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Esame Economia delle Forme di Mercato (Economia Industriale II) Appunti scolastici Premium

Appunti completi per l'esame di economia industriale II di E.Pontarollo, integrati con lo studio della dispensa, rec lezioni e documenti della Banca d'Italia. Temi: politica industriale, regolamentazione, antitrust, industria 4.0
Temi d'esame svolti con le risposte alle domande più frequenti.

Esame di Economia delle forme di mercato docente Prof. E. Pontarollo

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tipo di legge rispetto ad un altro (motivo di discussione sulla legge elettorale). Il rapporto tra

cittadini-politici è condizionato da questo tipo di scelte.

Ø Il rapporto politici-regolatori dipende dal rapporto tra politica e burocrazia ministeriale una

volta, oggi tra burocrazia e autorità ministeriale. La scelta di utilizzare il meccanismo delle

autorità indipendenti nei settori infrastrutturali, seguendo il modello anglosassone, deriva

dall’obiettivo di rendere le decisioni più obiettive rispetto a quelle che prenderebbe l’autorità

ministeriale, in quanto molto condizionata dai Governi. Le autorità indipendenti nascono per

garantire che le decisioni tecniche (tariffe energia, telecomunicazioni…) non siano decise per

perseguire obiettivi politici. Questa modalità ha messo fuori gioco l’autorità ministeriale.

Ø Il rapporto regolatori-imprese: il regolatore non detiene le informazioni, che le imprese hanno.

Queste ultime si guardano bene dal fornire i numeri giusti al regolatore. Per questo motivo si

richiedono competenze di alto livello in queste autorità indipendenti. Un’impresa regolata tenderà

a nascondere le informazioni e a rende più alte le cifre affinché le tariffe dei principali e di

conseguenza i costi siano più elevati, ma a favore delle imprese.

I rapporti di agenzia sono molto complessi per l’esistenza di diverse informazioni nei vari rapporti. Come

si risolvono le asimmetrie informative tra i tre livelli?

v Creazione di autorità garanti indipendenti, sul modello UK, per energia, telecomunicazioni,

trasporti…;

v Capacità dei principali di individuare incentivi che inducano gli agenti ad adottare un

comportamento conforme alle direttive dei principali, ossia che inducano gli agenti a fornire le

informazioni e operare secondo un criterio fornito dal principale;

v Stabilire un sistema di sanzioni per gli agenti che non fanno il loro lavoro. All’inizio del processo

questo aspetto fu sottovalutato, le sanzioni erano molto basse e l’agente (impresa) tendeva a non

rispettare le norme pagando la multa (ora sono proporzionali al danno creato). Bisogna incentivare

i principali a individuare degli incentivi che inducano gli agenti ad agire correttamente.

Inoltre si pensava che questo fosse solo un problema relativo alle imprese private e non pubbliche,

ma il legislatore stabilì uguale trattamento per entrambe, poiché anche le imprese pubbliche

tendono a pensare principalmente al profitto, talvolta non rispettando le regole.

LE TARIFFE:

È un tema molto importante per la regolamentazione, sia per il regolatore sia per i cittadini. Oggi non si

parla più di tariffa elettrica, ma di prezzo dell’elettricità, in quanto si è usciti da una situazione regolata,

molti monopoli sono stati abbattuti e ci si trova in una situazione di mercato, di concorrenza, in cui non vi

sono più le tariffe stabilite dal regolatore, bensì i prezzi del mercato.

Perché vi è una regolamentazione del sistema tariffario? Spesso le tariffe non sono del tutto una libera

scelta da parte dell’impresa, ma sono fissate dall’autorità di regolamentazione (in passato dai ministeri,

oggi dalle autorità indipendenti). La definizione delle tariffe è un aspetto particolarmente importante della

politica di regolamentazione perché essa determina la redditività dell’impresa. Le imprese spingono per

tariffe molto alte mentre i cittadini il contrario: il regolatore si trova tra “l’incudine e il martello” e deve

trovare dei criteri oggettivi che non vengano contestati e non creino contenziosi.

Nella determinazione delle tariffe intervengono diversi fattori:

¶ Asimmetrie informative: il regolatore non conosce i reali costi delle imprese (ad esempio il

regolatore non conosce il costo preciso dell’energia o di quanto possa costare all’impresa una

linea telefonica). Oggi le autorità che determinano le tariffe cercano il più possibile di ricavare

dalle imprese questi dati e controllare che siano coerenti;

¶ Qualità del servizio: ad esempio se una rete elettrica è soggetta a molti blackout, i danni sono

gravissimi. Un anno vi fu un forte temporale in Svizzera che portò ad un blackout di 12h (causato

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dalla caduta di un pilone sulla rete) anche nell’Italia settentrionale, in quanto interconnesso con la

rete svizzera (effetti indiretti molto gravi). La qualità del servizio offerto deve entrare nella

questione di fissazione delle tariffe.

Il regolatore deve cercare di ottenere più informazioni possibili utili per regolare al meglio e in maniera

efficiente sia per le imprese sia per i consumatori, al fine di evitare che le tariffe siano troppo basse e la

concorrenza diventi distruttiva oppure evitare che siano troppo alte, in quanto le imprese fanno cartelli e

molto spesso si mettono d’accordo per determinare i prezzi.

Quali sono i criteri per determinare le tariffe (considerando ovviamente la presenza di asimmetrie

informative)? Evoluzione della politica tariffaria e i parametri seguiti in USA ed Europa (sono quasi gli

stessi):

1. RATE ON RETURN REGULATION (tasso di ritorno sul capitale investito):

Metodo tradizionale utilizzato fino agli anni ’70 come criterio per fissare le tariffe. Il regolatore fissa i

prezzi praticati dall’azienda in maniera che i ricavi coprano i costi e diano un giusto rendimento sul

capitale investito. Cosa significa giusto? Cittadini e imprese muoveranno verso direzioni opposte e il

regolatore dovrà trovare una via di mezzo, preferibilmente utilizzando competenze tecniche.

R = O + r (V–D)

- R: entrate ammesse per l’impresa regolata, entrate che le permettono di coprire i costi e

garantiscano un equo ritorno sul capitale investito;

- O: costi di esercizio ammessi dal regolatore (costi operativi), ossia le spese che il regolatore ha

per erogare i servizi come ad esempio personale, affitti, costi dell’impianto, di manutenzione…;

- r: tasso di ritorno sul capitale investito, che può essere calcolato su diversi fattori come il

rendimento delle obbligazioni, delle azioni privilegiate e altri;

- V: investimenti fissi lordi dell’impresa;

- D: ammortamenti.

Questa formula è stata utilizzata fino agli anni ’70 per determinare le tariffe. Poi però la Scuola di

Chicago (grandi capacità di intuizioni e analisi), grazie agli economisti Averch e Johnson in un articolo

che ha fatto la storia negli anni ’60, nel quale hanno iniziato a esporre i limiti e a criticare la formula

stabilendo che essa era ottimale per l’impresa, ma risultava poco soddisfacente per i consumatori

(utilizzatori del servizio). I limiti della formula erano i seguenti:

Ø O: nei costi operativi le imprese inserivano tutte le svariate spese sostenute (ad esempio regali) e

“O” diventava quindi molto alto (spese operative fuori controllo). Questo era dovuto al fatto che

non vi erano controlli sui costi operativi;

Ø r (V-D): comportava un tasso di ritorno sugli investimenti “V” che le imprese facevano over-

investment, ossia gonfiano gli investimenti per gonfiare “R”. in questo modo si determinava un

“effetto over-investment” (eccesso di investimenti teorizzato da Averch-Johnson) che andava a

scapito del consumatore, in quanto era costretto a pagare delle tariffe esorbitanti per l’acquisto di

beni essenziali come l’energia elettrica. Questo over-investment favoriva anche i fornitori, che

guadagnavano di più in quanto gli acquisti erano elevati con la finalità di far aumentare gli

investimenti; ma questo si ribalta sul prezzo finale dei consumatori.

Iniziò dunque uno studio, sulla linea tracciata da Averch e Johnson, per individuare un meccanismo

alternativo che potesse correggere la situazione determinata dal “rate on return regulation”. Si arriva

quindi ad una seconda formula per cercare di rendere la tariffa più competitiva, meno dannosa per il

consumatore e per evitare gli sprechi da parte delle imprese. 46

NB: Averch-Johnson, effetto di tendenza alla sovracapitalizzazione (1962), riscontrabile nelle imprese

che operano in un regime di monopolio naturale e che tentano di aumentare i propri profitti, a fronte di

una regolazione che fissa un netto massimo al loro tasso di rendimento unitario (al rapporto

profitti/capitale). Il teorema dimostra come la regolamentazione di imprese che operano in regime di

monopolio naturale, attraverso il controllo del tasso di profitto, possa spingere le stesse verso una

combinazione produttiva che predilige il capitale a scapito dell’efficienza allocativa. Tali imprese, che

operano in forme di mercato non concorrenziali, non hanno interesse a controllare il livello dei costi, e

quindi massimizzano il profitto, dato il vincolo stabilito; se il profitto è proporzionale al livello di

capitale-lavoro anche oltre il livello che sarebbe compatibile con un’ottima allocazione delle risorse

produttive.

2. METODO DEL PRICE CAP:

P = RPI – X

- P: variazione prezzi;

- RPI (Rate Price Index): è l’indice dei prezzi al consumo (deciso dalle istituzioni apposite),

viene quindi riconosciuta e legittimata alle imprese l’inflazione come problema esogeno;

- X: indicatore di produttività. L’impresa deve garantire dei guadagni di produttività, che in parte

bisogna dare a vantaggio del consumatore, non tenerli per sé.

Ci fu questa modifica perché con la formula precedente ci si rendeva conto che le imprese non facevano

alcuno sforzo per aumentare la produttività, che significa lavorare di più e aumentare quindi i profitti.

È una formula molto flessibile e acuta perché ha il grande effetto di stimolare l’efficienza. Con il passare

del tempo però le imprese si sono adattate al modello, che non riusciva più a stimolare le imprese. Gli

inglesi hanno elaborato un nuovo meccanismo.

3. TOTEX METHOD:

È un nuovo meccanismo ideato dal regolatore inglese per superare il “price cap” con il quale le imprese

fanno troppi profitti, ma il problema principale era dovuto alle spese troppo elevate per le imprese.

Mentre prima si interveniva sui prezzi, ora si interviene sul versante dei costi (spesa dell’impresa).

Anche questo modello è di derivazione inglese, è in vigore attualmente in Inghilterra, ma non altrove.

L’ente regolatore dell’energia lo sta studiando, è un campo di studio ancora aperto. Sembra essere un

sistema che spinge l’impresa verso una maggiore disciplina sui costi.

Nel settore delle tariffe (quindi nei settori regolati) c’è una continua rincorsa tra regolatore e impresa.

Le imprese sono abilissime nel trovare meccanismi per aumentare i prezzi e quindi il loro profitto; di

conseguenza il regolatore, deve essere in grado di trovare le giuste misure per limitare questo fenomeno.

L’IMPRENDITORE E LE METAFORE

Italia anni ‘50-60 successo attribuibile all’impegno di risorse di capitale e di uomini da parte dello Stato.

Imprenditoria mista, partecipazioni statali.

Piano siderurgico: Genova, Piombino, Taranto. Molto importanti. L’Italia aveva un po’ di acciaierie...

Il PIL italiano cresceva netto del 5% all’anno.

Piero Melograni, uno studioso nel 1987 scrive “La paura della modernità” facendo osservazioni

interessanti circa lo sviluppo industriale. La Rivoluzione Industriale è l’evento centrale degli ultimi 150

anni. La rivoluzione industriale però non è finita. Anche se oggi (giornali, tg…) si parla di settore 47

terziario e quindi di società post-industriale, in realtà oggi questo settore è legato strettamente al settore

industriale. L’industria è sempre al centro del Paese anche se si parla di deindustrializzazione, fenomeno

diverso proprio dei Paesi industrializzati in cui si riduce la base produttiva perché si decentralizza, ossia si

trasferisce l’attività in luoghi meno cari. Melograni afferma che in un’industria ricca e potente, senza il

reddito generato dalle macchine, il mondo sviluppato non potrebbe permettersi il lusso servizi. Una parte

rilevante del terziario riguarda l’industria.

Altro aspetto non meno importante, il nostro sguardo è sempre stato legato ai Paesi Occidentali (Europa,

USA), oggi però si assiste all’emergere di altre potenze industriali che allargano la base della

competizione. Ad esempio la Cina sta diventando il maggior protagonista nella scena mondiale,

soprattutto nelle tecnologie. Questo perché vi è la tenenza a delocalizzare in Paesi più a buon mercato.

Se passiamo ad una visione puramente nazionale, non mondiale, del fenomeno industriale possiamo

vedere che vi è una delocalizzazione dell’attività produttiva, non deindustrializzazione.

Il sistema economico entra in crisi in alcuni Paesi perché in determinate aree geografiche c’è stato un

declino industriale, in quanto non hanno retto il confronto e la concorrenza internazionale. In questo

mondo molto interconnesso, imprese molto piccole fanno fatica ad andare sui mercati esteri, a differenza

delle imprese grandi che riescono a competere a livello mondiale.

La realtà è che l’impresa ha bisogno dell’imprenditore. Anche l’economista Pareto, fine ‘800, ha

studiato l’imprenditore definendolo nel suo “Trattato di Sociologia Generale”: “vanno a prendere posto

tra gli imprenditori coloro che hanno ben sviluppato l’istinto delle combinazioni (mettere insieme

competenze diverse, progettare qualsiasi cosa) indispensabile per conseguire un felice successo. Gli

imprenditori sono generalmente gente avventurosa (sceglie strade non già percorse da altri, persone che

rischiano) in cerca di novità sia in campo economico sia in campo sociale, cui non dispiacciano i

movimenti dai quali sperano di trarne vantaggio. Con varie arti (strumenti) provvedono ad accrescere le

entrate valendosi ingegnosamente delle circostanze” (1923).

Questa definizione richiama immediatamente l’idea di Schumpeter, studio che per primo ha affrontato il

tema dell’innovazione e sottolinea la caratteristica dell’imprenditore come innovatore.

Steve Jobs ha creato qualcosa che non esisteva prima e ne è uno degli esempi più evidenti di

imprenditore per eccellenza non solo per l’invenzione, ma anche per la sua capacità di gestire l’impresa

riuscendo anche ad identificare correttamente i mercati e selezionare la giusta combinazione prodotto-

mercato riuscendo a riscuotere un successo mondiale. Inoltre ha contribuito enormemente allo sviluppo

tecnologico. La capacità di innovazione è la caratteristica fondamentale del “grande” imprenditore.

Esistono innovazioni che cambiano il paradigma, ad esempio la macchina al vapore che ha inizialmente

cambiato il modo di fare economia, legate alle nuove scoperte. È fondamentale che vi sia un sistema

garantistico che permetta all’imprenditore di trovare un contesto favorevole per le nuove innovazioni.

Il socialismo reale fallisce proprio perché in realtà la gente era ricca, tutto era pianificato centralmente da

burocrati, che non sapevano nulla e progettavano prodotti plausibili. Quando si sono aperte le condizioni

economiche internazionali positive, il socialismo reale è stato in poco tempo superato in quanto non

promuoveva un contesto favorevole all’innovazione. I regimi politici e storici hanno un ruolo molto

importante. Altro elemento fondamentale per lo sviluppo dell’imprenditoria è dato dagli investimenti in

cultura, soprattutto per quanto riguarda la formazione tecnica (importantissimo). Rappresentano uno dei

grandi fattori di cambiamento.

Esempio di imprenditore italiano: Franco Tosi, figlio di un ricco borghese di Busto Arsizio, finisce la

scuola superiore nel 1868/69. La famiglia facoltosa lo manda a studiare al Politecnico di Zurigo, che

ancora oggi è uno dei più grandi Politecnico del mondo. Per essere accettato doveva passare un esame di

conoscenza delle lingue francese, tedesco e matematica (requisiti di accesso). Ottiene il diploma di

ingegnere meccanico. Finito il suo cv formativo, va 3 anni a lavorare all’estero, prima in Inghilterra e poi

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in Germania. Cosa impara? Ha imparato cose che in Italia in quel periodo ancora non esistevano come le

condizioni di lavoro, non c’era cura per la sicurezza dei lavoratori. Lavorava in fabbrica (Fabbrica Tosi) a

contatto con il personale, dal quale prendeva spunto per tutte le sue intuizioni. Capii che il capitale umano

era fondamentale e creo un grosso sistema di Welfare, il primo. Dai Paesi esteri, più avanzati, scopre

l’importanza delle condizioni del lavoro, l’approccio alla gestione, sviluppo alle attrezzature, il bisogno di

spazio... tutte cose che in quell’epoca in Italia ancora non esistevano.

I grandi studiosi dell’imprenditoria sono diversi:

¶ Neoclassici:

All’inizio i neoclassici non davano alcun rilievo al fenomeno dell’imprenditoria. Avevano una visione

meccanicistica dell’economia, rappresentata dal problema dell’equilibrio economico generale che

garantiva la concorrenzialità e viceversa. L’impresa non veniva valorizzata in sé, ma era considerata

come una sorta di “robot” che trasformava i fattori produttivi in beni sulla base della produzione

produttiva. Secondo la teoria, questo tipo di imprenditore neoclassico non poteva mai sbagliare e

commettere errori. Inoltre non ha la necessità di scoprire nuove opportunità, né nuovi bisogni da

soddisfare. In questa visione, gli imprenditori devono solamente seguire le orme di quelli che li hanno

preceduti. Non vi è innovazione perché viene trascurata e non enfatizzata come per la Scuola di

Schumpeter.

¶ Scuola austriaca e Schumpeter:

Fanno rientrare l’imprenditore nel tema dell’innovazione e nel mutamento tecnologico. Schumpeter

sottolinea ed enfatizza la funzione e il ruolo dell’imprenditore come motore dello sviluppo, è

l’imprenditore che intuisce qualcosa di nuovo, inventa un prodotto o individua un nuovo mercato. Ad

esempio Caprotti, imprenditore ad altissimo livello, conosceva bene la distribuzione, ma il problema

vero era che non esistevano le grandi superfici che permettessero lo sfruttamento delle economie di scala

e di abbattere enormemente i costi.

Un imprenditore innovativo può essere sia inventore (Steve Jobs) sia un imitatore dei modelli, che altrove

hanno avuto successo, reintroducendoli nel nuovo mercato. Con Schumpeter la funzione

imprenditoriale diventa motore dello sviluppo e fattore fondamentale del progresso tecnologico, che

rompe l’equilibrio preesistente. L’imprenditore innovatore sposta in avanti la frontiera del progresso

tecnologico tramite la risposta creativa. L’innovazione origina il profitto. Un sistema economico che non

riesce ad innovare è destinato al declino. Attraverso l’innovazione i prodotti diventano obsoleti e si

determina un nuovo paradigma tecnologico, che a sua volta verrà cannibalizzato da un altro imprenditore

che intuisce prodotti diversi.

L’innovazione è innanzitutto tecnologica, ma è anche apertura di nuovi mercati (come l’esempio della

grande distribuzione dei supermercati che ha portato alla creazione di un nuovo mercato), utilizzo di

nuove materie prime, nuovi modi di produrre, forme diverse di organizzazione aziendale… L’innovatore

schumpeteriano ha molti ruoli, non riguarda solo l’innovazione di prodotto ma l’intera economia.

Schumpeter enfatizza il ruolo della tecnologia nell’innovazione, anche se è uno dei più grandi economisti

che ha aperto questo filone dell’innovazione tecnologica a cui molti altri si sono ispirati.

Il grande contributo di Schumpeter è la riscoperta del ruolo dell’imprenditore come persona:

l’intuizione dell’imprenditore è legata alla sua intelligenza, alla sua capacità di leggere i fenomeni, capire

le dinamiche e i prodotti. La scuola austriaca insiste su questo ruolo centrale dell’imprenditore.

I lavori di Schumpeter hanno aperto un’ampia strada ad altri studiosi che hanno lavorato sul tema

dell’innovazione.

¶ Israel Kirzner:

Corregge Schumpeter con una correzione che può parere banale, ma non lo è. Sottolinea come l’atto

imprenditoriale non vada identificato esclusivamente nell’invenzione di ciò che prima non esisteva, ma 49

nel vedere situazioni presenti che non sono state colte da imprenditori già esistenti sul mercato. Ad

esempio innovazione di prodotto e di processo. Consiste nel leggere le imperfezioni del mercato e

cavalcarle, inserendosi in questo tipo di imperfezioni. Kirzner prende le mosse da una situazione

squilibrata, in cui vi sono possibilità che l’imprenditore coglie prima degli altri dando origine ad attività

produttive che riducono lo squilibrio. Contributo molto originale rispetto a Schumpeter, inizia ad

identificare le variabili, non è solo invenzione di un nuovo prodotto.

¶ Albori dell’economia classica:

Imprenditore svolge un ruolo di coordinamento nelle varie attività che concernono il processo

produttivo, coordina e supervisiona la produzione. Questa intuizione è attribuita a Jean-Baptiste Say

(1800, molto prima di Schumpeter), imprenditore tessile. Si rende conto che una impresa andava bene

solo se ben organizzata. Introduce e sottolinea il ruolo di organizzatore aziendale e coordinatore che ha

l’imprenditore. Un’impresa non organizzata va male e non permette di realizzare o promuovere

innovazioni al contrario di un’impresa organizzata.

Bisogna però tenere conto che molto spesso le imprese troppo organizzate non riescono a vedere le

innovazioni, in quanto troppo legate alle procedure, tradizioni e sono meno aperte a guardare al futuro.

¶ Harvey Leibenstein:

Anni ’70, studioso che ha un ruolo fondamentale nell’identificare un compito centrale nella figura

dell’impresa e dell’imprenditore come ottimizzatore. Leibenstein si rende conto che l’impresa è

un’organizzazione complessa composta da individui, ciascuno dei quali persegue un proprio interesse, i

propri obiettivi. Ciascun componente di una struttura organizzata ha le sue preferenze. Talvolta gli

obiettivi perseguiti dagli individui non sono compatibili con quelli dell’azienda, quindi non impiegano il

massimo sforzo per il conseguimento dei fini aziendali generando una condizione fisiologica di

inefficienza denominata “inefficienza x”. È stata chiamata in questo modo perché non si riesce a

definirla, è fatta di tutto quello che dovrebbe essere fatto ma che non viene fatto, è legata ai limiti umani

di coloro che lavorano nell’azienda. Compiti dell’imprenditore (ruoli fondamentali):

1. dare una risposta creativa a questa inefficienza, ossia di combattere l’inefficienza x scovando le

opportunità di mercato;

2. trovare le risorse finanziarie;

3. guidare l’impresa;

4. assumersi la responsabilità dell’incertezza e del rischio (risk taker);

5. capacità di leadership.

Vi sono tre espressioni che sintetizzano i ruoli dell’imprenditore: “input completion” (capacità di avere a

disposizione i mezzi produttivi ottimali), “gap feeling” (coordinatore tra i mercati che presentano forti

squilibri tra domanda e offerta) e “decision maker” (prendere le decisioni).

¶ Università di Harvard:

Altri percorsi hanno studiato la psicologia dell’imprenditore, come l’Università di Harvard che ha un

centro di ricerca sulla storia imprenditoriale.

McClelland dice che ogni persona è caratterizzata da tre tipi di bisogni:

1. Bisogno di socialità: “need for affiliation”;

2. Bisogno di potere: “need of power”;

3. Bisogno di realizzazione/successo: “need of achievement”.

La cosa che viene sottolineata è che dei tre bisogni individuati, l’imprenditore sceglie il bisogno di

realizzazione, perché in un certo senso integra anche il potere. Questo bisogno fa la differenza tra un

imprenditore e la gente comune. Quest’ultima cerca un lavoro qualsiasi, chi ha mire di successo non si

accontenterà. 50

SERVIZI A RETE

Servizi erogati attraverso delle reti. È un’attività che necessita di regolamentazione perché i servizi a

rete hanno delle caratteristiche particolari comuni, non possono essere lasciate al libero mercato in quanto

si creerebbero dei monopoli. Si parla di reti fisiche quali rete telefonica, elettrica, ferroviaria. Tema

che riguarda i grandi servizi pubblici. Sono i campi delle infrastrutture di un Paese e hanno tutti delle

caratteristiche comuni. Questi servizi devono essere offerti in mercati competitivi. Avere dei mercati

competitivi significa migliore qualità del servizio e prezzi più bassi, proprio perché gli interessi delle

imprese sono diversificati, quindi vanno a beneficio di tutti. Un altro settore che rientra in questa famiglia

è quello delle autostrade, anche se un po’ differente. Il compito del regolatore è su due aspetti: costi e

tariffe o prezzi. Nel caso delle autostrade il regolatore fa solo un controllo sulle tariffe in quanto non vi è

concorrenza sulle autostrade, non vi sono diversi operatori da regolamentare.

