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Equilibri mondiali Appunti scolastici Premium

Appunti della facoltà di lettere e filosofia del professor Gaudioso sulla storia moderna. Il file contiene una lunga trattazione sulle grandi trasformazioni degli equilibri mondiali connesse con il quindicesimo secolo e su: l'impero di Carlo V e la lotta per l'egemonia.

Esame di Storia moderna docente Prof. F. Gaudioso

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battaglia i turchi dovettero riconoscere la superiorità raggiunta dall'occidente. L'esercito

ottomano era ancora molto numeroso, ma molto lento. Anche le armi turche non potevano

reggere il paragone con quelle europee. Nel XVII secolo furono tentate alcune riforme per

risanare parzialmente il bilancio dello stato e di riorganizzare l'amministrazione. Vi fu anche

una ripresa dell'espansionismo ottomano culminato nella conquista di Creta, strappata a

Venezia. Questa nuova proiezione offensiva si infranse nel 1683 sotto le mura di Vienna, dove

l'esercito ottomano si era spinto con l'ambizioso disegno di umiliare l'impero d'Austria, la

potenza rivale nel dominio dei Balcani. Persa l'Ungheria, l'impero ottomano si trovò coinvolto

in un lungo conflitto su più fronti. Ai tradizionali nemici - Venezia, Austria Polonia - si

aggiunsero da allora la nascente potenza russa. Dalla fine delle 600 e per tutto il 700, l'impero

ottomano fu ripetutamente in guerra con questi paesi e ci furono una serie di paci con cessioni

e riannessioni di territori. Alla fine delle 700 l’impero ottomano avrebbe visto ridotti i suoi

domini nei Balcani. La Russia aveva conquistato il Caucaso, le coste settentrionali del mar

nero e la Crimea. Indebolita territorialmente, la Turchia fu costretta inoltre a riconoscere alla

Russia e all’Austria la tutela dei sudditi cristiani dell'impero. Trovava così una prima sanzione

formale quella che sarebbe stata in seguito chiamata la questione d'oriente: l'insieme dei

problemi relativi al destino dei territori e delle popolazioni balcaniche.

Tra il XV e il XVII secolo India, Cina, e Giappone, subirono importanti trasformazioni politiche.

Nuove dinastie si sostituirono alle precedenti, ponendo fine a situazioni di disordine sociale e

istituzionale. In India e in Cina, inoltre, i nuovi detentori del potere furono stranieri, invasori

giunti fino nel cuore di quelle antiche civiltà attraverso frontiere deboli. Queste popolazioni

nomadi, finirono però con l'essere assorbite all'interno delle civiltà stanziali. Infatti, dopo le

grandi invasioni del 500 e 600 le frontiere dei due stati si chiusero, e questa volta saldamente.

Nella 1526 un esercito composto da tribù afghane guidate da Babur, invase il subcontinente

indiano dando vita a quello che, per i tre secoli successivi, sarebbe stato l'impero moghul. Il

territorio indiano era stato suddiviso in province e distretti e un'amministrazione capillare

assicurava la riscossione delle imposte. Tale sistema venne mantenuto dagli imperatori

moghul che spesso si adoperarono concretamente per apportare miglioramenti nell'economia

delle singole province. Il vero punto di forza dell'impero era tuttavia esercito. La struttura

sociale dello stato moghul era di tipo feudale, con una aristocrazia opulenta, che derivava i

suoi poteri dal sultano, ma non poteva trasmetterli ereditariamente, ed una base contadina

molto povera; mancava invece una borghesia imprenditoriale. L'arrivo dei nuovi dominatori

musulmani aveva riproposto il grave problema della convivenza tra la cultura islamica e quelle

indiana. Li separavano tutte le più importanti regole di vita, dalle tradizioni matrimoniali a

quelle alimentari. I musulmani - tutti uguali al cospetto del loro Dio - inorridivano di fronte al

sistema indù delle caste che determinavano, una volta per sempre, l'intero destino sociale ed

economico degli individui che ne facevano parte. I difficili rapporti tra le due culture furono

parzialmente sanati durante regno di Akbar. Coinvolgendo direttamente l'aristocrazia indù

nell'amministrazione e nella vita politica della stato. Questo difficile processo di pacificazione

interna venne però bruscamente interrotto dalla politica intollerante dell'ultimo grande

imperatore moghul: Aurangzeb. Questi, revocò tutte le leggi fino allora emanate in favore degli

indù. La reazione fu immediata: popolazioni dell'India e sette guerriere si ribellarono. I

successori di Aurangzeb non riuscirono ad opporsi al crescente potere del sultano indù che

uno dopo l'altro si dichiararono autonomi contribuendo alla disgregazione dell'impero. I nuovi

stati regionali indù, sorti in seguito alla decadenza dello stato musulmano, non seppero però

darsi una dimensione unitaria e le loro continue ostilità avrebbero consentito agli inglesi di

conquistare l'India.

Nel corso della sua millenaria storia la Cina conobbe diverse dominazione straniere. Dal 907

al 1368 sul trono si succedettero ininterrottamente imperatori barbari. I conquistatori, tuttavia,

una volta affermata la supremazia politica sulla Cina venivano di fatto conquistati al punto di

perdere completamente i tratti della cultura di provenienza. Dopo il lungo periodo di

dominazione straniera si riaffermò nel XIV secolo la dinastia nazionale Ming che governò

indisturbata fino all'ultima l'invasione di nomadi, provenienti questa volta dalla manciuria. I

mancesi crearono un potente regno guidato dalla dinastia Qing. Il regno della dinastia Qing

sarà destinato a durare fino al 1912 ma il consolidamento del potere fu un processo lungo e

difficile: al sud la vecchia classe dirigente organizzò una lotta di resistenza che riuscì a

ritardare l'affermazione dei Qing sull'intera Cina. Quando, poi, la natura del dominio dei Qing,

esso fu, in un primo tempo, improntato a un'aspra politica di repressione e di violenta

imposizione delle egemonia mancese; ben presto, però, si avviò un processo di integrazione

nella cultura e nella civiltà cinese. La dinastia che Qing assicurò all'impero cinese un lungo

periodo di prosperità, rispecchiato dal grande sviluppo demografico. Il secolo XVIII fu dunque

per la Cina un periodo di relativo benessere per il buon andamento del commercio, soprattutto

con l'estero. Gli imperatori Qing promossero gli scambi, adottando, provvedimenti di

agevolazione dei traffici commerciali. Il ceto mercantile non ebbe tuttavia in Cina uno sviluppo

paragonabile a quello verificatosi in Europa. Un ostacolo rilevante all'ascesa e al

riconoscimento sociale era sottoposto non tanto dalla tradizionale collocazione dei mercanti

nell'ordine più basso della società, quanto dal predominio esercitato dal ceto dei letterati-

burocrati che temeva di veder diminuito il proprio potere e prestigio e assorbiva, con il sistema

degli esami, le migliori energie intellettuali.

Il Giappone del XVI secolo si compone di un'infinità di piccoli domini a capo di ciascuno dei

quali era un signore che aveva lentamente trasformato il proprio possedimento in una sorta di

principato al cui interno godeva di un potere quasi assoluto. Al contrario, il legame di

ubbidienza e fedeltà nei confronti del mikado (imperatore) e dello shogun (comandante in

capo: di fatto colui che esercitava il governo) si era andato via via allentando. Tale situazione

cambiò radicalmente verso la metà del 500, grazie anche all'introduzione, da parte dei

portoghesi, delle armi da fuoco. L'introduzione delle armi da fuoco contribuì notevolmente a

modificare l'assetto politico del paese. Soltanto i feudi più vasti e ricchi riuscirono a

sopravvivere alle feroce lotta per la supremazia che ben presto sconvolsero il Giappone. Si

innescò così un processo di accentramento del potere che condusse in breve all'unificazione

del paese. Protagonisti di questa trasformazione furono i tre unificatori. L'ultimo dei tre,

Tokugawa, a differenza dei due precedenti, ottenne dall’ imperatore il titolo dice shogun.

Scopo principale dei Tokugawa fu quello di assicurare una pace quanto più possibile duratura

e un sicuro ordine sociale. Per assicurare la pace, però, era necessario non solo reprimere e

controllare l'eversione interna ma anche difendersi da ogni possibile attacco o minaccia

proveniente dal mondo esterno. Per questo motivo il Giappone visse dal 1639 al 1854 in un

isolamento quasi totale. La politica di pacificazione dei Tokugawa rese necessario il

ridimensionamento del ruolo e del prestigio della casta guerriera dei samurai: ciò fu ottenuto

soprattutto troncando ogni rapporto tra costoro e le campagne, dove come soldati-agricoltori

avevano goduto in passato di un notevole potere indipendente. Molti di loro divennero

burocrati o alti funzionari, mai i più, vistisi privare della loro fonte tradizionale di guadagno,

finirono con l'impoverirsi. Tutte queste misure ebbero l'effetto di infrangere la vecchia struttura

feudale e di inaugurare un nuovo tipo di organizzazione economica basato su un'estesa

azienda agricola a conduzione familiare, sul lavoro salariato e sulla formazione di un vivace

mercato interno. Fino al XIX secolo il solo vero dominio coloniale che gli europei riuscirono a

costituire in Asia fu quello spagnolo sulle filippine; per il resto la presenza dell'Europa in

oriente fu soprattutto di carattere commerciale, con piccole basi di appoggio, depositi per le

merci. Nell’oceano indiano il XVII e il XVIII secolo videro avvicendarsi l’egemonia

commerciale prima dei portoghesi, poi degli olandesi infine degli inglesi che, lungo contrastati

dalla Francia, rimasero infine i dominatori dei traffici orientali. Verso la metà delle 600 la

compagnia olandese delle indie orientali costituiva la più significativa presenza europea in

Asia. Per quasi mezzo secolo, gli olandesi furono padroni del traffico delle spezie. In Indonesia

gli agenti della compagnia olandese agivano come rappresentanti dello stato olandese:

potevano stipulare contratti, prendere possesso dei territori con diritto di sovranità, costruire

fortezze, armare un esercito e dichiarare guerra. Fuori dall'arcipelago, in quelle zone che,

come l’India, non erano sotto il diretto controllo della compagnia, il buon andamento degli affari

dipendeva esclusivamente dalla capacità degli agenti di mantenere relazioni amichevoli con le

autorità locali: gli olandesi infatti erano più interessati ai profitti che alle conquiste territoriali.

Anche l'inglese compagnia delle indie orientali adottò a lungo la politica accorta degli olandesi,

evitando di entrare in conflitto con le autorità dei paesi nei quali operava. Nel corso del XVIII

secolo la compagnia delle indie orientali inglese andò via via consolidando la sua posizione,

fino a diventare più potente della compagnia olandese delle indie orientali. A contrastare il

predominio inglese in India restava ora soltanto la Francia. La penetrazione francese nel sub

continente indiano fu fieramente contrastata dai concorrenti europei. La politica francese in

India rimase per molto tempo di carattere esclusivamente commerciale. Solo verso la metà

delle 700 il governatore di Pondichery tentò di costituire un vero e proprio impero coloniale,

mettendosi immediatamente in contrasto con l’Inghilterra. Lo scontro tra le due potenze durò

per più di vent'anni e fin dall'inizio delle ostilità fu chiaro che il dominio sul mare sarebbe stata

la carta vincente del conflitto. Il sogno del governatore francese fallì tuttavia non sotto il peso

delle vittorie inglesi, bensì a causa dell'incomprensione dimostrata in patria verso i suoi piani.

Dopo una breve tregua, le ostilità ripresero durante la guerra dei sette anni, ancora una volta a

causa di avvenimenti sostanzialmente estranei alle rivalità delle due potenze in India. Dopo

una serie di scontri, che videro la potenza navale britannica sovrastare le forze francesi, gli

inglesi posero l’assedio a Pondichery e la conquistarono. La Francia sconfitta dovette

abbandonare. Rimasta sola a dominare il commercio con l’India la compagnia delle indie

orientali inglese trasformò quello che fino ad allora era stato un dominio commerciale in un

vero e proprio possedimento coloniale. Veniva però a verificarsi una situazione anomala: ad

avere il dominio sui territori così vasti e popolosi erano funzionari di una società commerciale

privata, che misero in atto un sistema di governo basato su diffusi fenomeni di sfruttamento e

di corruzione. Solo dopo la metà del secolo XIX la corona britannica avrebbe assunto il

controllo diretto dell’India. Primi a giungere in America, gli spagnoli furono anche i primi a

consolidare il loro impero coloniale. Questo impero aveva i suoi pilastri in una amministrazione

centralizzata e controllata dalla madrepatria. L'America spagnola era divisa in vicereami.

Accanto all'autorità suprema dei vicere furono istituite le audiencias, organismi collegiali con

compiti giudiziari e amministrativi. Le cariche più elevate erano di nomina regia e non

ereditarie. Più graduale e più tarda fu l'organizzazione amministrativa del Brasile portoghese. Il

modello fu quello spagnolo, anche in conseguenza dell'unione delle monarchie, di Spagna e

Portogallo. Una maggiore autonomia fu concessa ai coloni brasiliani e meno rigido fu il

monopolio commerciale della madrepatria. L'aspetto forse più significativo della

colonizzazione del Brasile è che i portoghesi misero in atto su quelle terre il sistema produttivo

fondato sulle piantagioni di canna da zucchero e sul lavoro degli schiavi neri. Una vicenda

unica e irripetuta nella conquista dell'America fu la costituzione dei cosiddetti stati missionari.

Fin dall'inizio della penetrazione spagnola, fu evidente la violenta contrapposizione tra la

volontà politica di sfruttamento degli indigeni operata dai colonizzatori e i tentativi di protezione

offerti da alcuni ordini religiosi. I più attivi e i più risoluti nel realizzare questo disegno furono i

gesuiti. Nella regione del Paraguay furono istituite 13 comunità o riduzioni nelle quali vivevano

oltre 100.000 indios. Le riduzioni erano organizzate sul principio dell'uguaglianza sociale e

della comunità dei beni, nel tentativo di costituire una vera e propria repubblica cristiana.

