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Riassunto esame Economia Regionale, prof. Vaona, libro consigliato Economia Regionale di Vaona e Patuelli Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Economia Regionale, basato su appunti personali e studio autonomo del libro Economia Regionale di Vaona e Patuelli consigliato dal docente Vaona. Gli argomenti trattati sono i seguenti: il modello gravitazionale, gli effetti sui differenziali di disoccupazione, il problema della disoccupazione regionale, le politiche regionali devono quindi essere svariate.

Esame di Economia regionale docente Prof. A. Vaona

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ESTRATTO DOCUMENTO

•A partire da una situazione di parità nella bilancia dei pagamenti immaginiamo una diminuzione della competitività della

regione X

•Si riducono le esportazioni verso le altre regioni

•Cala la produzione in X e quindi anche il reddito percepito dai residenti (perché aumentano i disoccupati)

•Un minore reddito implica una riduzione delle importazioni che compenserebbe la diminuzione delle esportazioni (si

rimarrebbe in equilibrio)

•L'aumento dei disoccupati fa scattare i sussidi disoccupazione (trasferimenti di fondi dalle regioni ricche) che permettono alle

importazioni di rimanere stabili

•La regione X accumula disvanzi nei confronti delle altre regioni che, alla fine, potrebbero anche stufarsi di trasferirvi fondi

continuamente sottoforma di sussidi

Secondo quanto scritto deve valere o, in termini di tassi di crescita, . Dato che nel lungo

periodo ne consegue che, sempre nel lungo periodo, .

Noi sappiamo che le importazioni dipendono dal reddito regionale, mentre le esportazioni dal reddito mondiale.

Possiamo dunque scrivere le seguenti condizioni:

• , dove z è il reddito mondiale e è l’elasticità delle esportazioni al reddito mondiale

• , dove y è il reddito regionale e è l’elasticità delle importazioni al reddito regionale

Dato che nel lungo periodo x = m, abbiamo la seguente legge di Thirlwall:

Ciò implica che il tasso di crescita regionale dipende dal tasso di crescita mondiale e dalle elasticità al reddito

(regionale e mondiale). Per far aumentare la crescita di lungo periodo occorrerebbe dunque:

1. Esportare beni che hanno un’elevata elasticità al reddito mondiale o

2. Importare beni con una bassa elasticità al reddito regionale

La seconda possibilità è più difficile se si è specializzati in industrie con bassa elasticità dell’export.

Problemi dell’approccio di Thirlwall:

• si focalizza esclusivamente sulla domanda ed ignora la competitività dei prodotti

• Test empirici limitati a confronti tra nazioni (no dati regionali), e ambigua evidenza empirica

Krugman suggerisce un’altra interpretazione della legge di Thirlwall:

• La relazione causale va nella direzione opposta ed α e’ endogena

È la crescita determina le elasticità di import ed export, e quest’ultima è determinata da aumenti dell’offerta di fattori

 produttivi (Krugman non spiega però perché aumenta il tasso di crescita, ma si limita a dire che questo dipende

dall’offerta di fattori)

Se aumenta la crescita, la regione sarà più in grado di aumentare il suo range di prodotti, col risultato che gli export

 cresceranno più velocemente (mercato più ampio)

La crescita degli export salita’ più del reddito mondiale e l’elasticita’ della domanda salirà

• L’interpretazione di Krugman ignora completamente l’importanza della domanda nella crescita

dell’export.

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1.4.4 Spiegazioni alternative del processo di crescita cumulativa

• La teoria dei poli di crescita

• Incorporazione delle economie di scala esterne nella spiegazione delle disparità regionali

Economie di localizzazione: concentrazione spaziale di fabbriche della stessa industria

 Questi effetti spiegano perché i nodi principali delle reti di trasporto sono dove si minimizzano i costi di distribuzione e

di assemblaggio di certe industrie. Queste economie emergono perché imprese nello stesso campo trovano

vantaggioso concentrarsi geograficamente (maggiore specializzazione, aumentato dell’efficienza, facilitazione nella

ricerca e nell’innovazione, nello scambio di idee e di lavoratori specializzati e, infine, si riducono i rischi per datori di

lavoro e lavoratori: i lavoratori si possono specializzare di più se ci sono più opportunità locali nella stessa industria; le

imprese dovranno pagare premi al rischio più bassi (i licenziati hanno più probabilità di ritrovare impiego qualificato);

più lavoratori qualificati disponibili)

Economie di agglomerazione: concentrazione geografica di un largo numero di attività

 economiche

a. Concentrazione di molti servizi che servono varie industrie. Ad esempio:

b. Trasporto urbano e pendolarismo

c. Mercati del lavoro meglio organizzati e larghi bacini di lavoratori con diversi set di conoscenze

d. Servizi pubblici

e. Servizi legali e commerciali

f. Attività orientate al mercato

g. Attività culturali e per tempo libero che attraggono lavoratori qualificati

h. Concentrazione di organizzazioni che investono nell’innovazione

• Legame fra innovazione e livello educativo della popolazione

• Le imprese leader attraggono i migliori, che danno la base per sviluppare ulteriore innovazione

(rinforzando il processo di crescita cumulativa che è poi ulteriormente rinforzato dal fatto che le regioni

ricche tendono a commerciare con altre regioni ricche)

• Teoria del commercio internazionale

Una riduzione delle barriere al commercio può portare ad effetti sulla localizzazione delle imprese (e quindi sulla crescita delle

singole regioni). Possono essere positivi o negativi a seconda di:

a. Costi di trasporto degli input produttivi

b. Costi di trasporto del prodotto finale al mercato

c. Vantaggi di localizzazione in aree con forze di lavoro poco costose

d. Economie di agglomerazione

e. Congestione e costo dei terreni in aree con grande concentrazione di attività economiche

• Studi relativi al ruolo del settore finanziario nella crescita (

istituzioni finanziarie poco propense ad investire in aree

depresse; i capitali sono molto più mobili fra regione che tra i paesi; nelle regioni poco efficienti I non è uguale ad S … ciò implica

che tutti i risparmi della regione, al contrario, vengono investiti ed utilizzati da altre regioni a scapito di chi risparmia e di

un’ulteriore deperimento della regione già depressa; i risparmi vengono solitamente attratti verso i centri finanziari; le regioni

depresse hanno meno opportunità di investimento di quelle in crescita; la distanza fra chi presta e chi investe è rilevante; per

)

bilanciare queste forze si può imporre alle banche di investire almeno una quota dei depositi localmente

1.4.5 Conclusioni

• Non c’e’ ancora consenso su quali siano le cause delle disparità nella crescita

