Sommario
0. Introduzione ________________________________________________________________ 2
1. Scoprire Tendenze ___________________________________________________________ 3
2. Decostruzione dell'identità individuale e illusioni etiche ______________________________ 4
3. Il Teatro Cartesiano o il fantasma nel cervello _____________________________________ 5
4. La mente come Teatro non Cartesiano ___________________________________________ 8
5. Funzione pragmatica della credenza nell'io _______________________________________ 10
6. Sapere la morte e nascita della coscienza ________________________________________ 11
7. Origine della coscienza e incoscienza____________________________________________ 12
8. Narrare la vita _____________________________________________________________ 14
9. L'ordine e l'evoluzione _______________________________________________________ 17
10. Il divenire dell’uomo _______________________________________________________ 20
11. Una temperie postumana __________________________________________________ 22
12. Antropologia e senso storico (ritorno alla natura umana?) ________________________ 27
13. L'uomo e le macchine ______________________________________________________ 29
14. Narrazione e memoria _____________________________________________________ 31
15. Identità del soggetto e sapere la morte: una conclusione __________________________ 33
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0. Introduzione
L'obiettivo di Bottani è quello delle tematiche relative all'origine della vita, in particolare a
quella dell'uomo, e la sua evoluzione, nel senso più spiccio del termine affrontando i problemi
di complessità, ordine, caso e caos.
Viene anche esaminata la nascita della cultura umana, ossia tutto il compendio di conoscenze e
di credenze appartenenti all'essere umano, creatasi grazie alla coscienza della propria morte.
Si riprenderà anche il tema trattato nell'altro libro, quello sulla restanza, dell'esigenza
dell'uomo legata al suo ricordo nelle menti degli altri o sui libri e che ci sia effettivamente una
rimanenza o tutto sia destinato all'oblio.
Tutto si lega con la fantasia dell'essere umano, capace di immaginare mondi alternativi che
ricompongano l'infranto della mancanza di senso nel sapere la morte (una consolazione).
In tutto questo interviene la tecnica, che apre sempre più possibilità all’uomo in ogni campo
per padroneggiare il mondo; la tecnica ci ha privato del ruolo di essere misura per tutte le cose,
ora è lei che è misura di ciò che stiamo diventando. La disumanizzazione progressiva della
tecnica, a causa del continuo spostare il limite per l’essere umano, porta a spazzare via ogni
simbolismo e cultura umana.
Un altro punto affrontato è quello relativo all’esistenza o meno di un’anima, da intendersi come
uno spirito impalpabile al quale dobbiamo il governo del nostro corpo, dall’intenzionalità di
un’azione o la produzione di un pensiero, un “gancio appeso al cielo”, come definito da lui
stesso. In realtà è in gioco una scala d’importanze; noi diamo più valore all’anima eterea che
alla materia. A quest’ultima, invece, potrebbe invece essere attribuita la genesi di un’idea di
anima, quando si tratta di una conseguenza della materia volta all’auto-organizzazione. Il
dualismo materia-spirito c’è comodo perché ci permette di soddisfare il nostro
antropocentrismo; di contro il monismo ci appare come qualcosa di troppo sobrio che priva di
senso la vita stessa.
È definita “malattia mortale” quella cosa cui siamo affetti, quella schizofrenia di pensieri,
spesso contrastanti tra loro che ci balenano nella mente, la cui cura potrebbe esserci insegnata
direttamente dalle macchine, soffocando l’orgoglio e la vergogna di “noi” e rifugiarci in una
piacevole atarassia, ma nemmeno questa ci salverà.
Inoltre si definisce che l’uomo è una grande cantastorie di racconti mitici, religiosi e filosofici
che servono unicamente a risolvere qualsiasi minaccia d’insensatezza, derivata dal rendersi
conto del finito e volere l’infinito, del temporaneo e volere l’eterno, ecc… La strategia della
coscienza è quella appunto di inventarsi storie per inventarsi una salvezza. Pertanto, è minata
la convinzione dell’esistenza di un “Io” o un “Sé” al quale normalmente ci riferiamo,
sostituendolo con un centro di gravità narrativa, che genera storie; non esiste uno “spettro
nella macchina”, un “fantasma nel cervello”.
