Introduzione all'estetica
L'estetica è un settore della filosofia che si occupa della conoscenza del bello, naturale e artistico, dunque del giudizio di gusto. L'estetica vera e propria nasce nella modernità ponendo l'arte e il bello come oggetto di studi filosofici. Il termine "estetica" venne coniato per la prima volta nel 1735 dal filosofo Alexander Baumgarten nella sua tesi di laurea. Baumgarten viene considerato a tutt'oggi come il padre dell'estetica. La parola "Aesthetica" deriva dal greco "Aisthesis" che significa sensazione, e da "Aisthanomai" ovvero la percezione mediata dal senso. Questa è intesa dal filosofo Baumgarten come studio dei concetti di bello come categoria a sé stante, studio delle arti liberali, e "gnoseologia inferiore" in quanto analizza le percezioni sensibili ed ottiene conoscenza attraverso esse.
Il concetto di bello
Il bello è una categoria dell'estetica che, fin dall'antichità, ha rappresentato uno dei tre generi supremi di valori, assieme al vero e al bene; questa triade è rimasta valida fino al Settecento, nel momento in cui anche il brutto viene incluso come categoria estetica.
Essa rientra nella "Grande Teoria" così denominata da Tatarkiewicz, ossia il concetto di bello greco, basato sulla proporzione fra le parti, che ha la sua prima formulazione con i filosofi pitagorici, i quali riconducevano ogni dato della realtà al numero, dunque all'ordine e all'armonia. La Grande Teoria si riconduce direttamente all'apollineo, ovvero la bellezza concepita come misura e ordine, priva di ogni eccesso, e dunque pura e cristallina. È la metra (misura) che pone dei limiti alla bellezza in modo da non sconfinare nel disordine e nel caos. In antitesi ritroviamo il dionisiaco, antagonista dell'apollineo, dove prevalgono hybris (tracotanza), ebbrezza e caos. Queste due entità contrapposte, paragonabili a due nemesi, vennero considerate per lungo tempo separatamente, l'una come sommo bene, l'altra come identificazione del male.
Il caos per molto tempo rimase un demone ignoto all'uomo, un'essenza inconoscibile e incommensurabile. Paradossalmente, agli albori del XIX secolo, si verrà a scoprire l'esistenza dell'entropia, la cosiddetta "misura del disordine", una grandezza fisica che ha sconvolto il concetto stesso di caos, adesso perfino misurabile e catalogabile.
La bellezza attraverso i secoli
La bellezza viene definita come un insieme di qualità percepite che suscitano sensazioni piacevoli, riferite a concetti, oggetti o esseri viventi, peculiarità paragonate a un canone di orientamento che può essere innato o derivato dalla propria educazione e dal proprio contesto sociale. Per greci e romani questo termine si estendeva anche ai pensieri e alle idee: per quanto concerne il bello visibile si utilizza il vocabolo "simmetria" ispirata dal movimento dei pianeti, per il bello udibile "armonia" ispirata dal suono dei pianeti.
Bisogna dire, però, che non esistono canoni assoluti, delle sovrastrutture poste al di sopra del gusto e della percezione: è necessario collocare il concetto stesso di bello in un contesto storico-culturale, ma anche individuale, respingendo l'illusione che esistano definizioni o canoni assoluti che possano imporsi sulla percezione e sul gusto.
Il bello nell'arte
Al giorno d'oggi appare scontato associare la bellezza all'arte eppure le cosiddette "arti belle" si sono staccate molto tardi dalle "arti meccaniche". Fino a duecento anni fa venne considerata bella solamente la natura, l'opera d'arte lo era in quanto ne partecipava. Il concetto di bello, nell'antichità, si identifica con le idee di ordine, misura e calcolabilità.
Oltre che pensabile e costruibile, risulta perfettamente percepito, sulla base dei criteri di simmetria e armonia dettati dai sensi nobili (vista e udito, i sensi più oggettivi). Questa concezione rimanda alla mitologia stessa, in quanto Zeus stabilisce le proprie leggi focalizzandole sulla nozione di misura, assegnando i limiti invalicabili ad ogni essere, e custodendo i metra assieme al figlio Apollo. Di qui la contrapposizione fra Apollineo e il Dionisiaco, ovvero l'introduzione del Caos, della tracotanza, della dismisura.
Canoni di bellezza nell'antichità
Il primo a elaborare dei canoni di bellezza fu lo scultore greco Policlèto di Argo che, dopo aver preso le misure di diverse parti del corpo di vari uomini, definì le misure medie come ideali. La Venere di Milo è considerata come la miglior rappresentazione dell'ideale di bellezza assieme alla Venere di Botticelli e il David di Michelangelo.
