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dalle critiche e dichiarò: << Non possiamo passare la vita a lamentarci, a

piangerci addosso. La realtà di Napoli è complicata, difficile, con paurose voragini

di degrado, ma dobbiamo credere che qualcosa cambi. Penso che nel mio film

venga espressa questa possibilità e sopratutto la vitalità delle più giovani

5

generazioni.>> .

La voglia di cambiamento e la denuncia di una realtà in degrado sono

sicuramente i pilastri su cui si poggia tutto il film. La Wermϋller però riesce a

costruire il tutto con una maestria fenomenale, ella infatti dà voce alla realtà

stessa, alla realtà di quei bambini, senza però entrare prepotentemente dentro il

film, attraverso il maestro Marco Tullio Sperelli. Quest'ultimo infatti è <<la figura

6

chiave del film>> , è lui che seguiamo, è il “prototipo” di lettore a cui Marcello

D'Orta ha voluto indirizzare il libro. Molti si sono stupiti della bravura di Paolo

Villaggio come Fausto Bona: << E' incredibile come Villaggio riesca a liberarsi

dalla maschera di Fantozzi e ad interpretare un personaggio di intensa e dolente

umanità. E' appunto la cognizione del dolore attribuita al suo personaggi che gli

consente di evitare tutte le trappole, prima fra tutte quella del folclore

7

locale[...]>>.

<< Sperelli può essere definito come un “outsider” della realtà meridionale che

interpreta positivamente il Sud e simpatizza con i meridionali, impegnandosi a

8

controllare la situazione catastrofale, nella quale si trovano i suoi alunni.>> .

Sicuramente, che egli sia un “outsider” lo si può capire già dall'inizio del film, già

dal suo arrivo, grazie al quale la regista ci immette subito in uno spazio e nel bel

mezzo di un'azione. La macchina da presa infatti è in movimento, noi ci stiamo

muovendo con lei, i titoli di testa appaiono e sullo sfondo abbiamo il paesaggio

marittimo, abbiamo un ulteriore indizio la ringhiera che delimita la strada, siamo

dunque all'interno di un mezzo di trasporto che solo dopo un'inquadratura

frontale capiamo essere la macchina bianca di un uomo, che poi si rivelerà

essere il maestro Sperelli. Il fatto che la regista ci abbia fatto entrare nel suo film

“viaggiando” all'interno dell'auto è forse un invito o il dire chiaramente che è lui

che noi spettatori dobbiamo seguire. Successivamente la macchina da presa è

fuori dall'auto, il maestro che è intento ad osservare ciò che lo circonda, viene

inquadrato attraverso il vetro e qui compare sotto il nome dell'attore interprete:

Paolo Villaggio. La telecamera si distoglie (stacco) e il titolo del film viene di nuovo

proiettato nel paesaggio costiero. La regista mette così in relazione stretta l'uomo

della macchina (che ancora non sappiamo chi sia) e il luogo in cui sta arrivando.

Il maestro arriva scende dalla macchina con ancora le cuffie nelle orecchie, si

guarda intorno, si susseguono varie inquadrature dell'uomo e poi dell'ambiente

che lo circonda; la telecamera sembra seguire il suo sguardo: prima viene

inquadrato il balcone con le donne che stanno stendendo o raccogliendo il

bucato, poi il maestro si gira e si ha l'inquadratura della strada e sullo sfondo

uno stralcio della realtà di Corzano: venditori ambulanti, roulotte, “monnezza” e il

mare. La regista sembra già presentarci il luogo attraverso lo sguardo del

maestro, definito ancor meglio quando si toglie le cuffie: egli infatti prima era

completamente immerso (e noi con lui) in una musica jazz poi, insieme, siamo

avvolti da una malinconica musica napoletana, che sembra non dispiacergli, ha

5 Roberto Rombi, Lina Wertmüller Napoli senza folklore, ‹‹ La Repubblica››, 29 Settembre 1992

6 Claudia Cascone, Il Sud di Lina Wertmüller, Guida ( da collana Lettere italiane), Napoli, 2006 p. 83

7 Dalla rassegna stampa del film: Fausto Bona, ‹‹ Brescia Oggi››, 11 Ottobre 1992

8 Claudia Cascone, Il Sud di Lina Wertmüller, Guida ( da collana Lettere italiane), Napoli, 2006 p.84

infatti un volto sereno, forse emblema del suo essere senza pregiudizio. Come

sottolinea Claudia Cascone << Sperelli non impersonifica lo stereotipo di

9

settentrionale “razzista”>> , come si vedrò poi. Voi precisare che molto

probabilmente la regista nel costruire questa figura d' insegnate si rifà ad uno dei

