“IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO”
Lina Wermϋller, L.Benvenuti, P, De Bernardi, A.
Soggetto e sceneggiatura:
Bencivenni, D. Saverini con la collaborazione di A. Longo, liberamente tratto
dall'omonimo libro di Marcello D'Orta.
C.Tafani.
Fotografia: E. Job.
Scenografia:
B. Persico.
Costumi: P. Leonardi.
Montaggio:
D'Angiò-Greco.
Musica: Paolo Villaggio (Marco Tullio Sperelli), Isa Danieli
Interpreti e personaggi:
(direttrice), Paolo Bonacelli (padrone di casa), Mario Bianco (Nicola), Dario
Esposito (Gennarino), Ciro Esposito (Raffaele), Maria Esposito (Rosinella), Adriano
Pantaleo (Vincenzino), Carmela Pecoraro (Tommasina), Luigi Lastorina ( Totò ).
Ciro Ippolito per Mario & Vittorio Cecchi Gori / Silvio Berlusconi
Produzione:
Communication.
95'.
Durata:
<< Alla Wermϋller preme sopratutto di fare un bel film e di esaudire la preghiera
che le rivolse pubblicamente Marcello D'Orta dalle colonne del Che
Mattino: “
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Napoli non ne esca male. Che finalmente le si faccia un po' di giustizia”. >>
Come si evince dalla citazione la regista del film ha intenzioni concordi con
l'autore dell'omonimo libro, dice: << Basta con la Napolitudine per farsi quattro
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risate.>> Le sue intenzioni risultano dunque chiare fin da subito, non ha voluto
costruire un film, che grazie a luoghi comuni su usi e costumi napoletani,
diventasse leggero e comico sopratutto utilizzando come canovaccio temi con
emozioni e pensieri di bambini. Ella, a mio avviso, ha portato molto rispetto
all'opera di Marcello D'Orta, infatti è riuscita a costruirci intorno una bella storia,
non banale, ma che da quei temi è stata capace di estrapolare problemi e vita
reale del Sud del nostro paese. Maurizio Costanzo disse di questo film :<< Il
passaggio dalla pagina scritta alla pellicola era un' operazione difficile, rischiosa,
quasi impossibile. La Wermϋller, con la collaborazione di cinque sceneggiatori, è
ottimamente riuscita nell'intento: la storia ha un suo coerente percorso narrativo,
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l'ambientazione credibile e così i protagonisti.>> , con lui sono concordi molti
altri giornalisti come Mario Milesi che ha scritto: << [il film ha] un'impostazione
che concede molto, accanto a qualche sottolineatura drammatica, ad un'
impronta sostanzialmente umoristica, tendente ad evidenziare in chiave di fondo
comica il “colore” del contesto. Così come l'essenza del libro. Lina Wermϋller ha
diretto senza scivolare, contrariamente a quanto le accade talvolta, in eccessi di
esasperazione grottesca; dai bambini ha tratto abilmente il possibile in fatto di
simpatia e spontaneità; dagli attori professionisti, cioè dagli adulti ha ottenuto
presenze misurate, e da Paolo Villaggio una grossa carica di toccante
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tenerezza.>>. In un'intervista la regista si dimostrò coerente con quanto detto
1 Michele Anselmi, Professione <<sgarrupati>>, ‹‹L'Unità ››, 12 Marzo 1992
2 Roberto Rombi, Lina Wertmüller Napoli senza folklore, ‹‹ La Repubblica››, 29 Settembre 1992
3 Dalla rassegna stampa del film: Maurizio Costanzo,‹‹ Gente››, 2 Novembre 1992
4 Dalla rassegna stampa del film: Mario Milesi, ‹‹ Bergamo Oggi››, 20 Ottobre 1992
dalle critiche e dichiarò: << Non possiamo passare la vita a lamentarci, a
piangerci addosso. La realtà di Napoli è complicata, difficile, con paurose voragini
di degrado, ma dobbiamo credere che qualcosa cambi. Penso che nel mio film
venga espressa questa possibilità e sopratutto la vitalità delle più giovani
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generazioni.>> .
