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SOCIOLOGIA

Che cos’è la sociologia?

All’inizio del volume, Jedlowski definisce la sociologia come l’insieme dei discorsi e delle pratiche

hanno per oggetto le relazioni e le istituzioni umane, dunque la società.

È però innegabile che i diversi sociologi hanno inteso in modi diversi la sociologia, quindi è

impossibile darle una definizione univoca. Infatti, alla fine del volume, pur riconoscendo che tutte

le definizioni hanno in comune l’auto-comprensione della società e la risposta a bisogni

organizzativi, definisce la sociologia come “ciò che i sociologi fanno”.

A cosa serve?

Per Jedlowski, la sociologia si propone di rispondere a bisogni organizzativi.

Nel primo capitolo di Wallerstein, la sociologia è definita una “disciplina nomotetica”, poiché

basata su modalità empiriche, anche se è diversa dalla scienza perché non può formulare teorie

universali.

(Jedlowski) Essendo quindi una scienza, la sociologia risponde a un bisogno di conoscenza e ci

permette di capire almeno in parte i condizionamenti a cui siamo sottoposti, rendendoci più liberi e

consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni.

La sociologia intesa come disciplina autonoma. Quando, come e perché?

[Wallerstein cap.I / Jedlowski cap.I]

La sociologia viene intesa come disciplina autonoma con l’avvento dell’età moderna.

Per gli storici, la nascita dell’età moderna risale al 1492, anno della scoperta dell’America. Infatti,

questo evento causò un enorme allargamento degli orizzonti.

Tuttavia, la gente del tempo non era ancora consapevole di vivere in un’epoca di svolta, cosa di cui

invece erano almeno in parte coscienti coloro che hanno vissuto la II metà del 1700.

Nella II metà del 1700, infatti, si assiste a una duplice rivoluzione: una rivoluzione economico-

tecnologica, rappresentata dalla Rivoluzione Industriale, e una rivoluzione politico-ideologico-

istituzionale, rappresentata dalla Rivoluzione Francese.

Pur essendo stato un processo graduale, quello della Rivoluzione Industriale è chiamato

“rivoluzione” perché, con l’introduzione di un nuovo modo di produzione, ha indubbiamente

cambiato al vita degli uomini. Il modo di produzione industriale, detto anche capitalistico, è infatti

capace di accrescere sempre di più la produzione, introducendo le prime forme di idea di

“progresso”.

La Rivoluzione Francese del 1789 fu decisiva per l’esigenza dello studio della realtà sociale grazie

all’introduzione di due nuovi principi: la normalità del cambiamento (e quindi delle rivoluzioni

politiche) e l’attribuzione della sovranità al popolo (che legittima il potere attraverso organi

rappresentati. Infatti, nasce anche l’idea che tutti gli uomini debbano avere gli stessi diritti).

La concomitanza di questi due eventi e di quelli ispirati ad essi rappresentò un’accelerazione della

storia, accelerando di conseguenza anche il mutamento della società, che non poteva più essere

data per scontata.

È in questo periodo infatti che, data l’esigenza crescente di comprendere il modo in cui l’uomo

conosce, si assiste al “divorzio” tra scienza e filosofia, tra discipline nomotetiche ed idiografiche. Su

questa scissione si baserà l’università moderna del XIX secolo, divisa tra facoltà umanistiche e

scientifiche. Le scienze sociali si collocavano in quest’ambito a metà dei due indirizzi di studio, i

loro studiosi si dividevano tra chi avesse una visione scientifica e chi una visione umanistica.

La storia, scienza sociale più antica di tutte, ha un carattere prettamente idiografico ed è finalizzata

allo studio del passato. Con il crescente bisogno di studiare il presente, la scienza sociale si divide in

altre 3 discipline, ognuna per una sfera sociale: l’economia, che studia il mercato, la scienza

politica, che studia lo Stato, e la sociologia, che studia la società.

Queste discipline erano considerate nomotetiche, poiché studiate con modalità empiriche.

Tale divisione dei saperi si disgregherà poi nel secondo dopoguerra, con l’avvento delle area

studies e delle teorie dello sviluppo.

Quali mutamenti subisce la storia nel 1800?

La storiografia, nel 1800, subisce una “rivoluzione” da parte soprattutto di Leopold Ranke. Infatti,

viene sostenuta l’idea che la storia debba essere scritta così com’è davvero accaduta, senza

speculazioni e/o leggende che possano distorcerla e attraverso la ricerca di documenti che

risalissero all’epoca che si voleva descrivere, che poi sarebbero stati conservati negli archivi.