• Però sviluppi si sono avuti in tre direzioni, che sottolineano:

a. Modelli neoclassici: importanza del lato dell’offerta

b. Modelli di tipo Keynesiano: importanza dell’export regionale

c. Modelli di causalità cumulativa: natura autoperpetuante del processo di crescita

• L’importanza delle economie esterne di scala (localizzazione geografica) sono l’aspetto che più ha fatto

avanzare il campo

• L’interesse per questi argomenti e’ enorme, data l’utilità’ delle politiche regionali per determinare risultati

economici a livello locale, regionale, e nazionale

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1.5 Migrazioni interregionali (lezione 10-11)

1.5.1 Teoria di classica di migrazione del fattore lavoro

Assunzioni:

1. Perfetta competizione in tutti i mercati

2. Rendimenti costanti di scala

3. La migrazione e’ senza costi e non ci sono altre barriere

4. I prezzi dei fattori sono perfettamente flessibili

5. I fattori di produzione sono omogenei

6. I detentori dei fattori sono perfettamente informati sui rendimenti (dei fattori) in tutte le regioni

Esempio

Prendiamo due economie IDENTICHE sotto tutti gli aspetti e ci chiediamo: cosa succede se cala l’offerta di lavoro

da una parte?

1. Si alzano i salari dove si era ridotta l’offerta

2. I lavoratori dall’altra parte, dati salari maggiori, migrano facendo rialzare l’offerta che prima era scesa

3. Le due economie tornano ad avere salari identici

Secondo la teoria classica più dogmatica e restrittiva, quindi, sono i differenziali salariali a determinare i flussi

migratori.

Sebbene i differenziali salariali siano importanti:

1. Il migrante può essere interessato alle prospettive future piuttosto che al breve periodo (vincolo di

bilancio intertemporale)

2. l’unità di riferimento dovrebbe essere la famiglia. Spesso a dover migrare non è solo il capofamiglia ma

l’intera unità famigliare, per questo motivo una variazione nel salario dei muratori verso l’alto non

spingerà Gianfranco a migrare se pure sua moglie ha ottenuto, quale infermiera, lo stesso aumento

3. Vi sono diversi tipi di migranti che si muovono secondo altrettante logiche:

Nuovi migranti sono più sensibili ai differenziali salariali rispetto ai migranti di ritorno (return migrants)

 Gli autonomous migrants, ovvero chi si muove per fare carriera, spesso lo fanno su richiesta del datore di lavoro

 Gli speculative migrants si spostano senza avere un offerta di lavoro

 I contracted migrants si spostano perché hanno già un’offerta di lavoro

4. Gli studi mostrano come i differenziali di salario sono maggiormente importanti una volta presa la

decisione di migrazione

5. Il modello classico non riconosce altri fattori oltre al reddito (qualità della vita e clima ad esempio)

6. Il modello classico assume perfetta flessibilità dei salari, mentre invece sappiamo che sono collosi verso il

basso e questo rende difficile il funzionamento di meccanismi di aggiustamento automatico tramite le

migrazioni

7. Il modello trascura la presenza di contratti collettivi nazionali, i salari unici delle imprese nazionali e i

contratti di fabbrica che sono determinati dalla produttività delle singole fabbriche più che dal tasso di

disoccupazione regionale

8. Il modello classico assume che la migrazione sia senza costi e che i lavoratori abbiano perfetta

informazione. In realtà vi sono i seguenti costi associati alla migrazione (e l’informazione è tutt’altro che

perfetta):

Costi pecuniari

 Costi non pecuniari (psichici)

 – sono talmente alte da preferire il pendolarismo su lunghe distanze alla migrazione

e al punto che il reddito supplementare necessario a ripagarli è superiore ai semplici costi pecuniari della migrazione

9. I flussi migratori diminuiscono all’aumentare della distanza a causa delle accresciute asimmetrie

informative proporzionali alla distanza ed all’aumentare dei costi non pecuniari.

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10. Le migrazioni fra regioni ricche sono maggiore di quelle fra i paesi poveri e quelli ricchi (per i ricchi è più

facile pagare i costi di migrazione e, in genere, le nazioni povere sono più distanti da quelle ricche delle

stesse ricche. Per finire, nelle regioni ricche, vi è una più alta percentuale di persone che hanno già

migrato e che quindi non hanno più molti costi non pecuniari da sostenere

11. Spesso le migrazioni sono all’indietro

12. Tradizionalmente si pensava che fossero le caratteristiche di origine e destinazione le principali

determinanti delle migrazioni; la ricerca recente ha trovato che:

Il quadro istituzionale dentro il quale avviene la migrazione, che riflette il fallimento dei mercati rispetto alle ipotesi di

 perfetta

Politiche di promozione e di hiring dentro le aziende

 Fattori istituzionali nei mercati della casa e del lavoro, e il governo

 Prezzi delle case

 Sussidi di disoccupazione

 Legami famigliari, carriera del partner, effetti di un divorzio, migrazione dopo la pensione

 I più giovani ed educati tendono a migrare

 I migranti tendono a seguire l’esempio delle generazioni precedenti (una comunità di migranti alla destinazione apre

 canali per lavoro e casa, etc)

Possiamo concludere affermando come l’ipotesi di perfetta competizione sui mercati del lavoro regionali si

dimostri completamente inadeguata. Ciò nondimeno possiamo affermare che:

1. Le opportunità lavorative influiscono in modo forte sulle migrazioni

2. La disoccupazione non sempre genera migrazione (operai inglesi: più alti tassi di disoccupazione a fronti

del più basso tasso di migrazione)

3. Gli aumenti del tasso di disoccupazione tendono a diminuire la mobilità invece di stimolarla (i tassi di

migrazione diminuiscono in recessione)

1.5.2 Alternative alla teoria di classica di migrazione del fattore lavoro (modello basato sul capitale

umano)

Le principali alternative sono:

1. modello basato sul capitale umano

Non si assume un mondo senza tempo in cui si risponde istantaneamente a differenziali salariali

 I migranti rispondono a maggiori redditi che possono essere guadagnati nel corso della vita lavorativa (decidono in base al

 valore attuale dei flussi salariali futuri)

Il modello può incorporare tutti i costi di migrazione (che vengono pesati e sottratti dal valore scontato lordo dei benefici)

 Il modello offre migliori spiegazioni sui vari comportamenti di migrazione:

 a. I migranti nella stessa categoria occupazionale fanno scelte diverse perché danno un diverso peso a costi e benefici

non pecuniari

b. I giovani migrano di più perché hanno davanti a loro una carriera più lunga per recuperare i costi di migrazione

c. Professionisti e manager sono molto più mobili perché i differenziali di salario sono più elevati ed hanno un

migliore accesso all’informazione

E’ troppo perfetto, include tutti i costi e può spiegare tutti i flussi migratori data la razionalità degli agenti, ma nella realtà

 solo alcune principali variabili vengono considerate (per informazione imperfetta!)