Pitagorici e la bellezza
Strettamente connesso al concetto di numero, di "misurabile", si trova appunto l'incommensurabile, l'Apeiron, la cui rivelazione viene inizialmente proibita dai pitagorici. Questi infatti ritenevano che tutte le grandezze geometriche fossero tra loro commensurabili ma, dallo studio del triangolo rettangolo, emerse che la diagonale e il lato di un triangolo erano fra loro incommensurabili. Tramite il Teorema di Pitagora si viene a creare un ponte fra incommensurabile e commensurabile, perché questi due fattori riescono a conciliarsi: l'incommensurabile viene matemattizzato senza negare l'infinito.
È stata la scuola pitagorica la prima ad elaborare riflessioni sul bello, prendendo come modello il tutto della natura, in quanto il creato è un mondo matematico. Ciò che accomuna tutte le cose, infatti, è che queste sono misurabili, e quindi riconducibili a numeri. I pitagorici, mediante il numero, interpretano non solo la realtà fisica, ma anche quella morale: l'illimitato è imperfetto, incompiuto e di conseguenza male e disordine; il bene è limite e ordine (Rappresentazione dell'uomo col numero tre, e della donna col numero due). Il numero suscita anche stupore e pathos: la musica, infatti, è il perfetto connubio fra precisione e emotività, e veniva usata da Pitagora come cura per disciplinare le passioni. I pitagorici hanno indirizzato la cultura verso i criteri di bellezza ed il suo contrario. Si attribuisce a Pitagora l'introduzione della bellezza in un contesto globale.
Il kosmos e l'ordine
L'osservazione del kosmos, dei corpi celesti, aveva suggerito la presenza di un ordine ripetitivo che doveva essere trasferito sulla Terra. Dalla reciproca traducibilità fra bello, vero e bene deriva la concezione secondo cui il buono è bello in quanto retto dalla giusta misura. Il bello è dunque qualsiasi atteggiamento morale che si ispiri al criterio della misura, mentre la virtù consiste nell'adattarsi al razionale.
Eraclito e Platone
Il primo a contestare l'immediata traducibilità fra sensibile e intellegibile, prendendo quindi distanza dalla scuola pitagorica, fu Eraclito, tramite l'idea di divenire a porre l'accento sull'idea di conflitto contro l'idea di armonia visibile: è la continua guerra fra gli opposti a costituire la vera armonia, ovvero quella invisibile. Eraclito scardina l'idea di ordine pitagorico, affermando che la reale bellezza dell'universo è in superficie caos e accidentalità. Anche nel massimo del caos, come nei sogni, risiede un ordine anche se non è immediato.
La critica di Platone
La trinità pitagorica inizia a subire un crollo con Platone, nel momento in cui il vero e il buono perdono la loro immediata corrispondenza col bello, poiché la verità viene ricondotta al logistikon, ovvero la parte razionale dell'anima, mentre il bello appartiene alla parte irrazionale dell'anima. La poesia stessa viene definita come conoscenza, non verità, poiché non rappresenta un sapere relativo all'ambito del logos, ma alla sfera di desideri e passioni. L'inganno dell'arte, secondo il filosofo, consiste nel dare credibilità al desiderio tramite il suo potere di fascinazione, che prescinde dalle leggi di verità e bene, in modo da coinvolgerci pienamente nelle sue seduzioni. Platone condanna l'arte se questa non disciplina le passioni, ma la accetta nel momento in cui agevola l'ascesa verso il mondo delle idee. La bellezza è l'unica idea che si manifesta nel mondo visibile e chi la contempla inizia il proprio percorso verso l'iperuranio partendo dall'amore verso le cose belle, per poi giungere alla bellezza della conoscenza e del sapere, che conduce direttamente alla contemplazione del bello in sé, dunque all'idea di bello. L'eros, inteso come amore ascensivo, è la forza che fa superare all'uomo i propri limiti, è il delirio divino che lo spinge ad andare oltre se stesso.
Platone verte la propria critica sull'elemento razionale perché esso è dotato di grande forza, ed è in grado di confondere la verità. Platone compara il sofista con l'artista, in quanto il primo inganna nel far credere giusto qualcosa di sbagliato, il secondo può manipolare le passioni rappresentandole tramite parole, suoni o immagini. Avviene dunque una disputa fra poesia e filosofia dialettica, col prevalere della seconda, l'unica che può mostrare la verità priva di contaminazioni.
