragazze erano sfruttate in fabbrica la chiesa creava un convitto dove si prendevano cura di loro. Però

la critica Marxista diceva che, invece che far scoppiare l'ingiustizia, la moderava. Ovvero la chiesa faceva

opere di carità senza combattere la battaglia, si rimediava all'ingiustizia con la carità, senza combattere la

battaglia e quindi senza eliminare le radici dell'ingiustizia].

Papa Benedetto rievoca questa critica che proviene dal Marxismo, la chiesa ritiene che la giustizia sia

doverosa.

[Nel catechismo di Pio X ci si chiedeva quali sono i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio. Si tratta

dell'omicidio volontario, del peccato impuro contro natura e frodare la giusta mercede all'operaio].

Dottrina sociale 28

• 2 di 61

Si deve introdurre un'altra questione collegata. Quando la chiesa fa un pronunciamento di dottrina sociale ci

si deve chiedere qual è l'ampiezza dell'orizzonte religioso, questo perché viene criticato alla chiesa di

occuparsi di questioni che non la riguardano. L'orizzonte della dottrina sociale è tutto ciò che riguarda

l'uomo. L'obiezione alla dottrina sociale viene fatta sia da fuori che, a volte, anche dall'interno dei fedeli.

La chiesa non fa politica, un conto è avere una dottrina sociale e un conto è farla valere. Solo le forze

politiche la fanno valere. La dottrina sociale propone i suoi concetti e i politici possono decidere se attingere

da essa oppure meno. L'azione politica non spetta alla chiesa, anche se in passato non è sempre stato così.

C'è una frase che è ispiratrice di questa distinzione che a volte non è stata rispettata ma è sempre stata

nella coscienza del cristianesimo. La frase è questa: "C'è Cesare e c'è Dio", "date a Cesare quel che è di

Cesare e a Dio quel che è di Dio".

La chiesa non sarà mai un partito, non c'è nemmeno un partito di Cattolici delegato dalla chiesa. Avere una

dottrina sociale non significa che la chiesa ha la pretesa di fare politica o si ingerisce.

"Il giusto ordine della società e dello stato è compito della politica. Uno stato che non fosse retto secondo

giustizia si ridurrebbe ad una banda di ladri"(28). Dire che la politica non si confonde con la religione non

significa che non deve avere la giustizia come obiettivo e sottomettersi all'etica.

"Lo Stato non può imporre la religione, ma deve garantire la sua libertà e la pace per gli aderenti alle diverse

religioni. La chiesa, come espressione sociale del cristianesimo, ha la sua indipendenza e basa sulla fede la

sua forma comunitaria che lo Stato deve rispettare. Le due sfere sono distinte ma sempre in relazione

reciproca"(28). La chiesa e lo Stato si mescolano sempre. Si ha distinzione, ma non opposizione.

"La giustizia è lo scopo, e quindi anche la misura intrinseca, di ogni politica". Non si può fare una buona

società se si prescinde da sensibilità e valori etici. La politica non può essere neutrale nei confronti della

giustizia. Il senso della giustizia significa avere un certo distacco anche da se, nel senso che non si devono

analizzare le situazioni solo nel proprio interesse.

[Monsignor Guzzetti: "per la padrona di casa la serva mangia sempre troppo e la figlia mangia sempre

troppo poco". Questo testimonia che non è facile non vedere le cose nel proprio interesse].

"La sua origine e il suo scopo si trovano nella giustizia, e questo ha natura etica. Lo Stato si trova davanti

all'interrogativo: come realizzare la giustizia qui e ora?. Ma questa domanda presuppone un'altra domanda:

che cos'è la giustizia?"

Siccome la politica ha a che fare con la giustizia ci si chiede cosa sia la giustizia e come si fa ad individuarla.

In un giudizio si deve riuscire a prescindere da sé per essere giusti. Il discorso della giustizia è complicato e

molti problemi si risolvono solo se c'è una coscienza ben formata. Molti problemi nascono perché ciascuno

vede il proprio interesse e questo interesse diventa un diritto. La fede ha l'ambizione di aiutare la ragione a

purificarsi, ad essere il più obiettiva possibile.

"La fede è una forza purificatrice per la ragione", la fede non sostituisce la ragione nel far politica, la educa.

"Partendo dalla prospettiva di Dio la libera dai suoi accecamenti e le permette di essere maggiormente se

stessa"; quindi la fede è un aiuto non un sostituto. "È qui che si colloca la dottrina sociale cattolica", la

dottrina sociale non vuole conferire alla chiesa un potere sullo Stato, neppure vuole imporre a coloro che

non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa. Vuole

semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e far si che ciò che è giusto possa essere

riconosciuto e poi relativizzato. Una ragione non è educata vede poco ed è anche debole nell'attuare.

La dottrina sociale della chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale, cioè a partire da ciò

che è conforme alla natura di ogni essere umano. L'esperienza cristiana costituisce un orizzonte, ma poi

quando si argomenta lo si fa utilizzando gli argomenti della ragione.

"Sa che non è compito della chiesa far essa stessa valer politicamente questa dottrina, questo significa che

la costruzione di un giusto ordinamento statale in cui a ognuno viene dato ciò che gli spetta, è un compito

fondamentale che ogni generazione deve nuovamente apportare". Sono problemi che non sono risolti per

sempre e cambiano anche in base ai cambiamenti del mondo ed in base al contesto. "Trattandosi di un

compito politico, questo non può essere incarico immediato della chiesa", questa dottrina viene enunciata a

tutti. I fedeli dovrebbero esserne vincolati, per gli altri vale solo la bontà dell'argomento. Chi è d'accordo la

userà come base di un programma politico, ma questo va oltre il compito della dottrina della chiesa.

"La chiesa non può e non deve mettersi al posto dello stato", questa sembra un'affermazione ovvia ma in

altre culture no. Una legge religiosa viene fatta coincidere con la legge dello Stato, ma in Italia no.

La dottrina sociale è un'idea, una proposta di una buona società con buone istituzioni economiche e

politiche. Chi vuole fa sua questa proposta ed elabora dei programmi. Si possono unire delle persone con

origini culturali diverse e fedi diverse, ma che convengono con questa idea di società.

I cattolici, in quanto cittadini, si danno da fare nell'ambito della politica. Però non lo fanno in nome della

chiesa, lo fanno da cittadini. Se invece i cattolici fanno i genitori, allora educano i loro figli in nome della

chiesa, così concorrono alla costruzione della chiesa. Quando fanno politica lo fanno in nome della società e

così costruiscono la società. 3 di 61

Dalla stessa idea di società possono discendere diversi programmi politici. Non è detto che dalla stessa idea

di società venga lo stesso programma.

[Nel compendio ci si può riconoscere, poi si tratta di stabilire che tipo di politica fare. Qui interviene il

principio che interagisce con l'esperienza. Allora possono risultare dei programmi diversi. In tema di pace la

dottrina sociale della chiesa non presuppone la bellicosità. Però fin dove si deve contenere l'ingiustizia? Sul

come farlo è inevitabile un pluralismo].

Serve la mediazione dell'operatore politico che ha l'esperienza per realizzare un programma, quindi è

inevitabile l'esistenza di concezioni diverse.

Il rapporto chiesa-politica nella dottrina sociale è mediato, vengono date delle idee.

L'impegno dei cittadini diventa immediato.

CHE IDEA HA IL VANGELO DELLA RICCHEZZA?

La ricchezza è un bene o un male? L'obiettivo dell'economia è l'efficienza e il profitto, punta ad incrementare

la ricchezza.

Il Papa dice "voglio una chiesa povera per il povero", è un'espressione che deve essere ben spiegata.

Innanzitutto ha detto una chiesa.

Storicamente è stata una questione complessa, basti pensare a quante eresie sono nate per questa

domanda: questione del pauperismo.

I francescani e i mendicanti predicano la povertà.

[Se si dovessero confrontare San Benedetto e San Francesco come ideale San Francesco è più grande. Si

parla da ideale non da raggiungere ma come spirito, il Francescanesimo non è in grado di formare una

società, San Benedetto invece si perché il suo motto era "ora et labora". Il lavoro era considerato

fondamentale].

Si analizzano dei passi del vangelo, ciò che viene denunciato non è la ricchezza in sé ma il suo utilizzo e

quello che crea nell'uomo.

• Luca, capitolo 12, versi 13-21: "una della folla gli disse: maestro di a mio fratello che divida con me l'eredità. Ma

egli rispose: o uomo chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? e disse loro: fate attenzione e tenetevi

lontani da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sa vita non dipende da ciò che egli possiede. Poi

disse loro una parabola: la campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante, egli ragionava tra sé: che

farò perché non ho dove mette i miei raccolti. Farò così disse: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi.

Poi dirò a me stesso: anima mia hai a disposizione molti beni per molti anni, risposati, mangia e bevi. Ma Dio gli disse:

stolto, questa notte stessa ti verrà richiesta la tua vita, a chi lascerai i tuoi beni?"

Fino a metà la parabola non recrimina nulla al signore che ha avuto un raccolto fortunato e ragiona secondo

i criteri dell'economia. È giusto che costruisca dei magazzini più grandi per preservare il raccolto. Lo sbaglio

comincia dopo, quando pensa che grazie a questa ricchezza materiale non ha più bisogno di niente. Lo

sbaglio comincia quando pensa che grazie alla ricchezza egli abbia una garanzia, una sicurezza.

Questo uomo si comporta secondo la razionalità economica, non è un errore. L'errore comincia dopo, non si

tratta più di un discorso economico ma di un discorso spirituale. La ricchezza non è per nulla censurata,

viene considerato un bene pericoloso. Questo vale per molti altri beni, come la bellezza, la forza e

l'intelligenza. Non deve derivare un atteggiamento di presunzione e di cupidigia dalla ricchezza.

• Luca, 16, 9-13: "nessun servitore può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro oppure si affezionerà

all'uno e disprezzerà l'altro".

I due padroni sono Dio e la ricchezza. In questa concezione si escludono. Gli esegeti spiegano in che senso

si escludono Dio e la ricchezza. Se uno è schiavo di un padrone non potrà essere schiavo dell'altro,

nell'antichità la schiavitù creava un rapporto esclusivo. Quindi Dio e la ricchezza si escludono se si assume

un rapporto di schiavitù nei confronti della ricchezza. La ricchezza diventa la padrona dell'uomo. Lo sbaglio è

di mettere sullo stesso piano Dio e la ricchezza, se li si tengono su piani diversi il problema non sussiste. La

ricchezza è un bene da maneggiare con cura.

• Matteo: Parabola del seminatore: "voi dunque ascoltate che cosa significhi la parabola del seminatore: tutte le

volte che uno ode la parola del Regno e non la comprende viene l'uccello e porta via quello che è stato seminato nel

cuore di lui. Questo è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada. Quello che ha ricevuto il seme in luoghi rocciosi è

colui che ha ricevuto la parola e subito si infiamma, però non ha le radici e quindi viene subito sviato. Quello che ha

ricevuto il seme in mezzo alle spine è colui che ode la parola, poi gli impegni mondani e l'inganno delle ricchezze

soffocano la parola che rimane infruttuosa. Ma quello che ha ricevuto il seme in terra buona è quello che ode e la

comprende".

Si è sempre nell'orizzonte non di incompatibilità ma di difficile convivenza. Ciò che conta nella parabola non

è il seminatore ma i diversi terreni. La differenza del raccolto non è nel seminatore, ma nella diversa fertilità

dei terreni. La parola ascoltata, magari anche apprezzata, viene imprigionata dagli impegni mondani e dagli

inganni della ricchezza.

La tesi comune è che non c'è incompatibilità.

Ora si analizzano due testi degli Atti degli apostoli. 4 di 61

• Atti degli Apostoli, capitolo 2, versi 42-47: "erano perseveranti negli insegnamenti degli apostoli, nello

spezzare il pane. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opere degli apostoli. Tutti i credenti

stavano insieme e avevano ogni cosa in comune. Vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti

secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e spezzando il pane nelle case

prendevano il cibo con letizia e semplicità di cuore lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo".

Questo è normativo anche per chi viene dopo. Negli ordini religiosi c'è il voto di povertà.

• Atti degli Apostoli, capitolo 4, versi 32 al capitolo 5 verso 11: "la moltitudine di coloro che erano divenuti

credenti avevano un cuor solo e un'anima sola,e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva e tutto

era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della resurrezione di Gesù. Nessuno tra loro era

bisognoso, perché chi aveva campi o case li vendeva e portava il ricavato ai piedi degli apostoli. Poi veniva diviso tra

ciascuno secondo bisogno. Così Giuseppe, soprannominato tra gli apostoli Barnaba, padrone di un campo lo vendette

e ne consegnò il ricavato ai piedi degli apostoli. Un uomo di nome Analia vendette un terreno, e tenuta per se

d'accordo con la moglie una parte del ricavato consegnò l'altra parte ai piedi degli apostoli. Ma Pietro disse: Analia,

perché satana ti ha riempito il cuore cosicché hai mentito allo spirito santo e hai trattenuto una parte del ricavato del

campo? Prima di venderlo non era forse tua proprietà, e l'importo della vendita non era forse a tua disposizione?

Perché hai pensato in cuor tuo a questa azione? Non hai mentito agli uomini ma a Dio. All'udire queste parole Analia

cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. Si alzarono allora i più giovani, e avvolto

in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono".

Si vuole verificare se l'eventuale messa in comune dei beni fosse un obbligo, e come avveniva. La comunità

non era obbligata, ma nessuno era indulgente. Questo secondo episodio non smentisce il primo, ma lo

chiarisce. Non c'era un obbligo. Anche perché non si dice che chi si convertiva al cristianesimo perdeva il

diritto alla proprietà privata. Non c'è la negazione del diritto di proprietà (nel comunismo invece si), c'è un

atteggiamento di comunione. La messa in comune, la partecipazione è volontaria. La disparità di condizione

non era sopportata.

RAPPORTO TRA RELIGIONE E POLITICA

Per analizzare questa questione si attinge al Vangelo.

Matteo 22, 15-22: "Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi

• discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e

insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque,

di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose:

«Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.

Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro:

«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio". A queste parole rimasero meravigliati,

lo lasciarono e se ne andarono".

Il passo, al di là di quello che Gesù dice è diventato rilevante per il discorso effettuato dopo: il rapporto

chiesa-stato è segnato da questo passo. Si analizza la risonanza che ha avuto dopo. Masaccio è il pittore

che più ha ripreso questo passo. La questione è se è lecito pagare il tributo a Cesare. Questa è una

domanda insidiosa, perché Cesare per alcuni dei concittadini di Gesù era un occupante. Cesare era ritenuto

illegittimo da alcuni, quindi la domanda non è se pagare il tributo ad un governo lecito, ma ad un governo

ritenuto illecito. Con la seconda parte dell'ultima affermazione impedisce l'accusa prevedibile, se avesse

detto di non pagare l'avrebbero denunciato, se avesse detto di pagare l'avrebbero accusato di disconoscere

la sua tradizione. C'è un ambito in cui non si può usare la religione contro la politica e l'economia. L'aggiunta

però è rilevante, perché nella prima metà della frase si riconosce l'ambito di Cesare, poi però si dice che

Cesare non è tutto; infatti si deve rendere a Dio ciò che gli spetta. La "e" è avversativa, non coordinativa,

significa "ma", questo aumenta la rilevanza. Significa che c'è un ambito dove il potere di Cesare è finito.

Mentre Gesù riconosce l'autorità politica, la circoscrive, la delimita. Da questo testo viene esclusa una

concezione assolutista del potere, la politica viene limitata.

Giovanni: 18, 28- 19,11: "Pilato dunque uscì verso di loro e disse: Quale accusa portate contro quest'uomo?.Essi

• risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te l'avremmo dato nelle mani. Allora Pilato disse loro:

Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge. Ma i Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno. E ciò

affinché si adempisse quello che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire. Pilato dunque rientrò nel

pretorio chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il re dei Giudei?. Gesù gli rispose: Dici questo da te stesso, oppure altri te lo

hanno detto di me?. Pilato gli rispose: Sono io forse Giudeo? La tua nazione e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato

nelle mie mani; che hai fatto? Gesù rispose: Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo

mondo, i miei servi combatterebbero affinché io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.

Allora Pilato gli disse: Dunque sei tu re?. Gesù rispose: Tu dici giustamente che io sono re; per questo io sono nato e

per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità; chiunque è per la verità ascolta la mia voce.

Pilato gli chiese: Che cosa è verità?. E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: Io non trovo alcuna

colpa in lui. Ma vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno nella Pasqua; volete dunque che vi liberi il re dei Giudei?. Allora

tutti di nuovo gridarono, dicendo: Non costui, ma Barabba. Or Barabba era un brigante". ......... "Pilato perciò gli disse:

Non mi parli? Non sai che io ho il potere di crocifiggerti e il potere di liberarti?. Gesù rispose: Tu non avresti alcun

potere su di me se non ti fosse dato dall'alto; perciò chi mi ha consegnato nelle tue mani ha maggior colpa".

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Gesù dice che il suo regno non è da questo mondo, quindi non si mette in competizione con Pilato,

riconosce la sua autorità terrena. Gesù non contesta l'autorità politica ma ricorda a Pilato che la sua autorità

gli è stata data dall'alto.