Caratteristiche comuni delle reti (ad eccezione delle autostrade):

1. Complementarietà: le industrie a rete non sono caratterizzate da singoli prodotti isolati, ma sono

dei sistemi che comprendono più attività/elementi di cui bisogna tenere conto quali ad esempio il

produttore di energia elettrica non può vendere elettricità se non ha la possibilità di collegarsi ad

una rete elettrica, ossia dalle centrali deve essere distribuita al consumatore finale. Per fare ciò

sono necessarie delle reti di diverso tipo: alta tensione (normalmente all’inizio della

distribuzione) o bassa tensione (ad esempio per privati, consumatore finale). Un altro esempio di

complementarietà sulle compagnie aeree: devono avere dei sistemi di prenotazione ed è necessario

un sistema di operatori che accettino le prenotazioni e le passino al “principale”. La compagnia

aerea da sola non basta, ha bisogno delle agenzie di viaggio come complementarietà di questo tipo

di servizio.

2. Compatibilità e standard: collegato con la complementarietà, ossia alla necessità di fissare

standard per avere compatibilità. Le ferrovie spagnole hanno lo scartamento (ampiezza) del

binario diverso da quello europeo (alla frontiera bisogna cambiare treno) perché gli spagnoli

temevano l’espansionismo francese (ragione politica e militare). Nelle reti è fondamentale la

necessità di fissare gli standard, per cui vi sono delle agenzie che utilizzano meccanismi di

standardizzazione decisi a livello comunitario (prima le decisioni erano prese da organismi

nazionali) che prendono decisioni sulla base di ciò che decide l’UE. Per avere interconnessione è

fondamentale lo standard delle reti.

3. Economie di scala: esistono forti economie di scala nelle reti fisiche, le quali comportano costi

altissimi e irrecuperabili (per la costruzione). I vantaggi di scala sono maggiori tanti più clienti si

hanno: la curva del costo medio scende rapidamente con l’aumentare del numero di clienti

raggiunti (3 e Wind si sono unite per realizzare elevate economie di scala, tagliare i costi e

raggiungere maggiori clienti). La presenza di economie di scala tende a determinare spesso

posizioni di monopolio, in quanto una rete maggiore permette di raggiungere più clienti/utenti.

4. Esternalità di rete: utilità/vantaggio per chi usa il servizio è influenzata dal numero di altri utenti

o altri utilizzatori della rete. Questo fenomeno viene chiamato “effetto rete” o “esternalità”.

L’esternalità non caratterizza tutti i settori, ma solo alcuni come ad esempio il settore delle

telecomunicazioni. La forza di una rete è legata al numero di utilizzatori/sottoscrittori. È

necessaria l’omogeneizzazione delle reti e interconnessione tra le reti.

5. Costi di cambiamento (switching cost): prima della liberalizzazione comunitaria cambiare

operatori (lock in) era costoso e vi erano dei vincoli, bisognava ad esempio cambiare numero. Per

risolvere quest’ultimo problema il regolatore ha obbligato la portabilità del numero. 51

Le reti possono essere di due tipologie:

1. Rete one way: rete a senso unico, ad esempio rete elettrica, idrica, gas.

2. Rete two ways: reti a doppia direzione, ad esempio rete telefonica (in generale telecomunicazioni)

e ferrovie. Consentono di raggiungere utenti diversi nello spazio.

ESSENTIAL FACILITY:

In questi settori la rete è parte essenziale del servizio: non c’è servizio se non c’è rete. Hanno un’altra

caratteristica (non sempre): sono essential facilities (infrastrutture essenziali). Per questo motivo non

sono duplicabili economicamente, ma c’è di solito un’infrastruttura unica perché comportano dei costi

molto elevati. La natura di essential facility per un’infrastruttura deriva dall’essere un fattore produttivo

essenziale, ossia un input necessario per la fornitura di servizi ai clienti finali, la cui duplicazione non è

economicamente efficiente in quanto comporta costi totali di fornitura a livello di industria superiori a

quelli minimi possibili del monopolio naturale (è efficiente che nel mercato operi una sola impresa in

questo caso per ragioni di efficienza e non per ragioni legali).

Questo concetto di essential facility è stato introdotto per la prima volta nel 1912 negli USA:

un’associazione di imprese ferroviarie private avevano creato una joint venture per costruire un ponte

sul Mississippi. Questo pool di società ferroviarie impedivano ai competitors di utilizzare il ponte:

facevano pagare il pedaggio per attraversare il ponte. La Suprema Corte (Department of Justice che

gestisce l’antitrust) avvia un’avvertenza contro la “Terminal Railroad Association” contro l’uso di

abuso di posizione dominante (hanno violato lo Sherman Act): essendo un’infrastruttura essenziale non

duplicabile economicamente, l’associazione non poteva chiedere un pedaggio e impedirne il passaggio in

quanto “essential facility”. La “Terminal Railroad Association” è stata condannata per violazione dello

Sherman Act.

Un esempio europeo: nel 1978 la “United Brands”, compagnia che vendeva frutta, fu condannata dalla

Comunità Europea perché impediva di utilizzare la sua rete per la distribuzione delle banane, ossia

impedivano ai privati di accedere al mercato delle banane. la “United Brands” è stata condannata per

pratiche escludenti.

Nei servizi di pubblica utilità e nei grandi servizi a rete, la rete o alcune parti della stessa sono input

indispensabili (essential facility) per fornire il servizio e raggiungere i clienti. Molto spesso l’utilizzo

della rete è possibile simultaneamente a più operatori, quindi non vi è rivalità nell’uso e questi segmenti

di rete devono essere messi a disposizione di tutti gli operatori (favorisce la concorrenza): il

proprietario non ne può negare l’accesso, ma allo stesso tempo l’utilizzatore dovrà pagare un pedaggio.

Questo evita le spese inutili di duplicazione che implicherebbe dei costi collettivi molto alti da un lato e

dall’altro anche una distruzione del paesaggio (doppi tralicci) e problema dell’inquinamento molto più

grave.

L’Italia ha risolto il problema della duplicazione con grande eleganza in quanto il trasporto ad alta

tensione è un essential facility. Vi sono tanti operatori elettrici sul territorio italiano, molti presenti a

livello nazionale, quindi l’Italia ha varato una legge con la quale la rete di trasporto ad alta tensione

(grandi tralicci per il trasporto di energia) è passata alla società “Terna”, operatore unico, semi-pubblico,

quotata in Borsa (molto redditizia per lo Stato), all’interno della quale vi è una grande partecipazione

statale. È molto redditizia soprattutto perché lo Stato decide i prezzi del trasporto.

La domanda di utilizzo della rete dipende dalla domanda per il servizio finale offerto ai clienti. Se la

domanda si sposta su un altro concorrente, si sposta anche la richiesta di utilizzo della rete.

La duplicazione delle reti (non in tutti i segmenti) non è desiderabile dal pdv sociale in quanto si

sprecherebbero risorse (wasteful duplication): basta una rete per la distribuzione divisa tra più

competitor. Comporterebbe costi di fornitura molto superiori rispetto a quelli minimi possibili. 52

Un qualsiasi input che in un’industria risulta indispensabile a tutte le imprese per operare e che non sia

facilmente duplicabile, viene definito essential facility (infrastrutture essenziali per il servizio ma non

duplicabili economicamente). Queste tipologie di servizi sono ad esempio reti di trasmissione e

distribuzione dell’energia elettrica, diritti di attracco di aerei e navi (spazi ristretti, ogni compagnia

ha le sue slot). Caratteristiche di un’infrastruttura per essere definita “essential” (vi sono delle

caratteristiche precise):

1. L’essential facility è in grado di garantire all’impresa un vantaggio fortissimo e pressoché

insormontabile, che può essere difficilmente superabile;

2. Condivisibilità: possibile usare l’essential facility contemporaneamente da parte di diversi attori,

anche in competizione tra di loro, senza che il proprietario debba ridurre le proprie attività;

3. L’input deve essere essenziale nel senso che non esistono sostituti sufficientemente simili da

consentire lo svolgimento dell’attività economica senza ricorrere all’input in questione (ad

esempio non vi è un sostituto per l’attracco, decollo o atterraggio);

4. L’input deve essere non duplicabile in termini economici: per essere duplicabile

economicamente deve esserci un input alternativo che svolga le stesse funzioni.

La sua applicazione non è semplice, in alcuni casi le autorità preposte sono state troppo restrittive o il

contrario. È necessario un giusto equilibrio tra permissività e rigidità.

Questione della costruzione di un porto. Domande per verificare se il porto è un essential facility in base

alle caratteristiche di condivisibilità, impossibilità di sostituzione (essenzialità), non duplicabilità: le

banchine di un porto sono effettivamente condivisibili? Il trasporto in un altro porto è un cattivo

sostituto? È possibile duplicare in maniera economica le infrastrutture del porto A in una città vicina?

Se queste tre condizioni si realizzano, in questo caso il proprietario deve cederne l’uso dietro pagamento

di un prezzo. La teoria economica è arrivata a questo tipo di conclusione.

Però vi sono alcuni problemi da affrontare: la costruzione di un porto è il risultato di una scelta di

investimenti molto costosa da parte dell’impresa. Obbligare questa impresa a condividere la struttura con

altri, di per sé negherebbe i suoi diritti di proprietà e potrebbe scoraggiare altri dal costruire nuove

infrastrutture. Come bilanciare il desiderio di promuovere la concorrenza con il mantenimento degli

incentivi degli investimenti? Vi è una notevole differenza tra l’impresa che ha investito affrontando costi

elevati e l’impresa che ottiene l’uso dell’infrastruttura senza aver pagato la costruzione della stessa.

Questo è il motivo per cui le grandi infrastrutture in Italia sono sempre state costruite dallo Stato, come

tutti i porti, aeroporti… quindi non si è posto questo problema in passato in Italia.

Se invece è stata un’impresa ad aver fatto l’investimento, come l’aeroporto di Orio al Serio (non lo Stato),

verrà fatta pagare una quota agli utilizzatori eventuali.

Il tema è piuttosto complicato ed è stato affrontato con varie strategie dai diversi Paesi. In molti casi il

controllo sui prezzi dell’uso dell’infrastruttura essenziale è definito dall’autorità di regolamentazione (ad

esempio l’autorità dell’energia studia le tariffe e fissa i prezzi per coloro che utilizzano le infrastrutture).

Questo perché se lo facesse un’impresa che ha costruito l’infrastruttura, potrebbe definire un prezzo

troppo alto. È anche difficile definire se un prezzo sia basso, giusto o troppo alto: se la tariffa è bassa, non

è detto che il prezzo sia predatorio (comportamento abusivo da parte dell’impresa), ovvero fissato per

espellere i rivali dal mercato. Il mercato non è in grado di fissare il prezzo senza regolamentazione.

Gli italiani seguono il modello inglese “TOTEX”: mantengono il controllo sul prezzo, riescono a tenere

i prezzi bassi riuscendo ad evitare i sovraprofitti delle imprese definendo un equo ritorno sul capitale

investito. Questo modello, a differenza del “price cap”, mantiene il controllo sul prezzo ma lavorano

soprattutto sui costi perché le imprese tengono alti i costi (nei quali vi sono molti sprechi delle imprese

che tendono a nascondere). L’efficienza si raggiunge controllando i costi. 53

MONOPOLIO NATURALE:

C(Q) < C(q ) + C(q ) + … + C(q )

1 2 k

Ci sono industrie in cui la tecnologia produttiva tende alla concentrazione, ossia favorisce una o al

massimo due imprese (uno o due produttori), è il cosiddetto monopolio naturale: costituito da

un’impresa/industria in cui per l’intero tratto rilevante della curva dei costi, la funzione di costo è

subadditiva (caratteristica della funzione sopra), ossia il costo realizzato da una sola impresa è inferiore

alla somma dei costi realizzati da tutte le altre imprese. La forma di mercato ideale è quello del

monopolio naturale in questo caso in quanto insito nella tecnologia, nelle caratteristiche del prodotto…

È più efficiente che una sola impresa produca tutte le quantità necessarie, ovvero che copra tutto il

mercato. La subadditività dei costi è la condizione necessaria per l’esistenza di monopolio naturale.

Si verifica questo perché il monopolio naturale presenta costi medi decrescenti e costi marginali

costanti o decrescenti, i costi tendono a decrescere nell’area in cui opera. Una curva dei costi medi

fortemente decrescente determina la subadditività. Ad esempio se la produzione è caratterizzata da

forti economie di scala su tutta la gamma produttiva, il costo medio diminuisce all’aumentare delle

quantità prodotte (output). È quindi più conveniente che una sola impresa realizzi tutto l’output.

Quando si verifica questa situazione, le imprese tendono ad estendere il loro potere monopolistico

anche nelle fasi successive in cui non ci dovrebbe essere monopolio e questo causa una perdita di

efficienza nel sistema. Per questo motivo bisogna regolamentare in modo separato il monopolio naturale.

È il caso “Terna”: l’essential facility (trasporto in alta tensione) è il monopolio naturale. Il regolatore ha

scorporato il segmento di rete perché Enel era monopolista a valle. È giusto che vi sia monopolio in

questo segmento di rete ma non è giusto che questo sia trasferito fino al consumatore finale (Enel ha

esteso il suo potere monopolistico nelle fasi successive della rete di distribuzione). A valle della

distribuzione vi è concorrenza elevata, vi sono molti operatori elettrici.

Lo stesso problema si è posto nelle telecomunicazioni: in passato la rete di trasporto era essenzialmente

su rame (vi è ancora oggi, ma poco perché passa attraverso la fibra in quanto procede verso la

digitalizzazione). La “rete di accesso” ha le caratteristiche di essential facility. La rete telefonica in rame

era un monopolio naturale, sorpassata dalla rete digitale che ha sorpassato il monopolio naturale

abbattendo leggermente i prezzi rispetto al rame. La rete in rame è meno efficiente e pone un problema

serio per gli operatori di telecomunicazioni che sfruttano le reti in rame, ormai obsolete. In questo caso è

stata la tecnologia stessa ad abbattere il monopolio naturale. Però vi è sempre il problema “dell’ultimo

miglio”, difficile entrare in tutte le case del consumatore. Quest’ultimo resta per la maggior parte in rete

rame ed è controllato per la maggior parte da Telecom.

à Quadro che lega il tema delle essential facilities al tema del monopolio naturale. Queste sono due

caratteristiche fondamentali delle reti. È un bene che il monopolio naturale possa essere superato, però

vi può essere un vincolo tecnico-economico che per il momento mantiene un notevole potere

all’operatore dominante. Importante discorso perché impatta sui prezzi. Si collega al tema dell’essential

facility perché molto spesso essa è di proprietà del monopolista.

APPROFONDIMENTO “LA CONCORRENZA NEGATA”, PONTAROLLO:

Analisi dei comportamenti anticompetitivi nel settore della telefonia fissa che vengono utilizzati

dall’ex operatore dominante, in seguito alla liberalizzazione, per impedire, rallentare e creare ostacoli

ai nuovi entranti.

Precisazione: la letteratura parla di “comportamenti strategici”, che nella teoria anglosassone e

nell’economia industriale sono i comportamenti anticompetitivi, abusivi, non hanno una valenza positiva.

54

Studio sulle leve e comportamenti strategici/anticompetitivi adottati da Telecom Italia (ex monopolista).

I processi di liberalizzazione sono iniziati nel ’94, ma Telecom è ancora l’operatore dominante e

controlla metà del mercato.

Cosa fa un operatore dominante nel settore delle telecomunicazioni per combattere i rivali? Quali sono i

comportamenti strategici che assume? Strategie fondamentali adottate:

1. Rifiuto di fornire: mira a ritardare l’accesso ai servizi all’ingrosso creando ostacoli di vario

genere o addirittura interrompendo la fornitura;

2. Ritardo nella predisposizione dei servizi: nel momento in cui la nuova entrante chiede di

acquistare i servizi dell’operatore dominante, quest’ultimo ritarda le operazioni lasciando passare

tempo (strategia del ritardo) per adottare nel frattempo delle strategie rispetto al cliente cui si

rivolgerebbe la nuova entrante finalizzate a proporgli nuove offerte di prezzo che cannibalizza

quella della nuova entrante. In questo modo l’entrante non ha più clienti (cannibalizzazione

dell’offerta della nuova entrante). La nuova entrante ha molti costi inizialmente, deve pagare il

canone sull’uso della rete del dominante nell’accesso al cliente, dovrà usare il “doppino” (doppio

cavo che ha installato l’operatore dominante) per acquistare i servizi all’ingrosso dall’impresa

dominante (ritardi nella fornitura). Anche in questo caso l’operatore dominante ostacolerà

l’operazione. Un utente può decidere di cambiare operatore (portabilità del numero) secondo la

Direttiva Comunitaria. L’operatore può ritardare la portabilità all’utente che vuole passare alla

nuova entrante. Ritarda anche nel trasmettere informazioni sull’uso della rete e nella

comunicazione con l’imprese che acquista all’ingrosso. L’elemento fondamentale in questa

strategia è il tempo necessario per offrire al cliente un’offerta alternativa. Controllo sui costi dei

concorrenti: un operatore verticalmente integrato, com’è l’operatore dominante che opera in tutta

la filiera, può condizionare pesantemente (pone un prezzo alto) la struttura dei costi di un

concorrente (impresa entrante) e quindi aumenta la sua capacità di ottenere dei margini positivi,

ad esempio adottando una politica di “margin squeeze” (schiacciamento dei margini: impone dei

prezzi che riducono i profitti del nuovo entrante) ponendo il nuovo entrante in una situazione

svantaggiosa. L’impresa dominante impone prezzi eccessivi sugli input che l’entrante deve

acquistare dall’incumbent integrato verticalmente. Questo riguarda l’uso dell’infrastruttura, ma

può comprendere anche la manutenzione, la fatturazione e studi di R&S.

3. Gonfiamento dei costi: molte volte vengono truccati i costi del servizio proposto all’entrante per

giustificare i prezzi elevati. Altre volte impongono costi aggiuntivi ingiustificati che

corrispondono a servizi non richiesti dall’entrante e che non dovrebbe pagare. Sono tutti elementi

per ostacolare e danneggiare l’incumbent.

4. Offerte retail non replicabili dai concorrenti: l’incumbent è un’impresa integrata verticalmente,

opera su tutte le fasi del ciclo produttivo. Il controllo della rete è monopolistico, mentre il mercato

retail è concorrenziale. L’impresa incumbent cerca di trasferire, attraverso varie tattiche, delle

offerte retail non replicabili dai concorrenti, che li spiazzino, ad esempio fanno pagare all’ingrosso

costi elevati, in modo che il nuovo entrante abbia prezzi retail elevati e quindi l’incumbent tiene

prezzi retail più bassi (offerte retail che non sono proponibili dai nuovi entranti che hanno costi

maggiori).

5. Legare mercati contigui: il servizio di comunicazione è molto diversificato, vi sono una serie di

operazioni che richiedono operatori specializzati (non si riduce alla telefonata). Ad esempio

gestire il sistema di comunicazione all’interno di un aeroporto, porti è molto complesso. Può farlo

solo l’operatore dominante in quanto i nuovi entranti non riescono ad entrare nella gestione delle

comunicazioni di questo tipo. I costi nel fornire questo tipo di servizi agli entranti, saranno elevati

anche in questo caso. 55

6. Servizi di bassa qualità: dato che i nuovi entranti, per operare nella fase iniziale, devono

comprare molti “elementi” dalla dominante allora vengono fornite forniture di bassa qualità in

modo da danneggiare la qualità del servizio della nuova entrante. Si cerca non solo di incidere sui

ricavi ma anche sulla struttura dei costi della nuova entrante, che ha molti problemi di ingresso,

know-how nella delicata fase di avvio. La dominante, con vari mezzi, può ridurre la qualità del

servizio del nuovo entrante proprio perché gli cede dei servizi.

La nuova entrante ha problemi di budget, cosa che il dominante avrà già affrontato nel corso del

tempo.

7. Controllo delle informazioni: la dominante ha a disposizione tutte le informazioni, conosce tutti i

suoi clienti e sa analizzare al meglio tutti gli insights e i vari dati per poter offrire offerte

personalizzate.

Sono tutti elementi e strategie (ambiti per danneggiare l’entrante) che il dominante utilizza per

acquistare sempre più potere.

POTERE DI MERCATO E MISURAZIONE

Misurare il potere di mercato è fondamentale per capire in quale tipo di mercato ci troviamo: monopolio,

oligopolio, concorrenza perfetta… vi diverse possibilità di configurazione del mercato. Il metodo

fondamentale di misura è quello del potere di mercato, condizione per l’applicazione di eventuali

regolamenti da parte dell’antitrust per la tutela della concorrenza. È un concetto fondamentale

nell’economia della concorrenza. Il potere di mercato è quanto più agli antipodi della concorrenza e dal

pdv istituzionale bisogna combatterlo, anche se un’impresa cerca di aumentare il proprio potere di

mercato ed è legittimo solo se rispetta le regole del gioco. Consiste nella capacità di un’impresa di

aumentare in maniera profittevole il proprio prezzo al di sopra di un certo livello competitivo. Il

prezzo più basso possibile che un’impresa può applicare è quello uguale al costo marginale. Il potere di

mercato è pari alla differenza tra il prezzo praticato dall’impresa e i suoi costi marginali di

produzione. Un certo potere di mercato è un elemento presente in tutti i mercati oligopolistici

(caratteristica tipica). Posizione massima di potere di mercato è quella in cui vi è un monopolio senza

possibilità di entrata (monopolio naturale). In ogni mercato esiste una posizione di potere di mercato.

Nei mercati concorrenziali il potere di mercato è basso, in quanto un’impresa in concorrenza si confronta

con n imprese; il risultato è l’abbassamento dei prezzi con conseguente riduzione del profitto

dell’impresa.

Il mercato è veramente concorrenziale quando i beni offerti sono considerati perfetti sostituti (il

consumatore acquista il prodotto a lui preferito): impossibile che i beni siano perfetti sostituti nella realtà

in quanto esiste sempre un quid di potere di mercato che le imprese vogliono sfruttare e incrementare

quali pubblicità, campagne marketing… tutte le politiche di vendita possibili.

Come si misura il potere di mercato? L = (P – C) / P

Indice di Lerner: rapporto tra il markup (potere di mercato), prezzo meno costi marginali, diviso per il

prezzo stesso. L’indice aumenta quanto più aumenta il markup dell’impresa. Non è semplice da applicare,

è un indice imperfetto perché è difficile identificare il costo marginale in quanto concetto teorico, inoltre

determinare l’impatto di una variazione della quantità prodotta dall’impresa sul costo totale di produzione

è molto difficile anche se si conosce la metodologia utilizzata. 56

Se un’impresa ha potere di mercato, ad esempio il monopolista (potere di mercato massimo), questa si

caratterizza per inefficienza produttiva: tende ad avere costi più elevati di quelli efficienti. Un

monopolista si trova in questa situazione e si caratterizza per inefficienza produttiva.

Applicando l’indice di Lerner ai costi marginali effettivi, potrebbe risultare che un’impresa non gode di

un significativo potere di mercato in quanto ha costi elevati che riducono i margini di profitto; ma questo

in realtà deriva dall’inefficienza del monopolio (limite dell’indice), ossia dallo slack manageriale.

