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Introduzione

L'effetto Sokal

Negli ultimi tre decenni del XX secolo, i nomi di alcuni pensatori francesi hanno acquisito, negli Stati Uniti, un’aura che sino ad allora era riservata esclusivamente agli eroi della mitologia americana o alle star dello show business. All’inizio degli anni ottanta, dalla musica elettronica alle comunità di internauti, dall’arte concettuale al cinema di massa, e soprattutto dall’arena universitaria al dibattito politico, autori francesi come Derrida, Baudrillard, Deleuze e altri hanno raggiunto negli Stati Uniti un livello di notorietà ufficiale e di influenza sotterranea mai ottenuto in patria.

All’inizio di ottobre del 1997 la Francia è decisamente sotto i riflettori dei media mondiali, in particolare per la morte di Lady Diane. A sollevare l’occasionale dibattito è un libro, Imposture intellettuali, pubblicato dalle edizioni Odile Jacob e firmato da due fisici, l’americano Alan Sokal e il belga Jean Bricmont. I due autori analizzano minuziosamente quello che essi chiamano il «gergo» e la «ciarlataneria», la «vera e propria intossicazione da parole» e il «disprezzo, per i fatti e per la logica», da parte di una corrente intellettuale che essi presentano «in mancanza di un termine migliore» come «postmodernismo» che è caratterizzato dal «rifiuto più o meno esplicito della tradizione razionalista dell’Illuminismo» e «da un relativismo cognitivo e culturale che considera la scienza alla stregua di una “narrazione” [...] o di una costruzione sociale».

Sokal e Bricmont denunciano la «manifesta irrilevanza della terminologia scientifica» che condurrebbe non soltanto alle «confusioni intellettuali» ma anche «all’irrazionalismo e al nichilismo». Gli autori intendono difendere i canoni della razionalità e dell’onestà intellettuale, che sono (o dovrebbero essere) comuni alle scienze esatte e alle scienze umane». Le teorizzazioni dei due autori furono causa di molte discussioni.

Su Le Monde, Marion Van Renterghem stigmatizza la «vecchia solfa» di una simile «operazione scientista», cui fa eco Julia Kristeva, secondo la quale questa «impresa intellettuale antifrancese» tradirebbe la «francofobia» suscitata oltreoceano dall’«aura» del pensatori incriminati. Roger-Pol Droit mette in ridicolo lo «scientificamente corretto» mentre Robert Maggiori, su Libération, preferisce richiamarsi ai surrealisti.

Jean-François Kahn mette sullo stesso piano l’«arroganza scientista» e quella «logorrea intellettualista che, sotto un gergo scientifico, dissimula un vuoto assoluto» con la pretesa che «l’ideologia pre- e postsessantottarda» accetti «di fare [il proprio] esame di coscienza». Invece Jean-Marie Rouart elogia la French Theory definendola una «rinvigorente corrente d’aria fresca» contro la «retorica dello sproloquio». Angelo Rinaldi mette in ridicolo quei «medici di Molière» che sarebbero i nostri tanto invidiati pensatori, «sorpresi [qui] con le mani nella marmellata».

Jean-François Revel attacca, l’«arroganza postmoderna» che emerge da questo «cumulo di sciocchezze della French Theory», l’arroganza di «reazionari [che hanno] eretto a sistema l’imbroglio»: cancellando le differenze «tra il vero e il falso, tra il bene e il male». L’autore associa addirittura la French Theory alle concezioni naziste. Jean-Jacques Salomon, su Le Monde, mette a confronto le tesi di Bruno Latour con quelle di Mussolini.

Pascal Bruckner fa l’elogio del saggismo alla francese, che sarebbe incarnato da Baudrillard, contro gli «specialismi gergali dello strutturalismo», mentre Didier Éribon, prendendo a esempio Foucault contro alcuni dei suoi emuli, invita a non confondere il «costruzionismo» ereditato dal pensiero degli autori in questione con la sua deriva «irrazionalista».