Gesù viene condannato dai romani ma il processo non lo fa Pilato, viene condannato per ragioni religiose. Il

Vangelo è rivoluzionario ma Gesù non è un rivoluzionario in senso politico. Non ha una missione politica.

Questo è lo stesso messaggio che si è trovato commentando l'enciclica di Benedetto XVI.

Atti degli Apostoli 4, 13-22: "Vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e rendendosi conto che erano persone

• semplici e senza istruzione, rimanevano stupiti e li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù. Vedendo poi

in piedi, vicino a loro, l’uomo che era stato guarito, non sapevano che cosa replicare. Li fecero uscire dal sinedrio e si

misero a consultarsi fra loro dicendo: «Che cosa dobbiamo fare a questi uomini? Un segno evidente è avvenuto per

opera loro; esso è diventato talmente noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme che non possiamo negarlo. Ma perché

non si divulghi maggiormente tra il popolo, proibiamo loro con minacce di parlare ancora ad alcuno in quel nome». Li

richiamarono e ordinarono loro di non parlare in alcun modo né di insegnare nel nome di Gesù. Ma Pietro e Giovanni

replicarono: «Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere

quello che abbiamo visto e ascoltato». Quelli allora, dopo averli ulteriormente minacciati, non trovando in che modo

poterli punire, li lasciarono andare a causa del popolo, perché tutti glorificavano Dio per l’accaduto. L’uomo infatti nel

quale era avvenuto questo miracolo della guarigione aveva più di quarant’anni".

Atti degli Apostoli 5, 26-32: "Allora il comandante uscì con gli inservienti e li condusse via, ma senza violenza, per

• timore di essere lapidati dal popolo. Li condussero e li presentarono nel sinedrio; il sommo sacerdote li interrogò

dicendo: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito

Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo». Rispose allora Pietro

insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che

voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a

Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a

quelli che gli obbediscono".

Da questi due testi emerge che l'autorità non può comandare tutto. Questo spiega perché spesso i regimi

politici guardano ai Cristiani con sospetto, anche se non fanno azione politica. Li guardano con sospetto

perché sono sempre cittadini di due mondi: la civitas umana e la civitas dei.

Romani 13, 1-7: "Ogni persona stia sottomessa alle autorità superiori; perché non vi è autorità se non da Dio; e le

• autorità che esistono sono stabilite da Dio. Perciò chi resiste all'autorità si oppone all'ordine di Dio; quelli che vi si

oppongono si attireranno addosso una condanna; infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le

cattive. Tu, non vuoi temere l'autorità? Fa' il bene e avrai la sua approvazione, perché il magistrato è un ministro di Dio

per il tuo bene; ma se fai il male, temi, perché egli non porta la spada invano; infatti è un ministro di Dio per infliggere

una giusta punizione a chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma

anche per motivo di coscienza. È anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono

costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio. Rendete a ciascuno quel che gli è dovuto: l'imposta a chi

è dovuta l'imposta, la tassa a chi la tassa; il timore a chi il timore; l'onore a chi l'onore".

Questo è un testo favorevole all'autorità politica. San Paolo scrive la lettera ai cristiani di Roma, quindi al

centro del potere. Alcuni si chiedevano perché dover obbedire ad un'autorità pagana, invocando lo status

cristiano come un argomento sufficiente per non obbedire. Ci può essere anche l'autorità ingiusta, ma

questo è un discorso più generale: un'autorità, qualunque essa sia, se fa il suo dovere deve essere

rispettata. Chiunque si oppone all'autorità si oppone all'ordine stabilito da Dio. San Paolo non sostiene

posizioni anarchiche. Il cristianesimo non ha la coscienza di essere una forza di rivoluzione politica.

L'autorità viene definita al servizio di Dio, nel suo agire serve Dio. Amministrare la giustizia è un compito

della comunità ed è un principio minimale della convivenza. Stare sottomessi non è solo conveniente (per

evitare la punizione) ma anche perché è giusto (per ragioni di coscienza). In questa affermazione San Paolo

si ispira alla cultura stoica del momento per cui ciò che è nell'ordine della natura è nell'ordine di Dio. Se

l'autorità dovesse prevaricare, allora si resiste. Ma se fa il suo dovere l'autorità è un principio di ordine e in

questo è al servizio del progetto di Dio che desidera che gli uomini vivano in pace. Il senso del testo è che

non c'è la minima riserva nei confronti dell'autorità di cui si riconosce una funzione provvidenziale. Essa

entra con la sua funzione nel progetto di Dio. Non c'è autorità se non da Dio.

Apocalisse 13: "Le fu anche concesso di animare la statua della bestia sicché quella statua perfino parlasse e

• potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia. Faceva sì che tutti, piccoli e grandi,

ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse

comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza.

.

Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei"

Questo testo è contro l'autorità politica. C'è il riferimento ad un tipo di società dove si deve adorare qualcuno,

una società dove non c'è libertà perché per poter far qualsiasi cosa si deve portare impresso un marchio. Si

tratta di una specie di contrapposizione al battesimo, anche il battesimo è una forma di marchio. La bestia è

l'impero romano. Il testo di San Paolo proclama buoni rapporti con l'impero romano, ora invece si ha un testo

critico perché è cambiato l'atteggiamento da parte dell'impero. Ora si attua la resistenza, fino ad arrivare al

martirio. Quando l'autorità chiede qualcosa che è fuori dal suo ambito, allora si deve reagire.

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Questi ultimi sono due passi che hanno un insegnamento divergente. Il testo dei Romani può essere

qualificato come un testo di lealtà, quello dell'apocalisse è un testo critico, anche di opposizione verso

l'autorità politica.

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ATTUALITÀ: Intervista sull'avvenire di Marco Vitale (martedì 3--03-2015)

L'intervista verte sul tema della riforma proposta dal governo delle banche popolari. Le banche popolari sono

diverse da quelle che, per statuto, sono s.p.a.

Marco Vitale, economista d’impresa di lungo corso oggi presidente del Fondo italiano di investimento, non

sembra troppo ottimista sulla possibilità che il decreto di 'riforma' delle banche popolari possa essere corretto

nel corso del dibattito parlamentare. «L’attacco alle Popolari, perché di questo si tratta è, se lo collochiamo

nella logica prospettiva,un attacco al concetto ed alla grande tradizione europea del credito cooperativo –

spiega –. La povertà, contraddittorietà, erroneità, e falsità della maggior parte degli argomenti addotti per

giustificare questo 'insensato' o 'troppo sensato' (dipende dagli obiettivo di chi lo propone) provvedimento,

non ha bisogno di ulteriori illustrazioni dopo il limpido e fondato appello di Becchetti».

Non possiamo sperare in una correzione di rotta in corso?

Non siamo di fronte ad un provvedimento tecnico da aggiustare in qualche modo, ma ad una scelta politica

di fondo sul rapporto tra economia e democrazia. Chi ha ispirato questo provvedimento a un presidente del

consiglio che, sperabilmente, non è molto consapevole e si limita a dare ascolto ai suoi amici, appartiene a

quei talebani del mercato succubi di una filosofia che è quella che ci ha portato diritti alla crisi del 2008.

Questa filosofia si basa su alcuni pilastri: mercato innanzi tutto, ovunque, senza regole, senza limiti, senza

confiteor; solo le grandi dimensioni contano soprattutto nelle banche e il fatto che le banche mondiali fallite e

salvate nel 2008 e 2009, con i soldi dei contribuenti, fossero tra le più grandi del mondo, è un semplice

incidente della storia; il capitale deve avere un potere forte e incontrastato su tutto e su tutti, sul lavoro, sulla

competenza, sui governi. E chi non è d’accordo 'peste lo colga'.

Quindi la trasformazione delle Popolari in Spa si inserisce in un progetto molto più vasto...

È appena uscito un libro molto interessante, di Louis D. Brandeis,

I soldi degli altri e come i banchieri li usano. Racchiude gli articoli di battaglia di Brandeis, grande giurista ed

economista americano della prima metà del ’900, contro la concentrazione del potere finanziario, contro la

confusione tra banchieri d’affari e di deposito, contro l’ingiustizia economica, contro il predominio del potere

finanziario sui governi e sul parlamento. Come spiega Lapo Berti nell’introduzione, «Brandeis indica

fondamentalmente due rimedi per porre un limite allo strapotere dei banchieri, uno negativo e uno positivo,

che stupiscono ancor oggi per la novità e l’arditezza. Il rimedio negativo consiste nell’impedire, tramite un

sistema di concorrenza regolata, la formazione di aggregazioni economiche dotate di un potere incontrollato

e per di più inefficiente. Il rimedio positivo consiste nel promuovere la cooperazione come forma principale di

strutturazione del settore bancario».

Sembrano i dilemmi davanti ai quali ci troviamo di nuovo oggi.

Siamo ritornati in mano a questo potere finanziario incontrollato che non accetta limiti né contrasti, né

competizione, nelle mani di coloro che hanno dato del marxista e dell’incompetente a papa Francesco per

aver detto le grandi verità economiche che ha gridato nella splendida

Evangelii Gaudium che è insieme documento teologico, di saggezza economica e di democrazia economica.

I nostri proponenti l’attacco al Credito Cooperativo sono semplici portavoce di questi centri di potere

finanziario ai quali sono asserviti.

Intende che è anche una questione tra cattolici e non cattolici?

La questione è tra sostenitori della democrazia economica e sostenitori della finanziarizzazione

dell’economia, della società, del pensiero. Ma è un dato di fatto che con lo squagliamento di quella che una

volta si chiamava sinistra, l’intontimento dei sindacati, la quasi estinzione del grande pensiero liberale (alla

Einaudi, Sturzo, Roepke), l’unica voce forte che resiste a questa orrenda e pericolosissima valanga della

finanziarizzazione e della concentrazione del potere economico è la voce cattolica, forte di un pensiero

solido come quello della Dottrina Sociale della Chiesa, che si è sempre battuta contro la concentrazione del

potere economico, e di profeti come papa Francesco.

Il suo punto di vista è interessante perché è conforme alla Dottrina sociale della chiesa.

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PARTE STORICA

L'IMPERO ROMANO, LE PERSECUZIONI E IL CRISTIANESIMO

Nella successione dei tempi, mentre il tema politico ha una sua omogeneità, il tema economico è molto più

condizionato dalle situazioni. La politica ha dei paradigmi permanenti, ha degli elementi costanti: c'è sempre

qualcuno che comanda e chi invece è sottomesso.

Nel rapporto con l'autorità politica romana il cristianesimo in che rapporti si è trovato? I cristiani sono stati

perseguitati e quindi erano dei rivoluzionari. Questo non è vero, le persecuzioni spesso erano persecuzioni

locali e spesso nascevano da ragioni anche commerciali.

[c'era chi scolpiva le statue della Dea Artemide, se molti si convertono, allora perdono lavoro. Quindi

denunciano i cristiani].

Per molto tempo c'è stato questo schema, se non erano denunciati vivevano in pace, se invece erano

denunciati allora dovevano essere sottoposti alla punizione.

Nel mondo romano erano accettate solo le religioni riconosciute. Le religioni riconosciute erano chiamate

religio licita, quelle non riconosciute si chiamavano superstitio illicita. La posizione dei cristiani era

giuridicamente debole, se si veniva scoperti non ci si poteva difendere.

La prima grande persecuzione è quella del 180 con Marco Aurelio, questo perché c'era stato un

movimento eretico, i Montanisti, che sostenevano che non si poteva fare il servizio militare. Si rifiutavano di

combattere perché erano già soldati di cristo. Questa posizione inquieta l'autorità. Marco Aurelio reagisce

contro i cristiani, poi però gli spiegano che si tratta di una setta.

Seconda grande persecuzione è a metà del III secolo, nel 250. La questione è che man mano che il tempo

passa la figura dell'imperatore si divinizza sempre di più. Ad un certo momento si richiede l'atto dell'incenso

all'imperatore. Un cristiano deve decidere se fare questo atto o rifiutarsi. Molti si rifiutavano, invece la

chiesa si pone il problema di come perdonare chi lo aveva fatto. C'era anche chi comprava il certificato.

L'ultima persecuzione è quella poco prima dell'editto di Costantino, la persecuzione di Diocleziano. Sembra

che i cristiani questa volta sono cercati proprio perché cristiani. L'impero romano, all'inizio del IV secolo, è

in una grave crisi e comincia il declino. L'imperatore ragiona secondo la mentalità antica e quindi pensa

che gli dei di Roma abbiano abbandonato Roma perché i romani hanno abbandonato gli dei. Tra quelli che

hanno abbandonato gli dei ci sono i cristiani. I cristiani sono sempre più numerosi e diffusi in varie classi

sociali, sono presenti anche a corte. Quindi Diocleziano pensa che affinché Roma possa ritornare forte

debba tornare alle tradizioni. Tra le tradizioni c'è il mos maiorum, i costumi degli antenati. Quindi i cristiani

vengono perseguitati per una ragione politica, ma non perché loro si sono opposti per una ragione politica.

Torna l'idea pagana che uno stato ha gli suoi dei. L'atto compiuto da Diocleziano è un atto di politica, i

cristiani sono combattuti per una ragione politica ma non perché sono avversari politici, ma perché

coltivando la loro fede disgustavano gli dei romani. Un elemento della cultura politica romana è quella di

essere una società monista dove la religione si intreccia con la politica. Questo esempio di Diocleziano è

chiarissimo: la religione è un aspetto della politica, tanto è vero che c'è la dimensione religiosa della

politica. L'imperatore a Roma era definito, ad un certo momento storico, Pontefice Massimo. L'imperatore

ora era anche la suprema carica religiosa, si nota una concentrazione del potere politico e religioso.

Nel IV secolo, secolo di Costantino, Teodosio e Ambrogio, la corte dell'impero romano di occidente è a

Milano. Costantino fa il famoso Editto in cui, il problema irrisolto per cui chi non aderiva alla religione pagana

era perseguitato, viene risolto. Costantino fa la scelta della nuova religione. L'editto del 313 dice che tutte le

religioni sono ammesse e possono essere liberamente scelte e praticate nell'impero. Prima era il

paganesimo la religione, le altre erano tollerate. Con Costantino si ha la libertà.

Con Teodosio, nel 381, la religione ufficiale dell'impero diverrà il cristianesimo. L'impero romano ridiventa

confessionale. Gli imperatori cristiani perseguiteranno certi vescovi. L'imperatore ancorché cristiano,

continuerà ad avere in mente lo schema dell'imperatore pagano, cioè pensa di essere l'ultimo responsabile

anche delle questioni religiose. È vero che l'imperatore diventa cristiano ma la maniera di concepire

l'ampiezza dell'autorità politica resta quella ereditata dal paganesimo. Questo darà come risultato il

cesaropapismo.

Sintesi: l'autorità politica romana non ha visto nella chiesa e nei cristiani una realtà di opposizione (escluso

Marco Aurelio). Le grandi persecuzioni erano locali ed erano dei pretesti per via della debolezza giuridica in

cui si trovavano i cristiani (erano fuorilegge, ma se nessuno li denunciava nessuno li cercava). Vi sono poche

state persecuzioni generali, che partono dal centro dell'impero. Se sono persecuzioni locali non sono di

ragione politica.

RAPPORTO CHIESA-STATO IN ORIENTE E IN OCCIDENTE

Il rapporto chiesa-stato seguirà due vie:

nell'oriente cristiano si andrà verso la figura del cesaropapismo. Significa che Cesare è anche Papa. In

oriente succede che l'imperatore cristiano tende a prevaricare e a diventare anche il capo della chiesa. Ci

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sono due ragioni, una ragione storica e una ragione di istituzione culturale. L'imperatore d'oriente si

considera in assoluta continuità con l'imperatore romano. L'imperatore romano era arrivato ad essere

pontifex massimum. L'imperatore bizantino, che prosegue ininterrotta questa successione, si considera

tale, e pur essendo dentro la chiesa la sua cosienza di imperatore fa si che lui la chiesa la voglia

governare. Questo perché, secondo lui, prima che la chiesa esistesse esisteva già la carica di imperatore.

Per questo nasceranno gli scontri con il Papa.

in occidente si andrà verso la figura del plenitudo potestatis del Papa. In occidente si ha un elemento

legato ad un'istituzione, ovvero il papato, e un dato storico rilevante: caduta dell'impero romano. Nasce un

mondo nuovo costituito per lo più da giovani popoli barbari i quali non hanno più a che fare con un'altra

autorità politica, ma l'istituzione in cui entrano è la chiesa. In occidente l'istituzione più grande che

raccoglie tutti diventa la chiesa.

Sono due esiti diversi, ma due esiti che confondono il piano. Non sono distinti come diceva il testo del

Vangelo e San Paolo in Romani 13 (l'autorità viene da Dio).

1. ORIENTE - cesaropapismo

A Bisanzio, per lungo tempo non ci fu una monarchia ereditaria. Il passaggio automatico del potere da padre

in figlio non è esistito per lungo tempo. Le funzioni principali dell'imperatore erano.

- rappresentativa: egli impersonava l'impero Bizantino, simbolizzava, incarnava in forma materiale e

sensibile la sua implicita potenza. Era un divinità terrestre, imitare Dio era il suo primo dovere. Tutto il

rituale di corte era destinato a ricordare il legame tra l'imperatore e Dio. L'imperatore era trattato come

un'entità cosmica e veniva chiamato spesso con l'epiteto Sole. Nel corso delle cerimonie l'imperatore

prendeva posto in posizione elevata rispetto agli altri. Sedeva su un trono a due posti, un posto era

riservato a Dio. Il palazzo dell'imperatore era Sacro, la porpora era un suo simbolo, solo lui poteva

utilizzarla.