Presto questi villaggi ben organizzati divennero obiettivo dei cacciatori di schiavi. Obiettivo e

condizione di sopravvivenza delle riduzioni era tenerle lontane dalla civiltà e controllarne le

relazioni umane e commerciali. Questo filtro e questa mediazione suscitarono presto l'ostilità

dei coloni europei delle zone costiere, che vedevano ostacolati i propri metodi di impiego della

manodopera e le proprie regole di mercato. Lo stato cristiano-sociale dei gesuiti non

sarebbero potuto sopravvivere senza il consenso della autorità civile. Ma quando nel 1750 la

Spagna cedette al Portogallo i territori del Paraguay dove erano situate le riduzioni, gli indios,

sostenuti dai gesuiti, posero una resistenza armata. Questo fatto fornì al primo ministro

portoghese il pretesto per la chiusura delle riduzioni. Lo sfruttamento monopolistico delle

ricchezze del nuovo mondo prevedeva che le colonie spagnole in America potessero avere

relazioni commerciali solo con la madrepatria. Questo sistema chiuso fu costantemente

attaccato e aggirato dalla pirateria e dal contrabbando, praticati soprattutto da inglesi, olandesi

e francesi. I pirati assalivano e depredavano le navi che trasportavano i metalli preziosi; i

contrabbandieri si presentavano di fronte ai porti dell'America e, con la complicità dell'autorità

locali, scaricavano e vendevano beni che erano fortemente richiesti nelle colonie e che la

Spagna non era in grado di fornire. Agli inizi del 700 l'espansionismo commerciale e territoriale

francese era destinato a scontrarsi con l’Inghilterra non solo in America ma nell'atlantico e in

India. Molti erano i paesi europei che partecipavano al sistema di commercio triangolare che

caratterizzava l'atlantico (imbarcare neri in Africa venderli in America e riportare in Europa navi

cariche di beni richiesti). Anche le colonie inglesi del nord America entrarono stabilmente in

questo circuito. Questa nuova presenza allargava l'area controllata dagli inglese e rafforzava

un predominio che aveva le sue origini non solo in maggiore dinamismo finanziario e

commerciale, ma anche in una potenza navale superiore a quella di ogni altro avversario. Tale

predominio è evidente per gran parte del 700. In uno dei settori più importanti, quello del

commercio degli schiavi, l’Inghilterra ottenne con la pace di Utrecht del 1713, oltre che

acquisizioni territoriali, il monopolio della tratta verso le colonie spagnole. Con il travolgente

successo sui francesi nella guerra dei sette anni, l'egemonia inglese si definì e si consolidò.

Guerre e egemonia nell'Europa del 700

Fra il 1700 e il 1763 emerse e si accentuò un conflitto su scala mondiale tra Inghilterra e

Francia. Un conflitto per il predominio commerciale si trasformò progressivamente in lotta per i

possessi territoriali in America settentrionale e in India ; un confronto che protrattasi anche

negli anni della rivoluzione francese e dell'impero napoleonico, è chiamato dagli storici

americani la seconda guerra dei cent'anni. I contrasti e le guerre che caratterizzarono l'Europa

dopo il 1714, pur vedendo le due potenze schierate sempre in campi opposti, furono

scatenate anche da motivazioni e occasioni di altra natura. L'Inghilterra, infatti, perseguì una

politica europea mirante sostanzialmente a difendere la situazione consolidatasi dopo la

guerra di successione spagnola e tutelò quindi il principio dell'equilibrio fra le potenze,

evitando pesanti impegni bellici sul teatro europeo. La Francia invece cercò soprattutto di

mantenere e consolidare il ruolo di principale potenza continentale e si inserì, quindi, in tutte

le occasioni di conflitto. Nel 1720, pochi anni dopo la conclusione della guerra di successione

spagnola, si registrarono i primi mutamenti di sovranità territoriale. Essi fecero seguito alle

trattative diplomatiche rese indispensabili per arginare il dinamismo politico e militare della

Spagna che, insoddisfatta degli assetti europei, aveva avviato un nuovo conflitto. Nella 1717-

18 la Spagna aveva invaso la Sardegna austriaca e la Sicilia sabauda. Ma l'intervento della

flotta inglese si rileverà decisivo. L'accordo fra le potenze (Francia, Inghilterra, province unite e

Austria), raggiunto a Londra nel 1718 e sottoscritto dalla Spagna nel 1720, riconfermò

sostanzialmente i termini della pace di Utrecht. In Italia i Savoia dovettero cedere la Sicilia

all'Austria, avendo in cambio la Sardegna su cui spostarono il titolo regio. Una nuova contesa

internazionale ebbe inizio nel 1733, legata al problema della successione in Polonia. Nato

nell'Europa centro-orientale, questo conflitto portò profonde modifiche soprattutto nella

penisola Italiana: l'apparente contraddizione va ricondotta al ruolo svolto dall'Austria in questo

contesto. Per comprendere a fondo la politica austriaca di questi anni, va ricordato che fin

dalla 1713 l’imperatore Carlo VI con la prammatica sanzione aveva modificato le regole

tradizionali di successione della casa d'Austria ammettendovi anche le figlie femmine. Si

trattava di evitare quanto era accaduto agli Asburgo di Spagna. Da allora l'obiettivo principale

di Carlo VI divenne quello di ottenere il riconoscimento della prammatica sanzione da parte

delle maggiori potenze, il che spiega una certa propensione austriaca alla trattativa e la

disponibilità a cedere parte dei propri domini. Nel 1733 concrete rivalità furono dunque

riattivate nell'Europa continentale dalla questione polacca. Secondo il particolare sistema

vigente in Polonia i re venivano eletti dall'assemblea dei nobili. Le elezioni a grande

maggioranza di Stanislao Leszczynski, candidato dalla Francia e suocero di Luigi XV,

determinò intervento russo che impose l'elettore di Sassonia, Federico Augusto, sostenuto

anche dall’Austria. La guerra che ne seguì tra Francia, Spagna e Savoia, da una parte, e

Austria, dall'altra, si svolse prevalentemente in Italia. Nel 1735 tuttavia i francesi raggiunsero

un accordo con gli austriaci e la pace, stipulata a Vienna nel 1738, determinò nuovi importanti

modifiche In Francia e in Italia. A Stanislao, come compenso per la rinuncia alla Polonia fu

assegnato il Ducato di Lorena. Il duca Francesco Stefano di Lorena fu compensato con il Gran

Ducato di toscana. Carlo di Borbone, duca di Parma figlio di Filippo V di Spagna ottenne il

regno di Napoli e la Sicilia. Due nuove dinastie si istallarono così in Italia, i Borbone a Napoli e

i Lorena in toscana. inserire cartinapag349 Nel 1740, dopo poco la morte di Carlo VI

d’Asburgo e l'ascesa al trono della figlia Maria Teresa, il giovane re di Prussia Federico II

invase e occupò la Slesia. La successione austriaca, che sembrava ormai garantita e tutelata,

fu occasione di un'altra guerra. Il fattore nuovo fu l'espansionismo prussiano, ma presto si

aggiunsero le pretese alla successione dell'elettore di Baviera, imparentato con gli asburgo,

sostenuto dalla Francia. Nel blocco anti austriaco entrarono anche Spagna e Prussia, mentre

alleate dell'Austria furono Inghilterra ,Olanda e in seguito i Savoia. La guerra che si combatte

non vide vittorie o sconfitte decisive. Con la pace stipulata ad Aquisgrana, l’Austria ottenne

riconoscimento definitivo della prammatica sanzione, ma dovette cedere la Slesia alla Prussia

e il Ducato di Parma a Filippo, fratello del re di Napoli Carlo di Borbone. L’Austria non si era

rassegnata alla perdita della Slesia e allo smacco subito: riteneva quindi suo obiettivo primario

costituire un fronte che abbattesse la nuova potenza prussiana. Con la promessa della

cessione dei paesi bassi, la Austria riuscì ad allearsi con la Francia. Francia e Austria, secolari

nemiche e ora alleate, potevano contare anche sull'alleanza con la Russia, mentre la Prussia

sì era legata all'Inghilterra. Per Francia e Inghilterra il conflitto ebbe dimensioni mondiali e si

concluse con gravi mutilazioni dei possessi francesi d'oltremare e col riconoscimento della

supremazia inglese. Sul continente europeo fu la Prussia, sentendosi accerchiata, a dare

inizio a quella che sarebbe stata chiamata la guerra dei sette anni. La guerra ebbe a lungo un

andamento incerto, quando Federico II subì una vera e propria disfatta ad opera dei russi.

Quando la situazione appariva ormai compromessa alla morte della zarina Elisabetta, fiera

avversaria di Federico, e l'ascesa al trono di Pietro III, suo fervente ammiratore, salvarono la

Prussia. Nel 1762 una pace separata fu stipulata con la Russia. Pochi mesi dopo venne

firmata anche la pace fra Austria e Prussia. Nulla era cambiato: la Slesia rimase infatti alla

Russia. Nell'Europa centrale la Russia non solo trasse vantaggio dalle iniziative militari di

Federico II e dalle debolezze interne ed internazionali dell'Austria, ma potè ulteriormente

avvantaggiarsi a spese della Polonia. Nel 1772 Federico II concluse con Russia e Austria un

accordo che privò la Polonia di un terzo del suo territorio. Alla fine degli anni 80 tentativo di

trasformare il paese in una monarchia costituzionale e la redazione di una costituzione

suscitarono forti opposizioni interne e fornirono il pretesto per una seconda spartizione fra

Russia e Prussia. Una sollevazione popolare a sfondo democratico cercò nel 1794 di

rovesciare il predominio russo. Ma gli insorti furono sconfitti. Si giunse così nel 1795 alla terza

spartizione fra Russia, Prussia e Austria e alla scomparsa della Polonia come stato autonomo.

Solo dopo la prima guerra mondiale la nazione polacca avrebbe potuto ricostituirsi in

organizzazione statale indipendente.

La società di ancien regime

Con ancien regime si indica il sistema politico esistente in Francia prima della rivoluzione del

1789. L'espressione ancien regime è divenuta sinonimo di società tradizionale, preindustriale,

anteriore cioè a tutti i fenomeni di modernizzazione economica e politica determinati dalla

rivoluzione industriale e dalla rivoluzione francese. Considerata tendenzialmente immobile con

andamenti ciclici di progresso e regresso, la società di ancien regime subì in realtà nel corso

delle 700 alcune profonde trasformazioni. Avvio di una crescita demografica le cui ragioni

sono incerte. In molte regioni si ridusse la mortalità, in altre questa riduzione fu accompagnata

dall'incremento della natalità. L'abbassamento dell'età matrimoniale nel 700 fu uno dei segni

che il comportamento demografico stava cambiando. Lo sviluppo demografico fu più intenso

nelle città che nelle campagne soprattutto nelle capitali e nelle città portuali. Vi sono altri

aspetti che rendono particolarmente significativa la differenza fra la società di ancien regime e

la realtà contemporanea, ad esempio quelli relativi alla composizione della famiglia e alla

consistenza numerica dei domestici e del clero. Nell'età preindustriale la famiglia era l'unità

produttiva-base e per questa epoca molti storici e sociologi hanno sostenuto l'esistenza di una

tipologia dominante, costituita dalla famiglia estesa o allargata, in cui convivono almeno tre

generazioni. Posteriore alla rivoluzione industriale e all'incremento dell'urbanizzazione sarebbe

invece la famiglia nucleare o coniugale, formata dai soli genitori e figli. Presenti in ogni tipo di

struttura familiare, in diretto rapporto con i livelli di ricchezza, erano domestici e servi, mentre

nelle famiglie artigiane convivevano spesso apprendisti e garzoni. Nei paesi cattolici una

aliquota importante della popolazione era rappresentata dal clero. La società di ancien regime

era una società fondamentalmente agricola. Non solo l'agricoltura era la principale attività

economica, ma la maggioranza della popolazione era formata da contadini. Gli strati superiori

della società erano costituiti da proprietari terrieri e la terra era la principale fonte di ricchezza

e di possibile ascesa sociale. Nell'Europa del 700 la proprietà terriera era per molti versi

ancora di tipo feudale: sottoposta cioè a una serie di vincoli che limitavano l'uso e i redditi. Nel

XVIII secolo il regime feudale aveva perso o attenuato molti dei suoi caratteri originari, ma

rappresentava comunque un insieme di diritti e di privilegi che pesavano duramente sulla vita

dei contadini e sulle possibilità di sviluppo delle attività agricole. Ai prelievi feudali, si

sommavano anche le tasse pagate allo stato in Francia come in tutti i paesi cattolici, doveva

essere versata la decima alla chiesa. Non vi era servaggio in Inghilterra, dove il regime

feudale era praticamente scomparso già nel XVII secolo. In declino il feudalesimo in Spagna

ma egualmente dure rimanevano le condizioni di vita dei contadini. In Italia meridionale e in

Sicilia, i prelievi in denaro e in natura delle prestazioni personali erano così ampi da far

ritenere che il regime feudale fosse particolarmente vessatorio. In pieno vigore nel Lazio, la

feudalità era generalmente scomparsa nel resto dell'Italia centrale e in quella settentrionale.

La società preindustriale era una realtà per molti aspetti statica, dominata dalle permanenze.

Ma al suo interno vedeva emergere, in alcuni paesi i fattori di mutamento destinati a

rovesciare l'assetto tradizionale. L'Inghilterra fu il paese in cui le strutture agrarie e cambiarono

più profondamente. Le trasformazioni avvennero in seguito alle recensioni dei campi aperti e

delle terre comuni e all'introduzione di nuove tecniche e colture. Il sistema dei campi aperti

caratterizzava nel 600 le campagne inglesi: era costituito da appezzamenti non recintati,

contigui, ma in proprietà individuale. Le consuetudini prevedevano che su questi campi, dopo il

raccolto, tutti gli abitanti del villaggio potessero spigolare o inviare gli animali al pascolo. Di

proprietà collettiva erano invece le terre comuni destinate al pascolo e alla raccolta di legno.

Le recensioni miravano a una più chiara definizione della proprietà e una coltivazione più

razionale, libera dagli obblighi consuetudinari della comunità e dai vincoli dell'auto consumo,

pronte invece a recepire le esigenze del mercato agricolo. Le campagne del 700 erano anche

sede di un'importante attività di produzione industriale eseguita a domicilio dai contadini nelle

pause del lavoro e durante la stagione morta. Questa industria rurale domestica era dedita

prevalentemente alle principali operazioni tessili. Le campagne offrivano una manodopera a

basso costo, utilizzabile in modo elastico, ampliandone o riducendone le dimensioni in

rapporto tra la domanda del mercato. L'industria domestica rurale consentì di rispondere con

una certa efficienza allo sviluppo della domanda interna e internazionale e offrì ai contadini

poveri l'occasione di sfuggire all'ingrata condizione di un precario lavoro agricolo. Nell'Europa

preindustriale si affermò inoltre il sistema della manifattura. La manifattura è l'organizzazione

del lavoro in cui un imprenditore concentra in un unico laboratorio o officina più operai che

svolgono, per lo più manualmente tutte le fasi del processo produttivo. SE per la società

industriale il concetto impiegato usualmente è quello di classe, per la società di ancine regime

va adottato quello di ceto. Una società per ceti Tale ci appare l'ancien regime: una realtà

caratterizzata dal prevalere, nelle stratificazioni sociali, dell'appartenenza per nascita, da una

sostanziale staticità e da una strutturale diseguaglianza giuridica. Chi nasceva nobile rimaneva

Tale tutta la vita; il contadino aveva pochissime probabilità di uscire dal suo status.

