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Appunti di Sociologia del prof. Bonino sugli elementi di sociologia: formazione della società moderna, il tessuto sociale, Cultura, linguaggio e comunicazione, Controllo sociale, devianza e criminalità, la religione, Stratificazione, classi sociali e mobilità, Differenze di genere e di età.

Esame di Sociologia docente Prof. R. Bonino

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C a p i t o l o 3 : L a t r a m a d e l t e s s u t o

s o c i a l e

AZIONE, RELAZIONE, INTERAZIONE SOCIALE

La società è fatta di individui che si influenzano reciprocamente, agendo l’uno per l’altro, con l’altro e contro

l’altro. L’azione sociale è un concetto di base della sociologia.

Possiamo distinguere diversi tipi di azione sociale:

• Azioni razionali rispetto allo scopo: se chi agisce valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi

che si propone, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che potrebbero derivarne, paragona i

diversi scopi possibili e i loro rapporti.

• Azioni razionali rispetto al valore: se chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato dal

dovere, dalla dignità, da un precetto religioso, da una causa che reputa giusta, se egli agisce cioè per

principio senza pensare alle conseguenze.

• Azioni determinate affettivamente: se si tratta di pure manifestazioni di gioia, gratitudine,

vendetta, affetto o di altro stato del sentire. Si tratta di espressioni di un bisogno interno, senza la

valutazione delle conseguenze.

• Azioni tradizionali: se sono semplice espressione di abitudini acquisite, comportamenti che si

ripetono senza interrogarsi su possibilità alternative e sul loro vero valore.

Sino a prova contraria l’uomo si comporta in modo razionale.

Due o più individui che orientano reciprocamente le loro azioni stabiliscono una relazione sociale.

Una relazione sociale può essere:

• Profonda (per esempio fra genitori e figli) o transitoria (per esempio in uno scambio di mercato).

• Cooperativa quando è orientata al raggiungimento di fini comuni o conflittuale quando è orientata

all’affermazione della propria volontà contro la volontà altrui.

L’interazione sociale è il processo secondo il quale duo o più persone in relazione fra loro agiscono in

sequenza, reagendo alle azioni degli altri.

I GRUPPI SOCIALI E LE LORO PROPRIETÀ

Gruppo sociale: insieme di persone fra loro in interazione con continuità secondo schemi relativamente

stabili, le quali si definiscono membri del gruppo e sono definite come tali da altri.

Distinzione tra:

• Interazione diretta, faccia a faccia (come nel caso della famiglia). La presenza fisica consente la

percezione diretta dell’altro, permettendo di alternare parole, gesti, mimica del viso.

• Interazione indiretta (come nel caso di interazione tra la direzione di un’azienda e i dipendenti).

Con la crescita del gruppo diminuisce la possibilità di interazione diretta e aumenta la

comunicazione indiretta, come gli ordini scritti o scambi di lettere. È più precisa ma più lenta e

fredda.

Gruppi di dimensioni determinate (diadi e triadi) possiedono proprietà proprie:

• Diadi: gruppo di due persone. Se un membro decide di uscire dalla relazione il gruppo scompare. Il

rapporto tra due persone che fanno parte di una diade è fortemente protetto proprio dalla sua fragilità

strutturale che non fa altro che aumentare il coinvolgimento psicologico dei protagonisti. Non può

essere una collettività impersonale.

• Triadi: gruppo di tre persone. Si può verificare la configurazione del mediatore (in cui un terzo

esterno media e mette d’accordo due persone direttamente coinvolte emotivamente in una disputa) o

lo schema del tertius gaudens (il terzo approfitta per i propri scopi di una divergenza fra gli altri).

Distinzione tra:

• Gruppi formali: prevedono regole precise sui requisiti, le procedure per l’ammissione e i

comportamenti da tenere per continuare a far parte del gruppo (dipendenti di un’impresa).

• Gruppi informali: i criteri sopra elencati sono taciti (un gruppo di amici).

Viene definito gruppi di riferimento per una persona un gruppo al quale questa persona non partecipa ma

del quale condivide i fini e sente di poter facilmente accettare le regole.

Il termine ruolo è usato per indicare l’insieme dei comportamenti che in un gruppo tipicamente ci si aspetta

da una persona che del gruppo fa parte.

Il ruolo è uno schema di comportamento che si impara e poi si tende a seguire. I ruoli sono schemi per

l’interazione, ma il contenuto di un’interazione non può mai essere completamente compreso nella

definizione dei ruoli. Un ruolo è sempre interpretato da chi agisce.

Esistono ruoli:

• Specifici: quando sono ruoli che riguardano un insieme di comportamenti limitato e precisato (ruolo

di un operaio addetto alla catena di montaggio).

• Diffusi: quando sono ruoli in cui i comportamenti attesi sono un insieme più ampio e meno definito

(ruolo di una madre).

Distinzione tra:

• Gruppi totalitari: gruppi che impegnano il comportamento di tutti o quasi tutti i ruoli di un

individuo (ad esempio, il carcere).

• Gruppi segmentali: gruppi che impegnano alcuni o anche solo uno dei ruoli di un individuo (ad

esempio, la scuola).

Distinzione tra:

• Gruppi primari: gruppi di piccole dimensioni, a ruoli diffusi, con contenuti affettivi e molto

personalizzati.

• Gruppi secondari: gruppi di più grandi dimensioni, a ruoli specifici, con relazioni più fredde e

spersonalizzate.

NORME, VALORI, ISTITUZIONI

Norme sociali: regole di comportamento che ci si aspetta vengano seguite in determinate situazioni.

In generale una norma, se rispettata tende a suscitare una reazione positiva mentre se non lo è suscita una

sanzione negativa più o meno forte a seconda del valore ad essa socialmente attribuito.

I valori sono delle guide capaci di orientare i comportamenti nell’ambito consentito dalle norme.

Esistono dei valori considerati universali (il rispetto della vita, la libertà, l’uguaglianza, la dignità). La loro

violazione suscita reazioni sempre più decise. Quando un valore diventa universale aumenta la sensibilità

degli esseri umani alle situazioni nelle quali viene negato.

Valori e norme rappresentano dei vincoli all’azione ma definiscono anche il campo delle opzioni tra le quali

gli individui sono liberi di scegliere. L’assenza di norme (anomia) priva gli individui di punti di riferimento,

scatena comportamenti sregolati e induce alla disgregazione sociale.

Istituzioni: modelli di comportamento che in una determinata società sono dotati di cogenza normativa.

Oltre ad apparati con funzioni di interesse pubblico, sono istituzioni anche il linguaggio, il matrimonio, il

fidanzamento, il tabù dell’incesto etc.

Affinché un modello di comportamento possa essere considerato un’istituzione è necessaria la presenza di un

elemento normativo in qualche misura vincolante.

La cultura comprende gli artefatti, i beni, i processi tecnici, le idee, le abitudini e i valori che vengono

trasmessi socialmente.

POTERE E CONFLITTO

Il potere è una specie di energia sociale di cui un attore dispone nel condizionare l’azione di un altro. Potere

è la possibilità di trovare obbedienza a un comando che abbia un determinato contenuto.

A ogni rapporto di potere corrisponde anche un interesse all’obbedienza da parte del soggetto più debole.

Potere legittimo (autorità): riguarda relazioni nelle quali sono previsti diritti di dare ordini e doveri di

ubbidire, considerati legittimi da entrambi gli attori.

La legittimazione del potere è un modo di incanalare l’energia per i bisogni del funzionamento della società.

Relazioni di autorità sono previste in tutti i gruppi, sia primari che secondari.

Ogni regola di autorità lascia margini di incertezza e ciò non fa altro che aprire un campo di conflitti,

adattamenti e contrattazioni fra i soggetti, che sono parte normale dell’interazione all’interno di ogni gruppo.

Il conflitto possiede diverse proprietà formali:

• Il conflitto contribuisce a stabilire e mantenere i confini del gruppo.

• I gruppi che richiedono un impegno totale della personalità sono capaci di limitare i conflitti, ma se

questi esplodono, tendono a essere di particolare intensità e anche distruttivi delle relazioni di

gruppo.

• Il conflitto con altri gruppi normalmente aumenta la coesione interna.

• Il conflitto può generare nuovi tipi di interazione fra gli antagonisti.

Capro espiatorio: è un membro del gruppo al quale si dà sempre la colpa se qualcosa non funziona.