- giustiziare: gli imperatori Bizantini fecero largo utilizzo di questa funzione, potevano anche sequestrare i

beni. Nei confronti del singolo suddito i poteri dell'imperatore erano illimitati, indipendentemente dalla

condizione sociale del suddito. Questo potere non venne mai messo in discussione a Bisanzio.

- amministrativa e legislativa: è la funzione più importante. L'imperatore non era solo il giudice,

l'amministratore e il legislatore supremo: era anche l'incarnazione del giudizio. Secondo il diritto romano

Bizantino tutto quello che voleva l'imperatore aveva il valore di legge. L'essenza della legge è la volontà

del sovrano. L'imperatore era al di sopra della legge, lui non deve osservare le leggi, è raro.

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Lettera di Gelasio I ad Anastasio I

L'imperatore Anastasio nel 494 si era permesso di interferire in certe questioni religiose. Il Papa Gelasio I gli

scrive una lettera dove traccia i confini. C'è un conflitto tra i poteri. Si tratta di una lettera equilibrata in cui il

Papa traccia i confini tra il potere politico e quello religioso. Chiamano l'imperatore figlio gli ricorda di essere

figlio del padre e membro della chiesa.

Nel mondo ortodosso è stata elaborata una teoria chiamata sinfonia: il papa e l'autorità cantano insieme.

Sono sempre state concepite chiese insieme all'autorità politica, mai in conflitto.

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Differenza tra occidente e oriente

I motivi più importanti della differenza tra occidente e oriente:

- funzione dell'eredità antica. Per Bisanzio era una componente ovvia della propria storia. Per l'occidente

era una sfida vinta dopo le eccezioni selettive. La chiesa in occidente crea un'unione tra vecchio e nuovo

- posizione dell'imperatore. In oriente egli incarnava sempre l'unità dell'impero; ancora prima del

cristianesimo. In occidente l'impero era tramontato, cosicché la chiesa latina svolse tutte le funzioni da

sola per un certo periodo.

- teologia imperiale. Attraverso l'appoggio del monismo unificato in oriente, che teoricamente escludeva in

un mondo cristiano ogni profondo dualismo, la chiesa cristiana rimane subalterna. In oriente un cristiano

che criticasse l'autorità politica aveva la coscienza di essere un cattivo cristiano. Uno spirito critico era

impensabile. Mentre la chiesa occidentale contrappose all'idea di imperatore un'ecclesiologia papale che

comprendeva anche l'impero.

- struttura della chiesa. La chiesa orientale ha sempre posseduto un carattere sinodale, cioè non è mai

emersa una figura centrale, e non ha potuto mai dare vita ad una struttura centralissima paragonabile alla

chiesa papale occidentale. In occidente, invece, emerge una figura molto forte e centrale, ovvero il

papato.

- minaccia esterna. Mentre l'occidente, risparmiato fin dal X secolo, da minacce esterne alla propria

esistenza. Bisanzio, invece, venne colpita continuamente da movimenti migratori e doveva continuare ad

autodifendersi. 9 di 61

Ecclesiasticamente l'oriente ha una chiesa debole, politicamente si ha un impero che doveva cercare di

essere forte per cercare di respingere le continue minacce.

2. OCCIDENTE - Plenitudo potestatis

La formulazione più esagerata di questa teoria avviene all'inizio del 300 sotto il pontefice Bonifacio VIII

(Bollam Unam Sanctam 1302). Nel momento in cui questa teoria arriverà nella sua formulazione più

esagerata non sarà più in sincronia con i fatti, questo perché mentre il papa crea una formulazione rigorosa il

suo potere sarà molto incerto.

Prima invece non fu così, quindi ci si deve domandare come avvenne in occidente lo sviluppo di questa

teoria. Il punto di partenza è equilibrato.

Nel testo di Gelasio si ha la definizione di due poteri che discendono entrambi da Dio ma che hanno ambiti

diversi e tra loro indipendenti. Nessuno deve uscire fuori dal proprio ambito, il mondo funziona bene se

questi due poteri vengono rispettati. Questa è la posizione giusta.

Nel cesaropapismo è successo che: c'è Dio che da tutto il suo potere a Cristo e poi da Cristo

• all'imperatore. Quindi l'imperatore ha tutto il potere. L'imperatore esercita da se stesso quello politico e

quello religioso lo delega, fino a che vuole lui, all'autorità religiosa. Però il potere appartiene all'imperatore,

non viene più direttamente da Dio.

Nella plenitudo potestatis, nella formulazione estrema si ha che: Dio ha tutto il potere, questo passa tutto

• al Papa. Il Papa delega all'autorità politica l'esercizio del potere politico nei limiti che lui stabilisce.

In Occidente si ha la ieocrazia, ovvero il potere dei sacerdoti.

Il rapporto di totale subordinazione dell'autorità politica all'autorità religiosa può essere espresso con

un'immagine: la mano e il martello. Il martello non ha un'autonomia, ma è un ottimo strumento. Però il

martello non può muoversi da solo, è mosso e diretto dalla mano. La mano è l'autorità religiosa.

Il Cesaropapismo si è imposto subito in oriente perché c'era una continuità, invece la plenitudo potestatis si

costituisce seguendo un lungo processo.

Sviluppo della plenitudo potestatis

Il punto di partenza è che le autorità politiche, a capo delle popolazioni barbare che entrano nei territori che

erano stati l'Impero Romano, vengono legittimati dal Battesimo. Il grembo della chiesa diviene il luogo in cui

tutti si trovano. L'unica comunità che c'è è quella della chiesa. Il linguaggio di questo periodo, degli scritti, è

una spia significativa: scompaiono i termini "res pubblicam" e "cives". In compenso emergono altri due

termini: "ecclesia" e "plebs fidelium". Questo perché ormai era venuta meno l'istituzione politica e la chiesa

era l'unica comunità reale esistente. Ormai non si parla più, quindi, di comunità politica ma chi chiesa. Le

persone non si definiscono più cittadini, ma popolo dei fedeli. Questo non avviene per un'imposizione ma per

l'andamento del corso degli eventi.

L'autorità politica, il potere politico, veniva concepita come "ministerium regi". Il re svolgeva dentro la chiesa

un suo servizio per il buon funzionamento dell'unica comunità esistente, ovvero la chiesa. Esisteva il

ministero del re, una sorta di ufficio tutto sommato ecclesiastico.

Tenuto presente questo contesto, i passi che portano alla visione estrema sono:

- Gregorio VII scriverà un famoso documento intitolato Dictatus Papae in cui comincia ad intervenire su

questa tematica. Il Papa a questo punto della storia, non dice di essere lui a distribuire il potere, ma

rationem peccati, può deporre l'imperatore. C'è una certa sorveglianza del papa sul potere politico, ma

non viene ancora detto che è il papa che dà il potere politico. Il potere è diviso o indiviso? Per ora è

ancora diviso, solo in situazioni eccezionali non lo è. Se l'imperatore dovesse nuocere con il suo

comportamento alla comunità allora il Papa può intervenire.

- Innocenzo III (papa dal 1998 al 1216 --> 100 anni dopo). Si è ancora nella giurisdizione divisa, ma si fa un

progresso. La potestà del Papa nelle cose temporali è indiretta, non diretta.

- Bonifacio VIII. La potestas del Papa nelle cose temporali è diretta e la giurisdizione è indivisa.

Questo è il cammino che porta alla plenitudo potestatis.

TOMMASO D'AQUINO

In occidente sono scomparsi alcuni termini, la scomparsa è significativa perché significa che di certe

istituzioni si è persa la memoria. Nella seconda metà del 1200, mentre i canonisti elaborano e portano

all'esasperazione la dottrina della potestà del papa, c'è un teologo che invece affronta il problema politico in

un'altra prospettiva. Egli recupererà il vocabolario perduto.

Tommaso d'Aquino beneficerà della riscoperta in occidente di Aristotele. Con Aristotele riscopre la Polis,

ovvero la Civitas. Riscopre anche la figura dei civis, che non è più assorbita in quella della plebs fidelis.

Almeno nel pensiero di Tommaso riappare l'autonomia della sfera politica. La singola persona torna a far

parte di due comunità: la chiesa e la repubblica.

L'uomo, secondo Aristotele, è un animale politico. La politica è la realtà originaria.

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Ci si chiede qual è il rapporto tra il singolo individuo e la polis. Il singolo è un fine a se stesso, ha

un'autonomia e ha il suo bene. Però fa anche parte di una comunità verso cui ha dei doveri. Anche la polis

ha un suo bene comune. Uno dei compiti principali dell'autorità è legiferare.

San Tommaso si chiede anche qual è la finalità della legge. Parte dal concetto di legge positiva: secondo lui

c'è una legge positiva (quella naturale), tutto il problema sta nel rapporto tra legge previa e legge positiva.

La legge positiva, secondo la tradizione classica, deve tradurre e non tradire la legge naturale (intesa come

la legge morale e non fisica). La legge naturale, però, non basta perché:

non tutti sono capaci di riconoscerla (es. non rubare: la legge naturale si conosce anche senza

• l'educazione ricevuta).

spesso è così fondamentale che è indeterminata (es. non fare male al prossimo: spesso si è danneggiati

• anche a causa del traffico e spetta alla legge positiva dettare le leggi per mantenere l'ordine)

La definizione di legge positiva dettata da San Tommaso è: serve per il bene della comunità e viene fatta da

colui che ha cura della comunità, ovvero dall'autorità.

L'oggetto della legge è qualcosa di ragionevole che viene comandato e contiene un duplice significato.

Quindi l'autorità per comandare deve fare un ragionamento (ordinatio rationis): tutto ciò limita il potere

dell'autorità, non può ordinare tutto ciò che vuole.

Secondo San Tommaso il comando viene dall'autorità, infatti usa l'espressione "veritas facit legem" (è il vero

e il bene che fondano la legittimità del comandamento e la ragionevolezza nell'ubbidire).

Una cosa può essere comandata perché "iusso quia bonum", cioè perché si è verificato che è bene ciò che

si comanda. A questo si contrappone "bona quia iussum". Ma se il bene nasce dal comando, allora il

comando è all'origine e l'autorità non ha limite (questa posizione è sostenuta da Ockham). Infatti egli voleva

esaltare l'ampiezza libera di Dio, che è tale da poter comandare anche l'assurdo. Ciò non è segno di

onnipotenza ma di assurdità.

Qual è la forma migliore di governo? Ci sono tre buone forme di governo:

monarchia: è il governo migliore

• aristocrazia

• politia: il governo del popolo

Poi ci sono tre esempi negativi che sono le corruzioni dei primi:

tirannide

• oligarchia

• democrazia

La più alta nell'essere buona è anche la peggiore in quelle corrotte.

Per San Tommaso il tiranno è una figura negativa però afferma che si può resistere al tiranno e si può

contrastarlo con l'insurrezione (questo pensiero corrisponde alla sua giovinezza), in età più matura afferma

invece che insorgere contro il tiranno potrà portare ad una situazione peggiore.

Sulla questione chiesa-stato San Tommaso segue il testo di San Paolo secondo cui l'autorità viene da Dio e

deve essere esercitata in modo etico.

Riscopre un'autonomia del potere politico, e l'autorità del principe è sovrastata solo dal fine naturale. Questa

è una posizione dualista. Il papa può arginare l'imperatore solo in caso di difficoltà insostenibili.

Se l'autorità è pagana bisogna obbedire lo stesso? Per San Tommaso si.

San Tommaso e la scoperta dell'America

Il XVI secolo, ovvero il 1500, per gli spagnoli è il "secolo d'oro". La Spagna beneficiava delle conquiste nel

nuovo mondo di fine 1400. La scoperta dell'America è del 1492. La questione che si affronta è avvenuta nei

decenni immediatamente successivi. La figura di maggior rilievo è il frate domenicano Francisco De Vitoria.

La città in cui insegnava era Salamanca, in quel secolo era una città di 24.000 abitanti, di cui 6.000 studenti.

Il centro della città era appunto l'università e la scuola di teologia.

Il un'Europa, che si era sempre considerata l'unica terra al di là delle colonne d'Ercole, la scoperta

dell'America ha portato nuovi problemi e una serie di novità: popoli impensati, costumi, usanze, religioni,

sacrifici umani agli dei. Tutto il quadro che era stato costruito e i problemi che erano stati risolti in una certa

cornice, ora non funziona più.

Insieme con queste domande legittime c'erano anche domande interessate: queste terre avevano l'oro, si

può portare via? Si possono conquistare queste terre? Come si devono trattare questi nuovi popoli? Si deve

giustificare il furto e i diritti di proprietà.

La posizione che prenderà il Papa Paolo III, in merito a questi problemi, è così vera che vale anche oggi. Nel

dibattito teologico ci sono pro e contro, la posizione che prenderà il Papa seguirà una certa linea teologica

che è quella tomista.

Le questioni erano queste tre: 11 di 61

è lecito convertire in maniera coatta i principi e le popolazioni pagane? La conversione può avvenire

• con la forza e con la costrizione? In genera la posizione è che si deve usare la predicazione, non la

costrizione.

è legittimo occupare le terre appartenenti ad altre etnie? Le terre non erano spopolate, altrimenti la

• questione non si sarebbe posta. Questa questione è interessante, perché chi sosteneva la plenitudo

potestatis, dicevano che la proprietà dipendeva dalla volontà del Papa. Era il Papa che o dava le terre o

implicitamente riconosceva chi era già il possessore. Questo non nella linea di San Tommaso e di

Francisco De Vitoria. Francisco scrive "la mancanza di fede non è un impedimento alla proprietà, né rende

illegittimo un sovrano. Dato che anche ai sovrani infedeli, di cui la storia è piena, le scritture impongono

obbedienza". "Nega anche che i barbari non fossero padroni delle loro terre per mancanza della ragione

sia perché questo è quanto meno dubbio, sia perché la mancanza di ragione non priva nemmeno i bambini

delle loro proprietà". Si scontrano due teologi su questa questione: Bartolomè de Las Casas (domenicano)

e il francescano Sepulveda. Il francescano è un grande studioso di Aristotele e, fondandosi su Aristotele,

giustifica la schiavitù. Questo significa che, mentre San Tommaso, il cui pensiero beneficia della scoperta

di Aristotele, evita degli errori grazie alla rivelazione di Dio, il francescano invece è così discepolo di

Aristotele che dimentica di essere cristiano e quindi giustifica tutti i diritti dei conquistadores a discapito

degli Indios. Las Casas, invece, difende gli Indios. Il pensiero di Sepulveda di articola attorno a queste sue

affermazioni: "è lecito dominare con le armi uomini la cui condizione è per natura quella dell'obbedienza,

sono nati per servire. È doveroso impedire l'abominio del cannibalismo e dei sacrifici umani, è legittimo

adoperarsi affinché i prescelti al sacrificio siano salvati. È lecito fare guerra ai pagani perché contribuisce

alla propagazione della vera fede". Las Casas, al contrario, elabora la sua dottrina egualitaria unicamente

traendo spunto dalla scrittura e in questa maniera critica la posizione di Sepulveda e difende gli Indios. A

volte li difende con difficoltà, perché di fronte al cannibalismo e ai sacrifici umani è difficile controbattere,

ma dice che anche all'inizio della nostra storia queste pratiche erano in vigore. Poi con il tempo sono state

abolite.

Si deve mantenere la distinzione tra la polis e la chiesa. La polis ha una sua realtà, una sua autonomia e

un suo ambito che non è giusto mescolare con quello della chiesa.

l'eguaglianza dei popoli sottomessi con gli invasori. Sono inferiori o uguali?

• Papa Paolo III Farnesi scrive la Bolla Sublimis Deis (1536). Questa bolla è di una sconcertante modernità

dei contenuti, considerando il panorama del tempo. Il Papa dice che Dio ha detto di istruire tutti i popoli.

Non discute se Indios e Spagnoli hanno la stessa anima, tutti sono capaci di ascoltare la predicazione. La

comune capacità di ascoltare la predicazione fonda la comune uguaglianza. Afferma che chi sottomette

queste popolazioni e li fa lavorare "come bestie" è al servizio del diavolo. Definisce gli Indios veri uomini e

per capaci di ricevere la fede cristiana, inoltre accorrono con entusiasmo ad accettarla. Il Papa in questa

bolla dice:"con l'autorità apostolica e con questo documento stabiliamo e dichiariamo che i predetti Indios e

tutti gli altri popoli che verrano scoperti dai cristiani, anche se non sono cristiani, non si possono privare

della libertà e del dominio della loro proprietà" quindi se si portano via le terre si commette un furto "e che

è lecito ad essi godere della propria libertà e dei propri beni e che non si debbano ridurre in schiavitù. Se

qualche cosa sarà stata fatta in contrario la dichiariamo nulla e invalida". Gli Indios, secondo il Papa,

devono essere indotti al cristianesimo "con la predicazione della parola di Dio e con l'esempio di una

buona vita". La parola del Papa, come testimonia la storia, non è stata ascoltata dai monarchi. Comunque

si nota che il Papa difende la vita, la libertà e la proprietà degli Indios. Questi sono i tre beni su cui Lock,

padre del liberassimo moderno, insisterà. Quindi il Papa convalida, nel dibattito che c'è stato nei 30 anni

precedenti, la posizione dei teologi di Salamanca e opera una rottura con la tradizione occidentale

precedente che aveva reso legittima l'espropriazione dei beni ai non cristiani (quindi respinge la plenitudo

potestatis). Tutto questo sotto l'influsso di San Tommaso.

