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GEOGRAFIA E DIDATTICA DELLA GEOGRAFIA

La geografia esiste solo quando c’è un rapporto tra uomo e ambiente; la geografia può utilizzare metodi

quantitativi ma non tutto ciò che riguarda questo rapporto può essere quantificabile.

Esempio: analizzando la dinamica migratoria ci sono elementi che sfuggono al numero, come le suggestioni/percezioni che

pure hanno un’incidenza nella dinamica demografica (nell’ondata migratoria degli abitanti dell’Est ha giocato molto la

conoscenza della lingua, i programmi televisivi in italiano ecc.).

La geografia ha una capacità di adattarsi e considerarsi perennemente in evoluzione.

Non è solo quella che si studia sui libri ma quella che va ad arricchire la nostra vita, basandosi sul presupposto che

siamo immersi in un ambiente e il rapporto con questo è sempre in continua evoluzione, va alla ricerca di un

equilibrio che però è sempre precario (una volta raggiunto basta poco per spezzare questo dinamismo); l’uomo

otterrebbe molto di più da questo rapporto se fosse in equilibrio ( spesso l’uomo crede di essere il braccio forte di questo

rapporto, ma in realtà diventa il braccio debole perché la natura si riprende sempre e comunque i suoi spazi).

La geografia è una disciplina difficile e non può essere ridotta a concetti semplicistici: quando vado a analizzare un

aspetto della realtà occorre tenere in considerazione tutti gli elementi che la compongono, fisici e non; è uno studio

complicato (Kant: “Il geografo ha una vita difficile”).

La geografia ha una capacità educativa in quanto ci invita sempre a non dare giudizi stereotipati, a tenere in

considerazione tutti gli elementi o cercare di mantenerli in equilibrio.

La finalità della geografia è formare un uomo a tutto tondo, che abbia un ruolo attivo e di responsabilità all’interno

della società:

 educare l’uomo all’azione con la consapevolezza che nessuna realtà è immutabile e tutte le realtà possono

cambiare se c’è un’azione/volontà comune;

 sviluppare una mentalità e comportamenti adeguati e corretti.

Nei bambini bisognerà stimolare sempre la curiosità, un atteggiamento sempre attento e critico di fronte alla realtà

che si va ad esaminare; è un passaggio dalla conoscenza alla coscienza, ossia la consapevolezza. Bisogna far capire

loro che i modi di guardare la realtà possono essere diversi: la percezione della realtà cambia di persona in persona,

in base “agli occhiali”, filtri percettivi che ognuno ha.

La geografia è una scienza, anche se per raggiungere la scientificità ci è voluto tempo; eppure è una scienza molto

antica rispetto ad altre (es. sociologia e antropologia, nate dentro la geografia e per tanto tempo rimaste all’interno di

questa disciplina; secondo Levi Strauss era inutile tenere separate le due discipline, ma in realtà si separarono infatti la

sociologia si è subito presentata con un suo metodo, mentre la geografia ha tardato in questo).

La geografia ha avuto una lunga storia evolutiva, ma ciò è servito a:

- determinare bene le sue finalità;

- strutturare una sua articolazione interna secondo una logica (nella geografia ci sono molte branche: geografia

culturale, politica, del turismo, didattica della geografia ecc.);

- dar vita a principi che danno il fondamento della disciplina.

- definire un suo oggetto di studio e un suo metodo.

CHE COSA È LA GEOGRAFIA

La geografia NON È UNA DISCIPLINA:

- mnemonica: per questo ai bambini non bisogna chiedere memorizzazione ma visualizzazione, in quanto una

visualizzazione continua porta poi in modo naturale a memorizzare.

Esempio: far vedere la mappa della regione; dividere i bambini in gruppi dando a ognuno un argomento (es. isoipse,

laghi, ecc.) per poi fare una sovrapposizione dei vari lucidi ottenuti. In questo modo i bambini comprendono che una

determinata localizzazione/altitudine genera determinate caratteristiche di prodotti, vegetazione ecc.

- eccessivamente descrittiva: didatticamente è necessario descrivere in modo approfondito, ma più che di

descrizione è meglio parlare di osservazione: ciò conduce a osservare più attentamente la realtà, andando oltre

ciò che gli occhi vedono (noi non vediamo quello che non conosciamo: è la mente che conosce, vediamo anche

attraverso gli occhi della mente); la realtà che vediamo è in costante divenire e trasformazione, quindi la

geografia non può procedere per metodi quantitativi (non può dare una legge generale).

