Lezione 8
Oggi parleremo proprio dell’immunoregolazione, io vi citerò vari trial clinici e varie prove
che son state fatte, ma non voglio assolutamente che voi le sappiate nel dettaglio quindi su
certe cose saremo veloci. I trial, che appunto vi citerò, vi servono anche per riprendere alcuni
concetti della patogenesi del diabete, vedrete che nell’elaborazione dei trial viene ripresa. Ad
oggi nessuno di questi funziona, quindi non saremo specifici su un trial piuttosto che un altro,
perché purtroppo ad oggi non abbiamo un trial clinico che funziona e che possiamo usare. Vi
ricordate che il diabete di tipo I è una patologia autoimmune che porta alla distruzione delle
cellule beta, e oltre al concetto dell’autoimmunità nelle cellule beta, come nel diabete di tipo
II, abbiamo un’aumentata apoptosi delle cellule beta, che è stata dimostrata anche nel diabete
di tipo I, dove abbiamo un’aumentata vulnerabilità delle cellule beta all’apoptosi indotta dalle
citochine proinfiammatorie. Quindi al fenomeno autoimmune, che porta alla morte cellulare,
si somma questa apoptosi cellulare determinata indirettamente dal processo autoimmune, che
libera le citochine proinfiammatorie che alla fine fanno morire le cellule beta. Oltre quindi ad
una aumentata apoptosi abbiamo anche una diminuzione della rigenerazione della beta
cellula, infatti gran parte della ricerca nell’ultimo periodo si è focalizzata sui meccanismi che
coinvolgono le cellule staminali all’interno delle isole pancreatiche, che in qualche modo
nell’individuo normale rigenerano le cellule beta. Per cui le cellule beta muoiono per il
processo autoimmune, vanno in apoptosi e si rigenerano poco, per cui in un individuo
diabetico sono sempre meno, con una diminuzione della secrezione insulinica che alla fine
porta al diabete. Come faccio alla fine a curare il diabete? Devo sostituire questa massa delle
beta cellule, e posso farlo mediante un trapianto di pancreas, che di solito si fa associato al
trapianto di rene, nel senso che il diabetico ha spesso una delle complicanze più gravi del
diabete di tipo I, ovvero la nefropatia diabetica, che porta poi alla end failure desease, ovvero
il rene non riesce più a filtrare nulla. I pazienti che hanno una insufficienza renale cronica, per
i quali si pensa ad un trapianto di rene, generalmente vengono sottoposti anche ad un
trapianto di pancreas, visto che comunque devono prendere degli immunosoppressori per il
trapianto di rene. Quindi il diabete si può contrastare con un trapianto di rene/pancreas, un
trapianto di isole pancratiche, che richiede meno immunosoppressori rispetto ad un trapianto
di pancreas, ma che comunque dure anche meno, piuttosto che utilizzando le cellule staminali
o con l’immunomodulazione con dei bersagli molecolari. Il problema di trapiantare sia
pancreas che isole pancreatiche che cellule staminali, che ho fatto in qualche modo diventare
cellule beta, è che se bene o male se c’era l’autoimmunità prima ci sarà anche dopo, per cui
non andiamo a curare del tutto il diabete. Perciò bisognerebbe puntare
sull’immunomodulazione, dovremmo quindi in qualche modo riuscire a modulare il sistema
immunitario,. Fare ciò è molto difficile perché ci sono diversi bersagli molecolari che
vengono messi in atto, e quindi non è così facile individuarne uno da utilizzare. Ad oggi si
supplisce solo al deficit di insulina con insulina esogena, è una terapia salvavita, nel senso che
sennò il paziente muore, ma non previene le complicanze croniche. Quanto più il paziente
riesce a tenere l’emoglobina glicata sotto un certo livello tanto più in qualche modo le
complicanze croniche sono di meno, alla fine l’insulina a lungo andare dà delle crisi di ipo o
iperglicemia, non è regolata in modo fisiologico come l’insulina endogena. Per cui l’ideale è
da un lato voler ripristinare la beta cellula, però appunto il problema del trapianto è sia la
scarsità dell’organo, e anche trapiantare isole pancreatiche non è così banale, oltre che