Visti i limiti dell’indice di Lerner, è stata individuata una possibilità di utilizzare Lerner modificandone la

forma: L = – 1 / ε

Elasticità della domanda con segno negativo (alternativa alla formula dell’indice di Lerner). Più utile,

ma non è sempre facile misurare correttamente l’elasticità della domanda (limite). Normalmente si

utilizza la trigonometria che consente di migliorare la valutazione e l’applicazione della formula.

L’elasticità viene calcolata solo per le imprese molto sofisticate, tendenzialmente le imprese ragionano

sulla quota di mercato (metodo indiretto) e utilizzano l’indice di Lerner: in Inghilterra sotto il 40%

l’impresa non è considerata dominante, sopra il 50% viene considerata sicuramente dominante. La fascia

intermedia è discutibile e l’antitrust deve indagare a riguardo (svolge indagini preliminari per vedere se vi

è dominanza). Ad esempio Telecom è sopra il 50% e si trova in una posizione dominante.

Come si misura effettivamente il potere di mercato? Ragionamento sul mercato di prodotto: SSNIP (test

del monopolista ipotetico, “Small but Significant Non transitory Increase in Price”).

Supponiamo che il mercato oligopolistico in esame sia sostituito da un monopolio. Il test chiede di

analizzare se l’ipotetico monopolista troverebbe profittevole aumentare il prezzo del suo prodotto al di

sopra del livello corrente in maniera non transitoria nella misura del 5-10%. Si suppone che questo sia

possibile, allora l’implicazione di questa ipotesi è che il prodotto in esame non subisce la concorrenza di

altri prodotti se l’operatore può aumentare il prezzo. In altre parole non esistono prodotti sufficientemente

sostituibili da provocare perdite significative di domanda all’ipotetico monopolista (il prodotto in esame

non subisce la concorrenza di altri prodotti). In conclusione questo è un mercato irrilevante, che non

subisce l’impatto della concorrenza di altri prodotti.

Facendo questo test si cerca di definire il mercato rilevante, sul quale si può misurare il potere di

mercato. Il primo punto del test è la verifica della sostituibilità dal lato della domanda: aumenta il

prezzo di un bene e si vede cosa succede alla domanda, ossia se entrano altri beni sostituibili. Secondo

passaggio è considerare l’offerta, non basta considerare la domanda: di fronte a un incremento non

transitorio del prezzo di un bene, altri produttori/imprese potrebbero decidere di entrare sul mercato di

quel bene e competere con il produttore che ha effettuato l’aumento. In questo caso si ha la sostituibilità

dal lato dell’offerta, che avviene solo se l’entrata dell’altro produttore è agevole, pratica e conveniente.

Quindi il nuovo entrante deve avere una serie di caratteristiche precise: essere competente, avere i

capitali, non avere costi irrecuperabili, fare tutto in maniera rapida e con costi ridotti.

Problemi dell’uso di questo test: si impiega solo nel caso di abuso di posizione dominante, mai per la

fusione. In questi casi si verifica se l’impresa è effettivamente dominante, non si deve guardare al prezzo

praticato (perché l’impresa ha una posizione dominante) ma bisognerebbe guardare i prezzi

concorrenziali (uguali ai costi marginali). I rapporti di sostituibilità possono variare al variare dei prezzi

praticati, quindi bisogna misurare l’elasticità incrociata tra prodotti di diversa qualità/tipo al crescere del

livello dei prezzi. Se due beni sono venduti ad un prezzo concorrenziale (stessi costi di produzione),

l’elasticità incrociata può essere bassa e quindi potrebbe essere che i due mercati sono distinti. Non è però

sempre vero. 57

Per capire effettivamente il perimetro dei mercati bisogna studiare la sostituibilità applicando il test

SSNIP, il quale però può portare ad errori. Vi fu un clamoroso errore dell’antitrust americano nei

confronti di una grande impresa chimica “Dupont”. Il tema era “cellophane” (nel periodo agli inizi della

produzione di materie plastiche): produttore a prezzi molto elevati. La Corte Suprema ritenne che l’ampia

elasticità incrociata tra la domanda di cellophane e altri materiali implicasse un mercato molto ampio,

ossia vi è sostituibilità tra cellophane e altri materiali utilizzati per gli stessi scopi. L’elevata elasticità di

sostituzione verificata era di fatto l’indicatore, non della sostituibilità del bene, bensì del potere di

mercato della domanda.

NB – ALTRE AUTORITÀ:

Oltre AGCM, AEEGSI, AGCOM e autorità dei trasporti, vi è anche l’autorità della privacy e altre

autorità settoriali.

La CONSOB è l’autorità che controlla i mercati finanziari, molto complessi e richiedono un

monitoraggio costante (le asimmetrie sui mercati finanziari sono enormi). Inoltre è diversa dalle altre che

sono autorità settoriali (come AEEGSI o AGCOM), questa riguarda tutto il sistema produttivo e tutte le

imprese possono essere sottoposte al controllo da parte della CONSOB.

Vi sono una serie di organismi che cercano di esercitare un’azione da un lato regolatoria, dall’altro di

vigilanza: AGCOM e AEEGSI hanno il compito di regolare; AGCM, Tribunali e UE hanno il compito di

vigilanza. L’UE dà gli orientamenti o interviene su questioni comunitarie, ad esempio per problemi

riguardanti aziende che operano su più Paesi dell’UE. Le autorità operano in maniera diversa. Compito

dell’UE è quello di dare direttive e ha un enorme compito giudiziario, ossia discutono controversie a

livello comunitario. 58

BANCA D’ITALIA – QUESTIONI DI ECONOMIA E FINANZA

1. IL SISTEMA INDUSTRIALE ITALIANO TRA GLOBALIZZAZIONE E CRISI

Si vogliono capire le sfide cui deve sottoporsi il sistema industriale italiano in questo periodo turbolento

di economia internazionale, che si sta avviando verso una ripresa dopo la Recessione iniziata nel 2007

(fine 2016 circa). È stata una grande crisi, anche il crollo di Wall Street del 1929 ha avuto una più breve

durata, è stato completamente riassorbito nel ’33.

Bisogna individuare la struttura del sistema: si utilizzerà la metodologia struttura-comportamento-

performance.

Primo elemento è la globalizzazione dell’economia e dei mercati (definizione: integrazione mondiale

dei mercati reali e finanziari), fenomeno gigantesco che comporta come conseguenza i grandi fenomeni

migratori a cui stiamo assistendo: dall’Africa, Asia, Turchia, Grecia tutti verso l’Europa per fuggire dalla

povertà. Questo fenomeno mette in evidenza come stia cambiando lo scenario, si creano grandi comunità

e l’economia diventa sempre più globale.

Il secondo elemento è la crisi: dal 2008 tutto il mondo occidentale è caratterizzato dalla più lunga crisi

del sistema mondiale mai avvenuta (8 anni). Oltre ad aver impedito la crescita del PIL (crescita della

ricchezza), si ha avuto una crisi di tutta l’economia (fattore strutturale). Solo oggi si vedono dei segnali

di recupero della crescita del PIL anche se con tassi molto bassi. Il PIL realizzato in Italia da tutte le

attività svolte è sceso nel 2013 di 7 punti percentuali rispetto al 2007; all’inizio del 2013 la produzione

industriale risultava inferiore di circa un quarto al livello pre-crisi (è stata una crisi molto pesante). La

crisi ha colpito pesantemente 3 settori molto forti e dinamici in Itali quali settori dell’automobile,

elettrodomestici e calzature. più colpiti sono i settori dinamici quali industria e costruzioni.

Terzo elemento di complessità è il cambio di paradigma dell’Europa: le nuove tecnologie

dell’informatica e le telecomunicazioni stanno cambiando il paradigma europeo. Vi è meno meccanica,

chimica, tessile… oggi comandano le tecnologie dell’informatica e delle telecomunicazioni.

Aggiungendo oggi la Rivoluzione del digitale, si può capire la grande sfida che la nostra economia sta

vivendo e che mette a dura prova le imprese, le quali dovranno adeguarsi ad un contesto nuovo molto

diverso da quello tradizionale.

La somma di questi fattori ha causato un repentino e rapido aumento della concorrenza (migliori

prodotti e meno prezzi): l’accentuarsi dei processi competitivi ha messo in difficoltà il sistema industriale,

pochi hanno saputo adattarsi, ma la grossa parte dell’industria (soprattutto PMI italiane) fanno fatica per

la mancanza di competenze. L’aumento della concorrenza per i consumatori è ottima, in quanto produce

migliori prodotti e prezzi più competitivi, ma causa un indebolimento del settore industriale italiano che

stenta a reagire con prontezza a causa dei problemi strutturali che affliggono il mercato.

La globalizzazione cambia il modo di ragionare delle imprese e il contesto economico, politico e culturale

dove queste si trovano ad operare.

Per comprendere una crisi prolungata come quella dell’economia italiana, è necessario considerare i

mutamenti di fondo del contesto esterno. Fattori e mutamenti in atto:

1. Globalizzazione (= processo di integrazione mondiale dei mercati):

La crescente integrazione internazionale ha determinato l’ingresso sui mercati mondiali di grandi

Paesi emergenti, che prima erano rimasti isolati, quali Cina, India, Russia, Brasile e Turchia. L’Italia

deve affrontare la sfida con queste potenze economiche. I prodotti italiani devono competere con Paesi in

cui il costo del lavoro è molto basso, c’è disciplina sociale (Cina). L’ingresso di questi Paesi nella rete 59

globale è il frutto di trasformazioni geopolitiche avvenute nel corso nel ‘900, che hanno portato ad

esempio ad una progressiva riduzione dei costi del commercio internazionale proprio perché sono state

abbattute le barriere doganali mondiali.

Tra 1960-95, i dazi all’importazione sono diminuiti, nella media di tutti i Paesi del mondo, dall’8,6% al

3,2%, portando ad una riduzione dei prezzi attorno al 5%. Per il settore manifatturiero italiano la tariffa

media è passata dal 6% nel 1990 a meno del 2% nel 2009.

La globalizzazione ha cambiato drasticamente il contesto competitivo in cui oggi giocano sia economie

avanzate (Paesi UE, USA, Giappone) sia Paesi emergenti con economie meno avanzate, esponendo

entrambe alla concorrenza, soprattutto di prezzo dei Paesi emergenti. L’esempio più rilevante è la

vertiginosa crescita delle esportazioni cinesi, salite dall’1,6% delle esportazioni mondiali nel 1990

all’11,4% nel 2012 (calcolato sul commercio mondiale, non su quello italiano, quindi è una crescita

straordinaria). Questo spiazza i produttori tradizionali che devono cercare di sofisticare i prodotti per

renderli molto più competitivi rispetto ad un prodotto standard che arriva a costi molto più bassi dalla

Cina. È necessario aumentare R&S per competere, differenziare i prodotti e conferirgli un maggior valore

aggiunto, anche se in Italia non è molto sviluppata la R&S (sfida da intraprendere da parte delle imprese).

Si stima che l’aumento dell’1% delle importazioni dalla Cina sul totale della domanda italiana, determina

una riduzione della dinamica dei prezzi praticati dalle aziende italiane dell’1,7%. I margini delle imprese

italiane calano (i profitti si riducono), in quanto si determina una riduzione dei prezzi sui mercati.

Questo riduce i margini delle imprese e aumenta il benessere dei consumatori.

L’aumento delle importazioni ha un effetto anche sull’occupazione. Uno studio della Banca d’Italia su

230 settori manifatturieri italiani dimostra che un aumento del 7% delle importazioni dei Paesi emergenti,

determina un calo dell’occupazione del 4%. Questo colpisce meno i settori capital intensive (forte

intensità di capitale) e quelli con forte differenziazione di prodotto, quindi creati da lavoratori qualificati e

come risultato di R&S. L’Italia non ha molti settori con tanta R&S, ma è forte nella differenziazione del

prodotto.

2. Processo di integrazione economica europea:

Il processo di integrazione mondiale dei mercati è andato più lentamente del processo di

integrazione economica europea. Straordinario passo avanti da parte dell’Europa. Risposte dei politici

europei che hanno saputo dare a questo fatto: hanno lavorato molto per processo di integrazione

cominciando dalle questioni economiche, non da quelle politiche che hanno diviso per tanto tempo i

Paesi. Primo passo è stata la creazione di un mercato unico. L’unificazione economica ha poi portato a

processi di “unificazione politica”, ossia a facilitare i rapporti tra Paesi, superare i forti conflitti derivanti

dalle guerre. È stata una svolta radicale politica che ha creato un nuovo paradigma. In seguito si è passati

all’unificazione monetaria, grande disegno coraggioso di unificazione monetaria.

Il mercato unico e, in particolare, l’unificazione monetaria hanno ridotto i costi di transazione, ossia i

costi di scambio nel commercio, in alcuni Paesi vengono eliminati i costi di cambio e indotto maggiore

trasparenza nei prezzi e nei costi. Hanno avuto l’effetto di promuovere ulteriormente la concorrenza nei

mercati di prodotti e di favorire una riallocazione della produzione su scala europea, nel senso che

l’industria dei Paesi a più basso costo sono i favoriti e si sviluppa un fenomeno di delocalizzazione della

produzione verso questi Paesi. L’adozione dell’euro ha anche posto fine alla possibilità per i singoli

Paesi di ricorrere a svalutazioni per fronteggiare perdite di competitività, ovvero i Paesi svalutavano la

moneta per rendere più competitivi i propri prodotti sul mercato estero (non più possibile). Oggi la

competitività si basa sul prezzo.

La maggior parte della letteratura concorda nell’indicare un impatto positivo dell’adozione dell’euro sugli

scambi commerciali all’interno dell’area. L’adozione dell’euro ha determinato un incremento degli

scambi commerciali all’interno dell’area euro del 2,5% l’anno per ogni Paese. Quindi ha reso molto più

competitivo il mercato. Vi è stato anche un incremento degli investimenti diretti all’estero, grazie alla 60

moneta unica che rende molto più trasparenti i processi (si riescono a quantificare tutti i costi senza

difficoltà di cambio). Aumento del 15% dei flussi di investimenti diretti tra i Paesi dell’area euro.

Un ulteriore effetto positivo di questo processo di integrazione economica e monetaria, è l’incremento

della produttività aggregata a livello europeo: valore medio stimato su tutti i Paesi europei al 13%, in

Italia si ha il valore più basso 6,7%.

3. Cambiamento del paradigma tecnologico:

Driver della globalizzazione che accentua questo tipo di processo è lo sviluppo della tecnologia ICT

(fine anni ’90), che oggi è il digitale (ulteriore accelerazione). La globalizzazione è proceduta anche

grazie alla diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), che

hanno contribuito a ridurre i costi di trasporto e comunicazione e reso possibile il governo di processi

produttivi e distributivi su scala globale.

La maggiore velocità di circolazione delle informazioni ha contribuito a creare differenze significative

di performance tra chi è stato capace di coglierne le potenzialità e chi invece ha stentato ad adeguarsi.

Una serie di ricerche di imprese statunitensi inoltre hanno confermato la relazione positiva che intercorre

tra produttività ed investimento in ICT, soprattutto quando l’utilizzo delle nuove tecnologie si

accompagna a un accresciuto livello di capitale umano e a profonde riorganizzazioni dei processi

produttivi. I rendimenti degli investimenti in TIC variano molto tra Paesi, settore e imprese; in particolare

gli USA presentano rendimenti molto più elevati, soprattutto in quei settori che fanno un uso molto

intenso di TIC. L’Europa e l’Italia hanno adottato queste tecnologie con ritardo e intensità inferiore.

L’industrializzazione e l’apertura agli scambi commerciali dei grandi Paesi emergenti hanno rapidamente

accresciuto la domanda di risorse energetiche e materie prime mettendo pressione sui prezzi.

Tra 2000-11 il prezzo all’importazione di gas e petrolio è triplicato, quello del carbone è più che

raddoppiato. In Italia non vi sono queste materie prime ed è totalmente dipendente dai fornitori di petrolio

e gas. L’aumento dei prezzi dell’energia, ha ridotto la competitività delle imprese italiane.

Un altro problema urgente riguarda i vincoli ambientali e l’inquinamento elevato nei Paesi che hanno

queste materie prime (l’Italia non soffre molto di questo). L’UE ha scritto un pacchetto di norme “clima-

energia”: 20% di energia deve essere prodotta da fonti rinnovabili, 20% la riduzione dell’emissione di

gas serra, 20% riduzione di consumi di energia rispetto ai valori tendenziali (entro il 2020).

Nel 2012 la spesa per l’import di petrolio e gas ha assorbito in Italia 3/4 delle risorse accumulate con

l’esportazione di manifattura (questo dimostra quanto sia problematico il tema dell’energia per l’Italia

con la necessità di trovare fonti energetiche alternative).

NODI DELLA PRODUTTIVITÀ E DELLA COMPETITIVITÀ INTERNAZIONALE:

Due problemi seri che si sono manifestati progressivamente a partire dagli anni ’90:

1. Andamento stagnante della produttività:

Dalla metà degli anni ’90 la produttività del lavoro italiana ha segnato il passo. Nel periodo 1992-95 la

produttività della manifattura era cresciuta del 4,5% medio annuo, dal 1996 comincia a crescere sempre

meno: tra ’96-99 cresce del 0,4% all’anno, 0,7% tra 2000-05, nel 2006-07 vi è un rimbalzo positivo in

quanto la produttività cresce del 2,7%, mentre dal 2008 è dello 0,3%. Nel settore delle costruzioni, la

produttività è negativa ed è molto bassa anche nei settori dei servizi. Per questi ultimi avere una

produttività bassa è accettabile, perché sono servizi alle persone e vi sono dei limiti tecnici

dell’incremento della produttività. Abbiamo assistito ad un processo drastico che è partito da una crescita

significativa della produttività (4,5% annui) ad un decremento del – 0,1% all’anno dal 2008. 61

Il “motore” dell’economia italiana è in ritardo in quanto altri Paesi non hanno subito lo stesso trend, anzi

è solo un problema italiano. In Giappone, Regno Unito e USA, tra 1998-2011, il PIL per ora lavorata è

cresciuto di oltre il 20%; del 17% in Francia e Germania, solo del 3,6% in Italia.

La perdita di produttività totale dei fattori ha più cause, che si possono raccogliere in generale nel

“sistema Paese”, ossia deriva da quelle variabili che influenzano il progresso tecnico e organizzativo:

alcune sono interne alle imprese, altre esterne e connesse con carenze nel funzionamento di alcuni mercati

e di istituzioni. È dovuto alla somma di tutte queste inefficienze insite nel Paese.

2. Perdita di competitività sui mercati internazionali:

Questa perdita di produttività totale dei fattori si è tradotta immediatamente in perdita di competitività sui

mercati internazionali. La bilancia commerciale dell’Italia, che era stata per molti anni attiva, è andata

deteriorandosi a partire da metà anni ’90 (in pareggio fino al 2000, poi il bilancio è negativo). Dal

pareggio realizzato nel 200, l’anno successivo all’introduzione dell’euro, è arrivato nel 2010 ad un – 3,5%

del PIL. Questo fenomeno, molto grave, ha risentito di vari elementi: nei Paesi non-euro sugli

aggiustamenti dei tassi di cambio (le esportazioni italiane funzionano nell’area euro, ma in altri Paesi

non-euro il cambio è sfavorevole) ed è calata la quota italiana di commercio mondiale di beni (dal 4,5%

nella seconda metà degli anni ’90 al 3% nel 2011, l’Italia ha perso 1/3 del commercio internazionale). Su

quest’ultimo parametro siamo uguali alla Francia, ma la Germania ha registrato una performance

eccezionale: hanno recuperato per intero i livelli pre-crisi nei volumi e li hanno superati di circa il 10%

nei valori (questo dimostra la potenza della “macchina industriale” tedesca).

Lo svantaggio dell’Italia e della Francia rispetto alla Germania è riconducibile soprattutto alla minore

capacità di penetrazione nei nuovi mercati emergenti: tra 2009-12 il volume di esportazioni di beni

italiani e francesi versi i mercati esterni all’UE è cresciuto del 25%, contro il 43% delle vendite tedesche

(soprattutto in Cina e altre economie emergenti dell’Asia); per le esportazioni intra-UE lo scarto è più

contenuto. A sostegno della performance tedesca ha inoltre contribuito la maggiore concentrazione delle

esportazioni nella componente autovetture, meno esposta alla concorrenza dei produttori dei Paesi

emergenti rispetto ad altri beni di consumo.

L’Italia non è riuscita a penetrare nei mercati esteri. La perdita di competitività dell’industria italiana

incide non solo sulla possibilità di accesso ai mercati esteri, ma anche sulla capacità di difesa delle quote

di mercato interno.

STRATEGIE E ORGANIZZAZIONE DELLE IMPRESE:

Cos’hanno fatto le imprese italiane in termini strategici e organizzativi? C’è un segmento dell’industria

italiana caratterizzato da imprese che hanno avviato un intenso processo di ristrutturazione. Un fattore

che accomuna queste imprese è l’investimento in attività a monte e a valle della produzione. Processo

legato al fatto che oggi il valore aggiunto di un bene venduto sul mercato si genera sempre meno nella

fabbrica e sempre di più nelle attività che stanno a monte o a valle della stessa, ossia le attività di servizio.

Vi è uno spostamento nella catena del valore, che non sta più nella fabbricazione ma nella progettazione-

design a monte e nella commercializzazione-marketing-assistenza post vendita a valle. Questo processo

di ristrutturazione è stato più pronunciato nei settori tradizionali, maggiormente esposti alla concorrenza

dei Paesi emergenti.

Le imprese italiane devono cambiare strategia in aree sulle quali intervenire (aree di debolezza):

1. Innovazione di prodotto e di processo:

Molto bravi nell’innovazione di prodotto (creatività), meno in quella di processo in quanto l’Italia non

controlla le tecnologie (adozione di nuove tecnologie. Le imprese che sanno innovare hanno maggiore

capacità di penetrazione nei mercati esteri (maggiore propensione all’internalizzazione), oltre a una

maggiore crescita del valore aggiunto, della produttività e dei margini unitari di profitto. Quindi i benefici

che discendono dall’innovazione vanno anche oltre quelli sull’efficienza produttiva. L’upgrading 62

produttivo, organizzativo e tecnologico ha consentito a una fascia di imprese italiane di competere

efficacemente anche nei settori tradizionali e insidiati dalla concorrenza dei Paesi emergenti, innalzando

qualità e prezzi di vendita dei prodotti. Però non è sufficiente per recuperare le forti perdite che l’industria

italiana subisce a causa del ritardo. In Italia la spesa totale in R&S è inferiore alla media dell’UE,

soprattutto per la dominanza di PMI, le quali tipicamente innovano senza registrare ufficialmente spese in

R&S. il ritardo delle imprese italiane in termini di innovazione trova un parallelo nell’adozione e

nell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della telecomunicazione (TIC). Durante gli anni ’90

l’Europa ha tardato a trarre vantaggio dal nuovo paradigma tecnologico e in Italia questo ritardo è

superiore a quello di altri Paesi, anche se è in parte riuscita a colmarlo nell’ultimo decennio. Nel

frattempo la frontiera tecnologica si è spostata in avanti e permane un ritardo dell’Italia nell’utilizzo delle

tecnologie e dei servizi più avanzati. Considerando la quota di individui che utilizzano Internet, il ritardo

dell’Italia si amplia ancora di più: il valore italiano (56,8%) è inferiore del 25-30% rispetto a quello dei

principali Paesi europei. Inoltre è poco diffuso il commercio elettronico, driver fondamentale dell’uso

della rete. Questi ritardi impattano sulla crescita del prodotto e della produttività e sul grado di

internalizzazione. Questo dovuto al fatto dell’elevata frammentazione del sistema produttivo italiano.

2. Dimensione dell’impresa:

Si può parlare di “nanismo industriale” italiano legato alla struttura proprietaria (strettamente correlate).