Marianne annuncia che «sono oramai finiti i grandi dibattiti del dopoguerra (sic)», mentre Le Monde si domanda «perché allora pubblicare in Francia un libro di condanna di derive filosofiche che qui non esistono più». La polemica rivela subito un doppio divario franco-americano. Il primo è un divario che riguarda la storia intellettuale, nei cui termini le battaglie teoriche francesi degli anni settanta, liquidate da lungo tempo in Francia. Il secondo spiega come molti osservatori francesi avessero interpretato il pensiero di Sokal e di Bricmont in maniera errata, ossia attraverso le vecchie lenti transoceaniche e come dichiarazione di guerra ai nostri grandi pensatori, nell’incapacità perciò di leggervi i dibattiti intellettuali americani degli ultimi vent’anni; dopo tutto, infatti, Sokal e Bricmont non prendono di mira tanto i pensatori francesi quanto gli universitari americani che, richiamandosi ai francesi, avrebbero favorito all’interno dell’università una doppia regressione, identitaria e relativista, secondo quella che è l’analisi del canadese Michel Pierssens.

Nel 1996 Alan Sokal aveva infatti sottoposto al comitato editoriale di Social Text, la celebre rivista di cultural studies, un lungo articolo intitolato «Trasgredire le frontiere: verso un’ermeneutica trasformativa della gravità quantistica». L’articolo che egli definisce come appartenente al «postmodernismo» e rimette in questione in chiave parodistica la realtà fisica e i postulati della scienza. Sokal mette sullo stesso piano l’«uguaglianza» nella teoria degli insiemi e nel femminismo radicale, lo «spostamento» nell’inconscio lacaniano e nella fisica quantistica o, ancora, la «relatività generale» in Einstein e in Derrida; tutto ciò senza che i lettori di Social Text, e in primis il suo direttore Andrew Ross, vi avessero trovato alcunché da ridire. Il New York Times vi dedicò un articolo in prima pagina. Alcuni tabloid più conservatori, sul tipo del New York Post, criticarono le «maniere afrocentriche» e femministe che pervertirebbero gli studenti e che farebbero perdere «i loro preziosi anni di primo ciclo».

Due aspetti specificamente americani di questo effetto Sokal sono particolarmente rivelatori. Da una parte le reazioni degli universitari americani presi di mira diminuirono, dall’altra parte, intellettuali e riviste marxiste diedero prova di una virulenza particolare nel difendere il pedigree politico di Sokal ricordando che aveva insegnato matematica in Nicaragua sotto i sandinisti e negando ai cantori dei cultural studies o della decostruzione il diritto di dichiararsi di estrema sinistra (leftists). La grande stampa mondiale diede ben presto risonanza ai termini dell’affaire, denunciando lo «scientismo» di Sokal, pur criticando gli eccessi di una «cricca» accademica di cui quasi tutti i paesi – eccetto la Francia – conoscevano gli equivalenti locali, dato che avevano importato i cultural studies o il «costruzionismo» americano.

Si potrà in tal modo tentare di cogliere attraverso quali «operazioni di selezione ed etichettatura», per usare i termini di Bourdieu, alcuni universitari americani hanno potuto trarre da essi le nuove parole d’ordine degli anni ottanta e mobilitare così le loro truppe di fanteria, formate da lettori pronti a scagliarsi sul nemico: il «testo» come prodotto di un «autore» che custodisce un «senso», la falsa neutralità di una Ragione «imperialista», l’«universalismo» in quanto arma dell’Occidente o ancora i «corpus canonici» come forma di colonialismo letterario. Queste parole d’ordine scandirono una radicalizzazione politica dei discorsi universitari, un approccio nel quale gli autori francesi, non si riconoscevano veramente. Sono state dunque necessarie numerose operazioni per produrre un nuovo discorso politico.

  • La prima di queste operazioni, riunisce la varietà degli autori interessati. Non resta altro che chiamare il package finale con il nome di French Theory, in conformità alla definizione apparsa nella seconda metà degli anni settanta, «poststrutturalismo» in termini di storia intellettuale o ancora «postmodernismo francese» secondo il termine che più di frequente viene usato dai suoi detrattori.
  • Solo un processo di rifiuto, o di contrapposizione frontale, consente di omologarli con una etichettatura, come nel caso della famosa «ermeneutica del sospetto» evocata da Paul Ricoeur all’inizio del Saggio su Freud o del mito di un «pensiero 68» omogeneo e localizzabile, reso popolare in maniera più polemica da Luc Ferry e Alain Renaut, che annoverarono sotto questo termine gli autori in questione, dei quali denunciarono l’«antiumanismo» e l’«irrazionalismo» quando all’epoca i militanti del maggio facevano assai più riferimento a Marcuse, a Henri Lefebvre o anche a Guy Debord che non a Deleuze, Foucault o Derrida.