Agostino e il Medioevo
Agostino sviluppa il concetto di Grande Teoria nel Medioevo, interpretando l'ordine come unità in chiave religiosa: questo ordine è presente ovunque nell'universo, e il suo manifestarsi nella forma del numero ci consente di accedere al mondo della ragione e ad avvicinarci verso Dio. Secondo Agostino Pitagora aveva tradotto i sensi in idea, passando dal sensibile all'intellegibile. Non aveva considerato un limite: solo Dio può conoscere ogni cosa e, di conseguenza, è necessario abbandonarsi alla fede. Questo concetto vede Dio come creatore che ha impresso l'ordine al mondo, un artista divino. La Grande Teoria si riversa nella teologia, in quanto la bellezza appartiene a Dio. Il filosofo cerca di trovare una ragione al fatto che il male continui a imperversare nel mondo creato da Dio, e riesce a fornire una risposta: il male agisce sull'uomo perché bellezza, verità e bontà non coincidono, dunque ci si è allontanati da Dio.
L'arte nel Medioevo
Il numero e la sua costante presenza ci destano meraviglia: l'ordine e la misura si manifestano nella forma come molteplicità unificata. La musica, in particolare, ne è una chiara dimostrazione. Questa è considerata il tramite fra liturgia e bellezza, tradotta sottoforma di canti e inni. L'idea di ordine verrà resa tangibile in arte che, durante il Medioevo, avrà un fine pedagogico: l'arte non ha un valore in sé, ma è utile all'educazione religiosa e morale dei suoi fedeli. L'arte medievale troverà la sua più alta espressione nella fase gotica, in cui ordine, austerità e magnificenza raggiungeranno l'acme. Nel Medioevo la trinità viene resa canonica attraverso la dottrina dei trascendentali, i quali riconoscevano vero, bello e bene come valori supremi dell'essere in quanto tale.
Umanesimo, Rinascimento e Barocco
I trascendentali trattano in modo sistematico ciò che era presente già in Aristotele, ovvero l'identità metafisica di unità ed ente. Tommaso d'Aquino, in particolare, distingue e separa l'unità e l'ente. Durante l'età umanistica e rinascimentale si ritorna al concetto di ordine in senso pitagorico e neo-platonico, caratterizzato da un legame stretto fra kosmos e polis (il mondo astrale e il mondo terreno). I più grandi artisti celebrano la gloria del periodo classico, tentando di trarne insegnamento, convinti del fatto che i modelli classici siano ancora, in qualche modo, presenti.
Con l'avvento del barocco si interrompe il concetto di limite: la tracotanza soppianta l'ordine, il caos e l'eccesso diventano nuovi canoni di bellezza. L'emergere di questo nuovo tipo di gusto, si può ricondurre alle recenti scoperte scientifiche che hanno messo in crisi l'intero sistema conoscitivo. Il vuoto viene colmato attraverso la ricerca e la sperimentazione. Le conquiste in campo astronomico e fisico saldano maggiormente il legame cosmico di verità, bontà e bellezza. Questo si può constatare nelle opere dei filosofi Hutcheson e Shaftesbury, i quali elaborano una teodicea estetica, tentando di dimostrare come la presenza del male e del brutto in natura non precludano l'esistenza dell'ordine divino dell'universo.
L'estetica moderna
Vero, buono e bello iniziano a distinguersi e a guadagnare la propria indipendenza. In età moderna la canonicità elaborata nel corso del Medioevo va disperdendosi, accentuando l'autonomia di ogni singolo elemento e offrendo un maggiore spazio all'anti-trinità composta da brutto, falso e cattivo. La trinità si divide e ogni suo elemento diviene un'entità autonoma, contrastato dai suoi opposti.
L'estetica diviene adesso un mondo sempre più autonomo (tendenza che richiamerà il concetto di "l'art pour l'art" presente durante l'ottocento, ribadito in particolare da scrittori come Oscar Wilde). La scienza si allontana dall'arte, la quale è indotta a reclamare la propria funzione creatrice e innovatrice, contro regole o ordini prestabiliti, risaltando la propria genialità. Il bello calcolabile viene dunque reso sfuggente, l'arte rimane a sé e la scienza si occupa della natura.
