ECOSISTEMI
Oltre la comunità: dagli ecosistemi alla biosfera
Per meglio introdurre e ricapitolare dove
siamo come argomento, consideriamo
questo quadro generale in quanto
rappresenta quello che faremo dopo la
parte di comunità.
Si riprende questa slide che è la classica
scala gerarchica di cui si occupa l’ecologia,
di progressiva complicazione degli
organismi e dei sistemi che consideriamo.
Siamo partiti dal livello di individui con
l’autoecologia, poi abbiamo parlato di
“ecologia di popolazioni”, in seguito di “ecologia di comunità”, e infine siamo nella scala più ampia di
quello che si occupa l’ecologia: di ecosistemi.
Comunità: è un insieme di specie che interagiscono tra loro in un’area.
Ecosistema: è il considerare le comunità nel loro ambiente, ovvero in un sistema integrato di componenti
biotiche e abiotiche (chimico-fisiche), come vale per gli individui e per le popolazioni. Quando
consideriamo le due comunità in questo sistema di componenti chimico-fisici si parla di ecosistemi.
Le due componenti interagiscono, attraverso processi biologici, fisici e chimici che caratterizzano il flusso di
energia e di nutrienti attraverso gli ecosistemi.
Il nostro obbiettivo è analizzare gli ecosistemi dal punto di vista di nutrienti, energia e cicli biogeochimici.
Tramite questi processi gli ecosistemi sussistono entro un ambito omogeneo di gradienti geofisici (T,
precipitazioni, suolo, ecc.), e quindi aree/regioni geografiche simili sostengono ecosistemi simili.
Esempio: gli ecosistemi di foresta tropicale pluviale in maniera non geografica (ma come caratterizzazione
biofisica) hanno caratteristiche simili e omogenee di questi gradienti geofisici (precipitazioni > 1500 mm, T
~ 25°, altitudine< 1000 m, ecc.).
Es. se noi abbiamo aree forestali con precipitazioni maggiori di 1500 mm/annui, aree a bassa quota e
un’altissima diversità di specie ci troviamo in un ecosistema tropicale. L’ecosistema quindi è uno spaccato
di un ambiente dal punto di vista di gradiente geofisico, che caratterizza anche la parte biotica di comunità
biologiche che sussistono in questi ecosistemi.
Le foreste pluviali tropicali rappresentano un bioma.
I biomi sono ampie regioni geografiche caratterizzate da simili tipologie di ecosistemi. Nel loro insieme
formano la biosfera del pianeta, ad es. le foreste tropicali le troviamo nell’ambito afrotropicale,
neotropicale, nel bioma orientale e nell’Australasia. Quindi i biomi sono regioni spazialmente confinate e
finite, dove all’interno troveremo simili gradienti di T e variazioni climatiche. 1
Attenzione: i biomi sono molto più ampi degli ecosistemi, un bioma come quello afrotropicale può
contenere più ecosistemi, in quanto per esempio può avere più zone (come praterie, savane, zone
desertiche) e quindi più ecosistemi.
Paesaggio e biodiversità
Ci sono due importanti categorie trasversali alla scala dei sistemi ecologici: il paesaggio e la biodiversità.
Paesaggio: è un mosaico di ecosistemi in un contesto spaziale più ampio del singolo ecosistema (es. lago,
foresta in una certa area), che generalmente include la componente antropica (essenziale in qualunque
area del pianeta o quasi) e i suoi effetti, e prevede movimenti tra le comunità in esso contenute.
È una categoria «operativa», utile per analizzare gli effetti dell’attività antropica sugli ecosistemi,
generalmente a scala locale. Chiaramente avrà al suo interno (in quanto includendo più ecosistemi) più
comunità e movimenti fra comunità diverse. Il paesaggio infatti lo si può considerare trasversale alle
comunità e agli ecosistemi.