L'appartenenza a un ceto comportava il godimento di certi diritti e l'esclusione da altri. La

società per ceti trovava sanzione ufficiale nell'ordinamento politico di molti stati che

mantenevano rappresentanze assemblee per ceti. È possibile misurare l'entità del successo

della monarchia assoluta in rapporto alla resistenza dei ceti. Tale successo era stato pieno in

Francia (dove gli stati generali, organismo rappresentativo dei ceti, non si riunivano più), in

Spagna, in Prussia. Ma anche le organizzazioni politiche repubblicane avevano strutture di

governo fondate sulla diversità dei ceti e non sulla uguaglianza dei diritti politici. Nella società

preindustriale una percentuale elevata della popolazione era costituita da poveri. La

condizione del povero era largamente accettata dalla tradizione cristiana e la povertà era

considerata non solo un valore in sé, una virtù, ma anche la testimonianza di una elezione

divina. Fra il 1520 e il 1530 si determinò, però, una profonda trasformazione

dell'atteggiamento nei confronti dei poveri. Questa trasformazione ebbe fra le sue cause

innanzitutto l'incremento demografico. Cambiando le dimensioni quantitative del fenomeno,

cambiò anche l'immagine del povero, sempre più spesso indicato come possibile elemento di

disordine sociale. L'assistenza aveva un costo elevato e la presenza dei poveri nel tessuto

urbano rappresentava un pericolo, un rischio. Ci fu poi sempre di più uno sviluppo dell'etica

del lavoro che tendeva sempre meno ad accettare chi viveva di elemosina. Non si trattava di

negare la povertà, ma di controllarla e di disciplinarla. Si delineò la necessità di distinguere fra

poveri veri e falsi, buoni e cattivi, inabili e abili al lavoro. Si punirono gli accattoni e i vagabondi

e apparve essenziale imporre l'obbligo del lavoro. Le prime riforme a questo problema

consistettero nella realizzazione di strutture centrali per l'assistenza, nella repressione della

mendicità e nel tentativo di impiegare i poveri nei lavori pubblici. Queste iniziative non si

rivelarono sufficienti e la necessità di un controllo della mendicità portò ad una ulteriore svolta

nella politica assistenziale: poveri, vagabondi, mendicanti cominciarono ad essere internati e

reclusi in ospizi o ospedali appositamente costituiti.

Illuminismo e riforme

La vita culturale del XVIII secolo fu dominata da un grandioso movimento intellettuale che in

omaggio al ruolo rischiaratore assegnato alla ragione, è stato chiamato il Illuminismo. La

Francia fu il maggiore centro di diffusione di questo movimento. Nell'Illuminismo convergono

posizioni e orientamenti, interessi e riflessioni molto diversi e talora antitetici ma è possibile

individuare alcune caratteristiche comuni e unificanti. Fra queste innanzitutto il modo di

considerare la ragione, di cui non solo vengono esaltati i poteri, ma è anche proposto un

impiego libero e spregiudicato. La ragione è in grado di vagliare criticamente la realtà, la critica

illuminista investe soprattutto le istituzioni politiche e religiose. Bersaglio centrale degli

illuministi furono la chiesa e le confessioni religiose in genere, considerate fonti di ignoranza,

matrici di superstizione e pregiudizi: in questo senso l’Illuminismo fu un movimento

profondamente laico. Una delle opere più importanti delle pensiero illuminista fu quella di

Montesquieu ovvero lo “spirito delle leggi”, libro composito in cui confluiscono considerazioni

politiche, morali e giuridiche. In questa opera dopo aver descritto i caratteri dei tre sistemi

politici fondamentali - repubblica, monarchia e dispotismo - Montesquieu sottolinea

l'importanza dei corpi intermedi (innanzitutto i parlamenti) come antitodo alla degenerazione

delle monarchie in dispotismo. Dall'esame del sistema politico inglese trasse la convinzione

dell'importanza della separazione dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario. L'esperienza

del viaggio, tipica degli intellettuali, degli artisti, sollecitò quella sistematica curiosità e

comparazione dei caratteri dei costumi dei popoli, delle condizioni naturali e climatiche, delle

forme dell’ attività economica. La realizzazione culturale più significativa dell'Illuminismo

francese fu un'opera collettiva, l'enciclopedia o dizionario ragionato delle scienze, delle arti e

dei mestieri, i cui curatori furono Diderot, d'Alembert e d'Holbach. Un altro importante

pensatore e autore illuminista fu Rousseau. I primi suoi scritti che suscitarono l'attenzione del

pubblico furono “il discorso sulle scienze le arti” e il “discorso sull'origine i fondamenti

dell'ineuguaglianza fra gli uomini”, nei quali Rousseau criticata radicalmente la società e le

istituzioni, e guarda alla storia come progressiva decadenza e corruzione, rispetta a uno stato

originario in cui gli uomini erano innocenti e uguali. Fondamento dell'ineuguaglianza era stata

l'introduzione della proprietà privata. Queste posizioni, che rovesciavano la visione tipicamente

illuminista della società in termini di progresso e incivilimento, determinarono la rottura di

Rousseau con il mondo degli enciclopedisti. Tuttavia egli non si fece sostenitore di un ritorno a

un mitico stato di natura, ma elaborò una proposta di rifondazione della società e dell'uomo nel

suo progetto politico esposto nella “contratto sociale”. Per ricreare le condizioni

dell'uguaglianza Rousseau ipotizzò un patto sociale in cui i singoli si uniscono in un corpo

organico rinunciando ai loro interessi particolari in funzione del bene comune. La volontà

generale è l'espressione di questa nuova comunità sociale. Questo modello sociale ha la

possibilità di realizzarsi solo in un regime di democrazia diretta in cui la sovranità è inalienabile

e nessuno può essere delegato ad esercitarla nel nome del popolo. Un altro aspetto della

straordinaria ricchezza delle pensiero illuminista è testimoniato dalla nascita di una nuova

scienza, l'economia politica. Tra i maggiori esponenti in questa nuova scienza si possono

ricordare Adam Smith in cui nella sua opera, “ricerche sulla natura e le cause della ricchezza

delle nazioni”, postulò l'esistenza di un ordine naturale nel quale, se ciascuno è lasciato agire

liberamente secondo il proprio interesse particolare, necessariamente contribuisce al

benessere collettivo e alla felicità generale. Un agire che va al di la delle originarie intenzioni

individuali e che appare guidato da quella che Smith chiama una mano invisibile. Al centro del

modello economico di Smith sta il concetto di lavoro produttivo, misura del valore di scambio

delle merci e unica fonte della ricchezza sociale. L'espansione del sistema è dunque legata

all'incremento della produttività, a sua volta garantita dalla crescente divisione del lavoro, dal

reinvestimento continuo dei profitti e dalla innovazione tecnologia. Molto importanti furono i

viaggi e le scoperte che questi intellettuali fecero in tutto il mondo così i libri di viaggi e le

descrizioni dei costumi e delle abitudini delle popolazioni selvagge favorirono l'embrionale

costituzione di quell'insieme di osservazioni che sfoceranno, nel secolo successivo, nella

antropologia culturale e nell’etnologia. Tutti i paesi europei parteciparono, in maggiore o minor

misura, al movimento illuminista. Un tratto accomuna intellettuali, riformatori e pubblico colto:

la convinzione di essere tutti partecipi di una grande opera di rinnovamento che non

conosceva confini nazionali. Questo cosmopolitismo e questa circolazione delle idee furono gli

elementi portanti della cultura dell’elites. Le origini dell'Illuminismo nel mondo tedesco furono

legate alla lotta contro il dogmatismo e l'autoritarismo della chiesa luterana. Il punto più alto

dell'Illuminismo tedesco fu raggiunto dall'opera di Kant che, nella “critica della ragion pura”,

attuò la cosiddetta rivoluzione copernicana nel campo della conoscenza. Particolarmente ricco

fu l'apporto dell'Italia al movimento illuminista soprattutto per l'attenzione rivolta ai problemi

dell'economia e degli ordinamenti giuridici. I maggiori esponenti dell'Illuminismo italiano furono:

Muratori, Vico; grande centro dell'Illuminismo italiano fu Milano dove intorno alla rivista “il

caffè”, impegnata nella lotta per le riforme, si raccolsero Cesare Beccaria e i fratelli Alessandro

e Pietro Verri. Importante opera di Cesare Beccaria fu “dei delitti e delle pene” un’analisi del

sistema giudiziario e gli argomenti contro la pena di morte e la tortura, a favore della pubblicità

del processo e della prevenzione del delitto. Molto importante, si è detto, fu la circolazione

internazionale delle idee e delle opere come uno degli elementi caratterizzanti anche di questo

periodo: e grande importanza ebbero le estese trame dei contatti epistolari e l'aumentato

numero dei periodici e dei giornali. Ma uno dei maggiori centri propulsivi delle nuove idee dei

programmi riformatori fu la massoneria. Setta segreta nata in Inghilterra la massoneria accolse

al suo interno nobili, borghesi e intellettuali accumunati dalla battaglia per la tolleranza, dalla

lotta al fanatismo e all’oscurantismo religioso, in nome della filantropia, della fratellanza

universale e della certezza sull'efficacia dei lumi. All'interno del movimento illuminista è

possibile individuare gli elementi di un disegno riformatore che mirava alla modernizzazione

dello stato e al raggiungimento della felicità pubblica. La traduzione pratica di questi elementi

di riforma rappresentò il tratto più significativo della politica interna di molti paesi europei nella

seconda metà del secolo XVIII. Il problema nodale dei regimi assoluti, quello

dell'amministrazione finanziaria e fiscale, appariva in Francia sostanzialmente risolto in virtù

della centralizzazione regia. Le altre monarchie assolute avvertirono, quindi, l'esigenza di

introdurre maggiore efficienza e razionalità nell'amministrazione e di allargare i poteri dello

stato. Un'esigenza che le portava inevitabilmente a scontrarsi con quel sistema di privilegi,

fiscali e giuridici, di cui godevano la nobiltà e il clero: un insieme di diritti una struttura di potere

che costituivano il fondamento del consenso alla monarchia da parte dei ceti dirigenti

tradizionali, ma anche un limite essenziale allo sviluppo della società civile e dell'economia.

Gran parte della storia politica e istituzionale delle 700 ruota attorno alla asse rafforzamento

dello stato-riduzioni e ridefinizione dei privilegi. In questo quadro va valutata la felice

congiunzione creatasi tra iniziativa dei sovrani e programmi riformatori degli illuministi: una

breve stagione, collocata tra gli anni cinquanta e ottanta, comunemente definita assolutismo

illuminato. Il primo e più deciso intervento riformatore investì, nei paesi cattolici, i poteri della

chiesa e degli ordini religiosi. Fu avviata una politica ecclesiastica caratterizzata dalla volontà

di estendere la giurisdizione il controllo dello stato sulla vita e l'organizzazione delle chiese

nazionali (giurisdizionalismo) e addirittura quella sorta di struttura giuridica parallela

rappresentata dai diritti e di privilegi ecclesiastici. Tra gli argomenti che alimentavano la

polemica contro la chiesa, ve ne erano alcuni che potremmo chiamare di pubblica utilità: i

conventi e la vita monastica apparivano espressioni di parassitismo; le cospicue proprietà

terriere della chiesa, difese dai vincoli di manomorta (che ne impediscono la vendita), erano

ormai un ingiustificato ostacolo a quella circolazione dei beni e delle ricchezze che era ritenuta

un potente stimolo al benessere dei popoli. Il risultato più appariscente e significativo fu

l'espulsione della compagnia di Gesù da molti paesi europei. Nell'altro grande settore di

intervento dell’assolutismo illuminato, quello amministrativo, le riforme mirarono a rendere più

razionale la macchina statale sia ai vertici che alla base. L'obiettivo era quello di definire le

competenze dei singoli organismi, di concentrare le decisioni. Si Venne così formando quella

struttura organizzata in dipartimenti o ministeri con cui ancora oggi identifichiamo

l'amministrazione pubblica. Le finanze rimanevano al centro della preoccupazione dei governi.

Una parte cospicua delle entrate veniva destinata alle spese militari e proprio dall'esigenza di

risanare le finanze dissestate dalle guerre venivano le maggiori sollecitazioni alla

riorganizzazione del sistema fiscale. In molti stati, ma soprattutto in Austria e nei suoi domini,

fu avviata l'imponente impresa della redazione di un catasto dei beni terrieri e immobiliari

destinata a migliorare e a differenziare l'imposizione fiscale. Infine un limite invalicabile al

riformismo settecentesco fu quello posto dalla struttura del privilegio, nobiliare innanzi tutto,

contro il quale le monarchie illuminate non potevano spingersi senza mettere in discussione le

loro stesse basi di legittimazione. Le monarchie che con maggior continuità si impegnarono

nella realizzazione di un programma di riforme furono l’Austria e la Prussia. Durante il lungo

regno di Maria la Teresa furono realizzate le principali riforme nell'impero asburgico.

L'imperatrice prese una complessa serie di provvedimenti tesi a ridurre i particolarismi locali e

a separare competenze e attribuzioni ancora confuse. La redazione del catasto consentì di

tassare anche le terre dei nobili. Un regolamento fissò i criteri per l'istruzione primaria

obbligatoria sollecitò le parrocchie e le autorità signorili a istituire le scuole locali. Maria Teresa

avviò poi una serie di interventi nei confronti delle prerogative del clero: la censura passò nelle

mani dello stato; divenne progressivamente abolita l'inquisizione. Fu proprio il

giurisdizionalismo che diede la maggiore notorietà a Giuseppe II quando successe alla madre

Maria Teresa. La politica ecclesiastica di Giuseppe II intese unificare nelle mani dello stato i

poteri sul clero nazionale, sottraendoli al pontefice e ai suoi rappresentanti. Nel 1781 in nome

di una visione attiva e produttiva della tolleranza furono abolite le discriminazioni nei confronti

di protestanti e greco-ortodossi e, con la concessione dei diritti civili, emancipati gli ebrei. In

molti altri campi Giuseppe II ha accentuato con decisione la prudente politica innovatrice della

madre. Nella legislazione criminale introdusse il cosiddetto codice penale giuseppino, il primo

veramente moderno, con questo furono ridotti i casi puniti con la pena di morte e soppressa la

tortura. Giuseppe introdusse il matrimonio civile, la libertà di stampa e vennero abolite le

servitù personali. Il breve regno di Giuseppe II finì sotto il segno delle ribellioni autonomistiche.