IL COMPORTAMENTO COLLETTIVO

Comportamento collettivo: insieme di individui sottoposti a uno stesso stimolo, che reagiscono e

interagiscono fra loro in situazioni senza sicuro riferimento a ruoli definiti e stabilizzati.

I due tipi più importanti di comportamento collettivo sono:

• Il panico: è una reazione collettiva spontanea, che si manifesta in genere con una fuga, ma anche

all’opposto con l’immobilità, di fronte al rischio di subire gravi danni da un evento in corso o

annunciato come immediato.

L’incertezza, l’aspettativa del danno, la sensazione di inadeguatezza conducono a perdita di

controllo delle proprie reazioni e questo è rafforzato dal vedere reazioni simili negli altri.

Si innescano spesso comportamenti irrazionali e asociali.

• La folla: è un insieme di persone riunite in un luogo, che reagiscono ad uno stimolo sviluppando

umori e atteggiamenti comuni, ai quali possono seguire forme di azione collettiva.

La folla può esprimere comportamenti violenti ma anche pacifici e gioiosi.

Mentre il panico esprime orientamenti individualistici (essendo in un certo senso la negazione di

relazioni sociali), la folla esprime atteggiamenti e comportamenti solidaristici.

Nella folla le persone si rafforzano in un atteggiamento comune ricevendo in risposta dagli altri lo

stesso stimolo (reazione circolare).

Distinzione tra:

• Folla attiva: l’attenzione e i sentimenti degli individui sono orientati all’esterno, su persone o cose

definite, che diventano l’obiettivo di azioni in genere conflittuali e a volte violente.

• Folla espressiva: è lo sfogo di tensioni sociali e psicologiche con comportamenti inconsueti coma

balli, canti, sbornie o l’espressione di un comune senso di gioia, di un dolore, di una credenza.

LE RETI

La network analysis è un campo di ricerca che considera con apposite tecniche e in riferimento a proprietà

via via messe in luce, le reti di relazioni fra le persone.

Una rete è a maglia tanto più stretta quanto più le persone che un individuo conosce si conoscono anche fra

loro.

I legami fra le persone collegate nelle reti variano per intensità, durata, frequenza e contenuto. Quanto al

contenuto possono essere limitate ad un solo carattere (una persona è frequentata solo per lavoro) o sommare

più caratteri (lavoro e amicizia).

Le persone che fanno parte di una rete possono neppure conoscersi e non sapere di farne parte.

I GRUPPI ORGANIZZATI

Associazioni e organizzazioni sono gruppi progettati per raggiungere alcuni limitati scopi, basati su

regolamenti chiaramente stabiliti. Si tratta dunque di gruppi secondari formali.

Associazioni: le persone partecipano al gruppo perché ne condividono i fini, sentendoli come propri, dal

momento che corrispondono a propri ideali o interessi.

Un insieme di persone che ritiene di avere di avere interessi o ideali simili può dar vita a una associazione

per difenderli o realizzarli assieme.

Organizzazioni: le persone partecipano al gruppo per un lavoro, remunerato di solito in denaro. Il motivo

della partecipazione è strumentale, e solo in certi casi o in parte può verificarsi anche un’identificazione più

o meno sentita con i fini dell’organizzazione ma questa resta comunque un fatto secondario.

La burocrazia

Il termine che Weber usa per definire la forma moderna di organizzazione è burocrazia.

I principali caratteri distintivi della burocrazia sono i seguenti:

• Una divisione stabile e specializzata di compiti studiata in vista degli scopi dell’organizzazione e

stabilita da regole che prescrivono come comportarsi a seconda delle situazioni.

• Una struttura gerarchica: chi occupa una posizione ha i poteri per compiere gli atti che a quella

posizione competono, può dare ordini ad altri che da lui dipendono mentre deve obbedire agli ordini

di chi è suo superiore diretto.

• Competenza specializzata per ogni posizione.

• Remunerazione in denaro in modi previsti per una certa posizione, pagata dall’organizzazione e

mai dai clienti di questa.

La burocrazia di Weber si basa su un principio fondamentale: la prevedibilità dei comportamenti ottenuta

attraverso la loro standardizzazione. Per ottenere un determinato risultato è possibile individuare una serie di

operazioni successive, ognuna delle quali è standardizzata, vale a dire è fissata una volta per tutte.

Teoria delle configurazioni organizzative di Mintzberg. Si definiscono cinque configurazioni tipiche:

• Struttura semplice: il controllo è esercitato direttamente dal vertice, il quale accentra tutte le

funzioni di direzione (una piccola azienda artigiana).

• Burocrazia meccanica: coordinata attraverso la standardizzazione dei compiti e la gerarchia

(produzione di automobili).

• Adhocrazia: gruppi di lavoro con compiti specifici, formati da persone che si conoscono bene e

lavorano insieme fidandosi delle rispettive competenze, senza vincoli di gerarchia e regole precisate,

ai quali sono assegnati compiti che richiedono alta professionalità, ma anche capacità di inventarsi

procedure e regole, perché si tratta di battere strade nuove (gruppo di scienziati).

• Burocrazia professionale: coordina dipendenti con un lungo tirocinio di formazione esterno

all’organizzazione; una volta assunti verifica la loro capacità professionale (medici di un ospedale).

• Struttura divisionale: il coordinamento si ottiene, in questo caso, fissando obiettivi generali e

compatibili fra loro a settori con funzioni diverse (le divisioni), che poi sono indipendenti nelle loro

scelte sul come raggiungerli.

Non esiste un unico modo migliore per progettare un organizzazione. Anche all’interno di un’organizzazione

parti diverse tendono a organizzarsi in modo diverso.

LA RAZIONALITÀ ORGANIZZATIVA E I SUOI LIMITI

Secondo Weber la burocrazia è razionale perché impone agli attori che ne fanno parte di comportarsi in

modo razionale.

Conseguenze inattese della burocrazia proponendosi la massima efficienza a volte ottiene inefficienza.

Simon e il concetto di razionalità limitata: è impossibile avere una conoscenza completa e una previsione di

tutte le conseguenze che discendono da un’eventuale scelta, così come è impossibile avere in mente tutte le

alternative. Questa è la condizione normale in cui si prendono decisioni.

La razionalità è sempre limitata e mira ad ottenere non i massimi risultati possibili in astratto, ma risultati

soddisfacenti. La razionalità limitata è la razionalità possibile e concretamente perseguibile in normali

condizioni di incertezza.

Distinzione tra:

• Razionalità sinottica: è la razionalità che consiste nel poter fare inizialmente delle scelte che

tengano conto di tutti i dati rilevanti, in relazione ad obiettivi condivisi e chiari, predisponendo i

mezzi necessari ai fini, i quali possono essere poi realizzati senza cambiare programma e senza più

intoppi. Solo raramente ci si può avvicinare a condizioni del genere.

• Razionalità incrementale: sconta il caso normale dell’incertezza ambientale e si riferisce ad attori

che, come spesso succede, non hanno all’inizio idee assolutamente chiare ed esattamente coincidenti.

Essa riconosce dunque, definiti alcuni obiettivi di massima, la necessità di aggiustamenti progressivi,

la possibilità di trovare in un momento successivo mezzi e occasioni che prima non si vedevano o

non erano disponibili, di cambiare dunque anche obiettivi per strada, cercando accordi e soluzioni

soddisfacenti.

Quanto più l’ambiente è stabile e prevedibile, tanto più è possibile pensare in termini di razionalità sinottica.

Quanto più l’ambiente è instabile, tanto più è necessaria una razionalità incrementale per poter ottenere dei

risultati.

Distinzione tra:

• Razionalità funzionale: è quella di chi si adatta a ordini ricevuti eseguendoli senza errori, o a

procedure ed obiettivi stabiliti, senza discuterli.

• Razionalità sostanziale: è quella di chi cerca di comprendere come diversi aspetti di una situazione

siano collegati fra loro, interrogandosi sul loro significato e valutandoli in base ai propri criteri di

giudizio, anche rispetto ad altre possibilità. È un vero e proprio atto di coscienza.

C a p i t o l o 4 : C u l t u r a , l i n g u a g g i o e

c o m u n i c a z i o n e

IL CONCETTO DI CULTURA E IL PROBLEMA DELLE ORIGINI DEL LINGUAGGIO

La capacità umana di produrre e usare il linguaggio nasce con l’homo sapiens sapiens apparso in Europa

circa 42.000 anni fa.

Ipotesi sull’origine del linguaggio:

• Ipotesi monogenetica: sostiene che le lingue attuali sono prodotte per differenziazione da un’unica

lingua.