l’immunosoppressione che questi pazienti richiedono non è leggera. Con l’immunoterapia
vogliamo in qualche modo andare ad aumentare tutte le parti molecolari buone del sistema
immunitario, che combattono l’autoimmunità, in cui sono le regine le cellule T regolatorie. È
stato dimostrato che particolari malattie autoimmuni che un aumento delle Treg potrebbe
diminuire la patogenesi dell’autoimmunità. L’ideale per il problema del diabete è il ripristino
delle cellule beta ed evitare che vengano attaccate dal sistema immunitario, ma come posso
fare tutto questo? Posso farlo con terapie farmacologiche, biologiche tramite soprattutto
l’utilizzo di Ab monoclonali, oppure posso farlo con una cell therapy, non solo con cellule
staminali ma anche con componenti del sistema immunitario che in qualche modo posso
riadattare per andare a sviluppare delle strategie di immunomodulazione. Sono vari i
componenti del sistema immunitario coinvolti nella patogenesi del diabete, ma quali sono
quelli che effettivamente fanno il danno? Sono le cellule T autoreattive CD4, anche se i CD8
hanno comunque un ruolo. Sembra che i CD4 riconoscano qualche autoantigene dell’isola, i
principali autoantigeni vengono esposti e riconosciuti dalle cellule T creando il danno alla
cellula beta. Questi linfociti T autoreattivi in qualche modo devono migrare ed arrivare per
dare il danno alla cellula beta, il modo fondamentale è passare per l’endotelio, nel senso che
devono passare dall’endotelio nel versante circolatorio ed arrivare all’isola dove devono dare
il danno. Per cui un altro dei bersagli molecolari potrebbe essere l’endotelio, nel senso che
quanto più riuscissi ad avere un endotelio meno attivo e meno pronto a far passare tutti questi
linfociti T autoreattivi tanto più non si genererebbe insulite nel diabete. I principali
autoantigeni nel diabete sono l’insulina, GAD65, IA-2, il trasportatore dello zinco ZnT8, e gli
ICA, che abbiamo citato l’altra volta.
Prima dei trial clinici naturalmente dobbiamo fare tanti studi su cellule e tanti studi su i topi,
in particolare nel diabete si usa un modello di topi che si chiamano i topi NOD, che sono i
topi che possono sviluppare e a cui si può indurre il diabete, quindi è particolarmente facile su
questi modelli animali studiare la patologia per vedere se effettivamente questi bersagli
molecolari possono funzionare. Il problema è stato che nel diabete molti terapie e trial clinici
funzionavano benissimo nei topi NOD, ma al momento del passaggio all’uomo non hanno
avuto lo stesso risultato, proprio perché il diabete in un sistema ancora più complicato come
l’essere umano è sicuramente più complesso rispetto al topo. L’altro problema dei trial clinici
(naturalmente abbiamo tutto una parte di ricerca che si basa sulla conoscenza
dell’eziopatogenesi del diabete, da un lato su cellule e dall’altro su topi) è che prima di
progettarli bisogna decidere a che tipo di pazienti poterli fare. Questa è uno dei problemi del
trial, perché prima del trial bisogna con la ricerca capire qual è il tipo di bersaglio, però poi
bisogna trovare anche i giusti candidati. Nel diabete non è così facile trovare i giusto
candidati, comunque si sono selezionati dei criteri per identificare quei pazienti diabetici a cui
comunque poter fare questi tipi di intervento. Un primo target di pazienti potrebbero essere i
prepazienti, se riuscissimo a fare l’immunomodulazione su pazienti che ancora non hanno
sviluppato il diabete ma che lo svilupperanno sarebbe l’ideale, nel senso che
l’immunomodulazione dovrà preservare la massa delle beta cellule. Quindi, se la vado a fare
al paziente che ha il 10% della massa delle beta cellule all’esordio vado a preservare questo
10% (se l’immunomodulazione funziona al top), però se la riesco a fare al prepaziente
beccando il diabete prima dell’esordio riuscirei ad avere un successo
dell’immunomodulazione preservando il 40-50% delle beta cellule del paziente. L’altra cosa è