È possibile quindi un avvicinamento tra la «microfisica del potere» foucaultiana, la «disseminazione» delle tracce in Derrida, i «flussi» e le «connessioni» sui piani di immanenza deleuziani e lo «spazio iperreale» della simulazione baudrillardiana. Di rilevanza per l’effetto Sokal è anche il dibattito tra Derrida e Foucault su follia e ragione in Descartes. Derrida denuncia il «totalitarismo strutturalista» del secondo e questi rimprovera al primo la sua «piccola pedagogia» della «testualizzazione».

Altra tematica importante è lo sradicamento dal contesto di origine a fare sì che in altre occasioni – come nel privilegiare in Hegel la dimensione esistenziale e storica rispetto alla logica e alla filosofia della natura, e in Husserl le questioni dell’emozione e dell’immaginazione (o della coscienza «aperta» alle cose) rispetto al metodo della riduzione trascendentale – i loro traghettatori francesi (Levinas, Groethuysen, Wahl, Kojève) diedero origine alla fenomenologia e all’esistenzialismo francesi, radicalmente inediti, nonché a quegli «oggetti filosofici» nuovi che furono, nella Francia del dopoguerra, il cameriere o il musicista jazz.

Questa emarginazione ideologicamente motivata, volta a sbarrare la strada al «folklore» comunitario e alla «frantumazione» del soggetto, non è estranea al fatto che, vent’anni più tardi, l’«universalismo» è diventato una copertura per il cosiddetto provincialismo intellettuale. Nel 1979 Bernard-Henri Lévy affermò che: «Tutte le politiche fondate sul primato della differenza sono necessariamente fasciste» Pierre Nora enunciava le nuove regole, morali e ideologiche, del «regime di democrazia intellettuale» auspicato dalla rivista, al fine di non essere più «schiavo dei maestri del sospetto».

Cinque anni dopo, Luc Ferry e Alain Renaut attaccarono le «filosofie della “differenza”», il loro procedimento «terroristico» e, con formule sokaliane ante litteram, l’illeggibile «assurdo» di questi «filosofisti».

Capitolo 1: Preistorie

L’avventura americana della teoria francese affonda le sue radici in una storia di per sé troppo vecchia, caotica e molteplice. Occorre fare riferimento a tre storie:

  • La prima è la storia dell’esilio artistico e intellettuale francese negli Stati Uniti tra il 1940 e il 1945
  • La seconda è la storia di tre correnti filosofiche del dopoguerra, il surrealismo, l’esistenzialismo sartriano e la storia delle Annales.
  • La terza è la storia del simposio del 1966 all’università Johns Hopkins.

Da esilio a esportazione

Durante i dieci anni di ascesa del nazismo, poco per volta l’America diventa in effetti il rifugio delle arti e delle lettere europee. Gli anni di esilio americano, che segneranno la fine dell’isolazionismo culturale degli Stati Uniti, sono stati decisivi per più di un motivo:

  • Anzitutto per gli itinerari degli esiliati, i quali, sebbene ricordassero raramente quel periodo, proprio allora realizzarono un buon numero delle loro opere principali
  • Assorbimento da parte di alcuni artisti dell’avanguardia europea
  • Infine come cerniera, dato che è anche il periodo di un trapasso storico dell’egemonia artistica e culturale da Parigi a New York. Questo passaggio di egemonia è piuttosto la conseguenza di una promiscuità storica senza precedenti. Ciò ha portato al passaggio da una scuola di pensiero «logico-positivista», ancora isolata prima della guerra e legata all’emigrazione germanofona, a una polarità nuova che verrà a perpetuarsi grazie alla guerra fredda tra filosofia «analitica» e «continentale». Altri fattori importanti sono la produzione hollywoodiana degli anni quaranta, l’espressionismo tedesco e dei romanzieri riconvertitisi in sceneggiatori per arrotondare i compensi e l’influenza del surrealismo in esilio sulle giovani leve artistiche americane.