• Ipotesi poligenetica: sostiene la pluralità dei ceppi linguistici originari.

Le lingue attualmente parlate sono il risultato di un processo di differenziazione linguistica che è avvenuto

nel corso degli ultimi millenni.

Grandi pensatori (come Aristotele e Cartesio) sostenevano l’ipotesi dell’innatezza del linguaggio.

Noam Chomsky e l’idea della grammatica universale: le analogie strutturali che si riscontrano in tutte le

lingue, fanno ritenere che vi sia una grammatica universale innata, fatta di regole che permettono di collegare

il numero limitato di fonemi che gli organi vocali della specie umana sono in grado di produrre.

Sulla base della grammatica universale si svilupperebbero poi, per processi secondari di differenziazione, le

grammatiche delle singole lingue particolari.

LE FUNZIONI E LE FORME DEL LINGUAGGIO

Il linguaggio svolge sia una funzione cognitiva che una funzione comunicativa.

Affinché abbia luogo un atto comunicativo devono essere presenti alcuni elementi: un emittente, un

ricevente, un canale, un codice e un messaggio.

L’emittente deve tradurre quello che vuole comunicare in una serie di segni o suoni seguendo le prescrizioni

del codice del canale utilizzato e confezionare così il messaggio; il ricevente, a sua volta, deve utilizzare un

codice analogo per decifrare il messaggio. È evidente che il codice deve essere condiviso da emittente e

ricevente.

Il concetto di condivisione del codice indica due aspetti:

1. Il linguaggio è una convenzione sociale, un patto implicito stabilito all’interno di una comunità.

2. Il linguaggio è formato da un insieme di norme che definiscono quali sono i modi ammissibili di

confezionare i messaggi affinché questi possano essere recepiti con successo dal ricevente.

Ogni uomo nasce in un mondo già strutturato dalle istituzioni del gruppo al quale appartengono i suoi

genitori e il linguaggio è una di queste istituzioni, forse la più importante di tutte.

L’acquisizione delle competenze linguistiche inizia molto presto: il neonato, già nel primo anno di vita, è in

grado di produrre spontaneamente quasi tutti i fonemi delle lingue del mondo.

L’acquisizione del linguaggio richiede un’assidua, prolungata e costante interazione sociale, prima con la

madre e poi, via via, con cerchie sempre più ampie di parlanti.

LA VARIABILITÀ DEI LINGUAGGI UMANI

È difficile che due lingue possano convivere a lungo nello stesso territorio, prima o poi l’una diventerà la

lingua dominante e soppianterà l’altra. Si verificherà comunque contaminazione linguistica, nella lingua

che avrà preso il sopravvento resteranno tracce consistenti della lingua caduta in disuso.

Le lingue sono fenomeni sociali dinamici, che variano nello spazio e nel tempo. Le variazioni, tuttavia, non

sono soltanto territoriali e diacroniche. Anche nello stesso momento e nella stessa popolazione, le lingue

variano a seconda della collocazione dei parlanti nello spazio sociale.

Tra le varie informazioni che trasmettiamo al nostro interlocutore ci è anche la nostra collocazione nello

spazio socioculturale, vale a dire nella stratificazione sociale. Vi sono differenze significative nel modo di

esprimersi degli appartenenti alle diverse classi sociali.

Rapporto tra linguaggio e genere: diversità tra linguaggio maschile e linguaggio femminile. Certe

espressioni, o addirittura certi toni della voce, possono essere prescritte o vietate a seconda che il parlante sia

uomo o donna e che gli interlocutori, o gli ascoltatori, siano dello stesso o dell’altro sesso o misti.

Variante (più evidente nei tempi passati) tra linguaggio urbano e linguaggio contadino. Il linguaggio dei

contadini è stato tradizionalmente bollato come particolarmente rozzo e primitivo, soprattutto dagli abitanti

delle città.

Importanti nel mondo moderno sono le varianti legate ai gruppi professionali. I linguaggi specialistici (o

linguaggi tecnici) sono il prodotto della crescente specializzazione del sapere e delle conoscenze.

I linguaggi specialistici, oltre a garantire la comunicazione tra gli addetti ai lavori, monopolizzano le forme

di sapere mediante un linguaggio inaccessibile a chi non è stato addestrato per comprenderlo.

TIPI DI LINGUAGGIO: PRIVATO, PUBBLICO, ORALE E SCRITTO

Il linguaggio varia anche in relazione alla situazione sociale nella quale avviene la comunicazione. Ognuno

di noi, infatti, cambia registro a seconda dell’interlocutore o che ha di fronte, del mezzo che usa e della

specificità del contesto.

Distinzione tra:

• Linguaggio privato: quando parliamo tra amici o in famiglia non stiamo molto attenti alla

correttezza delle forme grammaticali e sintattiche. La conversazione è molto più calata nella

dimensione “qui ed ora”, fa molta più attenzione ai segnali non verbali di approvazione o

disapprovazione degli interlocutori. Quello che conta è farsi capire dalle persone con la quale si sta

parlando.

• Linguaggio pubblico: è molto più formale ed impersonale. In genere è rivolto ad un pubblico e non

ad una serie di persone ben individuate. Richiede un maggiore controllo formale.

Distinzione tra:

• Comunicazione orale: al di là del contenuto del messaggio si aggiungono una serie di elementi meta

comunicativi che sono invece assenti nella comunicazione scritta. Il tono e l’intensità della voce, il

dosaggio delle pause e tutta la gamma del linguaggio gestuale accompagnano il messaggio verbale e

forniscono all’interlocutore una serie di messaggi aggiuntivi con i quali interpretare il messaggio

verbale.

• Comunicazione scritta: usa un registro molto più rigido del parlato. Il tipo di linguaggio usato

dipende molto dalle situazioni (scrivere una pagina di diario è diverso da scrivere un curriculum!).

La comunicazione scritta riflette, più di quella orale, la distanza sociale tra coloro che comunicano,

la formulazione del messaggio e la sua ricezione sono quasi sempre differiti nel tempo. Consente un

livello molto maggiore di intenzionalità. Mancano gesti meta comunicativi.

LINGUAGGIO, COMUNICAZIONE E INTERAZIONE SOCIALE

Esistono molteplici modi per comunicare lo stesso contenuto. Per quanto variabile e soggettiva, tuttavia, la

comunicazione verbale segue sempre determinate regole che dipendono dal contesto nel quale avviene

l’interazione e dalla posizione sociale relativa degli interlocutori.

In contesti altamente formalizzati vigono regole molto precise su chi ha il diritto di iniziare, di interrompere

e di concludere l’interazione. Si parla di situazioni asimmetriche quando vige asimmetria tra gli

interlocutori, asimmetria che si esprime nelle regole che governano chi può dire, che cosa, a chi, come e

quando.

In situazioni asimmetriche le regole della cortesia suggeriscono che chi è in posizione dominante abbassi

leggermente il proprio status e/o innalzi quello dell’interlocutore per metterlo maggiormente a proprio agio.

Nell’interazione tra pari vige una maggiore reciprocità, cioè l’interazione non è deformata dalle differenze

di status.

Turno di parola: avvicendamento dei partecipanti in una conversazione. Quando qualcuno sta parlando una

norma di cortesia dice di non interromperlo e di attendere che finisca per prendere la parola.

Analisi conversazionale: è l’analisi dell’interazione verbale all’interno di un gruppo. È in grado di mettere

in luce la struttura dei rapporti sociali tra i membri del gruppo, in particolare dei rapporti di potere,

l’esistenza di regole più o meno implicite, la loro eventuale violazione e le dinamiche che vengono messe in

atto per ristabilirle o modificarle.

LE COMUNICAZIONI DI MASSA

Viviamo nell’era della comunicazione di massa (televisione, libri etc.).

Come nasce una notizia?

1. Vengono scelti i fatti da trasformare in notizia.

2. Confezionamento del messaggio.

3. Trasmissione del messaggio.

4. Il destinatario sceglie il mezzo di informazione che più lo soddisfa.

La stessa notizia arriva a pubblici diversi, sui quali produce effetti diversi: la massa è un tessuto con trame

molto differenziate che filtrano i messaggi in modi e misure diverse.

L’influenza dei media e la rivoluzione telematica

Per descrivere e spiegare un atto comunicativo bisogna rispondere alle seguenti domane:

• Chi? Si riferisce all’emittente.

• Dice che cosa? Riguarda i contenuti dei messaggi trasmessi.

• Attraverso quale canale? Riguarda il tipo di mezzo e il tipo di linguaggio utilizzati.