La storia, nella divisione tra facoltà umanistiche e scientifiche, si poneva come facoltà umanistica,

in quanto poneva l’accento sull’agire umano, fattore che differenziava le dinamiche sociali da quelle

fisiche.

Essendo che gli storici erano concentrati per il 95% in 5 nazioni, cioè Francia, Stati Uniti, Gran

Bretagna, Italia e Germania, la prima storia scritta e insegnata fu quella di queste 5 nazioni, intesa

come tutto ciò che era accaduto nei loro confini così com’erano intesi nel XIX secolo. Ciò valeva

anche per i sociologi, gli economisti e per gli scienziati della politica.

Era una disciplina che aspirava ad essere ideografica, a raccontare cioè di eventi specifici, unici,

particolari.

Se la storia, la sociologia, l’economia e la scienza politica studiavano

principalmente le 5 nazioni “moderne”, chi studiava il resto del mondo?

Dato che nel 1800 le 5 nazioni “moderne” cominciarono a colonizzare alcuni territori e a

intrattenere relazioni commerciali o combattere guerre con altre nazioni, sembrava opportuno

studiare anche il resto del mondo, compito affidato all’antropologia e all’orientalismo.

L’antropologia, con tutte le sue diramazioni giuridiche, economiche, sociali, politiche e culturali, si

proponeva di creare un modello ideologico per la gestione delle colonie e quindi studiava le

popolazioni “primitive”, che ancora vivevano in tribù. Gli antropologi vivevano tra la popolazione

oggetto di studio, “lavorando sul campo” al fine di comprenderne la lingua, gli usi e i costumi per

ricostruirli così com’erano stati prima del “contatto culturale”.

L’orientalismo, invece, studiava le cosiddette “civiltà avanzate”, abitanti di vaste regioni al di fuori

dell’area pan-europea che erano state o erano ancora imperi-mondo, come la Cina, l’India, i Paesi

Arabi, la Persia. Gli orientalisti però, a differenza degli antropologi, non studiavano “sul campo”,

ma attraverso i testi antichi. L’obiettivo era quello di capire perché queste civiltà non fossero

diventate a loro volta “moderne”.

Essendo che entrambe le discipline erano concentrate sulle particolarità dei gruppi, esse si

collocano nella sfera idiografica.

In quali correnti di pensiero Jedlowski individua l’origine del pensiero sociologico?

Nell’Illuminismo e nell’Empirismo. Infatti, se consideriamo la sociologia come un’insieme di

discorsi “scientifici” sulla società, l’Illuminismo è stata la corrente che ha trasmesso l’idea secondo

cui il mondo naturale fosse descrivibile razionalmente. Quest’idea è stata poi trasmessa al contesto

della società.

Entrambe le correnti erano critiche nei confronti dei dogmi, dei principi divini e tradizionali, ma gli

empiristi erano più scettici nel constatare che la ragione potesse venire a capo di tutta la realtà,

privilegiando l’esperienza.

Qual era l’idea di Adam Smith sulla società?

Per Adam Smith, empirista, la società appare come un’insieme regolato grazie al mercato,

un’istituzione sociale che regola il tutto attraverso la definizione dei prezzi. Infatti, la ricchezza di

una società dipende dalla sua capacità di produrre, che dipende a sua volta dal grado raggiunto di

divisione del lavoro, che più aumenta, più rende i membri di una società dipendenti gli uni dagli

altri.

Tuttavia, il mercato non è l’unica forma di regolazione di scambi sociali ed economici e, essendo

una costruzione sociale, non può essere considerato come un fenomeno “naturale”.

Chi ha coniato il termine “sociologia”?

August Comte è stato il primo a usare questo termine, ma egli tuttavia non è il primo sociologo.

Egli fu uno dei segretari di Saint-Simon, noto per aver tracciato gli stadi dello sviluppo ideologico

settecentesco, dallo stadio teologico a quello metafisico a quello positivo. Lo stadio positivo, indice

di modernità, trasformava per lui la “filosofia sociale” in sociologia.

Chi, per Jedlowski, è il primo sociologo?

Montesquieu, perché in alcune sue opere studiò le istituzioni umane, provando a spiegarle e

manifestando una certa curiosità nel conoscere le cause della differenza e della relatività dei mondi

sociali.

