LIBRO DI NARRATIVA A SCELTA, DEL QUALE CHIEDE DI RIASSUMERE
LA TRAMA E CONTESTUALIZZARLO.
STORIA DI UN RUSCELLO: Il libro è una successione di osservazioni visive
e sensazioni proprie, vissute in prima persona dall’autore, è una prosa sul
ruscello, scritta in modo fluido e scorrevole, proprio come le acque di cui ci
narra l’autore, il quale coniuga sensazioni personali e interpretazioni
scientifiche in completa assonanza con il fine della geografia umanista, cioè
quello di studiare la geografia con le emozioni e non in modo sterile. L’autore
con quest’opera, esalta la natura nei suoi aspetti fondanti l’identità umana,
introducendoci allo studio diretto della natura; l’uomo è debole, insignificante
al cospetto della natura, quindi ogni fenomeno si riduce alla quantità di
impressioni che davanti ad esso prova. Reclus, ripercorrendo la storia di un
ruscello ,la paragona a quella della vita umana. Come la vita umana, il
ruscello nasce puro, per poi intorpidirsi inevitabilmente durante il suo corso e
il suo incessante trasformarsi. Dal puro ruscelletto grande educatore che,
come dice l’autore, spesso ha fatto più degli eserciti per la salvezza di un
popolo, con la sua azione mitigatrice e calmante, fino al grande fiume e infine
al grande mare impetuoso. Reclus passa in rassegna storicamente e
geosimbolicamente la figura del ruscello, ricordandoci costantemente che,
come la vita dell’uomo, esso è imprevedibile nel bene e nel male; il corso
d’acqua che un giorno è stato salvezza nel deserto, un altro è stato fiume e
un altro ancora ha portato inondazione, vita e morte, un domani potrebbe
ritrasformarsi in un esile ruscello tanto che anche un passerotto se lo potrà
bere. L’autore ci ricorda che il ruscello, proprio come l’uomo, è forte e debole;
da piccolo e umile, diventa grande e impetuoso, esce da grotte e meandri
oscuri più bello e puro di quando vi è entrato, è talmente forte da poter far
nascere la vita da un seme e da porle fine con altrettanta facilità, tanto
implacabile da poter superare, frantumare o modellare a proprio piacimento
ogni ostacolo, come fosse spinto dal destino, per poi ridiventare calmo,
pacato gettandosi nel mare. Esso, proprio come la vita, ha una fine, quindi
viaggia con flusso uniforme verso l’eternità e la ritmicità delle onde, dove un
qualsiasi elemento esterno, come un sasso, una foglia, un battello, non può
provocare altro che un temporaneo incresparsi dell’onda, che ha sulla vita
l’impatto che ha un battito di ciglia sull’eternità dell’universo, a conferma che
l’intera storia dell’umanità è una “increspatura impercettibile sul mare
sconfinato del tempo”. Il ruscello è e sarà sempre un aiuto per l’umanità, nel
bene e nel male che l’uomo può scagliare contro di lui e contro la natura,
quell’uomo che spesso non si accorge dell’immenso patrimonio che stringe
tra le mani, quell’uomo che fa bene e male, proprio come il nostro piccolo
corso d’acqua. L’autore, a fine di queste considerazioni, constata che molte
volte le idee degli uomini sono mutate al mutare del paesaggio che lo
circonda, e si augura, come tutti, che possa esso mutare per il meglio in
futuro, ringiovanendo e facendo ringiovanire.
APPUNTI. LE COSE CHE HA CHIESTO IN PRECEDENZA O SU CUI E’
FISSATA SONO IN BLU.
GEOGRAFIA CULTURALE: la geografia è una strategia di traduzione del
mondo, non la descrizione oggettiva della terra. Esiste una prospettiva
geografica dalla quale interpretare fatti e progressi del mondo. Il geografo
deve rispettare due condizioni fondamentali: deve chiarire la natura
soggettiva delle sue formulazioni, e specificare il modo con cui tratta un
determinato concetto, in una determinata situazione o momento. Si può dire
che questa geografia ha un forte taglio culturale, non si occupa di spazi, ma
dei diversi modi di pensare e praticare lo spazio. La geografia culturale è un
filone di indagine che ricade all’interno della geografia umana e studia quelli
che Bonnemaison chiama geosimboli, realtà geografiche, cioè forme della
terra che hanno anche valore simbolico, educativo, culturale, una sorta di
forza intrinseca, che sono stati storicamente caricati di sovrasensi culturali e
che quindi acquistano valenza di simboli con significati variabili di tipo politico,
sociale o culturale.
