Quadro dell'economia in Italia
Tre grandi segmenti dell'economia
Nel corso del tempo, l'economia italiana si è suddivisa in tre grandi segmenti:
- Agricoltura
- Industria
- Terziario
| Anno | Agricoltura | Industria | Terziario |
|---|---|---|---|
| 1951 | 43,9% | 29,4% | 26,7% |
| 1961 | 29,7% | 34,9% | 35,4% |
| 1971 | 18,5% | 38,7% | 42,8% |
| 1981 | 12,8% | 33,2% | 54,0% |
| 1991 | 7,9% | 33,1% | 59,0% |
| 2001 | 5,6% | 28,8% | 65,6% |
| 2011 | 4,0% | 28,3% | 67,7% |
La tabella mostra la trasformazione industriale del sistema economico italiano. Le percentuali evidenziano la forza lavoro occupata. Nel 1951, l'Italia era prevalentemente un paese basato sull'agricoltura, con una piccola parte dedicata all'industria e la restante al settore terziario, molto diverso da oggi.
Trasformazione dell'economia italiana
Nel Secondo Dopoguerra, l'Italia ha subito delle scosse ed è cambiata radicalmente. Questo trend, che accompagna tutti i paesi industrializzati, riguarda un forte calo dell'agricoltura (non della produzione, ma degli occupati a causa dello sviluppo delle macchine e tecnologia). L'industria è cresciuta fortemente fino agli anni '80, poi dal '91 è iniziato un processo di riduzione dell'occupazione grazie allo sviluppo della tecnologia, la quale si sostituisce al lavoro umano.
Poi vi è la straordinaria ascesa del settore terziario, che riguardava inizialmente il "piccolo commercio" e rappresentava poco più di 1/4 del quadro occupazionale; oggi assorbe i 2/3 dell'occupazione. Questo viene definito fenomeno di "terziarizzazione dei sistemi produttivi": il sistema produttivo ingloba crescenti attività terziarie. Oggi il terziario comprende il commercio, la finanza, R&S, impiegati, insegnamento, commercialisti, farmacisti e copre una fascia ampissima di lavori che una volta non esistevano.
Si assiste a uno spostamento, non solo in termini occupazionali (anche in termini di PIL), da un paese basato sull'agricoltura a un paese costituito prevalentemente dal settore terziario. Questi dati dimostrano come è cambiato profondamente il paese, che ha subito una crescita economica e un enorme sviluppo. Non solo l'Italia, ma tutti i paesi che intraprendono la via dello sviluppo, subiranno questa trasformazione.
Elementi chiave dello sviluppo
Qual è stato l'elemento che ha consentito questo sviluppo? Cosa è successo che ha determinato questo cambiamento radicale, che può essere definito una vera e propria rivoluzione? Può essere considerata una rivoluzione perché milioni di italiani hanno cambiato mestiere, luogo di abitazione (anni '50-60 molte persone si spostano verso il nord, verso il "Triangolo Industriale" rappresentato da Torino-Milano-Genova) creando un vero e proprio esodo.
L'elemento che ha consentito questa trasformazione e lo sviluppo dell'Italia è stata la scelta politica dell'integrazione europea. L'Unione Europea, precedentemente MEC (Mercato Comune Europeo), avvia il graduale processo di abbattimento delle barriere doganali: ridurre i dazi delle economie che vivevano protette da dazi finalizzati a favorire l'economia nazionale e scoraggiare le esportazioni. Questo appesantiva tutta l'economia (occupazioni, salari distribuiti ai collaboratori).
La crescita deriva dal graduale abbattimento delle barriere doganali, che porta all'apertura dei mercati (27 paesi totali senza l'Inghilterra). Nel MEC vi erano Italia, Francia, Germania, Olanda, Belgio, Lussemburgo, sei paesi che hanno avuto un ruolo fondamentale nella creazione del Mercato Unico Europeo (1956). Le figure fondamentali sono state De Gasperi, Adenhauer, Schuman, i quali hanno avuto un ruolo centrale in questo processo. Hanno capito che il mondo stava cambiando e non poteva esistere una prospettiva nazionalista, in quanto necessaria era un'interconnessione tra i paesi. Il processo era inevitabile.