STORIA DELLA GEOGRAFIA

La geografia nasce con l’apparizione dell’uomo; prima di quel momento parliamo di geologia (ere geologiche).

Utilizzando la metafora del condominio (ere geologiche), la geografia nasce ai piani alti quando compare l’uomo; la geografia

a differenza della realtà geografica non può esistere senza l’uomo.

Un bambino prima è un geografo, poi diventa uno storico Nel suo piccolo esplora l’ambiente e conosce lo spazio

come un geografo, ma diventa storico nel momento in cui capisce che un determinato ambiente gli fa paura e

quindi non ci va più L’uomo ha da sempre avuto l’indole dell’esplorazione.

Ogni uomo è una piccola parte della realtà, un elemento di quella catena costituita da forze spesso invisibili ma

anche elementi visibili, in cui l’uomo è destinatario (subisce gli influssi) e al tempo stesso immette i suoi flussi.

1) UOMO PRIMITIVO

L’uomo primitivo era potenzialmente un geografo; aveva bisogno di riprodurre luoghi frequentati

quotidianamente, segnare nelle pareti i luoghi dove poteva trovare acqua (sorgenti) e selvaggina (caccia): usava la

geografia per sopravvivere e riproduceva spazi legati alle necessità quotidiane.

Inoltre, se adesso l’uomo si muove sulla tecnologia (GPS, Satelliti), allora si affidava alla vista e alla memoria.

Quando poi gli spostamenti si fanno maggiori e aumenta la porzione di territorio, aumenta anche il grado di

astrazione; si perfeziona un sistema di rappresentazione simbolica dell’ambiente, che è contemporaneo o

addirittura precedente all’invenzione della scrittura.

 Nasce la mappa di Bedolina (risale all’età del ferro, 1500 a.C., si trova in Val

Camonica, nel bergamasco)

Qui vengono mostrati la suddivisione dei campi, le case, i canali di irrigazione,

nel modo tipico della cartografia, in quanto si fa ricorso a simboli (linee,

quadrati, punteggiatura). La rappresentazione è dall’alto; secondo alcuni

studiosi la raffigurazione aerea si è sviluppata qui in quanto era un popolo di

montagna, abituato a osservare l’ambiente dall’alto.

Fra le antiche mappe degli abitanti della Mesopotamia, vi è quella topografica di Nippur,

fatta su una tavoletta di argilla e rappresentante le conoscenze storiche e scientifiche del

periodo; tramite questa si ritrovò un importante sito archeologico.

Le rappresentazioni dell’antico Egitto sono interessanti per la geometria, per le tecniche di rilevazione piuttosto

evolute; sono dettagliate e accurate dal punto di vista amministrativo per fini

pratici, ossia la necessità di stabilire gli esatti confini delle proprietà dopo le piene

annuali del Nilo.

Attualmente nel museo egizio di Torino è presente il papiro delle miniere d’oro

d’oro (1200 a.C. circa), lungo circa 3 metri, rappresentante l’area mineraria

dell’alto Egitto: vengono mostrate le miniere d’oro e d’argento, le residenze dei

minatori, le strade, i massi sparsi che portano alle cave di pietra ecc.

La tabula Peutingeriana (250/270 d.C.), probabilmente una ricostruzione di una

tavola più antica, è una striscia di pergamena su cui vi è la rappresentazione del

mondo conosciuto ai tempi dei Romani (Europa, Asia e Africa).

Vi sono poi mappe delle tribù pellirossa nel Nord America, tracciate sulla pelle dei

bisonti, o mappe della Polinesia tracciate sulle conchiglie (indicano le distanze tra

le varie isole, le maree, i vari flussi).

 Per lungo tempo la geografia è coincisa con una .

FINALITÀ DI TIPO PRATICO

Ogni popolo aveva un proprio modo di rappresentare, maturato sulla base dei materiali disponibili; tuttavia ognuno

aveva la necessità di mappare il proprio spazio, conoscerlo e “possederlo” per potersi muovere.

Quando gli uomini non potevano più viaggiare perché erano troppi i pericoli (strade erano insicure, non vi erano gli

strumenti ecc.), lo facevano con la fantasia e l’immaginazione: nascono i , che non hanno niente di

MITI GEOGRAFICI

scientifico, ma sono ugualmente importanti perché esprimono i bisogni di quella gente, le loro fantasie, aspirazioni,

ideologie, diverse da popolo a popolo e da periodo storico a periodo storico risvolto sociale della geografia.

