Etica della comunicazione 2019/20
Prof. Mariagrazia Villa
Lezione 1 - Presentazione 1
Che cos'è l'etica? - Storia dell'etica
“L’etica è ambigua”
In occidente fin dall’antichità viene chiamata etica:
- Riflessione filosofica che si rivolge ai nostri atti, al nostro agire e ai nostri atteggiamenti
- Complesso di principi che guidano gli atti, l’agire e gli atteggiamenti del singolo e di una comunità, sia in generale che in un determinato periodo storico
Perché intendere l’etica come una riflessione e come un complesso di principi è un elemento ambiguo? Noi possiamo sia aderire che rifiutare i criteri di comportamento di una comunità proprio perché l’etica è anche una riflessione. Posso accettare quello che fa la comunità, ma posso anche rifiutarlo!
Nel linguaggio comune l’etica può essere:
- L’adesione ai criteri e alle consuetudini di comportamento condivisi anche dalla comunità e grazie ai quali noi ci orientiamo nella vita quotidiana
- Riflessione su questi stessi criteri e consuetudini, grazie alla quale ne diventiamo consapevoli e possiamo, all’occorrenza, metterli in discussione e arrivare a un loro rifiuto
La parola etica arriva dal vocabolo greco “éthos”, ossia comportamento, consuetudine, costume. Esistono due vocaboli che indicano le due modalità secondo cui l’etica era interpretata nell’antica Grecia:
- Éthos con la epsilon (ἔθος): indica il comportamento e la consuetudine individuali;
- Éthos con la eta (ἦθος): indica i comportamenti e le consuetudini condivisi anche dalla comunità.
Gli antichi romani prendono i due vocaboli e cercano di riunificarli in un nuovo termine: mos, moris che significa “costume”, “abitudine”, “comportamento”. Cicerone nel "De fato", si serve dell’aggettivo moralis, morale per indicare:
- L’agire individuale
- L’agire comunitario
- La riflessione che possiamo fare su entrambi
Al giorno d’oggi nelle lingue che arrivano dal latino i termini etica e morale vengono usati spesso indistintamente, mentre in filosofia:
- Nella tradizione di Kant e Hegel con il termine “morale” si indicano i principi astratti e universali a cui un comportamento umano può conformarsi e con “etica” la dimensione culturale, sociale e storica in cui questi principi prendono forma.
- Nel pensiero contemporaneo la situazione si “ribalta”: infatti con “morale” si individua, al contrario, la sfera dei comportamenti umani, e con “etica” la riflessione che noi possiamo fare su di essi.
Una bussola delle domande
L’etica può diventare una dimensione in cui poniamo domande sui nostri atti, il nostro agire e i nostri atteggiamenti e su quelli condivisi con gli altri, alla ricerca di un comportamento moralmente qualificato, che sappia armonizzare le nostre scelte ai princìpi che riteniamo validi universalmente. Questa dimensione stabilisce un legame tra noi e il mondo delle cose e degli uomini, una forma di presa in cura e di amore che si carica di una forza magnetica.
L’etica è come una bussola di domande, le domande per orientarci sono principalmente:
- Che cosa sto facendo?
- Come lo sto facendo?
- Spinto da quale istanza?
- A quale scopo?
- Che cosa posso o devo fare?
- Perché lo faccio o lo devo fare?
- Che senso ha il mio agire?
- Che conseguenze avrà ciò che sto facendo?
Fin dall’antichità, l’etica estende le sue domande dal comportamento del singolo a quello della comunità, sino a coinvolgere ogni uomo. Le domande dell’etica sono come una bussola perché ci muoviamo in uno spazio aperto, nel quale sono molte le opzioni in gioco (potenzialmente infinite) fra le quali siamo chiamati a discernere e a scegliere.
Che cosa facciamo e come lo facciamo?
Per Aristotele, il bene è il fine. L’uomo mira a compiere uno scopo: il bene. Questo processo è comune a tutti perché è naturale: è insito nella natura stessa dell’uomo in quanto l’uomo è fondamentalmente buono. Il disaccordo tra gli uomini sorge perché ciascuno cerca di perseguire il proprio bene, a perseguire ciò che è bene per lui. Il conflitto si risolvere individuando un bene “supremo”, al quale tutti gli uomini tendono per natura: la felicità. Per Aristotele la felicità è data dal raggiungimento di un equilibrio di vita. Una persona è felice quando riesce a mettere in equilibrio tutti gli aspetti della sua vita. Dentro di noi ci sono delle virtù, che ci permettono di perseguire il “sommo bene”, di andare verso quella felicità.