Tuttavia, a esso ci riferiamo quando veniamo a capo di una questione quando ad esempio
prendiamo una decisione, ma è superfluo affidare ad un Io o un Sé tale scelta. L’Io è
un’astrazione (usata per semplicità di linguaggio, un’attribuzione virtuale), mentre tale scelta è
puramente il frutto di tantissimi processi incontrollabili, “inconsci”, che avvengono all’interno
del nostro cervello, governati come ci appare da un “vigile urbano” al quale attribuiamo il
nome di Tizio, Caio o Sempronio.
Il soggetto a cui ci riferiamo non è altro che un sosia di ciò che pensa ed agisce, osservato da
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uno spettatore che ne osserva un altro, creando un numero infinito di soggetti e di maschere.
Infine, quando la mascherata sarà distrutta dal macchinico delle macchine e i fantasmi non
saranno più necessari, gli organismi ospitanti saranno destinati alla discarica, trasformati in
spazzatura non riciclabile. 1. Scoprire Tendenze
L'uomo è un “animale affabulatore”, come sosteneva Stephen Jay Gould; tende a cercare ed
ad inventare storie fantasiose su di sé e sul suo destino. Anche negli scienziati è presente
questa caratteristica, oltre ad attribuire un “valore” a tali storie, scoprendo al suo interno delle
tendenze (quando non ve n'è alcuna), o verso il miglioramento o verso il peggioramento. Le
tendenze servono a definire una “direzione” nella realtà; avere fede nel progresso è avere fede
in un'entità.
Murray Gell-Mann, scienziato Nobel, si chiede se vi sia almeno una tendenza verso una
maggiore complessità, nel senso se la complessità cresce nel tempo. Anche se non c'è un
aumento costante di complessità, come neanche un disegno intelligente che abbia come
culmine della complessità l'uomo, si può notare come l'evoluzione porti a instaurare gradi
sempre più alti di complessità, anche se solo localmente: in senso generale vi è unicamente un
aumento del disordine termodinamico o entropia. Secondo Gell-Mann considerare l'evoluzione
come una tendenza destinata all’homo sapiens sapiens è una “stupidaggine antropocentrica”
Bisogna operare una distinzione tra la realtà a “grana grossa” e quella a “grana fine”; l'uomo,
per sua natura evolutiva a osservare unicamente la realtà a grana grossa, ossia i “macro
fenomeni”, quello che possiamo vedere o sentire. Tutto il resto, ovvero i fenomeni microscopici,
nei quali risiede la vera casualità dell'universo non è da noi direttamente osservabile. Secondo
Richard Dawkins, i nostri cervelli sono fatti per “comprendere dettagli nel mondo per la
sopravvivenza nella savana africana all'età della pietra”; non gli sarebbe stata utile la
conoscenza delle molecole e il loro funzionamento. Le storie a grana grossa comprendono
quelle a grana fine, senza benché essere avvertite; “ogni storia a grana grossa rappresenta
una classe di equivalenza di storie a grana fine”. Come accade per la meccanica classica
Newtoniana e quella relativista, sono approssimazioni che funzionano solamente se applicate
alla grana grossa non alla grana fine.
Roger Penrose, fisico, cerca di definire una “freccia del tempo” basata sul calcolo dell'entropia
per i fenomeni a grana grossa, attribuendo un minimo e un massimo livello entropico al
rispettivo inizio e fine dell'Universo, il che va però a collidere con il paradosso che dal livello
estremamente basso di entropia dell'inizio si debba sviluppare una grande esplosione richieda
uno stato termico in espansione, ossia la massima entropia. Penrose risolve il paradosso
dicendo che esso rappresenti lo stato di massima entropia per un Universo così piccolo, ora in
espansione. È quindi confermato l'aumento irreversibile dell'entropia; l'entropia tende a
raggiungere sempre il massimo consentito. A tale aumento dell'entropia sembra corrispondere
un aumento costante della complessità, come asseriva Gell-Mann. Storie a grana fine che
s’intrecciano con storie a grana grossa.
Nel raccontarci storie, quindi, preferendo quelle che narrano come si è arrivati a noi,
riconosciamo nell'aumento della complessità una sorta di progresso verso la perfezione. Poiché
gli esseri umano sono le forme biologiche di vita più complessa sulla Terra, può sembrare
giusto asserire che il processo evolutivo abbia avuto la tendenza verso l'Homo Sapiens Sapiens.