PERCORSO STORICO: nasce ufficialmente come ramo autonomo della
geografia negli anni ’30 negli Stati Uniti ad opera di Carl Sauer,(afferma
l’importanza dei fattori culturali nella costruzione dell’ambiente in cui viviamo.)
uno strutturalista a capo della scuola di Berkeley (tradizionale) che attribuisce
alla geografia culturale una propria specificità, cioè applica un livello di cultura
a problemi geografici, localizza i paesaggi come esito di fattori culturali. È
molto simile all’antropologia culturale, o alla scuola del possibilismo
geografico, una scuola di pensiero geografico francese della prima metà del
‘900 che si riassume nella frase: “la natura propone, l’uomo dispone”, per la
quale quindi le civiltà umane non sono l’esito dell’ambiente naturale (come
invece sosteneva il determinismo). I filoni di indagine della scuola di Berkeley
sono: filone della distribuzione geografica e diffusione territoriale ( si occupa
dell’importante compito di localizzare territorialmente un fenomeno culturale,
es. studi sulla casa rurale, dove è diffusa una tipologia e dove un’altra oppure
lo studio del complesso alimentare. Si sa insomma dove si trova una
determinata area culturale in base a criteri culturali.) filone della regione
culturale (ricostruzione delle specificità culturali dei singoli territori fino
all’individuazione, descrizione, e analisi di “regioni culturali”, cioè porzioni di
territorio omogenee per aspetti culturali, religione, lingua, feste ecc. es
Quebec.) filone dell’uomo-abitante o dell’ecologia culturale (studio dei diversi
modi con cui l’ambiente viene percepito dalle varie culture e di come viene
modificato. )
Viene contestato x impostazione strutturalista tradizionale,(yi fu tuan) e arriva
un rinnovamento, una rivoluzione paradigmatica negli anni 70 80 dalla new
cultural geography, che ha una visione critica, esistenziale e simbolica di
spazio, territorio e paesaggio. Ha tre indirizzi: Indirizzo critico( ruolo
geopolitico politico e sociale della cultura), spiritualista( funzione centrale
riservata alla coscienza e alla creatività umana-geografia umanistica: spirito
dei luoghi applicato a sacralità , non luoghi, iper luoghi ecc- geografie
immaginarie) e semiotico( cultura come creazione e trasformazione dei
simboli cui attribuire significati e valori)
ISOLA: tendiamo a considerarla come geosimbolo, mito, archetipo(modello
del mondo che esiste in un ambito altro della realtà conformatasi, condizionati
dalle singole culture o dalla storia. Gli archetipi non sono universali, sono
condizionati dalle singole culture e dalla storia. Jung lo collega all’inconscio
collettivo, identico a tutti gli uomini. Nella psiche esistono forme determinate
presenti sempre e ovunque, primordiali. Gli archetipi sono innati, universali
identici in ogni luogo, tempo e cultura. nell’opera di jung molti archetipi hanno
un netto carattere ambientale, territoriale, geografico. es madre->luoghi
nascita, procreazione, campo, giardino, grotta, albero. Un altro autore, storico
delle religioni romeno che parla di archetipi è M Eliade, che vede l’archetipo
come prototipo, schema, idea arcaica o primordiale cui i pensieri e le azioni
degli esseri umani si ispirano o si adeguano, anche Eliade annovera elementi
geografici tra gli archetipi. Es: montagna, lago, abissi, foresta, grotta… gli
archetipi girano sotto forma di racconto, immagini e letteratura). La
compattezza e la dimensione sono il discrimine delle isole. È importante
l’utilizzo che ne fa l’uomo, ponte cambia senso a insularità diventa penisola.
Distinte in base a loro morfogenesi: macrofamiglie: continentali:
(alte)condivide lo stesso percorso dei continenti es madagascar
(indipendente da punto vista biogeografico) es isola d’elba (dipendente, isola
di disarticolazione, create x fenomeni erosivi o per maree) oceaniche:
(alte)isole figlie degli abissi. Es stromboli (isola vulcanica, grande eruzione
vulcanica che ha formato una parte emersa) anche isole deposizionali(basse)
come isole madreporiche formate da esoscheletri depositati. hanno più
problemi da affrontare, come maree e tsunami. Isole artificiali/semiartificiali es
venezia, o isola tiberina(fluviale)
Si classificano anche in base alle acque che le circondano: marine, lagunari,
fluviali, lacustri.
