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In che modo è possibile definire l'estetica e di quali problemi si occupa tale disciplina?

Possiamo dire dunque che il termine «estetica» rimanda a tre diversi universi

semantici e a tre tipi di esperienza: 1) l’esperienza del sentire, del percepire, dell’avere

sentimenti 2) l’esperienza della bellezza 3) l’esperienza dell’arte, dell’espressività

artistica, delle immagini Il primo problema è legato alla comparsa di tecnologie che

rendono possibile la percezione di una realtà virtuale. Si tratta evidentemente di un

genere nuovo di esperienza sensibile che deve essere indagato dal punto di vista di

una estetica concepita come filosofia del sentire. Che esperienza facciamo quando

vediamo o tocchiamo qualcosa in un ambiente virtuale? Si tratta di una percezione? di

una immaginazione? o di un esperienza mista? Il secondo problema è legato al

carattere provocatorio dell’arte contemporanea che ha rimesso in discussione più

volte la nozione stessa di arte. Un orinatoio (come quello che Duchamp) può essere

considerato come un’opera d’arte? Perché l’orinatoio di Duchamp è arte e quello che

troviamo all’autogrill no? L’ultimo problema è legato invece all’estetica in quanto

viene concepita come una filosofia del bello. La nostra società sembra, infatti, avere

un rapporto ossessivo con la bellezza. Perché milioni di persone ogni anno si

sottopongono ad interventi di chirurgia estetica? Che significato ha la bellezza nella

società contemporanea? Che rapporto ha l’uomo contemporaneo con la propria

immagine?

Nell'interpretazione proposta dal prof. Feyles come può essere suddivisa la storia

dell'estetica? la storia dell’estetica si può dividere in quattro fasi: 1) Età antica (dall’VIII

a.C. fino al III d.C.) in cui troviamo le prime riflessioni filosofiche sulla bellezza, sull’arte

e sull’esperienza sensibile. 2) Età medioevale (dal III d.C. al XIV d.C.), in cui la

riflessione filosofica sull’arte, sulla bellezza e sull’esperienza sensibile è sviluppata a

partire da una prospettiva cristiana. 3) Età moderna (dal XV d.C. al XX d.C.). È l’età

della nascita, dello sviluppo e della grande affermazione dell’estetica. Si può far

cominciare con il Rinascimento italiano (come vedremo) anche se la formalizzazione

definitiva dell’estetica dal punto di vista teorico si ha solo nel XVIII secolo. 4) Età

contemporanea (dal XX d.C. ad oggi). È l’età della crisi dell’estetica moderna.

Perché per Platone l'arte è tre volte lontana dal vero? Platone definisce le arti

utilizzando la nozione di mimesis, una parola greca che si può tradurre con

«imitazione». In realtà per Platone tutte le cose sono «imitazioni». Le cose sensibili

sono «imitazioni», copie, delle essenze, cioè delle idee. L’arte diventa dunque

imitazione di una realtà che è a sua volta imitazione dell’idea. Imitazione di imitazione.

Le opere d’arte sono dunque «lontane di tre gradi dall’essere»

Che rapporto c'è tra arte e verità in Platone? La critica di Platone prende le mosse

dalla sua teoria delle idee. Le realtà esistenti sono sempre manifestazioni imperfette di

un’essenza ideale. Quando un artigiano fabbrica un tavolo lo fa guardando un modello

ideale, cioè partendo dall’essenza del tavolo. Ma questa essenza è qualcosa di

oggettivo, qualcosa che non viene creato dall’artigiano stesso. L’artigiano può

avvicinarsi più o meno all’idea ma non può «inventarla» «crearla». Per Platone l’idea è

la cosa più reale. Le singole cose esistenti, essendo nel tempo, si deteriorano,

cambiano, e, a un certo punto, finiscono di esistere. Al contrario l’essenza del letto

rimane sempre identica, è immutabile, è eterna. Dunque l’essenza ideale è più «reale»

della cosa sensibile, l’idea del tavolo è più reale dei singoli tavoli costruiti sulla base di

tale idea.