2. Modelli di ricerca del lavoro

Il modello sul capitale umano non spiega come i migranti cercano e trovano informazioni e c’è stata molta ricerca su teoria e

 tecniche riguardanti l’analisi della ricerca di lavoro

Ad esempio si può costruire un albero decisionale (primo livello: migrare o non migrare; secondo livello: dove migrare)

 Questi modelli tendono ad essere matematicamente complessi (logit multinomiale) ma realistici

 Permettono di separare i determinanti della scelta di migrazione da quelli sulla destinazione

 È importante distinguere fra:

 – Speculative-migration (la decisione di migrare diventa il mezzo per ottenere informazioni)

– Contracted-migration (la decisione di migrare è solo l’esito del processo e non fa parte della ricerca di lavoro)

Nei modelli vengono anche incorporati i ritardi nella risposta ai differenziali salariali, che tendono ad impedire la riduzione

 delle disparità regionali

Pagina 18 di 43 a. Ritardi nel flusso di informazioni dalle regioni ricche ai migranti

b. Ritardi tra la risposta alle informazioni e la formazione delle aspettative

c. Ritardi nell’aggiustamento alle reazioni alle aspettative formatesi

3. Modello gravitazionale

Il modello è l’analogo in fisica della teoria della gravitazione universale di Newton

 Il flusso dalla regione i alla regione j può essere modellizzato con la funzione dove e

 rappresentano le caratteristiche delle regioni di partenza ed arrivo, mentre rappresenta la distanza fra le due regioni in

termini anche di costi legati alla migrazione

Il modello gravitazionale può essere usato per studiare anche altri fenomeni:

 – Pendolarismo

– Movimenti di shopping

– Citazioni di brevetti eccetera

Un vantaggio del modello è la possibilità di usare variabili economiche che descrivano le caratteristiche delle regioni tramite

 PIL, tasso di disoccupazione, livello di tassazione, amenità ed i costi deterrenti alla migrazione quali distanza, lingue in

comune e accordi internazionali

1.5.3 La migrazione porta ad equilibrio?

È importante distinguere fra:

• Effetti della migrazione sul migrante

o Migrare porta a benefici (reddito maggiore), sebbene a volte di piccola entità

o Nel lungo periodo, migrare lontano è più vantaggioso di migrare vicino o non migrare

o Il primo anno non è vantaggioso migrare; questo spiega gli alti tassi di return migration

• Effetti della migrazione sui differenziali economici regionali

o Gli effetti di riequilibrio così come prospettati dalla teoria classica non sono supportati da molte evidenze empiriche

anche se non si può negare l’effetto compensatorio delle migrazioni

o La migrazione selettiva può deprimere ancora di più le zone di emigrazione

o I migranti aumentano la produzione, occupazione e reddito del paese in cui si recano per effetto del moltiplicatore e

deprimono ulteriormente le regioni da cui se ne vanno per lo stesso motivo (inverso). Vi è anche il pericolo che l’effetto

moltiplicatore faccia ulteriormente aumentare la domanda di lavoro più della nuova offerta (quindi i salari non

diminuiscono ma aumentano ancora)

o Le migrazioni possono solo in parte aiutare il riequilibrio delle disuguaglianze e non possono ridurre il tasso aggregato

di disoccupazione

• Effetti sui differenziali di disoccupazione

o Le migrazioni diminuiscono in periodi recessivi e non sono certo un antidoto valido per la disoccupazione

o In regioni con alta disoccupazione, la migrazione non la riduce

o La migrazione sembra funzionare meglio per la disoccupazione per i lavori più qualificati (che però hanno i tassi più

bassi) rispetto ai lavori meno qualificati (che però hanno i tassi più alti)

• I flussi migratori non si adattano al modello classico

o Ci sono flussi in entrata ed in uscita sia nelle regioni ricche sia in quelle povere

o Le barriere alla mobilità e l’informazione perfetta costituiscono una violazione dell’assunzione di perfetta mobilità dei

fattori

1.6 Il problema della disoccupazione regionale (lezione 12)

La persistenza della disoccupazione e’ la ragione primaria per l’esistenza di politiche regionali in molti paesi ed i

tentativi di capire le cause delle disparità regionali hanno preso due strade:

Macro: effetto sulla disoccupazione del salario; mismatch tra domanda ed offerta; industry mix

 Micro: larghi sondaggi di lavoratori

Non c’e’ comunque una singola spiegazione al problema della disoccupazione, ma molte, ad esempio:

Salari troppo alti nelle regioni ad alta disoccupazione

 mismatch tra domanda ed offerta

 industry mix più favorevoli

 strutture socio demografiche più favorevoli

 differenti tassi naturali di disoccupazione;

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maggiore sensitività ai cicli economici

Le politiche regionali devono quindi essere svariate:

Flessibilizzare i mercati del lavoro (non tramite riduzioni salariali che causerebbero effetti moltiplicativi negativi)

 aumento diretto della domanda;

 aggiornamento dei disoccupati di lungo periodo

 politiche mirate a determinate aree

1.6.1 Le cause della disoccupazione – l’approccio convenzionale

Esistono i seguenti tipi di disoccupazione ma non sono facili da identificare nella realtà, e la disoccupazione stessa

non ha quindi un'unica causa. Ci si potrebbe aspettare che dipenda dal mix produttivo (ci sono ad esempio

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settori che sono tipicamente più soggetti a soffrire di disoccupazione), ma così non è e in realtà in regioni ad alta

disoccupazione questa è elevata in tutti i settori (perché il fattore lavoro è molto più mobile fra industrie che fra

regioni). Inoltre regioni vicine possono avere tassi di disoccupazione diversi che perdurano nel tempo.