Per Aristotele e come già per Platone, la parte razionale dell’anima ha il compito di dominare tutte quelle tendenze e quei desideri che ci possono allontanare dal nostro vero scopo: la felicità (eudaimonia).
I due equilibri in equilibrio
Per Aristotele esistono quindi 2 equilibri:
- L’equilibrio interno a ogni essere umano: reso possibile dalla prospettiva di una vita buona, in cui le virtù vengono realizzate per raggiungere ciò che è bene in sé. L’essere umano cerca di favorire quelle virtù che gli permettono di raggiungere il bene supremo.
- L’equilibrio fra tutti gli esseri umani: reso possibile dall’individuazione del bene supremo e dalla scelta dei mezzi per ottenerlo, con la conseguente subordinazione dei beni parziali alla prospettiva di una felicità comune, per andare verso l’eliminazione di qualsiasi disaccordo o conflitto.
Che cosa dobbiamo fare?
Per la tradizione giudaico-cristiana ciò che veramente conta è la volontà di Dio. È con la Bibbia che l’etica inizia a rispondere alla domanda “che cosa dobbiamo fare” e appoggia la risposta alla religione, al rapporto che l’uomo instaura con Dio. Il pensiero giudaico parte dall’idea che l’uomo non sia buono ma egoista e malvagio, non positivo, e proprio perché l’uomo è egoista, ha bisogno di qualcuno che lo guidi se vuole compiere il bene. Chi lo guida? Dio. Dalla Bibbia in poi, l’etica non è più descrittiva, ma prescrittiva, proprio perché qualcosa o qualcuno prescrive all’uomo come si deve comportare.
Per la prima volta nell’animo dell’essere umano avviene una scissione tra ciò che lui vorrebbe fare spinto dalla sua natura e ciò che dovrebbe fare perché glielo richiede Dio. Nel mondo giudaico-cristiano il bene è celeste. È Dio a decidere ciò che è bene fare e cosa si deve fare per realizzare quel bene e ciò che non è bene fare: espressione paradigmatica ne sono i Dieci Comandamenti. L’uomo ha bisogno della volontà di Dio e della voce di Dio perché non trova in se stesso l’indicazione per fare il bene.
L’uomo (come anche già affermato da Platone) ha delle virtù interiori e deve dare più spazio alle virtù che lo portano verso l’amore, verso l’altruismo, verso la generosità e la gentilezza. E deve mettere da parte tutti quegli aspetti interiori che inibiscono questo comportamento e che lo porterebbero ad essere egoista e a pensare solo ai propri interessi. Nel pensiero cristiano è l’egoismo l’erbaccia che va estirpata, l’uomo deve superare l’egoismo per fare la volontà di Dio. Per il Cristianesimo, il comandamento dei comandamenti è quello dell’amore: nei confronti di Dio e del prossimo. Ciò che l’uomo deve promuovere sono altri atteggiamenti, anch’essi insiti nella sua natura: l’apertura e la disponibilità verso gli altri, la gentilezza.
Se siamo liberi, siamo responsabili
Nella religione Cristiana l’uomo è libero di scegliere se ubbidire o meno ai comandi divini, ossia se adottare un atteggiamento amorevole o farsi guidare da istanze egoistiche. Se noi siamo liberi di scegliere, siamo anche responsabili di ciò che abbiamo scelto. Questa libertà si trasforma in responsabilità: la capacità dell’uomo di rispondere delle sue azioni a quel Dio che può chiamarlo a renderne conto.
Che cosa dobbiamo fare?
Secondo Kant esiste un’etica del dovere. Esso ci dice che ogni volta in cui noi agiamo rispondiamo liberamente a un comando considerato vincolante, quello che Kant chiama “imperativo categorico”. Ogni volta che noi stiamo per agire, si impone alla nostra coscienza questo imperativo categorico che ci dice, ci porta a riflettere sul grado di moralità o meno di ciò che stiamo facendo. È la “voce della coscienza”. Questo comando non prescrive qualcosa di determinato, ma consente di riconoscere la moralità o meno di ciò che induce a compiere un’azione. L’uomo è libero di ascoltare questo imperativo, ma è anche libero di non ascoltarlo.