Il suo successore, il fratello Leopoldo II fu costretto a pacificare dell'impero ritirando i

provvedimenti più radicali e ponendo fine al progetto più ampio e più conseguente

dell’assolutismo illuminato. Agli occhi dei contemporanei, Federico II re di Prussia, rappresentò

la più compiuta personificazione del sovrano illuminato. Il dualismo fra principi illuminati e

politica di potenza caratterizzò non solo la personalità di Federico II, ma la vicenda storica

della Prussia, al tempo stesso potenza militare e stato della filosofia e della scienza. Fra i primi

e più significativi interventi riformatori di Federico furono la semplificazione del sistema

giudiziario con l'apprestamento di un codice di procedura e di un codice civile e la formazione

di una magistratura di carriera e l'istituzione, per la prima volta in Europa, dell'istruzione

elementare obbligatoria. Pilastri dello stato prussiano rimanevano l’esercito e la burocrazia; il

corpo degli ufficiali e i livelli superiori dell'amministrazione erano interamente reclutati nella

nobiltà e Federico II riuscì a realizzare un'impresa nella quale erano falliti tutti gli altri sovrani

del tempo: quella di trasformare la nobiltà, un ceto guerriero in declino in tutta Europa, in una

aristocrazia militare disciplinata dallo stato e profondamente legata al suo principe. Anche

Caterina II di Russia fu una sovrana illuminata ma nel suo caso i propositi e gli intenti

superarono di gran lunga le effettive realizzazioni nel campo delle riforme. Caterina convocò

una commissione composta da rappresentanti della nobiltà, delle città e dei contadini liberi,

per la redazione di un nuovo codice. La requisizione dei beni della chiesa greco-ortodosso

l'abolizione dei monopoli e dei vincoli alle attività commerciali e manifatturiere, ora consentita

anche ai contadini, furono tuttavia significativi provvedimenti a favore dello sviluppo

economico. L'arretratezza e le resistenze della Russia tradizionale fecero sì che gli interventi

riformatori di Caterina si muovessero verso la definizione e l'organizzazione di una società per

ceti; mentre la società per ceti era messa in crisi nel resto d'Europa, indebolita in seguito al

rafforzarsi delle prerogative dello stato, in Russia venne definendosi allora ordinatamente per

la prima volta. In Italia alla vivacità e diffusione del pensiero illuminista corrispose un’iniziativa

riformatrice limitata solo ad alcuni stati e regioni, come la Lombardia e la toscana, domini

diretti dell’Austria e il regno di Napoli. Nel regno di Napoli uno slancio giurisdizionalista e anti-

curiale accompagnò il regno di Carlo di Borbone che oltre alla redazione di un catasto non

molto altro fu realizzato. Tale esiguità dei risultati è tanto più sorprendente se messa in

rapporto con l'ampiezza del dibattito e della ricchezza di proposte del ceto intellettuale. Al

centro dell'interesse degli illuministi meridionali fu sempre più presente l'analisi delle condizioni

sociali ed economiche. Nel Ducato di Milano, dominio dell'impero asburgico, vennero

realizzate, in ossequio ai principi di uniformità e centralizzazione, le stesse riforme nel campo

dell'istruzione, della codificazione, della politica ecclesiastica e fiscale, che erano state avviate

negli strati ereditari della casa d'Austria. Salvo che per il catasto, la cui preparazione fu solo

avviata, tutti gli interventi più tipici dell'assolutismo illuminato furono sperimentati nel Gran

Ducato di toscana durante i venticinque anni del governo del gran duca Pietro Leopoldo

(fratello di Giuseppe II) futuro imperatore d'Austria. Il riformismo toscano fu contraddistinto da

una marcata propensione per le soluzioni pratiche e tecniche e da una certa insofferenza per

gli eccessi di teorizzazione. Nella politica ecclesiastica, oltre all'applicazione dei principi

giurisdizionalisti, furono soppressi numerosi conventi. La toscana fu il primo paese ad

accogliere, nel codice penale i principi del Beccaria: non solo la tortura, ma anche la pena di

morte venne abolita; sul piano procedurale fu riconosciuto all'imputato il diritto alla difesa e

resa obbligatoria la motivazione della pubblicazione delle sentenze.

Alle origini della rivoluzione industriale

Con una serie di profondi mutamenti nelle forme di produzione prese avvio in Inghilterra, tra la

fine delle XVIII e gli inizi del XIX secolo, la rivoluzione industriale. Questo fu un rapido

cambiamento irreversibile e radicale. Fu una fase di sviluppo economico senza precedenti che

ha modificato profondamente un assetto economico-sociale stabile. Il passaggio da una

economia agricolo-artigianale a una economia industriale, fondata sulla fabbrica. Le ragioni

per cui la rivoluzione industriale si verificò inizialmente in Inghilterra e i fattori che concorsero a

determinarla furono: essenzialmente lo sviluppo raggiunto dal commercio, nelle caratteristiche

della sua agricoltura, nell'incremento della popolazione, nelle forme particolari della sua

organizzazione politica. Nei primi 50 anni delle XVIII secolo il commercio inglese rafforzò le

sue posizioni su scala mondiale. La riduzione dei rischi legati al commercio oltremare e

l'aumento dei profitti, insieme alla politica del governo consentiranno l'ingresso nel settore di

uomini nuovi e il dispiegarsi della libera iniziativa. Londra sviluppò una rete sempre più estesa

di servizi di credito e assicurativi, assumendo il ruolo di capitale finanziaria di tutta l'Europa. Il

controllo del mercato internazionale fornì alle manifatture britanniche la possibilità di un rapido

e poco costoso approvvigionamento di cotone grezzo, materia prima essenziale alla nascita

della moderna industria tessile. Nel corso del 700 l'assetto proprietario e delle strutture

produttive dell'agricoltura inglese subirono cambiamenti tanto profondi da generare quella che

può essere definita una vera e propria rivoluzione agricola. Il possesso delle terre si concentrò

nelle mani di pochi grandi e medi proprietari con la costituzione di ampie unità di produzione.

Le tradizionali figure di piccoli proprietari e dei contadini autonomi andarono diminuendo di

numero e furono sostituite progressivamente da un nuovo ceto di braccianti. Questa

trasformazione degli assetti proprietari, dovuta al fenomeno delle recinzioni e della

privatizzazione delle terre comuni, fu accompagnata dalla introduzione di nuove tecniche

agricole e dall'adozione di nuovi sistemi di rotazione. La drastica riduzione dell'autoconsumo,

legata al diffondersi del lavoro salariato nelle campagne, e la crescita dei redditi agricoli

promossero la formazione di un vivace mercato interno grazie anche al miglioramento delle vie

di comunicazione. Strettamente intrecciata alle trasformazioni del mondo rurale fu la

rivoluzione demografica. Questa fu dovuta soprattutto al notevole aumento della natalità la cui

causa principale fu il progressivo abbassamento dell'età del matrimonio e un aumento dei

matrimoni stessi. La rivoluzione demografica rese disponibile all'industria nascente una

manodopera numerosa e quindi a basso costo. Un altro fattore importante fu la peculiarità del

sistema politico e del clima culturale inglese che consistono essenzialmente nella stabilità

politica, nel rafforzamento del ruolo del parlamento, nella vivacità della società civile. Le

innovazioni tecnologiche e la progressiva introduzione del sistema di fabbrica furono gli

elementi di rottura che segnarono il vero e proprio avvio alla rivoluzione industriale. Al rapido

succedersi di nuove invenzioni è stato a lungo attribuito un ruolo determinante nella

trasformazione economica. Va fatta però una distinzione tra invenzione e innovazione. Il

termine invenzione designa la scoperta di una determinata tecnica, quello di innovazione

indica invece la sua applicazione. Così non è l'invenzione in quanto tale che provoca il

cambiamento, ma è la sua applicazione diffusa e costante. In questo campo la rivoluzione

industriale segna il passaggio da una situazione nel quale il progresso scientifico era

caratterizzato da scoperte sporadiche a una fase segnata da un flusso continuo e concatenato

di innovazioni. I settori principalmente interessati dai cambiamenti tecnologici furono quelli

delle macchine utensili, della estrazione e lavorazione delle materie prime, in particolare del

carbone e dei minerali ferrosi. Il passaggio successivo sulla via della modernizzazione

tecnologica fu quello dell'utilizzazione del vapore come forza motrice. Fino allora le ruote

idrauliche fornivano l’energia necessaria a muovere le nuove macchine. Ma la limitata

disponibilità di energia idrica vincolava la dislocazione delle fabbriche alla presenza dei corsi

d'acqua. Una volta messa a punto la tecnica dello sfruttamento del vapore e costituite le prime

macchine a vapore (James Watt) divenne sempre più conveniente utilizzare una forza motrice

costante alimentata da un combustibile: il carbone. L'attività industriale che per prima si

avvalse dei mutamenti nelle tecniche fu quella cotoniera. Alla vigilia della rivoluzione

industriale, l'Inghilterra eccelleva nei manufatti di lana, mentre il cotone veniva utilizzato

prevalentemente per la lavorazione di tessuti misti. Si trattava di una produzione effettuata

quasi interamente a domicilio, di mediocre qualità. La maggiore disponibilità di materia prima

che fece seguito all'espansione commerciale inglese e ai rapporti con le colonie fu certo una

premessa necessaria ma in realtà numerosi altri fattori concorsero a favorire questo processo:

in primo luogo fu proprio la mancanza, nel settore cotoniero, di tradizioni consolidate e

l'esistenza di metodi rudimentali di fabbricazione che permisero di assorbire con minori

resistenze le nuove tecnologie. In secondo luogo, la lavorazione industriale del cotone si

basava su impianti e tecnologie fortemente innovative, ma di costo limitato. Quello che serviva

all'industria nascente era invece un'ampia disponibilità di manodopera alla quale non era

richiesta una particolare specializzazione. L'espansione demografica, la possibilità di

impiegare donne e bambini fornirono all'industria la necessaria quantità di forza lavoro a basso

costo. L'industria siderurgica inglese attraversò un processo rapido di espansione che coincide

con la fase di accelerazione della rivoluzione industriale. Questa coincidenza rappresentò il

risultato delle interconnessioni che si stabilirono tre ferro e gli altri settori industriali. La

progressiva meccanizzazione infatti dipendeva da investimenti in nuove attrezzature e

macchine costruite prevalentemente in ferro. L'avvento del sistema di fabbrica sconvolse i

metodi produzione e le forme di organizzazione del lavoro. In Inghilterra la maggior parte

dell'attività lavorativa si svolgeva nelle botteghe artigiane. Con l'introduzione delle macchine a

vapore questo sistema Venne progressivamente smantellato ed il lavoratore divenne un

operaio: abbandonò cioè tutte le altre attività che nell'impresa familiare continuava a svolgere

ed ebbe nella fabbrica il suo unico impiego. Inoltre cominciò ad eseguire solo operazioni

parziali affidategli sulla base di una crescente divisione del lavoro. Il sistema di fabbrica

trasformò anche l'organizzazione territoriale del lavoro e ridisegnò l'immagine topografica e

architettonica delle città. Infatti l'attività lavorativa si concentrò progressivamente nei centri

urbani. A questo insieme di trasformazioni si associa usualmente la nascita del proletariato

industriale. L'avvento del sistema di fabbrica impose condizioni di lavoro molto gravose, che

prevedevano orari oscillanti fra le 12 e le 16 ore giornaliere. La semplificazione del processo

produttivo rese possibile il largo impiego, soprattutto nell'industria tessile, di donne e bambini

che furono sottoposti a livelli disumani di sfruttamento. La condizione operaia era

caratterizzata dalla estrema precarietà del posto di lavoro ed era inoltre aggravata da tutti i

problemi connessi al processo di inurbamento. Gli operai erano costretti ad abitare in

situazioni di soprafollamento, in case fatiscenti e in pessime condizioni igieniche. La

formazione dei grandi agglomerati di popolazione urbana e le nuove modalità di aggregazione

sociale rappresentate dalla fabbrica attraverso l'intensificarsi dei contatti, diffusero la

consapevolezza di un destino comune. Questi furono i presupposti per l'insorgere di forme

nuove di analisi e di azione politica. Così il luddismo, una delle prime manifestazioni di

opposizione sociale , era organizzato in segrete disciplinate bande di guerriglia, e prese il

nome dal leggendario tessitore Ned Ludd che avrebbe distrutto un telaio. I luddisti

contrastavano il diffondersi della prima meccanizzazione adottando come principale forma di

lotta la distruzione delle macchine, nel cui impiego veniva individuata la causa fondamentale

della disoccupazione e dei bassi salari. Le agitazioni luddiste lasciarono poi il posto a nuove

forme di organizzazione come le società di mutuo soccorso o le leghe di categoria che,

accanto ad obiettivi di carattere strettamente sindacale, cominciarono ad avanzare richieste di

riconoscimento dei diritti politici. Le trasformazioni economiche e sociali sollecitarono la

riflessione teorica sui temi della partecipazione politica e della riforma sociale. Secondo il

principale esponente di questo orientamento utilitarista, Jeremy Bentam, l'utilità è alla base

dell'azione morale, che può essere giudicata e calcolata in funzione del piacere o del dolore

che arreca all'individuo. Il medesimo criterio deve poter guidare l'attività legislativa il cui scopo

è dunque l’utile comune ovvero la massima felicità del maggior numero possibile di persone.

Così l'efficacia dell'azione politica può essere misurata in relazione ai miglioramenti che

concretamente è in grado di produrre.

La nascita degli Stati Uniti

La guerra di indipendenza fra il 1775 e il 1783, oppose alla madre patria 13 colonie inglesi del

nord America. La rivoluzione americana fu il primo esempio di lotta di liberazione condotta

vittoriosamente da un paese extraeuropeo contro una potenza del vecchio continente.