• A chi? Definizione dei destinatari e delle loro caratteristiche.

• Con quale effetto? Riguarda le risposte comportamentali dei destinatari.

Gli effetti della comunicazione non variano soltanto a seconda della segmentazione del pubblico lungo le

consuete dimensioni socio-demografiche (età, sesso, classe sociale, livello di istruzione, condizione

professionale etc.), ma anche a seconda delle reti di relazione nelle quali gli individui sono inseriti.

Flusso di comunicazione a due stadi: tra emittente e ricevente vi è spesso un elemento intermedio costituito

dalle relazioni di gruppo.

Rivoluzione telematica: creazione e diffusione di reti di calcolatori elettronici connessi mediante diversi

canali di trasmissione e capaci di dialogare tra loro tramite un linguaggio comune, il TCP/IP.

Quattro sono le caratteristiche fondamentali dei nuovi media: selettività, interattività, multimedialità e

virtualità.

Nascita del telelavoro e della teledemocrazia.

C a p i t o l o 5 : C o n t r o l l o s o c i a l e ,

d e v i a n z a e c r i m i n a l i t à

SOCIALIZZAZIONE E CONTROLLO SOCIALE

Controllo sociale: metodi usati per fare in modo che i membri di un gruppo rispettino le norme e le

aspettative di questo gruppo.

In ogni società il controllo sociale si realizza principalmente attraverso due processi: uno interno e l’altro

esterno.

Il controllo sociale interno si realizza attraverso la socializzazione. La socializzazione è il processo

attraverso il quale ogni società, per assicurare la propria continuità, cerca di trasmettere a coloro che vi

entrano per la prima volta la sua cultura.

Si distingue la socializzazione:

• Primaria: avviene nei primi anni di vita del bambino ed è rivolta alla formazione delle competenze

di base.

• Secondaria: inizia quando una persona entra nella scuola e mira alla formazione delle competenze

specifiche necessarie per lo svolgimento dei vari ruoli sociali.

Se la maggior parte della gente rispetta le norme non lo fa per non incorrere in sanzioni ma lo fa perché ha

interiorizzato quelle norme e le considera giuste e naturali.

Per qualche motivo il processo di socializzazione può fallire o non essere sufficiente: allora entra in azione il

processo esterno di controllo sociale.

Le punizioni e le ricompense sono reazioni sociali alla violazione delle norme:

• Le punizioni sono rivolte a scoraggiare queste violazioni.

• Le ricompense sono rivolte ad incoraggiare l’adesione alle aspettative sociali.

IL CONCETTO DI DEVIANZA

Devianza: atto o comportamento di una persona o di un gruppo che viola le norme di una collettività e che di

conseguenza va incontro a qualche forma di sanzione.

Poiché le risposte della collettività variano considerevolmente nello spazio e nel tempo, un atto può essere

considerato deviante solo in riferimento al contesto socioculturale in cui ha luogo. In particolare:

• Un comportamento considerato deviante in un paese può essere accettato o addirittura considerato

molto positivamente in un altro.

• Un comportamento può essere considerato deviante in una situazione, ma non in un’altra del tutto

diversa.

Reato: comportamento che viola una norma del codice penale e che comporta una sanzione penale (multa,

arresto o reclusione).

Solo una piccola parte degli atti devianti costituisce un reato.

LO STUDIO DELLA DEVIANZA

Il numero dei reati ufficiali (considerati tali dalla polizia e dalla magistratura) rappresenta solo una parte di

quelli reali, effettivamente compiuti. Ve ne sono infatti altri che, pur essendo stati commessi, restano nascosti

e non vengono registrati. Questi ultimi costituiscono il cosiddetto numero oscuro dei delitti.

LE TEORIE DELLA CRIMINALITÀ

Le principali teorie sulla criminalità formulate sono sei.

Le spiegazioni biologiche

Esistono numerose teorie che riconducono i comportamenti devianti alle caratteristiche fisiche e biologiche

degli individui.

Mentre un tempo i sostenitori di queste teorie erano rigidamente deterministi, essi oggi ritengono che la

presenza di certi tratti biologici faccia solo aumentare la probabilità che una persona commetta dei reati.

Cesare Lombroso (1835 – 1909) fu uno dei primi studiosi che appoggiò questa teoria. Egli considerava la

costruzione fisica come la più potente causa di criminalità. Il delinquente nato possedeva caratteristiche

fisiche quali la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi mobilissimi ed errabondi,

le sopracciglia folte e ravvicinate, la barba rada.

Lombroso sostenne che il delinquente nato presentava delle caratteristiche ataviche, simili cioè a quelle degli

animali inferiori e dell’uomo primitivo, che rendevano difficile o impossibile il suo adattamento alla società

moderna e lo spingevano a commettere reati.

La teoria biologica moderna, attribuisce la tendenza a commettere reati di vario tipo alla cosiddetta

sindrome XYY. Gli esseri umani hanno normalmente 46 cromosomi ma, alcune persone, ne hanno 47. Se il

cromosoma in più è un cromosoma X allora non succede nulla di rilevante, mentre se il cromosoma in più è

un cromosoma Y allora è molto probabile che questi individui commettano reati.

Le teorie biologiche non sono riuscite ad affermarsi tra gli studiosi della criminalità.

La teoria della tensione

Negli anni Quaranta, Robert Merton ha sostenuto che la devianza è provocata dalle situazioni di anomia

(mancanza di norme sociali), che a loro volta nascono da una tensione fra la struttura culturale e la struttura

sociale.

Struttura culturale: definisce le mete verso le quali tendere e i mezzi con i quali raggiungerle.

Struttura sociale: consiste nella distribuzione effettiva delle opportunità necessarie per arrivare a tali mete

con quei mezzi.

Per adattarsi ai valori culturali proposti nella situazione prodotta dal contrasto fra le mete e i mezzi per

raggiungerle, gli individui possono scegliere fra cinque diverse forme di comportamento:

• Conformità: consiste nell’accettazione sia delle mete culturali sia dei mezzi previsti per

raggiungerle. Comportamento corretto.

• Innovazione: la strada scelta da coloro che rubano, imbrogliano o ingannano gli altri, cioè da chi

aderisce alle mete, ma rifiuta i mezzi normativamente prescritti. Comportamento deviante.

• Ritualismo: è il modo di adattamento di chi abbandona le mete, ma resta attaccato alle norme e ai

mezzi. Comportamento deviante.

• Rinuncia: si rinuncia sia ai fini che ai mezzi (mendicanti, senza tetto, tossicodipendenti).

Comportamento deviante.

• Ribellione: consiste nel rifiuto sia delle mete che dei mezzi e della loro sostituzione con altre mete

ed altri mezzi. Comportamento deviante.

La teoria del controllo sociale

Si basa su una concezione pessimistica della natura umana, considerata moralmente debole.

L’uomo è per natura portato più a violare che a rispettare le norme. La maggior parte delle persone non

commette reati perché sono frenate dal farlo.

I controlli sociali che impediscono alle persone di violare le norme sono:

• Interni: diretti (imbarazzo, senso di colpa) ed indiretti (attaccamento psicologico emotivo agli altri

ed il desiderio di non perdere la loro stima e il loro affetto).

• Esterni: le varie forme di sorveglianza esercitata dagli altri per scoraggiare e impedire i

comportamenti devianti.

Il pensiero di Travis Hirschi: una persona compie un reato quando il vincolo che lo lega alla società è molto

debole, fino quasi a spezzarsi.

La teoria della subcultura

Una persona commette un reato perché si è formata in una subcultura criminale, che ha valori e norme

diverse da quelle della società generale e che vengono trasmessi da una generazione all’altra.

Edwin Sutherland è uno dei maggiori criminologi americani contemporanei. Secondo questo studioso il

comportamento deviante non è né ereditario né inventato dall’attore, ma appreso attraverso la comunicazione

con altre persone.

Nella società contemporanea coesistono numerose culture che prescrivono agli individui forme di

comportamento radicalmente diverse. Ogni uomo, nel corso della propria vita, entra a contatto con alcune di

queste culture. Quanto più una persona frequenta ambienti in cui prevale la tendenza a violare le norme,

tanto più è probabile che questa persona diventi deviante.

Chi commette un reato lo fa perché si conforma alle aspettative del suo ambiente. In questo sento, le

motivazioni del suo comportamento non sono diverse da quelle di chi rispetta le leggi. Gli individui non

violano le norme del proprio gruppo, ma solo quelle della società generale.