Cosa accadde nel 1800 di importante per il sistema-mondo?

Lentini definisce il 1800 come il “secolo di definitivo assestamento del sistema storico occidentale”

nato già nel 1500. Infatti, il sistema-mondo capitalista diviene il sistema-mondo mondiale,

incorporando tutte le aree esterne, e la dialettica culturale dei Paesi centrali da vita a una

definizione pluralistica di pensare il mondo, anche se continuano allo stesso tempo a conservare le

proprie “visioni nazionali”. Al fine di realizzare una più efficiente circolazione di capitale, le

istituzioni, i soggetti e le procedure vengono sottoposte a una fase di standardizzazione.

Quali erano i bisogni organizzativi di Gran Bretagna, Francia e Germania e chi

tenta di darvi una risposta?

La Gran Bretagna era allora paese egemone, dunque cercava di adeguare l’agire dei soggetti, il

sistema ideologico delle sovrastrutture del sistema. Nel frattempo, Paesi centrali meno favoriti

come la Francia e Paesi semiperiferici come la Germania, cercavano di sviluppare strategie di

adeguamento alla Gran Bretagna.

Al bisogno della Gran Bretagna risponderà Jeremy Bentham, con la sua teoria generale

dell’organizzazione in 3 punti, finalizzata all’adeguamento istituzionale.

Al bisogno della Francia risponderà Saint-Simon, che riteneva che per colmare l’arretratezza in

termini di produttività industriale bisognasse prima procedere a un adeguamento sociale.

Al bisogno dei Paesi che allora componevano la Germania, risponderà Friedrich List, che riterrà

fondamentale lo sviluppo dell’economia nazionale attraverso misure protezionistiche prima di

poter competere sul mercato internazionale.

In che consisteva la teoria “generale” dell’organizzazione di Bentham?

Jeremy Betham è vissuto a cavallo tra i due secoli, il 1700 e il 1800, e ha quindi assistito ad alcuni

importanti eventi storici: la secessione americana, la Rivoluzione Francese, l’ascesa egemonica

della Gran Bretagna e gli effetti della II Rivoluzione Industriale.

Egli si propose di rispondere al bisogno organizzativo della Gran Bretagna puntando alla

realizzazione di una teoria generale dell’organizzazione, che producesse un adeguamento

istituzionale adeguato.

Essa era sviluppata su tre punti: la teoria del soggetto agente – il ruolo del legislatore – la teoria del

diritto della classe padronale alla decisione amministrativa.

In che consisteva la teoria del soggetto agente?

Bentham parte dal presupposto che i soggetti agenti nascano dotati di una capacità di calcolo dei

piaceri e delle pene, detta “calcolo dell’utilità”. Essi sono dunque soggetti empirici e devono agire in

un contesto giuridico corrispondente, che persegua l’obiettivo della massima felicità per il maggior

numero, tenendo comunque conto della disuguaglianza e del lasseiz-faire come dati ineliminabili.

L’individuo è dunque il vero contenuto della società; agire su di essa è agire quindi sui singoli

soggetti, che devono essere lasciati liberi di agire in ogni caso in cui non possono nuocere che a loro

stessi.

Qual è la differenza tra Bentham e Weber nell’idea di agire?

L’agire dei soggetti empirici di Bentham corrisponde all’agire razionale rispetto allo scopo di

Weber. È una razionalità “formale”, perché basata sul raggiungimento di un fine, in questo caso

l’utilità. Weber, invece, distinguerà anche una razionalità “sostanziale”, basata sul valore

incondizionato delle azioni dei soggetti.

Per Bentham, quale doveva essere il ruolo del legislatore?

Assodato che i soggetti devono essere lasciati liberi di agire in ogni contesto in cui non potrebbero

nuocere a terzi, lo Stato dovrà regolare gli altri casi, ponendosi come legislatore razionale.

Egli infatti dovrà provvedere alla sussistenza, perseguire l’abbondanza, sostenere la libertà e

mantenere la sicurezza. Tuttavia, non esiste legge senza disuguaglianza, e quindi una parte di

libertà dovrà essere sacrificata a favore della sicurezza.

Egli dovrà produrre leggi razionali e chiare, abbandonando le dichiarazioni dei principi, ritenute da

Bentham un “nonsenso sui trampoli”, perché troppo astratte.

A chi doveva appartenere la decisione organizzativa e perché?