Nel 2007 la dimensione media aziendale era pari in Italia a 4 addetti, pari al 40% del valore medio

dell’area euro (10 addetti), inferiore a quella di tutti i principali Paesi europei e pari a 1/3 di quella

tedesca. Questo divario si è allargato negli ultimi anni. Quello che caratterizza l’Italia è la situazione ai

due estremi della distribuzione dimensionale (aspetto curioso): da una parte l’enorme diffusone delle

imprese con meno di 20 addetti e delle microimprese in particolare (dimensione inferiore due volte e

mezzo quelle di Germania, Regno Unito e Svizzera); dall’altro la ridottissima presenza di imprese con

almeno 250 addetti. La diminuzione del numero delle grandi imprese è a partire dagli anni ’70 un

elemento essenziale della crisi industriale italiana.

Le PMI hanno dato e continuano a dare al sistema produttivo italiano una grande flessibilità. Tuttavia,

oggi più che in passato, la ridotta dimensione aziendale frena la capacità di innovare i prodotti e i processi

produttivi, di recepire le nuove tecnologie, di accrescere l’efficienza; rende al contempo le imprese più

vulnerabili ai cambiamenti nel contesto internazionale, esponendo maggiormente alla concorrenza dei

Paesi emergenti e limitandone la capacità di espandersi sui mercati più dinamici.

Esiste una correlazione netta tra attività innovativa e dimensione di impresa: maggiore è la

dimensione di impresa, maggiore è la capacità innovativa.

3. Struttura proprietaria:

La proprietà individuale (pochi capitali) è sintomo di piccola dimensione di impresa (individualismo

degli italiani molto marcato). La dimensione di impresa non è un dato esogeno, essa riflette le scelte degli

imprenditori (espressione di grande imprenditorialità italiana e anche capacità imprenditoriale). Sulla

performance delle imprese italiane incidono anche la loro struttura proprietaria e soprattutto quella

gestionale, entrambe a carattere prevalentemente familiare. Nonostante i significativi mutamenti nel

quadro normativo e istituzionale gli assetti proprietari e di controllo del sistema produttivo italiano sono

cambiati poco nell’ultimo quindicennio, specie per quanto concerne le società non quotate. Gli elevati

benefici privati del controllo possono aver spinto i proprietari delle imprese familiari a privilegiarne il

mantenimento nel lungo periodo rispetto al rafforzamento della profittabilità e della crescita.

Le imprese italiane che fanno capo a una famiglia proprietaria sono l’86%, un dato lievemente superiore a

quello di altri Paesi quali Francia (80%), Spagna (83%), Regno Unito (81%) e Germania (90%). Ciò che

differenzia le imprese familiari italiane da quelle di altri Paesi è soprattutto la bassa propensione a

ricorrere a dirigenti di provenienza esterna. 63

Nelle economie in cui la diffusione di imprese familiari è elevata si osserva anche una minore crescita

della produttività e degli investimenti e una più bassa natalità di impresa nei settori più rischiosi. Vi è una

tendenza a esportare meno e a modificare di più le scelte di accumulazione a fronte dell’incertezza.

Tutto questo si riflette sia sull’attività innovativa sia sull’attività di esportazione verso i mercati emergenti

più dinamici: a parità di altre condizioni, entrambe sono meno intense laddove prevalgono modelli

gestionali più accentrati e tradizionali e un management legato alla famiglia proprietaria da vincoli di

parentela.

4. Relazioni tra imprese e organizzazione territoriale della produzione:

Vantaggio italiano in quanto ad esempio i distretti industriali (economie di localizzazione). Sono molto

incentrati sulla produzione e non sulla distribuzione. Solo quest’ultima favorisce un profitto elevato e

raramente queste economie sono riuscite a controllare la distribuzione, arrivano buyer esteri (solo Golden

Lady è riuscita a controllare il marchio e la distribuzione sul mercato interno ed estero).

Per molti anni un’efficiente divisione del lavoro tra piccole imprese specializzate in singole lavorazioni e

la loro concentrazione territoriale hanno consentito in Italia di recuperare a livello dell’intera filiera

locale quelle economie di scala e quei vantaggi competitivi cui altrimenti sarebbe stato impossibile

attingere se non con la grande impresa, preservando al contempo un ampio margine di flessibilità

produttiva. I benefici derivanti da un’organizzazione territoriale della produzione basata su distretti

industriali non si estendono a tutti i settori: non tutte le produzioni si prestano a una scomposizione del

processo produttivo fra un numero elevato di piccole e piccolissime imprese. All’interno di ciascuna

filiera alcune particolari funzioni quali R&S, innovazione e commercializzazione, richiedono comunque

dimensioni aziendali e risorse organizzative più elevate. Però i distretti industriali stanno soffrendo la

globalizzazione e il cambiamento tecnologico, molti non sono riusciti ad adattarsi al cambiamento. Questi

cambiamenti hanno avuto riflessi evidenti sulla competitività e sulla struttura delle aree distrettuali.

Questa capacità di trasformazione va sostenuta, facilitata ed estesa.

5. Filiere produttive e global value chains (GVC):

Oggi il nuovo assetto della divisione internazionale del lavoro, in cui la produzione dei beni finali è

sempre più spesso il risultato di lunghe catene produttive globali (global value chains), rappresenta una

nuova sfida e un’opportunità per le imprese italiane. Le aziende produttrici di beni intermedi possono

accedere a un mercato più ampio, con la possibilità di incrementare e diversificare i propri committenti e

mercati di sbocco; dall’alto appare molto più forte la pressione concorrenziale da parte di aziende

concorrenti proveniente da Paesi a più basso costo del lavoro

La partecipazione delle imprese italiane alla GVC è piuttosto elevata nel confronto con Paesi simili per

livello di sviluppo e struttura produttiva (30% dell’output italiano). L’Italia è produttore di beni intermedi

nelle GVC. Le imprese italiane e tedesche fanno ampio ricorso ai beni intermedi importati dall’estero.

Vantaggi di commercializzazione del prodotto verso i Paesi esteri e soprattutto quelli emergenti.

Vi sono altri 3 problemi legati all’approvvigionamento dei fattori produttivi quali il costo, la

disponibilità, il funzionamento dei mercati in cui vengono scambiati, che possono incidere negativamente

sulla competitività e sulla produttività dell’industria italiana.

v Costo del lavoro:

Rappresenta circa il 17% del fatturato dell’industria in senso stretto e circa i 2/3 del valore aggiunto. Il

problema è che oltre 1/3 del costo del lavoro è assorbito dagli oneri sociali. La retribuzione netta di un

lavoratore rappresenta nel 2011 il 52% del costo complessivo per l’azienda (quasi 58% negli altri Paesi

dell’area euro). La percentuale risultava più bassa soltanto in Belgio, Germania, Francia e Austria.

Il costo del lavoro non è il vero problema dell’industria italiana, ma il problema è la produttività: perdita

di produttività legata alla dinamica lenta in quanto cresce più lentamente rispetto a quella della Germania.

64

v Finanziamento delle imprese:

Il sistema finanziario italiano è da sempre imperniato sul ruolo preponderante delle banche rispetto al

mercato (sistema bancocentrico). Sia la piccola dimensione, sia la proprietà familiare delle imprese

rappresentano un ostacolo alla raccolta diretta di fondi sul mercato. Il problema si acuisce che la gran

parte delle PMI italiane ha una bassa propensione ad aprire il proprio capitale all’ingresso di altri soci. Le

imprese preferiscono rivolgersi alle banche (debiti finanziari), piuttosto che alla Borsa e quindi si

moltiplicano i rapporti bancari. Le banche tengono a dare prestiti a lungo termine, che non sono il

massimo per le imprese in quanto i tassi sono alti. Soprattutto le banche non sono propense a mettere a

disposizione “capitale di rischio” per l’innovazione delle imprese, quindi difficilmente forniscono

finanziamenti per R&S. Le imprese innovative incontrano tipicamente maggiori difficoltà, e più elevati

costi, nel reperimento di risorse finanziarie esterne per via delle forti asimmetrie informative che le

contraddistinguono. L’attività innovativa appare più correlata alla disponibilità di capitale di rischio

piuttosto che di debito, al ricorso al mercato azionario o obbligazionario piuttosto che alla dipendenza

delle banche. Le caratteristiche della struttura finanziaria delle imprese italiane (limitato apporto del

capitale di rischio, forte dipendenza dal canale bancario e la frammentazione dei rapporti bancari)

agiscono da freno all’avvio di processi innovativi. La carenza di capitale di rischi può rappresentare un

problema poiché questi fondi sono maggiormente idonei, rispetto al debito, a sostenere l’innovazione.

Inoltre l’Italia, ancora in maniera contenuta, al venture capital, fondi che forniscono capitale di rischio

alle imprese innovative nei primi anni di attività e offrono un contributo rilevante anche nella definizione

degli indirizzi strategici e gestionali delle imprese finanziate. Questo potrebbe svolgere un ruolo

importante per favorire lo sviluppo, patrimonializzazione e la “managerializzazione” delle piccole

imprese innovative in Italia.

Il secondo elemento di debolezza del sistema finanziario italiano, che si è palesato nella recente crisi,

discende dall’elevata vulnerabilità finanziaria delle imprese, poco capitalizzate e molto dipendenti dal

credito bancario. L’offerta di capitale di rischio per le imprese italiane si è rafforzata con l’avvio del

Fondo italiano di Investimento (finalizzato a favorire il rafforzamento patrimoniale e i processi di

aggregazione tra le imprese di media dimensione) e del Fondo Strategico Italiano (rivolto

all’acquisizione di quote azionarie di imprese ritenute di “rilevante interesse nazionale”), attivi

rispettivamente dalla fine del 2010 e dalla metà del 2012.

v Approvvigionamento di energia:

Problema serissimo perché i costi energetici sono una voce difficilmente comprimibile per le imprese

industriali. I prezzi sostenuti dalle aziende italiane per gli acquisti di energia elettrica sono superiori del

30% di quelli dei concorrenti europei, mentre quelli di gas naturale sono in linea con quelli medi dell’UE.

Tra il 2002-12 il prezzo all’importazione del petrolio in Italia è triplicato. Il sistema produttivo ha degli

oneri altissimi per le risorse energetiche, a cui si aggiunge un altro elemento: l’imposizione fiscale

dell’energia è elevata in Italia rispetto ad altri Paesi e secondo l’Eurostat nel 2010 la tassazione per unità

di energia primaria ammontava in Italia a 180 euro per tonnellata equivalenti di petrolio, un valore

superiore del 44% alla media dell’UE.

L’idea è quella di ricerca fonti energetiche innovative e soprattutto puntare su Paesi esteri, non è possibile

continuare a dipendere da questa situazione. Inoltre 3/4 delle esportazioni della manifattura servono per

pagare i costi della bolletta energetica.

Vi è anche un problema di infrastrutture, che affligge maggiormente il su Italia, oltre che il contesto

istituzionale, molto arretrato rispetto a quello di altri Paesi: eccesso di oneri burocratici, lunghezza e

incertezza dell’esito di procedure amministrative, lentezza della giustizia civile, elevata pressione fiscale,

diffusione di corruzione e presenza di criminalità organizzata… Invece la carenza di infrastrutture

materiali può agire da freno ulteriore alla produttività del sistema produttivo nel suo complesso. 65

Nonostante le risorse finanziarie destinate agli investimenti pubblici in Italia negli ultimi tre decenni siano

in linea con quelle degli altri principali paesi europei, le misure di dotazione fisica delle infrastrutture

indicano un ampio divario tra l’Italia e questi ultimi.

Conclusioni in termini di politica economica per l’economia industriale:

Una ripresa sostenuta dell’economia italiana difficilmente può essere realizzata senza un contributo

rilevante del settore industriale. Innanzitutto l’industria rappresenta 1/4 del valore aggiunto del settore

privato e l’80% del valore delle esportazioni; in esso si concentrano oltre 3/4 delle spese in R&S e

dell’attività di innovazione del settore privato. Il processo di deindustrializzazione deve essere

accompagnato da un rafforzamento delle attività dei servizi tramite una riallocazione delle risorse e

riconversione del capitale umano e fisico nel Paese.

Il declino dell’industria italiana non è irreversibile, purché le imprese sappiano trasformarsi. Il sistema

produttivo italiano è caratterizzato da un gran numero di imprese che riescono ad essere competitive

anche in un contesto istituzionale, normativo e fiscale meno favorevole di quello vigente in altri Paesi

europei. Prima della recessione del 2008-09 erano evidenti ampi segni di ristrutturazione del sistema

industriale. Pur in difficoltà, non mancano alcune realtà imprenditoriali, soprattutto di media dimensione,

altamente competitive e capaci di realizzare rilevanti e frequenti salti innovativi, pronte a fronteggiare la

concorrenza internazionale rinnovandosi profondamente.

La politica economica deve puntare a trasformare un declino diffuso in un processo di “distruzione

creatrice”. Vi è l’esigenza di agire sui costi sostenuti dalle imprese e sul contesto in cui operano. Mentre

il costo del lavoro, se valutato al netto della tassazione, non risulta u fattore di freno primario per la

competitività delle imprese italiane, i costi dell’energia e una pressione fiscale molto elevata

sull’economia rendono più difficile alle imprese competere sui mercati globali. L’attività di impresa

risente inoltre degli oneri (monetari e in termini di limitazione delle capacità operative) derivanti da un

quadro regolamentare complesso e oneroso, dalle inefficienze della PA e della giustizia civile, da un

assetto normativo a volte mutevole o incerto, dalle carenze di taluni servizi pubblici e di alcune

infrastrutture.

Si tratta di un ampio insieme di interventi mirati a migliorare il contesto normativo, regolamentare

ed economico in cui si trovano ad operare tutte le imprese italiane. Su di essi deve concentrarsi la

politica economica, la quale non può non riservare una particolare attenzione al settore industriale, ma on

deve implicare l’attuazione di una politica industriale tradizionale, intesa come quel complesso di

interventi finanziari pubblici (incentivi economici, sussidi, finanziamenti pubblici) miranti a favorire la

ristrutturazione del sistema produttivo su linee predeterminate delle autorità pubbliche. Oltre a questi

interventi sono necessari misure rivolte al sostegno dell’attività di R&S e dell’internalizzazione, due

variabili chiave che caratterizzano le imprese di maggior successo.

Infine, per la questione del capitale umano, vi è necessità di innovazione e upgrading (produttivo,

tecnologico e organizzativo). È una questione di estrema importanza per il futuro del Paese, soprattutto

per il ritardo rispetto ai principali Paesi avanzati nei tassi di scolarità e di istruzione universitaria e nel

livello delle competenze. È necessario un mirato ridisegno della governance del sistema scolastico e un

rafforzamento tra atenei. Ne beneficerebbero anche la capacità delle imprese industriali di aumentare

l’efficienza dei processi produttivi e di intensificare l’adozione e lo sviluppo di tecniche e prodotti nuovi.

66

2. DEINDUSTRIALIZZAZIONE E TERZIARIZZAZIONE: TRASFORMAZIONI

STRUTTURALI NELLE REGIONI DEL NORD OVEST

A) SVILUPPO, DEINDUSTRIALIZZAZIONE E TERZIARIZZAZIONE

1. UN RALLENTAMENTO INIZIATO PRIMA DELLA CRISI

Le difficoltà dell’economia italiana sono iniziate ben prima della crisi (durata 8 anni, 2008-16), nodi nel

contesto dell’economia italiana che hanno reso la crisi strutturale ancora più grave. Non basta una ripresa

economica per risolvere questo tipo di problemi. Il testo fornisce una visione ampia dei punti di

debolezza del sistema produttivo italiano.

Con chi confrontare il Nord Ovest?

Si fonda sul confronto tra regioni del Nord Ovest dell’Italia e altri Paesi europei per vedere se si

riscontrano gli stesi problemi in altre Paesi o riguardano solo il sistema italiano. Vengono confrontate

realtà industriali avanzate, che rappresentano la quota maggiore di valore aggiunto nel sistema industriale,

quindi sono le regioni più fortemente industrializzate. Le regioni italiane sono Piemonte, Lombardia,

Valle d’Aosta (non vi è molta industria) e Liguria (le industrie vengono smantellate), considerato il Nord

Ovest l’area più avanzata del Paese. Le regioni italiane vengono confrontate con 8 tedesche, due francesi,

due austriache, due olandesi, due spagnole, una belga e il Nord Est italiano. Nell’analisi è stato tralasciato

il Nord Est italiano (Veneto e Friuli sono delle realtà industriali significative) anche se appartiene al

medesimo cluster insieme agli altri Paesi europei, al fine di accentuare l’enfasi sul confronto

internazionale. Il peso di queste regioni sulle rispettive economie nazionali è rilevante: in termini di

addetti complessivi, è prossimo al 75% per le regioni tedesche, 60% per Austria e Belgio, oltre il 50% per

l’Italia e superiore al 40% per quelle spagnole. Per l’Olanda e Francia le aree considerate coprono meno

di 1/3 dell’economia nazionale. Tra le regioni del cluster di confronto vi sono le più importanti aree

industriali della Germania.

Va precisato che il Nord Ovest viene considerato come un unico insieme (per semplificare l’analisi)

anche se vi sono molte differenze di struttura e di performance economica tra queste regioni, ad esempio

la specializzazione tecnologica del manifatturiero è molto più marcata in Piemonte e in Lombardia

(medio e alta tecnologia), meno in Valle d’Aosta e Liguria. Anche a livello di reddito pro capite vi sono

differenze: compreso tra un massimo di 30mila euro in Lombardia e un minimo di 22mila euro in Liguria

Divari di crescita rispetto alle regioni più avanzate d’Europa:

Dalla prima fase dell’industrializzazione italiana, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, il Nord

Ovest ha avuto un’importanza decisiva per la crescita economica del Paese. All’inizio degli anni ’50

questo territorio contribuiva al 37% del PIL nazionale e il suo reddito pro capite superava quello medio

nazionale di quasi il 50%. Confronto con un certo numero di regioni tedesche, con la Francia il Sud e la

Catalogna della Spagna. Nel 1970 il 56,7% delle esportazioni italiane proveniva da questo territorio.

Nel 2000 il PIL scende al 32%e le esportazioni al 40%, vi è un ridimensionamento dell’area industriale

del Nord Ovest, ma allo stesso tempo vi è un ribilanciamento territoriale (si alza il peso dell’Italia del

Nord Est). Continua a svilupparsi fino agli anni ’70 in cui l’Italia sperimenta un primo netto

rallentamento, che è più forte rispetto a quello medio del Paese in quanto la zona di sta trasformando e

tende sempre di più verso il terziario. Fino al 2000 il tasso di crescita del Nord Ovest sembra aver tenuto

il passo con quello delle regioni del cluster, mentre poi il quadro inizia a cambiare. Il rallentamento del

Nord Ovest inizia prima della grande crisi che inizia nel 2008. Il PIL della macroarea italiana, tra 2000-

07, cresce del 1,2% in media ogni anno in termini reali, quindi 0,6% in meno rispetto alla media del

cluster. 67

Tra 2008-11 il Nord Ovest ha risentito in misura maggiore degli effetti della crisi rispetto alla media

delle regioni di confronto, ritardo che esisteva già prima della crisi e in seguito ad essa si è accentuato. La

recessione del 2008-09 è stata più profonda: il PIL è calato del 3,7% all’anno nel Nord Ovest, contro

1,9% nella media del cluster; la successiva fase di ripresa è stata lievemente meno intensa. Per effetto di

tali dinamiche, alla fine del 2011 il PIL dell’area italiana risultava ancora al di sotto del livello del 2007

del 2,8%, mentre il cluster si collocava su valori superiori dello 0,8% a quelli pre-crisi, quindi riescono a

recuperare quello che hanno perso durante la crisi e hanno guadagnato anche qualcosa. Il problema più

serio è avvenuto in Valle d’Aosta e Liguria, mentre Lombardia e Piemonte reggono un po’ meglio la

situazione.

Divario nella dinamica della produttività:

La perdita del PIL è dovuta all’andamento e dinamica della produttività. È un problema preoccupante

in quanto questa analisi consente di valutare quanta parte della crescita economica è attribuibile alla

dinamica della produttività e quanta a quella dell’occupazione o delle componenti demografiche.

Il nodo sta nella produttività in quanto vi è una stagnazione della produttività con una riduzione del -

0,1% all’anno, che sembra una cifra bassa ma se si ripete nel tempo porta a valori significativi. L’altro

elemento è la sfavorevole dinamica demografica: vi è una crisi demografica (nascono pochi individui)

che impatta sul sistema produttivo (meno nascite e quindi meno forza lavoro in seguito). Non vi sono solo

fratture determinate dalla crisi internazionale, ma 2 su 3 sono fattori endogeni quali bassa produttività e

scarsa dinamica demografica. Questo ci danneggia rispetto ai competitor. Le regioni che hanno sofferto di

più sono Piemonte e Liguria (Valle d’Aosta è un po’ a parte), la Lombardia molto meno.

La forte diminuzione del reddito pro capite nel Nord Ovest è stata determinata dall’intensificazione del

calo della produttività e dal proseguimento della sfavorevole dinamica geografica; vi si è aggiunta la

contrazione del tasso di occupazione.

Focus – la manifattura del Nord Ovest:

È stato condotto un esercizio per individuare i punti di vitalità dell’industria manifatturiera nel Nord

Ovest, vale a dire i territori che ospitano imprese che hanno continuato a crescere nonostante la crisi

economica. Per ciascuna delle 24 province del Nord Ovest (analisi effettuata nel 2007) e, all’interno di

queste, per ognuno dei 19 settori manifatturieri selezionati, sono stati analizzati i dati più recenti

disponibili sulle esportazioni, fatturato e sul valore aggiunto a livello di impresa. Emerge che le

esportazioni non sono inferiori a quelle precedenti il periodo della crisi, il fatturato non è inferiore a

quello del 2007 e pure il valore aggiunto. Sono 4 indicatori che dimostrano che la crisi c’è stata, ma non

così drammatica come quella registrata nel resto del Paese. Vi sono anche segni di vitalità diffusa

nonostante la crisi perché vi sono un certo numero di settori che sono andati bene, sono cresciuti e

prosperano nonostante la crisi quali settore alimentare, high-tech (non è un settore molto grande in Italia),

autoveicoli, oreficeria, sistema moda, chimica, elettronica, aeronautica… L’area di maggiore vitalità è

l’alimentare.

Effetti del mutamento strutturale sulla dinamica della produttività:

La dinamica della produttività è influenzata dalla struttura produttiva dell’economia in relazione al peso

relativo dei comparti a maggiore contenuto di conoscenza o tecnologico. In tutti i Paesi si registra un

aumento del peso del settore dei servizi, in seguito a un rilevante processo di deindustrializzazione. In

parte aumentano i servizi per le imprese e in parte su quelli tout-court con l’industria. 68

Focus – dinamica degli investimenti:

Parametro importante per valutare lo stato di salute di un sistema industriale. Il ritardo in termini di

produttività non è legato al processo di accumulazione del capitale. L’analisi non mostra nel Nord

Ovest gap sostanziali rispetto alle regioni europee a confronto, la dinamica è la stessa e questo è molto

positivo.

2. DEINDUSTRIALIZZAZIONE E TERZIARIZZAZIONE

Il processo di deindustrializzazione e terziarizzazione caratterizza l’Italia, processi rilevanti in questa fase

che caratterizzano anche il cluster. Tra 2000-11 si è ridotto il peso della manifattura, ma allo steso

tempo si assiste a un processo di delocalizzazione verso il Nord Est (costo del lavoro è più basso).

L’altro aspetto è che una quota più elevata di occupazione si trova nelle tecnologie a medio e basso

valore, ossia nelle fasce tecnologiche meno avanzate. Questo dimostra quanto l’Italia sia poco

competitiva nell’high-tech. Allo stesso tempo c’è un fenomeno di terziarizzazione, che caratterizza

tutto il sistema produttivo dei Paesi avanzati, il settore terziario tende a spostarsi verso il settore dei

servizi alle persone e servizi alle imprese. Questo fenomeno molto rilevante colpisce e caratterizza il

Nord Ovest: da un lato perde peso l’industria, dall’altro diventano sempre più significativo il terziario. Il

fenomeno è molto più forte nel Nord Ovest, rispetto agli altri Paesi europei e anche rispetto al Nord Est:

tra 1980-90 nel Nord Ovest la quota di valore aggiunto dell’industria è diminuita di oltre 7%; nella media

del cluster il calo è del 4,3%. Inoltre l’incidenza relativa del terziario è salita più rapidamente, dal 51% al

60%, leggermente superiore a quello del cluster. Anche le regioni estere hanno avuto una crisi più

profonda rispetto alle regioni italiane del nord-ovest.