Per Kant questo imperativo categorico non arriva da Dio e l’uomo ce l’ha nella propria coscienza, però il fatto stesso che l’uomo abbia nella propria coscienza questo imperativo categorico che mette in luce la moralità delle sue azioni, e che lo spinge a comportarsi bene, dimostra che Dio esiste. Si assiste ad un rovesciamento: non è più, dunque, la morale a essere fondata sulla religione, ma è il principio di moralità insito nell’uomo stesso che porta di necessità alla religione, ossia all’ammissione dell’esistenza di Dio.
Che senso ha il nostro agire?
Per Nietzsche, conta ciò che noi vogliamo. Alla domanda sul senso dell’azione, risponde con un’altra domanda: perché dovremmo ubbidire a ciò che si presenta in modo così intransigente alla nostra coscienza, sia che si tratti di una rivelazione divina o di un imperativo categorico? Nietzsche dice che noi facciamo ciò che vogliamo, ciò che io voglio lo posso fare. Si parla di volontà di potenza. È l’uomo che crea i propri principi, l’uomo fa ciò che vuole.
Che senso ha il nostro agire?
Per l’etica contemporanea, è un bivio. Le due strade percorse dall’etica contemporanea si separano al bivio del “perché compiamo un’azione”:
- Prima strada cerca di giustificare che un senso nel nostro agire ci possa essere, e viene rintracciato nel coinvolgimento. Il senso delle mie azioni dipende dal grado di coinvolgimento che io ho nei confronti di queste azioni. Quindi tendiamo a scegliere ciò in cui siamo coinvolti.
- Seconda strada rinuncia all’idea che il nostro agire abbia un senso (la pensa come Nietzsche) e si va a concentrare su altri aspetti, non tanto sul senso del nostro agire, ma su tutti i meccanismi mentali che intervengono nel momento in cui noi andiamo a compiere una determinata scelta.
L’etica nell’epoca della sua riproducibilità tecnica
Il continuo diffondersi delle nuove tecnologie e il loro predominio, a livello globale, cambiano i rapporti che abbiamo con noi stessi, con gli altri, con il mondo. Mutano i principi in base ai quali noi ci comportiamo. Oggi il senso dell’azione si risolve nell’efficacia di una prestazione: tutto deve funzionare. I rapporti tra noi e gli altri, tra noi e la realtà, rischiano di diventare rapporti puramente tecnici, rapporti che devono funzionare. (Heidegger 1966). Anche la tecnica è ambigua. Oggi la tecnica e la tecnologia ci permettono di ottenere quello che un tempo potevamo solo chiedere agli Dei. Però, la tecnica e la tecnologia frappongono un filtro tra l’uomo e l’ambiente e tra l’uomo e gli esseri umani. La tecnica, nata per essere a servizio dell’uomo, rende l’uomo funzionale alle proprie procedure. La tecnica ci fa abitare il mondo in maniera sempre più comoda, ma è in grado di distruggere e annientare questo stesso mondo.
Le nuove domande dell’etica
- La tecnica e la tecnologia sono neutre, ossia un semplice strumento che può essere usato bene o male?
- Risultano in se stesse positive o negative?
- Ciò che da esse proviene dipende dalla responsabilità di chi ne fa uso?
- O la responsabilità dipende dallo scienziato e dal tecnico che hanno ideato e permesso il funzionamento di questi strumenti?
La tecnologia dovrebbe migliorare la tua vita, non diventare la tua vita.
Lezione 2 - Presentazione 2
Etica della comunicazione
Le etiche applicate
L’agire nell’età della tecnica e della tecnologia comporta problemi specifici dal punto di vista etico e morale, in particolare:
- La messa tra parentesi del concetto di responsabilità
- L’illusione che gli effetti collaterali della tecnologia si possano controllare
- L’idea di agire costantemente senza limiti
Per affrontare questi problemi sono nate le “etiche applicate”: un’applicazione, un allargamento e una trasformazione dell’etica “generale”. Le etiche applicate cercano una risposta alle questioni reali che, di volta in volta, gli sviluppi tecnologici e le loro conseguenze hanno posto agli esseri umani in vari campi dell’azione. Sono etiche applicata: la bioetica, l’etica sociale, l’etica della comunicazione ecc. Le etiche applicate, cercano di dare risposte adeguate a questioni pratiche ma fanno riferimento ai principi dell’etica generale, a principi superiori. Le etiche applicate si fondano sull’etica generale. È l’etica generale che giustifica le etiche applicate, perché l’etica generale elabora e discute dei paradigmi di comportamento ritenuti validi per tutti gli uomini e in tutte le situazioni, e fornisce una giustificazione ultima alle etiche applicate, che quei paradigmi mettono alla prova in contesti ogni volta diversi.