1. Disoccupazione frizionale

Quando esiste la possibilità di matching ma occorre del tempo (i lavoratori non accettano subito la prima offerta) e le imprese

non assumono i candidati adatti immediatamente. Vi sono due fattori che influenzano questo tipo di disoccupazione:

a. La congiuntura attuale (la disoccupazione frizionale è più elevata in presenza di boom economici)

b. Il mix industriale (se sono presenti molti settori in cui i turnover sono elevati)

2. Disoccupazione strutturale

Esiste un eccesso di offerta e di domanda contemporaneamente ma, al contrario della disoccupazione frizionale, questi non

possono compensarsi nemmeno col tempo: i lavoratori non hanno le caratteristiche per riqualificarsi, vivono nel posto sbagliato;

in poche parole non vi è corrispondenza fra domanda e offerta

a. Tende ad essere persistente (è difficile riqualificarsi)

b. Tende a peggiorare in periodi di bassa congiuntura (i lavoratori non possono permettersi riqualifiche o sostenere il

costo di eventuali spostamenti) ed a migliorare in alta congiuntura (i datori di lavoro sono più disposti ad assumersi i

costi di formazione)

3. Disoccupazione neoclassica

Esiste perché i salari sono troppo alti (sopra al punto di equilibrio) ma nel lungo periodo tende a scomparire grazie alle migrazioni

(secondo il modello). I salari sono troppo alti per i seguenti motivi (la ricetta per eliminarla è appunto limitare con delle misure

questi stessi motivi):

a. Sussidi di disoccupazione innalzano i salari nelle industrie

b. Sindacati troppo potenti

4. Disoccupazione neo-Keynesiana (scarsità della domanda)

La domanda aggregata cala, si riduce la produzione e quindi aumenta la disoccupazione (anche perché i salari sono collosi verso il

basso). Questo genere di disoccupazione:

a. Si distribuisce uniformemente nelle regioni e genera tassi correlati all’andamento congiunturale

b. Tocca tutte le regioni a causa della loro interdipendenza

1.6.2 Il processo di matching e la relazione unemployment-vacancies (uv)

Tra disoccupati e vacancies vi è ovviamente una correlazione positiva

 La velocità di matching è negativamente correlata con la dimensione geografica

 La velocità di matching è negativamente correlata con l’età (si riduce sopra ai 30 anni)

 La specializzazione riduce la velocità di matching

La relazione UV serve per tracciare le combinazioni di disoccupazione e

vacancies che si verificano per ogni livello di eccesso di domanda (o di

offerta) ed implica che quando vi è eccesso di domanda di lavoro rispetto

all’offerta aumentano le vacancies e si riduce la disoccupazione.

Quanto è stabile la relazione UV nel tempo? Generalmente lo è, ma può

subire degli spostamenti per le seguenti ragioni:

Shock strutturali (si sposta verso l’alto)

 Sussidi disoccupazione (si sposta verso l’alto)

 Aumenti della disoccupazione di lungo periodo (si appiattisce perché i disoccupati di lungo periodo sono

 meno attrattivi)

1.6.3 Disoccupazione nascosta

I tassi ufficiali di disoccupazione non dicono tutto sulle disparità spaziali nell’utilizzo del fattore lavoro, vanno

infatti considerati anche i tassi di partecipazione (percentuale della popolazione in età lavorativa che e’ attiva

economicamente, ha o cerca lavoro):

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Non tutti quelli che cercano lavoro sono registrati come disoccupati (quindi la disoccupazione vera

 potrebbe essere una media fra il tasso di partecipazione e quello di disoccupazione)

Ci sono persone non registrate come disoccupate che non cercano lavoro, ma che lo cercherebbero in

 condizioni economiche migliori (effetto del lavoratore scoraggiato)

In periodi di bassa congiuntura aumentano i pre-pensionamenti e questo attenua le statistiche sulla

 disoccupazione

La disoccupazione femminile nascosta

Regioni con alti tassi di disoccupazione hanno anche bassi tassi di partecipazione: ciò significa anche che le

condizioni sul mercato del lavoro si riflettono pure sul tasso di partecipazione.

2 Parte - La politica economica regionale

2.1 Gli strumenti della politica economica regionale (lezione 13-14)

Abbiamo due tipi di strumenti:

• Gli strumenti microeconomici

mirano a modificare l’allocazione dei fattori produttivi e sono quelli più comunemente usati nelle politiche regionali.

• Gli strumenti macroeconomici

modificano il livello generale dell’output e dell’occupazione (ad es.: spesa pubblica)

2.1.1 Strumenti microeconomici

Gli scopi di questi possono essere:

1. Riallocare il lavoro nelle regioni deboli (riallocazione dell’offerta di lavoro)

Questo genere di politiche prendono come esogeni il set di competenze richiesto dalle aziende, la loro localizzazione

geografica e la distribuzione industriale. Siccome il fattore lavoro non risponde subito e bene a differenziali di salario o di

disoccupazione, sono pochi i casi in cui le autorità implementano questo genere di politiche (inoltre possono anche

causare effetti moltiplicativi negativi). Ad ogni modo distinguiamo fra:

Politiche di trasfer

 Mirano a spostare l’offerta di lavoro tra le regioni

Politiche in situ

 Mirano ad aumentare l’occupazione e il movimento industriale dentro la regione (per esempio aumentando le

attività di training e re-training)

I principali motivi per cui il fattore lavoro non risponde subito e bene a differenziali di salario o di disoccupazione sono

definibili come impedimenti alla mobilità del lavoro:

I differenziali di salario non rispondono generalmente ai differenziali di produttività a causa di imperfezioni nel

1. mercato del lavoro quali:

La presenza di contratti centralizzati,

a. La rigidità verso il basso dei salari

b. La presenza di sussidi di disoccupazione

c.

Anche se lo facessero, a causa delle asimmetrie informative, i lavoratori non riuscirebbero a percepirli

2. interamente. Le asimmetrie informative rendono più difficoltosa la decisione di migrare ed aumentano i costi

della migrazione

I costi della migrazione rendono difficoltosa la mobilità del lavoro anche nel caso in cui i salari rispondessero ai

3. differenziali di produttività e non vi fossero asimmetrie informative (costa trovare informazioni su case, scuole,

lavoro, vita sociale eccetera)

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Al fine di ridurre gli impedimenti alla mobilità del lavoro le autorità possono implementare le seguenti politiche di

riduzione degli ostacoli alla mobilità:

1. Incoraggiare negoziazioni a livello di fabbrica (molto difficile)

2. Creare centri di occupazione per diminuire le asimmetrie informative delle famiglie

3. Politiche di riduzione dei costi pecuniari

a. Finanziamento di programmi di training in azienda e fuori

b. Schemi pensionistici portabili

c. Riforme del mercato immobiliare

2. Riallocare capitale nelle regioni deboli (riallocazione della domanda di lavoro)

Al contrario, le autorità investono molte risorse nel tentativo di portare il capitale nelle regioni più sfortunate,

percorrendo due diverse strade:

Inward investment, ovvero trasferimento di capacità produttiva tra regioni o dall’estero

 Indigenous investment, ovvero stimolo della crescita degli investimenti in attività economiche locali

3. Indurre le regioni deboli a generare internamente posti di lavoro

2.1.1.1 Stimolare gli inward o indigenous investments (politica di riallocazione del capitale)

1. Inward investment

Tentativo di trasferimento di capacità produttiva tra regioni o dall’estero tramite:

a. Uso di maggiore o minore regolamentazione governativa

• Regolamentazione

­ Land use planning (regolamenti sull’uso del territorio)

­ Industrial location controls (controlli sulla localizzazione delle imprese)

Non sono più usati (erano usati in Inghilterra)

Pro:

i. Si dimostrano efficaci (vedi UK)

ii. Sono economici per le autorità perché comportano solo costi amministrativi

iii. Sono flessibili (permettono di fare scelte soggettive, come per esempio permettere di

espandersi solo a certi tipi di industrie

iv. Implicano la comunicazione fra governo ed imprese, e permettono quindi al governo di

esercitare un ruolo di persuasione

Contro:

i. Vanno contro le regole del capitalismo moderno

ii. Impedire alle imprese di espandersi nel posto scelto diminuisce la loro efficienza

iii. Può portare a diminuzione o cancellazione di investimenti, o a trasferimenti all’estero

(facile all’interno dell’UE)

• Deregolamentazione

­ È difficile da attuare perché le regioni hanno raramente poteri legislativi che gli permettono di scavalcare

leggi e regolamenti nazionali e anche quando li hanno è difficile che vi sia la volontà e la forza di farlo.