La teoria dell’etichettamento

Per capire la devianza è necessario tenere conto non solo della violazione, ma anche della creazione e

dell’applicazione delle norme; non solo dei criminali, ma anche del sistema giudiziario e delle altre forme di

controllo sociale.

La devianza non è altro che il prodotto dell’interazione tra coloro che creano e fanno applicare le norme e

coloro che invece le infrangono.

Distinzione tra:

• Devianza primaria: ci si riferisce a quelle violazione delle norme che hanno agli occhi di colui che

le compie un rilievo marginale e che vengono di conseguenza presto dimenticate.

• Devianza secondaria: ci si riferisce a quelle violazione delle norme che suscitano una reazione di

condanna da parte degli altri, che lo considerano un deviante e questa persona riorganizza la sua

identità e i suoi comportamenti sulla base delle conseguenze prodotte dal suo atto.

Un individuo scoperto a commettere un reato viene etichettato dalla società come un deviato.

La teoria della scelta razionale

I reati sono considerati come il risultato di un’azione intenzionale adottata attivamente dagli individui.

L’individuo è infatti un essere razionale che agisce seguendo i propri interessi, ricercando il piacere e

fuggendo il dolore e che è capace di scegliere liberamente se violare o rispettare una norma.

Se una persona decide di commettere un reato è perché si attende di ricavarne benefici maggiori di quelli che

avrebbe ricavato con attività lecite.

I motivi che spingono ad un’attività illecita sono gli stessi che spingono a quella lecita: la ricerca del

guadagno, del potere, del prestigio e del piacere.

FORME DI CRIMINALITÀ

L’attività predatoria comune

Attività predatoria comune: insieme di azioni illecite condotte con la forza o con l’inganno per

impadronirsi dei beni mobili altrui che comportano un contatto fisico diretto fra chi compie l’azione e una

persona o un oggetto.

Ne fanno parte due gruppi:

• Quelli compiuti di nascosto, evitando la vittima o facendo in modo che non si accorda di quanto sta

avvenendo (taccheggio).

• Quelli compiuti con la violenza, strappando qualcosa di dosso ad una persona (scippo) o

prendendogliela con la minaccia (rapina).

Gli omicidi

Distinzione tra:

• Omicidio colposo: è l’omicidio non voluto dall’agente, che si verifica a causa di negligenza,

imprudenza, imperizia o inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline.

• Omicidio doloso: è l’omicidio di chi agisce con la volontà di uccidere, premeditato.

Contrariamente a quello che si pensa, in Europa vi è stata una tendenza plurisecolare alla diminuzione del

tasso di omicidio. La teoria che appare oggi maggiormente in grado di spiegare questo fenomeno è quella

del processo di civilizzazione. Nel tempo le buone maniere hanno sostituito la violenza e la sopraffazione

lasciando il posto alla civiltà.

Nei periodi postbellici si verificavano bruschi aumenti del numero di omicidi. A questo fenomeno sono

state fornite almeno tre diverse spiegazioni:

• Disorganizzazione sociale: i periodi bellici sotto ponevano la gente alla perdita della casa e di altre

proprietà, ai rapidi ed imponenti spostamenti migratori, alla rottura dei matrimoni e alla

disgregazione delle famiglie.

• Fattori di natura economica: la scarsità dei beni e la disoccupazione dominavano nei periodi

postbellici.

• Legittimazione della violenza: fornita dal governo durante la guerra.

I reati dei colletti bianchi

Reati dei colletti bianchi: reati commessi da una persona rispettabile e di elevata condizione sociale nel

corso della sua occupazione (politici, settori amministrativi statali, imprenditori, manager). La violazione

deve avvenire nel corso dell’attività professionale di questa persona.

Distinzione tra:

• Reati nell’occupazione: commessi da individui nello svolgimento del loro lavoro per ricavarne un

vantaggio personale.

Appropriazione indebita chi si appropria del denaro o di una cosa altrui di cui abbia il

possesso per qualsiasi motivo.

Insider trading speculazione sui titoli di una società attuata da chi dispone di informazioni

riservate.

Corruzione del pubblico ufficiale un pubblico ufficiale, in cambio di una somma di

denaro che non gli è dovuta, compie un atto contrario ai doveri di ufficio.

un

Concussione pubblico ufficiale, abusando dei suoi poteri, induce indebitamente

qualcuno a dare del denaro a lui o ad un’altra persona.

• Reati di organizzazione: compiuti in nome e per conto di un’organizzazione, sia essa pubblica o

privata. Frodi di vario tipo.

Reati che mettono a repentaglio la salute dei cittadini per esempio l’immagazzinamento e

lo smaltimento rischiosi di materiali chimici e radioattivi o il mancato rispetto delle norme di

sicurezza sul lavoro.

La criminalità organizzata

Criminalità organizzata: insieme di imprese che forniscono beni e servizi illeciti (vendita di droga, gioco

d’azzardo, prostituzione, commercio di armi) e che si infiltrano nelle attività economiche lecite.

Le imprese criminali, per la maggior parte, mirano all’acquisizione sia di profitti finanziari che del potere

politico. In genere, per agire, esse hanno bisogno di consistenti capitali, da investire sia nelle attività

economiche illegali che in quelle legali.

Le imprese criminali devono disporre anche di una forza militare, cioè di gruppi di persone adeguatamente

armate, capaci e disposte a eliminare fisicamente i vecchi e i nuovi nemici.

GLI AUTORI DEI REATI E LE LORO CARATTERISTICHE

I sociologi hanno studiato le caratteristiche socio-demografiche di coloro che compiono i reati.

La classe sociale

Prima i sociologi sostenevano che i reati (ad eccezione dei colletti bianchi) venissero compiuti da persone

appartenenti alle classi sociali più svantaggiate.

Al giorno d’oggi si sostiene che fra classe sociale e criminalità non vi è alcuna relazione o ve ne è una assai

debole.

Il genere

In tutti i paesi è molto più probabile che sia un maschio piuttosto che una femmina a violare una norma

penale. Vi sono tuttavia importanti differenze a seconda del tipo di reato.

La percentuale delle donne sui condannati:

• È aumentata nel caso delle truffe e dell’appropriazione indebita.

• È rimasta costante nel caso delle rapine.

• È diminuita nel caso degli omicidi.

L’età

Studi hanno rilevato le curve dei reati per tassi di età:

• Furto e rapina: la curva cresce rapidamente per la preadolescenza e l’adolescenza, raggiunge il

picco verso la maggiore età e successivamente, cala bruscamente.

• Omicidi: sono compiuti di solito da persone molto giovani.

• Assegni a vuoto: il picco è raggiunto molto dopo il raggiungimento della maggiore età e la curva poi

scende molto lentamente.

DEVIANZA E SANZIONI

Sanzioni: sono il mezzo con cui, in ogni società, viene mantenuta la conformità delle norme.

Esse possono essere: negative o positive, formali o informali, severe o lievi.

Distinzione tra:

• Sanzioni formali: comminate da organi o gruppi specializzati ai quali è stato affidato il compito di

assicurare il rispetto delle norme.

• Sanzioni informali: spontanee o poco organizzate provenienti dai familiari, gli amici, i colleghi di

lavoro, i vicini, i conoscenti.

La severità delle sanzioni dipende anche dalla gravità dell’infrazione commessa.

Diversi sistemi di punizione fra le varie società nell’arco della storia:

• Faida: vendetta da parte della vittima del reato (o della sua famiglia) nei confronti del reo.

• Legge del taglione: nel diritto romano “occhio per occhio, dente per dente”.

• Sanzioni pecuniarie, espulsione dalla comunità, pene corporali.

• Pena di morte: ghigliottina, impiccagione, fucilazione, sedia elettrica, camera a gas. Oggi, in molti

paesi la pena di morte è stata abolita mentre persiste solo in altri 103 paesi tra i quali Stati Uniti,

Giappone, India e Cina.

• Il carcere: è il sistema di punizione di origine molto più recente.

C a p i t o l o 6 : L a r e l i g i o n e

SACRO E PROFANO

La religione, in forme elementari o complesse, è un fenomeno universale nelle società umane.

Religione: è una credenza, o un insieme di credenze, relativa all’esistenza di una realtà ultrasensibile,

ultraterrena e soprannaturale.

Credenza: giudizio su una qualsiasi realtà che si fonda su un atto di fede.

Le credenze religiose postulano l’esistenza di una sfera della realtà trascendente (invisibile, che sta dietro

le cose percepite dai sensi) rispetto alla sfera della realtà percepibile.