Perché Platone critica Omero e i tragici del suo tempo? In molte vicende raccontate nei

miti classici di Omero o Esiodo le azioni empie condotte dagli uomini non sono

imputabili alla malvagità degli uomini stessi, ma a un inganno ordito nei loro confronti

dagli dei. Nei miti greci non solo gli dei sono immorali; spesso sono rappresentati

come la causa dei mali di cui soffrono gli uomini. Questo aspetto è per Platone

assolutamente inaccettabile. La visione platonica del mondo è una visione fortemente

determinata dall’idea del bene e della giustizia. Il mondo sensibile è costruito sul

modello del mondo soprasensibile delle idee, che hanno una natura divina. Ma il

vertice sommo del mondo delle idee è l’idea del bene, di cui tutta la realtà in qualche

modo partecipa. Il divino è causa solo del bene; per il male che c’è nella realtà bisogna

cercare un’altra causa.

Che rapporto c'è tra arte e morale in Platone? Platone rifiutare le arti che hanno un

contenuto immorale. Un’arte con contenuto edificante potrebbe essere utile e perfino

necessaria nello stato ideale immaginato da Platone. La tragedia greca mette al centro

della rappresentazione la sofferenza, spesso ingiusta, dell’individuo. La filosofia

platonica ribadisce che il mondo, è un grande ordine regolato dal Bene e dalla

Giustizia.

Che rapporto c'è tra la concezione antropologica di Platone e la sua concezione delle

arti? L’arte fa crescere i sentimenti e «li mette a capo della nostra persona». I

sentimenti sono considerati come un pericolo, come qualcosa che bisognerebbe

cercare di «disseccare». Alle spalle di questa concezione dell’arte c’è una precisa

concezione dell’uomo. Nonostante vi siano altri testi che in parte rivalutano il ruolo dei

sentimenti, si può dire che l’antropologia di Platone è una antropologia fortemente

razionalistica, centrata su un primato unilaterale della ragione.

Spiega quale rapporto c'è per Platone tra arte ed educazione La poesia tragica ed

epica, come tutte le arti, è una rappresentazione della grandi passioni umane. I

personaggi tragici sono sempre personaggi fortemente passionali. Più in generale

possiamo dire che le arti comunicano sempre attraverso, l’emotività e il sentimento.

Per Platone questo significa che le arti si rivolgono alla parte irrazionale dell’anima,

cioè alla parte dell’uomo più bassa. Da qui deriva il terzo argomento critico, forse il più

radicale: rivolgendosi alla parte irrazionale dell’uomo l’arte è tendenzialmente

diseducativa.

In che modo il problema della bellezza viene affrontato nel Timeo? «Quando l’artefice

realizza la forma e la proprietà di qualche cosa, è necessariamente bello. Noi vediamo

nella vita di tutti i giorni che quando un artigiano o un artista fabbricano un oggetto

(un vaso o una statua) l’oggetto risulta tanto più bello quanto più l’artigiano e l’artista

sono stati capaci di realizzare in modo perfetto l’idea, il modello. La bellezza dunque è

una manifestazione della prossimità all’idea.

Perché si può dire che Platone ha una concezione metafisica della bellezza?

L’argomentazione del Timeo che maggiormente ci interessa comincia con la

distinzione ontologica fondamentale che è alla basa della filosofia platonica, la

distinzione tra idea e realtà sensibile. La bellezza è ciò che segnala in questo mondo la

presenza delle idee, cioè del divino o del soprasensibile. In questa prospettiva,

dunque, la bellezza ha un significato metafisico («metafisica» significa: ciò che è al di

là del sensibile). Bisogna notare la differenza rispetto all’impostazione moderna e al

nostro modo di concepire la bellezza. Per noi la bellezza è qualcosa di assolutamente

mondano. Non solo. Il tardo romanticismo e il decadentismo, esasperando un motivo

tipicamente cristiano, ci hanno insegnato a concepire la bellezza come una

«seduzione», come qualcosa che può condurre l’uomo alla dannazione. L’eros

platonico è dunque molto diverso dall’eros in senso moderno, che è un eros mondano,

votato alla perdizione spirituale.