10

temi del libro di Marcello D'Orta “Parla del tuo maestro”. Il docente (la regista)

attraverso il suo sguardo e le sue azioni ci rivela subito un altro tema al centro

del film: il lavoro minorile con il suo breve colloquio sulla scuola con il bambino

che fa il meccanico. Inoltre per lui vi un primo contatto con le persone di quel

luogo e con la lingua viva e parlata, altro tema fondamentale. Il maestro continua

il suo approccio con questa realtà e noi con lui, la macchina da presa, infatti, ci

introduce in quello che sarà poi il centro del paese, il luogo di tante vicende

attraverso un movimento dall'alto verso il basso fino ad un' inquadratura di un

cumulo di spazzatura, al centro di tale piazza, fino a soffermarsi su un cane che

vi sta rovistando in mezzo. Il maestro riparte con macchina e con lui la sua

musica jazz, arriva al centro della piazza e di nuovo la regista ci ripresenta quella

realtà che non è conosciuta né da chi sta guardando il film né dal maestro; qui si

vanno delineando altri tratti del luogo e del clima sociale che c'è, attraverso le

scritte oscene su macchine abbandonate e un primo “assaggio” di criminalità

organizzata, viene infatti già inquadrato Raffaele (suo futuro allievo) con il

motorino a parlare con dei forse “camorristi”.

Con questa introduzione molto descrittiva possiamo dunque entrare lentamente e

gradualmente in quella che sarà poi la trama del film. Dove, come ho detto,

ritroviamo già tantissime delle tematiche della storia e degli scritti di Marcello

lingua,

D'Orta. Uno di questi è la il maestro infatti viene subito a contatto con

questa già con la melodia napoletana che lo avvolge e dalla quale si lascia

avvolgere all'inizio del film, ben distante da ciò che stava ascoltando. Il secondo

incontro avviene subito e bruscamente con il bambino- meccanico che si rivolge a

lui con un multilinguismo napoletano- italiano e che pronuncia il nome della

scuola “De Amicis” con un accento diverso da Sperelli, la distanza tra questi due

modi di parlare viene data anche dal fatto che la regista sceglie di non porli

dentro la stessa inquadratura. Dal breve dialogo con il primo bambino il maestro

passa ad una “chiacchierata” con Vincenzino il bambino che lavora nella

gelateria, qui il contatto con la realtà non è solo “ a parole” ma è anche fisico, il

maestro infatti “salva” il bambino caduto dentro il frigorifero del gelato e poi

hanno un breve dialogo davanti al caffè di Sperelli. Vincenzino lo introduce alla

realtà di Corzano descritta dal bambino come paese “con monnezza e siringhe

drogate”, anche qui mentre dialogano sono inquadrati dalla macchina da presa

non insieme, tranne in un momento forse perché quella realtà non sarà più solo

del bambino ma sarà anche del maestro. L'insegnante poi si troverà a fare i conti

con la lingua di Checchina che è colei che fa il discorso più lungo del film tutto in

dialetto napoletano, anche qui i due non sono mai nella stessa inquadratura, qui

vi è il senso del comico della Wermϋller, gioca infatti con l'incomprensione del

gesto delle “corna” fatto dal proprietario di casa per spiegare il discorso della

giovane ragazza ( il maestro capisce che sta parlando del suo divorzio invece lui

parla della superstizione, dice che porta sfortuna dormire con i piedi verso la

porta). Collegato a tutto questo vi è dunque il problema dell'istruzione di questi