Il termine “diversità biologica” o biodiversità è un termine rintracciabile fino al 1992 con la Convenzione di
Rio de Janeiro, dove gli stati del mondo si sono messi a discutere sulle condizioni del pianeta e sulla vita
sulla Terra. Quindi la biodiversità comprende tutta la gerarchia dei sistemi biologici, dai geni agli
ecosistemi, per indicare la componente biotica di questi ecosistemi senza scala spaziale definita (come nel
paesaggio, bioma o nella comunità). Il concetto di biodiversità attraversa tutta la gerarchia dei sistemi
ecologici (geni, specie, ecosistemi, ecc.) per indicare la componente biotica in senso lato (dal locale al
globale), utile per analizzarne la variazione della diversità nel tempo e nello spazio, basta pensare alle crisi
di estinzione nel passato, alla crisi di diversità e di estinzioni nel presente (e a quelle che ci saranno nel
futuro), e gli effetti dell’attività antropica su essa [parte finale del corso]. La biodiversità caratterizza la scala
che va dai biomi alla biosfera. 2
Entrambe le due categorie (paesaggio e biodiversità) sono operative dell’ecologia. Il paesaggio è una
categoria operativa per analizzare gli effetti dell’attività antropica sugli ecosistemi in scala locale, es.
considerando un paesaggio con al suo interno un parco nazionale e quanto c’è al suo intorno (disturbo
antropico, di transizione da habitat protetti a non protetti, ecc.). Oppure un ambiente come una zona a
latifoglia appenninica, dove abbiamo delle riserve, ma anche delle zone con riserva gestita a piantagione,
oppure zone agricole o degli insediamenti di paesi e piccole città. Quindi il paesaggio è sempre a scala
locale, è identificato geograficamente ed include più ecosistemi e quindi più comunità.
Tornando al concetto di biodiversità… Lo studio della diversità in senso lato, a prescindere dalla scala
geografica e gli effetti dell’attività antropica su di essa, e le strategie per mitigare questi effetti, è oggetto di
un importante disciplina, ovvero la biologia della conservazione.
La biologia della conservazione, che ha nella ecologia la disciplina fondante, analizza la diversità e le sue
alterazioni per causa umana.
Energetica degli ecosistemi
È l’analisi dei processi fondamentali che regolano il flusso di energia negli ecosistemi.
Questo significa analizzare la produttività primaria degli ecosistemi, cioè come l’energia è catturata dagli
ecosistemi per la sintesi della sostanza organica e quindi il collegamento fra la parte abiotica e quella
biotica.
Produttività primaria lorda (PPL): tasso totale di fotosintesi, o di energia, assimilata dagli autotrofi. Si è già
visto cosa sono gli autotrofi, organismi che tramite fotosintesi clorofilliana sono in grado di utilizzare
energia, assorbire CO e acqua per produrre il carbonio di cui è composta gran parte della biomassa.
2
Produttività primaria netta (PPN): PPL al netto dell’energia consumata con la respirazione, ovvero il tasso di
immagazzinamento di sostanza organica. Quindi una parte di energia sintetizzata con la fotosintesi sarà
utilizzata dagli autotrofi con la respirazione, e si ha il processo opposto: consumo di O e produzione di
2
CO . Quindi la produttività primaria netta è quanto rimane di sostanza organica immagazzinata che
2
definiamo biomassa. -2
Biomassa: sostanza organica accumulata per unità di area (g x m ).
Quindi la radiazione solare è fonte di energia per la produzione di biomassa.
Fattori che regolano la PPN
Il clima è un primo fattore fondamentale (T e precipitazioni, che agiscono in modo correlato) che regola la
PPN. Nei due grafici si vedono una serie di ecosistemi terrestri, una grande variabilità di essi dal punto di
vista di correlazione di precipitazione fra le rispettive aree e in termini di PPN.
In entrambi i casi, le condizioni climatiche determinano un aumento con forme diverse: da una parte si ha
una curva crescente con concavità verso il basso, dall’altra un andamento sigmoidale. In entrambi i casi si
rivela lo stesso pattern: maggiori sono le precipitazioni maggiore è la quantità di acqua disponibile per
→
la produzione di biomassa maggiore è la T maggiore è la biomassa.
→ →
Queste importanti condizioni climatiche non agiscono in maniera indipendente ma sono correlate fra loro
in maniera critica. All’aumento di T, aumenta l’evaporazione, quindi la traspirazione fogliare e quindi la
necessità di acqua. Se ad alte T non c’è sufficiente disponibilità di acqua, la produttività non
necessariamente è alta, ma sarà bassa, viceversa se le T sono alte e c’è ampia disponibilità di acqua la
produttività sarà più alta. Se la produttività è bassa la fotosintesi è bassa, anche se ci fosse una buona 3
disponibilità di acqua. Quindi queste due importanti variabili hanno una forte correlazione, dall’altra parte
vediamo una grande variabilità intorno a queste linee, regressioni di una tendenza.