In che modo Aristotele concepisce la mimesis? Aristotele concepisce l’arte a partire

dalla nozione di «mimesis» o «imitazione». La Poetica analizza in particolare il teatro

tragico e la poesia epica, che Aristotele considera come «imitazioni di azioni», ma

diversi accenni ci fanno capire che anche la pittura e la scultura e perfino la musica e

la danza sono da lui concepite come imitazioni. La nozione aristotelica di mimesis è

molto più complessa di quello che si potrebbe pensare. Nei secoli successivi si è

diffusa un’interpretazione molto riduttiva di questa nozione. Secondo questa

interpretazione riduttiva imitare significa riprodurre, copiare. In questo senso

affermare che l’arte è imitazione equivale ad affermare che lo scopo dell’artista è di

ottenere un’esatta riproduzione della realtà che percepisce. L’opera d’arte appare così

tanto più perfetta quanto più è in grado di presentarsi come una copia sostitutiva della

realtà, una riproduzione in grado di ingannare la percezione dello spettatore. Occorre

subito precisare che questa interpretazione riduttiva della mimesis non è quella

aristotelica. Per Aristotele imitare non significa «copiare» o «riprodurre» la realtà.

Che differenze ci sono tra la concezione aristotelica della mimesis e quella platonica?

L’imitazione per Aristotele ha un valore conoscitivo. I bambini imitando imparano.

L’imitazione non è dunque un gioco fine a stesso o una forma di intrattenimento futile.

È una forma di conoscenza. Da ciò deriva, evidentemente, una concezione dell’arte

che ne sottolinea il valore veritativo. Se l’arte è imitazione e se l’imitazione è un modo

di conoscere, l’arte avrà un alto valore conoscitivo. È importante notare la profonda

differenza tra questa posizione e la posizione platonica, che abbiamo ricostruito

leggendo la Repubblica. Platone critica la poesia ritenendola una forma di conoscenza

non vera. Al contrario Aristotele legittima la capacità veritativa della poesia (e più in

generale dell’arte) dando un fondamento naturale all’imitazione. Su questo punto le

due posizioni sembrano quasi antitetiche.

Cos'è la catarsi per Aristotele? Il termine catarsi è di difficile interpretazione, perché

Aristotele non lo definisce né qui né altrove. Possiamo interpretare la nozione di

catarsi almeno in tre modi diversi: 1) Interpretazione ascetica Si può pensare che la

catarsi sia una sorta di liberazione dalle passioni. L’arte ci insegnerebbe dunque a

superare le nostre passioni, sarebbe una peculiare pratica ascetica. 2) Interpretazione

medico-rituale Nella medicina greca il termine «catarsi» viene utilizzato per indicare

tutti i processi grazie ai quali l’organismo espelle gli umori nocivi e le sostanze

negative. Dunque, la catarsi sarebbe legata alla necessità di «espellere» il male fuori

dalla comunità. Rappresentare il dolore, la sofferenza, il male nella tragedia sarebbe

dunque un modo per esorcizzarlo, allontanarlo, espellerlo. 3) Interpretazione

paideutico-pratica Si tratterebbe di educare le emozioni. Pietà e paura non appaiono

più come sentimenti da eliminare, ma sentimenti che bisogna imparare a direzionare

in modo giusto.

Quali sono per Aristotele gli elementi fondamentali di una tragedia ben composta?

Aristotele individua gli elementi specifici che distinguono il genera tragico da tutti gli

altri. 1)Il rovesciamento delle circostanze, che è il fondamento del colpo di scena, è

qualcosa di profondamente tragico. Il rovesciamento è strettamente legato al fatto che

gli uomini non sono padroni del proprio destino. 2) il riconoscimento, che è un

mutamento dall’ignoranza alla conoscenza. La tragedia ben composta ci presenta

sempre un cammino di progressivo riconoscimento, da parte dell’eroe della sua

situazione tragica. Aristotele individua chiaramente anche le caratteristiche del

personaggio tragico. L’eroe tragico non deve essere né l’uomo del tutto innocente che

soffre ingiustamente, né l’uomo del tutto malvagio che soffre meritatamente. Deve

essere un «un tipo d’uomo intermedio: quello che, non distinguendosi per virtù e

giustizia, cade in sventura non per vizio o malvagità, ma per un qualche tipo di

errore».

In che modo Aristotele concepisce il racconto? Aristotele concepisce un racconto come

una totalità unitaria che dà senso ai singoli episodi di cui consta. Raccontare non

significa presentare un elenco di fatti, ma costruire una trama che dà senso ai fatti

presentati. Perciò, la capacità di raccontare una storia è strettamente legata alla

capacità di scorgere un senso nelle azioni e nelle vicende umane. Proprio per questo il

racconto ha un valore conoscitivo: raccontare significa intravedere un senso negli

eventi.