Il cosmo viene distinto in una sfera del sacro e in una sfera del profano. Anche se sono separate, queste

due sfere non sono tuttavia prive di rapporti. Le varie forme di religione si differenziano tra loro a seconda

del modo in cui è articolato il rapporto tra sacro e profano.

La magia si differenzia dalla religione proprio per il diverso rapporto che si instaura tra sacro e profano, tra

terreno e ultraterreno.

L’ESPERIENZA RELIGIOSA

Distinzione tra esperienza del limite ed esperienze del caso.

L’esperienza del limite riguarda la stessa vita umana. Gli esseri umani sono dotati della consapevolezza di

dover morire; essi vivono nella certezza che la loro vita così come ha avuto un inizio avrà una fine.

L’idea di limite è tuttavia inconcepibile senza l’idea opposta di assenza di limite: in contrapposizione al

mondo delle cose mortali deve esistere un mondo delle cose immortali al quale appartengono le anime, gli

spiriti e gli dei.

La religione aiuta l’uomo a dare risposta a determinati quesiti esistenziali che si pone.

L’esperienza del caso: evoca un’esperienza di tipo religioso. L’uomo si confronta costantemente con il

limite della sua capacità di dare una spiegazione agli eventi naturali, sociali e individuali che interferiscono

con la sua esistenza.

La consapevolezza del limite posto alla capacità di conoscere di ogni singolo individuo e della specie umana

nel suo complesso rende possibile concepire l’idea di un ente onnisciente al quale ricondurre in modo

unitario l’ordine delle cose naturali e umane.

Problema dell’ordine morale: in base a quali criteri scegliere quale azione intraprendere o non

intraprendere? Molte scelte vengono effettuate in base a criteri utilitaristici. In molti casi però le scelte

coinvolgono codici morali (quasi sempre religiosi) che consentono di distinguere ciò che è bene e ciò che è

male.

TIPI DI RELIGIONE

Classificazione delle religioni per la natura delle credenze:

• Religioni totemiche: i credenti riconoscono in un oggetto, in un genere animale o una pianta,

l’antenato comune che ha dato origine al loro clan.

• Religioni animistiche: credono che dietro gli uomini, le cose, i fenomeni vi siano spiriti che

intervengono attivamente influenzandone il comportamento.

Religioni universali: religioni che unificano mediante credenze comuni masse enormi di uomini, spesso

appartenenti a una pluralità di società.

Le religioni universali possono essere:

• Monoteiste: credono nell’esistenza di una sola divinità. Dio è unico, onnipotente, creatore del cielo,

della terra e del genere umano, la causa prima e l’origine di tutte le cose. per il credente la potenza di

Dio non può essere messa in discussione dalla concorrenza di altri dei e chi adora altri dei al di fuori

dell’unico vero Dio commette un atto di idolatria. Ebraismo, cristianesimo e islamismo sono tre

grandi religioni monoteiste.

• Politeiste: credono nell’esistenza di più divinità. Il mondo degli dei, come quello umano, è

differenziato e gerarchizzato, esiste un dio superiore che è al vertice della gerarchia.

Gli dei vengono concepiti come potenze eternamente in lotta tra loro e in concorrenza per la

devozione da parte degli uomini. Nonostante la loro superiorità, agli dei vengono attribuiti

sentimenti ed aspirazioni quasi umane. Tra i due mondi, il divino e l’umano, vi sono analogie e

corrispondenze. L’induismo è una grande religione politeista.

Distinzione tra:

• Religioni cosmo centriche: fondate sulla credenza di un’armonia universale ultraterrena.

• Religioni teocentriche: fondate sulla credenza di un aldilà dominato dalla presenza della divinità.

Premio e promessa: Ci sono religioni la cui promessa consiste nella possibilità di raggiungere uno stato di

beatitudine e di pienezza durante la vita o che promettono la redenzione dalle pene terrene nell’aldilà.

Metodiche di comportamento: ci sono religioni che prescrivono pratiche mistiche e contemplative di

distacco dal mondo (misticismo) e religioni che prescrivono una condotta ascetica di vita al di fuori, oppure

all’interno del mondo (ascetismo).

MOVIMENTI E ISTITUZIONI RELIGIOSE

Nelle religioni compare quasi sempre una figura (mago, stregone, sacerdote) definita ministro del culto che

si pone su un piano diverso rispetto ai credenti e alla quale è affidato professionalmente il compito di fare da

intermediario tra i fedeli e le potenze soprannaturali.

Elenco delle principali organizzazioni religiose: i movimenti religiosi, le chiese, gli ordini monastici, le sette

e le denominazioni.

Il movimento religioso

Compare quando in una società maturano le condizioni per una rottura delle credenze religiose tradizionali.

All’origine di un movimento religioso vi è quasi sempre una profezia un profeta che rivela agli uomini la

parola e la volontà di dio.

Un movimento religioso nasce e si diffonde perché i suoi membri passano attraverso l’esperienza della

conversione. Dalla conversione nasce un uomo nuovo, che ha tagliato i ponti con il proprio passato e

abbandonato le credenze che gli erano state trasmesse.

Il movimento religioso è una forma di organizzazione tutta incentrata sul rapporto carismatico tra il capo e

i suoi seguaci, sulla solidarietà e sulla fratellanza che si viene a creare, tra i membri del gruppo.

Per poter sopravvivere, un movimento religioso deve affrontare diversi problemi: il maggiore è il problema

della successione. La fedeltà e la fiducia del tutto personali che i seguaci riponevano nel capo, deve ora

essere trasferita al suo successore. Non è più la persona del capo che deve generare fedeltà e fiducia, ma le

sue idee e la sua dottrina, delle quali i successori devono diventare interpreti fedeli.

In breve, il movimento deve trasformarsi in chiesa attraverso un processo di istituzionalizzazione delle

credenze e delle pratiche religiose.

La chiesa

Quando il movimento si trasforma in chiesa, le credenze devono venire sistematizzate, consolidate in un

corpo organico di dottrina e codificate in un testo scritto che valga come legge fondamentale del gruppo di

credenti e come strumento di trasmissione della fede.

L’interpretazione autentica dei testi sacri è demandata ad un gruppo di specialisti, i teologi.

Quando la religione assume la forma organizzativa della chiesa, si genera inevitabilmente una

differenziazione interna tra un ceto sacerdotale (che dispensa beni di salvezza) e la massa dei credenti (che

riceve beni di salvezza).

Una chiesa, per poter sussistere, deve trovare qualche forma di accomodamento con il contesto economico,

sociale e politico in cui opera.

Il rapporto tra chiesa e stato può svilupparsi in termini di aperto conflitto, oppure (più frequentemente) di

sostegno reciproco, attraverso una sorta di alleanza tra poteri secolari e poteri religiosi.

Non è infrequente che nell’ambito di una chiesa si sviluppino movimenti religiosi che si oppongono, per

ragioni dottrinarie o politiche, all’ordinamento religioso rappresentato dalla gerarchia ecclesiastica. Ciò può

essere causa si scissioni della chiesa.

La storia della chiesa cattolica è costellata dalla comparsa di movimenti religiosi che sono stati dichiarati

eretici e quindi duramente combattuti e repressi.

Ordini monastici

Gli ordini monastici sono un esempio di ordine che ha avuto origine da movimenti religiosi ma che non sono

stati combattuti come retici.

Gli ordini monastici rappresentano un tipo di comunità religiosa separata dalla massa dei fedeli di una chiesa,

ad essi si appartiene per scelta attraverso un atto parziale di rifiuto del mondo (voto di castità, di povertà, di

obbedienza) e di dedizione ad un ideale di perfezione di vita religiosa.

Sette e denominazioni

L’appartenenza ad una setta presuppone un atto di adesione individuale.

La setta è una comunità religiosa tendenzialmente chiusa, tra i cui membri si stabiliscono legami assai forti

di fratellanza e fiducia. Nelle sette conta più la qualità e la forza della convinzione che non l’espansione

quantitativa del gruppo: i nuovi adepti infatti devono soprattutto dar prova dell’autenticità della loro fede

prima di essere accolti a pieno titolo come membri della comunità.

Anche le sette passano attraverso un processo di istituzionalizzazione e si trasformano quindi in

denominazioni alle quali di nuovo, come per le chiese, si appartiene più per nascita che per un atto di

adesione individuale.