Inoltre questi tipi di regolamentazioni sono sempre più lasciati all’UE che anzi tende a maggiore

regolamentazione (uguali opportunità, salute, sicurezza sul lavoro eccetera)

­ Porta alla diffusione di misure pro-business (regole per le imprese e leggi sul lavoro più accomodanti che

possono coincidere con scarse protezione del lavoro e ambientale e riduzione del potere negoziale dei

sindacati). Le condizioni legislative dei singoli stati negli USA hanno appunto favorito queste misure e la

devozione al libero mercato (la tradizione USA si è rivelata molto efficace nel rimodellare la localizzazione

geografica delle imprese manifatturiere, ma la stessa cosa difficilmente potrebbe accadere in Europa

perché vi sono differenze linguistiche e culturali più evidenti)

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b. Incentivi fiscali (sussidi)

Ve ne sono due tipi:

• Al capitale (più usati di quelli al lavoro), ad esempio tramite l’istituzione di fondi di investimento (vedi i

fondi strutturali UE), fondi per l’innovazione ed esenzioni/tagli temporanei alle tasse

• Al lavoro (poco usati)

Il sussidiamento del lavoro ne riduce il costo relativo al capitale ed assistiamo ad un effetto di

sostituzione (aumenterà la richiesta di lavoro perché meno costoso). L’effetto di sostituzione non è

però l’unico e l’effetto complessivo dipende da:

1. Ammontare dei sussidi

2. Elasticità dell’offerta di lavoro e capitale (ad esempio l’aumento dei salari dovuto all’aumento di domanda

di lavoro riduce la quantità di capitale che sarà effettivamente sostituita dal lavoro)

3. La forma degli isoquanti di produzione (tecnologia di produzione) che determina come e se l’impresa può

variare il mix produttivo sostituendo capitale con lavoro e l’elasticità di sostituzione al prezzo (occorrerebbe

offrire sussidi unicamente ad industrie con un’elevate elasticità di sostituzione fra capitale e lavoro)

c. Miglioramento dell’accesso al credito e dell’efficienza manageriale (servizi di consulenza)

d. Miglioramento del capitale sociale

2. Indigenous investment

Tentativo di stimolo della crescita degli investimenti in attività economiche locali tramite:

a. Abbattimento dei costi di trasporto

b. Sussidi all’output (quindi permettendo di praticare prezzi minori)

c. Scoraggiamento di investimenti in altre aree

2.1.1.2 Microeconomia dei sussidi ai fattori

I sussidi causano una riduzione dei costi produttivi e

le imprese, specie se il sussidio porta ad una

diminuzione dei prezzi per i consumatori, potranno

quindi scegliere di produrre di più. Nel confronto fra

due regioni il sussidiamento di un fattore in una

rispetto all’altra equivale ad una “svalutazione”

regionale che aumenta la competitività rispetto

all’altra.

Considerando l’esempio a lato, il sussidio al lavoro

consente alle imprese di produrre di più (si sposta su

un isoquanto più elevato) e l’utilizzo di lavoro

aumenta da L1 ad L3. Anche la domanda di capitale può crescere, se l’effetto sulla produzione è maggiore di

quello di sostituzione. Similarmente un sussidio al capitale può portare ad un aumento dell’uso del fattore

lavoro. Nel grafico a lato L1L2 e’ l’effetto di sostituzione, mentre L2L3 e’ l’effetto sulla produzione.

L’ammontare dell’aumento di lavoro dipenderà quindi da:

a. Quanto il sussidio riduce i costi di produzione

Quanto e’ il sussidio rispetto al costo del fattore

 L’importanza relativa del fattore nei costi di produzione

b. Quanto di questa riduzione si traduce in riduzione dei prezzi

i sussidi possono anche andare in riduzione dei prezzi delle materie prime, aumento salari o profitti nel caso in cui l’azienda sia

monopolista)

c. La responsività della domanda (del prodotto) ad una diminuzione del prezzo

la domanda per il prodotto di una regione può essere molto responsiva al prezzo causa forte competizione interregionale)

d. La tecnologia produttiva

determina come e se l’impresa può variare il mix produttivo sostituendo capitale con lavoro e l’elasticità di sostituzione al prezzo

(occorrerebbe offrire sussidi unicamente ad industrie con un’elevate elasticità di sostituzione fra capitale e lavoro)

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Effetti indiretti e di lungo periodo dei sussidi a capitale e lavoro:

a. Effetti indiretti e di lungo periodo possono essere superiori a quelli appena analizzati

b. L’analisi basata sugli isoquanti ha due limitazioni:

È parziale

 i. Non vengono colti gli effetti indiretti sull’indotto, a questo proposito:

1. I sussidi al lavoro hanno un effetto maggiore perché influiscono sui consumi locali e quindi sul

moltiplicatore regionale

2. I sussidi al capitale hanno un effetto moltiplicatore minore dato l’import di beni capitali da

altre regioni

ii. Non considera i seguenti effetti:

1. Deadweight (se l’impresa avrebbe comunque assunto nuove persone il sussidio sostituisce

unicamente i fondi privati)

2. Displacement (i nuovi assunti possono provenire da altre imprese sempre all’interno della

stessa regione e questo non migliora la situazione aggregata)

È statica e non considera gli effetti di lungo periodo

 In un’analisi di lungo periodo andrebbero preferiti i sussidi al capitale per i seguenti motivi:

i. Le industrie ad alta crescita tendono ad essere capital-intensive

ii. I sussidi al capitale vanno in investimenti

iii. I sussidi al lavoro tendono ad essere continui, mantenendo in competizione aziende in declino

2.1.1.2.1 Sussidi generali o marginali?

Per il capitale, i sussidi sono sempre stati prevalentemente sul nuovo capitale (investimenti), invece che sullo

stock.