Il terzo punto della teoria di Bentham è sul diritto della classe padronale alla decisione

organizzativa.

Infatti, se l’utilità corrisponde al profitto, il capitalista è titolare del diritto di comando sul lavoro e

sull’intera popolazione.

Le èlites economiche dovranno infatti essere regolate dalle isitituzioni liberali, ossia lo Stato, ma in

termini di autogoverno; mentre i dipendenti e gli emarginati dovranno essere governati dalle èlites

stesse, che si pongono come istituzioni totali nell’insegnamento dell’etica del lavoro disciplinato.

Egli ha così duplicato il modello organizzativo, creandone uno per chi comanda e uno per chi

obbedisce, individuando nel principio di efficienza economica la giustificazione al diritto assoluto

di organizzazione nelle mani dello Stato e dell’imprenditore.

Per questo, Marx, nel “Capitale”, lo considererà il principale teorico dello sfruttamento capitalista).

Cos’è il Panopticon?

Esso è una forma architettonico-organizzativa ideale, progettata da Bentham a fine 1700. è una

struttura in cui un unico sorvegliante può osservare tutti i soggetti a lui sottomessi senza che loro

possano vederlo. Questi, non riuscendo a capire quando sono sorvegliati e quando no,

assumerebbero in automatico sempre un atteggiamento disciplinato. Era molto adatto alle carceri,

ma per Bentham valido per tutte le istituzioni e per i rapporti di produzione.

Qual era il programma scientifico di Saint-Simon?

In una Francia in cui si percepiva l’arretratezza industriale rispetto alla Gran Bretagna, era sentita

l’esigenza di un adeguamento “sociale” (e non ancora “istituzionale” come quello proposto da

Bentham).

Questo adeguamento sociale doveva realizzarsi con la rivendicazione del ruolo dirigente delle

nuove forze produttive, ossia gli industriali, dal momento che erano ancora culturalmente

percepite come subalterne all’aristocrazia terriera che aveva caratterizzato l’ancien régime.

Per questo, Saint-Simon elabora uno schema di riorganizzazione complessiva dello Stato allo scopo

di creare una nuova “cultura industriale” adatta alla competizione con i britannici.

Cos’è che caratterizzava la classe industriale e che ruolo dovevano avere lo Stato e

la religione?

La classe degli industriali era quella dei produttori per eccellenza, capaci di autogoverno. Lo spirito

industriale è per sua natura pacifico e con l’avvento della “società industriale” supererà lo spirito

militare e di conquista ancora vigente in Gran Bretagna. Questa concezione pacifista della classe

industriale era basata sulla convinzione che, in condizioni di normalità, la produzione capitalistica

richiedesse una certa stabilità geopolitica e sopravviverà tra i teorici liberali dell’imperialismo con il

nome di “saintsimonismo”.

Essendo la classe industriale capace di autogoverno, lo Stato e la religione costituiscono solo

sostituti provvisori, che si estingueranno con la rifondazione industriale attraverso progressive

riforme.

Per l’instaurazione di un regime industriale è inoltre necessaria una coalizione tra capitalismi

nazionali, che dovrebbero riunirsi in un regime di libero scambio. Ciò avrebbe garantito il futuro

della Francia.

Perché il nome di Saint-Simon è spesso collegato al socialismo utopistico?

Perché l’obiettivo era quello della realizzazione di una società “organica”, cioè caratterizzata

dall’equilibrio delle sue componenti. Per arrivare a ciò, i rapporti tra capitale e lavoro dovevano

essere basati sulla collaborazione pacifica, anche attraverso concessioni ai bisogni delle masse

operaie.

Che ripensamenti ha ed espone nell’opera “Nuovo cristianesimo”?

La forte contraddizione tra il ruolo progressivo dell’industria e lo sfruttamento che è alla base dei

rapporti di produzione, lo porterà a rivalutare la religione cristiana come religione universale

dell’epoca del libero scambio. Infatti, essendo impossibile ottenere l’obbedienza in forme razionali,

Saint-Simon invita in quest’ultima opera alla fratellanza cristiana.

Qual era la situazione della Germania del 1800?

A inizio 1800, per Germania si intendeva l’insieme degli Stati e delle entità politiche di lingua

tedesca, esclusa l’Austria. In questi Stati la società era ancora prevalentemente agricola, basata

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher hickou1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Di Meglio Mauro.
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