Inoltre, la Germania in quel periodo era spaccata in due, di cui una parte era occupata dall'Unione Sovietica (est). L'idea nasce come un piccolo nucleo, ovvero creare inizialmente un mercato comune abbattendo le barriere doganali per raggiungere delle economie di scala. Mettendosi insieme, si procede verso una progressiva apertura dei mercati e un ampliamento del commercio tra i paesi (le barriere impediscono la crescita del mercato oltre il confine nazionale), non più a livello di singola nazione. Si inizia integrando le economie di questi paesi creando così delle economie di scala: spinge le economie di questi paesi a diventare sempre più efficienti, in quanto senza dazi entrano in concorrenza tra loro e inizia un processo di conquista dei mercati esteri. Si inizia ad andare verso la prospettiva dell'Unione Europea: da un lato vi era il comunismo dell'Unione Sovietica (pianificazione), dall'altro si spinge l'idea che il libero mercato è migliore di altre forme già esistenti.
L'Italia inizia ad esportare in quanto alcune caratteristiche del sistema produttivo facilitavano questo processo inizialmente: salari bassi (gli italiani guadagnavano meno dei lavoratori quali francesi, tedeschi), i quali crescevano meno che proporzionalmente rispetto alla produttività. Essendo labor intensive, la produttività del lavoro era superiore alla crescita dei salari, cresceva in modo più che proporzionale rispetto ai salari. Questo era l'unico modo per essere competitivi con gli altri paesi in quanto non essendo ancora capital intensive, era l'unica soluzione. Era comunque un lavoro sicuro e "assicurato" (mutua) con servizio sanitario.
Ciò consentiva la nascita di nuove imprese, che non avevano capitali alle spalle. I salari bassi permettono alle imprese di accumulare capitale e investire in macchinari, esplorare mercati esteri, crescere e conquistare mercati esteri, che era possibile solo grazie alla presenza di una grande quantità di capitali. I prodotti italiani vanno a ruba rispetto a quelli dei concorrenti, perché sono belli, fatti bene e a basso costo.
Prima fase: fine della ricostruzione
È stata frutto di una scelta politica (De Gasperi) che ha permesso di costruire una base industriale. Si innesca un meccanismo virtuoso che si basa su:
- Disciplina sociale (manodopera)
- Grande fabbrica (per quanto riguarda il sistema produttivo)
- Produzione in serie di prodotti poco o per nulla differenziati
- Salari bassi che consentivano l'accumulazione per la creazione di nuove imprese o a imprenditori di acquistare e aggiornare le macchine per ridurre i costi della produzione
Oltre alla migrazione da sud verso il nord, un altro elemento riguarda il sindacato industriale, che all'epoca era debolissimo perché partiva da una base industriale molto piccola. Il fatto che il sindacato quasi non esisteva, consentiva all'imprenditore di godere di più della ripartizione dei frutti del lavoro (i ricavi erano per la maggior parte sotto forma di profitti per l'imprenditore e non di maggiori salari per gli imprenditori).
Questa prima fase va dal 1951 (fine della ricostruzione) fino al 1969. Fase del "miracolo economico italiano", che ha trasformato un paese povero: costituito solo da una piccola parte di ceto alto, una piccolissima parte di ceto medio (per lo più piccoli commercianti), pochi dipendenti del pubblico impiego e la maggior parte proletariato.
Nascita dell'ENI
Un altro fattore molto importante in questo periodo è la nascita dell'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), avvenuta nel 1951 ad opera di Enrico Mattei, imprenditore nato, che iniziò la sua carriera come dealer nel mercato energetico. Se oggi l'Italia ha una politica energetica abbastanza coperta dalle forti oscillazioni che avvengono sul mercato del petrolio e del gas naturale è grazie all'ENI. Aveva iniziato facendo il rappresentante per un'azienda petrolifera, commerciava petrolio, ma era anche Deputato impegnato nel Partito di Governo, partigiano e democristiano.
Nel 1953 capì che non potevamo dipendere totalmente dalle "7 sorelle" quali Shell, Esso (le grandi imprese petrolifere che dominano ancora oggi il mercato tramite cartelli suddividendosi i mercati e decidendo loro i prezzi), ma bisognava liberarsi da questa "schiavitù". L'Italia non aveva risorse energetiche (solo qualche giacimento di petrolio in Sicilia, carbone in Sardegna, ferro in Valle D’Aosta e dei giacimenti di Amianto che ai tempi era la base del settore minerario italiano) e non poteva influenzare od opporsi agli accordi tra le 7 sorelle anche perché non esisteva (e non esiste ancora) una legge internazionale antitrust.