LE INTERPRETAZIONI SOCIOLOGICHE DELLA RELIGIONE

Le principali interpretazioni sociologiche della religione si possono raggruppare in cinque tipi:

• Interpretazioni in chiave evoluzionistica della sociologia positivista dell’800: la religione è

sostanzialmente destinata ad essere sostituita dalla scienza come criterio fondamentale di

orientamento delle azioni e delle società umane.

• La religione come ideologia delle classi dominanti: pensiero che risale al periodo illuminista. La

religione è un fenomeno che oscura le menti e impedisce dio vedere la luce della ragione. Per

Voltaire, la religione da un lato inganna i poveri, facendo loro accettare supinamente la loro

condizione di subordinazione, ma inganna anche i ricchi ai quali la chiesa estorce elemosine

promettendo perdono per i loro peccati.

• L’interpretazione funzionalistica: per i funzionalisti la religione svolge una funzione sociale

fondamentale in ogni tipo di società. La società è un’unità in cui le varie parti sono tenute insieme da

qualche credenza comune, da un vincolo che continuamente si rinnova. La religione svolge questa

fondamentale funzione di integrazione.

• La religione come fattore di mutamento: la religione è vista come un fenomeno dotato di una sua

autonomia specifica. Le idee religiose sono state storicamente delle potenze rivoluzionarie, capaci di

indurre profonde trasformazioni negli assetti sociali e culturali.

• La concezione fenomenologica: l’elemento costitutivo e universale della religione è l’esperienza del

sacro. L’accento viene posto sulla relazione tra il soggetto credente e l’oggetto di venerazione che si

colloca su un piano trascendente rispetto alla realtà terrena.

In ogni esperienza religiosa è sempre presente una componente emozionale attraverso la quale

all’individuo è concesso di trascendere se stesso e i propri limiti per accostarsi alla comunione con

ciò che si colloca su un piano radicalmente altro da quello della realtà terrena.

C a p i t o l o 7 : S t r a t i f i c a z i o n e , c l a s s i

s o c i a l i e m o b i l i t à

Stratificazione sociale: il sistema delle disuguaglianze strutturali di una società.

Strato: insieme di individui che godono della stessa quantità di risorse (ricchezza, prestigio) o che occupano

la stessa posizione nei rapporti di potere.

UNIVERSALITÀ DELLA STRATIFICAZIONE SOCIALE

In tutte le società esistente esiste la stratificazione sociale.

Le società di caccia e raccolta sono società essenzialmente egualitarie. Ciò avviene per due motivi principali:

1. Il nomadismo di queste popolazioni ostacola l’accumulazione di grandi quantità di risorse.

2. L’applicazione del principio di reciprocità porta a condividere con gli altri le scarse risorse

disponibili. Ciò massimizza le possibilità di sopravvivenza.

Secondo Lenski:

• Le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza crescono all’aumentare del surplus economico.

• Le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza crescono all’aumentare della concentrazione

del potere politico.

Grado di disuguaglianza delle società (dal minore al maggiore): Caccia e raccolta Agricoltura Industria

TEORIE DELLA STRATIFICAZIONE

Due sono le più importanti teorie formulate dai sociologi e riguardanti il problema della stratificazione

sociale.

La teoria funzionalista della stratificazione sociale

L’esistenza delle disuguaglianze sociali è un fatto non solo inevitabile, ma anche necessario al buon

funzionamento della società.

Le argomentazioni principali dei funzionalisti sono quattro:

1. In ogni società, non tutte le posizioni hanno la stessa importanza funzionale, alcune sono più

rilevanti di altre per l’equilibrio e il funzionamento del sistema sociale e per questo richiedono

capacità speciali.

2. In ogni società, il numero delle persone dotate di quelle capacità che possono essere convertite nelle

competenze appropriate ed occupare quelle posizioni è limitato e scarso.

3. La conversione delle capacità in competenze implica un periodo di addestramento, durante il quale

vengono sostenuti sacrifici di varia natura da parte di coloro che vi si sottopongono.

4. Per indurre le persone capaci a sottoporsi a questi sacrifici, è necessario dar loro delle ricompense

materiali e morali, cioè far sì che le posizioni che andranno ad occupare godano di un reddito e di un

prestigio maggiore.

Le teorie del conflitto

Ritengono che le disuguaglianze esistano perché i gruppi sociali che se ne avvantaggiano sono in grado di

difenderle dagli attacchi degli altri, in una situazione di conflitto continuo.

Le classi sociali secondo Karl Marx: la base delle classi è nella sfera economica. In ogni società l’asse

portante delle classi si trova nei rapporti di produzione e nelle relazioni di proprietà.

Un piccolo numero di persone ha la proprietà dei mezzi di produzione, mentre la grande maggioranze ne è

esclusa.

Distinzione fra:

• Classe in sé: insieme di individui che si trovano nella stessa posizione rispetto alla proprietà dei

mezzi di produzione.

• Classe per sé: quando gli individui prendevano coscienza di avere degli interessi comuni e di

appartenere alla stessa classe.

Classi, ceti e gruppi di potere secondo Max Weber: le fonti delle disuguaglianze vanno ricercate in tre

diverse sfere:

• Gli

Economia individui si riunivano sulla base di interessi materiali comuni, formando classi

sociali.

Cultura Gli individui si riunivano seguendo comuni interessi ideali e dando origine a ceti.

Politica Gli individui si associavano in partiti o in gruppi di potere per il controllo dell’apparato di

dominio.

Distinzione tra:

• Classi possidenti privilegiate positivamente: costituite da redditieri che ricavano i loro redditi da

schiavi, terre, miniere, impianti di lavoro, navi.

• Classi possidenti privilegiate negativamente: formate da coloro che non dispongono di nulla.

• Classi medie: i membri hanno o piccole proprietà o un po’ di istruzione o qualche competenza

professionale.

• Classi acquisitive privilegiate positivamente: composte da imprenditori di vario tipo o da

professionisti con un alto livello di preparazione.

• Classi acquisitive privilegiate negativamente: vi entrano e lavoratori.

Relazione tra classi e ceti:

• Classi: hanno origine dalla divisione del lavoro, dall’articolazione in occupazioni. Hanno una

maggiore eterogeneità rispetto ai ceti e dunque più difficilmente si mobilitano per fini collettivi.

• Ceti: sono di origine etnica o religiosa. Seguono la strategia della “chiusura sociale” restringendo gli

accessi alle risorse e alle opportunità ad uno strato limitato di persone dotate di certi requisiti.

Lo squilibrio di status secondo i sociologi americani: in ogni società vi è una pluralità di gerarchie (di

reddito, di potere, di istruzione, di prestigio) e ciascun individuo occupa una posizione in ognuna di queste

gerarchie.

Distinzione tra:

• Equilibrio di status: quando una persona si trova in ranghi equivalenti nelle diverse gerarchie.

• Squilibrio di status: quando una persona non si trova allo stesso livello in tutte le gerarchie,

occupando una posizione alta in una di queste e bassa in un’altra. Perché si abbai squilibrio di status

è necessario che la differenza nelle posizioni occupate sia in contrasto con le aspettative della

società.

LE CLASSI NELLE SOCIETÀ MODERNE

La società moderna è caratterizzata dall’uguaglianza di diritto di tutti i suoi membri. Ma, pur essendo quali di

diritto, i cittadini non lo sono di fatto. Fra di loro esistono rilevanti differenze sociali non casuali e

relativamente durature.

Due sono gli schemi di classificazione che vengono oggi maggiormente usati nella letteratura sociologica

internazionale.

Primo schema di classificazione

Si basa sul tipo di reddito come criterio di classificazione.

Vi sono tre grandi categorie di reddito:

• La rendita: dei proprietari fondiari.

• Il profitto: dei capitalisti (industriali, agrari, commerciali).

• Il salario: degli operai.

Altre categorie di reddito:

• Redditi misti: da lavoro e capitale, propri dei lavoratori autonomi.

• Gli stipendi: degli impiegati.

• I redditi: di coloro che hanno occupazioni precarie e saltuarie ( redditi bassi,incerti e variabili).

Distribuzione in cinque grandi classi sociali:

1. Borghesia: formata dai grandi proprietari dei fondi rustici e urbani (rendite), dagli imprenditori e

dagli alti dirigenti di società per azioni (profitti e redditi misti), da professionisti (redditi misti).

2. Piccola borghesia relativamente autonoma: composta dai lavoratori autonomi come coltivatori

diretti, artigiani e commercianti.

3. Classe media impiegatizia: costituita dagli impiegati pubblici e da quelli privati.

4. Classe operaia: formata dai braccianti e dai salariati fissi in agricoltura, dagli operai dell’industria e

dell’edilizia e da quelli del terziario (salari).