Il processo di deindustrializzazione colpisce quindi in maniera più forte il manifatturiero, come anche le

regioni estere, ma ha colpito di più le regioni del Nord Ovest. È positivo per quanto riguarda la dinamica

complessiva dell’industria italiana.

Come avvengono le trasformazioni e quali sono gli elementi salienti?

Ø Manifattura:

Lenta transizione verso le produzioni ad alta tecnologia. Cresce il livello tecnologico dei prodotti e

manufatti del Nord Ovest nei settori dei macchinari, mezzi di trasporto e chimica. Vi è una forte presenza

di settori low-tech che includono alimentare, tessile, cuoio, carta, legno. Questi settori continuano a

resistere a far fronte alle difficoltà della crisi e in questo periodo la struttura industriale italiana non è

dissimile rispetto alle regioni del cluster, ad eccezione delle attività ad alto contenuto tecnologico che nel

Nord Ovest sono più basse. Questo legato a minori investimenti in R&S, qualità della formazione…

Tra 2000-07 l’incidenza delle attività a medio-alto contenuto tecnologico è rimasta sostanzialmente

stabile sia nel Nord Ovest che nel cluster, mentre è calata nelle attività a minore contenuto tecnologico.

Nello stesso periodo la presenza di attività manifatturiere ad alta tecnologia nel Nord Ovest è aumentata

al 6,2% a fronte di una sostanziale invarianza della media del gruppo di confronto (6,7%).

Nel periodo successivo alla crisi, tra 2008-11, il Nord Ovest ha registrato un ulteriore indebolimento delle

attività a basso contenuto tecnologico, a cui si è associato un aumento del peso delle attività a medio-alta

tecnologia (fattore positivo: spostamento dal low-tech all’high-tech). Tendenze analoghe hanno

caratterizzato il gruppo di confronto.

Ø Servizi:

Deboli nel settore ad alto contenuto di conoscenza (knowledge intensive services), quali servizi per il

sistema produttivo, mentre più forti in quelli a basso contenuto di conoscenza. La situazione era debole

già prima del 2007. I primi occupavano il 45,3% degli addetti totali al terziario, valore inferiore del 3% al

complesso del cluster, divario che si allarga rispetto alle regioni della Germania (inferiore del 13%). Tale

69

divario negativo era dovuto alla minore presenza delle attività comprendenti i servizi alle imprese e quelli

professionali.

Risulta superiore nella macroarea italiana la concentrazione delle attività dei servizi a più alto contenuto

tecnologico (quali telecomunicazioni, servizi legati all’ICT e le attività di R&S) e di quelle legare

all’intermediazione finanziaria: le prime occupavano il 5,8% degli addetti ai servizi, valore più elevato

della media del cluster (4,5%). Il terziario italiano è molto legato ai servizi alle imprese ed è molto

caratterizzato da tecnologia.

La struttura produttiva delle città del Nord Ovest appare piuttosto orientata al comparto industriale e ai

servizi alle imprese. La quota di occupati nelle attività industriali nella media delle città del Nord Ovest è

in linea con quella delle regioni del cluster; è molto più alta (quasi 7%) l’incidenza di addetti ai servizi

KIS, soprattutto per effetto del contributo di Milano (città chiave). Tra le altre città del cluster solo quelle

tedesche presentano una specializzazione nell’industria e nei servizi alle imprese equiparabile. Tra le città

del Nord Ovest, Milano è quella maggiormente specializzata nelle attività dei servizi; Torino resta ancora

caratterizzata da una forte vocazione industriale. Vi è un forte sviluppo del terziario e dei servizi KIS

all’interno dell’area urbana, che porta ad una crescita economica delle città e della loro rilevanza, mentre

le industrie manifatturiere si delocalizzano.

Ø Occupazione:

Metà anni ’70 vi era una prevalenza nel Nord Ovest degli addetti nell’industria (oltre la metà degli

addetti), mentre il 45% nei servizi. Poi vi è stato un calo dell’occupazione industriale e una crescita dei

settori dei servizi per cui gli addetti all’industria calano al 30%, mentre il terziario aumenta al 66%. Vi è

un forte cambiamento della struttura produttiva e della base occupazionale. In Liguria il calo

dell’occupazione nell’industria è stato particolarmente intenso, tranne turismo, mentre in Piemonte la

crescita nei servizi è stata più accentuata.

La ricomposizione settoriale dell’occupazione è dovuta a un cambiamento rilevante nelle opportunità

lavorative degli individui, insieme al cambiamento tecnologico e all’innalzamento delle conoscenze

scientifiche. All’interno del manifatturiero la domanda di lavoro si è contratta soprattutto in quelle

mansioni, tipicamente routinarie, in cui la forza lavoro è stata direttamente sostituita con i macchinari.

B) IMPRESE, CAPITALE UMANO, INNOVAZIONE, SISTEMA FINAZIARIO

3. IMPRESE

Come hanno reagito le imprese al cambiamento, ossia alla crescente integrazione europea da un lato e

congiuntura dall’altro?

Verranno analizzate le caratteristiche microeconomiche delle imprese e loro strategie (prima visione

macroeconomica). Focus sulle grandi imprese, che sfruttano economie di scala e riescono a sostenere

processi di internalizzazione. Hanno la capacità di creare innovazione, in particolare quella fondata sugli

investimenti in R&S, motore di competitività e di crescita.

Ø Dimensione di impresa:

Le piccole imprese riescono a sopravvivere, ma il problema è che non sono in grado di garantire la

crescita economica del Paese. La capacità innovativa delle grandi imprese del Nord Ovest è analoga a

quella delle regioni europee concorrenti e a quelle del resto del Paese, anche se hanno dimensioni più

ridotte delle imprese europee.

Vi è un divario dimensionale in quanto le imprese del Nord Ovest sono di dimensione inferiore a quelle

dei Paesi esteri ed è diminuita ancora negli anni ’70 fino ad oggi: molto decentramento produttivo

(parcellizzazione dell’attività produttiva), riduzione degli organici, ridimensionamento che portano ad una

debolezza dell’export. Poche di queste imprese riescono ad esportare, ma il prodotto viene comprato dai

buyer e non viene direttamente venduto all’estero quindi i guadagni da vendite sono minori (punto di

debolezza tipico dei distretti industriali). Tra 1971-2011 nel Nord Ovest gli addetti medi per impresa sono

70

passati da 6,9 a 4,4: segno di un’industria che si comprime e riuscirà a governare sempre meno le

esportazioni. Questo è uno dei nodi del sistema produttivo italiano e la maggior parte delle imprese

italiane sono familiari, oltre al forte individualismo italiano difficilmente superabile (complicata gestione

d’azienda).

Un altro problema collegato alla dimensione di impresa è che un’impresa di minori dimensioni è

tendenzialmente meno innovativa in quanto la propensione all’innovazione risulta più elevata nelle

imprese più grandi e nelle produzioni ad alta intensità di capitale, a contenuto tecnologico più elevato o

caratterizzate da un maggior grado di sofisticazione del prodotto. Vi è quindi anche un divario di capacità

innovativa rispetto alle altre regioni europee. Però le imprese più grandi mostrano una propensione

all’innovazione più spiccata della media, sia nel Nord Ovest sia nel complesso del Paese, in tutte le

principali forme in cui essa si manifesta: innovazione di prodotto, di processo e organizzativa. Tra le 50

imprese di maggiori dimensioni in Italia, la quota di quelle che svolgono attività in R&S o registrano

output innovativi di tipo soft è nettamente superiore alla media del sistema industriale.

I dati a livello di impresa raccolti per 7 Paesi europei permettono di confrontare la dotazione di grandi

imprese del Nord Ovest al 2009 con quelle delle altre regioni del cluster. Vi è un processo di

localizzazione nelle aree più avanzate e industrializzate del cluster, le quali erano avanzate già a metà

‘800. Vi è un permanere della tradizione produttiva e di ricerca che continua nel tempo.

Vi è un divario occupazionale della quota di addetti in R&S nelle imprese italiane di qualsiasi dimensione

rispetto alle altre regioni del cluster. Queste determina una minore capacità innovativa delle imprese di

grandi dimensione in quanto hanno una dotazione minore di personale qualificato (addetti alla R&S)

rispetto al cluster.

Ø Apertura sui mercati esteri:

Nel Nord Ovest la quota di imprese che esportano risulta maggiore rispetto alle regioni europee simili per

struttura e sviluppo economico. Le esportazioni rappresentano la forma prevalente di presenza delle

imprese del Nord Ovest nei mercati internazionali (si esporta e non si delocalizza). Per le imprese che

esportavano, il fatturato proveniente da esportazioni rappresentava 1/3 del totale, percentuale in linea con

quella del cluster. Hanno contribuito positivamente alle esportazioni sia il comparto dei metalli e i beni

dell’industria alimentare, dove la crescita delle esportazioni dell’area è stata superiore a quella della

domanda potenziale. In tutti gli altri settori la dinamica è stata inferiore rispetto alla domanda potenziale e

il maggior contributo negativo al gap è pervenuto dal settore dei macchinari e apparecchi elettrici ed

elettronici.

Vi sono delle imprese che detengono partecipazioni significative nel capitale di società estere. Si tratta di

un tipo di investimento all’estero che può rispondere a obiettivi di vario tipo, come la delocalizzazione di

fasi produttive in Paesi caratterizzati da minori costi di produzione, maggiore presidio dei mercati di

sbocco, sfruttamento di assetti normativi ritenuti più favorevoli. Il Nord Ovest è la macroarea italiana in

cui è insediato il maggior numero di società che detengono partecipazioni estere.

I fattori che ostacolano il successo delle imprese in Italia secondo gli imprenditori italiani, oltre alla

carenza della domanda, sono le rigidità della normativa del mercato del lavoro e le inefficienze della

burocrazia.

Ø Condizioni economico-finanziarie:

L’analisi dei bilanci mostra come nel periodo 2004-11 la redditività sia lorda sia netta delle imprese non

finanziarie del Nord Ovest si sia mantenuta al di sotto di quella del gruppo di confronto. Nell’ultimo ano

disponibile, la redditività delle imprese del Nord Ovest risultava nettamente inferiore al livello pre-crisi,

mentre aveva recuperato tali livelli nella media del cluster. Il differenziale negativo ha riguardato in

particolare la manifattura. Le imprese del Nord Ovest mostrano un livello di indebitamento più elevato di

quello medio del cluster e pesano sulle condizioni finanziarie delle imprese del Nord Ovest i più lunghi

tempi di riscossione dei crediti commerciali. 71

Strategie adottate dalle imprese come reazione alla crisi economica:

La crisi economica internazionale manifestatasi a partire dal 2008 ha colpito in maniera più accentuata le

imprese del Nord Ovest, rispetto a quelle appartenenti alle regioni europee simili.

La capacità delle imprese di competere dipende anche dalle loro scelte strategiche, soprattutto in periodi

caratterizzati da forti shock esogeni, come quello innescato dalla crisi finanziaria internazionale del 2008.

Le indagini sulle imprese suggeriscono che nel periodo della crisi le imprese italiane hanno seguito forti

processi di differenziazione del prodotto, ovvero varianti dello stesso prodotto (diverso dalla

diversificazione: prodotti totalmente diversi, non della stessa famiglia) e anche sulla diversificazione

4. MERCATO DEL LAVORO E RUOLO DEL CAPITALE UMANO:

Il mercato del lavoro del Nord Ovest nel confronto europeo ha una media più bassa rispetto al cluster di

imprese e mostra evidenti debolezze. Il tasso di occupazione dell’area italiana nel 2012 era di oltre 5 punti

percentuali più basso della media delle aree del cluster di riferimento. Il gap è principalmente ascrivibile

alla componente femminile (il nodo vero è l’occupazione femminile): debolezza del mercato del lavoro

italiano femminile e nonostante la crescita occupazionale degli ultimi anni, continua a soffrire più che

all’estero le difficoltà di accesso e di permanenza sul mercato del lavoro. Questo anche se le condizioni

del mercato del lavoro sono migliorate nel corso degli anni.

A questo si aggiunge un secondo problema riguardante le forti disuguaglianze di carattere

generazionale, acuitisi nel corso della crisi economica. Le opportunità di questi anni, rispetto alle aree di

confronto le prospettive dei giovani del Nord Ovest sono contraddistinte da una maggiore precarietà e da

una più bassa qualità di impiego (questi dati si riferiscono alla parte di popolazione meno istruita).

Le disuguaglianze reddituali tra persone con diversi titoli di studio si sono ridotte nel corso degli ultimi

decenni e coloro che hanno titoli di studio presentano maggior vantaggi nell’accesso al mondo del lavoro,

minor precarietà e redditi più elevati.

Il Nord Ovest è caratterizzato da una forte predominanza urbana, più spiccata rispetto al resto del

Paese. L’importanza delle aree urbane nello sviluppo economico si è accresciuto notevolmente negli

ultimi decenni, in seguito alla terziarizzazione dei centri urbani. Le città del Nord Ovest, anche se sono

quelle più avanzate, si caratterizzano per una minore dotazione di capitale umano rispetto al cluster di

riferimento. Questo è legato al livello di istruzione della popolazione che è frutto di un gap rispetto alle

altre realtà del cluster. Si tratta di un dato preoccupante considerando come l’esperienza storica mostri

che il livello di istruzione della popolazione rappresenti la principale determinante della crescita di lungo

periodo.

Panoramica del mercato del lavoro nel Nord Ovest:

Peggioramento nel confronto con il cluster, ossia il mercato del lavoro del Nord Ovest presenta alcune

evidenti criticità nel confronto europeo. L’Italia già dal 2008 presenta un calo della quota di occupati,

questo avviene anche all’estero ma in maniera minore. Questi dati dimostrano la debolezza del tessuto

produttivo.

Un primo motivo riguarda la dotazione di capitale umano: il Nord Ovest è caratterizzato per una

dotazione di capitale umano nettamente più bassa. La quota di occupati con una laurea era circa del 18%,

contro il 30% nella media delle aree di confronto. A livello di scuola superiore, 2/3 di lavoratori con

diploma in Italia (ritardo), a fronte dei 4/5 nella media del cluster. Questo indica un gap/divario per

quanto riguarda il coefficiente di istruzione.

Questo dato si collega ad altri che sono segni di debolezza anziché di forza: nelle aziende del Nord Ovest,

dato il carattere familiare prevalente, il management è membro della famiglia e ha tendenzialmente una

conoscenza ed esperienza ristretta all’azienda di famiglia. È presente una minore quota di manager con

precedenti esperienze lavorative all’estero (restano sempre nell’azienda familiare), anche questo un gap 72

formativo dei manager rispetto alle aree del cluster in quanto nelle altre zone europee è più frequente

manager con esperienze professionali all’estero.

Un altro aspetto riguarda il tasso di occupazione femminile: il divario occupazionale tra il Nord Ovest e

le altre aree europee è legato alla bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro e al difficile

inserimento dei giovani nel contesto lavorativo. Nonostante il tasso di occupazione femminile sia

cresciuto in Italia nell’ultimo decennio, nel 2012 era ancora parti al 56,2%, 8,3 punti inferiore a quello del

cluster (divario del 16%). L’occupazione femminile è più bassa, rispetto al cluster, in tutte le fasce di età,

in modo più accentuato per quelle centrali della popolazione. Al contrario l’occupazione maschile è

allineata a quella del cluster, anche se negli ultimi anni si è riscontrata una difficoltà per i giovani (15-24

anni) del Nord Ovest rispetto a quelli del cluster: il tasso di occupazione è sceso di 14 punti percentuali

tra 2000-12 raggiungendo il 23,1%; questo valore è la metà della media europea del cluster di confronto

(2,4 punti percentuali in meno rispetto al 2000).

Tali dinamiche sono in parte dovute alla difficoltà di conciliare studio e lavoro in Italia: nel 2012 tra gli

iscritti a un percorso formativo, il tasso di occupazione raggiungeva nel Nord Ovest appena il 4%, contro

il 26% di quanto registrato nel resto del cluster. Oggi vi è un processo di crescita formativa della gioventù

italiana che cerca di ridurre il gap tra una situazione formativa rispetto alla formazione delle persone che

operano nel cluster. Vi è un problema di transizione del mondo dello studio al mondo del lavoro, ma il

secondo problema riguarda la minore qualità dell’impiego dei giovani formati rispetto a quelli del

cluster. A questo si aggiunge una minore qualità del lavoro: forte richiesta di persona a bassa

qualificazione e minore richiesta di professionalità e competenza elevata.

Rendimenti dell’istruzione:

I grandi cambiamenti che si sono associati all’innovazione tecnologica e alla globalizzazione dei mercati

hanno favorito una sostanziale crescita della domanda di lavoro qualificato e di conseguenza un

incremento significativo delle disuguaglianze occupazionali e reddituali tra persone con alti livelli di

capitale umano e persone meno qualificate.

I rendimenti dell’istruzione non sono sempre visibili. In Italia i laureati del Nord Ovest hanno un reddito

più elevato: nel 2010 il conseguimento della laurea portava a un aumento salariale medio annuo di circa

l’11%. Però complessivamente i redditi dei laureati italiani sono inferiori a quelli del cluster. È evidente

che maggiore istruzione implica maggiore reddito.

Il capitale umano e le agglomerazioni urbane:

La produttività dei lavorati e delle imprese è più elevata nelle aree urbane piuttosto che nelle altre, in

quanto vi è maggiore concentrazione di capitale umano nei centri urbani. Anche in Italia le città

attraggono persone a più elevato livello di scolarizzazione e nelle città vi sono elevate attività culturali

(migliori opportunità di istruzione di vario tipo che elevano ugualmente la formazione). Questo eleva la

capacità dei lavoratori, patrimonio di scuole professionali in Lombardia: processo continuo di

alimentazione reciproca tra processo formativo e produttivo.

Il capitale umano c’è nel Nord Ovest però è inferiore a quello del cluster di riferimento, le città del Nord

Ovest sembrano scontare un forte ritardo in termini di capitale umano. Queste città italiane non solo

hanno una dotazione inferiore di capitale umano rispetto a quelle del cluster, ma non riescono neanche ad

avere un vantaggio competitivo in termini di capitale umano rispetto al resto del Paese.

5. L’INNOVAZIONE:

L’attività innovativa è da sempre considerata un fattore strategico per la crescita e lo sviluppo economico

in un’area. Le regioni del Nord Ovest, pur presentato indicatori migliori rispetto al dato nazionale,

risentono di un evidente ritardo rispetto al cluster europeo, che si è accentuato negli anni della crisi. 73

Esiste un’ampia letteratura economica che mostra come le cause dell’insufficiente attività di

innovazione delle imprese italiane siano molteplici, alcune di esse afferiscono alla struttura del sistema

produttivo privato e caratteristiche delle imprese, altre riguardano il ruolo dell’operatore pubblico.

La bassa capacità innovativa risente negativamente di una struttura produttiva caratterizzata:

Ø dalla prevalenza di imprese di piccole dimensioni, non in grado di sostenere gli elevati costi della

ricerca;

Ø da una struttura degli incentivi al management che talvolta non favoriscono l’innovazione;

Ø da una minore disponibilità di capitale umano;

Ø da uno scarso ricorso da parte delle imprese al capitale azionario, più adatto rispetto al debito a

finanziare l’innovazione, associato a uno sviluppo ancora troppo limitato del venture capital.

Inefficienza del CNR e di tutto il sistema della ricerca che non riescono a offrire e formare un capitale

umano adeguato oppure formano adeguatamente ma devono spostarsi obbligatoriamente per lavorare o si

accontentano di lavori che non rispondono al loro livello di qualificazione.

La capacità innovativa delle imprese italiane è ostacolata, in confronto con i Paesi del cluster, da un

sistema complesso e poco efficace di trasferimento delle conoscenze dalle Università alle imprese, pur in

presenza di un sistema di ricerca di base delle Università italiane che regge bene il confronto con l’estero.

I tentativi per superare la separazione tra mondo di ricerca e quello delle imprese riguardano

l’impiego di strumenti quali Distretti tecnologici, Parchi scientifici e tecnologici, incubatori di impresa,

che comunque hanno fornitor risultati inferiori alle attese.

Tali strumenti hanno rappresentato anche una forma di intervento pubblico, insieme all’incentivazione

diretta. Dal confronto europeo emerge come la dimensione del sostegno pubblico sia in Italia

sostanzialmente allineata a quella estera, caratterizzandosi per un maggiore intervento dell’operatore

locale rispetto a quello nazionale, una maggiore frammentazione degli interventi e una rilevante

sovrapposizione delle politiche e dei centri decisionali. Nel Nord Ovest le politiche regionali hanno

contribuito a sostenere l’attività innovativa delle imprese.

Il ritardo di capacità innovativa del sistema Paese:

Tutti gli elementi elencati sopra si traducono in ritardo di capacità innovativa del sistema Paese. L’Italia

continua a essere classificata come un innovatore “moderato”, a fronte della Germania da sempre

ritenuti tra i pochi leader e della Francia classificata come follower.

All’Italia viene riconosciuto un miglioramento nella capacità innovativa tra 2006-12 riconducibile a un

aumento delle entrate dall’estero per brevetti, crescita del numero di marchi, dottorandi extraeuropei e

delle pubblicazioni congiunte scientifiche internazionali. Però vi è il grande problema del venture capital

(fondi che investono su idee), in Italia quasi inesistente, ma è fondamentale per la R&S e quindi in Italia

le spese in R&S sono minori rispetto a quelle registrate nel cluster di riferimento.

In Italia la spesa in R&S è pari all’1,3% del PIL nel 2012, la media UE15 è del 2,2%: meno della metà

della Germania e di un punto percentuale inferiore alla Francia. L’Italia risultava ancora molto lontana

dall’obiettivo del 3% fissato nella strategia Europa 2020. nord-ovest sta un po’ meglio del resto d’Italia,

ma sempre al di sotto della media del cluster (31%).

In Italia gli occupati in attività di R&S rappresentano lo 0,9% della popolazione attiva, quasi mezzo

punto percentuale in meno di Francia e Germania; nel Nord Ovest la quota è leggermente superiore

(1,08%) ma ancora al di sotto dei numeri di Francia e Germania. Analogo divario emerge se si considera

l’incidenza di persone occupate in attività scientifiche e tecnologiche: il 28% della popolazione attiva in

Italia, a fronte del 34% della Francia e 37% della Germania; nel Nord Ovest la quota è pari al 31%.

Gli impiegati nel high-tech (HT, settori ad alta tecnologia) in Italia è pari a solo il 3,3% degli occupati,

valore che si è mantenuto stabile nel tempo e che risulta inferiore di circa un punto percentuale a quello di

74

Francia e Germania; nel Nord Ovest è pari al 4,3%. Il dato riflette una caratteristica strutturale del nostro

Paese, ossia una maggiore specializzazione in attività tradizionali, a più basso contenuto tecnologico.

Questo divario si riflette in una minore capacità di brevettazione: il numero di brevetti per milioni di

abitanti nel 2010 era pari a 72 brevetti ogni milione di abitanti, che è poco più della metà del dato

francese e 1/4 di quella tedesca. Il valore relativo al Nord Ovest, pur risultando più elevato di circa il 50%

rispetto alla media italiana, risulta inferiore al valore medio del cluster, di oltre il 30% nell’ultimo anno

disponibile. Nel 2008 nel Nord Ovest sono stati depositati 117 brevetti per milione di abitanti, contro i 78

italiani.

Dalla fine degli anni ’90 la distanza tra Nord Ovest e il cluster di riferimento si è aggravata,

determinando un più ampio gap. La distanza è aumentata sia nella quota di risorse investite in R&S sia

nella disponibilità di capitale umano. La crisi ha arrestato il processo di recupero dell’area sul capitale

umano.

Il sistema della ricerca di base e il trasferimento di conoscenze:

Ø Sistema della ricerca di base: la qualità delle Università situate nel Nord Ovest è migliore

rispetto a quella degli altri atenei del Paese; emerge anche nelle graduatorie europee.