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Papa Alessandro VI, considerato non un esempio di vita morale, sulla questione di come deve avvenire la

conversione scrive: "vi imponiamo di destinare nella terra ferma e nelle isole predette, uomini retti e timorati

di Dio per istruire nella fede cattolica quegli abitanti", escludeva che avvenisse con la violenza ma con la

predicazione. Questo Papa sarà quello che stabilirà l'America latina come è ancora adesso. Lui ha stabilito,

con il trattato di Tordesiglias, cosa andava alla Spagna e cosa al Portogallo.

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LA FORMAZIONE DELLO STATO MODERNO: HOBBES, LOCK E ROUSSEAU

Hobbes, Lock e Rousseau hanno degli elementi in comune ma in opposizione rispetto alla tradizione.

Inoltre hanno anche degli elementi che li differenziano tra loro. Il pensiero politico moderno è nato in questi

secoli e ha in questi tre autori i maggiori esponenti.

La novità comune a tutti e tre è un rifiuto della teoria tradizionale, aristotelico-tomista, secondo cui l'uomo è

un "animale politico". 12 di 61

L'uomo non è un animale politico, ma il punto di partenza non è così positivo. Espressioni comuni a tutti e tre

questi autori sono lo Stato naturale e l'utilizzo del contratto come elemento costitutivo.

1. HOBBES

Hobbes è un grande scettico. Quando si studia il pensiero di un autore la biografia è fondamentale perché

nessuno fa uno studio astratto, specie di queste tematiche. Hobbes scrive quando l'Inghilterra vive le

stagioni di guerre civili, infatti è angosciato da un problema: la pace sociale. In vista di questo bene sacrifica

tutto. Questa è la sua prospettiva, Locke che vive dopo non ha più questa angoscia, infatti egli vivrà la

gloriosa rivoluzione del 1689.

La contestazione è sul punto di partenza, gli uomini non sono animali politici e socievoli ma il dato di natura

è preoccupante, tale per cui non si possa vivere senza lo stato. Due sono gli elementi:

"Bellum omnium contra omnes". La guerra di tutti contro tutto

• "Ius omnium in omnia". Il diritto di proprietà non c'è nello stato di natura, tutti hanno diritto a tutto.

In una situazione così, di perenne conflitto, ci sono individui l'uno contro l'altro. Questo è lo stato di natura. In

uno stato così quello che manca è la certezza, la sicurezza.

Si parte da una visione estremamente individualista. Quindi al massimo si riescono a giustificare relazioni di

interesse o di utilità. Il legame tra persone viene istituito quando si ha un interesse.

Dato che questa situazione è invivibile nasce lo stato, ovvero la società politica.

Occorre trovare qualcuno che concentri la forza (lo stato viene mostrato come estremamente necessario,

serve per poter sopravvivere. Ma non c'è alcun entusiasmo verso questa istituzione). Lo Stato viene definito

da Hobbes come "sovranità", dove c'è un sovrano non ci sono cittadini, ma ci sono sudditi. Per Hobbes

sovranità significa potere concentrato in un unico soggetto.

Costituzione della sovranità: la sovranità si costituisce con un contratto (questa parola è comune a tutti e

tre gli autori, sono tutti e tre contrattualisti) tra i singoli e il soggetto che diventerà sovrano. I contraenti

sono tutti i singoli individui, Hobbes non ha il concetto di populus. Questo perché il concetto di populus

implica una soggettività, Hobbes invece ha il concetto di multitudo. La multitudo di individui rinuncia alla

quota forza che ciascuno ha e la trasferisce al sovrano. Questa visione nasce dalla sua ossessione delle

guerre civili, affinché non scoppino si deve accentrare tutto il potere in un'unica figura. Ciò che caratterizza

lo Stato è la coercitività. Non c'è niente di nobile nella concezione di Stato di Hobbes, ha una visione

autoritarista perché tutto nasce dalla sua esigenza di sicurezza.

Oggetto del contratto: si rinuncia ad avere un esercito, si rinuncia a far valere la propria volontà, si

rinuncia alla giurisdizione e alla proprietà. In cambio la sovranità ha il dovere di garantire la vita.

Caratteristiche della sovranità: le principali sono tre:

irrevocabile: non si può tornare indietro perché nel patto fondativo dello Stato la sovranità si è impegnata

• in una cosa sola, ovvero con la concentrazione della sua forza si è impegnata a garantire condizioni di vita

la più sicura possibile. Quindi se tra la moltitudo c'è qualcuno di sedizioso il compito della sovranità è

renderlo innocuo. Se la sovranità non svolge il suo compito la moltitudine, nel suo insieme, può sollevarsi e

cacciarla, questo è l'unico caso previsto. In Hobbes non c'è il problema del tiranno, come invece in San

Tommaso, questo perché per lui la sovranità non è mai troppo forte; il problema per Hobbes è l'opposto,

ovvero una sovranità troppo debole. C'è un particolare che rende Hobbes moderno: la sovranità non viene

da Dio ma viene dalla moltitudine che si accorge che è conveniente che si faccia il patto istitutivo della

sovranità. Egli afferma: "pacta sunt servata", ovvero i patti vanno rispettati.

assoluta: assoluta significa sciolta, slegata, senza vincoli. Quando si parla di regimi assoluti Hobbes è il

• più citato. È un esempio di stato moderno assoluto, il che vuol dire che la sovranità non ha da rispettare

niente di esterno o di previo. È la volontà del sovrano che fa la legge, questo perché i sudditi non hanno

più volontà avendo ceduto la loro quota nel patto costitutivo. Quindi non è la verità che fa la legge, la verità

non è il fondamento ma diventa una conseguenza (ovvero quello che stabilisce il sovrano diventa vero).

L'assolutismo del sovrano può essere anche definito o positivismo giuridico (la legge è quella posta e non

ha riferimenti al di fuori della volontà del legislatore. Questa concezione implica una grande novità, per San

Tommaso il riferimento era la legge naturale, ora la legge naturale scompare) o legalismo etico (è la stessa

sostanza vista in un'altra prospettiva. Significa che al limite l'etica si costituisce a partire dalla legge). Sono

due concetti moderni. La questione del rapporto tra legge naturale e legge civile è presente anche in

Hobbes: la legge civile è quella fatta dalla sovranità e la legge naturale, che pure lui mantiene, si riduce ad

un contenuto sintetico, ovvero che i patti devono essere rispettati. Egli scrive che l'omicidio è censurato,

come anche il furto, ma aggiunge che "che cosa sia omicidio e che cosa furto lo stabilisce la sovranità". La

legge naturale viene ridotta ad una dimensione formale. Ci si deve chiedere se il sistema politico di

Hobbes è totalitario. No, non lo è: è assoluto ma non totalitario. Questo perché i regimi totalitari nascono

dall'idea di qualcuno che vuole rivoluzionare il mondo (il regime di Hitler vuole ricostruire il mondo sulla

razza ariana) nel convincimento che la politica salverà il mondo. Hobbes invece, per carattere, è uno

scettico; non crede che si possa cambiare l'uomo ma è preoccupato di limitare i danni. Uno scettico non

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sarà mai un rivoluzionario, parte dal convincimento che l'uomo se non sta nel recinto dello Stato si

autodistrugge.

indivisibile: dove indivisibile implica due modalità: una all'interno dei poteri e l'altra nel rapporto chiesa-

• stato. Il potere politico è indivisibile. Un potere politico diviso nelle sue competenze (legislativo, esecutivo e

giudiziario) per Hobbes è il principio di una possibile nuova guerra civile. Quindi, affinché non ci sia

conflitto, il potere politico non può essere diviso: lo stesso soggetto deve fare le leggi, farle applicare e

giudicare il comportamento dei sudditi. La partecipazione dei singoli, dopo la stipulazione del contratto,

consiste esclusivamente nell'obbedienza. Poi di deve analizzare anche il rapporto chiesa-stato. Per

Hobbes, dato che aborra ogni divisione perché ha paura della nascita di un conflitto, il potere è uno solo ed

è quello dello Stato: il potere politico ingloba anche la sfera ecclesiastica. Infondo Hobbes non fa che dare

uno statuto teoretico ad un fatto avvenuto, infatti in Inghilterra il re diventa un'autorità religiosa a seguito

dello scisma. Anche oggi la regina è un capo religioso.

[Il Belmont è il caos, lo stato di natura. Il Leviatano (sinonimo dello Stato) è il mostro a due teste della

bibbia. Il potere religioso è sotto questo, c'è la riduzione del potere della chiesa a quello dello Stato.Ciò che

fa uscire dal Belmont è proprio il Leviatano].

In conclusione Hobbes è moderno perché l'impostazione del discorso politico si allontana dalla tradizione

classica-medievale. Il Suo obiettivo è la sicurezza, la pace. Il problema però è che per raggiungere questo

obiettivo ha distrutto la libertà (Lock, invece, sarà il padre del liberalismo). La sovranità può rendere legge la

sua volontà. Poi non è detto che sarà arbitraria, ma non essendo vincolata da niente non si può parlare di

arbitrio ma di esercizio della volontà della sovranità.

San Tommaso era gius-naturalisma, lo stato di natura interpretato dalla ragione trova la legge naturale.

Hobbes in contrasto era gius-positivista. Però a suo modo anche lui fa un riferimento alla natura, ma come

una situazione da cui uscire e non come situazione normativa e di riferimento. A volte la posizione di Hobbes

viene anche definita gius-naturalismo moderno proprio perché cita lo stato di natura come situazione di

partenza e conflittuale, una situazione da cui bisogna distaccarsi per evitare i conflitti civili.

[Esempio: legge naturale e legge civile --> In America esiste l'aborto a nascita parziale, infatti si può abortire

fino all'ottavo mese. Viene messo il feto in posizione podaica, viene fatto uscire tutto il corpo del bambino dal

grembo della madre tranne la testa. Poi si procede all'eliminazione. Dato che non esce la testa non si tratta

di omicidio. Se esce anche la testa si tratta di omicidio].

[Esempio: come si definisce l'oggetto di un'azione --> uno dei comandamenti dice di non dire falsa

testimonianza. Però si deve definire cosa è bugia. La menzogna è dire ad un altro che ha diritto di sapere

qualcosa di diverso da quello che sai. Mentire al nemico che vuole danneggiarti non è menzogna, perché il

nemico non ha diritto di sapere. In questo caso la menzogna è per legittima difesa].

[Esempio: il comandamento non uccidere va precisato, è sempre vietato uccidere direttamente l'innocente,

non il colpevole. Indirettamente si potrebbe uccidere anche l'innocente. Ovviamente la difesa deve essere

proporzionata].

Questi sono esempi che definiscono come ci sono degli accenni della legge naturale.

2.LOCKE

È il padre del liberalismo. Si possono notare delle analogie con il pensiero di Hobbes soprattutto

nell'impianto di partenza. Anche Locke è un contrattualista, si ha un patto che istituisce lo stato; inoltre anche

lui è un individualista, quindi si ha il problema di come giustificare la società e le relazioni; infine anche Locke

parte dalla condizione di natura.

Hobbes vedeva lo stato naturale come una condizione invivibile di conflitto.

Locke non è così pessimista, però afferma che lo stato di natura non è negativo ma è insufficiente. Occorre

superare dei limiti di questo stato per riuscire ad ottenere una buona convivenza.

In Hobbes la parola sintetica è la sovranità, mentre in Locke non si trova questo concetto.

Come si costituisce la società politica: ci sono due contratti distinti. Il primo contratto fa passare i singoli

a costituire una comunità, questa prima comunità è la società civile. Esempi di società civile, che Locke

apprezza, sono la famiglia (prima forma di società civile, il matrimonio è una forma di contratto), le chiese e

le imprese. La parola maggiormente usata è covenant (patto, contratto). La biografia è sempre la chiave di

lettura del pensiero di una persona, Locke rappresenta e interpreta la vivacità della borghesia inglese.

Questa società civile non è ancora la società politica. Per passare dalla società civile alla società politica si

utilizza un altro contratto. Un contratto per cui il popolo è responsabile del bene comune e istituisce lo

Stato nominando dei suoi rappresentanti. Locke è l'esponente della democrazia rappresentativa.

(Rousseau deride questo concetto affermando che gli inglesi sono liberi solo il giorno in cui vanno a votare,

lui è il rappresentante della democrazia diretta). Si devono identificare dei soggetti che rappresentano il

popolo, questo è il parlamento che ha il potere legislativo. Il parlamento esprime il governo che ha il potere

esecutivo. Infine c'è il potere giudiziario. I tre poteri sono ben distinti, in Locke invece c'era la caratteristica

fondamentale dell'indivisibilità del potere. Il potere, però, resta nel popolo. Se si creassero delle frizioni, per

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cui può succedere che questi soggetti rappresentanti della società politica eccedono nell'esercizio dei

propri poteri o non è rispettoso di chi lo precede, il parlamento può sfiduciare il legislativo. La situazione è

più complicata se il parlamento non dovesse rispettare la volontà di chi l'ha eletto, ma attraverso le elezioni

il potere torna nelle mani del popolo. Se il parlamento dovesse resistere allora Locke giustifica la guerra.

Arcana imperi: sono prerogative per cui chi governa ha un certo ambito di discrezione e di assoluta

libertà. Si tratta di alcune materie riservate all'esecutivo, a chi governa. Il potere è nelle mani del popolo e

viene delegato al parlamento, ma non vi rinuncia. Non c'è nessuna sottomissione: tutte le figure successive

sono per l'esercizio del potere, per la sua messa in atto. Un elemento per cui c'è convergenza tra Loc e la

dottrina sociale della chiesa è la priorità della società civile sulla società politica, al punto che la società

civile di per sé non si dissolve mai. Nasce da un patto però ha una base sostanzialmente naturale. (Nei

teorici che esaltano lo stato sarà il contrario, lo Stato non ha una funzione di mezzo ma ha una funzione di

fine; questo pensiero è di Hegel e di tutti quelli che attingono dal suo pensiero).

Ampiezza di libertà che ha l'autorità di fare le leggi: nella tradizione medievale l'autorità era molto

modesta. L'autorità poteva deliberale nei confini della legge naturale. Per Hobbes invece non c'erano limiti,

c'è un carattere di assolutezza. Un impostazione così fa si che salta tutto il rapporto tra legge positiva e

legge naturale. Per Locke il parlamento, che fa le leggi, costituisce le leggi limitato dal diritto naturale. Il

legislatore cerca nella natura la legge (law founding). Chiunque fa opera di legislatore, deve essere

rispettoso del diritto naturale. Gli studiosi hanno rilevato chi è il tramite in Locke tra le sue posizioni e quelle

Tomiste: Locke conosce Hoocker che conosceva San Tommaso. Quindi Locke non conosce direttamente

San Tommaso ma attinge da lui. Una cosa, per essere comandata, deve essere identificata come buona.

Rapporto Chiesa-Stato: la soluzione di Locke non è di unificare i poteri in una sola testa (Leviatano) ma i

poteri stanno distinti, forse anche separati. Lo Stato ha il potere politico, poi ci sono le chiese che hanno la

loro autonomia nell'operare per il bene comune. (Il primo emendamento della Costituzione Americana

riguarda la libertà religiosa. Lo Stato non ha alcun dovere di aiutare le diverse chiese, le quali operano auto

finanziandosi. Lo Stato applica uno sgravio per chi fa delle opere che concorrono al bene comune, quindi

anche alle chiese. È da escludere che uno stato sia confessionale, ovvero si identifichi con una religione.

Questa è la laicità americana). Non proclama una monismo ma si ha un sano dualismo. Lo stato non vede

nelle religioni un nemico, non le vuole ridurre ad una dimensione privata. Lo stato non sposa nessuna

religione, le permette tutte, salvo che nelle loro espressioni non nuocciano ad altri. Lo Stato è apprezzato e

però abbastanza già limitato nella sua ampiezza di potere; non c'è un'esaltazione eccessiva dello stato. Si

ha anche la possibilità che lo stato esageri, questa ipotesi viene temuta e se si dovesse verificare deve

essere impedita.

Il governo di cui parla Locke che viene nominato dal parlamento è un governo politico. Però non è l'unica

forma di governo, c'è anche il governo paterno (l'autorità del padre in famiglia). È pericoloso trasmettere lo

schema del governo paterno allo schema del governo politico. Infatti lo schema del governo paterno

presume che il padre sappia e il figlio no, questo negherebbe l'uguaglianza dei cittadini. Il governo di cui

parla Locke non è assoluto né dispotico, è un governo politico.

I diritti che Locke è preoccupato di difendere sono tre, e sono gli stessi che si trovano nella Bolla di Polo III:

- vita

- libertà

- proprietà: per Locke è quello principale perché è quello più interessante per una classe Borghese che

viveva della propria attività. Locke, rappresentando il ceto borghese, è in polemica con il ceto di coloro che

vivono di rendita. Insiste sull'elemento del lavoro (per questo motivo alcuni studiosi vedono in lui degli

anticipi di socialismo). Locke afferma che si ha diritto su un bene perché lo si è plasmato con le proprie

mani o comunque ha avuto a che fare con la persona. "Il lavoro è una maniera con cui si lascia sulla

realtà la propria impronta". Il lavoro per Locke è la modalità normale con cui ci si appropria di un bene.