Mattei virò sulla creazione di un'industria petrolifera e creò l'ENI partendo da un sito di estrazione in Sicilia, che era a basso rendimento. Mattei decise di affacciarsi sui mercati internazionali entrando in contatto con la Persia (Iran), che era ed è un grande produttore di petrolio. In Persia vi era l'egemonia delle 7 sorelle e oltretutto, essendo stata sotto controllo inglese, la Shell comandava. La Persia riceveva il 10% del ricavo derivante dall'estrazione e la vendita del petrolio mentre le compagnie petrolifere il 90%. Fu proprio su questo aspetto che si manifestò tutta la genialità imprenditoriale di Mattei che propose alla Persia una ripartizione dei profitti 50%-50%, una vera e propria rivoluzione. L'ENI si inserì prepotentemente nel mercato dell'energia. Chiaramente le grandi compagnie petrolifere erano contrarie a questa azzardata ma efficace politica dell'ENI e Mattei morì in un incidente aereo misterioso mentre viaggiava verso la Sicilia in circostanze mai chiarite.
Seconda fase: proteste e rivoluzioni
Inizia la seconda fase nel 1968-69, che termina il 12 ottobre 1980. Il '68 è stato l'anno delle proteste e rivoluzioni degli studenti universitari (iniziano in Francia, poi vengono seguiti in molti altri paesi), i quali protestavano contro una scuola molto autoritaria ("autunno caldo"). È stato un autunno caldo dal punto di vista sociale e politico: nella prima fase i salari erano molto bassi (fattore importante di crescita del sistema) e sindacalizzazione quasi inesistente. I lavoratori iniziano a protestare per l'inadeguatezza dei salari, per cui inizia un processo di sindacalizzazione abbastanza forte che riguarda non soltanto i lavoratori di sinistra, ma anche quelli legati per tradizione e convinzione ai partiti di centro. Vi è la richiesta che i frutti della "durissima" crescita, vengano ripagati.
I rapporti di lavoro erano regolamenti esclusivamente con "contratto di lavoro nazionale" (garantisce un tenore di vita sufficiente), valeva per tutte le aziende, anche se diverse; il contratto era unico e la remunerazione identica per tutti i lavoratori. Il salario era tarato e allineato sulle aziende più deboli, che potevano pagare di meno e non su quelle forti, quindi i contratti erano ulteriormente bassi. Si avvia, nelle aziende più grandi (che potevano pagare salari più alti) il processo di "contrattazione aziendale" grazie alla richiesta dei sindacati. Si crea questo processo di differenziazione salariale, che si basa su due livelli di contrattazione:
- Contratto nazionale
- Contratto aziendale (contrattazione sindacale)
Non ci si accontenta più del salario minimo, che tutelava le aziende deboli e permettevano extraprofitti alle aziende di successo, ma si cominciano a definire in aggiunta al contratto nazionale dei contratti aziendali, che permettono di distribuire ai lavoratori di queste grandi imprese una parte degli extraprofitti realizzati dalle stesse (aziende capital intensive che possono pagare di più il personale).
Dal 1968 in poi i salari iniziano a salire (processo di incremento salariale) soprattutto perché il sindacato è forte. Gli incrementi salariali determinano:
- Una spinta della domanda interna: persone che prima dati salari bassi non potevano permettersi di acquistare determinati beni, iniziano ad acquistare beni che precedentemente erano considerati beni di lusso quali frigorifero, televisione. Nasce l'industria dell'elettrodomestico e anche le famiglie meno abbienti possono permettersi di acquistare questi beni.
- Aumento dell'inflazione (spinta inflazionistica) che arriva al 3%. Dopo qualche anno arriverà al 20%.
- Miglioramenti delle condizioni di lavoro nelle fabbriche dei lavoratori.
- La forte presenza dei sindacati induce in una sorta di radicalizzazione che mina la coesione sociale e aumentano i conflitti sociali (diminuisce la coesione sociale).
Nel 1969 iniziano in Italia una serie mai vista di scioperi sindacali, che sfociavano anche nell'impedimento dei lavoratori di raggiungere il posto di lavoro della fabbrica. È la prima volta che l'Italia, cresciuta in una pace sociale, deve far fronte ad una fase difficile.