Questo è un modello matematico che spiega la variabilità.
Quando si ha grande variabilità intorno alla linea si ha molta variazione locale che non per forza si riesce a
spiegare con questo modello, quindi questo rappresenta un errore insito in qualunque modello statistico.
Per cui si può avere un certo intervallo di valori di precipitazione che corrisponde ad una grande variabilità
di PP intorno a una tendenza media indicata dalla curva.
- “Perché c’è questa variabilità?”
Perché non ci sono solo le precipitazioni che spiegano la produttività in modo univoco, ma ci sono le
precipitazioni che interagiscono con la T.
Dato che il fotoperiodo, la quantità di luce in una determinata area è il motore fondamentale per la
fotosintesi e quindi per la PP, anche la stagionalità che si può considerare un proxy di durata del periodo
vegetativo, e quindi di quantità di luce nei giorni e nelle stagioni a disposizione delle piante, è un fattore
climatico fondamentale.
La stagionalità, ovvero la durata del periodo vegetativo, è un altro fattore climatico fondamentale.
Qui si vede questa relazione lineare crescente di una serie di foreste decidue in Nordamerica con un
gradiente di latitudine (alcune sono in stati più settentrionali con climi più freddi, es. NY e Massachusetts, e
altri in climi meridionali più caldi).
Anche qua si vede che il modello lineare che in questo caso spiega l’associazione crescente tra la durata
del periodo fotosintetico e la produttività, non spiega affatto tutta la variabilità della produttività, per ogni
punto lungo l’asse x corrisponde una grande variazione del punto sull’asse y. Ma in sostanza c’è una soglia
minima di durata del periodo fotosintetico che condiziona il processo di fotosintesi, dopodiché esso cresce
con la durata del periodo fotosintetico. 4
Considerando i fattori di variazione della climatica della PP possiamo analizzare una mappa globale della
superficie terrestre e quindi di come la PP varia in senso globale.
Variazione globale della PPN. Si noti un gradiente latitudinale che interagisce con variazioni locali: valori
più alti di produttività media in certe aree che si trovano lungo l’Equatore (aree in blu scuro: Amazzonia,
Africa subsahariana, Indonesia), mentre spostandoci di latitudine verso entrambi i poli la produttività tende
a diminuire con valori bassi nelle zone più fredde o più secche.
Attenzione: questo gradiente latitudinale non è univoco, ci sono variazioni che non necessariamente
riusciamo a spiegare con questo gradiente.
A sud del deserto del Sahara c’è una fascia a bassa produttività che non è attribuibile alla latitudine ma ad
una bassa umidità che per l’appunto previene la possibilità di avere alti valori di produttività.
Oltre al clima, la disponibilità di nutrienti nel suolo che determinano la crescita delle piante influenza
direttamente la PPN.
Particolarmente importante è la disponibilità di azoto che è uno dei nutrienti fondamentali. 5
In entrambi questi grafici si vede una relazione tra la disponibilità di azoto nel terreno (tramite
mineralizzazione) e la PP. SI vede una relazione positiva in entrambi i casi; qui siamo in diversi ecosistemi
forestali nel Wisconsin. Quindi siamo in un singolo habitat in una regione circoscritta, nell’altro caso siamo
in Minnesota, un ambiente diverso di savane. Si hanno andamenti diversi e produttività, ma è chiaro come
la disponibilità di nutrienti nel suolo regola la PP. Quindi questo processo è connesso a due fattori: sia alla
disponibilità di azoto che si va a fissare nei tessuti, sia l’N visto come importante elemento di fotosintesi.
Quindi l’N ha un importante controllo duplice nella PP.
PPN negli ecosistemi acquatici
In laghi e oceani
la luce a
disposizione del
fitoplancton
pelagico
(microorganismi
autotrofi che
producono
biomassa
vegetale tramite
fotosintesi)
regola la PPN.