Alla metà degli anni trenta anche le istituzioni americane dell’educazione superiore daranno vita a durevoli legami con i circoli intellettuali europei. L’università di Columbia accoglie l’Institut für Sozialforschung (la futura Scuola di Francoforte). La New School di Alvin Johnson istituisce una facoltà di scienze sociali e politiche nella quale insegneranno i più grandi ricercatori europei. L’università di Chicago sostiene il lavoro dei rifugiati del Bauhaus e il comitato voluto dalla fondazione Rockefeller, che si occupa principalmente dell’esodo di cervelli allora in corso, sigla alcuni accordi con l’Institut d’ethnologie del Musée de l’homme e il Centre de documentation sociale a Parigi. Nel novembre del 1941 Alexandre Koyré e Louis Rapkine, fondano a New York l’École libre des hautes études.

Tutti gli esiliati hanno vissuto l’esperienza di un’emarginazione sociale, di uno sradicamento culturale e lo hanno espresso nelle loro opere. Negli intellettuali francesi del dopoguerra si ritroverà uno spopolamento di sé, ad esempio Sartre «non si è sentito da nessuna parte così libero come in mezzo alle masse newyorkesi», Foucault vanterà la libertà dello «straniero che può infischiarsi di tutti gli obblighi impliciti».

Esistono senz’altro dei collegamenti tra i surrealisti e alcuni americani come Colder o Joseph Cornell, all’occasione tra Breton e Gorki o tra gli atelier dei francesi (11a Strada) e degli americani (8a e 10a Strada), dove Roberto Matta inizia i pittori americani alle libere associazioni e al cadavere squisito, ribattezzato in inglese Male & Female. Le diverse sfaccettature del surrealismo hanno portato alla nascita del cosiddetto «espressionismo astratto» della scuola di New York e alla successiva distinzione tra cattivi pittori e sperimentatori.

New York, lontano dagli attriti franco-americani, questo periodo è anche l’età dell’oro della celebre rivista marxista eterodossa Partisan Review e della nascita del circolo New York Intellectuals, di cui fanno parte Dwight McDonald, Mary McCarthy, Lionel Trilling e Edmund Wilson. Contemporaneamente, il boom demografico studentesco e l’espansione delle grandi università di ricerca intorno ai nuovi paradigmi del sapere americano (legalismo, positivismo, funzionalismo) contribuiscono a tecnicizzare e a compartimentare una dimensione intellettuale sempre più specializzata e oramai quasi esclusivamente universitaria.

Antecedenti transoceanici

A partire dal 1931, da una parte, le prime riviste di moda, da Vogue a Harper’s Bazaar, e numerose agenzie pubblicitarie, rilevate dal gallerista e impresario Julian Levy, trasformano le fantasie "superrealiste" (come venivano chiamate in un primo momento) in un formidabile argomento di vendita. Salvador Dalí gioca la carta del rilancio, sino a farsi invitare a Hollywood per dipingere il ritratto di Harpo Marx e a finire, nel dicembre 1936, sulla copertina di Time.

Lo storico Dickran Tashjian definisce il surrealismo «il primo movimento di avanguardia che sia stato oggetto di un consumo avido nei mass media americani», al punto da aver suscitato, per reazione, dapprima la creazione a New York di un movimento «surrealista sociale» e successivamente, a Los Angeles, mediante un prefisso che ritroveremo di frequente, di una scuola «post-surrealista». Il surrealismo tuttavia suscita anche scandalo presso le leghe virtuose.

Dopo il 1945 l’ambito di accoglienza è cambiato. A parte la fondazione, nel 1965 a Chicago, di un autentico Movimento surrealista americano, i decenni successivi sono caratterizzati dalla domesticazione accademica ed all’istituzionalizzazione universitaria del surrealismo. Vengono eliminati i toni anticlericali e filocomunisti, portando il surrealismo ad una mera attività letteraria, quindi il surrealismo scompare dagli Stati Uniti, fatta eccezione per le aule universitarie. Nacque un nuovo interesse per il deismo e la questione religiosa, plasmando una versione soggettivistico-spiritualista del sistema sartriano; in quegli anni anche le studentesse iniziarono a prendere parte al movimento, si ebbe anche l’inizio della elaborazione teorica della questione femminista. Altre teorie di interesse furono l’«empirismo globale» di William James, e verso la tradizione liberale di un «individualismo radicale». L’impatto della Scuola delle Annales negli Stati Uniti dipende invece da fattori più disciplinari Marc Bloch.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher r.greco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Carmagnola Remigio.
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