5. Sottoproletariato: è composto da coloro che restano per lunghi periodi di tempo fuori dalla sfera

della produzione, perché sono disoccupati.

Secondo schema di classificazione

Si basa sulla situazione di lavoro e sulla situazione di mercato come criteri di classificazione.

Situazione di lavoro: si fa riferimento alla posizione nella gerarchia organizzativa assunta dagli individui in

quanto occupanti una data posizione occupazionale.

Situazione di mercato: indica il complesso di vantaggi e svantaggi di cui godono i titolari dei vari ruoli

lavorativi.

Gli occupati possono essere distinti in tre grandi categorie:

• Gli imprenditori: sono coloro che acquistano il lavoro altrui ed esercitano autorità e controllo su di

esso.

• I lavoratori autonomi senza dipendenti: non usano il lavoro altrui né vendono il proprio.

• I lavoratori dipendenti: vendono il loro lavoro.

Schema a sette classi:

1. Classe I: è formata da grandi imprenditori, professionisti e dirigenti di livello superiore, da persone

che svolgono un’occupazione ad alto reddito, sicura, che presenta forti possibilità di carriera e che

comporta l’esercizio di autorità.

2. Classe II: è formata da professionisti e dirigenti di livello inferiore.

3. Classe III: è costituita dagli impiegati di livello superiore ed inferiore e dagli addetti alle vendite.

4. Classe IV: comprende la piccola borghesia urbana (artigiani e commercianti) e quella agricola.

Coloro che fanno parte di questa classe godono di una notevole autonomia nel lavoro.

5. Classe V: è costituita dai tecnici di livello più basso e dai supervisori dei lavoratori manuali. Coloro

che occupano queste posizioni godono di un livello di reddito abbastanza buono e di una discreta

sicurezza di impiego. Modeste sono invece le possibilità di carriera.

6. Classe VI: è formata da operai specializzati di tutti i settori di attività economica.

7. Classe VII: è costituita da operai non qualificati di tutti i settori.

PROLETARIZZAZIONE, DEPROLETARIZZAZIONE E SVILUPPO DELLA CLASSE MEDIA

IMPIEGATIZIA

Il declino delle classi agricole, l’espansione e la contrazione della classe operaia di fabbrica sono iniziati

prima in Inghilterra e in altri paesi dell’Europa Settentrionale. In Italia la classe operaia dell’industria è

maggiormente aumentata tra il 1951 e il 1961.

Processi di proletarizzazione: passaggio di una o più persone dalla piccola borghesia al proletariato, cioè

dalla condizione di lavoratore autonomo (proprietario dei mezzi di produzione) a quella di lavoratore

salariato.

Processi di de-proletarizzazione: passaggio dalla condizione di bracciante o di operaio di fabbrica, privo

dei mezzi di produzione, a quella di lavoratore autonomo.

I processi di proletarizzazione (e, meno spesso, quelli di de-proletarizzazione) hanno avuto luogo nel XIX e

nel XX secolo sia nei paesi occidentali sia in quelli in via di sviluppo.

La borghesia e il proletariato nei servizi

Da molti anni ormai, nei paesi occidentali, la grande maggioranze della popolazione attiva è occupata nel

settore dei servizi.

Tendenza alla divaricazione sociale In alto, continua espansione di dirigenti e professionisti In basso,

continua espansione di una classe di persone che svolgono lavori a bassissima qualificazione.

L’aumento del numero di posti di lavoro a bassa qualificazione è più forte nei servizi al consumatore.

La sottoclasse

Definiamo sottoclasse una classe costituita da tutte le persone che si trovano in uno stato permanente di

povertà e che, non essendo in grado di procurarsi da vivere con u’attività economica legale, dipendono

dall’assistenza pubblica.

Due concezioni prevalenti:

• Concezione culturalista: la sottoclasse è costituita da tre gruppi (ragazze madri, persone espulse

dalla forza lavoro, delinquenti). Ben lungi dall’aiutare la popolazione povera a darsi da fare per

uscire dal suo stato, le riforme sociali hanno favorito il formarsi, nella sottoclasse, di atteggiamenti

di rassegnazione, demoralizzazione e cinismo.

• Concezione strutturalista: la sottoclasse è frutto di una debolezza di fondo dell’economia. Il

problema della povertà è quello della mancanza di posti di lavoro che diano un reddito sufficiente

per vivere.

L’IMPORTANZA DELLE CLASSI SOCIALI

La distribuzione dei redditi

Distinzione tra:

• Reddito: quello che gli individui e le famiglie ricavano dalle più varie fonti (salari, profitti, redditi).

• Patrimonio: è costituito da tutti i beni mobili ed immobili posseduti dagli individui o dalle famiglie.

Nei paesi occidentali vi è ancora una forte disuguaglianza nella distribuzione delle risorse economiche.

Dal confronto fra 12 paesi altamente sviluppati, è emerso che quello che ha la distribuzione del reddito più

egualitaria è il Giappone, seguito dalla Svezia, l’Olanda e la Norvegia.

Ad occupare l’ultimo posto in questa classifica (e dunque ad avere una distribuzione del reddito più

squilibrata) sono gli Stati Uniti, preceduti dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dall’Italia.

La durata della vita

Prima (verso gli anni 20) il tasso di mortalità era tanto più alto quanto più bassa era la classe sociale. Questa

relazione persiste, ma si è molto indebolita per i motivi seguenti:

• Straordinario miglioramento nelle condizioni abitative e dell’alimentazione di tutti gli strati della

popolazione nei paesi occidentali.

• Le malattie infettive non uccidono più come un tempo.

• Con l’estendersi del welfare state, l’assistenza sanitaria è stata generalizzata a tutti.

I motivi per cui la relazione sopra citata persiste sono fondamentalmente due:

• Condizioni di lavoro e di vita: se le persone delle classi più basse muoiono prima è perché passano

il tempo in ambienti più nocivi, inquinati e in cui è più facile che avvengano incidenti.

• Stile di vita: quanto più bassa è la classe sociale di appartenenza, tanto è più probabile che una

persona abbia abitudini dannose per la sua salute (fumo, alcol, mangiare troppo).

LA MOBILITÀ SOCIALE

Mobilità sociale: ogni passaggio di un individuo da uno strato, un ceto, una classe sociale ad un altro.

Distinzione tra:

• Mobilità sociale orizzontale: si intende il passaggio di un individuo da una posizione sociale ad

un’altra dello stesso livello.

• Mobilità sociale verticale: si intende lo spostamento ad una posizione più alta (mobilità ascendente)

o più bassa (modalità discendente) nel sistema di stratificazione sociale.

Distinzione tra:

• Mobilità verticale di lungo raggio: avvenuta fra strati o classi molto lontani.

• Mobilità verticale di breve raggio: avvenuta fra strati o classi contigue tra loro.

Distinzione tra:

• Mobilità sociale intergenerazionale: i passaggi fra una classe sociale e l’altra vengono esaminati

mettendo a confronto la posizione della famiglia di origine di un individuo con quella che egli ha

raggiunto in un determinato momento della sua vita.

• Mobilità sociale intragenerazionale (o di carriera): il confronto viene fatto fra le posizioni che una

persona ha occupato nel corso della sua esistenza.

Distinzione tra:

• Mobilità assoluta: è data dal numero complessivo di persone che si spostano da una classe all’altra.

• Mobilità relativa: si intende il grado di eguaglianza delle possibilità di mobilità dei membri delle

varie classi.

Distinzione tra:

• Mobilità individuale: si intendono i movimenti verso l’alto o verso il basso di una persona.

• Mobilità sociale collettiva: si intendono i movimento verso l’alto o verso il basso di un intero

gruppo rispetto a tutti gli altri gruppi sociali.

C a p i t o l o 8 : D i f f e r e n z e d i g e n e r e e

d i e t à

IL SESSO E I CROMOSOMI

Ogni individuo possiede 23 paia di cromosomi. In 22 paia i cromosomi sono identici. Nel 23esimo paio i

cromosomi possono essere sia uguali (XX) che diversi (XY).

• XX L’embrione diventerà una femmina.

• XY L’embrione diventerà un maschio.

Poiché l’ovulo contribuisce sempre con un cromosoma X e lo spermatozoo con uno di tipo X o Y, è

l’apporto del padre a determinare il sesso del nascituro.


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DETTAGLI
Esame: Sociologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Bonino Roberto.

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