Legge naturale e legge positiva: (Testo di Nicola Matteucci, il più grande studioso italiano di Locke) "la

• ragione ragionante, quella dell'uomo, è la facoltà di argomentare e di dimostrare con la logica e

l'esperienza per scoprire la legge naturale". Dà l'idea che la ragione umana non è una ragione creatrice.

L'unica ragione creatrice è quella di Dio, nell'uomo la ragione è sempre successiva ad un dato. Non si

possono ignorare dei dati perché se lo si fa si tratta di un'ideologia. "Siamo fermi al medievale low founding

contrapposto al moderno law making perché la legge naturale è dichiarata non fatta o costruita

artificialmente". Si parte da un dato di natura da interpretare, questo spiega perché la legge naturale non è

immediatamente evidente. Però è sempre un elaborare un dato che non si può non riconoscere, quindi si

tratta di scoprire la legge naturale. "È chiaro che nello stato di natura l'unica sanzione possibile è quella

dell'autodifesa. E il governo tramite il contratto sorge per ovviare a questa situazione abnorme in cui uno è

insieme giudice e parte". Questo dimostra come è necessario lo Stato per dargli da svolgere alcune

funzioni che altrimenti non si potrebbero fare, ma non deve avere potere assoluto. Infatti nessuno sarebbe

un giudice equo in una questione di cui è parte, ecco perché occorre lo stato, per regolare delle situazioni

in cui l'interesse personale potrebbe prevalere sulla giustizia. "Con il governo politico il diritto naturale

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continua ad essere vigente perché il fondamento delle leggi, approvate dall'assemblea rappresentativa,

non consiste tanto in questa approvazione, ma nella loro non contraddizione con il diritto naturale in piena

antitesi con Hobbes, che riduce invece ciò che è giusto a ciò che è comandato. Locke cerca invece la

legittimità della legge positiva e la ancora nel diritto naturale che trova così la sua applicazione

nell'applicazione della legge positiva". La ragione vera per eseguire il comando dell'autorità è trovare

questo comando ragionevole, non esiste altra ragione giusta e vera.

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Laicità francese: laicità di battaglia. Questo perché dalla rivoluzione francese in poi lo Stato ha sempre

• voluto porsi come una nuova religione. Quella francese è una rivoluzione, quella americana no.

Laicità americana: lo stato non desidera imporsi come una nuova religione. C'è una sano dualismo. La

• rivoluzione americana non è una rivoluzione. Anche Giovanni Sartori conferma questa linea di pensiero.

In senso politico si ha una rivoluzione quando si ha un rovesciamento di un sistema politico precedente.

Questa rivoluzione è tanto più grande quanto maggiore è la parte di società precedente interessata al

rovesciamento.

La rivoluzione francese rientra in questa definizione perché il suo obiettivo era la distruzione dell'Ancien

• Regime (il che vuol dire cambiare il soggetto del potere, cambiare la struttura della società e abbandonare

ciò che era stato tramandato). Ci sono delle ambizioni, ovvero quelle di creare una nuova società, un uomo

nuovo e una nuova religione. Il penultimo ministro dell'istruzione francese (Peion) diceva che la rivoluzione

francese non era ancora stata completata perché c'era ancora una morale cristiana e gli elementi

tradizionali che la accompagnano; quindi diventa evidente l'oggetto della nuova catechesi che dovrebbe

fare lo stato. L'esempio più chiaro della rivoluzione francese e della sua portata è stata quella del

cambiamento dei nomi dei mesi e dei giorni della settimana, perché rimandavano alla tradizione giudaico-

cristiana.

In America la situazione è differente, la cosiddetta rivoluzione americana non è stata una rivoluzione

• religiosa. I padri pellegrini, che hanno costituito le prime colonie e poi il nucleo della popolazione

americana, scappavano dall'Europa protestante e anglicana per ragioni di libertà religiosa. I coloni

scappano per motivi di libertà religiosa e non hanno nulla contro la religione. A Philadelphia quando si

costituirà il nucleo degli Stati Uniti non vogliono rovesciare una tradizione culturale, vogliono non pagare

più le tasse alla Corona. Per questo motivo è più appropriato il termine secessione. Culturalmente non c'è

nessun cambiamento.

Quella Sovietica sarà una rivoluzione perché si tratta di rovesciare lo status quo, ovvero la situazione

• politica che c'era. C'è un'impostazione generale di cultura che viene giudicata corresponsabile della

situazione politica che c'era. Nell'Unione Sovietica c'è l'ambizione di creare un uomo nuovo (l'uomo

bolscevico), una società senza classi, un partito che sa tutto e interpreta tutto. Il partito e l'intellettuale

doveva interpretare cosa è bene per tutti senza sbagliare. Viene distrutto anche l'elemento religioso.

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Confronto tra Hobbes e Locke: pensiero di Matteucci

Locke scrive in antitesi con Hobbes.

"Inulte ribadire ancora una volta che sul piano dei modelli istituzionali Locke e Hobbes sono agli antipodi,

rappresentando il primo il modello liberale e il secondo quello assoluto. Entrambi davanti alla crescita dello

stato moderno si pongono il problema dello stato razionale. Subito si nota che hanno due teorie opposte

della razionalità dello stato. Entrambi non vogliono uno stato paterno e parlano di uno stato politico o

convenzionale, ma ci troviamo di fronte a due opposte concezioni del politico. Una forte, quella di Hobbes, e

una debole, quella di Locke. Spia di questa antitesi è il fatto che il concetto di sovranità di Hobbes manca del

tutto in Locke che preferisce coerentemente parlare di un supremo potere (quello legislativo, perché più

vicino al popolo) mentre riduce la parola sovranità a semplice titolo onorifico per il re inglese. Hobbes,

volendo cogliere il fenomeno politico nella sua essenza, parte dall'ostilità assoluta che regna tra gli uomini

proprio per questo l'integrazione politica deve essere assoluta nell'uomo artificiale, quello del Leviatano

(anche il punto di partenza è decisivo; si deve dire da che concezione di uomo si parte. Se si parte da un

assoluto negativo quello che si fa rovescerà completamente il punto di partenza. In Locke invece non si

nega la situazione di partenza, ma la si integra essendo considerata insufficiente). Per garantire agli uomini

protezione e difesa si deve eliminare ogni causa di conflitto all'interno, per questo il sovrano è colui che ha il

potere di fatto di farsi obbedire. Locke invece nel suo governo politico mantiene lo stato di natura, i diritti

naturali (vita, libertà e proprietà) restano vigenti, esiste l'opinione pubblica (in Locke la società civile, che

quella politica non può negare, è costituita da tutte quelle realtà che nella dottrina sociale prendono il nome

di società intermedie. Hobbes aveva in orrore le società intermedie perché diceva che erano come vermi

nella pancia del Leviatano. Tutto ciò che si muove per Hobbes è una minaccia). In ogni pensatore esistono

grandi antinomie o grandi antitesi dominanti, per Hobbes è quella tra guerra e pace, anarchia e stato,

passione e ragione, bestialità e socievolezza. Per Locke invece l'antitesi è tra consenso e violenza, legge

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naturale o tirannia. Tenendo presenti queste antitesi si possono meglio cogliere le due teorie della razionalità

dello stato. Hobbes si muove nella razionalità dello stato in vista di uno scopo: la pace. Per Locke invece

l'individuo preesiste allo stato, quindi lo stato si presenta come limitato. Il vero soggetto storico rimane

l'individuo e non, come per Hobbes, lo stato".

3.ROUSSEAU

Anche Rousseau ha un pensiero sulla costituzione dello stato. Hobbes lo risolve nella sovranità fondandosi

sul bene supremo della pace a scapito della libertà. Locke invece punta sulla libertà come valore principale.

Rousseau è il più originale dei tre. Il problema del rapporto autorità-legge e libertà lo risolve con la

quadratura del cerchio, non sacrificando o preferendo uno dei due elementi. L'espressione dell'autorità è la

pura libertà.

Anche in questo caso la biografia personale condiziona il pensiero. Rousseau è conosciuto soprattutto come

un pedagogista, ovvero una persona che si occupa di educazione. La sua opera principale è l'Emil.

Rousseau è un pre-romantico e non si occupa molto dei temi sociali, sostanzialmente ha scritto un'opera

intitolata "Il contratto sociale", infatti anche lui è un contrattualista. Aveva vinto un premio in un concorso in

cui spiega l'origine della disuguaglianza proprio con questo libro. Durante la seconda parte della rivoluzione

francese (epoca di Robespierre) quest'opera diviene di ispirazione per molti.

Il punto di partenza per Hobbes è negativo, per Locke è insufficiente. In Rousseau invece il punto di

partenza è positivo, è un sostenitore dell'età dell'oro. Il punto di partenza ricalca il dato fondamentale della

Bibbia. È positivo perché è il regno della massima libertà, a nessuno manca niente, ci sono beni per tutti, è il

paradiso terrestre. Questa è la stagione iniziale ma poi finisce, le cose si sono guastate quando l'uomo per la

prima volta disse "questo è mio", ovvero il tema della proprietà ha introdotto tutta una serie di problemi e

contese: è il peccato originale. La società civile è negativa, la condizione naturale è positiva. Per Locke la

società civile è positiva, in Hobbes non era nemmeno considerata.

Il rimedio a questa condizione di conflitto è la politica, lo stato. In questa maniera si può uscire dalla

situazione negativa. Ecco perché Rousseau è l'unico dei tre autori ad avere tre momenti (positivo-negativo-

positivo), Hobbes e Locke hanno solo due momenti: momento negativo e momento positivo.

Come si costituisce la società politica: Rousseau è critico nei confronti degli inglesi, afferma che sono

liberi solo nel giorno in cui vanno a votare. Dopo che hanno nominato i loro rappresentanti non sono più

liberi. Rousseau è un critico della democrazia rappresentativa e un sostenitore della democrazia diretta. Il

punto di partenza è il villaggio dove tutti si trovano sotto la grande quercia e lì deliberano il bene del

villaggio. Ognuno esprime la propria opinione, poi la legge verrà fatta da chi interpreta la volontà generale.

Non c'è un parlamento ma c'è l'assemblea, quello è il luogo in cui emerge la volontà generale.

Nell'assemblea conta molto la capacità che un individuo ha di persuadere. Chi ha la capacità di

persuadere è la voce della volontà generale. Viene chiamata così, non parla di maggioranza o minoranza,

questo perché altrimenti chi è in minoranza osserverà ciò che ha deciso la maggioranza però farà

qualcosa di cui non è persuaso; e semmai cercherà di far si che la sua opinione, oggi minoritaria, diventi

maggioritaria domani. Questo impedirebbe la quadratura del cerchio, Rousseau desidera far quadrare

libertà e autorità. La volontà generale è anche la volontà di ciascun individuo, una volontà diversa è un

errore. Un individuo che continua a sostenere qualcosa che è difforme dalla volontà generale non ha

questa libertà, deve essere rieducato. (Questo è anche quello che accade nella chiesa cattolica, se il papa

si esprime con un pronunciamento infallibile chi pensa diversamente sbaglia. Il contesto però è diverso,

perché nella religione si ha un soggetto che gode dell'infallibilità, nel contesto politico non c'è un soggetto

che gode ti tale caratteristica). La volontà generale esprime la tua vera volontà, al punto che se tu la

pensavi diversamente ti sbagliavi e devi ringraziare chi ha dato voce alla volontà generale. La tua libertà è

l'adesione alla volontà generale, se non aderisci sei un cattivo cittadino che fai prevalere il tuo istinto e il

tuo interesse contro la verità. Questo schema di Rousseau viene catalogato sotto due categorie:

- liberalismo etico: questa è una valutazione positiva. Sembrerebbe una definizione positiva perché in

lui c'è un interesse alla libertà, ma non è un liberalismo politico come quello di Locke, è un liberalismo

etico perché ciò che dice la volontà generale dice anche cosa è bene e cosa è male. Non si può

obbiettare alla volontà generale. Quando la politica assume delle finalità etiche diviene pericolosa, ecco

il perché della seconda definizione.

- democrazia totalitaria: questa è una valutazione negativa. Democrazia perché non c'è un'autorità che

viene dall'alto, non c'è nessuno che gode della sovranità; ci si trova al centro del villaggio e chi darà

voce alla volontà generale è uno del popolo, non è al di fuori del popolo. Non è altro rispetto al popolo,

né domina il popolo, né lo rappresenta. È la voce vera del sentire quali bisogni interpretare. Il prezzo

però è una democrazia totalitaria. La nazione vera, il popolo vero, è chi accetta la volontà generale, chi

non la accetta rimane fuori (o lo si rieduca o viene escluso). Chi non accetta la volontà generale non

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può più far parte del popolo (anche la chiesa scomunica chi non si riconosce nella sua comunità, però è

pericoloso quando la politica si comporta come la chiesa). Questo prova come la parola democrazia sia

una delle più equivoche nella storia del pensiero e si capiscono anche certe condanne da parte del

magistero. In San Tommaso la democrazia era la degenerazione del terzo modello di governo che era

la politia.

I seguaci di Rousseau non ci sono stati solo nel secondo momento della rivoluzione francese, ma anche

durante la rivoluzione in Cambogia ci si ispira a lui portando ad un genocidio.

Rousseau nella sua concezione di politica come pedagogia, ha in mente di creare l'uomo nuovo. La politica

deve rimediare al peccato originale, di solito questo è un compito della religione. La politica assume una

funzione palingenetica, ovvero di ricreazione tipica della religione. Hobbes non aveva la concezione

palingenetica, il liberalismo politico di Locke nemmeno. La funzione palingenetica ha l'obiettivo di far

diventare buono l'uomo egoista. Kant distingueva tra l'Io empirico e l'Io trascendentale, la stessa cosa con

altri termini è espressa da Rousseau: l'Io empirico è quello che decide attraverso l'egoismo, le passioni. L'Io

trascendentale è la volontà generale.

Viene preso d'esempio dai rivoluzionari perché è l'unico dei tre autori ad associare alla politica il ruolo di

creare l'uomo nuovo.

Nel Marxismo c'è un richiamo a Rousseau perché c'è un filone gnostico che conosce qual è il bene del

popolo senza doverlo interrogare (sono illuminati). Questo schema può funzionare nella chiesa, in quanto

non è una società di liberi pensatori, ma si basa su un dogma: non c'è spazio per un pensiero alternativo.

Rapporto chiesa-stato: la chiesa viene riassorbita dalle esigenze dello stato. La politica ha assunto

questa funzione di ricreazione, quindi la religione sarà mantenuta ma nei limiti di ciò che approva la

politica.

IL CAPITALISMO: NASCITA, SVILUPPO E TRASFORMAZIONE

Solitamente si fa cominciare la dottrina sociale della chiesa con la Rerum Novarum di Leone XIII, questo per

convenzione. In senso generale non è giusto, infatti si sono analizzati alcuni passi della scrittura che sono di

dottrina sociale della chiesa, di conseguenza la chiesa ha sempre fatto dottrina sociale. Anche quello che

sembrerebbe il dogma più lontano, "Dio è padre", è di dottrina sociale: se Dio è padre gli uomini sono fratelli.

Quindi la società deve essere articolata attorno a questo concetto.

Però si fa cominciare la dottrina sociale da Leone XIII perché l'enciclica è espressamente di dottrina sociale.

1. Pio IX

È bene però partire da Pio IX. Egli è stato l'ultimo papa re. Pio IX diventa papa nel 1846 e muore nel 1878, il

suo è il pontificato più lungo (32 anni). I primi anni viene applaudito da tutti, perché i suoi provvedimenti

erano molto liberali (amnistia ai prigionieri politici, maggiori libertà nel ghetto ebraico). Nel 1849, quando il

regno di Piemonte dichiara guerra all'Austria, il papa non si schiera: così comincia a incrinarsi l'approvazione

nei suoi confronti. Poi le sue politiche di apertura cominciano ad essere interpretate come forme di

debolezza. Il papa nomina il ministro Pellegrino Rossi che viene ucciso e poi fugge e si rifugia a Gaeta nel

regno di Napoli. Dopo un anno torna a Roma e ormai è visto come un nemico.

Di Pio IX prendiamo in considerazione alcune espressioni del Sillabo, documento famoso e fortemente

accusato. Sillabo significa compendio, composizione. Si tratta di una raccolta di 80 proposizioni che il Papa

ha fatto ricavare da documenti precedenti. Le proposizioni riguardano tesi espresse nella modernità e

vengono condannate da Pio IX.

Il Sillabo viene messo in appendice ad un'enciclica (8 dicembre 1864) chiamata "Quanta cura".

Alcune di queste proposizioni riflettono esattamente le tesi che si sono elaborate nella formazione dello stato

moderno.

La proposizione che viene sempre citata per mettere in ridicolo il documento è la seguente:

"Il romano pontefice può e deve con il progresso, con il liberalismo e con la moderna civiltà venire a

patti e conciliazione". Pio IX condanna questa proposizione. Però ci si deve chiedere con quale progresso

il papa non vuole riconciliarsi. Bisogna sempre analizzare il contesto e le motivazioni.