Formatesi in tempi diversi, abitate da popolazioni tutt’altro che omogenee per religione e per

etnia, le colonie del nord America differivano profondamente fra loro anche per ciò che

riguardava l’economia e l’organizzazione sociale. Nel complesso, l’economia delle colonie era

strettamente integrata con quella della madrepatria, che, in base agli atti di navigazione si

riservava il monopolio sui commerci da e per le provincie d’oltremare. La quasi totalità della

produzione coloniale era destinata ai mercati britannici; mentre l’industria locale era ostacolata

per evitare che entrasse in concorrenza con quella della madrepatria. A questa stretta

dipendenza economica faceva riscontro una notevole autonomia sul piano politico. Dall’inizio

del 700 tutte le colonie furono poste sotto il controllo di un governatore di nomina regia,

affiancato da consigli anch’essi nominati dall’alto. A questi consigli si affiancavano però

assemblee legislative elette dai cittadini. Nel corso del tempo, le assemblee legislative

assunsero poteri sempre maggiori nella conduzione degli affari delle colonie, realizzando così

esperienze di governo rappresentativo. Forme molto ampie di autogoverno si realizzavano

anche a livello delle comunità locali, che godevano ovunque di larghissime autonomie: il che

era dovuto in parte alle condizioni geografiche (le difficoltà di comunicazione rendevano

problematico l’esercizio di un forte potere centrale), in parte ai valori politico-religiosi cui si

ispiravano i coloni, molti dei quali erano emigrati in America per sfuggire a persecuzioni o per

sperimentare nel nuovo mondo nuovi modelli di convivenza civile e religiosa. Il pluralismo, la

tolleranza, la difesa delle autonomie locai erano valori condivisi dall’intera società coloniale,

anche se limitati all’universo bianco e cristiano. Fino agli anni 60 del secolo XVIII, il problema

dell’indipendenza rimase sostanzialmente estraneo agli orizzonti politici e alle aspirazioni degli

abitanti del nord America. I coloni di origine inglese non cessavano di sentirsi innanzitutto

sudditi della corona britannica, di far costante riferimento alle idee e agli schieramenti politici

della madrepatria. Troppo forti erano i vincoli con la madrepatria e troppo deboli i legami

reciproci tra le 13 colonie perché una identità americana potesse svilupparsi spontaneamente.

Il sostegno militare della madrepatria era inoltre considerato indispensabile per proteggere la

sicurezza delle colonie contro le insidie delle due potenze cattoliche(Francia e Spagna). La

guerra dei 7 anni, che vide i coloni impegnati in un lungo e duro scontro con i francesi e le tribù

indiane –loro alleate- parve segnare il momento di massima unione fra la Gran Bretagna e le

sue colonie. In realtà, fu proprio la guerra a porre le premesse per un contrasto che si sarebbe

presto rilevato insanabile. All’indomani della pace di Parigi del 1763, l’Inghilterra si trovò

padrona di un vasto impero nord-americano che si estendeva dal Canada alla Florida. Per

consolidare e difendere questo impero, dovette però aumentare considerevolmente la sua

presenza militare sul continente: un impegno che gravava moltissimo sulle finanze inglesi. Di

qui il tentativo del governo britannico di esercitare un più stretto controllo sulle colonie e di

addossare sulle loro spalle una parte crescente delle spese necessarie alla loro sicurezza. Nel

64 fu emanata una nuova legge sul commercio degli zuccheri (sugar act) che colpiva con un

forte dazio le importazioni di zucchero dai Caraibi francesi. Un anno dopo il Parlamento

approvava un’altra legge che imponeva alle colonie una tassa di bollo sugli atti ufficiali e sulle

pubblicazioni. Queste misure provocarono un brusco deterioramento nei rapporti fra la corona

e i sudditi delle colonie. Di fronte alla protesta delle colonie il Parlamento inglese revocò lo

Stamp act ma al tempo stesso intensificò i provvedimenti ce imponevano alle colonie dazi di

entrata su numerose merci. I coloni reagirono intensificando le azioni di protesta. In alcune

zone fu attuato il boicottaggio delle merci provenienti dalla madrepatria. Della protesta si

fecero interpreti le assemblee legislative e i numerosi periodici politici delle colonie. Intellettuali

e giornalisti di orientamento lberal-radicale come Franklin, Dickinson, Adams, Jefferson,

pubblicarono opuscoli polemici in cui si faceva appello alla stessa tradizione del

parlamentarismo britannico: in particolare al principio secondo cui nessuna tassa potava

essere imposta senza l’approvazione di un’assemblea in cui i diritti dei tassati trovassero

adeguata rappresentanza. Nemmeno il ritiro dei dazi di entrata valse a far rientrare la

mobilitazione. Non ci si limitava più a rifiutare i tributi imposti, ma si affermava che le

assemblee legislative, in quanto unica rappresentanza legittima delle colonie, andavano

messe sullo stesso piano del Parlamento inglese. A dare nuovo slancio alle correnti radicali fu

un provvedimento che assegnava alla Compagnia delle indie il monopolio della vendita del te

nel continente americano, danneggiando gravemente i commercianti locali. Nel porto di

Boston un gruppo di “figli della libertà” travestiti da indiani assalirono alcune navi della

compagnia delle indie, gettando a mare il carico di te. Il governo inglese rispose con dure

misure di ritorsione, in tutte le colonie i giudici americani furono sostituiti da funzionari

britannici. Da questo momento in poi, la ribellione divenne aperta e generalizzata. Nel

settembre 74, in un primo congresso continentale tenutosi a Filadelfia, i rappresentanti di tutte

le colonie si accordarono per portare avanti le azioni di boicottaggio e per difendere con ogni

mezzo le proprie autonomie. Il governo inglese rispose avanzando alcune proposte

conciliative, ma intensificando al tempo stesso la repressione militare in Massachusetts. Si

ebbero così i primi scontri armati. In maggio un secondo congresso continentale, sempre a

Filadelfia, decideva la formazione di un esercito comune e ne affidava il comando a George

Washington. Lo scontro fra l’Inghilterra e le colonie del nord America si presentava in partenza

come una lotta impari. La stessa opinione pubblica delle colonie, pressochè compatta quando

si era trattato di sostenere la protesta contro le tasse e i dazi, si divise nel momento in cui si

passò allo scontro armato. Molti coloni, soprattutto fra gli appartenenti ai ceti più agiati,

assunsero un atteggiamento lealista e combatterono al fianco degli inglesi. La tesi

indipendentista era invece sostenuta soprattutto dagli intellettuali e dai ceti inferiori.

L’atteggiamento intransigente di Giorgio III che dichiarò ribelli tutti i coloni americani, fece

fallire ogni ipotesi di soluzione pacifica e diede maggior forza alla tesi indipendentista. Il 4

luglio 1776 il congresso continentale approvò una dichiarazione di indipendenza che può

essere considerato il vero atto di nascita degli Stati Uniti d’America. Un documento storico

che, oltre a enumerare i motivi del contrasto, si richiamava nella premessa ai principi-cardine

del pensiero illuminista(i diritti naturali e inalienabili dell’uomo). Dal punto di vista militare le

prime fasi del conflitto non furono favorevoli agli americani. La posizione degli insorti era

precaria e grave era anche la situazione finanziaria. A favore degli indipendentisti agivano

però alcuni importanti fattori esterni. Il primo fu la solidarietà della opinione pubblica europea:

a partire dal 77 giunsero a dar manforte agli insorti numerosi volontari provenienti da diversi

paesi europei. Ma l’aiuto decisivo venne dall’intervento delle potenze europee rivali

dell’Inghilterra: Francia, Spagna, Olanda fornirono ingenti prestiti agli insorti. Alla fine del 78, la

Francia riconobbe l’indipendenza delle colonie e, nel gennaio del 78, firmò con esse un patto

di alleanza militare. L’intervento della Francia non capovolse immediatamente le sorti, ma creò

grosse difficoltà all’Inghilterra. Gli inglesi riportarono ancora alcune importanti vittorie ma non

riuscirono a sfruttare questi successi per la mancanza di adeguati rifornimenti. Nell’estate

dell’81, gli americani passarono al contrattacco e posero l’assedio a Yorktown dove si era

concentrato il grosso delle truppe britanniche. Con la resa di Yorktown la guerra poteva dirsi

virtualmente conclusasi. Le ostilità si prolungarono ancora per un anno. Nell’autunno dell’82,

furono avviate le trattative di pace, che si conclusero con il trattato di Versailles del settembre

83. Col trattato l’Inghilterra riconosceva l’indipendenza delle tredici colonie. Per tutta la durata

della guerra , solo l’esercito e il congresso erano stati espressione comune di tutte e 13 le

colonie. Per il resto si erano governati da soli e si erano dati propri ordinamenti e proprie carte

costituzionali. A guerra conclusa, i problemi derivanti dall’assenza di un forte potere centrale si

fecero sentire in termini sempre più acuti. Il congresso continentale non aveva autorità

sufficiente per imporsi ai singoli stati. Si giunse così alla convocazione di una convenzione

costituzionale che aveva lo scopo limitato di emandare gli articoli di confederazione. In realtà i

55 delegati della convenzione andarono ben oltre il compito affidatogli e crearono

un’architettura costituzionale completamente nuova. Ispirandosi al principio della divisione e

del reciproco equilibrio dei poteri. La costituzione dava vita a nuovi organi federali, in grado di

esercitare la propria autorità su tutti i cittadini della confederazione, che si trasformava così in

unione, acquistando la fisionomia di un vero e proprio stato. Il potere legislativo era esercitato

da due camere, le cui modalità di elezione erano regolate dai singoli stati. La camera dei

rappresentanti, che aveva competenza per le questioni finanziarie, era eletta in base al

numero degli abitanti. Il Senato, cui aspettava il controllo sulla politica estera, era invece

composto da due rappresentanti per ogni stato. Il potere giudiziario veniva posto sotto il

controllo di una corte suprema federale. Ma la maggiore novità della costituzione stava nella

creazione di un forte potere esecutivo, accentrato nella figura del presidente della repubblica

eletto ogni 4 anni con voto indiretto(cioè da un’assemblea di grandi elettori designati dagli

stati). La convenzione operò in assoluto segreto ma l’approvazione a larghissima maggioranza

del testo costituzionale non chiuse la discussione sulla forma di governo della nuova

repubblica. Nonostante fosse stata redatta a nome dell’intero popolo delle ex colonie e

vincolasse tutti i cittadini alla sua osservanza, la costituzione, per divenire operante, doveva

essere approvata dalle assemblee dei singoli stati. In appoggio alla ratifica si schierarono molti

fra i maggiori protagonisti della rivoluzione. Ma il più importante contributo teorico in difesa

della costituzione venne da alcuni intellettuali(Hamilton, Madison, Jay) che esposero le loro

tesi in una serie di articoli, poi raccolti in un volume intitolato il Federalista. Le tesi federaliste

finirono colo prevalere quasi dappertutto, fra l’87 e l’88, la costituzione fu approvata da 11 stati

su 13 (gli altri due stati l’avrebbero approvata negli anni successivi). Le istanze degli

antifederalisti ottennero una parziale soddisfazione con l’approvazione da parte del congresso

di dieci articoli aggiuntivi, o emendamenti, alla costituzione: emendamenti che avevano la

funzione di ribadire e di tutelare i diritti individuali dei cittadini e le prerogative dei singoli stati

contro qualsiasi invadenza del potere federale. Il governo federale fu organizzato in

dipartimenti, ossia in ministeri. L’assestamento delle istituzioni e il definirsi delle divisioni

politiche coincisero con l’inizio dell’espansione territoriale che, nell’arco di un secolo, portò gli

Stati Uniti ad occupare l’intero territorio compreso fra i due oceani. Il congresso fisso i criteri e

le norme per disciplinare l’espansione. Con la così detta Ordinanza del Nord-ovest, le regioni

da colonizzare ottenevano dapprima lo status di territori e venivano poste sotto la tutela del

congresso, che vi avrebbe inviato governatori e giudici. Ma nel contempo erano incoraggiate a

darsi propri organi di governo fino a che, una volta raggiunti i 60.000 abitanti, potessero

trasformarsi in stati dell’unione. La rivoluzione francese

La rivoluzione scoppiata nel 1789 affondava le sue radici nella lunga crisi attraversata dalla

Francia nel XVIII secolo. Dalla morte di Luigi XIV, l'assolutismo si era indebolito senza riuscire

a riformarsi. Costanti erano i conflitti e gli attriti fra il sovrano e i parlamenti, senza che

nessuna delle due riuscisse a prevalere. Fra i tanti problemi di governo, uno sembrava

riassumerli tutti: l'incapacità di risolvere la crisi finanziaria. L'indebitamento statale aveva

raggiunto da tempo dimensioni tali da esigere la tassazione dei ceti privilegiati che ne erano

esenti. Clero e nobiltà non accettavano di scendere al rango del terzo stato; la monarchia e il

re Luigi XVI non avevano del resto ne il prestigio per trovare un consenso a queste riforme

nella forza di imporle. A più riprese vari ministri si erano misurati con progetti di riforma

finanziaria e fiscale, ma ogni volta la resistenza dei parlamenti e dei ceti privilegiati aveva

prevalso. Nell'estate del 1787, su questi temi si rinnovò il conflitto tra corona e parlamento di

Parigi e cominciò a prendere corpo la richiesta di demandare la questione fiscale agli stati

generali (l'assemblea degli ordini). I mesi successivi videro una accelerazione degli eventi che

ha fatto parlare di pre-rivoluzione: si tratta piuttosto di una progressiva mobilitazione politica

della società e dei corpi sociali di fronte alla quale il governo si dimostrò privo di iniziativa

autonoma e di capacità di mediazione. Il tentativo della monarchia di ridurre le prerogative dei

parlamenti suscitò un'opposizione non più arginabile, segnata anche da qualche episodio di

violenza. Nell'agosto 1788 il re si rassegnò alla convocazione degli stati generali. L'obiettivo di

restaurare l'antica rappresentanza dei ceti fu egemonizzato dall'opposizione parlamentare e

registrò una provvisoria coincidenza di interessi fra nobiltà e terzo stato. Momento decisivo in

vista degli stati generali fu l'accentuata consapevolezza politica raggiunta dalle elites del terzo

stato, che non accettavano gli antichi criteri di rappresentanza e le procedure di voto

dell'assemblea degli stati. Era infatti previsto che la stragrande maggioranza della nazione

esprimesse lo stesso numero di deputati del clero e della nobiltà e che si votasse per ordini e

non per testa, con l'attribuzione, cioè, di un unico voto collegiale a ciascuno degli ordini, che

escludeva la libera espressione della volontà individuale di ogni singolo deputato. Il re

concesse in dicembre il raddoppio dei membri del terzo stato, ma lasciò irrisolto il problema

nodale del sistema di votazione. Portatore delle richieste di raddoppio e di una diversa

procedura di voto fu il partito nazionale o patriota, raggruppamento eterogeneo di intellettuali e

pubblicisti del terzo sostato. Clero e nobiltà si pronunciavano per il mantenimento della società

di ordini, il terzo stato sosteneva l'uguaglianza giuridica, l'abolizione dei privilegi e della

venalità degli uffici insieme all'adozione del criterio del merito e del talento come forma di

promozione sociale. Fra le cause immediate della rivoluzione, accanto alla debolezza del

potere centrale, decisiva fu la mobilitazione politica del terzo stato. Nello stesso periodo

cominciarono ad essere evidenti gli effetti della crisi economica determinata dal pessimo

raccolto agricolo. Un'improvvisa impennata dei prezzi del frumento, l'incremento del prezzo del

pane ridusse la capacità di acquisto complessiva delle classi popolari e determinò quindi in

virtù della minore domanda, una crisi produttiva e una diminuzione del numero degli occupati.