Negli anni '70 inizia una fase molto difficile nella storia italiana sul piano politico: fase del terrorismo, per la presenza delle brigate rosse, i quali avevano come obiettivo di uccidere i dirigenti di molte imprese. Sfociato nel '77 nell'assassinio di Moro. Questa fase inizia sia a causa delle proteste studentesche e quindi le prime rivoluzioni, sia per il diffuso radicalismo all'interno delle fabbriche (vedeva la classe politica e gli imprenditori come nemici e avversari da eliminare fisicamente).
Inizia una fase destabilizzante a cui non si è preparati a far fronte perché anche le forze dell'ordine non avevano mai affrontato situazioni simili e non vi era la presenza dell'Intelligence. In questo contesto, l'Italia a livello europeo inizia a perdere credibilità e affidabilità. Questo aspetto sociale, questa situazione è anche frutto di un disagio sociale legato a un sistema produttivo cresciuto "selvaggiamente", senza programmazione e dunque spontaneo, che però ha causato forti squilibri economici nel sistema produttivo, soprattutto nelle grandi imprese.
Si manifesta l'inadeguatezza del sistema produttivo italiano alle esigenze della domanda e di profitto. I fattori sociali che spiegano questo sono tutta una serie di elementi quali:
- Cambia il consumatore tipo: non è più rappresentato dalla famiglia contadina, ma diventa un consumatore di massa.
- Suddivisione in ceti: basso, medio, alto. Questa suddivisione comporta diversità di reddito significative. L'effetto reddito spinge verso la differenziazione nell'offerta da parte delle imprese.
La differenziazione di prodotto mette in crisi l'industria cresciuta su un'economia di scala: prodotto base identici per tutti. L'offerta delle imprese non è più adeguata a soddisfare le nuove esigenze e richieste dei consumatori. Si verifica un senso di insoddisfazione nei consumatori che si ripercuote sul sistema produttivo. A quest'ultimo mancava una tecnologia flessibile nei processi produttivi che permettesse di rispondere alla sensibilità della domanda del consumatore, ovvero di offrire esattamente ciò che i consumatori chiedevano alle imprese.
Negli anni '70 mancava una tecnologia flessibile, anche di una manodopera flessibile, in grado di adattarsi ad un mercato che diventava più sofisticato e che richiedeva molta più differenziazione di prodotto. Le imprese capiscono che il mercato sta cambiando, ma sono legate (vincolate) ad un modello tradizionale, ad un sistema produttivo rigido, che porta a una rigidità anche sui prodotti offerti al mercato stesso.
L'Italia si trova in difficoltà, vi è una forte tensione nel sistema (discrasia) e questi elementi in parte portano alla fase del terrorismo, non nasce dal nulla. Era necessaria una svolta, evoluzione per passare da un sistema rigido e omogeneo ad un sistema flessibile e differenziato.
Decentramento produttivo e mobilità sociale
Le grandi fabbriche, sintomo della crescita italiana, vengono smontate in varie piccole fabbriche specializzate su segmenti specifici dell'attività produttiva, le quali sono molto flessibili e sono in grado di rispondere velocemente alla domanda di mercato e ai cambiamenti sempre più frequenti. Questo fenomeno si chiama decentramento produttivo e l'Italia rispetto ad altri paesi è stata molto anticipatrice in questo senso. Nascono 125mila nuove imprese tra 1961-71 (da 625k a 750k imprese): molti nuovi imprenditori e tendenzialmente imprese piccole (con 10 dipendenti); da questo momento in poi si ha un'enorme flessibilità produttiva.
Elemento importante in questo periodo storico italiano è la mobilità sociale (ad esempio l'operaio diventa imprenditore), elevatissima in questo momento storico, che permette al paese di crescere ancora di più e quindi è un elemento molto importante. Si ha l'esplosione del fenomeno dell'imprenditore "nullatenente", paradosso perché in genere l'imprenditore deve avere capitale, in questo caso l'asset non è il capitale ma la conoscenza che questi nuovi piccoli imprenditori hanno sui prodotti, sul mercato e su cosa vogliono fare, in più sono molto capaci.
Questo ha un effetto positivo, soprattutto sulla tensione sociale che si era sviluppata e torna l'ordine sociale. Periodo in cui si ha la massima flessibilità produttiva, la facilità di gestione del personale e l'organizzazione complessiva del mercato del lavoro. Non è detto che questo comporti necessariamente giustizia ed equità dal punto di vista sociale, perché spesso questi imprenditori nullatenenti sono anche peggio degli
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