"La fede di Cristo urta la ragione umana e la rivelazione divina non solo non giova nulla ma nuoce

• altresì al perfezionamento dell'uomo". Questa è la sesta proposizione. Viene condannata perché

un'espressione della modernità era una forma di razionalismo. La proposizione dice che la fede è un non

senso, la rivelazione è inutile. Echeggia la posizione, allora molto diffusa, che la religione è tenebra. Un

Papa non può approvare una simile affermazione.

"Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione che con il lume della ragione

• reputi vera". Questa è la quindicesima proposizione. Se ci si riferisce a quello che viene insegnato dal

Concilio Vaticano II si vede che la chiesa si è ricreduta. Però un conto è la libertà di coscienza che uno ha

e che lo stato deve rispettare, un conto invece è dire che la coscienza è libera di non cercare o di non

aderire alla verità. Questo è il punto delicato: riuscire a mantenere insieme i due capi di questa corda; l'uno

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è il rispetto della libertà di coscienza che nessuna autorità può coattare (la libertà religiosa), ma da qui non

deriva che tutte le religioni sono vere e che uno ha la libertà sulla verità. Una persona non può essere

costretta ad aderire ad una religione ma ognuno ha il dovere di cercare la verità. Soprattuto non è vero che

una religione vale l'altra, si può dire che una vale l'altra per la prospettiva dello Stato che le rispetta tutte (a

meno che non pregiudichino una pacifica convivenza). Il pericolo che il Papa vedeva era che da qui

derivasse l'indifferentismo. C'è un aspetto soggettivo e uno oggettivo: nessuno può costringere un altro ad

aderire ad una fede che non condivide, però questo non vuol dire che tutte le fedi sono uguali.

"La chiesa non ha un ingenito e legittimo diritto di acquistare e possedere". Questa è la

• ventiseiesima preposizione. Nelle posizioni dove è lo stato che decide tutto è proprio lo stato che dà il

diritto di acquistare. Emerge che lo stato concede i diritti ma non li riconosce. Lo stato non ha dei diritti da

riconoscere, li crea. La chiesa ha il diritto solo se lo stato glielo concede. Questo viene condannato da Pio

IX. Nella storia del risorgimento i beni della chiesa sono stati ampiamente confiscati con la scusa della

mano morta (sotto utilizzo del bene in questione). Questo poteva anche essere, perché la chiesa non ha

un interesse economico, quindi potevano esserci dei terreni sotto utilizzati; ma si tratta comunque di una

scusa. In questo Sillabo emergono delle posizioni del 1800 liberale, liberale con tutti tranne che con la

chiesa.

"Lo stato, come origine e fonte di tutti i diritti, gode di un diritto tale che non ammette confini".

• Questa è la trentanovesima proposizione. Anche oggi la chiesa si oppone a questa proposizione. Non

ammettere confini significa che lo stato non può mai uscire dal suo ambito di competenza. Lo stato è

assoluto. Questa è la fotografia di un certo percorso dello stato moderno che si scontra con i totalitarismi.

"L'autorità civile può immischiarsi delle cose concernenti la religione, i costumi e il governo

• spirituale. Quindi può giudicare delle istruzioni che i pastori della chiesa pubblicano per loro uffizio

a regola delle coscienze e anzi può decretare sopra l'amministrazione dei sacramenti e sopra le

disposizioni necessarie a riceverli". Questa è la quarantaquattresima proposizione. Fa riferimento al

rapporto tra chiesa e stato. L'autorità civile ha il diritto di immischiarsi nelle questioni religiose. Nel

concordato fatto nel 1929, invece, si dice che chiesa e stato sono indipendenti e sovrane ciascuna nel suo

ordine, qui invece l'autorità civile può intervenire: ecco perché la proposizione viene condannata. In fondo

c'è anche una rivendicazione della libertà della chiesa: "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel

che è di Dio".

"L’ottima forma della civile società esige che le scuole popolari, quelle cioè che sono aperte a tutti i

• fanciulli di qualsiasi classe del popolo, e generalmente gli istituti pubblici, che sono destinati

all’insegnamento delle lettere e delle più gravi discipline, nonché alla educazione della gioventù, si

esimano da ogni autorità, forza moderatrice ed ingerenza della Chiesa, e si sottomettano al pieno

arbitrio dell’autorità civile e politica secondo il placito degli imperanti e la norma delle comuni

opinioni del secolo". Questa è la quarantasettesima proposizione. Si tratta sempre di un problema di

libertà.

"L’autorità laicale ha di per sé il diritto di presentare i Vescovi e può esigere da loro che

• incomincino ad amministrare le diocesi prima che essi ricevano dalla Santa Sede la istituzione

canonica e le Lettere apostoliche". Questa è la cinquantesima proposizione. Nel medioevo c'è stata la

questione dell'investitura: si divideva l'ufficio e il beneficio. L'ufficio veniva dato dalla chiesa, il beneficio

dalla società feudale. Ora non è più così però c'è chi sostiene che la nomina dei vescovi sia di competenza

dell'autorità politica, ma così si perde la libertà della chiesa.

La proposizione che viene superata è quella relativa al foro ecclesiastico. Era un privilegio di cui

• godevano gli ecclesiastici in materia penale: avevano un privilegio che li rendeva trattabili diversamente dal

comune cittadino. Il papa contestava la modalità unilaterale con cui veniva mutata questa disciplina.

Anche sul tema del cosiddetto Patrimonio di San Pietro, ovvero lo Stato pontificio, Pio IX aveva ben

chiarito la questione. Il Papa ha sempre detto che non era un dogma di fede il potere temporale, a lui

interessava solo come garanzia della libertà della sua persona e della sua azione. Quando ci fu la Breccia di

Porta Pia (20 settembre 1870) e il Papa si considerò prigioniero, il governo italiano offrì al Papa la legge

delle Quarantigie, ovvero la legge delle garanzie. Però erano garanzie unilaterali, come venivano date

potevano essere tolte. Quando ci fu il concordato del 1929 al papa venne concesso meno di mezzo

chilometro quadrato, l'attuale Stato Vaticano. Però è sufficiente affinché non sia suddito di nessuno. Se

invece il papa fosse stato attaccato al potere temporale, ovvero all'ampiezza del suo stato, non si sarebbe

mai accontentato di mezzo chilometro. L'importante è la libertà.

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Santa Sede e Vaticano

Non si deve confondere lo Stato della Città del Vaticano con la Santa Sede. Dal 1870 al 1929 il papa non era

padrone di un metro di terra, però la santa sede era comunque esistente e coincideva con la figura del Papa.

Quando un nunzio porta le credenziali ad uno stato, lo fa in nome della santa sede e non della città del

vaticano. 19 di 61

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Pio IX aveva intuito che molti, per arrivare all'Unità d'Italia, in questa lotta alla chiesa che si poneva nella

posizione d'ostacolo, avevano il disegno di allontanare dalla fede e dalla chiesa il popolo.

Il primo pontefice che fa i conti con la modernità deve prendere posizione e respingere delle idee

minacciose.

2. Leone XIII

A Pio IX succede Leone XIII. Il suo doveva essere un pontificato di transizione, infatti Leone XIII aveva già

65 anni. Però il suo pontificato fu lungo (25 anni).

Leone XIII viene ricordato come iniziatore della dottrina sociale. La sua fortuna fu che a quaranta anni fu

nominato nunzio in Belgio. Il Belgio, a metà dell'800, è un paese che sta vivendo una vigorosa

modernizzazione industriale: si era appena separato dal Regno dei Paesi Bassi. I Paesi bassi sono calvinisti,

mentre il Belgio è cattolico e nel 1830 avviene la separazione. Leone XIII si reca a Bruxelles e nota una

società in grande innovazione industriale, mentre in Italia non c'era questo clima. La sua apertura alle

questioni sociali avviene proprio in Belgio.

Inoltre Leone XIII fu un grande cultore di San Tommaso e uno dei suoi grandi documenti, pubblicato un anno

dopo la sua elezione a pontefice, è l'enciclica "Eterni Patris" (1879). Con essa ordina che il tomismo diventi

la filosofia ufficiale degli istituti della chiesa. Questo è un provvedimento di politica ecclesiale. Secondo lui

occorre che nella chiesa ci sia un pensiero unitario, e pone San Tommaso come principe di questo pensiero.

San Tommaso, infatti, è l'autore più citato nel Compendio (26 volte).

Nel decennio degli anni 80 interviene con diverse encicliche sul tema della libertà e sul tema della

costituzione degli stati. Questa è la stagione del liberalismo e quindi libertà è la parola chiave. Pio IX si era

limitato a censurare in maniera episodica certe tesi, Leone XIII invece scrive delle encicliche formulando il

suo pensiero.

L'enciclica più famosa è la "Rerum Novarum" (15 maggio 1891), Leone XIII aveva 81 anni. Con questa

enciclica esprime il suo pensiero su delle tematiche già dibattute nel mondo cattolico.

Le tematiche sociali, a seguito della rivoluzione industriale, erano molto dibattute nel mondo cattolico ma con

posizioni diverse. Il fenomeno della rivoluzione industriale, che in Europa comincia in Inghilterra, nella

seconda metà dell'800 arriva a fatica in Italia. Quindi c'è uno scollamento temporale tra l'Inghilterra e l'Italia.

La fase più acuta e aggressiva del capitalismo nella seconda metà dell'800 in Inghilterra è già quasi

superata, infatti sono nate le Trade Unions. Il capitalismo duro inglese è il Capitalismo Manchesteriano.

Dopo la rivoluzione politica, che caratterizza la modernità e ha la sua forma più chiara nella rivoluzione

francese, ora c'è la rivoluzione industriale: cambia la società e cambiano i rapporti. Cominciano ad apparire

delle istituzioni prima inesistenti.

La rivoluzione industriale produce il fenomeno dell'urbanesimo, dove l'individuo viene sradicato dalla

campagna a favore della fabbrica. L'industria sembra dar maggiori garanzie rispetto alla campagna e quindi

ci sono ingenti migrazioni dalla campagna alla città. Prima il lavoro era attorno a casa (campi), ora la vita è

attorno al lavoro.

Inoltre compare il tema del salario, nella civiltà contadina precedente questo tema non era propriamente

presente. Ora invece nasce una classe nuova, quella dei proletari, ovvero coloro che vendono il lavoro.

Inoltre ci si chiede come si giustifichi il diritto di proprietà dei proprietari delle fabbriche che hanno i

macchinari.

Anche nel mondo cattolico vengono discussi questi problemi. C'è confusione inizialmente perché non tutti

concordano su quale sia il giusto salario. Inoltre si discute su alcune tematiche che oggi sono i diritto dei

lavoratori (quante ore lavorare). I lavoratori come possono difendere i loro diritti? Si parla di lavoratori

subordinati.

Una questione aperta era la definizione di lavoro. La dottrina più diffusa diceva così: il lavoro è una forza che

il salariato vende al padrone dei mezzi di produzione. Il padrone compra questa forza e la paga come ogni

merce. Infatti si parlava di forza lavoro. La definizione parla di forza-lavoro e di merce-lavoro. Questa forza

si paga in questa maniera: dando a chi ha lavorato la capacità di ricreare le forze spese.

Come merce il lavoro è soggetto alla legge universale della domanda e dell'offerta.

Il 15 maggio 1891 con l'enciclica Rerum Novarum il Papa Leone XIII dice che il lavoro non è una

merce. La prospettiva economica, invece, è più quantitativa. Il lavoro è un "actus umanus" come dice

Giovanni Paolo II, nozione posteriore a Leone XIII ma sommamente espressiva.

Il tema dell'enciclica è quello che emerge dalla rivoluzione industriale, ovvero la nascita di due nuove classi

attorno all'impresa: i proprietari e i proletari.

I proprietari rivendicavano la massima libertà nella gestione degli affari e dell'impresa. I proletari avevano

solo il lavoro da vendere. Il fenomeno dell'urbanesimo ha disintegrato la rete di protezione del sistema

precedente: la comunità natale che sosteneva l'individuo viene abbandonata, e lui si trova solo nel luogo in

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cui c'è lavoro. Le condizioni di lavoro e gli orari di lavoro erano disumani, i giorni di pausa e le garanzie

erano quasi nulli. Quando un individuo si ammalava non aveva nessuna forma di assistenza.

Il socialismo, prendendo come figura emblematica Marx, reagisce a questa situazione e la reazione è

altamente sistematica. Marx prospetta una soluzione rivoluzionaria per rovesciare questa situazione, da qui

nasceranno movimenti e partiti che si prefiggono di portare al potere il proletariato ribaltando la società.

Inoltre Marx individua la radice di questo male che è il peccato originale, ovvero la divisione di classe a

partire dal principio della proprietà (si nota l'eco di Rousseau). La struttura è l'economia, tutto il resto è sovra-

struttura, a partire dalla religione: che non è qualcosa di originario ma serve per confermare il sistema

economico. Marx afferma che si devono distruggere tutte le sovra-strutture che appoggiano la società da

sovvertire, la religione viene vista come "l'oppio del popolo" perché dà un sostegno all'ingiustizia, perpetua

l'alienazione (il termine alienazione è un concetto di Hegel) della classe operaia. Critica anche quei

movimenti di sinistra riformisti, questo perché proponevano una riforma e non una rivoluzione depotenziando

la situazione che poteva portare alla rivolta( i nemici peggiori sono quelli interni). Il manifesto di Marx è del

1845 e l'enciclica è del 1891. Il vescovo di Mainz, Von Ketler,, nello stesso anno in cui Marx scriveva il primo

volume del Capitale, fece delle prediche sulla questione degli operai. Questo per dire che la chiesa,

nonostante sia intervenuta a posteriori con un'enciclica, si era già occupata di questi temi emergenti.

In questa situazione e in questo quadro interviene l'enciclica.

L'enciclica difende la proprietà privata. Non si deve vedere nel proprietario una figura negativa per la

• società; è bene che ci sia ed è bene che abbia una proprietà perché ha anche una responsabilità.

Naturalmente deve essere un tipo di proprietà che non sia motivo di povertà per gli altri. Non tutti i beni si

possono appropriare alla stessa maniera.

Inoltre afferma che il lavoro non è merce, questa affermazione ha sorpreso anche alcuni vescovi più

• conservatori del Papa. Il lavoro è un'espressione dell'uomo, è l'unica risorsa che ha per mantenere sé e la

sua famiglia. Queste sono tutte questioni per cui il mondo cattolico precedente era diviso.

Il salario deve essere "il giusto salario", deve avere certe caratteristiche (l'articolo 36 della costituzione

• italiana presenta l'eco di ciò che è scritto nell'enciclica): deve essere tale che consenta al capo famiglia di

mantenere sé e la sua famiglia in maniera sufficiente e, se è sobrio, di poter anche risparmiare qualcosa

che gli consenta di diventare a sua volta proprietario.

[in America c'era il fenomeno dei working poors, ovvero di coloro che, pur lavorando, erano poveri].

La Rerum Novarum, coeva del Capitale di Marx e di tanti libri tipici del liberismo dell'epoca, oggi a più di 100

anni di distanza, è il documento più attuale tra quelli appena citati; il Marxismo ha rivelato i suoi grandi limiti, i

principi enunciati nella Rerum Novarum, invece, non sono mai stati smentiti dalla chiesa.

Uno dei pochi temi superati è quello dei sindacati misti. Si diceva che i lavoratori potevano unirsi per tutelare

i loro diritti. Un problema che aveva la chiesa al tempo era chiedersi se nei paesi in cui coesistevano cattolici

e protestanti potessero unirsi in un unico sindacato. La chiesa diceva di no, perché così veniva messa a

rischio la fede. Questo concetto è superato. Quando morì Leone XIII nel conclave fu eletto il segretario di

stato di Leone XIII (Mariano Rampolla) che però era filo-francese. L'imperatore d'Austria chiese ad un

cardinale dell'impero di apporre il veto: quindi fu eletto Pio X. Questa è stata l'ultima volta in cui un re poté

apporre il veto in conclave.

3. Pio X

Successore di Leone XIII è Pio X. Ha avuto un pontificato più breve e non ha scritto temi di etica sociale

economica, ma temi di etica sociale politica. Diventa papa nel 1903 e muore nel 1914. Il Papa ha intuito

l'iniziare della guerra Mondiale scoppiata con l'attentato di Sarajevo il 28 giugno del 1914.

Il pontificato di Pio X è caratterizzato da una grande questione che ha travagliato la chiesa: il fenomeno del

modernismo. Ha a che fare con le questioni moderne, è un movimento culturale, filosofico e teologico che

depotenziava la figura di Gesù Cristo e l'esperienza religiosa. I modernisti furono tanti e non tutti eterodossi:

per esempio l'esperienza religiosa veniva definita con la parola sentimento. Non poteva esibire delle ragioni,

delle prove questo perché era un sentimento. Il modernismo, inoltre, voleva ammodernare la chiesa, e

alcune idee di questo movimento furono poi assorbite dalla chiesa (liturgia in italiano e non più in latino,

studiare le scritture con metodo storico).

Il papa, consigliato dai suoi conterranei veneti, si scontrò con l'Arcivescovo di Milano sulla questione dei

modernisti. Eco di questa stagione è il giuramento anti-modernista.

Ha scritto l'enciclica Pascendi (1907), inoltre ha composto il catechismo fatto di domande e risposte (non è

più quello attuale, ora è molto più descrittivo e didascalico, prima era diretto).