In ciò possiamo scorgere tutta l'arroganza dell'uomo, dove sembra necessario un progetto
intelligente che prevedeva fin dall'origine l'emergere necessario; ciò ci rende riluttanti a
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respingere la nostra centralità nella realtà delle forme viventi. Darwin e Freud lottarono per
respingere tale illusione.
Secondo Freud, l'uomo ha subito 3 duri colpi al suo narcisismo:
Cosmologico: l'uomo non è al centro dell'Universo, come dimostro Copernico. Non è
destinato a dominarlo
Era convinto di avere il predominio nella catena del vivente, come essere privilegiato e
dominante. Darwin ha chiarito come esso sia il risultato di una lunghissima evoluzione
che lo pone come un animale uguale agli altri, non superiore a nessuno.
Era convinto che la sua mente potesse dominare ogni impulso e azione, il suo “Io” è
convinto di poter gestire tutti gli input provenienti dall'esterno. L'uomo ha la tendenza a
porsi a misura del reale e proprietario del proprio destino con il controllo della volontà.
F
Gould e Gell-Mann criticano l'idea del “progetto intelligente” asserendo il paradosso che l'uomo
è in realtà l'essere più innaturale esistente, essendosi trasformato in un essere soprattutto
culturale. Quello che sembra essere il passo successivo è l'avvento delle tecnoscienze, che
spodestano l'uomo dalla sua centralità, che pone in secondo luogo l'evoluzione biologica a
favore di quella culturale.
Decostruzione dell'identità individuale e illusioni etiche
2.
Zygmunt Bauman ha elaborato notevoli considerazioni sulla tendenza a scoprire tendenze
dell'essere umano, identificando in primis la schizoidia della condizione umana. Sottolinea
l'esigenza dell'essere umano di essere confortato, una richiesta di stabilità e permanenza, si
poggia su basi poco solide: spesso questa esigenza si conclude con l'accogliere qualsiasi
soluzione accessibile e superficiale. Identifica la società postmoderna come “liquida”, rispetto a
quella passata “solida” che poggiava su basi ferme come l'etica o la religione. Tali sono i
“Grandi Racconti” (Jean-Francois Lyotard) cui gli individui erano costretti ad adattarsi, formano
il tessuto connettivo della società.
Nel mondo moderno ciò che era solido diventa liquido. Ad esempio totalitarismo e razzismo
fanno parte della modernità, come la Shoah che ha sconvolto per la sua dimensione
burocratica-industriale, possibile unicamente in un mondo dove razzismo e totalitarismo si
accompagnano a uno sviluppo tecnologico nella corsa agli armamenti.
Si è fluidificata anche l'economia, con la globalizzazione dei mercati, oltre ai rapporti sociali e
all'identità solida delle persone. Se prima era la sfera privata a dover essere difesa da quella
pubblica ora è il contrario. L'individuo è ridotto a consumatore che sposta l'interesse dal lavoro
al mercato; il mercato s’intende anche quello delle identità personali che si possono anch'esse
acquistare e consumare. Nello spazio pubblico non vi è più un incontro tra persone con una
singolarità, ma come individui perfettamente intercambiabili e sostituibili, che non vanno da
nessuna parte benché il loro moto di andare e venire.
Secondo Bauman in “Vite di Scarto”, l'uomo è diventato merce residuale, un prodotto di
scambio; alcuni popoli nel passato hanno trattato altri popoli come un rifiuto (vedi Auschwitz,
un “laboratorio” dove disinfestare la sporcizia): ora ci stiamo trasformando tutti quanti in quel
rifiuto. L'identità che rimane all'umanità è quella dell'immondizia.
Tutti gli individui, lavoratori in esubero, in mobilità, vecchi negli ospizi, sono classificabili come
immondizia, non meno rifiuti degli scarti di produzione. Le carceri, come altri luoghi di
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“immagazzinamento” delle persone, sono dei “centri di riciclaggio” per i soggetti ormai scartati.
Sono talmente tanti questi rifiuti che non si sa nemmeno più dove stipare tutta quest'umanità
in eccesso, che alcuni scienziati (tra i quali Stephen Hawking) suggeriscono l'esplorazione
spaziale e la costruzione di stazioni orbitanti perfettamente autarchiche e autonome.