bambini ( e ragazzi, Checchina infatti è un'adolescente) che non vanno a scuola

9 Ivi, p.83

10 Marcello D'Orta, io speriamo che me la cavo ( sessanta temi di bambini napoletani), Mondadori, 1990 p.77-78

perché devono lavorare, la regista descrive-denuncia quello che è il lavoro

minorile, da molti non conosciuto in maniera così ravvicinata come viene

descritto nel film e nelle immagini che poi seguiranno. Già tutti i bambini che

sono stati visti fino ad ora lavorano, ma la questione si fa evidente quando il

maestro entra in aula per la prima volta, accompagnato da Mimì il custode:

entrambi entrano in classe che è deserta, due bambini sono in piedi uno è

seduto, il maestro allora si stupisce che non vi sia nessuno , il custode dice che lo

sapevano che arrivava il maestro nuovo, come se fosse una giustificazione, poi il

maestro chiede quanti sono il classe e una bambina (Rosinella) risponde:“ Una

quattordicina- sedicina”. Già il fatto che non si sappia il numero certo è

embrematico della situazione. Al maestro (e a noi) tutto questo gli pare

sconvolgente, ma non si fa abbattere, anzi si attiva, tanto che esce dall'aula per

andare a cercare gli altri componenti della classe. Il primo ad andare a prendere è

Vincenzino in gelateria, il bambino si dimena e grida, non vuole essere portato a

scuola perché deve lavorare, il maestro allora lo ammonisce benevolmente

dicendo che non si capisce quello che dice (ha bisogno dunque di andare a

scuola), successivamente va a prendere Giuseppe, il bambino che lavora nel

negozio del barbiere, qui il cliente dice al maestro che non di può permettere

perché lo stava insaponando, allora Sperelli risponde che denuncerà tutto al

sindaco stesso se qualcuno oserà fermarlo. Qui si comprende subito che c'è

qualcosa di strano: la macchina da presa si muove in tante inquadrature tutte

staccate tra loro sui volti dei vari protagonisti della scena, una di queste cade su

Tommasino che cerca di trattenere una risata, poi c'è uno stacco e viene

inquadrato Giuseppe che ci presenta il personaggio che stava insaponando: il

sindaco! La scena è comica ma allo stesso tempo amara, poiché il primo cittadino

di Corzano si giustifica in modo inaudito, dicendo che aveva gli occhi chiusi e non

aveva visto che il ragazzo era un minore e fa una finta predica al proprietario del

negozio. Qui la Wertmüller ha dipinto un quadro molto critico e chiaro, la

corruzione e la disattenzione per l'istruzione (ed educazione) delle nuove

generazioni parte dall'alto, anche dal primo cittadino. L'illegalità dunque va di

pari passo con il lavoro minorile, che si esplica chiaramente nella parte del

mercato: Sperelli e i suoi bambini (quelli che è riuscito a portare con lui fino ad

ora) scendono da una scalinata che li porta al mercato <<si ha subito

l'impressione che quanto stiamo vedendo sia tanto reale quanto casuale, come se

11

la Wertmüller stesse spiando, non vista, dall'alto di un terrazzo>> , tutto si

muove con naturalezza, il maestro che si confonde tra la folla, che fa fatica a

passare, il vociare, la musica; qui riesce a portare con sé la bambina che vende

l'aglio e il bambino che vende le sigarette di contrabbando (Totò). Quest'ultimo

inveisce contro il maestro dichiarando apertamente la realtà dei fatti: “Cosa me

ne fotte a me della scuola, io c'ho delle responsabilità, io lavoro!”. La regista ci

mostra in seguito che questi bambini non solo lavorano di giorno, ma lo fanno

anche di notte come il piccolo Gennarino che ritroveremo addormentato in aula

perché stremato dal lavoro notturno di cartonaio. La realtà nuda e cruda si

riflette dunque in questi ragazzi che non sono bambini, hanno perso un po' della

loro infanzia, sono in parte già grandi, si sentono responsabili per i loro genitori.