Per il lavoro, c’e’ dibattito sul sussidiare tutti i lavoratori o solo i nuovi (assunzioni). In generali alcuni studi

indicano come tutti i sussidi al lavoro sortiscano scarsi effetti sulla disoccupazione (forse perché pur aumentando

l’occupazione riducono l’emigrazione) mentre altri dicono che:

I sussidi generali al lavoro generano altra occupazione agendo come politica fiscale espansiva (visto che

 sono pagati dai contribuenti), ma possono facilmente essere sprecati (fenomeno del deadweight)

I sussidi marginali al lavoro possono generare occupazione addizionale tramite:

 ­ Aumento dei redditi personali reali (calano i prezzi e quindi anche la domanda e quindi, in un secondo ciclo, vi saranno

ulteriori assunzioni)

­ Aumento dei profitti (una parte è distribuita e spesa anche localmente)

­ Sostituzione dell’import (diminuiscono i prezzi locali)

­ Aumento dell’export (più competitività sui prezzi) con conseguente calo della disoccupazione e miglioramento della

bilancia dei pagamenti

2.1.2 Conclusioni

Quali strumenti siano i più appropriati è una domanda che continua ad attrarre molto dibattito. Tre trend recenti

importanti:

­ La crescita di politiche regionali multi-obiettivo (anche sociali, politiche ed ambientali): più difficile

stimare gli effetti

­ Uso di complessi pacchetti di aiuti, cuciti addosso alle singole necessità: analizzare gli effetti di un

portfolio di politiche e’ più complesso

­ Presenza di multiple organizzazioni che lavorano a politiche regionali: difficile stimare i separati effetti di

ogni singola istituzione

Lo schema seguente illustra riassume e contestualizza i vari strumenti di politica regionale trattate nel capitolo:

Pagina 25 di 43 Scelte concernenti

l'utilizzo di strumenti di

politca regionale Modalità di

Tipi di strumenti implementazione

coordinamento

strumenti strumenti all'interno delle

microeconomici macroeconomici giurisdizioni

politiche di riallocazione politiche di riallocazione coordinamento fra le

Autonomia regionale Controllo centralizzato

del fattore lavoro del fattore capitale giurisdizioni

Discriminare le politiche Discriminare le politiche Discriminare tariffe e i

Politiche in situ Politiche di transfer Tasse e sussidi fiscali in funzione delle monetarie in funzione controlli al commercio

(retraining) regioni delle regioni in funzione delle regioni

Attraverso stabilizzatori

Politiche di Facilitando l'accesso al

automatici (imposte sul

Politiche migratorie miglioramento del credito nelle regioni più

reddito e contributi

mercato dei capitali deboli)

sociali)

Attraverso scelte

discrezionali (preferire

deliberatamente le

Politiche di mobilità Controlli amministrativi regioni deboli quando si

fa una spesa pubblica)

Politiche per migliorare Politiche di sviluppo del

l'efficienza del mercato capitale sociale

del lavoro Politiche per aumentare

l'efficienza delle aziende

2.2 Lo sviluppo locale: il ruolo delle PMI e del progresso tecnologico (lezione 15-16)

Le politiche economiche regionali tradizionali, prima degli anni 80, tendevano a concentrarsi esclusivamente sul

tentativo di attirare nelle aree arretrate investimenti dall’estero marginalizzando quindi l’importanza di:

• Creazione di imprese locali

• Promozione delle PMI

• Adozione delle imprese locali di nuove tecnologie

Nonostante le critiche agli strumenti tradizionali, gli aspetti di cui sopra, legati allo sviluppo basato sulle PMI

locali, non va visto come alternativo alle politiche economiche regionali classiche, ma complementare.

2.2.1 Politica regionale e PMI

Controversie legate alle politiche regionali in favore delle PMI:

1. Le PMI possono creare un gran numero di lavori? Se si: questi lavori sono di qualità?

a. L’importanza delle PMI nelle economie è altalenante ma un buon 20% dei posti di lavoro nazionali

dipende da queste organizzazioni.

b. Alcuni studi mostrano come una quota rilevante di aumento del tasso di crescita degli occupati è

dovuto alle PMI (nel settore manifatturiero)

c. In definitiva l’importanza delle PMI non va ne sopravvalutata ne sottovalutata (la dimensione

meda delle imprese è gradualmente diminuita negli ultimi anni), ma occorre cogliere le

interrelazioni che queste possono avere con le grandi aziende ed in termini di indotto e

trasferimento tecnologico

2. Le PMI possono creare un mix industrial flessibile e diversificato caratterizzata da imprenditorialità?

3. Le PMI stimolano la competizione locale fra grandi e piccole aziende?

4. Le PMI hanno un ruolo rilevante nel processo di innovazione?

Pagina 26 di 43

Il processo tramite cui le PMI generano posti di lavoro è duplice:

1. Effetto netto della nascita/scomparsa di PMI

L’effetto è quasi sempre positivo (ne nascono più di quante ne muoiano), ciò permette di deporre a favore di politiche pro-PMI,

ma occorre poi anche valutare le possibili controindicazioni ed assicurarsi che il policy maker ponga rimedio alle seguenti

questioni (favorendo la sopravvivenza di lungo periodo delle PMI):

a. Instabilità del rapporto di lavoro

b. Tassi di sopravvivenza molto bassi

2. Effetto netto della crescita/contrazione di PMI esistenti

Occorre poi distinguere fra:

1. Fattori strutturali

2. Fattori ciclici

Si possono distinguere i seguenti effetti ciclici sulle PMI:

a. Demand-pull: le PMI nascono perché vi è maggiore domanda nelle fasi espansive del ciclo

b. Recession-push: se cresce la disoccupazione vi saranno dipendenti licenziati che si metteranno in proprio

Fattori che spiegano il motivo per cui le PMI fatichino a superare la decina di impiegati:

Background degli imprenditori

• (mancanza di formazione o conflitti gestionali quando subentrano più persone)

• Caratteristiche delle imprese (le piccole imprese crescono più velocemente)

• Inefficienze del settore pubblico e sistemi di tassazione penalizzanti

• Difficoltà nell’accesso al credito (in presenza di un alto tasso di mortalità le banche chiedono elevate garanzie)

Tendenze di lungo periodo che favoriscono le PMI:

• Frammentazione della produzione ed esternalizzazione della domanda

• Domanda per beni e servizi personalizzati in presenza di un più alto tenore di vita

• Cambiamento tecnologico (i servizi informatici dei colossi di oggi sono nati in un garage)

Esistono delle differenze nella distribuzione in svizzera dello stock di imprese:

• Le PMI si concentrano nel lungo periodo prevalentemente nelle città, a causa di:

• Le PMI trovano ambiente più fertile in città piccole ma non in zone rurali

• Le zone a declino industriale non si sono rilevate delle buone localizzazioni per le PMI