Il 1789 si aprì dunque con una situazione di forte tensione negli strati popolari, in particolare

urbani, che diede luogo a molti tumulti per il rincaro vita. A marzo si tennero le elezioni. In ogni

circoscrizione, i rappresentanti del Clero e della nobiltà furono eletti direttamente. Per il terzo

stato era previsto invece un sistema diverso: gli elettori, che dovevano aver compiuto 25 anni

ed essere contribuenti, designavano i loro delegati che confluivano in un’assemblea. Qui

venivano eletti i deputati. Nonostante l'ampiezza dell'elettorato contadino e artigiano, i deputati

del terzo stato furono tutti di estrazione borghese. Su 291 rappresentanti del Clero i curati

erano la stragrande maggioranza e in molti aderivano ai programmi del terzo stato. Anche

nell'alto Clero non mancavano i fautori del mutamento, i più intransigenti difensori della società

d'ordini erano invece i nobili. Al momento della seduta inaugurale degli stati generali, a

Versailles, la maggioranza numerica dei deputati era dunque favorevole a un profondo

rinnovamento delle strutture politiche ed amministrative. Ma questa maggioranza non era in

grado di far valere il proprio peso finché non venisse riconosciuto il voto per testa. Ancora una

volta l’iniziativa spettò al terzo stato che si autoproclamò, adottando la denominazione inglese,

assemblea dei comuni: un atto politico e simbolico insieme, che significava rivendicare a sé, e

a quanti avessero aderito all'iniziativa, la rappresentanza dell'intera nazione. Ma la nobiltà si

oppose a grande maggioranza, mentre il clero si divise: la situazione rimase irrisolta per oltre

un mese fino a quando alcuni esponenti del basso Clero non cominciarono a unirsi al terzo

sostato. Il 17 giugno i comuni si nominarono assemblea nazionale e il 20, trovata chiusa per

ordine del re la loro sede, riuniti nella sala della pallacorda giurarono di non sciogliersi prima di

aver dato alla Francia una costituzione. A essi si aggiunse la maggioranza del Clero e, dopo

qualche giorno, il re, dopo un tentativo senza esito di ottenere che l'assemblea si sciogliesse,

ordinò alla nobiltà e alla minoranza del clero di unirsi al terzo stato. A questo punto l'antico

sistema rappresentativo della società per ceti, gli stati generali, che cessava di esistere e di li a

poco nasceva l'assemblea nazionale costituente. Mentre la monarchia si preparava ad

arginare e a reprimere questa rivoluzione istituzionale, Parigi era in subbuglio. Il licenziamento

del direttore generale delle finanze ed elemento moderato del governo, apparve come l'inizio

di un tentativo di rovesciare con le armi i successi del terzo stato. A Parigi, come risposta a

queste preoccupazioni, cominciò a formarsi una milizia borghese con lo scopo di contrapporsi

alla repressione regia. Nelle stesse ore strati consistenti di popolo minuto si venivano

armando. In 14 luglio, alla ricerca di armi, un corteo popolare giunse sotto le mura del castello

della Bastiglia. La guarnigione dovette arrendersi al minacciato assalto della folla. Prima di una

lunga serie di giornate rivoluzionarie, il 14 luglio sarà considerato in seguito la data iniziale

della rivoluzione. In effetti la presa della Bastiglia impresse una svolta alla vicenda

rivoluzionaria. Il 17 luglio Luigi XVI riconosceva la costituzione di una nuova municipalità del

comune di Parigi. In meno di un mese, una serie di atti rivoluzionari trovarono una sanzione

istituzionale. La nascita di nuovi poteri testimoniavano il progressivo sgretolamento dell'ancien

regime. Nella seconda metà di luglio la sollecitazione delle campagne introdusse un ulteriore

elemento di accelerazione di questo processo. Un mondo rurale già in tensione per la difficile

situazione economica, travolto emotivamente da un panico collettivo legato al timore dei

briganti, di congiure aristocratiche e al diffondersi di confuse notizie da Parigi, esplose in una

violenta rivolta anti feudale. Furono assaliti e devastati i castelli, incendiati gli archivi signorili.

Sospinta da questi avvenimenti l’assemblea, decise l'abolizione del regime feudale. Nei giorni

seguenti questa decisione fu tradotta in decreti che sopprimevano tutti i privilegi giuridici e

fiscali. Per i diritti feudali fu stabilito che quelli gravanti sulle persone erano interamente aboliti

mentre i diritti sulle terre considerati una forma di proprietà dovevano essere riscattati. Sempre

nel mese di agosto fu discussa e approvata dall'assemblea la dichiarazione dei diritti dell'uomo

e del cittadino. Espressione delle idee illuministe, la dichiarazione rivendicava i principi

fondamentali della libertà e dell'uguaglianza. I risultati dell'agosto non divennero subito

acquisizioni definitive: il re infatti si rifiutò di sanzionare i decreti. La difficoltà di trovare un

compromesso con la monarchia rimaneva così uno degli elementi principali di instabilità. A

Parigi cresceva intanto il livello della partecipazione politica ma aumentava anche la tensione

popolare per la scarsità dei generi alimentari e per il timore di una reazione aristocratica. Il 5

ottobre un corteo composto prevalentemente da donne si diresse alla volta di Versailles per

reclamare pane e per riportare il re a Parigi. Nella notte il re cedette sui decreti anti feudali

nella mattina successiva acconsentì sotto la pressione della folla a trasferirsi a Parigi. L'ultima

spallata alla struttura dell’ancine regime fu, nel novembre, la requisizione dei beni ecclesiastici.

Proprietà terriere e edifici urbani e rurali divennero beni nazionali e servirono come garanzia

per l'immissione di nuovi titoli di stato. La vendita all'asta dei beni nazionali avrebbe sanato il

deficit pubblico. Cessarono inoltre le discriminazioni nei confronti dei protestanti ai quali, nel

dicembre 1789, furono riconosciuti i diritti civili. Nel 1789 crebbe in tutta la Francia la

mobilitazione intorno agli ideali rivoluzionari. Si celebrò a Parigi, il 14 luglio 1790,

nell'anniversario della presa della Bastiglia, la grandiosa festa della federazione. Il re giurò

fedeltà alla nazione tra il tripudio generale. La festa della federazione testimoniò l'ampiezza

dell'adesione e del consenso alla rivoluzione. Ma gli aspetti celebrativi mascheravano

un'unanimità fittizia e provvisoria. In realtà le differenze di orientamento politico erano

profonde e pienamente visibili e manifesti, se solo si prendono in esame i due principali canali

di mobilitazione di propaganda: i club e la stampa. Fra i club la società dell’89 era di tendenze

moderate. Posizioni radicali aveva invece la società degli amici dei diritti dell'uomo e del

cittadino detta anche dei cordiglieri. Ma il club più importante si rivelerà quello dei giacobini.

Organizzati secondo una rigida disciplina i giacobini miravano, con una intensa attività, a

esercitare un controllo serrato sulle attività delle istituzioni. Fra i membri di maggiore spicco dei

giacobini erano Robespierre e Brissot . La varietà e diversità di posizioni non pregiudicò in

questa fase il consenso largamente maggioritario ai risultati del 1789. Ma la traduzione di

questi risultati in norme istituzionali pose le premesse di divisioni profonde. Quella che

potremmo definire la rivoluzione politica del terzo stato si veniva organizzando come un

regime politico di notabili borghesi e di proprietari terrieri: è in questo senso che possiamo

parlare di rivoluzione borghese. Quando, nel dicembre 1789 si trattò di decidere i criteri in

base quali attribuire i diritti politici, i cittadini furono distinti in attivi e passivi in base al censo.

Soltanto quanti pagassero almeno un'imposta annua erano considerati attivi e entravano a far

parte del corpo elettorale. Ma non tutti i cittadini attivi erano eleggibili: il sistema prevedeva che

in primo grado venissero nominati, fra quanti pagavano un'imposta pari a dieci giornate di

lavoro, gli elettori di secondo grado, che a loro volta eleggevano i deputati. Condizione di

eleggibilità era possedere una qualsiasi proprietà fondiaria e pagare almeno un marco

d'argento di imposte. Questo sistema elettorale censitario riservava ai notabili la

rappresentanza della nazione, ma rischiava di non essere compatibile con la mobilitazione di

larghi strati popolari, soprattutto urbani, in parte relegati nella categoria dei cittadini passivi,

privati dei diritti politici. Durissima fu la denuncia di queste discriminazioni da parte di

Robespierre, uno dei maggiori interpreti delle istanze di egualitarismo politico, di Marat e di

Desmoulins. Due altri problemi nodali misero in gioco le basi del consenso: l'atteggiamento del

re e la politica ecclesiastica. Luigi XVI continuava a subire passivamente la rivoluzione. Era

inoltre sempre più legato al partito della regina Maria Antonietta, decisa controrivoluzionaria, e

alla consistente emigrazione nobiliare che dalle frontiere del Reno premeva e si organizzava in

previsione di un ritorno all'ancien regime. Nello stesso arco di tempo, fra il 90 e il 91,

l'assemblea costituente proseguì nella grande opera di edificazione delle nuove strutture

politico-amministrative. La Francia fu suddivisa in 83 dipartimenti, geograficamente omogenei.

Il comune era l'unità amministrativa base. Tutti gli amministratori erano eletti dai cittadini attivi.

Fu instaurato un compiuto decentramento che rovesciava il sistema accentrato. L'assemblea,

ispirata da principi liberisti e anti corporativi, non solo soppresse tutte le corporazioni di

mestiere, ma vietò altresì le coalizioni operaie e gli scioperi: ostacolò così le forme di

organizzazione e di resistenza dei lavoratori e favori il libero mercato della manodopera. Il

regime politico che si veniva definendo con le norme elettorali e nella redazione della

costituzione era un regime liberale, fondato sulla separazione dei poteri. I giudici divennero

elettivi. Fu previsto un parlamento composto da una sola camera, l'assemblea legislativa. I

ministri, di nomina regia, erano responsabili solo di fronte al sovrano e non potevano essere

membri dell'assemblea. Il re aveva facoltà di opporre un veto sospensivo alle leggi votate

dall’assemblea: solo dopo la conferma in due assemblee successive, tali leggi sarebbero

divenute esecutive. Ma l'equilibrata realizzazione di una monarchia costituzionale, come era

nei voti delle correnti politiche moderate, fu spezzato via dalla fuga del re da Parigi. Il gesto del

re mostrava una sua chiara adesione ai programmi degli emigrati e della contro rivoluzione.

Riconosciuto e fermato il re fu ricondotto a Parigi. La fuga del re minava gli elementi portanti

del consenso e dell'identità collettiva del popolo francese. La nazione, veniva privata di un suo

punto di riferimento unitario. In questo contesto potevano svilupparsi ipotesi di un regime

politico alternativo. Il re fu dapprima sospeso dalla assemblea costituente, poi discolpato.

Mentre si rafforzavano le correnti repubblicane, i moderati, confluiti nel club dei foglianti, dopo

una scissione dei giacobini, cercarono di pilotare la crisi tra gli scogli di una opposizione

sempre più forte. La divaricazione fra rivoluzione liberale e rivoluzione democratica era

divenuta ormai insanabile. In una situazione di incertezza istituzionale, il 30 settembre 1791 si

sciolse l'assemblea nazionale costituente e il 1° ottobre si riunì il nuovo parlamento,

l'assemblea legislativa. La norma che aveva escluso tutti membri della disciolta costituente

accentuò l'importanza dell'attività politica esterna all'assemblea, quella che si svolgeva nei

club. I foglianti avevano oltre 250 deputati su 745 che, sommati ai 350 costituzionali davano

una larga maggioranza moderata e tendenzialmente monarchica. A differenza di quanto

ritenevano o auspicavano i foglianti, la rivoluzione era tutt'altro che finita. Nessuna forza era in

grado di esercitare una egemonia politica e tutti i contrasti rimanevano aperti. La corte e gli

immigrati continuavano a organizzare la controrivoluzione, rafforzati in questo disegno

dall'atteggiamento di Austria e Prussia che, con la dichiarazioni di Pillnitz in Sassonia, si erano

schierati a favore di una soluzione moderata minacciando in caso contrario un intervento delle

potenze europee. Il malessere sociale, la svalutazione dell’assegnato, la scarsità di generi

alimentari mantenevano elevato il livello di mobilitazione dei ceti popolari. L'eventualità della

guerra si faceva sempre più vicina: non era tuttavia soltanto una minaccia esterna, ma si

presentava con uno sbocco inevitabile ai conflitti interni. Il 20 aprile 1792 fu infine dichiarata

guerra all’Austria. L'assemblea legislativa si pronunciò quasi all'unanimità. Ma giunsero anche

le prime sconfitte. L'esercito francese era disorganizzato. Apparve subito necessario

combattere gli elementi di debolezza interna e rafforzare le difese del paese. L'assemblea

decise di creare un campo volontari federati alle porte di Parigi per difendere la città. Ma il re

oppose il suo veto a questo decreto. A questo punto l'iniziativa fu ripresa dal popolo parigino,

dai sanculotti. Un grande corteo invase l’assemblea sfilando minacciosamente a lungo davanti

al re. A luglio, mentre l'assemblea dichiarava la patria in pericolo, cominciarono a giungere

dalla provincia i federati. Sanculotti e federati chiedevano apertamente la sospensione del re.