Cosa intendiamo per comunicazione?
Chiarire cosa intendiamo per comunicazione è fondamentale per la nostra indagine sull’etica dell’agire comunicativo: fino ad ora sono state censite circa 125 definizioni di comunicazione. Ogni definizione di comunicazione comporta una determinata definizione anche di etica della comunicazione. Infatti ogni definizione seleziona alcuni aspetti del fenomeno e può pregiudicarne l’indagine sugli aspetti etici: pertanto, non dobbiamo assumere un concetto di comunicazione in modo acritico, ma compiere una riflessione.
Il modello comunicativo standard
È la definizione più diffusa e apparentemente più “naturale” di comunicazione. È quella che si trova sui dizionari, secondo cui: comunicare significa trasmettere pensieri, idee, sentimenti, emozioni, notizie, informazioni o dati ad altri. Secondo questa teoria standard, esistono un emittente (colui che trasmette), un messaggio (quanto viene trasmesso) e un ricevente (il destinatario) e un rapporto tendenzialmente unilaterale tra l’emittente e il destinatario. L’emittente compie un lavoro per dare al messaggio un formato accessibile al destinatario e quest’ultimo ricostruisce l’intenzione dell’emittente, interpreta il messaggio, reagisce ad esso, accettandolo o rifiutandolo.
Comunicare nel senso di trasmettere
Nella concezione del comunicare come trasmettere, il messaggio:
- Viene trasmesso in virtù di un contatto tra emittente e ricevente, che si definisce canale
- Il messaggio viene configurato secondo un codice condiviso da emittente e ricevente (es. una lingua)
- Si riferisce ad un determinato contesto
Il processo comunicativo standard assomiglia a quello che accade in una pipeline, ossia una conduttura.
Dalla teoria dell’informazione alla cibernetica
La tesi della comunicazione come trasmissione di dati si deve al linguista e semiologo russo Jacobson, che si è rifatto alla teoria dell’informazione sviluppata dal matematico americano Claude Shannon nel secondo dopoguerra. Shannon ricerca qual è il modo più efficiente per trasmettere dei segnali tra l’uomo e la macchina, evitando ambiguità, disturbi e rumori di fondo. Jacobson applica quest’impostazione alla linguistica e, alla fine, a qualsiasi altra dimensione comunicativa. Comunicare è trasmettere dei dati. Questa concezione della comunicazione come trasmissione meccanica di informazioni, è favorita dalla cibernetica, che è contemporanea alle ricerche di Jacobson. Questa nuova disciplina studia come controllare la trasmissione delle informazioni sulla base di un paradigma connettivo tra le macchine, gli animali e gli uomini.
Dall’etica all’economia?
Se accettiamo che la comunicazione sia una trasmissione di dati, noi assumiamo implicitamente anche un principio etico che diventa poi un principio economico. Il paradigma che identifica la comunicazione con la trasmissione di dati assume esplicitamente o implicitamente un principio etico. Questo principio etico afferma che per fare una buona comunicazione occorre trasmettere in modo efficiente ed efficace, ottenendo il massimo risultato con il minimo sforzo, dunque eliminando tutto quello che può creare disturbi, rallentamenti, interferenze e ambiguità lungo il canale tra emittente e ricevente. Ma questo, oltre ad essere un principio etico, diventa anche un principio economico.
Oggi la comunicazione assomiglia sempre di più alla pubblicità e il messaggio:
- Deve essere formulato in maniera allettante, coinvolgente, convincente
- Viene trasmesso da un emittente a un ambito di potenziali destinatari, quindi deve essere trasmesso ad un target, cioè ad un bersaglio da colpire
- Spesso il messaggio deve essere abbinato alla figura di un testimonial, un personaggio ben noto al pubblico
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Deontologia ed etica professionale
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