• Le nuove PMI si concentrano nei servizi finanziari, nelle attività immobiliari e nei servizi alle imprese (che

in generale si concentrano nei centri)

Fattori geografici che spiegano la nascita delle PMI:

1. La popolazione e le sue caratteristiche

Un maggior tasso di crescita della popolazione, la quota di giovani in una data società e la densità abitativa sono positivamente

correlati alle nuove nascite di PMI

2. Il mix industriale di una regione

Nascono più imprese dove c’è un gran numero di PMI

3. La ricchezza

4. Le regioni ricche hanno tassi di natalità di PMI più elevati perché un maggior reddito è associato alla

domanda maggiore di beni e servizi specializzati e dispongono di un più facile accesso al credito

5. Case in proprietà (spesso sono usate in garanzia per ottenere un credito)

6. Livello di formazione della popolazione locale (più è alto il livello più saranno alte le nascite)

7. Disoccupazione (effetti push-pull)

8. Spesa pubblica e politiche pro-PMI (incremento della domanda e mitigazione delle difficoltà delle PMI)

Pagina 27 di 43

Fattori geografici che spiegano la morte delle PMI:

1. Tasso di nascita delle imprese(!)

2. Disoccupazione

3. Grandi città

4. Le politiche regionali non sembrano avere effetto nel ridurre il tasso di mortalità

I tre dilemmi delle politiche pro-PMI:

1. Attuare politiche a livello regionale o nazionale? Gli interventi a pioggia tendono a favorire le PMI nelle

regioni più avanzate (che ne hanno meno bisogno di quelle nelle regioni meno avanzate, rurali)

2. Aiutare le start-up o le imprese che sopravvivono? Aiutare le start up vuol già dire che parte delle risorse

andrà persa (perché hanno tassi di fallimento superiori), ma non aiutarle significa gettare al vento nuove

opportunità.

3. Aiutare le imprese attive nei servizi o nella manifattura? Le imprese specializzate nei servizi tendono a

concentrarsi nelle regioni più sviluppate mentre quelle specializzate nella manifattura nelle zone meno

avanzate

2.2.2 Politica regionale e innovazione (SONO QUI)

Il modello lineare del cambiamento tecnologico è rappresentato dalla figura

a lato. Inoltre, l’innovazione è un fenomeno complesso e sono necessarie

alcune distinzioni:

1. L’innovazione è l’applicazione di nuove invenzioni e può riguardare:

a. Prodotti

b. Processi

2. Il processo di innovazione è composto da due fasi:

a. L’introduzione di un’innovazione

b. La sua diffusione

Le differenze regionali nella performance innovativa assumono caratteri diversi a seconda dell’aspetto del

processo innovativo che si considera:

1. Innovazioni di prodotto “significative” nel settore manifatturiero

Le regioni più sviluppate sono quelle più innovative

2. Innovazioni di prodotti e processi così come definite dalle imprese stesse

Siamo sul 50-50

Pagina 28 di 43

Le cause dei differenziali innovativi regionali; le attività di ricerca e sviluppo messe in atto dalle imprese private

tendono a concentrarsi nelle regioni più sviluppate e specialmente nelle città grandi e diversificate dal punto di

vista economico per i seguenti motivi:

1. Vantaggi dal punto di vista del mercato del lavoro (il personale R&D è altamente specializzato e più

facilmente reperibile nelle regioni più sviluppate)

2. Vantaggi informativi (la vicinanza di Intel ad AMD o di molte aziende nella SGraphic)

3. Accesso al mercato (le grandi città hanno un reddito procapite più elevato e domandano nuovi prodotti)

4. I centri R&D si localizzano vicino agli Head Quarters per permettere ai manager di controllare il processo

innovativo

La fase della produzione può

1. Essere localizzata in zone periferiche (se il bene è standard e facile da produrre)

2. Essere localizzata nei grandi centri (se la produzione richiede manodopera qualificata)

Considerazioni sulle politiche pro-innovative:

1. Le attività innovative sono altamente remunerative ed hanno buone dinamiche occupazionali

2. Per favorire le attività vi sono diversi strumenti:

a. Strumenti nazionali

i. Formazione tecnica

ii. Sussidi alla ricerca ed allo sviluppo

iii. Iniziative informative per la diffusione delle tecnologie

iv. Politiche protettive in favore di industrie ad alto contenuto tecnologico

b. Strumenti regionali

i. Agenzie locali per il trasferimento tecnologico

ii. Parchi scientifici

iii. Iniziative di Venture Capital fra imprese private ed amministrazioni locali

iv. Miglioramento delle infrastrutture locali

v. Miglioramento dell’ambiente abitativo e culturale al fine di attirare forza lavoro specializzata

2.2.3 I distretti industriali, il milieu innovativo, e le “learning regions”

Le politiche di sostegno alle PMI si concentravano tradizionalmente sulle singole imprese. Negli anni recenti si è

cominciato a favorire lo sviluppo di veri e propri distretti di innovazione (gruppo di PMI che si basano sullo

sviluppo di nuove tecnologie). Si è pure passati dall’analisi dei distretti di PMI nel settore manifatturiero, all’analisi

dei milieux innovativi e delle learning regions (mano a mano che ci si rendeva conto dell’importanza delle nuove

tecnologie per la nascita di nuovi distretti).

Definiamo:

1. Distretto industriale

Un distretto industriale è caratterizzato da:

a. Presenza di PMI concentrate nello spazio e con una comune specializzazione settoriale

b. Background sociale e culturale comune agli agenti economici

c. Insieme notevole di legami verticali ed orizzontali tra imprese e lavoratori (silicon graphics) basati su scambi di mercato

d. Rete di istituzioni locali private e pubbliche che supportano l’attività dei distretti

e. Una notevole proiezione internazionale

Vi possono essere diversi tipi di distretti:

a. Distretti marshalliani

b. Distretti basati sulla presenza di una grande impresa

c. Distretti satellite privati

d. Distretti ancorati allo Stato

L’analisi dei distretti industriale si appoggia alle teorie Post-Fordiste, le caratteristiche fondamentali delle teorie Fordiste erano:

a. La catena di montaggio (standardizzazione e basso utilizzo di capitale umano)

b. Siti produttivi di grandi dimensioni (economie di scala)

Pagina 29 di 43

c. La gestione Keynesiana della domanda aggregata associata con incrementi di produttività

Quando il Fordismo entra in crisi, il Post-Fordismo prende il posto del Fordismo. Il Post-Fordismo è basato sulla specializzazione

flessibile dei processi produttivi (JIT, in grado di far fronte alla globalizzazione all’instabilità della domanda globale). La

specializzazione flessibile si basa su processi produttivi artigianali volti alla realizzazione di prodotti altamente specializzati

rivolti ai mercati globali grazie anche allo sfruttamento di vantaggi competitivi basati su know-how ed expertise locali