Eleonora de Conciliis, nella sua relazione su “Vite di Scarto”, sottolinea la “de-soggettivazione
sintomatica dei rapporti interindividuali”, le relazioni personali e legami sociali tendono a
dissiparsi, il che non fa altro che generare fenomeni d’individualismo e xenofobia. La causa è
da attribuirsi a noi stessi, quando abbiamo frantumato la soggettività e la cultura del soggetto,
ora disciolto in una “marmellata postmoderna”. Nel nostro mondo siamo tutti smaltibili ed
eliminabili, senza che ciò possa servire a una selezione meritocratica, poiché incapaci di
pensare alle ciò che sarebbe effettivamente meglio per l'umanità. Le caratteristiche egoiste e
aggressive necessarie alle epoche passata al fine della sopravvivenza risultano assolutamente
in un regime di sovrappopolazione d’individui come quello odierno. La De Conciliis rimproveri
Bauman nella mancanza di una teoria per spiegare la de-soggettivazione della modernità nella
sua critica etica.
Bauman utilizza le considerazioni dello psicologo americano Stanley Milgram sulla capacità
dell'essere umano di compiere il male senza però sentirsi pienamente responsabile; tutta la
struttura sociale funge proprio da strumento per eliminare ogni responsabilità. Levinas sostiene
che il fatto di “essere con altri” è utile per eliminare la responsabilità morale dell'individuo.
Secondo Levinas, considerato il maggior filosofo morale del secolo, la responsabilità è
considerata la struttura essenziale, primordiale, fondamentale della soggettività; la
responsabilità verso “l'Altro” è ciò che rende un essere umano insostituibile e indispensabile. In
tal caso, l'Io non è cura solo di Sè e non è solo cura di Sè, ma anche cura dell'Altro, senza
pretesa di contraccambio. È dono di Sè e abbandono di ostaggio all'Altro. In questo risiede il
fondamento della solidarietà, l'uomo non è un lupo per l'uomo, ma è per l'uomo.
Bauman utilizza il pensiero di Levinas sostenendo che davanti alla de-soggettivazione nel
mondo globalizzato dovrebbe rispondere il richiamo etico della persona capace di sacrificarsi
per l'altro. Morire e sacrificarsi per l'altro è ciò che distingue una persona, un “Io” dalla massa
informe dell'umanità, è ciò che fonda la sua unicità.
Il presupposto di tutto ciò è l'esistenza “reale” di cose come l'Io, il Sè, l'anima e il libero arbitrio. La
solidità di tali cose potrebbe essere compromessa dalla modernità, la quale inconsistenza
pregiudicherebbe ogni dimensione etica e moralità.
3. Il Teatro Cartesiano o il fantasma nel cervello
Tutte le relazioni sulla responsabilità si rifanno a una decisione e quindi a un qualcuno che
opera tale scelta. Il problema è l'esistenza di un tale autore, responsabile delle scelte.
I processi decisionali sono perlopiù inconsci, le cause che il nostro apparato psichico dà ad-hoc
o post-hoc sono spiegate sotto forma di una confabulazione, utile a colmare il buco della
comprensione di sé.
La mente e il cervello sono figurati con una concezione dualistica, una materiale e l'altra calata
dal cielo. Daniel C. Dennet concentra il suo discorso sull'esistenza o meno di una presenza
“fantasmatica” all'interno del cervello, una “res cogitans” distinta dalla “res extensa”. Nel
cervello, “Quartier Generale” dell'organismo vi sarebbe questo “fantasma nella macchina”.
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Secondo Kostler, il modello dualistico è da criticare in quanto semplicistico e ciò necessita di un
approccio molto più complesso.
Gilbert Ryle critica il dogma cartesiano dello spettro nella macchina, poiché implica l'idea che la
mente sia l'arena interiore di tutte le percezioni, sensazioni e conoscenze; tale mente poi,
ricevendo i segnali provenienti dalla materia esterna e dal corpo, si proietta verso l'esterno con
dei comandi che sono impartiti dal corpo e dall'ambiente (Dennett critica questa visione
asserendo che esso sarebbe un Teatro Cartesiano, ossia che esista un punto ben preciso dove
sono registrati gli input ed elaborati gli output e ciò darebbe luogo al fenomeno della
coscien
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