Confrontando l’output scientifico delle 10 università dell’Italia nord occidentale rientranti nel

campo di indagine, emerge che gli atenei del Nord Ovest producono un numero di pubblicazioni

superiori alla media nazionale anche se inferiore alla media del cluster formato dalle regioni

industrializzate più avanzate all’interno dell’UE15.

Ø Trasferimento delle conoscenze: rispetto all’Europa, il sistema universitario nazionale sconta una

maggiore difficoltà ad applicare i risultati della ricerca e a promuovere la trasmissione della

conoscenza. Nel confronto con i Paesi europei, la capacità di collegare l’output della propria

ricerca con quella proveniente dal sistema imprenditoriale è ancora lontana dalle punte di

eccellenza delle regioni del cluster.

Il trasferimento di conoscenze è particolarmente importante in una struttura produttiva come quella

italiana, caratterizzata dalla prevalenza della piccola impresa. Tramite la collaborazione con enti di

ricerca di maggiori dimensioni, una piccola impresa può trarre vantaggi riconducibili alla possibilità di

avvalersi di personale qualificato e di laboratori attrezzati e all’eventuale cofinanziamento della ricerca

con fondi di provenienza pubblica. L’ente pubblico può svolgere la funzione tipica dei centri di R&S

delle grandi imprese.

I diversi modelli di trasferimento delle conoscenze presenti nei Paesi europei riflettono principalmente le

caratteristiche, sia storiche sia normative, del sistema di ricerca e innovazione prevalente in ogni Paese.

In Germania governo federale e governi locali condividono e coordinano le responsabilità in tema di

indirizzo e finanziamento della ricerca, il sistema di enti di ricerca è strutturato in maniera tale per cui le

strutture di ricerca sono specializzate in specifici campi di attività, senza una duplicazione di interventi.

Hanno un ruolo attivo nel finanziare e promuovere la R&S.

In Francia le responsabilità in materia di indirizzo e finanziamento della ricerca sono prevalentemente di

pertinenza del governo nazionale (Stato centrale).

Il sistema di ricerca italiano è molto articolato sia dal lato delle competenze di indirizzo e di

finanziamento della R&S, condivise da diversi livelli di governo (primariamente Stato e Regioni)

scarsamente coordinati tra loro, sia da quello di molteplici attori (pubblici e no profit) che si occupano di

ricerca. Questi generano una frammentazione del sistema e una sovrapposizione delle azioni

sviluppate tramite i contratti e le iniziative che attivano in proprio con soggetti sia italiani che esteri. 75

Le politiche di sostegno all’innovazione a livello locale:

L’Italia si differenzia rispetto ai principali concorrenti esteri anche per la natura dell’ente promotore:

mentre in Francia e Germania, la quota principale è data dal Governo centrale, in Italia la quota del

Governo centrale è più bassa ed entrano in gioco alcune Regioni, quelle meglio amministrate che

contribuiscono a finanziare i contributi di ricerca e soprattutto le imprese di minori dimensioni.

In genere sono contributi a fondo perduto, soprattutto per le PMI, e sono finalizzati alla ricerca

industriale, sviluppo competitivo e innovazione. Sono contributi ad hoc per ogni azienda.

Strumenti di promozione dell’innovazione:

Al fine di cercare di superare la separazione tra mondo della ricerca e imprese, il MIUR con il Ministero

per lo Sviluppo economico ha definito e promosso la creazione di alcuni strumenti quali i Distretti

tecnologici o i Parchi scientifici tecnologici, che hanno in comune la caratteristica di aggregare imprese,

centri di ricerca pubblici e università in uno specifico campo tecnologico di specializzazione e un

territorio circoscritto. La caratteristica comune è quella di aggregare imprese, centri comuni, territorio

affinché si crei innovazione per osmosi.

Altri strumenti favoriscono il trasferimento tecnologico, prevalentemente dalle Università alle imprese,

tramite la creazione di incubatori di impresa o la creazione di imprese come spin-off di un’attività di

ricerca accademica (spin-off universitari).

Vi si aggiungono iniziative per favorire il trasferimento tecnologico a favore delle PMI, attuate sia a

livello nazionale sia locale, quali la creazione di Piattaforme tecnologiche nazionali o il ricorso a

specifici contratti, quali il Contratto di innovazione tecnologica e l’Accordo quadro per la ricerca

strategica.

Ø Distretti Tecnologici (DT):

Attività recente. Strumento di policy che mira a promuovere la capacità innovativa di un’area territoriale

e la competitività delle imprese in essa insediate. Il vantaggio di un distretto è soprattutto la prossimità

geografica, ma anche dall’integrazione dei “tre motori dello sviluppo” (Università-centri di ricerca,

Governo-PA, imprese). Il DT nasce con la sottoscrizione di un accordo programmatico tra enti pubblici

(Regioni), imprese private e Università, che si impegnano a collaborare per la realizzazione di attività di

vario tipo (laboratori comuni, aree attrezzate, incubatori di impresa, studi congiunti, consulenza,

assistenza finanziaria e formazione) finalizzate a migliorare la qualità dei processi innovativi in un ambito

geografico di portata regionale. Condizione necessaria per la costituzione di un DT è il suo

riconoscimento da parte del MIUR: oltre a verificare l’allineamento tra azioni e obiettivi, può attribuire

o ripartire risorse finanziarie di provenienza statale e/o comunitaria. Tra 2003-11 in Italia sono stati

costruiti 29 distretti di cui metà al sud e 5 ciascuno in Nord Ovest, Nord Est e Centro.

I distretti nordoccidentali si caratterizzano per una maggiore numerosità di imprese aderenti (in media

174 imprese, mentre il dato nazionale è pari a 79). In Piemonte (DT che conta più di 400 imprese

partecipanti) e Lombardia sono insediati 3 dei 6 distretti più grandi del Paese. I distretti meridionali sono

nati come strumento di collegamento tra pochi grandi soggetti, pubblici o privati, capaci di svolgere

attività innovative e il tessuto imprenditoriale circostante, caratterizzato spesso da un basso grado di

specializzazione.

Ø Parchi Scientifici e Tecnologici (PST):

Aggregazione di imprese, centri di ricerca, Università, laboratori, che si collocano su un’area territoriale

ben circoscritta (il Parco) per beneficiare dei vantaggi derivanti dalla co-localizzazione, spillover

conoscitivi ed economie di agglomerazione. L’obiettivo del Parco è quello di alimentare le relazioni tra

imprese e Università, di incoraggiare il trasferimento tecnologico e la condivisione delle competenze, di

promuovere la conclusione di “reazioni d’affari” tra imprese. In Italia esistono 39 PST, abbastanza

equamente distribuiti tra le aree del Paese, però quelli del Nord Ovest ospitano in media un maggior 76

numero di imprese rispetto agli altri, si caratterizzano per maggiori livelli di efficienza e sono meno

dipendenti dai finanziamenti pubblici (la dipendenza crea vincoli).

Ø Incubatore di impresa:

Sono stati inventati in campo accademico, ossia rappresentano una delle soluzioni proposte dalla

letteratura economica, e sono stati realizzati concretamente in numerose nazioni per promuovere la

nascita e lo sviluppo di nuove imprese ad alto tasso di innovazione. Oltre ad essere piccoli e perdere soldi,

offrono in prevalenza servizi di natura logistica e con minore frequenza servizi a più alto valore aggiunto

di consulenza e networking. Sono uno strumento utile però in Italia fanno fatica a decollare: nel Nord

Ovest ve ne sono 10 (5 pubblici, 5 privati) che si caratterizzano per legami con le Università, istituti di

ricerca presenti sul territorio nazionale, mentre a livello nazionale sono piuttosto deboli. Le dimensioni

degli incubatori del Nord Ovest misurate in termini di occupati, risultano inferiore alla media nazionale.

Tutti gli incubatori del Nord Ovest offrono servizi di logistica e in alcuni casi servizi a valore aggiunto

quali attività di networking, mentorship e di supporto per “l’accesso alle fonti di finanziamento”, nonché

assistenza nel “recruitment di figure chiave per le imprese”. Gli incubatori del Nord Ovest sono

abbastanza collegati con quelli esteri, con i quali creano delle partnership vantaggiose per entrambi (ad

esempio spin-off accademiche).

6. IL SISTEMA FINANZIARIO

Il Nord Ovest, grazie alla concentrazione dei servizi finanziari in Lombardia, derivante dalla

localizzazione della borsa valori a Milano e dal ruolo di hub di questa città, è caratterizzato da un grado di

agglomerazione del settore più alto della media nazionale e di quello delle regioni del gruppo di

confronto. In quanto a capillarità bancaria si colloca sostanzialmente in linea con la media del cluster e su

valori solo leggermente più alti della media nazionale.

L’area si connota per la presenza numerosa di gestori di fondi di private equity (PE), una componente

potenzialmente importante del sistema finanziario, specie nel sostenere lo sviluppo di imprese per le quali

il finanziamento bancario risulta inadeguato. I gestori dei fondi italiani di PE sono concentrati fortemente

nel Nord Ovest e gli stessi investimenti dei fondi sono in gran parte diretti verso le imprese localizzate in

quest’area. Tuttavia, gli investimenti di PE in questa zona risentono dei medesimi limiti che si riscontrano

in tutto il Paese.

I fondi di Private Equity nel Nord Ovest:

Strumento importante per favorire la creazione di nuove imprese e si accompagna al venture capital

(VC), che ha lo stesso scopo. Operano in particolare in settori legati alle nuove tecnologie, sia per

consolidare la crescita di imprese già esistenti e di maggiori dimensioni (expansion) sia per rilanciare le

imprese in temporanea difficoltà finanziaria (turnaround).

Si tratta di investimenti che le banche non amano, sono poco attraenti per loro in quanto conservatrici e

non vogliono affrontare queste tipologie di rischi. Il PE è valorialmente più importante del credito

bancario, nel senso che l’obiettivo è quello di far prosperare l’impresa, anche se in Italia è

particolarmente debole in quanto le banche puntano sul credito bancario che è meno rischioso. Il

contributo che il PE può offrire allo sviluppo economico di un’area consiste nel rimuovere alcuni ostacoli

finanziari allo sviluppo di imprese che hanno un elevato potenziale di crescita e costituiscono il segmento

più dinamico dell’economia. Siamo allineati alle regioni europee, le regioni del Nord Ovest sono stati

superiori a quelli realizzati dal cluster sia in valore assoluto sia in valore percentuali. Nel Nord Ovest si

concentrano la maggior parte dei fondi italiani di PE. Quest’ultimo è stato sostenuto dalle SGR (Società

di Gestione Risparmio) in Italia, 6 fondi die quali sono interamente dedicati alle operazioni di venture

capital. Il coinvolgimento degli investitori di PE a favore delle aziende del Nord Ovest appare

prevalentemente dedicato a sostenere l’espansione o il trasferimento proprietario delle aziende. 77

INDUSTRY 4.0

INDUSTRIA 4.0: UN NUOVO APPROCCIO ALLA POLITICA INDUSTRIALE

Enzo Pontarollo

Vi sono obiettivi del Governo italiano sull’industria 4.0. Industria 4.0 è un termine nuovo che è entrato

nel lessico dopo la fiera ad Hannover nel 2011. Questo slogan ha un programma “Hightech-strategie”

presentato dall’Accademia tedesca di Scienze e Ingegneria e dal Governo tedesco: garantire il futuro della

manifattura tedesca e raccomandazioni per attuare l’iniziativa strategica “industria 4.0” (obiettivo). La

Germania è diventata leader di mercato coniugando tecnologie e collaborando con Istituzioni, Università

e Centri di Ricerca. Dal momento che la Germania è tra i Paesi leader al mondo nello sviluppo e fornitura

di tecnologie per l’industria manifatturiera, l’obiettivo è quello di integrare le componenti fisiche

(sistema produttivo) della tradizione tedesca con le nuove componenti dell’ICT (Rivoluzione informatica)

e dell’economia digitale, così da garantirle la leadership sui mercati. Perché ciò avvenga occorre da un

lato adattare le tecnologie ICT agli specifici requisiti del contesto industriale nel quale dovranno essere

utilizzate e dall’altro che questo percorso sia accompagnato da programmi di formazione e di ricerca

specifica per sviluppare nuove metodologie e applicazioni industriali nell’ambito dell’automazione e dei

sistemi di ottimizzazione. È anche necessario formare il capitale umano che riesca ad utilizzare queste

tecnologie e implica un cambiamento degli skills dei collaboratori (Rivoluzione culturale).

Un altro elemento della strategia industriale tedesca è la “Leading Market Strategy”: prevede di creare

una fitta rete di imprese e di punti di produzione promuovendo una più stretta cooperazione tra le varie

aziende, ossia un processo di coinvolgimento di un ampio numero di imprese che vengono chiamate a

collaborare per questi nuovi obiettivi in un contesto che sta cambiando per l’integrazione del digitale nel

tradizionale sistema industriale. Lo scopo è di creare un sistema di produzione integrato

Uno degli obiettivi principali del progetto tedesco è quello di integrare simultaneamente imprese grandi

e PMI anche se quelle piccole ultime non sono pronte. Si vuole trasferire al mondo delle piccole imprese

le nuove tecnologie. Il Governo tedesco investe molto in questo piano (30%) ed è guidato da due

importanti istituzioni tedesche: “Max Planck Institute” e il “Fraunhofer” (istituzione che coordina 66

istituti di ricerca che occupano complessivamente 24mila ingegneri). Il 70% è finanziato dalle imprese o

bandi di ricerca. Vi è un altro organismo “Acatech” (Accademia nazionale delle Scienze e

dell’Ingegneria): organismo tedesco indipendente che fornisce valutazioni che mirano a promuovere la

crescita sostenibile tramite l’innovazione.

Il modello tedesco viene imitato dagli USA: “Internet and Industrial Consortium”(IIC), che collabora

con i colossi dell’industria per incentivare l’uso delle tecnologie e diffondere l’IoT. Vi è anche la “Smart

Manufactoring Leadership Coalition” (SSLC), che lavora sul cloud manufactoring. Entrambe hanno

l’obiettivo di fornire alle imprese nuovi modelli di business e strumenti che garantiscano l’interoperabilità

dei sistemi di rete e applicazioni per scambiarsi informazioni.

Il modello tedesco è stato imitato da molti altri Paesi: “Industrie de future” in Francia, “High Value

Manufactoring” in Inghilterra, in Italia “Piano nazionale Industria 4.0” e in Cina “Made in China

2025”, per diffondere le nuove tecnologie tra le aziende manifatturiere cinesi.

Il nodo da risolvere è l’integrazione delle tecnologie industriali nei processi manifatturieri in quanto

vi è un processo di informatizzazione che permette di coordinarsi tra di loro, interagire condividendo

informazioni e suddividendo il lavoro in modo automatico e dinamico anche per quanto riguarda il

calcolo e il controllo. Risultati: fabbriche con pochissimi scarti, poco spreco di energia e gestiscono le

loro attività in maniera sempre più indipendente rispetto al contributo umano. Questa è una vera e propria

Quarta Rivoluzione Industriale. 78

Precedenti Rivoluzioni:

Ø Prima Rivoluzione Industriale: fine ‘700 con l’invenzione della macchina a vapore in Inghilterra

(nord) che serve molto per l’industria tessile. Ha accelerato il progresso delle attività produttive in

quanto ha permesso di sostituire i mulini che generavano energia.

Ø Seconda Rivoluzione Industriale: tra 1870-1915 legata da un lato all’elettrificazione (creazione

di reti elettriche) dal pdv produttivo e dall’altro l’invenzione del motore elettrico e motore a

scoppio. Con l’elettrificazione si permise di trasportare energia tramite reti senza troppi sprechi.

L’elettricità poteva essere convertita in altre forme di energia quali calore, luce.

Ø Terza Rivoluzione Industriale: prima metà del ‘900 che vede diversi cambiamenti enormi.

Comparto energetico con l’uso dell’energia atomica (in Italia si è votato no contro il Referendum

per creare centrali nucleari).

La Terza Rivoluzione pone le basi per la Quarta Rivoluzione Industriale, che si differenza rispetto alle

precedenti per due aspetti in quanto la Quarta Rivoluzione Industriale è programmata (si è

programmato il cambiamento), mentre le altre sono il risultato di scoperte. L’altro elemento

caratterizzante la quarta fase è l’informatizzazione.

Il Programma Industria 4.0 si pone l’obiettivo di connettere non solo macchinari e impianti, ma anche

prodotti, lavoratori e consumatori, ridisegnando radicalmente i modelli produttivi e di mercato adottati

finora.

L’Europa ha sviluppato un programma comunitario “Industry 4.0” che poi l’Italia ha adeguato alle

proprie caratteristiche industriali. Il Programma Comunitario si basa su 5 grandi progetti:

1. IoT: sigla che nasce nel ’99 al MIT, dove il professore Ashton definisce l’IoT come “insieme di

tutte le cose connesse con Internet attraverso sensori che consentono di realizzare sistemi

intelligenti di identificazione e management”. Assicurano l’interfaccia tra mondo fisico e mondo

digitale: gli oggetti possono comunicare attraverso Internet con altri oggetti, condividere

informazioni, apprendere dalla rivoluzione digitale. L’oggetto si comporta come un sensore, può

dare informazioni su di sé e sull’ambiente circostante e dà regole tramite internet ad altri oggetti.

L’IoT non ha paradigmi, si può applicare ovunque. Ovviamente vi sono segmenti che più

facilmente applicheranno l’IoT e altri faranno più fatica date le caratteristiche merceologiche del

progetto stesso.

2. Gli sviluppi tecnologici in corso forniscono Big Data: informazioni su domanda di beni,

reputazione di marchi e trend di mercato. Sono gli oggetti stessi che forniscono queste

informazioni alle imprese su ogni elemento che fa parte della loro attività economica: generano

dati in quantità enorme in tempo reale. Vi sono dei sistemi “Big Data Analytics” che trasformano

questa massa di dati in informazioni fruibili: capacità di leggere e rendere utilizzabile questa

enorme quantità di dati.

3. Stampa in 3D: la cosiddetta manifattura additiva che utilizza tecnologie molto diverse tra di loro

consentendo la realizzazione di oggetti tramite la somma di strati. Molto diverso dalla vecchia

manifattura che procede togliendo parti per formare un prodotto (stampa 3D è esattamente

l’opposto della manifattura tradizionale). Il CAD tende a scomparire e ridimensionarsi in quanto

sta cambiando il modo di produrre.

4. Cloud computing: consiste nel rendere disponibili risorse informatiche attraverso la rete Internet

servendo servizi usufruibili su richiesta dell’acquirente come servizio di archiviazione dati,

elaborazione… Il vantaggio è la scalabilità: la possibilità di aumentare e diminuire le risorse in

funzione delle proprie esigenze o carico di lavoro. Si paga solo ciò che si utilizza e si può snellire

un’infrastruttura interna aziendale delegando questa attività ad un provider che fornisce questo

tipo di servizio. Vi è anche il cloud manifactoring: servizi necessari che vengono forniti tramite

79

internet in riferimento al bene da progettare, sull’industrializzazione, ciclo di produzione, fornitori

legati alle MP e semilavorati. Tutto è offerto sottoforma di servizio.

5. Cyber security: con l’aumento della connessione globale in rete, aumenta la necessità di

proteggere i sistemi industriali e le linee di produzione da minacce di sicurezza informatica.

Con queste nuove realtà, l’innovazione è sempre più trasversale e incide contemporaneamente su

prodotti, processi e modalità d’uso. È molto invasiva nei confronti degli operatori economici

modificandone anche la relazione tra produttori e consumatori.

Andrea Bianchi, Direttore area politica industriale di Confindustria, osserva che ci troviamo di fronte ad

una vera e propria “Rivoluzione sociale”, non solo industriale. La fabbrica diventa sempre più un luogo

interconnesso con il territorio, con sistema della ricerca e la società. Vi sarà un problema di affrontare la

sostenibilità ambientale: frutto delle vecchie tecnologie che hanno fortemente inquinato l’ambiente. Vi è

un problema serio di far fronte all’inquinamento.

La risposta consisterà in primo luogo in politiche “forward looking”, politiche che guardino avanti (non

bisogna soffermarsi sul presente), innovando gli strumenti pubblici di intervento e favorendo le

partnership pubblico/privato che, in Germania, hanno favorito il successo della manifattura tedesca.

In secondo luogo si impone la necessità di investire sul “capitale umano”, per tenere conto dei

cambiamenti nei profili professionali dei lavoratori, in seguito alla Rivoluzione Digitale. Infine, non

ultimi per ordine di importanza, riguarda i rapporti tra imprese e ricerca. La sfida in questo campo

riguarda il sistema formativo a tutti i livelli e sarà necessario sviluppare un certo numero di centri di

competenza che coinvolgano Università e imprese. Accanto a ciò, occorrerà creare i Digital Innovation

Hubs, che facilitino il trasferimento tecnologico sia tra le Università e le grandi imprese, ma anche tra

scuole tecniche ed imprese di varia dimensione.

Il cambiamento tecnologico sta cambiando la nostra economia, la nostra società e, sotto vari punti di

vista, anche le nostre vite, per cui è necessario non solo subirlo, ma cavalcarlo.

DOCUMENTO CONFINDUSTRIA – ANDREA BIANCHI (22 MARZO 2016)

Indagine conoscitiva su “Industria 4.0”: quale modello applicare al tessuto industriale italiano.

Strumenti per favorire la digitalizzazione delle filiere industriali nazionali

Andrea Bianchi – Direttore Area Politiche Industriali

Punto di partenza è la consapevolezza dei grandi Paesi industriali circa la necessità di sviluppare politiche

industriali nuove rispetto ai vecchi modelli. Soprattutto la crisi economica e finanziaria degli ultimi anni

ha fatto emergere con forza la debolezza di economie eccessivamente finanziarizzate e politiche

economiche sempre meno attente allo sviluppo dell’economia reale

In passato vi sono state diverse iniziative a riguardo, come i piani di settore su spinta comunitaria:

specializzazioni produttive in alcuni comparti e si volevano creare e sviluppare delle politiche a

sostenimento di questi specifici comparti per evolverli. Il risultato è stato modesto in quanto omologava

imprese molto diverse all’interno dello stesso settore, ad esempio piccole e grandi imprese sono molto

differenti e hanno bisogno di politiche ad hoc per far fronte alle diverse problematiche. Vi sono state

anche altre leggi, ma la politica industriale italiana non è stata brillante per i risultati ottenuto.

L’intreccio tra sviluppi tecnologici “normali” (legati all’elettronica, hardware) e il digitale ha cambiato il

paradigma: ogni Paese industrializzato sta cercando un suo percorso di policy in grado di sostenere questo

cambiamento, che può essere considerato “epocale” (bisogna vedere tra qualche anno se la Rivoluzione 80

digitale porterà effettivamente a ciò che promette). Si ha una visione ottimistica, che ha coinvolto i

Governi di tutti i Paesi industrializzati, i quali stanno avviando delle politiche di policy di lungo periodo

per rilanciare il manifatturiero, che si riscopre essere indispensabile per la crescita del sistema

economico. È uno sviluppo industriale fortemente condizionato dalla digitalizzazione che sta emergendo.

Questo, più che del passato, implica una forte integrazione tra ricerca (di base), innovazione (sviluppo

tecnologico) e produzione industriale (qualità); l’Italia è molto forte nell’ultimo elemento, l’industria

tedesca ha tutte e tre (leader, High Tech Strategy – HTS). Questi tre elementi sono la matrice comune

del sistema Industria 4.0. Ogni Paese sviluppa il proprio programma per combinare gli elementi e

adattarli al proprio contesto.

Quando si cambia paradigma vi sono impatti fortissimi sul sistema produttivo che deve cambiare

fisionomia e adeguarsi ai cambiamenti, non solo ma deve essere creatore stesso dei cambiamenti: chi li

crea, è ovviamente il primo a trarne vantaggi; gli altri diventano follower. Questo implica uno sforzo

congiunto di attori quali imprese (devono creare i nuovi prodotti 4.0, introdurre le nuove tecnologie,

padroneggiarle e primeggiare),

Industria 4.0, secondo la definizione della HTS, è la “produzione industriale del futuro”, è il tentativo

di capire quali sono le tendenze, ossia l’intersezione tra digitale e tecnologie tradizionali con la

caratteristica che vi sono tre elementi, i quali richiedono un forte stimolo: velocità del cambiamento,

pervasività dell’innovazione e la sua trasversalità con cui le tecnologie stanno penetrando nella realtà

operativa delle imprese, delle amministrazioni pubbliche e anche dei singoli cittadini.