dire va bene, già che non sono definiti ad oggi i marker che riescano a predire il diabete in
modo sicuro, quindi qualche prepaziente si può identificare ma non abbiamo la sicurezza
totale, e per identificare i prepazienti come marker si usano gli autoanticorpi. Gli autoAb non
sono coinvolti nella patogenesi, cioè nella distruzione dell’isola, ma sono degli epifenomeni e
dei marker molto utili per la diagnosi, e quanto più li associamo ad un paziente (tanto più il
paziente ne ha) tanto più può essere un fattore che è un indice di sviluppo di malattia. Ad oggi
quindi non si può predire il diabete, e anche riuscissimo a predire oggi il diabete i pazienti
verrebbero usati solo come cavie, perché ad oggi non abbiamo una immunoterapia efficace al
100%. Il problema dell’identificazione del prepaziente è proprio questo, nel senso che ad oggi
non abbiamo qualcosa da proporgli di così certo. Comunque sia i criteri ad oggi identificati
dalla Società Immunologica del Diabete sono 1) la diagnosi di diabete secondo i criteri come
la glicemia alta, 2) la positività per almeno un Ab, o GAD o l’insulina o IA-2 o ICA. Poi 3) i
livelli di C peptide maggiori di 0,2 nmol/L, che dev’essere ad un livello maggiore perché ci
serve per andare a valutare la produzione di insulina endogena, quindi se è presente il C
peptide la produzione dell’insulina endogena c’è e quindi ho ancora un po’ di beta cellule
rimanenti. L’immunomodulazione si fa in pazienti che non hanno perso del tutto la massa
beta cellulare, sennò non avrebbe senso perché la dovrei associare ad un trapianto di cellule
beta, ma già i dati non sono così confortanti, se poi si fa in contemporanea anche un trapianto
giusti candidati? è difficile capire come sta andando il trial clinico. Poi 4) l’età dev’essere comunque
abbastanza bassa, anche perché per quanto l’età nel diabete si sta un po’ alzando, nel senso
non sono definiti i marcatori che identificano con il 100% di specificità e
sensibilità i soggetti che svilupperanno il diabete. Non si può predire insorgenza
che il diabete di tipo I di solito aveva un esordio abbastanza giovanile ma ultimamente l’età di
di malattia esordio di è anche alzata, ma non è altissima, infatti dev’essere minore di 35 anni per una fase
II o III del trial clinico.
Protocolli di intervento in pazienti di recente diagnosi per DM1, Immunology
Diabetes Society, linee guida per la selezione dei soggetti da includere (C’è un sito molto carino,
-diagnosi di diabete secondo criteri ADA www.clinicaltrials.gov, nel
-positività per almeno un anticorpo (GAD, insulina, IA-2 o ICA) quale mettete una patologia
che vi interessa e vi da tutti
-livelli di C-peptide maggiori di 0,2 nmol/l trial in corso o che sono stati
-età minore di 35 anni (per fase II o III) e maggiore di 18 anni per fase I fatti per quella patologia. È
un modo per monitorare che
-Stabilità psichica del paziente e informazione della non guarigione trial clinici ci sono per una
determinata patologia, in che fase sono, quanti pazienti ha reclutato e quindi vedere i
principali dati). L’ultima caratteristica che ci identifica i giusti candidati è rappresentata dalla
5) stabilità psichica del paziente, anche perché queste terapie hanno un costo quindi non si
possono applicare a pazienti che poi non seguono il protocollo terapeutico, e anche
all’informazione della non guarigione, che fa parte della limpidezza del trattamento. In verità
ogni volta che fai una terapia sperimentale devi comunicare al paziente che la terapia è
sperimentale, i medici si preservano sempre dal dire che guarirai, per cui l’informazione della
non guarigione è quasi sempre presente. Prima dei trial clinici dobbiamo fare tutta una serie di
studi cellulari, capire come funziona il diabete con studi su topi NOD, poi decidiamo i
candidati per questi trial clinici utilizzando le linee guida applicate per la selezione dei
soggetti, ma alla fine come valuterò l’efficacia del mio trattamento immunomodulatorio?