In una situazione tesissima giunse la notizia di un manifesto del duca di Brunswick,

comandante delle truppe nemiche che minacciava, nel caso fosse stato recato oltraggio alla

famiglia reale, una vendetta esemplare. Il programma accrebbe la determinazione delle forze

popolari e 47 sezioni parigine su 48 chiesero la deposizione del re. Sanculotti e patrioti federati

giunsero davanti al palazzo dell’assemblea abbandonato dalla guardia nazionale. L'assemblea

legislativa, presso la quale si era rifugiato il re, decretò la sospensione del sovrano dalle

proprie funzioni e decise nuove elezioni a suffragio universale. La sospensione del re rendeva

necessaria un'altra costituzione. Era questo uno dei compiti della nuova assemblea, la

convenzione nazionale. Di fatto, il potere esecutivo fu esercitato in Francia da organismi

straordinari e provvisori. Mentre le truppe prussiane premevano alle frontiere settentrionali,

non meno pericolosi apparivano i nemici interni. Il comune di Parigi cominciò ad arruolare

un’armata di volontari. In questa atmosfera eccezionale si diffuse la voce, alimentata dai

giornali più radicali, di un complotto controrivoluzionario che avrebbe avuto inizio nelle carceri.

I Sanculotti diedero l'assalto alle prigioni e massacrarono indiscriminatamente da 1100 a 1400

prigionieri. L'entusiasmo e la passione rivoluzionaria, furono i fattori che consentiranno alle

truppe francesi, innervate dai volontari, di battere i prussiani a Valmy. Nello stesso giorno di

Valmy si sciolse l'assemblea legislativa e si riunì la convenzione nazionale. La convenzione

dichiarò l'abolizione della monarchia. L'assemblea fu egemonizzata agli inizi dai girondini ai

quali si contrapponevano i i deputati della montagna, i montagnardi (Robespierre, Danton,

Marat), che sedevano in alto a sinistra (dalla posizione rispetto al presidente dell'assemblea

che ebbe origine i termini sinistra e destra). La lotta tra i girondini e montagnardi contrassegnò

la convenzione dal 92 al 93. Il contrasto non traeva origine da una diversa appartenenza di

ceto, le differenze tra i due schieramenti, erano di natura politica ed ideologica, ed è possibile

misurarle sulle due maggiori questioni del momento: il processo a Luigi XVI e il ruolo da

attribuire a Parigi e al movimento dei sanculotti. Durante il processo al re i girondini tennero un

atteggiamento meno intransigente. La colpevolezza fu decretata quasi all'unanimità, mentre

l'appello al popolo venne respinto. Luigi XVI fu condannato a morte. L'esecuzione di Luigi XVI

accentuò l'ostilità delle potenze europee. La convenzione approvò una politica volta ad

accordare fratellanza e aiuto a tutti i popoli che vorranno rivendicare la propria libertà. La

guerra diveniva così sempre più guerra rivoluzionaria e di propaganda. Dopo la conquista del

Belgio e l'apertura ai traffici minacciò gli interessi inglesi e olandesi e riaprirono antiche rivalità

commerciali. La convenzione dichiarò guerra all'Inghilterra e all'Olanda, il mese successivo

alla Spagna. Contemporaneamente avveniva la rottura con gli Stati italiani. L’ Inghilterra

cominciò ad organizzare un vasto intreccio di alleanze anti francesi noto come I coalizione.

Una leva di 300.000 soldati, non fu sufficiente ad arginare la ripresa dello offensiva nemica

nella primavera del 93 . Il generale Dumouriez fu sconfitto in Belgio, sospettato e messo sotto

inchiesta passò al nemico. L'episodio costituì un duro colpo per la credibilità dei girondini.

Nello stesso mese di marzo 1793 crisi una grande rivolta contadina esplose nella Vandea.

L'insurrezione nacque dall'opposizione e estraneità di una parte del mondo rurale alla

rivoluzione. La rivolta vandeana, appoggiata dai nobili e dai preti refrattari, sconfisse

sistematicamente le spedizioni inviate a reprimerla, rimanendo per anni il fattore più

competitivo e tenace della controrivoluzione. La situazione di gravissima emergenza sospinse

la Pianura (movimento politico di centro) a trovare un accordo con i montagnardi. La nuova

maggioranza della convenzione adottò una serie di provvedimenti eccezionali: furono creati un

tribunale rivoluzionario contro i sospetti e comitati di vigilanza rivoluzionaria. Per rafforzare il

potere esecutivo vennero inviati, nei dipartimenti presso le armate, rappresentanti in missione

con poteri amplissimi. Soprattutto venne istituito il comitato di salute pubblica il vero organo di

governo. Tutte queste misure apparvero ai girondini come un cedimento inaccettabile ai

Sanculotti e come l'inizio di una dittatura. Il contrasto con i montagnardi divenne sempre più

insanabile. Il 2 giugno la convenzione decretò l'arresto di 29 deputati e due ministri girondini

sotto la minaccia degli uomini della guardia nazionale. Il nuovo successo dei Sanculotti aprì la

strada all'egemonia dei giacobini (che, dopo la sconfitta dei girondini, si identificavano

interamente con i montagnardi) e del loro leader Robespierre. La sua austerità e

intransigenza, lo avvicinavano all'universo mentale simbolico dei sanculotti. Estranei e ostili a

questa ideologia e a questa mentalità, i ruppero con il movimento popolare e con il dinamismo

rivoluzionario dei Sanculotti, alienandosi così quella che era la maggiore forza di mobilitazione

e di aggregazione. All'inizio dell'estate del 93, il governo della Francia puntava sull'alleanza di

due minoranze, quella costituita dai militanti rivoluzionari e quella composta da personale

politico giacobino. L'ideologia politica dei giacobini discendeva dalle teorie democratiche degli

illuministi alle quali attingeva nelle linee di fondo anche il movimento popolare. Nella prassi

politica, i giacobini e Robespierre giustificarono il loro potere ponendosi, al di là e al di sopra

dei meccanismi della rappresentanza, come interpreti del popolo e come espressione della

volontà generale, inaugurando un modello di democrazia totalitaria. Gli strumenti

dell'egemonia giacobina furono il governo rivoluzionario e il “terrore”, ossia la sistematica

eliminazione fisica degli avversari politici o sospetti tali. La costituzione democratica del 93

votata il 24 giugno non entrò mai in vigore, rimanendo solo come un punto di riferimento

programmatico. Furono invece progressivamente sospese le più elementari garanzie dei

cittadini e fu instaurata una dittatura in nome del popolo e della libertà. Sotto la pressione dei

Sanculotti la convenzione mise il terrore all'ordine del giorno, decidendo l'avvio immediato di

una politica repressiva. Potenziato il tribunale rivoluzionario le prigioni si riempirono, i tribunali

e la ghigliottina lavoravano senza tregua. A Parigi, in ottobre, furono processati e decapitati

l'ex regina Maria Antonietta e i capi girondini. A partire dal marzo 1794, il comitato cominciò ad

eliminare i fattori di stabilità ed opposizione interni alle forze rivoluzionarie. In una dura lotta

per la sopravvivenza intrapresa dal gruppo dirigente roberspierista furono dapprima arrestati,

processati e giustiziati gli hebertisti. La stessa sorte toccò poco dopo ai cosiddetti indulgenti,

capeggiati da Desmoulins e Danton, da tempo favorevoli a una politica meno intransigente

all'interno e all'estero. L'eliminazione delle fazioni di sinistra e di destra ridusse la base politica

e popolare del consenso proprio mentre con la spietata legge del 22 pratile veniva intensificata

la repressione e inaugurato il cosiddetto “grande terrore”. La vittoria riportata dalle armate

francesi sul fronte belga sembra togliere l'ultima giustificazione alla politica del terrore. La

convenzione era impaurita, il comitato diviso. Cresceva l'ostilità all'autocrazia di Robespierre.

In questa atmosfera maturò una congiura che vide unite l’ala moderata e quelle estremista.

Robespierre e altri dirigenti vennero messi sotto accusa dalla convenzione e arrestati.

Dichiarati fuori legge, Robespierre e degli altri dirigenti furono giustiziati senza processo. Il

maggiore problema che i termidoriani (così venne chiamato il gruppo dirigente uscito dal colpo

di stato) dovettero affrontare fu quello derivante dalla necessità data di conciliare lo

smantellamento delle strutture della dittatura giacobina e l'apertura alle esigenze della società

civile con la sopravvivenza del ceto politico rivoluzionario. Decine di migliaia di sospetti furono

liberati, la convenzione reintegro i girondini superstiti. I club giacobini vennero chiusi. Contro il

movimento popolare e le sue organizzazioni si scatenò la gioventù dorata monarchica e alto

borghese che fu protagonista di sanguinose cacce al giacobino e al sanculotto. Nel

mezzogiorno e nel sud-est infuriò il terrore bianco (cosiddetto dal colore della bandiera

borbonica) con vendette, massacri e repressioni nei confronti dei giacobini e dei preti

costituzionali. Il processo di stabilizzazione interna venne consolidato con una serie di trattati

di pace, con la Prussia, l'Olanda e la Spagna. Ma la guerra rimaneva aperta con la Austria e

l’Inghilterra. Contemporaneamente la convenzione si dedicò all'elaborazione di un nuovo testo

costituzionale. La costituzione dell'anno III riprese in molti punti quella del 91 e soprattutto

accentuò il carattere censitario del sistema elettorale, e riducendo gli elettori di secondo grado

che eleggevano le due camere, il consiglio degli anziani e il consiglio dei cinquecento. Il

sistema bicamerale fu introdotto per attribuire agli anziani un potere di controllo sui

cinquecento. Il potere esecutivo fu affidato a uno direttorio di cinque membri che nominava i

ministri. Anche alla costituzione del 95 fu premessa una dichiarazione dei diritti. I membri della

convenzione affermarono il disegno costituzionale che la Francia doveva essere governata dai

migliori, dai più istruiti, dai più interessati al mantenimento delle leggi ,ossia da quanti

possedevano una proprietà. Quella del 95 fu dunque una costituzione consapevolmente anti

democratica e attentissima di evitare i rischi di una dittatura. Come in risposta alla minaccia

monarchica la convenzione decretò che i due terzi dei futuri deputati dovessero provenire dai

propri ranghi. Contro questi decreti fu organizzata a Parigi, con appoggio di larghi settori della

stampa, un'insurrezione realistica. Truppe governative comandante fra gli altri da Napoleone

Bonaparte repressero a cannonate la sommossa. La debolezza del regime costrinse il

Direttorio a dare l’avvio ad una politica volta a cercare consensi nella sinistra giacobina o tra la

destra filo-monarchica. Nuove difficoltà interne si presentavano all'indomani delle elezioni

tenute nella primavera del 97 per il rinnovo di un terzo dei consigli. Il successo della destra

aveva consentito ai monarchici di occupare con Pichegru la presidenza del consiglio dei

cinquecento e con Barthelemy uno dei posti nel direttorio. La maggioranza del direttorio attuò

quindi un colpo di stato: furono cassate le elezioni, deportati in Guaina (la ghigliottina secca)

Barthelemy e Pichegru. Gli avvenimenti francesi furono costantemente seguiti dall'opinione

pubblica e dai governi di tutta Europa. La rivoluzione non costituì solo uno spartiacque del

pensiero politico, ma determinò anche un nuovo dinamismo nei rapporti politici in tutta Europa.

Da un lato, i governi si impegnarono a spegnere e reprimere i focolai di protesta nel timore che

l'esempio francese dilagasse; dall'altro, i nuclei di opposizione presero coscienza di sé e dei

propri obiettivi. L'influenza della rivoluzione fu particolarmente forte nei paesi limitrofi, dove

poté agire come elemento di squilibrio nei rapporti interni, sommandosi a esigenze

autonomistiche o a conflitti già in corso. Tali furono i casi del Belgio e dell'Olanda. In Belgio dei

due partiti che avversavano gli austriaci, quello minoritario e democratico sollecitò e ottenne il

sostegno della Francia in seguito l'annessione. Anche nelle province unite i patrioti ostili al

conservatorismo degli austriaci erano in minoranza e solo con l'appoggio diretto della Francia

riuscirono a imporre la costituzione della repubblica batava. In Italia il centro più attivo di

organizzazione rivoluzionaria si costituì in Liguria sotto la diretta influenza dell'occupazione

francese alla guida di Filippo Buonarroti. Negli altri stati italiani, a Torino, a Bologna, a Napoli e

in Sicilia, i club giacobini (tutti sostenitori della rivoluzione) furono duramente combattuti

dall'autorità di governo. L'espansione rivoluzionaria in Europa fu sempre più affidata alle

baionette dell’esercito perché senza l'appoggio militare francese nessun nuovo regime

sarebbe stata in grado di reggersi. Il direttorio continuano nella politica di espansione francesi

in Europa. La sicurezza della Francia sembrava poter essere garantita dalla costituzione di

repubbliche sorelle. Il progetto girondino di una liberazione dei popoli si intrecciava

strettamente con gli obiettivi espliciti di sfruttamento economico, fiscale e commerciale dei

territori annessi o alleati. La realizzazione di questo disegno era legata alla sconfitta

dell'Austria che doveva essere investita da una linea di attacco sul territorio tedesco, mentre

altre truppe avrebbero tenuto impegnati gli austriaci in Italia. Il comando dell'armata in Italia fu

affidato al generale Napoleone Bonaparte. La campagna d'Italia mise immediatamente in luce

le sue straordinarie qualità di comandante militare. Bonaparte riuscì nel disegno strategico di

mantenere unite le sue forze costantemente inferiori di numero. Il 15 maggio Bonaparte, dopo

aver agirato le truppe austriache e averle sconfitte a Lodi, entrava trionfalmente a Milano. Vani

furono i tentativi austriaci di riprendere il controllo della Lombardia. Varcate le alpi e giunti a

100 chilometri da Vienna i francesi costrinsero l'Austria a firmare i preliminari di pace di

Leoben. Frattanto il trattato di Tolentino con papa Pio VI aveva assicurato alla Francia anche il

dominio definitivo sull'Emilia e la Romagna. Bonaparte condusse direttamente le trattative con

l’Austria. Con il trattato di Campoformio ottenne il riconoscimento dell'egemonia francese in

Lombardia e in Emilia e dell’annessione del Belgio. L’Austria venne compensata con il Veneto,

l'Istria e la Dalmazia. Tutto ciò non contraddiceva tuttavia il più complesso progetto politico di

creare in Italia una serie di repubbliche sorelle. Fu così creata in Emilia e Romagna la

repubblica Cispadana; si formarono la repubblica ligure e, sui territori occupati dalla

Lombardia, la repubblica Cisalpina, con la quale si fuse la Cispadana. A questa prima fase ne

seguì una seconda in cui i francesi intervennero a Roma (dove, nella repressione di un

tentativo giacobino, era stato ucciso un generale francese) e proclamarono la repubblica

romana, che comprendeva il Lazio, Umbria e Marche. Pio VI fu deposto e trasferito in toscana.