 Fra i miti geografici, che spesso si adornavano di rappresentazioni composte da mari, sirene, mostri ecc,

abbiamo: nella Bibbia, Adamo ed Eva nell’Eden, luogo mitico in cui si riconosce una determinata tradizione della

cultura ebraica e cristiana; negli Egizi, mito legato al viaggio; Ulisse; Atlantide; le Colonne d’Ercole; altri recenti ossia

i miti del West nati in America, dove si narra che le terre venivano date gratuitamente a chi riusciva a mettere per

primo la bandiera.

La geografia quindi per lungo tempo significava esplorazione, ricerca di nuove terre, conoscenza di nuove genti,

ampliamento dei confini conosciuti, dilatazione delle conoscenze territoriali, avventura.

In realtà per quei tempi non si può parlare di vera geografia; si parla di questa a partire dal passaggio dai miti alle

descrizioni razionali, che avviene con i Greci.

2) CIVILTÀ GRECA

L’origine della parola geografia è greca, per cui la disciplina geografica era già conosciuta in Grecia.

La geografia è stata associata per lungo tempo a una finalità di tipo pratico, in rapporto a quelli che erano i bisogni

dell’uomo di quel determinato periodo storico e realtà geografica: la geografia rispecchia sempre la cultura e

quegli uomini.

La civiltà greca tendeva sempre alla perfezione, alla bellezza, all’armonia, per cui l’obiettivo della geografia

(maggiore esponente era Eratostene) era quello di ricercare i caratteri del mondo, le leggi che regolano la natura,

capire come funziona, accertare gli elementi che compongono la terra arrivando anche a una misurazione di

questi (es. quale è la forma della terra, quali sono le componenti, quale è la dimensione, ecc).

3) CIVILTÀ ROMANA

Il popolo romano voleva conquistare il mondo, per cui la geografia (maggiore esponente Strabone, un greco che

riuscì a dare descrizioni precise e dettagliate dei percorsi dei viaggiatori di quel periodo) ha una finalità

prettamente di tipo pratico, serviva per capire la distanza da un territorio all’altro, quali territori si sarebbero

incontrati nel tragitto (es. pianure, montagne, mare), se vi erano luoghi per il rifornimento.

La geografia descrive in modo realistico e diventa corografica, ossia i fenomeni geografici vengono descritti

relativamente a una regione.

4) MEDIOEVO

Se dal punto di vista storico il Medioevo vede l’emergere di elementi che determineranno poi lo splendore del

Rinascimento, dal punto di vista geografico il Medioevo è un periodo buio e oscuro, in cui si fa un passo indietro.

È il periodo del crollo dell’Impero Romano e con esso dei riferimenti politici e istituzionali; il mondo si restringe

nelle Corti, nelle pievi. Inoltre c’è l’influenza molto forte della religione del Cristianesimo, che frena lo sviluppo

della geografia: tutto spinge alla spiritualità interiore e la realtà è vissuta in prospettiva dell’aldilà; questo toglie

interesse al mondo, fa sì che la realtà terrena sia poco importante rispetto a quella ultraterrena.

Se l’Impero Romano era uscito dalla stretta realtà di Roma allargando lo spazio politico e sociale, la nuova città

medievale è una realtà ristretta, anche culturalmente; infatti:

- è basata sui valori cristiani;

- ha come modello non la grande ma la piccola comunità;

- ha lo scopo di realizzare la vita cristiana sulla terra nell’attesa del giudizio universale (si assiste alla costruzione delle

grandi cattedrali: seppur la società non aveva grandi forze, riusciva nell’intento in quanto la prospettiva era quella dell’aldilà).

Le piante delle città medievale avevano strade tortuose, una tortuosità simbolo sia della difficoltà relativa

all’avanzata del nemico, sia dell’instabilità politica e sociale.

In questo periodo la scienza richiedeva l’adesione stretta ai dettami del Vangelo, infatti tutto ciò che non veniva

menzionato in esso, veniva considerato non esistente; vengono quindi abbandonati concetti scientifici già acquisiti

negli anni precedenti, come ad esempio l’esistenza di terre agli antipodi.

Rappresentativo dei concetti geografico-religiosi estremistici è il modello del mondo a

tabernacolo di Costantino di Antioca (VI secolo), mercante bizantino che diventò

monaco, il quale negò la dottrina degli antipodi (nota già ai filosofi della scuola

pitagorica) e respinse l’opinione che la Terra fosse sferica.

Egli immaginò la terra come un’isola piana rettangolare chiusa in una struttura a forma

di baule; appare circondata dall’oceano e cinta da quattro pareti verticali che, come

muraglie, salgono fino al cielo, appoggiandosi al firmamento sotto il quale si muovono le stelle guidate dagli Angeli.