Perché prima di arrivare alla guarigione del diabete ci vorranno anni, quindi adesso che non si
riesce ancora a debellare il diabete i biomarker che vengono utilizzati come prova di
efficacia del trattamento (la cosa migliore sarebbe andare a monitorare il sistema
immunitario, e un marker di efficacia immunologica è l’aumento dei Treg, che vuol dire che
il sistema immunitario si sta direzionando verso un’aggressione non così forte come prima,
quindi in qualche modo si sta normalizzando.) sono i livelli di C peptide, se il trial clinico sta
funzionando i livelli di C peptide dovranno essere costanti ed aumentati, molti trial clinici
hanno dato un aumento del C peptide, vuol dire che delle cellule beta che prima erano un po’
borderline in qualche modo si sono risvegliate. Poi un altro biomarker è rappresentato dai
livelli di glicemia e di emoglobina glicata, l’emoglobina glicata mi serve per avere un’idea
dell’andamento della glicemia, cioè è un marker di progressione della glicemia e
sostanzialmente serve per andare a vedere quanto il mio paziente riesce ad avere un certo
rigore nella dieta. Infatti, tanto più il mio paziente ha dei picchi glicemici incostanti tanto più
l’emoglobina glicata avrà dei valori alti. Quindi in un paziente con immunomodulazione
riusciamo ad avere una glicemia e una emoglobina glicata non così alte vuol dire che il
trattamento sta funzionando. Per ultimo, l’ideale e quello che alcuni trial clinici hanno
ottenuto, abbiamo la riduzione della somministrazione di insulina per un periodo, cioè per
un periodo è come se alcuni pazienti diventassero non diabetici perché aumentando il C
peptide riescono a farcela con l’insulina endogena. Il problema però è che dopo un po’ questo
periodo finisce, quindi tutti i trial clinici che abbiamo fino ad oggi sono a questo punto, nel
senso che riescono ad aumentare i livelli di C peptide, riescono a mantenere abbastanza
costante la glicemia e quindi l’emoglobina glicata, riescono a far sì che il paziente non utilizzi
più insulina, ma solo per un periodo. Quindi ad un certo punto c’è qualche elemento del
sistema immunitario che non viene soppresso da quelli su cui vanno ad agire che poi hanno la
meglio, per cui tutto il sistema si sfasa. Adesso vi farò una carrellata senza entrare nel
dettaglio dei vari studi, anche perché i risultati sono simili nei vari studi, chi più chi meno,
però ad oggi siamo a questo livello qua. Il meglio che riusciamo a fare è ridurre la
somministrazione di insulina solo per un periodo.
Quali trial clinici possiamo fare, cioè quali strategie di immunomodulazione potremmo fare?
Possiamo partire da delle terapie di immunosoppressione sistemica, cioè la diminuzione
dell’attività del sistema immunitario in modo generalizzato, ed è quello che è stato fatto nel
diabete con l’utilizzo della ciclofosfamina. Però è chiaro che una immunosoppressione
massiccia non ci piace così tanto, perché ti predispone a tutta una serie di patologie, magari
non abbiamo il diabete ma moriamo per un’infezione, quindi non è l’ideale. Possiamo andare
a fare delle terapie target che vanno in qualche modo ad alterare delle componenti del sistema
immunitario, oppure possiamo fare una terapia cellulare. La cosa che ci piacerebbe di più, con
una più alta specificità, sarebbe una terapia basate sugli antigeni, cioè quanto più riusciamo ad
identificare quali sono quegli antigeni che, riconosciuti dal sistema immunitario, danno poi la
morte delle cellule beta, quindi quali sono quelli esposti dalle beta cellule che fanno sì che
loro in qualche modo siano riconoscibili dal sistema immunitario e quindi aggredibili da
METODI DI IMMUNOTOLLERANZA
quest’ultimo, quindi tanto più riusciamo ad agire su questi antigeni e a far sì che questi
riescano ad essere visti dalle cellule del sistema immunitario come self, quindi come non
aggredibili, tanto più avremo
raggiunto il bersaglio della nostra
immunomodulazione. La terapia
ideale sarebbe una terapia basata
su un antigene della cellula beta,
cioè una terapia che faccia appunto
rendere la cellula beta come una
cellula self normale, che non viene
quindi vista dal sistema
immunitario.
Questa è solo per farvi una carrellata
di quali sono ad oggi i metodi di
immunotolleranza provati nel
diabete, sono tantissimi, io
assolutamente voglio solo che voi vi
ricordiate le cose fondamentali.
Abbiam detto che possiamo avere
strategie di immunosoppressione, si
è provato a trattare i diabetici con la ciclosporina, con tutte le controindicazioni del caso.
Possiamo avere strategie di terapie cellulari, e vi citerò le varie terapie cellulari provate nel
diabete, in particolare quelle che sembrano funzionare di più sembrano essere o cellule
staminali prese dal cordone o cellule staminali mesenchimali. Per quanto riguarda il versante
delle cellule del sistema immunitario, i diabetici sono stati trattati con delle cellule
dendritiche, che sono le cellule fondamentali nella presentazione dell’antigene, quindi anche
qui torniamo ad una terapia basata sull’antigene, o con le cellule Treg. Oppure anche terapie
che hanno come target i linfociti T, che sembrano essere quelli che poi danno il danno, quindi
delle terapie basate sugli antiCD3, antiCD20, sugli antiCD2, o delle terapie basate
sull’antigene, quindi prendendo quei vari antigeni che ho citato essere fondamentali per il
diabete (insu
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