La radiazione fotosinteticamente attiva che penetra nella colonna d’acqua diminuisce in modo
esponenziale con la profondità, mentre la respirazione (che non è mediata dalla luce) è costante, da cui il
pattern in figura. Questo spiega come la respirazione rispetto alla produzione lorda rappresenti una fascia
costante (quota fissa di produttività). Mentre la PPN è uguale alla P totale, questa quota (v. figura) per la
respirazione ha un andamento dovuto al modo con cui la luce diminuisce in termini di produttività per la
fotosintesi. Chiaramente la capacità di fotosintesi va a 0 (oltre i 140 m), quando eguaglia la profondità in 6
cui la PPN eguaglia la respirazione si parla di profondità di compensazione. Si intuisce quindi come la
→
PP nei sistemi acquatici sia più alta negli habitat in cui c’è più luce e nutrienti, e questo ci dà conto della
distribuzione anche globale, per quanto riguarda gli oceani e grandi laghi visibili nella mappa in figura.
Variazione globale della PPN
negli oceani. I gradienti
principali sono relativi alla
profondità e prossimità alla
costa (che implica sia bassa
profondità che apporto dai
fiumi di nutrienti). Si vede che
è proprio nelle aree costiere
che si ha la più alta
produttività dovuta a due
→
fattori: bassa profondità che
con il rimescolamento delle
acque porta in superficie i
nutrenti e l’interazione della luce che crea le condizioni ottimali per la produttività, si così l’apporto di fiumi
dai nutrienti più concentrati lungo le coste, e quindi la produttività di questo fitoplancton e di altre alghe
pelagiche ha questa esecuzione globale rintracciabile nella mappa in figura.
PPN e produttività secondaria
La PPN degli autotrofi rappresenta l’energia disponibile per gli eterotrofi (cioè per gli organismi che non
sono in grado di sintetizzare autonomamente biomassa tramite fotosintesi), ma solo una parte è utilizzata
da due grandi categorie: gli erbivori e i decompositori all’interno dell’ecosistema. C’è una parte di PPN che
non entra nel livello superiore della catena alimentare per due ragioni:
• Vento, fiumi, o altri agenti naturali trasferiscono la biomassa verso altri ecosistemi: es. solo il 55%
della PPN di una palude salmastra (ambiente estremamente connesso tramite il flusso d’acqua di
altri ecosistemi) è utilizzato, il 45% è perso tramite le acque che escono negli estuari e finiscono nei
mari e oceani. Quindi qui si vede giù un’importante perdita di PP.
• Un’altra importante fonte di acquisizione di PP negli ecosistemi è l’attività umana, che in questo
modo la rende indisponibile agli ecosistemi. Le attività umane alterano il flusso di energia negli
ecosistemi e contribuiscono a «perdere» molta PPN: es. incendi e deforestazione rimuovono
grandi quantità di biomassa dalle foreste rendendola inutilizzabile nello specifico ecosistema. Altro
esempio è l’agricoltura che rimuove una parte di biomassa dai terreni.
La PS è la biomassa che utilizza un ipotetico organismo eterotrofo, in questo schema semplice si vede un
bruco che mangia una foglia, e si vede che la PS è la formazione di nuova biomassa rispetto a quella
disponibile.
Si introducono vari parametri: da una quantità di energia disponibile (espressa in Joule) che in questo
esempio è settata a 200J di materiale una certa quantità “I” è ingerita da questo organismo eterotrofo
→
non tutta l’energia ingerita verrà assimilata in quanto c’è una parte di energia “W” che viene espulsa con
→ 7
il metabolismo di
questo organismo
tramite le feci, ed una
parte che viene
espulsa tramite
respirazione “R”,
processo che avendo
bisogno di energia
consuma una parte di
biomassa accumulata.
Quindi ci troviamo un
bilancio “P” con
un’energia assimilata
che è usata per la
produzione, quindi
volendo questa è la PS.
Siamo partiti da 200J e siamo arrivati a 40J di effettiva produzione di biomassa secondaria. Si può quindi
definire il rapporto tra l’energia assimilata e quella ingerita come efficienza di assimilazione (A/I), e in
questo caso appunto parliamo di 100J che vengono assimilati, e di efficienza di produzione P/A, la quantità
di energia prodotta rispetto a quella assimilata. Questi sono i parametri in gioco se vogliamo analizzare il
flusso di energia partendo dalla biomassa disponibile grazie agli eterotrofi, a quella che viene assimilata e
trasformata in biomassa dagli stessi,
Relazione positiva lineare tra PPN e produttività secondaria (che è la trasformazione della PP in biomassa
eterotrofa) (a), consumo (b) e biomassa (c) degli erbivori (me
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