Portato in seguito in Francia, e dichiarato prigioniero di stato, morì nel 1799. Alla fine del 98 la

riapertura delle ostilità contro la Francia da parte delle potenze della II coalizione indusse il

regno di Napoli ad attaccare la repubblica romana. Dopo qualche iniziale successo, le truppe

borboniche furono respinte e Napoli fu occupata. Qualche giorno dopo fu proclamata la

repubblica partenopea. Passate alla storia come repubbliche giacobine (nome imposto dagli

avversari). Le costituzione repubblicane furono tutte modellate sulla costituzione francese del

95: alcune furono direttamente imposte dai francesi, come quella Cisalpina e quella romana;

altre furono preparate da commissioni italiani: quella napoletana fu, per il suo contenuto

democratico quella che più si allontanò dal modello francese. Due costituzioni, la ligure e la

Cispadana, non rispettarono il principio della separazione fra chiesa e stato, presente nel testo

del 95, ma dichiararono il cattolicesimo religione di stato. Il controllo dei francesi si tradusse

anche nella nomina diretta dei membri degli organi legislativi e di governo. I ceti popolari

rimasero sempre o estranei o avversi al dominio francese. Ad esempio, furono assalite le

truppe francesi a Verona; a Napoli i popolani si opposero violentemente all'ingresso dei

francesi in città. Nell'Italia meridionale, i contadini non viderò realizzarsi alcun vantaggio

immediato alle loro durissime condizioni per opera del nuovo regime repubblicano. Fu agevole

quindi per il cardinale Fabrizio Ruffo, emissario dei borboni, sollevare i contadini e guidare

l’armata della santa fede contro la repubblica giacobina. La conquista di Napoli ad opera dei

sanfedisti consentì il ritorno dei borbone che effettuarono una durissima repressione. Nella

primavera del 98 fu concesso a Bonaparte, dopo la rinuncia a un progetto di invasione

dell'Inghilterra, di organizzare una spedizione militare contro l’Egitto. Da li avrebbero potuto

essere colpiti gli interessi commerciali inglesi in oriente. L'Egitto era una provincia dell'impero

ottomano, dominata dalla setta militare dei mamelucchi. Con una durissima marcia i francesi

giunsero in prossimità del Cairo, e qui, nella battaglia delle piramidi, sconfissero i mamelucchi.

La vittoria diede nuova fama a Bonaparte. Ma pochi giorni dopo l'ammiraglio inglese Nelson

sorprendeva la flotta francese e la distruggeva ad Abukir. L'unico risultato certo della

spedizione in Egitto fu la ricomposizione di una alleanza generale contro la Francia, animata

come sempre dall'Inghilterra e con l'attiva partecipazione della Russia e dell'impero turco. In

Italia e in Germania i francesi cominciarono a ripiegare sotto l'attacco degli austro-russi. Il

generale russo Suvorov conquistava la Lombardia ed entrava a Milano. Le nuove difficoltà

militari riaprirono a Parigi un'ennesima crisi politica. I giacobini ripresero lo slancio, rafforzati

dal ricordo dei successi della loro politica. A giugno i consigli, ossia il parlamento, attaccarono

duramente il direttorio, nel quale era stato da poco nominato Sieyes. Le fratture politiche

rimanevano profonde e un nuovo colpo di stato era nell'aria. Sieyes non faceva del resto

mistero di voler procedere ad una revisione costituzionale che rafforzasse l‘esecutivo, ma non

disponeva di una sicura maggioranza parlamentare. Bonaparte rientrò a Parigi e divenne e

l’elemento indispensabile al colpo di stato che Sieyes veniva preparando. Con il pretesto di un

complotto, i consigli vennero trasferiti a Saint-Cloud nei pressi della capitale, sotto protezione

militare. Napoleone non riuscì a ottenere pacificamente dal consiglio dei cinquecento, nel

quale si era presentato con la propria scorta, la riforma costituzionale. Allora fu deciso

l'intervento delle truppe che sgomberarono la sala. Successivamente i deputati consenzienti

votarono la creazione di una commissione esecutiva con pieni poteri composta dai tre consoli

della repubblica francese, Sieyes, Ducos e Bonaparte. La rivoluzione francese fu un fenomeno

evidentemente politico. Distrusse un’organizzazione del potere, la monarchia assoluta, e le

basi giuridiche della società per ceti. Mise in atto una serie di nuovi rapporti fra società civile e

stato, fondati su un enorme estensione della base politica e della partecipazione. E insieme

pose due problemi di fondo per tutto lo sviluppo politico successivo: attraverso quali forme e

quali forze garantire una rappresentanza della società civile. L'allargamento della

partecipazione, il trasferimento della sovranità al popolo, l’identificazione del popolo con la

nazione mutarono radicalmente i modi e i contenuti della politica e conferirono alla rivoluzione

francese il ruolo periodizzante di inizio dell’età contemporanea.

Napoleone e l'Europa

Il successo di Napoleone nella conquista del potere poggiava su un elemento di fondo: il ruolo

dell'esercito nella vicenda rivoluzionaria. L'ascesa al potere di Bonaparte venne sancita dalla

nuova costituzione dell'anno VIII. Nella redazione prevalsero però le direttive delle volontà di

Bonaparte. Il potere esecutivo fu infatti rafforzato ben oltre gli originari propositi di Sieyes e fu

interamente attribuito al primo console, Napoleone Bonaparte. Il primo console deteneva

anche l'iniziativa legislativa. I residui poteri legislativi erano affidati a tre assemblee: il tribunato

che discuteva le leggi senza poterle votare; il corpo legislativo che le votava senza poterle

discutere, il Senato che ne controllava, prima della promulgazione, la costituzionalità. Si venne

di fatto instaurando un governo dittatoriale che ruotava intorno alla figura di Bonaparte,

propostosi come nuovo despota illuminato, restauratore e dell'ordine e della libertà, l'unico in

grado di concludere la rivoluzione. Napoleone mirò soprattutto a garantirsi un ampio consenso

di base nel paese. Con questo obiettivo, il ricorso al plebiscito fu uno dei fattori costitutivi del

regime napoleonico. Il plebiscito era inteso infatti come ricerca di una delega diretta da parte

del popolo, senza le mediazioni della rappresentanza. Il consolidamento del potere

napoleonico era legato al raggiungimento della pace. La pace passava inevitabilmente per una

ripresa della guerra. Nella primavera dell'1800 Napoleone varcava le alpi e, dopo aver

conquistato Milano, riuscì a prevalere sugli austriaci. Ma l'Austria, soltanto dopo ulteriori

sconfitte, si adattò a firmare la pace di Luneville che riconosceva la ricostituzione della

repubblica Cisalpina. Dopo che la Russia si era ritirata dalla coalizione anti francese a causa

di contrasti commerciali con gli inglesi, il conflitto rimaneva ancora aperto con la sola

Inghilterra. Le dimissioni del più strenuo avversario della Francia, il primo ministro William Pitt

il giovane, consentirà un avvio delle trattative che si conclusero nel marzo 1802 con la pace di

Amiens. La Francia restituiva l'Egitto all'impero ottomano, mentre l'Inghilterra riconosceva le

conquiste francesi in Europa. Napoleone riteneva che l'equilibrio del suo potere potesse

essere assicurato solo dalla ricomposizione della fattura con la chiesa di Roma. Questo

obiettivo fu raggiunto con il Concordato del luglio 1801, con il quale il nuovo pontefice Pio VII

riconosceva la repubblica francese. L'atmosfera politica favorevole seguita al concordato,

consentì a Bonaparte di proporre un plebiscito sulla trasformazione della sua carica in

consolato a vita. La consultazione popolare registrò un numero di consensi elevato.

Contemporaneamente al plebiscito fu la promulgazione di un senatoconsulto che modificò la

costituzione (costituzione dell'anno X) ed estendeva i poteri del primo console, al quale era

attribuita anche la facoltà di designare il proprio successore. Il sistema elettorale venne

modificato sostituendo alle liste di notabili i collegi elettorali i cui componenti erano nominati a

vita fra i 600 cittadini più tassati di ogni dipartimento. Nel marzo 1804 la promulgazione del

codice civile costituì il suggello dell'opera riformatrice di Napoleone. Obiettivo del codice fu

quello di salvaguardare e di dare certezza giuridica alle più importanti conquiste dell’89, quelle

relative all'abolizione dei diritti feudali, alle libertà civili, la difesa della proprietà. La pace di

Luneville non aveva interrotto l'espansione francese in Italia. Fu infatti incorporato il Piemonte

e il ducato di Parma, ma il controllo della Francia si estendeva anche a Genova e alla toscana.

La repubblica Cisalpina, dopo la convocazione di una consulta si era trasformata in repubblica

italiana. Alla presidenza della repubblica fu eletto Bonaparte. Questo dinamismo

internazionale riaccese l'ostilità dell'Inghilterra che decise di non restituire Malta, come era

previsto dalla pace di Amiens. Il rafforzamento dei poteri del primo console era stato

accompagnato da una accentuazione dei controlli sulla stampa e in genere su tutti gli aspetti

della vita culturale. Bonaparte volle cancellare ogni ipotesi di restaurazione borbonica

facendosi nominare imperatore dei francesi. Il senatoconsulto (costituzione dell'anno XII) che

istituiva la dignità imperiale ereditaria fu sottoposto a plebiscito e approvato. Occorreranno

cinque anni per fare accettare a tutta l'Europa il nuovo impero. Cinque anni di guerre, di

annessioni, di formazione di nuovi regni. La geografia politica del continente ne risultò

profondamente sconvolta. Nel maggio 1805 la repubblica italiana si trasformò in regno d'Italia:

Napoleone ne cinse la corona a Milano. La nuova coalizione anti francese (III coalizione fra

Inghilterra, Austria, Russia e Svezia) obbligò la grande armata di Napoleone a muovere verso

est in quanto quest'ultima era stata concentrata sulle coste della manica con l'obiettivo di

invadere l'Inghilterra. Con una manovra a largo raggio accerchiò gli austriaci e li costrinse a

capitolare. Conquistata Vienna le truppe austriache e Prussia riunite furono sbaragliate ad

Austerlitz. La pace con l’Austria firmata a Presburgo concedeva alla Francia il Veneto, l'Istria e

la Dalmazia, che venivano incorporate nel regno d'Italia. Dopo Austerlitz il dominio

napoleonico si estese ulteriormente in Italia: Napoleone dichiarò decaduti i borbone di Napoli e

impose sul trono il fratello Giuseppe. Pochi giorni dopo la capitolazione di Ulm, la flotta

francese e l'alleata spagnola erano state distrutte nella battaglia di Trafalgar dall'ammiraglio

inglese Nelson. Trafalgar determinò la definitiva rinuncia al progetto di invasione

dell’Inghilterra e precluse ai francesi ogni reale possibilità di contrastare la potenza inglese sui

mari. Nel 1806 fallirono le ipotesi di pace sia con la Russia che con l'Inghilterra, dove,

nonostante la morte di Pitt, il nuovo governo non mutò sostanzialmente politica. In Germania

Napoleone creò nel - con gli stati vassalli della Francia - la confederazione del Reno di cui

divenne protettore e annuncio di non riconoscere più il sacro Romano impero; poco dopo,

l'imperatore Francesco II depose la millenaria corona. L'atteggiamento di Napoleone, che

sembrava poter disporre a piacimento della Germania, indusse la Prussia a dichiarare guerra

alla Francia (IV coalizione) ma il suo esercito fu annientato in una settimana. Da Berlino

appena occupata Napoleone proclamò il divieto per i paesi del continente a mantenere

relazioni commerciali con l'Inghilterra. Il blocco continentale mirava a ottenere quella

distruzione della potenza inglese che sembrava impossibile raggiungere sul piano militare. La

guerra continuò con la Russia e con la Prussia. La vittoria di Napoleone dopo un durissimo

scontro a lungo indeciso non fu tuttavia risolutiva. Soltanto un ulteriore sconfitta russa consentì

di giungere alla pace che fu firmata a Tilsit. La Prussia fu duramente penalizzata con la perdita

dei possessi polacchi e dei territori ad ovest dell'Elba che formarono il regno di Vestfalia per

Girolamo, il più giovane dei fratelli di Napoleone. L'anno precedente la repubblica batava era

stata trasformata in regno di Olanda per l'altro fratello Luigi. Salvo alcune minori perdite

territoriali la Russia non subì conseguenze dalla pace, ricevette anzi con un trattato segreto di

alleanza, carta bianca per l'espansione verso l'impero ottomano e la Finlandia. Ma il risultato

più significativo di Tilsit, quello a cui Napoleone mirava, fu l'inserimento dello zar Alessandro I

nella politica internazionale francese e nel blocco continentale. Tilsit segnò l'apice della

potenza napoleonica. Nei due anni successivi altre conquiste si sarebbero aggiunte ad

ampliare il grande impero, accompagnate dalle primi gravi difficoltà militari, soprattutto in

Spagna. La conquista della Spagna rappresentò la fase più difficile dell'espansione

napoleonica. Il paese si sollevò contro i francesi a partire da Madrid dando vita ad una

durissima resistenza armata. La capitolazione dei francesi in Andalusia, fu la prima sconfitta

dell’esercito napoleonico. Accanto agli insorti operò con successo un corpo di spedizione

inglese. Nel 1809 Napoleone fu nuovamente impegnato nella guerra contro l'Austria, che con

l’Inghilterra, formò la V coalizione. Non sostenuti adeguatamente dall'intervento inglese, gli

austriaci, battuti nei pressi di Vienna firmarono in ottobre la pace di Schonbrunn.. Il regno

d'Italia ottenne il Trentino ceduto dalla Baviera. Altri più importanti mutamenti territoriali erano

avvenuti nel frattempo in Italia. Parma e la toscana erano state annesse all'impero. Nel 1809

furono incorporate anche Lazio e l'Umbria. Scomparve lo stato pontificio e Pio VII, che aveva

scomunicato Napoleone, venne arrestato. Tra il 1810 e il 1812 il grande impero raggiunse la

sua massima estensione. Un dominio che Napoleone volle legittimare sposando la figlia

dell'imperatore d'Austria, la granduchessa Maria Luisa, annullando il legame con Giuseppina.

Tutti gli stati su cui si estendeva l'egemonia napoleonica dovettero accettare il blocco


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecilialll di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Gaudioso Francesco.

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