Emblematica è la scena dove la sorellina di Totò accoglie il maestro, la regista

descrive la realtà di questa famiglia, non li giudica, ma sicuramente si trovano in

uno stato pessimo sia economico che affettivo, tutto è demandato alla piccola che

11 Sara Cortellazzo Massimo Quaglia, Il cinema tra i banchi di scuola, Celid, 2007 p. 46

si occupa dei fratelli e che con naturalezza non chiede nemmeno più le attenzioni

del padre che dorme sul letto abbracciato ad un cane stordito dall'alcol. Ancora

dunque la Wertmüller sottolinea il fatto che questi ragazzi sono, molto spesso,

Abbandono

abbandonati a se stessi, obbligati a crescere così come viene. che si

riflette come abbiamo visto anche nelle istituzioni, i bambini lo sentono, ne sono

consapevoli. Infatti nel momento del film dove vi è la passeggiata di Sperelli ed i

suoi “nuovi” alunni, ripescati in giro per il paese, i commenti dei ragazzi

dimostrano quanto ho scritto: l'insegnate riflette a voce alta e dice che loro a

scuola ci dovrebbero venire contenti allora una bambina dice si chiede se la loro

scuola è una vera scuola, a questo punto Tommasino dice: “E' vecchia, scassata,

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piena di buchi dentro ai muri” . Inoltre sanno bene che a comandare li dentro

non è la preside, non è il Ministero, non è lo Stato Italiano ma è Mimì il custode,

che Totò definisce così : “E' nu camurrista e tutti tremano davanti a lui!”.

L'atteggiamento camorrista è entrato anche in quel luogo che dovrebbe essere un

posto protetto, che tuteli i bambini. Invece la scuola viene dipinta come un luogo

terribile, un luogo immondo. Effettivamente il luogo è in mano del custode che

vende la carta igenica a strappi, i gessi e le brioche. Si occupa anche di far

compilare i moduli al maestro al suo primo arrivo nella scuola ( fogli che sono i

bianco) poiché la preside non c'è. Quest'ultima è sicuramente la figura più

emblematica, l'opposto del maestro Sperelli, fin dal loro primo colloquio la regista

ce lo sottolinea: nel loro dialogo, che si svolge nello studio della donna, non sono

mai inquadrati insieme e se lo sono risultando divisi dalla cattedra simbolo di

una grande distanza tra i due, addirittura ella insinua che Sperelli sia

raccomandato “ Tiene i santi in paradiso”. Inoltre anche lei pronuncia con diverso

accento il nome nella scuola, “De Amicis”, il maestro in un certo senso quasi la

corregge, allora la preside gli dice che deve mettersi in sintonia, adeguarsi, non

può risolvere tutto lui. Effettivamente il povero maestro si trova davanti una

realtà che non gli appartiene (ancora), però combatte a testa alta per quello in cui

crede. Purtroppo però quei ragazzi sono così radicati in quella società che

vengono, addirittura, imprigionati anche da quelli che sono i lati più negativi, la

Camorra stessa. Faccio riferimento al primo incontro del maestro Sperelli con il

suo alunno “più difficile” Raffaele: la macchina da presa inquadra

improvvisamente la porta d'ingresso alla classe ed entra il giovane, il maestro si

gira, la classe è vista dalla prospettiva di Raffaele ( inquadratura angolata), subito

dopo vediamo la scena dal fondo e poi di nuovo Raffaele; il bambino ha ordinato

perentoriamente a Totò di seguirlo, il maestro allora gli dice che ovviamente non

deve andare con lui, Raffaele rivolge parole, in dialetto, poco rispettose al maestro

il quale si gira verso la classe chiedendo aiuto perché non aveva capito, Sperelli

allora gli dice uscire dall'aula e il bambino risponde che se ne andrà quando vorrà

lui. La sequenza è drammatica come lo è la reazione del maestro, descritta dalla

macchina da presa nei minimi dettagli: la telecamera si alza di botto

diagonalmente a vedere la reazione dell'insegnate, sembra seguire il gesto del

maestro il quale dà uno schiaffo al bambino, la macchina segue poi il fanciullo

che è a terra, poi si focalizza di nuovo sul maestro che ha il volto sconvolto, dopo

poco la macchina da presa si riavvicina al ragazzo a terra quasi seguendo lo

sguardo del maestro, il fanciullo è prima girato poi si volta, gli fuoriesce sangue

dal naso, il suo volto è arrabbiato e spaventato. La classe è sconvolta per esempio

12 Marcello D'Orta, io speriamo che me la cavo ( sessanta temi di bambini napoletani), Mondadori, 1990 p. 51-52 (“

Descrivi la tua scuola”)


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alicer1992 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Educazione mediale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Bono Francesco.

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