Kierkegaard e l'estetica
In Kierkegaard l'estetica è limite e causa angoscia perché non riesce a completare il proprio essere: l'esteta è alla continua ricerca dell'oltre, ma non riesce ad ottenerlo. L'angoscia, un tarlo nella mente che permette di evadere dalla vita quotidiana, di andare oltre, conduce l'uomo a Dio. Secondo Kierkegaard bisogna distinguere l'arte dalla natura: per lui l'arte è fonte di piacere estetico, mentre la natura no, in quanto è convinto che il piacere estetico sia di natura intellettuale, e che quindi vada compreso. La natura non è un oggetto estetico in quanto eccede le nostre umane capacità di comprensione.
Teorie sul bello dal Settecento a oggi
Nonostante un falso pregiudizio releghi la bellezza alla dimensione del sensibile, le teorie sul bello hanno sempre sostenuto che la bellezza percepita rappresenta solo il primo passo da compiere verso la bellezza vera. La relazione col sensibile viene rivendicata solo alla metà del Settecento con Baumgarten, che afferma con forza l'indipendenza dell'estetica dagli ambiti di logica, prassi e morale.
Il riferimento alla sensazione adoperato dal filosofo, dimostra che il bello non viene visto più come veicolo per ascendere alla verità. In Baumgarten il legame con la verità logica non è stato spezzato del tutto, in quanto l'estetica rimane una forma di conoscenza inferiore. In seguito il continuo riferimento ai sensi finirà per coincidere con la rivalutazione del carattere individuale di ogni espressione del bello e con l'esaltazione della materialità di questo mondo.
Modelli di bellezza e i sensi
Il tramontare del modello pitagorico suggerisce all'uomo la ricerca di soluzioni alternative. Questa reazione spiega dunque il sorgere delle seguenti innovazioni:
- Il ruolo determinante attribuito al gusto e alla soggettività del giudizio estetico
- L'affermarsi del vago
- La bellezza funzionale
- Il complicarsi o il semplificarsi dei principi di bellezza
- La bellezza come splendore
- La ricerca di una bellezza situata oltre il tangibile, verso la quale si è spinti dal "delirio divino"
- Il sorgere del bello in quanto espressione spontanea, non mera forma
- Il proiettarsi del bello oltre se stesso nel sublime, divenendo più intellettuale e meno sensibile
L'uomo riesce a oltrepassare la Grande Teoria e, di conseguenza, cambiano anche i modelli di bellezza, con la prevalenza di alcuni caratteri e ibridazioni. I motivi per cui i Greci hanno sempre reputato la vista e l'udito dei sensi nobili, possono essere i seguenti:
- Vista e udito sono sensi pubblici, le cui percezioni possono essere condivise simultaneamente da un certo numero di persone, mentre l'olfatto possiede un carattere maggiormente soggettivo e indeterminato; il tatto e il gusto esigono un contatto diretto con l'oggetto della sensazione e il gusto in particolare, è il più intimo e complesso dei sensi, in quanto il contatto con la sensazione avviene all'interno del corpo. Questo diverrà infine la nuova metafora per designare il nuovo organo di appropriazione del sapere estetico
- Vista e udito consentono un numero massimo di articolazioni e relazioni strettamente collegabili fra loro
- Sono sensi "contemplativi" e dunque lasciano meno spazio alla soggettività
- Garantiscono delle corrispondenze spazio-temporali ben precise, basate sulla commensurabilità, rendendo quindi traducibili le percezioni, al contrario degli altri sensi.
Potremmo in seguito notare quanto questi sensi siano cambiati nel corso del tempo. La supremazia di vista e udito viene teorizzata dai sofisti e riaffermata per lungo tempo. L'olfatto diviene oggetto di attenzione verso la metà del Settecento: dapprima considerato animalesco, questo senso viene rivalutato ed educato a discernere con acutezza i buoni e i cattivi odori. In scrittori come Baudelaire, D'Annunzio e Proust, emerge infatti un vasto interesse nei confronti delle essenze, degli effluvi emanate dai luoghi della grande città, spesso ritenuti ripugnanti. (Baudelaire, Proust – la memoire involontaire).
I profumi trasmettono messaggi criptici, che possono essere tradotti solo utilizzando altri registri sensibili. Baudelaire e Rimbaud, ad esempio, associano gli odori a suoni o immagini, e i colori al suono delle vocali. Baudelaire, in particolare, contamina e fonde i sensi fra loro attraverso la figura retorica della sinestesia. La rappresentanza dei sensi intraducibili viene assegnata alla parola, alla musica e alle arti figurative: la pittura è considerata la raffigurazione della "grana" ovvero di ciò che può essere percepito dal tatto.
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