In ambito naturalistico si sono studiati la biogeografia e endemismi, la
geografia umana classica ha visione deterministica d isolamento antropico e
il possibilismo geografico rifiuta la generalizzazione dei limiti e delle
potenzialità. Insularità non è sinonimo isolamento. Ci sono variabili nello
studio delle isole: status politico, popolamento, livello di sviluppo, attività
economiche prevalenti. Problematiche comuni: trasporti, risorse idriche,
turismo, cambio climatico. Isolità: rappresentazioni, percezione del modo di
vivere il territorio. Ci sono 3 parametri da seguire: superficie (prima guida a
immaginazione), distanza da continente, grado di varietà(microcosmo),
l’isolità è più intensa con i tre parametri interpretati dal punto di vista
personale. Isola è luogo nudo, tutto ciò che c’è è lì e immediatamente
percepibile, spazio chiuso e finito, l’isola ideale. Rimanda all’esperienza
dell’infanzia. Ha a che fare con avventura, attrattivo, ma ambivalente,
splendida, ma terribile, inquietante. Significati in epoche: classica: isola culla
dei, viaggi mitici sempre a che fare con isole, isole a confine con terra, isole
fortunate. Latinità: isole fortunate immagine letteraria, nesso insularità-sacro
si allenta, luogo d’esilio, carcere insulare, manicomi insulari. L’alterità delle
isole viene meno coi romani che le utilizzano per fini pratici. Usate come
spazio di confinamento (es lazzareti es Minorca porto di Mahon. Oppure il
confino fascista.) dal momento che è un contesto facilmente sorvegliabile (es
carcere s.Stefano, o carcere di Gorgona o gulag insulari come le isole
Solovki, o campi di concentramento come Goli Otok) oppure usato come
cimitero (es: s Michele a Venezia.), dove ha un forte valore simbolico, è una
sorta di aldilà, un elemento preservato dalle acque. Romanticismo: l’isola
diventa una prigionia non imposta, per un autoisolamento ricercato, spesso
distruttivo, un luogo della morte fisica o dell’animo. Continua ad esistere la
componente mitica dell’isola (es: celti, germani), elemento che viene fissato
nei poemi di navigazione, o che rientra in racconti come “le mille e una notte”.
Le isole mitiche faticano a scomparire dalle carte, ma alla fine scompariranno
con le scoperte geografiche. Utopie insulari del 500/600: c’è un legame
stretto tra utopia e ambientazione insulare, l’isola è la sede ideale di un
mondo alternativo a quello reale. Utopia è “nessun luogo” , un fantastico
luogo che non esiste, ma è il migliore e serve al pensiero politico come
strumento per tracciare un modello sociale migliore, per una riflessione su un
mondo ideale alternativo a quello reale che dovrebbe prenderlo come
riferimento. L’isola è sede di questo mondo ideale perché rimane preservata
dalle contaminazioni, separata nello spazio e nel tempo. Luoghi dove c’è
armonia sociale, uguaglianza, assenza di conflitti, alternanza tra lavoro
agricolo e ore di studio, fiume anidro(“senza acqua”) ad esempio utopia di
Moro, nel quale accade che il re senta addirittura il bisogno di tagliare l’istmo
di Utopia, a simboleggiare quanto l’utopia abbia effettivamente bisogno della
figura dell’isola. Così come ci sono le utopie, ci sono anche le distopie in cui
si mettono in mostra le peggiori società possibili e servono per fare satira,
critica sociale. Nel 700 c’è la stagione distopica dell’isola. (es: viaggi di
Gulliver o “l’isola dei pinguini” di Anatole France dei primi del 900 in cui il
bersaglio è la chiesa.) c’è il filone dell’isola deserta o l’isola metafora del
colonialismo-imperialismo, come “l’isola misteriosa” di Verne o “Robinson
Crusoe”). epoca moderna e contemporanea: l’isola ha un’ambivalenza, è
funzionale a rappresentare le migliori situazioni possibil
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