Perché è significativo che Aristotele paragoni storia e poesia? Aristotele paragona

storia e poesia e afferma che la poesia ha un valore teoretico più alto della storia. Lo

storico e il poeta si distinguono in questo: l’uno dice le cose avvenute, l’altro quali

possono avvenire. Perciò la poesia è cosa di maggiore fondamento teorico e più

importante della storia perché la poesia dice piuttosto gli universali, la storia i

particolari. La tesi di Aristotele ha qualcosa di sorprendente. La storia è una forma di

conoscenza in senso stretto. Attraverso la storia noi conosciamo la «realtà» di ciò che

stato, i fatti effettivamente accaduti, gli eventi del passato. La poesia racconta storie

che hanno un valore universale, mentre la storia presenta vicende che hanno un

valore particolare.

Che tipo di errori possono commettere gli artisti per Aristotele? Aristotele distingue

due tipi di «errore» di un artista: «essenziali» ed «accidentali». Per un pittore è un

errore essenziale non essere capace di rappresentare un cavallo in modo credibile.

L’arte pittorica è l’arte di rappresentare figure, scene e episodi. Non saper

rappresentare, non saper tratteggiare i contorni di una figura, o non saperla inserire

coerentemente nello spazio, per un pittore è la mancanza più grave. Allo stesso modo

per un poeta epico sarebbe una mancanza grave non saper raccontare e per un

musicista stonare. Questi errori sono essenziali, perché sono errori che hanno a che

fare con l’essenza delle arti in questione. Ci sono poi errori «accidentali»: che dipende

da una mancanza di conoscenza etologica, anatomica e biologica, ma non da una

mancanza di capacità artistica.

Come Aristotele concepisce la metafora? Aristotele propone una definizione precisa:

«La metafora è il trasferimento ad una cosa di un nome proprio di un’altra». La

metafora si fonda sull’analogia, cioè sulla percezione di un rapporto. La metafora si

fonda dunque sulla capacità di intravedere un’analogia inedita, un rapporto nuovo. Il

trasferimento deve essere giustificato dalla percezione di un’analogia pertinente e

nuova. Saper costruire una metafora è dunque un talento. Non tutti dispongono di

questo talento. Aristotele, infatti, ritiene che esso sia una prerogativa del poeta, una

sua «dote congenita». Ci sono però dei casi in cui questa sostituzione, questa

traduzione in termini letterali non è possibile. Alcuni dei termini che si trovano in

proporzione non hanno un nome già esistente, ma la metafora ci consente di colmare

questa lacuna semantica e dire ciò per cui ci mancano le parole.

Quali sono gli elementi di modernità e gli elementi di antichità della Poetica di

Aristotele? In una delle prime slide dedicate ad Aristotele abbiamo sottolineato la

«modernità» della Poetica, un testo che per molti versi sembra anticipare un punto di

vista che si affermerà solo molti secoli dopo. A questo punto, dopo esserci confrontati

più direttamente con i testi, possiamo recuperare quello che abbiamo detto in quella

slide precisando meglio quali elementi in Aristotele possono essere considerati

«premoderni» e quali, invece, appartengono pienamente al contesto culturale di quella

che abbiamo chiamato «preistoria dell’estetica». A differenza di Platone Aristotele: 1.

concepisce una trattazione filosofica sistematica e indipendente della tragedia e

dell’epica 2. ritiene che il giudizio sull’arte debba avere dei criteri propri, largamente

indipendenti dai criteri morali e scientifici 3. concepisce in modo positivo il piacere

estetico e le emozioni estetiche 4. attribuisce un valore conoscitivo ed educativo

all’arte poetica In questo senso si può dire (con la dovuta cautela) che Aristotele

anticipa l’idea moderna dell’autonomia della sfera estetica. Nello stesso tempo

Aristotele condivide con il suo tempo alcuni presupposti culturali che lo rendono molto

distante dalla prospettiva estetica moderna e postmoderna. In particolare Aristotele: 1.

non ha una nozione specificamente estetica di arte. Per lui l’arte è una tecnica, cioè

una produzione regolata da regole oggettive e concettualizzabili 2. non ha una nozione

specificamente estetica della genialità, della

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sofia.romano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica "e-Campus" di Novedrate (CO) o del prof Feyles Martino Maria.
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