La definizione produzione industriale del futuro include la produzione estensiva di prodotti

individualizzati (creazione di prodotti ad hoc eventualmente per ogni singolo consumatore), possibile

solo all’interno di ambienti produttivi molto flessibili, capaci di adattarsi continuamente a una domanda

varia e in continua evoluzione. Non è più l’impresa che traina il cambiamento, ma la stessa risponde a un

cambiamento dei gusti, esigenze dei consumatori che si trasformano in domanda. È necessario l’uso di

tecnologie digitali e oltre a queste KETs (Key Enabling Technologies): tecnologie abilitanti che

consentono di dar vita al “cocktail” di innovazione tecnologica articolato e profondamente

interdipendente. Implica che le fabbriche diventino dei luoghi cyberfisici, quindi smart factory in cui il

mondo digitale e reale si integrino: relazioni dirette machine-to-machine (M2M), ossia device in grado di

comunicare autonomamente tra di loro lungo la catena del valore. Le principali smart technologies su cui

dovrebbe fondarsi l’industria del futuro:

Ø Manifattura 3D: stampa additiva;

Ø Automazione avanzata: macchine e robot avanzati in grado di interagire con l’uomo e di

effettuare in maniera autonoma e flessibile funzioni produttive;

Ø Cloud manifactoring: declinazione industriale del cloud computing, per accedere on demand e

open a risorse IT a supporto di processi produttivi e di gestione della supply chain;

Ø Big Data: disponibilità di una quantità enorme di dati che vengono gestiti dalle nuove tecnologie,

ossia Big Data Analytics;

Ø IoT: connessione ultra veloce di oggetti, macchine e uomini, grazie alla quale vengono scambiate

le informazioni sui prodotti e sul funzionamento dei macchinari;

Ø Wearable device: sensori e attuatori che vengono incorporati nei prodotti e sono in grado di

utilizzare reti wireless per comunicare e scambiare informazioni tra di loro.

Queste tecnologie sono già in uso nei settori delle telecomunicazioni e dell’ICT, nei quali è più evidente

l’impatto delle tecnologie. Sono strumenti per aumentare l’efficienza del sistema produttivo.

Altro elemento rilevante è la velocità e l’immaterialità della comunicazione, molto importante

soprattutto a supporto della creazione di una supply chain integrata: catene produttive di reti integrate

worldwide (Global Value Chain, GVC). Un processo di questo genere richiede una rete di 81

comunicazione molto avanzata, quindi le telecomunicazioni è un settore che maggiormente viene

coinvolto e deve essere gestito. È un sistema produttivo smart che è in grado di connettere

contemporaneamente non solo le macchine, ma anche soggetti diversi fisicamente distanti, quindi riduce

le distanze e le asimmetrie informative lungo la catena produttiva.

Si accompagna alla disponibilità di questa massa enorme di dati che possono essere analizzati solo

attraverso le nuove tecnologie, in grado di analizzare e gestire simultaneamente le grandi quantità di dati.

Questa disponibilità in tempo reali di dati, consentirà di monitorare il flusso della domanda.

Vi è la necessità di una formazione più avanzata e focalizzata rispetto questo contesto profondamente

mutato. Al cuore del progetto Industria 4.0, vi è un problema di formazione del capitale umano: senza

un capitale umano adeguato, non si può fare Industria 4.0. È una sfida nel segmento STEM (Science,

Technology, Engeneering and Maths), in cui l’Italia non è particolarmente forte: discipline scientifiche

indispensabili per poter padroneggiare questo tipo di tecnologie e di processi. Vi sarà una crescente

richiesta di capitale umano specializzato in queste discipline. Questo ha un forte impatto sul mercato del

lavoro (effetti sull’occupazione), rende obsolete molte mansioni (gli uomini vengono sostituiti dalle

macchine) e richiede nuove competenze, adeguate ad alimentare costantemente l’avanzamento

tecnologico e il rinnovamento del processo produttivo.

La sfida più importante è l’informazione quale fattore di produzione principale: disporre, acquisire,

elaborare, condividere e sfruttare le informazioni a livello aziendale rappresenta lo strumento

fondamentale per creare o rafforzare rapporti di filiera.

Negli ultimi 20 anni c’è stato un fortissimo fenomeno di reshoring delle produzioni industriali (opposto

all’offshoring, rientro a casa delle aziende che prima avevano delocalizzato), prima vi era il trasferimento

delle attività produttive in Paesi dove la MOD costa poco, pur non essendoci grandi tecnologie

(decentramento produttivo).

Italia vs Germania:

L’articolo mette a confronto Italia e Germania, due manifatture più potenti in Europa, ed evidenzia le

principali convergenze e divergenze nella struttura industriale e produttiva dei due Paesi. Nonostante la

crisi, l’Italia resta, dopo quella tedesca, la seconda potenza manifatturiera d’Europa (follower) e ha nel

manifatturiero il motore della crescita economica. L’industria 4.0 parte dalla Germania che ha fatto la

prima mossa ed è avvantaggiata. Rispetto alla Germania, sia che si parli di Industria 4.0 sia di politica

industriale, il punto di partenza è che l’Italia registra un ritardo nell’adozione di un piano strategico di

politica industriale. Siamo in ritardo anche rispetto agli USA.

La Germania è molto forte nella logistica e il trasporto delle merci è la componente fondamentale del

sistema, legato a due elementi che all’Italia mancano: ferrovie (Deutsche-Bahn) e DHL; facilitano i

trasporti dei beni, soprattutto export, che in un contesto globale il corretto funzionamento dipende dalla

presenza di reti logistiche efficienti e tecnologicamente avanzate. Questo fattore incide positivamente

sulla crescita economica del Paese.

La dimensione media delle imprese tedesche è nettamente superiore alla media di quelle italiane (PMI,

nanismo industriale che danneggia il sistema) come sintomo/effetto di strutture proprietarie molto

semplificate e un’alta diffusione del lavoro autonomo. Inoltre, le imprese italiane sono fortemente

sottocapitalizzate e con una scarsa attitudine ad integrare innovazioni tecnologiche con le quali hanno

poca o nessuna confidenza. Questa composizione del tessuto produttivo incide anche sulla possibilità di

ricorrere a fonti di finanziamento diverse dal credito bancario (sistema bancocentrico, fortemente

dipendenti dalle banche) e da risorse proprie, di realizzare investimenti e di definire strategie di lungo

periodo. Gli effetti di un sistema imprenditoriale così parcellizzato ricadono principalmente sulle

capacità di innovazione delle imprese, sulla loro internalizzazione, sulle dinamiche delle

esportazioni. Il nanismo industriale danneggia il sistema. 82

La Germania investe più pesantemente in R&S e innovazione: nel 2014 l’Italia ha speso 1,3 % del PIL e

la Germania 2,8 % del PIL. Questo dato della Germania è superiore di 0,9% rispetto alla media UE

(1,9%). In Germania esistono due vere reti infrastrutturali di supporto alla ricerca: “Max Planck

Society” e “Fraunhofer Gesellschaft”, finanziate per il 30% dallo Stato e la restante parte da fondi privati

(imprese). Il “sistema” di R&S italiano è molto diverso, si registra una proliferazione di soggetti tra

livello statale e regionale, con interventi non coordinati tra Ministeri, Enti pubblici (CNR, ENEA,

INFN…) e Regioni, che determinano una frammentazione del sistema e una sovrapposizione delle azioni

e degli interventi. È una struttura debole e parcellizzata. Manca una vera e propria governance per la

R&S. Un altro aspetto è che la ricerca italiana è più a livello teorico, quella tedesca è più applicata:

l’Italia presenta una scarsa attitudine all’applicazione dei risultati acquisiti dalla ricerca, sia di base che

applicata, nonché alla collaborazione con e tra le imprese.

In Germania la presenza di grandi imprese nel settore delle tecnologie, che operano in modo integrato in

tutte le fasi dell’innovazione tecnologica dei processi produttivi, ha facilitato la nascita di filiere

fortemente integrate (GVC perfettamente integrate), le quali stanno già operando una trasformazione

della manifattura in chiave digitale.

In Italia invece la maggiore specializzazione dell’industria dei leader nazionali tecnologici e la

polverizzazione in microimprese dell’industria hanno reso finora più difficile la trasformazione delle

filiere manifatturiere in ecosistemi digitali integrati.

Prospettive per l’Italia:

Il tema chiave è la sensibilizzazione del tessuto imprenditoriale, problema che deve essere affrontato

per far conoscere le caratteristiche fondamentali di Industria 4.0 e i principali abilitatori tecnologici.

All’azione di sensibilizzazione deve accompagnarsi una serie di misure per far sì che il sistema

industriale del Paese sia in grado di declinare adeguatamente il modello di Industria 4.0, cogliendone le

opportunità e le potenzialità, ma dall’altro riesca a portare avanti un modello di sviluppo incentrato

sull’innovazione e sulla conoscenza. Temi da portare avanti:

1. Ricerca e innovazione: affinché l’Italia possa beneficiare della trasformazione digitale e

tecnologica della manifattura, è necessario intervenire a sostegno della domanda di innovazione

delle imprese. UCIMU (associazione dei costruttori italiani di macchine utensili) evidenzia come

la dotazione di macchinari delle aziende italiane sia particolarmente obsoleta e che il trend si sia

acuito con la crisi economica e finanziaria. Sono necessarie misure di incentivazione e

detassazione per stimolare gli investimenti delle imprese. Si pensi alla legge “Nuova Sabatini”:

misura che utilizza lo schema finanziario per stimolare l’acquisto di macchinari e tecnologie

digitali abilitanti o il cosiddetto “superammortamento” (consente di dedurre ai fini delle imposte

sui redditi un costo figurativo, fino al 150%) per gli investimenti in beni strumentali nuovi.

2. Digital innovation Hub: utili per il trasferimento della conoscenza. Sono partnership tra

pubblico e privato. Le imprese possono incontrarsi nel “hub”, contaminarsi con tecnologie e

business service digitali, e dialogare con chi gestisce i servizi digitali per sviluppare nuovi

modelli di business coerenti con il progetto Industria 4.0. Gli hub devono essere interconnessi tra

di loro, non solo a livello nazionale ma anche europeo e intersettoriale, al fine di assicurare una

diffusione della conoscenza e superare i limiti del sistema vigente.

3. Formazione e capitale umano: il modello, caratterizzato da un elevato grado di innovazione e

sviluppo/trasferimento tecnologico, deve poter contare su un capitale umano qualificato e

investire sulle competenze. È necessario far sì che la formazione sia orientata a favorire la

diffusione di competenze digitali e a formare una nuova forza lavoro nelle materie STEM,

soprattutto a livello Universitario; inoltre individuare programmi e modalità per rendere

maggiormente “attrattivi” questi insegnamenti agli studenti. Questo è necessario per creare quelle

83

competenze che rispondano adeguatamente alla domanda delle imprese, le quali vogliono

realizzare investimenti privati in ricerca e innovazione.

4. Nuove Catene del valore e crescita dimensionale delle imprese: capacità di inserirsi nelle

catene del valore globale, punto di forza delle filiere integrate tedesche. Si tende ad operare su

scala mondiale ed è fondamentale in queste GVC. Però la dimensione delle imprese italiane è

troppo piccola per competere su scala mondiale, sono necessarie aggregazioni tra imprese e in

particolare le reti di impresa. Ad esempio i consorzi per offrire prodotti a livello mondiale. È

necessario quindi creare reti di imprese per combattere il nanismo industriale.

L’individualismo italiano impedisce di “fare massa critica” per modernizzare la propria

dotazione tecnologica e migliorare le competenze del personale coinvolto.

5. Utilizzare la domanda pubblica come leva di Industria 4.0: lo Stato acquista ingenti quantità di

macchinari e si utilizza la domanda pubblica per sviluppare le tecnologie digitali. Ma questo

metodo di politica industriale è vecchissimo e non si è mai riusciti ad utilizzare la domanda

pubblica come strumento di politica industriale (funziona solo nella teoria, nella pratica in Italia è

difficile da realizzare).

6. Standard, interoperabilità e sicurezza: si definiscono degli standard a livello comunitario in

quanto questo tema riveste assoluta importanza per lo sviluppo di Industria 4.0. è lo strumento in

grado di garantire l’interazione effettiva M2M, assicurando all’informazione di essere raccolta,

analizzata, gestita e trasmessa. È fondamentale definire protocolli e standard condivisi a livello

europeo che assicurino la piena interoperabilità tra i soggetti e processi.

Occorrerà anche un impegno sul fronte della sicurezza dei dati, personali e industriale, e delle reti

(cyber security).

“INDUSTRIA 4.0”: UNA PRIMA RIFLESSIONE CRITICA

Daniele Marini

Il Governo e il Ministro Calenda hanno presentato il Piano Nazionale “Industria 4.0”: progetto

quadriennale (2017-20) il cui obiettivo di fondo è ridisegnare le politiche industriali del nostro Paese.

All’Università di Padova è stato tenuto il primo dibattito nazionale sull’argomento. Fa una riflessione

complessiva sulle trasformazioni in corso e sulle sfide cui la società italiana dovrà incontrare. Aspetti

emersi:

1. Non deve essere una rivoluzione frammentata com’è la struttura produttiva italiana. Deve essere

conosciuta, dandone corpo e unitarietà, non limitata ad una parte di imprenditori e studiosi del

settore. Solo con il fatto di aver attribuito un nome a questo fenomeno, si ha identificato un

processo di sviluppo che sta portando il sistema economico in una nuova dimensione;

2. Il nuovo Piano Nazionale costituisce una rivisitazione delle azioni di politica industriale del

nostro Paese, di quello che è stato fatto finora, offrendo una prospettiva di medio-lungo termine

dell’industria italiana e quindi dell’intera economia. Se ne avvertiva la necessità in seguito ai

cambiamenti e alla globalizzazione;

3. Non riguarda solo le imprese manifatturiere, ma la digitalizzazione dei processi produttivi

investe tutti gli ambiti economici, nessuno è escluso, nemmeno i consumatori;

4. Chi sarà escluso da questi processi rischierà di essere collocato ai margini. Ciò significa che la

progettazione degli interventi deve essere sempre più complessa e multidimensionale, in

termini di eco-sistema;

5. Dimensione dell’incertezza dello sviluppo dei driver tecnologici della Quarta Rivoluzione

Industriale. Siamo in presenza di un set articolato e complesso di innovazioni e lo sviluppo che si

84

genererà attraverso questi strumenti è praticamente impossibile da prevedere oggi. Si apre uno

scenario nuovo e complesso con declinazioni possibili su diversi versanti;

6. È necessario ipotizzare iniziative che sostengano il processo di trasformazione;

7. Tema del capitale umano: vanno attentamente valutate le conseguenze che l’impatto di queste

innovazioni avrà sui territori, sistema produttivo, lavoratori e sulle persone in generale. Le nuove

tecnologie richiedono capacità cognitive diverso rispetto alle precedenti, nuove abilità e

competenze più pregiate. Questo impatta molto sul sistema formativo: educazione e formazione

sono l’elemento aggiuntivo per lo sviluppo del mondo del lavoro e la ricchezza del Paese.

TESTIMONIANZA. INDUSTRIA 4.0, IL PUNTO DI VISTA DELL’IMPRENDITORIA

Alberto Baban

La Quarta Rivoluzione Industriale, l’IoT, l’interazione tra AI, la robotica collaborativa… tutte le

tecnologie che adoperano sistemi più evoluti di connessione, cambieranno radicalmente il mondo

produttivo ma anche quello del consumo e del suo mercato.

Il mondo ha intrapreso la via della modernizzazione costruendo un processo di globalizzazione che alcuni

Paesi provano ad arginare rifugiando in protezionismi anacronisti.

I macrofenomeni degli anni 2000 servono per comprendere il motivo per cui questa nuova

trasformazione nell’era digitale sia così importante per gli imprenditori italiani. Il primo evento di grande

rilievo è la globalizzazione. Gli scambi internazionali sono sempre esistiti, ma la globalizzazione che è

iniziata negli anni 2000 con l’ingresso della Cina nel WTO ci proietta verso un’era ancora più moderna,

che stressa la competizione e misura le nostre aziende sulla loro capacità di essere originali e quanto più

vicine possibile al mercato. La Cina nel 2000 rappresentava il 6,8% del valore aggiunto mondiale

prodotto dalla manifattura sul PIL totale; oggi è arrivata quasi al 30% grazie a produzioni a basso costo

basate soprattutto su prodotti di “replica”, ma è anche il più grande produttore mondiale di alta tecnologia

ed è leader in moltissimi settori come ad esempio produce più della metà dell’acciaio esistente.

I macrofenomeni sono:

1. Globalizzazione con nuovi Paesi protagonisti;

2. Nuove tecnologie digitali;

3. Big data;

4. Sovraccapacità produttiva.

Questi sono i fenomeni che negli ultimi 15 anni ci introducono in una fase differente della competizione,

nella quale prima di pensare a cosa produrre e come farlo è necessario analizzare cosa vuole il mercato.

Per l’Italia, abituata a sviluppare i propri manufatti con un’ossessione quasi maniacale verso la bellezza

del prodotto (intesa come la ricerca del miglioramento continuo della sintesi tra funzionalità ed estetica),

si apre una nuova stagione di opportunità o di incertezza (sta a noi deciderlo!). Le imprese italiane, che

producono prodotti altamente innovativi e funzionali, sono tipicamente piccole e medie e poche di queste

esportano o comunque non abbastanza proprio per questa difficoltà di accesso ai mercati esteri e alla loro

comprensione. Siamo i migliori fornitori di prodotti ad alto contenuto innovativo della Germania, che

rappresenta il nostro primo mercato di esportazione, seguito da Francia e USA. Vi sono troppe aziende

B2B e poche B2C, con una potenzialità inespressa enorme. Siamo i terzisti dei tedeschi e grandi

produttori di macchinari meccatronici, ma tutto questo va a beneficio delle più grandi manifatture

mondiali, che vanno alla conquista dei mercati, spesso anche del nostro.

Questo accade perché saper leggere e analizzare il mercato, saper comprendere cosa vuole il

consumatore, chi compra e quale prezzo è disposto a pagare, è un’abitudine ancora poco italiana che

bisogna acquisire. Utili a ciò sono i Big Data, tecnologia fondante dell’Industria 4.0, banca dati così

interessante che potrà fornire in anticipo delle informazioni sui prodotti da produrre. A ciò si aggiunge 85

l’IoT, ovvero i dati prodotti dalle macchine che a loro volta sono in grado di elaborarli e scambiarli con

altre macchine. La robotica con l’uso di sensori e microchip superpotenti e miniaturizzati potrà sostituire

molte lavorazioni manuali: i nuovi robot sono collaborativi, ossia possono lavorare a fianco di un

lavoratore senza nessun rischio di incidenti perché possiedono dei sensori che percepiscono la presenza

dell’uomo e possono interrompere la lavorazione.

Per questo si può parlare di “digifatture”, non più di manifatture. Le conseguenze sono un aumento della

produttività e una standardizzazione della produzione.

Può sembrare uno scenario eccessivamente futuristico e improbabile, ma è meglio ricordare che negli

USA all’inizio degli anni 2000 la maggior parte delle aziende a maggior capitalizzazione borsistica del

mondo non esisteva ancora: Google, FB (aziende basate sui Big Data).

L’Italia non è fuori gioco perché queste tecnologie 4.0 saranno disponibili a tutti, ma la creazione di

prodotti originali dipenderà dalla capacità di inventarsi il modo di utilizzare le tecnologie e di

personalizzare il prodotto. Bisogna diventare più internazionali, connettersi con il mondo e costruire il

nuovo made in Italy arricchito dalla creatività abbinata a queste nuove tecnologie, senza perdere le

nicchie dell’agroalimentare e del fashion.

L’industria italiana 4.0 può essere una rivincita, creare posti di lavoro e manifatture ad alto valore

aggiunto. Bisogna introdurre una nuova cultura dell’utilizzo delle tecnologie e costruire il nostro modo di

interpretare questa Quarta Rivoluzione. Possiamo guardare al futuro con fiducia alla sola condizione che

si voglia cavalcarlo e non subirlo. 86

DOMANDE TEMI D’ESAME

1. Illustra

a) Le principali caratteristiche delle industrie a rete

L’elemento essenziale dei servizi di pubblica utilità a rete è l’esistenza di una rete fisica necessaria per la

fornitura del servizio, ad esempio la rete telefonica, la rete elettrica, la rete ferroviaria, la rete di gasdotti

ma anche il sistema di prenotazione elettronico del trasporto aereo. Anche le autostrade rientrano in

questa particolare categoria ma hanno delle caratteristiche “non comuni” alle reti: non vi è concorrenza e

quindi il regolatore ha il solo compito di controllare le tariffe. La rete, o spesso una parte della rete, è

un’infrastruttura indispensabile (essential facility) per la fornitura del servizio.

Le caratteristiche comuni alle network industries sono:

1. Complementarietà: le industrie a rete non sono caratterizzate da singoli prodotti isolati, ma sono dei

sistemi di attività, per cui un singolo componente della rete non presenta alcun valore in assenza del bene

complementare. Cosi ad esempio un produttore di energia elettrica non può vendere elettricità se non ha

la possibilità di accedere alla rete elettrica. A sua volta una rete elettrica ad alta tensione è poco utile se

non può essere collegata a una rete a bassa tensione che le permetta di raggiungere gli utenti finali. Inoltre

le compagnie aeree non riuscirebbero a vendere i propri biglietti se non ci fossero uno o più sistemi di

prenotazione integrata operativi simultaneamente.

2. Compatibilità e standard: l’interconnessione è fondamentale nelle reti e quindi vi è la necessità di

fissare degli standard per avere compatibilità. Oggi, in seguito alla creazione dell’UE, vi sono delle

agenzie apposite che utilizzano meccanismi di standardizzazione decisi a livello comunitario. In passato

queste decisioni erano prese da organismi nazionali con conseguenze rilevanti. Ad esempio la Spagna

franchista aveva mantenuto, per ragioni di controllo politico (temevano l’espansionismo francese), un

sistema ferroviario con rotaie a scartamento ridotto rispetto a quello presente in Francia e nel resto

d’Europa, rendendo così impossibile il transito di treni europei sulla propria rete. Complementarietà e

compatibilità sono strettamente collegate.

3. Esternalità di rete: l’utilità per chi usa il servizio è influenzata dal numero di altri utilizzatori della

rete. Questo fenomeno è denominato “effetto rete”. La forza di una rete è legata al numero di utilizzatori

della stessa. Ad esempio nessun utente accetterebbe di sottoscrivere un abbonamento telefonico sapendo

che nessun altro utilizza il telefono, ma all’aumentare del numero di abbonati cresce il valore del servizio

telefonico. Per questi motivi è necessaria l’omogeneizzazione e l’interconnessione tra le reti.

4. Switching costs: prima della liberalizzazione, operata dalla Comunità Europea, ad esempio chiudere

un contratto di un abbonamento telefonico con una società e aprirlo con un nuovo operatore implicava il

cambio del numero di telefono (oggi vi è la portabilità) e questo comportava un elevato costo di

cambiamento per l’utente. I costi di cambiamento o switching costs hanno l’effetto di trattenere i clienti

(lock-in); così un’impresa già affermata può aumentare le tariffe senza rischiare di perdere tutti i clienti.

Tali costi possono essere esplicitamente previsti in tutti i contratti di servizio e addossati a carico dei

clienti che interrompono il contratto stesso.

5. Economie di scala: esistono forti economie di scala nelle reti fisiche, le quali comportano costi

altissimi e irrecuperabili. I vantaggi di scala sono tanto maggiori quanti più clienti si hanno, ovvero la

curva dei costi medi decresce rapidamente all’aumentare del numero dei clienti.