Vi è poi un’altissima montagna conica, dietro alla quale ogni notte si nasconde il Sole (spiegazione dell’alternanza

del giorno e della notte).

Durante il Medioevo:

- si mette in dubbio la sfericità della terra: la fascia equatoriale è disabitata perché troppo torrida;

- si credono molto influenti sull’uomo gli influssi della luna: i salassi venivano fatti nella fase crescente per

aumentare il vigore della rigenerazione del sangue (scientificamente la Luna esercita un’attrazione sulla terra, tanto

da generare le maree, e motivo per cui certi prodotti devono essere piantati in periodi particolari di Luna).

Questa forte aderenza a tutto ciò che esprimeva il Vangelo, influenza l’aspetto delle carte geografiche: il fine non

è rappresentare nel modo corretto il mondo conosciuto ma schematizzare la suddivisione concettuale,

indipendentemente dall’aspetto geografico; le rappresentazioni non corrispondono alla reale ubicazione,

proporzione e forma delle aree conosciute (es. Italia e Grecia appaiono distorte e i rapporti tra loro sono sfalsati:

“esistono e pressappoco sono qui”): viene meno la scientificità/finalità pratica tipiche del periodo greco e romano.

Tipiche del medioevo sono le mappe a T.

Le terre si popolano di mostri orribili infatti l’ignoto viene rappresentato come un qualcosa che fa paura: appaiono

Gog e Magog, popoli leggendari asiatici presenti sia nella Bibbia che nel Corano, definiti selvaggi, sanguinari,

terribile minaccia. Nel capitolo 10 della Genesi, ossia Tavole delle Nazioni, dove c’è una lunga lista di figli e

discendenti di Noè, che narra l’origine delle popolazioni europee, Magog è identificato come figlio di Jafet.

Qui vengono identificati tutti i motivi ricorrenti anche nell’Imago Mundi, un volume in cui sono raccolte tutte le

carte delle terre allora conosciute.

Mano a mano che il tempo passa, la produzione cartografica si arricchisce: non vi è più una produzione

esclusivamente fantastica ma le rappresentazioni arrivano a essere la somma esemplare che unisce la geografia

fantastica a racconti di luoghi veri, visti personalmente, a informazioni pratiche, frutto dei primi spostamenti

(pellegrinaggi e attività commerciali) e rapporti instaurati con i popoli del Levante. Siamo circa nel 1283.

 Esempio: in alcune carte dell’Imago Mundi c’è una rappresentazione che unisce racconti leggendari (es. gesta di Alessandro

Magno) e precisi elementi di conoscenze coeve (es. mete dei pellegrinaggi, località commerciali, strade, porti, distanze da un

. Sono quindi carte importanti perché rilevano elementi coevi del periodo storico.

punto a un altro)

5) EPOCA NORMANNA

Siamo sul finire del Medioevo e questa unione di elementi fantastici con elementi di finalità pratica è evidente

soprattutto al sud d’Italia, epoca dell’età Normanna. Qui si stavano delineando modelli culturali che svelavano una

finalità estremamente pratica: la cartografia ha una necessità di conoscenza reale dei luoghi.

 Al-Idrisi, geografo arabo del 12° secolo, offre una grande testimonianza della produzione geografica del

tempo. Egli viaggiò in molti paesi del Mediterraneo, fino ad essere chiamato nel 1145 alla corte di Ruggero II di

Sicilia a Palermo.

Qui egli realizzò un planisfero noto con il nome “Tabula Rogeriana”, inciso su una lastra d’argento che andò

perduta perché fu fusa in una sommossa contro il sovrano normanno successore; esso rappresenta una delle

mappe più avanzate del mondo medievale e testimonia come la produzione araba fosse molto più avanzata

rispetto a quella europea.

Oltre alle mappe diede vita a un compendio di informazioni geografiche di tutte le terre allora visitate e

conosciute, noto con il nome “Il libro di Ruggero”.

Le sue produzioni sono importanti perché rivelano una maggiore scientificità e descrizioni molto più

particolareggiate e realistiche rispetto la produzione del periodo.

- Il Libro di Ruggero viene così definito: “Interesse per la geografia sostenuto dal desiderio di coniugare scienza e

organizzazione del territorio, tecnologia e arte della navigazione, cartografia e sistemi di misurazione del tempo e dello

spazio”.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lauracapodimonte98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia e didattica della geografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Ugolini Monica.
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