4. Benedetto XV

Successore di Pio X è Benedetto XV (1914-1921). Il suo pontificato dura sette anni ed è occupato dalla

guerra e dal tragico dopo guerra. Le fabbriche funzionanti sono solo quelle che fanno armi. I lavoratori sono

quasi tutti al fronte. 21 di 61

La preoccupazione del Papa è creare una rete di notizie tra chi sta al fronte e chi è invece a casa, e fare di

tutto affinché si arrivi alla pace al più presto.

Sotto il suo pontificato ci fu il genocidio degli Armeni cristiani (1 milione e mezzo di morti).

Il 1 agosto del 1917 scrive la "Nota alle potenze belligeranti" parlando della guerra come inutile strage e

invitando alla pace. L'appello del papa viene lasciato cadere perché, dato che la vittoria era imminente, si

desiderava finire la guerra da vincitori. Quindi soprattuto l'Inghilterra e l'Italia non volevano terminare la

guerra.

Nel 1918 termina la guerra, ma è più difficile governare il dopo guerra che la guerra: infatti ci furono molti

errori sia da parte dei vincitori che da parte degli sconfitti. Ci si chiede come configurare la pace, con il

termine della guerra termina anche la Belle Epoque. Emerge la potenza degli Stati Uniti.

In Europa si frantuma l'Impero centrale, e da un impero solo multietnico e multilinguistico nascono gli stati

successori (nasce l'Ungheria, la Cecloslovacchia, si riunisce la Polonia).

Il Papa, dietro la proposta di fare uno stato tutto cattolico unendo L'Austria, la Baviera e Amburgo, disse di

no perché non voleva toccare l'integrità della Germania. Inoltre dice di non umiliare la Germania, nei trattati

di Versailles invece la umiliano alimentando un sentimento di rivincita (Hitler comincia a formulare il suo

pensiero proprio in questo momento).

Il papa dimostrò una notevole lungimiranza, ma il rappresentante del Papa a Versailles non fu accettato per

istigazione del governo italiano il quale temeva che, se ci fosse stato a Versailles un nunzio a rappresentare

il Papa, potesse portare all'attenzione internazionale la Questione Romana (il papa si sentiva prigioniero).

5. Pio XI

Si tratta di un pontificato senza guerra ma tra le due guerre. Scrisse molti documenti di dottrina sociale.

Pio XI fu Papa dal 1922 al 1939. Era stato per molti anni prefetto della Biblioteca Ambrosiana, poi era stato

prefetto della Biblioteca vaticana, successivamente era stato rappresentante del papa a Varsavia dove viene

consacrato Vescovo e dove è l'unico diplomatico che non lascia la città all'entrata dei bolscevichi.

Da Varsavia viene fatto arcivescovo di Milano, dopo sei mesi muore il papa e gli succede.

Nel febbraio 1922 diventa Papa e poi, il 28 ottobre dello stesso anno, c'è la Marcia su Roma.

La sua idea è che, in rapporto alla modernità, si deve ricostruire il regno di Cristo. Poi affronta la questione

con il fascismo.

Di carattere era indubbiamente autoritario, esempio di questo è il fatto che ha fatto finire un movimento in

Francia perché era molto filo-cattolico ma lo era in maniera ambigua. Non condivideva la fede cattolica ma si

faceva forte su certe tematiche sperando di ottenere l'appoggio della chiesa.

Alla chiesa conviene chiudere la Questione Romana e verrà chiusa con i Patti Lateranensi del 1929,

costituiti dal Trattato che attribuiva le proprietà e dava alla Santa Sede un risarcimento e dal Concordato

(trattato internazionale) che regola i rapporti tra la Chiesa e l'Italia.

Papa Pio XI fu contento di questo, ma capì che era stato fatto per interesse: al regime fascista conveniva

non avere l'opposizione della chiesa, e anche la chiesa aveva interesse.

Pio XI, parlando di Mussolini lo definì "l'uomo che la provvidenza ci mandò", non c'è un apprezzamento sulla

persona, ma c'è un apprezzamento sull'operato riguardo il concordato (questa frase fu molto criticata, e il

suo significato fu traviato e reinterpretato come"l'uomo della provvidenza"). Il papa non fu mai fascista

perché ha sempre visto nel fascismo la radice anti-cristiana. Mussolini per poter fare il concordato si è

sposato in chiesa.

Il Papa era anche contrario alla Campagna d'Etiopia, ma fu incitato a non esprimere il suo parere.

Nel 1931, due anni dopo la firma del concordato, il Papa scrive un'enciclica in italiano (raro) dal titolo "Non

abbiamo bisogno". Al regime dava fastidio la libertà della chiesa in materia di educazione e di

associazione, ovvero il regime voleva chiudere l'azione cattolica. Il regime aveva le sue associazioni giovanili

(Balilla, Colonie Elioterapiche) e non sopportava che ci fosse un'altra associazione giovanile capace di

esprimere persone culturalmente preparate perché rappresentavano un opposizione.

Il Papa, con l'enciclica, si dichiara disposto a rinunciare al concordato e di conseguenza il partito fa un passo

indietro. Si arriva ad un compromesso: l'azione cattolica viene permessa ma si chiede di non fare azione

politica.

Nel 1939, quando muore, era la vigilia del decennale dei Patti Lateranensi: si dice che il papa avesse

preparato un discorso molto critico nei confronti del regime, ma morì il giorno prima.

Rapporto con il nazismo: viene dopo il fascismo. Hitler sale al potere dopo il 30. Nel 1933 c'è il

• concordato con la Santa Sede firmato da Pacelli che era diventato Segretario di Stato. La chiesa fa il

concordato per tutelarsi, perché è un patto internazionale, però verrà continuamente violato dal Reich. Con

il concordato la chiesa sperava di difendere alcuni suoi beni, a partire dalle libere scuole. Lo scontro con il

nazismo però avvenne preso, e fu lo stesso scontro che ci fu con il fascismo. L'ambito dello scontro è

quello dell'educazione. Questi sono regimi totalitari, quindi hanno di mira la creazione di un uomo nuovo:

sono regimi rivoluzionari. In Germania l'uomo nuovo era il sopra-uomo, concetto legato al problema della

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razza. Il cristianesimo era mal sopportato, Hitler che cominciò la sua battaglia contro gli ebrei non poteva

dimenticare che Gesù era un ebreo.

Il 1937 è un anno cruciale per il pontificato di Pio XI; nel mese di Marzo il Papa (80enne) in tre settimane

scrisse tre encicliche. La più famosa è quella del 14 marzo 1937 (domenica delle Palme), su tutti i pulpiti di

Germania delle chiese cattoliche venne data lettura di alcuni passi dell'enciclica. L'enciclica era scritta in

Tedesco ed era chiamata "con bruciante preoccupazione": era un'enciclica contro il regime che veniva

denunciato come neo-pagano. La settimana dopo ci fu un'enciclica contro il comunismo ateo riferita al

regime sovietico intitolata "Divinis Redentionis". Una settimana dopo ancora il Papa guarda al Messico

scrivendo l'enciclica "Ci è ben nota". Questo perché in Messico i governi massonici e anti-clericali stavano

perseguitando la chiesa, sono morte moltissime persone che morivano gridando "Cristo re" e venivano

chiamati Cristeros.

Nel 1938 ci fu la visita a Roma di Hitler che fu accolto con grandi onori da Mussolini. Hitler non chiede

udienza al papa che, per il periodo della permanenza di Hitler, andò a Castel Gandolfo dicendo che l'aria di

Roma era diventata irrespirabile e che vedeva avanzare una croce che non era quella di Cristo (croce

uncinata). Inoltre nel 1938 comincia la politica anti razziale contro gli ebrei: il papa in merito disse "siamo

tutti semiti". Si schierò contro la politica razziale (in Germania ci fu la Notte dei Cristalli in cui si bruciarono

le sinagoghe e gli esercizi commerciali degli ebrei). Anche in Italia cominciano ad apparire questi episodi e

delle leggi anti-semite per una sintonia con la Germania. La questione della razza fa si che il papa decida

di dedicare a questa tematica un'enciclica chiamata "Umani generis unica", però prima che l'enciclica sia

terminata il Papa muore e il suo successore (Pio XII) non la pubblica.

Rapporto con lo stato sovietico: il Papa, inoltre, fondò un collegio a Roma chiamato Russicum per

• preparare i vescovi per quando cadrà il regime sovietico.

Rapporto con la Spagna: in questi anni in Spagna c'è la guerra civile; quando nel 1931 alle elezioni vince

• la sinistra viene mandato in esilio il re. La chiesa non ha condannato la Repubblica che aveva sostituito la

monarchia, ma i problemi sono cominciati quando avvenne l'Alziamento del generale Franco

(insubordinazione al governo con guerra civile che termina nel 1937). La chiesa era condannata, vennero

uccisi molti rappresentanti del clero anche se non svolgevano alcun tipo di resistenza o di opposizione

politica.

Nel 1931, oltre alla famosa enciclica "non abbiamo bisogno" il papa Pio XI scrisse anche l'enciclica "la

quadragesimo anno", ovvero nel quarantesimo anno della Rerum Novarum. Due anni prima successe il

crollo di Wall Street (ottobre 1929), il Papa interviene nel 1931 usando parole forti (che sono ancora

contemporanee per la crisi attuale). L'uscita dalla crisi avvenne grazie alla politica del New Deal di

Roosevelt. Questa è la prima volta che la chiesa si occupa di finanza, questo perché è cambiato il tipo di

capitalismo: prima era un capitalismo familiare, poi comincia a comparire il capitalismo degli azionisti.

L'enciclica imposta anche il tema "etica ed economia" del compendio.

Inoltre viene formulato il principio di sussidiarietà, in Leone XIII c'era già questo principio ma non viene

formulato compiutamente. Leone XIII per stabilire il giusto salario dice che bisogna lasciare le parti libere di

contrattare; però se una delle due parti è particolarmente debole allora lo stato deve intervenire. Lo Stato

però deve rimanere fuori dalle questioni della famiglia.

Il principio di sussidiarietà è il rapporto tra stato e società civile. Si è nell'età dei totalitarismi ed in Italia

c'è il fascismo, affermare il principio di sussidiarietà significa contrastare il regime, questo perché affermare

che lo stato non ha diritto di intervenire nelle questioni famigliari significava andare contro al partito

(soprattuto riguardo la questione dell'educazione).

Nei primi mesi del 1939 il papa muore.

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Governo totalitario

Questa è la stagione dei totalitarismi. Ci si chiede come si può definire il totalitarismo, per arrivare ad una

definizione si mettono a confronto queste tre forme:

Governo autoritario: non ha grandi basi ideologiche.

• Dittatura: forma di governo non democratico. Difende gli interessi di una classe. Non ha la pretesa di

• governare ogni ambito della società. È meno radicata e più fragile del regime totalitario perché non ha un

progetto a lungo termine, ovvero quello di ricreare un mondo e l'uomo. Non ha grandi basi ideologiche.

Regime totalitario: forma di governo non democratica, caratterizzato da un potere accentrato che

• impedisce e bandisce l'opposizione. La parola "totalitario" implica un potere assolutamente pervasivo che

vuole governare ogni ambito della società (anche l'elemento religioso).

Sono tre forme politiche non democratiche, però i tre livelli non sono omogenei. Un regime autoritario non

sarà dittatoriale e totalitario. Quello totalitario contiene tutto ciò che lo precede. Le forme di governo che

sono sulla scena europea in questo decennio tra le tue guerre sono tutte e tre totalitarie? Il regime Nazista e

quello Sovietico senza dubbio. Il governo Italiano è una questione controversa. Per alcuni storici il fascismo

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fu un regime totalitario, per altri no. Per sua natura avrebbe voluto essere totalitario ma non ci è riuscito.

Aveva tutte le caratteristiche, l'aspirazione e l'ambizione di esitare in un regime totalitario, ma non ci è

riuscito per l'opposizione di due forze: la chiesa e la monarchia. Il regime non ha potuto, non ha voluto o non

ha saputo annientare ed assorbire la monarchia. C'è sempre stato un dualismo: in ogni grande città c'era il

prefetto (che rappresentava il re) e il federale (che rappresentava il partito). Anche la chiesa ha svolto una

funzione frenante, soprattutto nell'ambito dell'educazione.

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6. Pio XII

Diventa papa nel marzo del 1939 e muore nel 1958. Il suo pontificato può essere diviso in due parti:

- la prima metà è nel segno della guerra calda

- la seconda metà è nel segno della guerra fredda

Lui è il papa della guerra. Viene eletto nel segno della continuità con il suo predecessore.

Fa di tutto per scongiurare la guerra, che però scoppia nel settembre del 1939 con l'occupazione congiunta

(per il patto diabolico) di Germania e Unione Sovietica.

Il Papa allora cerca di escludere l'Italia dalla guerra, ma non riesce nemmeno in questo tentativo; infatti nel

1940 anche l'Italia entra in guerra. Il suo pontificato fu segnato da questo fatto, gli uomini sono al fronte e

quelli che sono rimasti a lavorare lo fanno per la produzione bellica.

C'è la questione del silenzio di Pio XII, infatti non ha denunciato il genocidio del popolo ebraico. Il silenzio

riguardo questa questione ci fu realmente, ma fu un silenzio sofferto e non complice. Pio XII considerava

Hitler come posseduto dal demonio, non fu suo complice.

Una delle ipotesi riguardo questo silenzio è la seguente: non ha condannato il nazismo perché non voleva

• indebolirlo rispetto all'altro grande male: il bolscevismo. Tra i due mali il papa considerava peggiore il

Bolscevismo, per questo ha taciuto.

Non è stato di certo un silenzio di paura. Ha scritto una lettera che diceva che se sarebbe caduto

• prigioniero nelle mani del nazismo, allora lo si sarebbe dovuto considerare dimissionario. Quando ci fu

l'attentato a Hitler, poi non riuscito, il papa era informato e consenziente.

Il silenzio è sofferto, ovvero ha valutato che se avesse parlato sarebbe stato peggio. Del resto c'erano stati

• degli episodi che hanno consigliato questa presa di posizione: quando in Olanda alcuni vescovi avevano

parlato contro il regime, il regime aveva fatto una repressione maggiore. Al vescovo Von Galen gli ebrei

avevano chiesto di parlare a loro favore, però lui ha chiesto da parte loro una lettera (firmata) che lo

scagionava da responsabilità di una repressione nei loro confronti a seguito delle sue parole.

La differenza tra il pontificato di Pio XII e del suo predecessore è proprio la guerra: la Santa Sede, in

occasione di guerra, ha sempre tenuto una posizione di assoluta neutralità. Un conto è condannare un

regime se non si è in guerra, un altro conto è condannarlo quando si è in guerra. Condannarlo quando si è in

guerra significa abbandonare la posizione di neutralità e questo è pericoloso perché la chiesa doveva

garantire un punto di incontro.

Quando finisce la guerra dal mondo ebraico non si alza nessuna voce critica, nessuno ha considerato

l'atteggiamento del papa come sbagliato o meritevole di censura. Oggi a Roma la sede nella nunziatura

presso la repubblica italiana è un dono fatto da un ebreo. Tutti sapevano dell'eccidio degli ebrei, quindi è

curioso che l'accusa del silenzio sia stata mossa proprio al Papa. Il Papa era quello che aveva più di tutti le

mani legate, se avesse parlato e il regime avesse inasprito la reazione; allora avrebbe esposto alla

reazione non solo gli stessi ebrei ma anche tutti i cattolici nelle regioni occupate.

Il silenzio non si può spiegare con l'ignoranza dei fatti, ma con il timore di rappresaglie non solo sugli ebrei

• ma anche sui cattolici dei territori occupati.

L'accusa non gli viene mossa al tempo, ma nel 1963, ovvero già dopo la sua morte. C'è chi invece lo difende

a partire dal fatto che era ragionevole una valutazione che una denuncia plateare avrebbe portato a

conseguenze peggiori. Si deve anche considerare che la chiesa cattolica ha salvato 800 milioni di ebrei

grazie all'organizzazione messa in atto da preti e suore che nascondevano e accoglievano chi era in fuga.

Idi è un centro di ricerca a livello mondiale sulle malattie della pelle, proprio in questo ospedale hanno

salvato moltissimi ebrei (il morbo di Kapler era il modo per definire che il paziente era rifugiato in quanto

ebreo).

In realtà si dovrebbe dire sofferto quasi silenzio, infatti ci sono due momenti ufficiali in cui il papa fa

riferimento alle popolazioni ed etnie uccise per ragioni religiose e di razza, come durante il discorso si natale;

la parola ebrei non viene detta esplicitamente.

Pio XII non ha scritto nessuna enciclica sociale, i temi sociali venivano trattati in due occasioni:

- discorso di Natale

- discorso della Pentecoste

Durante il discorso di Natale Pio XII parla delle persone uccise per ragioni razziali e religiose. Quindi chi era

al corrente dell'evoluzione della guerra poteva capire le parole del Papa, anche se non erano esplicite.

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Durante i cinque anni di guerra la chiesa cattolica ha attivato una grande rete per far sapere notizie di chi

stava al fronte a chi stava a casa.

La guerra calda termina con il Patto di Yalta durante il quale l'Europa viene divisa e si innalza la Cortina di

ferro. L'Europa occidentale segue l'influsso americano, l'Europa orientale invece segue l'influsso molto

diretto del comunismo (il governo comunista viene installato in ogni città, senza possibilità di scelta).