L’esempio emblematico riguarda una recente fusione avvenuta tra 3 e Wind con l’obiettivo di realizzare

elevate economie di scala, tagliare i costi e raggiungere un maggior numero di clienti. La presenza di

economie di scala tende a determinare spesso posizioni di monopolio poiché una rete maggiore permette

di raggiungere più clienti.

In virtù di queste caratteristiche particolari comuni, le network industries non possono essere lasciate al

libero mercato in quanto si creerebbero dei monopoli. Questi servizi devono essere offerti in mercati

competitivi (migliore qualità del servizio e prezzi più bassi): si procede verso una liberalizzazione di

questi servizi, accompagnata da una regolamentazione.

Inoltre le reti possono essere distinte in due tipologie principali:

- rete one way: reti a senso unico come la rete elettrica, idrica, gasdotti. Sono reti che collegano varie fasi

della filiera produttiva dalla produzione, al trasporto, distribuzione del bene o servizio al cliente finale. 87

- rete two ways: reti a doppia direzione, ad esempio rete telefonica (in generale telecomunicazioni) e

ferrovie. Consentono di raggiungere utenti diversi nello spazio e il prodotto è realizzato collegando punti

o terminali localizzati in luoghi diversi.

b) Le ragioni per le quali i gestori a rete sono verticalmente integrati

Le caratteristiche descritte sopra hanno contribuito alla nascita di veri e propri monopoli nei servizi a

rete. I servizi di pubblica utilità sono stati tradizionalmente soggetti a una forma di regolamentazione

pubblica in quasi tutti i Paesi: la produzione e la distribuzione di questi servizi è stata in passato affidata

a singole imprese pubbliche, verticalmente integrate, operanti in condizioni di monopolio. Il regolatore

pubblico decideva l’entrata di nuovi operatori, le tariffe praticate e gli standard di qualità del servizio. Vi

era la convinzione che un’impresa pubblica e dunque un monopolio pubblico fosse più facilmente

regolabile in termini di qualità del servizio, standard tecnici da adottare e obblighi di fornitura da

rispettare. Inoltre i settori sono caratterizzati da subadditività nei costi (meno costoso produrre il servizio

tramite una singola impresa che non attraverso due o più imprese) che rende non efficiente la

duplicazione delle stesse reti. Gli assetti di mercato che hanno prevalso sono appunto quelli del

monopolio verticalmente integrato: una singola impresa è riuscita a controllare tutte le fasi della filiera

produttiva e in alcuni casi a coprire anche i mercati di alcuni prodotti complementari.

Le ragioni che portano un’impresa ad integrarsi verticalmente risiedono nelle possibilità di:

- internalizzare le esternalità: l’impresa si integra acquisendo le imprese a valle (distributori) per poter

praticare prezzi differenziati a seconda della diversa elasticità di prezzo dei clienti finali. In questo modo

riesce ad estrapolare tutto il surplus dei consumatori.

- eliminare i comportamenti opportunistici da parte di fornitori o distributori: può essere il caso di

un’impresa che dipende da un input insostituibile (rame). Il proprietario stipula dei contratti di fornitura

con il proprietario di una miniera di rame e decide di localizzare i propri impianti vicino alla miniera. Il

proprietario della miniera potrebbe ripudiare gli accordi e richiedere prezzi più alti. L’integrazione

verticale, mediante l’acquisizione della miniera, eliminerebbe il rischio di essere vittime di

comportamenti opportunistici.

- accrescere il potere di mercato: un esempio di questo tipo è il vertical foreclosure (ostacolo verticale

alla concorrenza), un monopolista controlla il sistema di prenotazione computerizzata dei voli aerei

(infrastruttura indispensabile) e vi sono altre 3 compagnie aeree in concorrenza tra di loro. Il monopolista

potrebbe integrarsi acquisendo una delle tre compagnie e rifiutare l’acceso alla propria rete, costringendo

così le altre due ad uscire dal mercato. La Scuola di Chicago ha però criticato questo tipo di spiegazione

osservando che il monopolista può ottenere un profitto di monopolio sul proprio input insostituibile (la

rete di prenotazione aerea) ma non può accrescere il potere di monopolio, e quindi i profitti, sui mercati a

valle o a monte se questi sono concorrenziali. L’integrazione verticale potrebbe allora essere un modo per

difendere il potere di mercato piuttosto che per accrescerlo: acquisire un’impresa a monte o a valle

può essere un modo per ridurre la tentazione all’opportunismo e per impegnarsi in modo credibile a non

accrescere l’accesso all’infrastruttura o a non praticare sconti.

c) Le politiche utilizzate per favorire la concorrenza in questi settori

Le politiche hanno seguito la via della liberalizzazione, necessaria per superare il “collo di bottiglia”

rappresentato dalla rete detenuta dal monopolista, insieme ad interventi regolatori mirati alla rimozione

delle restrizioni alla concorrenza in un dato mercato.

Nel caso di monopoli pubblici, alla decisione di liberalizzare può associarsi quella di privatizzare

l’impresa monopolista. La privatizzazione ha come obiettivo quello di modificare gli incentivi

all’efficienza per l’impresa incumbent e ridurre le possibilità di sussidi pubblici che creerebbero

condizioni di concorrenza sleale nei riguardi di nuovi operatori privati operanti sul mercato.

Una prima questione da risolvere riguarda quella dell’ottima sequenza tra liberalizzazioni e

privatizzazioni. La scelta desiderabile è che prima si apra il mercato, si riducano le barriere all’entrata e

poi si collochi sul mercato il capitale del monopolista da privatizzare. In Italia è avvenuto il contrario:

prima è avvenuta la cessione ai privati di quote capitale del monopolio pubblico e dopo si è deciso di

liberalizzare il mercato. Questo è dettato da motivi di finanza pubblica da parte del Governo, che ha come

obiettivo quello di massimizzare l’incasso lordo della cessione delle proprie imprese. 88

La liberalizzazione è necessaria per accrescere la concorrenza, conseguire guadagni di efficienza, tariffe

più basse e maggiore qualità. L’Autorità antitrust avrà il compito di contrastare eventuali pratiche

anticompetitive messe in atto dall’ex monopolista per scoraggiare l’entrata di nuovi operatori.

Un’efficace politica della concorrenza dovrebbe anche prevedere forme di incentivazione all’entrata,

ossia forme di regolamentazione asimmetrica: alcune regole speciali che si applicano solo ai nuovi

operatori o solo all’ex monopolista, con durata temporanea, quali ad esempio sussidi diretti ai nuovi

entranti, forme di riduzione degli switching costs, condizioni di accesso e interconnessione

all’infrastruttura più ragionevoli, limitazione all’entrata di ulteriori operatori…

2. Descrivi

a) Cos’è un essential facility

Il concetto di “essential facility” è stato introdotto per la prima volta nel 1912 negli USA nel caso

“Terminal Railroad Association”. Un pool di società ferroviarie avevano creato una joint venture per

costruire un ponte sul Mississippi (infrastruttura essenziale per l’attraversamento del fiume), impedendo

ai concorrenti di attraversarlo. Il Department of Justice condannò l’associazione per violazione dello

Sherman Act.

In Europa il primo caso nel quale venne impiegata la nozione di infrastruttura essenziale fu quello contro

la “United Brands” nel 1978. La Corte di Giustizia europea accusò la società di pratiche anticompetitive

mirate ad escludere i concorrenti dalla rete di distribuzione delle banane su mercati europei.

Un essential facility è un input indispensabile a tutte le imprese per fornire il servizio e raggiungere i

clienti finali. La sua duplicazione non è economicamente efficiente e non è desiderabile da un punto di

vista sociale in quanto si sprecherebbero risorse (wasteful duplication) e comporterebbe dei costi di

fornitura molto superiori a quelli minimi possibili del monopolio naturale. Molto spesso l’utilizzo della

rete è possibile simultaneamente a più operatori, quindi non vi è rivalità nell’uso. Queste reti essenziali

devono essere messe a disposizione di tutti gli operatori.

Le caratteristiche che permettono di definire essenziale un input sono:

- L’essential facility deve essere in grado di garantire un vantaggio fortissimo e pressoché insormontabile.

- L’input deve essere essenziale, non devono esistere sostituti sufficientemente simili da consentire lo

svolgimento dell’attività economica senza ricorrere all’input in questione.

- L’input deve essere condivisibile, deve permettere l’utilizzo contemporaneamente a più attori, anche in

competizione tra loro, senza che alcuno debba ridurre le proprie attività.

- L’input deve essere non duplicabile in termini economici.

Esempi di essential facilites sono: nell’industria aerospaziale le piste in un aeroporto, per i trasporti

marittimi le attrezzature portuali, nella telefonia fissa il local loop che collega tutti i telefoni di casa con la

rete, per la generazione di energia elettrica la rete di trasmissione e di distribuzione dell’elettricità, per la

produzione di farmaci un certo ingrediente chimico…

b) Come si affrontano i problemi dell’accesso ad essa

La nozione di essential facility può essere ricondotta all’art. 82 del Trattato CE (ripreso dall’art.3 della

legge 287/1990), che vieta l’abuso di posizione dominante da parte del proprietario dell’infrastruttura

essenziale e individua come una possibile manifestazione di tale abuso l’adozione di pratiche che possano

limitare la produzione, gli sbocchi a danno dei consumatori.

In queste situazioni l’autorità può obbligare il proprietario dell’input a consentirne l’accesso ai

concorrenti. Però bisogna procedere con cautela in quanto si potrebbero ledere i diritti di proprietà

obbligando a concedere l’accesso all’essential facility, inoltre si potrebbe avere l’effetto di scoraggiare

investimenti simili altrove, dal momento che la prospettiva di essere espropriati dei propri investimenti

scoraggia le imprese dall’introdurre per prime nuovi input e nuove infrastrutture.

L’imposizione di un diritto di accesso ad un’infrastruttura essenziale a favore dei concorrenti è un

problema simile a quello dei brevetti ed è necessario il giusto bilanciamento tra il desiderio di

promuovere la concorrenza e il mantenimento degli incentivi all’investimento, tra rigidità e permissività.

Il problema principale è che esiste un’importante differenza tra le imprese che hanno investito e le

imprese che hanno ottenuto il diritto all’uso di una certa infrastruttura, senza aver sopportato il rischio 89

della creazione o senza aver pagato gli ingenti costi per la costruzione dell’infrastruttura. Per questo

motivo in Italia la maggior parte delle grandi infrastrutture sono sempre state costruite dallo Stato.

La disciplina della concorrenza in sede comunitaria (art. 82 del Trattato CE) è ormai consolidata nel

ritenere che l’accesso ad essa debba essere consentito a condizioni obiettive, non discriminatorie e

correlate ai costi. Questo precetto è valido sia in un’ottica antitrust, che in un’ottica regolatoria.

c) Quali sono i rimedi comportamentali e strutturali che sono stati individuati per risolvere i

suddetti problemi

Il concetto di essential facility inoltre risulta essere lo snodo fondamentale tra regolazione e l’antitrust, in

quanto da un lato sancisce il ruolo del Regolatone nel determinare i processi di entrata e dall’altro ne

limita i poteri.

In un caso antitrust può essere aperto un procedimento per abuso di posizione dominante se le condizioni

di accesso non sono obiettive, discriminanti e non orientate ai costi. In genere l’autorità per la

concorrenza non fissa essa stessa le condizioni per l’accesso, ma si limita a valutare la congruenza di

quelle fissate dal titolare dell’infrastruttura con la normativa antitrust. Il Regolatore interviene prima in

quanto definisce le condizioni di accesso e fissando sia i prezzi di accesso che quelli finali. Il mercato non

è in grado di fissare il prezzo in modo corretto (né troppo basso né troppo alto) in assenza di

regolamentazione. Così facendo, il Regolatore determina con le sue scelte molte delle caratteristiche dei

nuovi entranti e la struttura del mercato, in particolare il numero, le caratteristiche e l’efficienza dei nuovi

entranti.

La Regolazione fornisce una soluzione ex ante e la tutela della concorrenza una soluzione ex post al

medesimo problema. In questo modo si ottengono soluzioni che si discostano il meno possibile da quelle

che sarebbero generate da un mercato concorrenziale. Questi due strumenti di public policy sono

complementari: nei settori come le telecomunicazioni, in cui i processi di entrata sono ormai molto ampi

e il monopolio sta lasciando il passo a forme di mercato diverse, il ruolo della regolazione si va

riducendo, a favore di quello della tutela della concorrenza e del mercato.

3. Illustra:

a) Che cos’è il monopolio naturale

Un monopolio naturale è costituito da un’industria in cui, per l’intero tratto rilevante della curva dei costi,

la funzione di costo degli operatori è subadditiva, ovvero il costo realizzato da una sola impresa è

inferiore alla somma dei costi realizzati da tutte le altre imprese: C(Q) < C(q ) + C(q ) +…+ C(q ).

1 2 k

In queste particolari industrie la tecnologia produttiva tende alla concentrazione ed è più efficiente che

una sola impresa produca tutte le quantità necessarie, coprendo così tutto il mercato. Questo si verifica

perché il monopolio naturale presenta costi medi decrescenti e costi marginali costanti o decrescenti. Una

curva dei costi medi fortemente decrescente determina subadditività e di conseguenza l’esistenza di

monopolio naturale. In questi casi la forma di mercato ideale è quella del monopolio naturale.

I principali esempi di monopolio naturale sono legati alla realizzazione delle grandi infrastrutture

quali rete ferroviaria, rete stradale e autostradale, rete per la distribuzione del gas, elettricità, porti,

aeroporti… le quali sono state in passato costruite dallo Stato, in quanto unico ente con risorse

economiche a disposizione per sostenere ingenti costi per la costruzione di queste strutture. Essendo beni

essenziali per lo sviluppo del Paese, nel Secondo Dopoguerra, vi era l’idea che lo Stato dovesse

controllare direttamente questi settori (fenomeno della nazionalizzazione). I risultati delle ricerche

empiriche e teoriche sul monopolio naturale hanno sottolineato i limiti dell’intervento regolatorio che

spesso, nonostante fosse condotto per garantire risultati efficienti nell’interesse della collettività, ha

determinato delle inefficienze maggiori di quelle che si proponeva di correggere.

Negli anni ’70-80 anche l’Italia segue la tendenza inglese (Thatcher) e americana (Reagan) alla

deregolamentazione, ossia alla liberalizzazione dei monopoli naturali per creare concorrenza

all’interno del mercato; allo stesso tempo si procede verso una regolamentazione degli stessi, in quanto

la liberalizzazione deve essere guidata e regolata. Viene creato un diverso sistema regolatorio nel quale

tariffe e prezzi sono fissati, non da uffici del Ministero, ma da autorità indipendenti dal Governo, dalla

politica e da qualsiasi altro portatore di interessi. 90

b) Indica perché viene sottoposto a regolamentazione

I settori di pubblica utilità o grandi infrastrutture a rete, come il servizio postale, telefonia, energia

elettrica, gas naturale, acqua e così via, sono spesso caratterizzati da monopoli naturali, almeno in alcuni

servizi che offrono. Questi settori sono stati spesso soggetti a regolamentazione in quanto l’eccesso di

entrata causerebbe uno spreco di risorse e il mancato raggiungimento di obiettivi socialmente

desiderabili, come la non fornitura del bene/servizio a tutte le aree geografiche del Paese o alle categorie

di consumatori più disagiate.

Inoltre in presenza di monopolio naturale un’unica impresa serve l’intero mercato, quindi ha un enorme

potere e spesso tendono ad estendere il proprio potere monopolistico anche nelle fasi successive in cui

non dovrebbero esservi situazioni di monopolio. Questo causa una perdita di efficienza nel sistema.

In Italia si ha avuto questo problema nel caso “Terna”, trasporto ad alta tensione (essential facility)

costituito da monopolio naturale. Enel ha esteso il proprio potere monopolistico nelle fasi successive della

rete di distribuzione diventando monopolista a valle. Il Regolatore ha scorporato questo segmento di rete

in quanto a valle della distribuzione si richiede elevata concorrenza.

Lo stesso problema si è posto nelle telecomunicazioni, in passato vi era monopolio naturale nella rete

telefonica in rame, ma questa volta il regolatore non è intervenuto in quanto la tecnologia ha agito al

posto del Regolatore e ha abbattuto il monopolio attraverso la digitalizzazione.

Tuttavia esiste sempre l’eccezione alla regola poiché vi è un monopolio naturale che non richiede

regolamentazione, quello di perfetta contendibilità. In un mercato perfettamente contendibile l’entrata è

completamente libera (non può essere impedita mediante riduzioni rapide di prezzo da parte

dell’incumbent), l’uscita non comporta sunk costs, il new comer e l’impresa già affermata competono

sulla base della stessa tecnologia. Un monopolista che opera in queste condizioni non può in equilibrio

praticare un prezzo superiore al costo marginale e quindi godere di profitti positivi. Solo in questo

specifico caso il ricorso alla regolamentazione è superfluo in quanto la perfetta contendibilità dà luogo a

risultati socialmente ottimi e l’introduzione di barriere amministrative all’entrata su mercati contendibili

causerebbe solo una diminuzione del benessere sociale, creando artificiose posizioni di rendita.

c) Quali sono le politiche regolatorie adottate nei suoi riguardi

In presenza di settori caratterizzati da monopoli naturali le possibili alternative in termini di intervento

pubblico sono:

- Lasciare il settore privo di regolamentazione;

- Eliminare il monopolio imponendone lo smembramento;

- Regolamentare il settore.

Per rispondere adeguatamente alla domanda bisogna valutare la sostenibilità del monopolio e distinguere

i casi in cui un monopolio è sostenibile da quello non sostenibile, in quanto non tutte le configurazioni di

mercato sono sostenibili. Un prezzo di monopolio è sostenibile se a quel prezzo il monopolista è in grado

di recuperare tutti i costi di produzione, se può soddisfare l’intero mercato e se nessun potenziale entrante

può adottare una combinazione di prezzo e quantità offerta i cui i ricavi coprano anche i costi di entrata.

Nel caso di monopolio naturale sostenibile, a seconda del livello di barriere all’entrata/uscita, il

monopolista praticherà un prezzo via via superiore rispetto al costo marginale sino ad arrivare al prezzo di

monopolio che massimizza il proprio profitto. Il mancato intervento pubblico in questo caso

provocherebbe effetti negativi sul benessere sociale. La regolamentazione consiste nell’imposizione di

controlli sulle tariffe applicate dal monopolista e nell’obbligo di fornire il prodotto/servizio all’intero

mercato, al fine di eliminare le distorsioni provocate dal restringimento della quantità prodotta (strategia

che adotta tradizionalmente un monopolista per aumentare i profitti).

Per quanto riguarda la seconda modalità di intervento, lo smembramento del monopolio naturale non è

una politica desiderabile, poiché condurrebbe ad una configurazione di mercato con più produttori, che

non è efficiente. Questo perché la subadditività, condizione necessaria affinché si possa parlare di

monopolio naturale, implica minori costi solo se la produzione è affidata a un solo operatore.

Invece se il monopolio non è sostenibile, senza intervento pubblico, si assisterebbe all’ingresso di nuovi

concorrenti nel settore. Tale risultato non è socialmente desiderabile in quanto si avrebbe uno spreco di

risorse poiché i costi totali di produzione non verrebbero minimizzati.

L’eccesso di entrata è probabile nel caso di monopolio naturale multiprodotto, ossia produzione

beni/servizi destinati a varie fasce di consumatori o a più mercati. Il monopolista multiprodotto può 91

adottare politiche discriminatorie di prezzo, tra le varie categorie di consumatori o tra i vari mercati,

mediante sussidio incrociato: prezzi più alti ai consumatori con reddito elevato e domanda rigida, prezzi

più bassi ai consumatori con domanda più elastica. I nuovi entranti potrebbero entrare sul mercato e

soddisfare solo la parte caratterizzata da prezzo e margini più alti, lasciando al monopolista la parte di

consumatori a prezzo più basso. Questo fenomeno viene denominato “cream-skimming”. Ciò avrebbe

effetti sia in termini di maggiori costi complessivi di produzione sia di rottura del monopolio naturale, ma

anche di chiusura di alcuni mercati o addirittura eliminazione del bene/servizio ad alcune categorie di

consumatori. Il rischio di questo genere di fenomeni indesiderabili spiega perché sia auspicabile una

regolamentazione pubblica che ostacoli l’ingresso di nuovi entranti mediante la fissazione di barriere

all’entrata. Nei servizi di pubblica utilità la regolamentazione assume la forma di barriera amministrativa

all’entrata o di regime di concessione in esclusiva che assicura ugualmente il monopolista dal rischio di

eccesso di entrata. Alla creazione di barriere all’entrata si accompagna un intervento di controllo sulle

tariffe e ulteriori vincoli, come ad esempio l’obbligo di fornire il servizio all’intero mercato.

4. La relazione Principale-Agente gioca un ruolo fondamentale nella regolazione dei mercati.

Individua gli attori che vi sono coinvolti, i rapporti che si instaurano tra loro ed i problemi

che emergono in tali rapporti

Nel processo regolatorio vi è il problema riguardante il modo in cui deve essere gestito il rapporto

principale-agente, denominato “problema di agenzia”. Riguarda il rapporto tra cittadini (principale) e

autorità (agente) e quest’ultima deve operare per conto del principale. Obiettivo della regolamentazione

è quello di tradurre il mandato ricevuto dagli elettori in norme amministrative coerenti, poiché

l’intervento pubblico deve tutelare ed esprimere le esigenze dei consumatori/cittadini.

Gli attori coinvolti nel processo regolatorio sono i cittadini (elettori), i politici, il Regolatore e le

imprese. I legami che intercorrono tra questi attori creano un complesso sistema di relazioni principale-

agente, che si estendono su tre diversi livelli di rapporto:

- cittadini-politici: i politici operano come agente per gli elettori e operano secondo il mandato dei

cittadini;

- politici-Regolatore: il Regolatore opera come agente per i politici, essendo istituito dal Parlamento;

- Regolatore-imprese: le imprese operano come agente per il Regolatore e devono attenersi alla regole

stabilite da quest’ultimo.

Il problema di agenzia deriva da questo lungo processo di delega proprio del meccanismo regolatorio.

In ognuno di questi livelli, il grado di aderenza del comportamento dell’agente alle indicazioni del

principale dipende da diversi fattori, che determinano discrasia nel rapporto principale-agente.

Vi è un diverso grado di aderenza del comportamento di un attore rispetto ad un altro e spesso l’agente,

motivato dalla ricerca della propria autonomia, non svolge esattamente il mandato ricevuto dal principale.

Questo accade soprattutto a causa delle diverse funzioni-obiettivo dell’agente e del principale, che

evidenziano i differenti interessi coinvolti:

- i politici vogliono aumentare il consenso e quindi possono richiedere all’agente di assumere più addetti

ad esempio nel servizio postale, non per aumentare la qualità del servizio, ma semplicemente per

garantirsi maggiori voti;

- il Regolatore potrebbe ridurre le tariffe di un particolare servizio pubblico se le considera elevate, ma

questo potrebbe andare contro le operazioni di privatizzazione messe in atto dal Governo in quanto tariffe

troppo basse potrebbero impedire la privatizzazione;

- l’impresa potrebbe gonfiare i propri costi per ottenere dal Regolatore tariffe più elevate, a discapito dei

cittadini.

In ciascun livello della regolamentazione, vi è sempre asimmetria informativa tra principale e agente:

la parte meno informata (principale) delega ad una parte più informata (agente) lo svolgimento di un

incarico. Vi sono due tipologie di asimmetrie informative che agiscono ex-ante ed ex-post:

1. Adverse selection (ex ante): l’agente detiene più informazioni private rispetto al principale e sfrutta il

vantaggio informativo impedendo alla controparte di definire un contratto ottimale. Ad esempio può

sfruttare le tariffe dell’energia elettrica, informazioni difficilmente comprensibili da parte di un cittadino.

2. Moral hazard (ex post): riguarda la presenza di asimmetrie informative dopo la stipula del contratto

che impediscono al principale di verificare l’azione dell’agente, il quale può attuare dei comportamenti 92


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in management per l'impresa (MILANO - ROMA)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher yaya94ila di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia delle forme di mercato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Pontarollo Enzo.

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