La voglia di cambiamento e la denuncia di una realtà in degrado sono
sicuramente i pilastri su cui si poggia tutto il film. La Wermϋller però riesce a
costruire il tutto con una maestria fenomenale, ella infatti dà voce alla realtà
stessa, alla realtà di quei bambini, senza però entrare prepotentemente dentro il
film, attraverso il maestro Marco Tullio Sperelli. Quest'ultimo infatti è <<la figura
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chiave del film>> , è lui che seguiamo, è il “prototipo” di lettore a cui Marcello
D'Orta ha voluto indirizzare il libro. Molti si sono stupiti della bravura di Paolo
Villaggio come Fausto Bona: << E' incredibile come Villaggio riesca a liberarsi
dalla maschera di Fantozzi e ad interpretare un personaggio di intensa e dolente
umanità. E' appunto la cognizione del dolore attribuita al suo personaggi che gli
consente di evitare tutte le trappole, prima fra tutte quella del folclore
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locale[...]>>.
<< Sperelli può essere definito come un “outsider” della realtà meridionale che
interpreta positivamente il Sud e simpatizza con i meridionali, impegnandosi a
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controllare la situazione catastrofale, nella quale si trovano i suoi alunni.>> .
Sicuramente, che egli sia un “outsider” lo si può capire già dall'inizio del film, già
dal suo arrivo, grazie al quale la regista ci immette subito in uno spazio e nel bel
mezzo di un'azione. La macchina da presa infatti è in movimento, noi ci stiamo
muovendo con lei, i titoli di testa appaiono e sullo sfondo abbiamo il paesaggio
marittimo, abbiamo un ulteriore indizio la ringhiera che delimita la strada, siamo
dunque all'interno di un mezzo di trasporto che solo dopo un'inquadratura
frontale capiamo essere la macchina bianca di un uomo, che poi si rivelerà
essere il maestro Sperelli. Il fatto che la regista ci abbia fatto entrare nel suo film
“viaggiando” all'interno dell'auto è forse un invito o il dire chiaramente che è lui
che noi spettatori dobbiamo seguire. Successivamente la macchina da presa è
fuori dall'auto, il maestro che è intento ad osservare ciò che lo circonda, viene
inquadrato attraverso il vetro e qui compare sotto il nome dell'attore interprete:
Paolo Villaggio. La telecamera si distoglie (stacco) e il titolo del film viene di nuovo
proiettato nel paesaggio costiero. La regista mette così in relazione stretta l'uomo
della macchina (che ancora non sappiamo chi sia) e il luogo in cui sta arrivando.
Il maestro arriva scende dalla macchina con ancora le cuffie nelle orecchie, si
guarda intorno, si susseguono varie inquadrature dell'uomo e poi dell'ambiente
che lo circonda; la telecamera sembra seguire il suo sguardo: prima viene
inquadrato il balcone con le donne che stanno stendendo o raccogliendo il
bucato, poi il maestro si gira e si ha l'inquadratura della strada e sullo sfondo
uno stralcio della realtà di Corzano: venditori ambulanti, roulotte, “monnezza” e il
mare. La regista sembra già presentarci il luogo attraverso lo sguardo del
maestro, definito ancor meglio quando si toglie le cuffie: egli infatti prima era
completamente immerso (e noi con lui) in una musica jazz poi, insieme, siamo
avvolti da una malinconica musica napoletana, che sembra non dispiacergli, ha
5 Roberto Rombi, Lina Wertmüller Napoli senza folklore, ‹‹ La Repubblica››, 29 Settembre 1992
6 Claudia Cascone, Il Sud di Lina Wertmüller, Guida ( da collana Lettere italiane), Napoli, 2006 p. 83
7 Dalla rassegna stampa del film: Fausto Bona, ‹‹ Brescia Oggi››, 11 Ottobre 1992
8 Claudia Cascone, Il Sud di Lina Wertmüller, Guida ( da collana Lettere italiane), Napoli, 2006 p.84
infatti un volto sereno, forse emblema del suo essere senza pregiudizio. Come
sottolinea Claudia Cascone << Sperelli non impersonifica lo stereotipo di
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settentrionale “
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