Finita la guerra calda si arriva al 1945 con lo scoppio della guerra fredda, che dura fino al 1959.

Il papa critica entrambe le metà dell'Europa. La società americana viene giudicata da Pio XII come

materialista. Intuisce i limiti di questa concezione della vita e dell'importanza quasi assoluta che viene data

all'economia. In oriente invece lui è il "Papa della chiesa del silenzio", questo perché i cristiani vengono

perseguitati e la chiesa non è libera. Dove la chiesa cattolica è più forte, come in Polonia, dove tutti i

polacchi sono cattolici e la religione costituisce una sorta di identità nazionale, allora il regime deve

concedere qualche minima libertà. Dove invece la chiesa cattolica costituisce una minoranza il pungo del

regime sovietico è assoluto. Quasi tutti i cardinali furono imprigionati.

Il caso più clamoroso è quello del cardinale Vinzenti di Budapest, egli era in prigione nel 1956 quando ci fu la

rivoluzione ungherese. Egli fu in prigione sia sotto il regime nazista che sotto i comunisti. Dopo la rivoluzione

si rifugia nell'ambasciata americana dove rimase per 18 anni. Nel 1964 Paolo VI, con la sua politica verso

est, nel convincimento che il comunismo sarebbe durato in eterno, dice che bisogna venire a patto con i

governi. Voleva ottenere ad esempio la possibilità di nominare i vescovi. In questa occasione il papa

comanda a Vinzenti di venire a Roma, ma lui dopo pochi mesi se ne va dicendo di non essere un uomo di

compromessi. Così va a Vienna, che era stata la capitale dell'impero Austro-Ungarico, dove morì.

Quindi Papa Pio XII può essere definito critico verso la concezione di vita americana che comincia a

diffondersi in occidente e verso le chiese perseguitate in oriente.

Muore il 9 ottobre del 1958 a Castel Gandolfo (il suo medico vende le foto del Papa moribondo).

Nel 1949 scomunica chi militava nel partito comunista. Papa Giovanni XXIII era stato nunzio apostolico

in Bulgaria ed in Grecia, delegato apostolico in Turchia e ha aiutato a salvare molti ebrei. Dalla Santa Sede

si è fatto rilasciare dei falsi lascia passare, per far si che gli ebrei potessero sembrare dei pellegrini. Se Pio

XII non fosse stato d'accordo allora la segreteria di Stato non avrebbe potuto rilasciare dei falsi lascia

passare. Quindi tutto quello che si poteva fare è stato fatto, anche se non si è parlato esplicitamente.

7. Giovanni XXIII

Fu un pontificato breve, durò appena 4 anni: dal 28 ottobre 1958 al 3 giugno 1963. Era un uomo colto, da

giovane aveva assistito ai primi scioperi. Aveva un'attitudine umana molto spiccata.

Per la storia della dottrina sociale è ricordato per tre elementi:

Nel 1961 scrisse un'enciclica in occasione del 70esimo anniversario della Rerum Novarum. L'enciclica è

• chiamata "Mater et Magristra" (la chiesa è madre e maestra). Analizza il rapporto fra stato e mercato,

ovvero il principio di sussidiarietà applicato in economia. Si chiede quando lo stato deve estendersi in

economia. In Italia ogni impresa che era in difficoltà veniva salvata, non falliva: questa è una delle ragioni

dell'attuale debito pubblico. Questo non era un principio di sussidiarietà sano, in questa maniera si

otteneva la pace sociale perché nessuno veniva licenziato ma si alterava l'equilibrio dell'economia. La

chiesa ha una sua teoria su questo punto, dice a quali condizioni lo stato deve intervenire sul piano

economico: deve essere un intervento limitato e temporaneo. Lo stato deve intervenire nel rispetto

della razionalità economica.

Nell'aprile 1963 pubblica l'enciclica "Pace in terris" il tema della pace diventa particolarmente importante.

• L'enciclica viene scritta perché nell'autunno precedente il mondo era stato sull'orlo della guerra atomica.

Nei primi anni 60 il presidente americano è Kennedy e il segretario del partito sovietico (vera potenza) era

Krushov. L'unione sovietica cerca di portare a Cuba dei missili capaci di raggiungere il territorio degli stati

del sud degli Stati Uniti. Kennedy si oppone e il clima diventa incandescente; Kennedy decide il blocco

navale davanti a Cuba. Se le navi sovietiche avessero tentato di forzarlo l'America avrebbe cominciato la

guerra. Le navi sovietiche tornarono indietro davanti al blocco e quindi la guerra fu scongiurata. Il Papa

manda ad entrambi una lettera. Questa paura fa si che il Papa concepisse l'idea di scrivere un'enciclica

dedicata alla pace, questa è la prima enciclica che tratta questo tema.

Nel 1962 ci fu la prima sessione del Concilio Ecumenico. Il nome di Papa Giovanni è legato al concilio

• ecumenico Vaticano II. Il primo concilio ecumenico, nel 1870, è stato interrotto ma non fu mai chiuso; il

papa preferì cominciarne uno nuovo piuttosto che riprendere tematiche che erano state accantonate per

parecchio tempo. Papa Giovanni XXIII ha intuito alcune cose: bisognava ripensare i rapporti tra la chiesa

ed il mondo (per quanto lui non fosse particolarmente riformista ed aperto alle novità). Si stava entrando in

un periodo abbastanza ottimista dal punto di vista dello sviluppo economico, quindi anche la chiesa si

sente meno minacciata. Aveva l'idea di indire un concilio e di concluderlo in poche settimane, non

immaginava che cosa ne sarebbe potuto derivare. Non immaginava che nella chiesa ci fossero delle

vivacità periferiche particolari. Uno dei periti conciliari era Ratzingher, allora professore e Wojityla era

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vescovo. Dice che bisogna aggiornare la dottrina, egli presiede la prima sessione del concilio; la seconda

no perché è già morto.

8. Paolo VI

Fu papa dal 21 giugno 1963 al 6 agosto del 1978, il suo pontificato durò 15 anni. Non aveva l'esperienza

pastorale necessaria per diventare Papa, Pio XII lo invia come arcivescovo di Milano nel 1955 per rimediare

a questa mancanza. Veniva chiamato l'arcivescovo dei lavoratori perché andava nelle fabbriche a Sesto San

Giovanni. Aveva intuito che a Milano stava cominciando l'allontanamento della massa dalla fede, quindi

promuoveva la predicazione organizzando dei gruppi adibiti a questo scopo. Ogni anno faceva un discorso

alla Fiera Campionaria, in quell'occasione disse che "attorno al mercato nasce la città"; si è scontrato con il

Presidente della Confindustria Angelo Costa (che era molto cattolico).

Quando diventa papa si trova tra le mani la grande questione del Concilio che Papa Giovanni aveva

cominciato. Paolo VI doveva prendere la decisione di continuarlo oppure sospenderlo; lui decise di

continuarlo e quindi presiedette le sessioni successive (63-64-65) lasciando molta libertà ai teologi tedeschi

che erano venuti come periti dei loro vescovi e avevano indirizzato il concilio su delle vie non previste da

Papa Giovanni.

Uno dei documenti più importanti del concilio è quello relativo alla libertà religiosa e libertà di coscienza di

cui si cambia l'indirizzo tradizionale (già commentato parlando del Sillabo) e si dice che la scelta della

religione a cui aderire è una decisione su cui lo stato non può interferire. Si passa dalla prospettiva che solo

la verità ha il diritto e non l'errore, al fatto che la persone ha diritto di scegliere quale religione aderire, ha

anche il diritto di sbagliare. Rimane comunque immutata l'idea che non tutte le religioni sono uguali,

altrimenti si cadrebbe nell'indifferentismo. Altro documento importante è il Gaudium et spes; aveva ad

oggetto il rapporto chiesa-mondo. Ci sono anche delle tematiche sociali in questo documento.

Si esprime anche con un'enciclica e con una lettera.

Enciclica "Populorum progressio" (sviluppo dei popoli: non progresso) del 1967: affronta, alla luce del

• principio della giustizia, la situazione politica ed economica mondiale. La dimensione mondiale è una

novità: la parola globalizzazione non era ancora diffusa, ma c'è già la problematica di una questione

sociale che diviene mondiale. Il mondo era politicamente diviso tra est ed ovest (eredità di Yalta) ed

economicamente era diviso in nord-occidente e sud. Sono gli anni in cui le nazioni, gli stati europei,

rinunciano alle colonie, la decolonizzazione avviene sia in maniera pacifica sia non. Inoltre si comincia a

capire che il mondo, anche sotto il profilo economico, è più inter-dipendente rispetto a prima, quindi Paolo

VI si chiede cosa si intende per sviluppo. La sua intuizione fu che lo sviluppo è buono se è lo sviluppo

di tutti gli uomini e di tutto l'uomo. Ovvero lo sviluppo non può essere solo materiale. L'enciclica dava

anche delle indicazioni per regolare i rapporti tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. La

concorrenza motiva gli attori economici ad un impegno ulteriore. La concorrenza, quindi, è una buona

regola perché impedisce i monopoli; però la concorrenza è una buona regola tra chi è in condizioni più o

meno di parità. Ma se i due soggetti fossero grandemente impari la concorrenza non è più una regola di

giustizia. Il papa non ha un atteggiamento moralistico, infatti sottolinea anche la responsabilità dei paesi

meno sviluppati. Non sostiene la tesi che i paesi poveri lo sono per colpa di quelli più ricchi: invita alla

responsabilità chi vorrebbe o sta per svilupparsi. Questo perché alcuni elementi che impediscono lo

sviluppo sono elementi endemici e culturali (corruzione, pigrizia mentale) e non l'egoismo di chi è già

sviluppato. Ad esempio una colpa del mancato sviluppo dei paesi dell'America Latina è il latifondo. Il Papa

capisce che la cornice nazionale dell'economia non è più adeguata, si deve adottare un'ottica mondiale.

È il primo papa a fare de viaggi lontani: India, Filippine (dove cercano di ucciderlo), Nazioni Unite. Ha

cominciato inoltre delle cose tutt'ora vigenti: Giornata mondiale della Pace (ogni capodanno). Per la Giornata

mondiale della pace Paolo VI ha comincialo la tradizione del messaggio "ai fedeli e agli uomini di buona

volontà". "La giustizia è il nuovo nome della pace" è il titolo di uno dei primi suoi messaggi, quindi il tema

della pace viene collegato ad altri temi.

Lettera "Octogesima adveniens" nel 1971 in occasione dell'80esimo anno dalla Rerum Novarum. I temi

• affrontati sono quelli economici e politici. Per esempio si dà importanza alle chiese locali nella risoluzione

di certi problemi economici e politici. Il mondo degli anni 70 si complicava e si diversificava, quindi il

problema etico era inevitabile che fosse declinato in maniera diversa: il magistero del papa illustrava i

principi ma poi l'applicazione doveva essere locale, adattata alle esigenze specifiche. C'era un invito alle

chiese locali a vedere, giudicare ed agire; questo per rendere incisiva nella realtà socio-politica la dottrina

sociale. Solo chi viveva da vicino la realtà locale poteva agire nel migliore dei modi.

Ha indotto anche dei sinodi sul tema della giustizia. Nel 1978 il papa muore. Quando muore Paolo Vi si ha

una situazione particolarmente difficile. Il concilio che doveva dare slancio alla chiesa, che doveva essere un

elemento di propulsione, in verità registra dei fenomeni che non erano previsti. Alcuni grandi studiosi filosofi,

che prima del concilio erano giudicati progressisti perché avevano l'obiettivo di svecchiare la chiesa ed

aggiornarla, dopo il concilio scrivono libri di conservazione. Questo perché si sono accorti che spesso

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l'aggiornamento viene frainteso. Il filosofo cristiano Mariten scrive un libro dopo il concilio per denunciare la

maniera di interpretare il concilio che tradiva l'idea originaria.

Quindi il papa si è trovato a governare una chiesa dove avvenivano delle spinte molto al di là di quanto

desiderato: sono gli anni in cui crollano le vocazioni. Molti cominciano a pensare che il marxismo ha ragione

e la dottrina sociale della chiesa non serve. Paolo VI chiude la sua vita in questo clima, in cui la dottrina

sociale della chiesa non gode di stima.

In America Latina comincia la famosa teologia della liberazione dove il messaggio di Gesù veniva ridotto ad

un messaggio sociale.

9. Giovanni Paolo I

Il suo pontificato dura solo un mese.

10. Giovanni Paolo II

16 ottobre 1978.

Lui è il primo papa straniero da metà 500. Sulle tematiche sopra descritte ha una visione personale, questo

perché il marxismo lo conosce bene e sa che non avrà lunga vita. Ha un lungo pontificato, 26 anni.

Il sui pontificato può essere sintetizzato così: è il papa della riscoperta della dottrina sociale.

Un'altra tematica su cui ha molto insistito e insegnato è la famiglia, come anche la vita.

Conosce molto bene il marxismo e si è anche scontrato con esso. Diventa vescovo su suggerimento del

partito, infatti la libertà della chiesa in Polonia era limitata. Per esempio i seminari in Polonia avevano il

numero chiuso, imposto dal partito.

Il partito voleva costruire un quartiere in cui non ci fosse nessun riferimento a Dio, lui insieme al popolo si

impone e viene costruita una chiesa. Quindi il sogno di un quartiere ateo svanisce.

Quando nel 1991 scrive la terza enciclica sociale dice che il marxismo è stato un errore antropologico.

Il primo viaggio che fa, pochi mesi dopo la sua elezione a Papa, è in America Latina. Lì, nel primo discorso,

ribadisce l'importanza della dottrina sociale della chiesa. Dice che se la dottrina sociale della chiesa è

conosciuta si avrà il risultato che il messaggio del Vangelo sarà incisivo nella società.

Enciclica "Laborem exercens" del 14 settembre 1981, in occasione del 90esimo della Rerum Novarum.

• Doveva uscire il 15 maggio, come era uscita la Rerum Novarum, ma il 13 maggio c'è l'attentato in Piazza

San Pietro. Questa enciclica di tematica sociale conserva molto bene l'impronta di Papa Giovanni Paolo II.

Il tema affrontato è il lavoro. La tesi che la priorità è del lavoro sul capitale si trova proprio in questa

enciclica. Si ha la trattazione, ad oggi, più ricca sul tema del lavoro. Leone XIII aveva già parlato del lavoro

e aveva dato delle indicazioni riguardo ad un contratto giusto e al giusto salario, inoltre aveva

raccomandato le condizioni di lavoro e l'orario. Ma questa enciclica è più completa, inoltre essendo stato

professore di etica, si nota l'impronta filosofica. Lui veniva dalla scuola filosofica della fenomenologia,

quindi era attento ad analizzare e descrivere il fenomeno: questo perché dal fenomeno vengono

indicazioni relative alla natura di ciò che è. C'è una grande trattazione sul sindacato (nel 1981 ci sono i

moti in Polonia che sono partiti da un sindacalista. Il sindacato viene visto bene però se fa la sua parte,

ovvero se non si mescola alla politica). Si chiede come si fa a lavorare sotto la direttiva di un'altra persona

e non sentirsi alienati.

Enciclica "Sollicitudo rei socialis" del 1987. Comincia un altro filone, 20 anni prima c'era stata la

• Populorum progressio. Tratta i problemi dell'economia nell'orizzonte mondiale. Anche il tema del lavoro

deve essere collocato nella cornice della globalizzazione, però nell'enciclica riguardo il lavoro fa una

riflessione sul significato e sulla natura del lavoro. L'argomento di questa enciclica è una ripresa, dopo 20

anni, di quanto trattato nella Polulorum progressio; si chiede se in 20 anni ci sono stati progressi ed

evoluzioni. Uno dei concetti più presente è quello dell'interdipendenza (non c'è ancora la parola

globalizzazione, ma l'interdipendenza è una delle componenti della globalizzazione), inoltre insiste sul

principio della dottrina sociale della solidarietà. La solidarietà non è un sentimento ma è un principio che

spiega la società e alla cui luce la società si articola in modo buono. Inoltre si trova un concetto molto

interessante; il Papa dice che nel mondo ci sono le strutture di peccato. Questo concetto non era mai stato

nominato dai Papi e nessuno mai l'ha ripreso, questo perché il peccato è un atto personale (è il singolo

uomo che pecca). "Strutture di peccato" significa che ci sono delle situazioni che impediscono all'uomo di

vivere bene, di esprimersi. La dottrina sociale desidera illustrare delle strutture che non siano di peccato.

Non è la struttura che pecca, ma nella struttura si condensano decisioni di singoli uomini, o di gruppi di

uomini, che hanno plasmato la realtà in quel modo e che condiziona grandemente la vita del resto della

popolazione.

Enciclica "Centesimus annus" nel 1991. Il centenario cade in un momento particolare. Nel 1989 c'è il

• crollo del Muro di Berlino che cambia il mondo. Termina il mondo istituito con il Patto di Yalta, crolla il

Sistema Sovietico. L'Unione Sovietica torna ad essere Russia. La rievocazione della Rerum Novarum non

è astratta o generica, infatti si rievoca la prima enciclica in un contesto del tutto nuovo. Il primo capitolo

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo (Facoltà di Economia e di Lettere e Filosofia) (MILANO)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher PLANESET di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etica sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Citterio Ferdinando.

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