A differenza dei distretti Marshalliani, nei nuovi distretti, un ruolo chiave è giocato dalle istituzioni locali che favoriscono lo

sviluppo economico. Esempi di istituzioni di questo tipo sono:

a. Istituzioni finanziarie (banche locali)

b. Camere di commercio

c. Agenzie di formazione

d. Associazioni professionali

e. Centri di innovazione

f. Organizzazioni di servizi alle imprese

g. Sindacati

La teoria del capitale sociale sostiene che lo sviluppo economico sia in parte determinato dalle caratteristiche culturali di una

comunità locale; la fiducia, ottenuta tramite norme di reciprocità consolidate e reti di impegno civile, che il capitale sociale

implica nelle relazioni fra imprese, dipendenti ed istituzioni riduce i costi di contrattazione, monitoraggio ed aumentano le

esternalità positive

2. Milieux innovativi e learning regions

Siccome tradizionalmente, l’accumulazione di conoscenze è stata un fattore chiave per il successo dei distretti, quelli basati sulle

nuove tecnologie (Cambridge, Silicon Valley, …) hanno attirato l’attenzione dei policy makers. I milieux innovativi hanno attirato

attenzione perché (i milieux innovativi sono dei particolari tipi di distretti):

a. Creano posti di lavoro ad alto reddito

b. Lo sviluppo tecnologico è un fattore chiave della crescita

Non è detto che un settore industriale si trasformi in milieu innovativo o, anche se lo fa, questo si riveli un successo (spesso i

distretti faticano a distaccarsi da una specifica specializzazione funzionale). Per far si che il successo di un milieu innovativo sia

costante occorre evitare che si focalizzi sulla produzione di tecnologie obsolete, stimolando continuamente il sistema collettivo di

apprendimento.

Questi concetti hanno contribuito a rendere obsoleto il concetto di processo innovativo lineare, favorendone

una concezione maggiormente legata ai processi di apprendimento ed all’interazione degli agenti. A questo

proposito alcuni concetti chiave sono stati formulati sul processo innovativo non lineare:

1. L’importanza delle competenze (ciò che un’impresa sa fare meglio di altre)

2. L’importanza delle capacità evolutive (adattare le proprie competenze a nuove situazioni) in funzione di

a. Capacità di condividere la conoscenza

b. Capacità di combinare le diverse conoscenze

c. Capacità di evitare l’inerzia organizzativa

2.3 Modelli di localizzazione (lezione 17-18)

Si occupano delle scelte localizzative delle aziende. La localizzazione è importante perché influenza la capacità

produttiva e la quota di mercato delle aziende e lo sviluppo del territorio.

2.3.1 Economie e diseconomie di agglomerazione

Le (dis)economie di agglomerazione sono tutti quei (s)vantaggi di ordine economico che le imprese ottengono da

una localizzazione concentrata, prossima ad altre attività.

I fattori che spingono all’agglomerazione sono i seguenti:

1. Economie di scala interne all’impresa

Quando le maggiori dimensioni dell’impianto riducono il costo medio unitario

2. Economie di localizzazione esterne all’azienda ma interne al settore

Pagina 30 di 43

Presenza di una vasta gamma di fornitori specializzati, acquisizione di manodopera specializzata, presenza nell’area di

competenze specifiche, manageriali e tecniche

3. Economie di urbanizzazione esterne all’azienda ed al settore

Dipendono dalla densità e varietà di attività produttive e residenziali quali la presenza di trasporti urbani, reti di comunicazioni e

vasto e diversificato mercato di beni intermedi e finali

I fattori che spingono verso localizzazioni più diffuse e sparse sono invece:

1. Costi di congestione che passano tramite il mercato (aumento dei prezzi dei fattori meno mobili, ad

esempio canone di locazione)

2. Costi di congestione esterni al mercato (inquinamento, criminalità, disagio sociale)

3. Costi di trasporto (costo economico dello spostamento, costo opportunità del tempo, costo psicologico)

2.3.2 Il modello di Weber

2.3.2.1 Primo stadio –costi di trasporto

Ipotesi:

– Mercato del bene puntiforme C in concorrenza perfetta in cui la domanda è poco elastica a riduzioni di

prezzo

– Due mercati delle materie prime puntiformi, localizzati ad una certa distanza uno dall’altro (M1 e M2)

– Un’unica tecnica di produzione, quindi costi di produzione costanti e dati

– L’unico costo per cui discriminare è quindi quello di trasporto

Luogo di produzione

x sono le tonnellate di materie y sono le tonnellate di materie

prime presenti nel mercato delle prime presenti nel mercato delle

materie prime M1 materie prime M2

a, b, c rappresentano le distanze z sono le tonnellate di prodotto

dei tre mercati dal luogo di finito da portare nel mercato del

produzione bene C

I costi di trasporto hanno dunque la forma . L’impresa cercherà di minimizzare i suoi costi di

trasporto e si localizzerà quindi nel punto in cui . Se il luogo di produzione risulterà più vicino al

mercato finale allora la soluzione si dice orientata al mercato, altrimenti orientata alle materie prime.

2.3.2.2 Secondo stadio – economie di localizzazione

Si ipotizzi che le imprese che operano sul mercato del

bene e delle materie prime traggano beneficio

dall’agglomerazione e che quindi esista un beneficio

marginale di rilocalizzazione.

La rilocalizzazione avverrà (e le imprese si

1 corrispondenti al

concentreranno) solo se le isodapne

beneficio marginale di agglomerazione si intersecano

Critiche al modello:

1 Luogo dei punti dove il costo marginale di rilocalizzazione è costante

Pagina 31 di 43

1. È stato e non considera l’innovazione

2. Dà troppo peso ai costi di trasporto

3. È un equilibrio parziale perché non considera le interazioni fra le imprese e distribuzione del reddito

4. Astratto (difficile calcolare il peso da M1, M2)

5. Troppo orientato all’offerta rispetto alla domanda

6. La presenza di una domanda inelastica

2.3.3 Economie di scala e costi di trasporti

Ipotesi:

1. Domanda omogeneamente distribuita su un mercato lineare e completamente rigida al prezzo

2. Esistono due produttori A e B che offrono lo stesso prodotto con identiche funzioni di costo di

produzione

3. La localizzazione di A e B è data

4. Il costo di trasporto per unità di distanza è

costante ed è interamente sopportato dai

consumatori, ciò significa che il prezzo del

prodotto sarà , dove

è il costo di trasporto per unità di distanza e

è la distanza a cui si trova il consumatore

Date queste ipotesi graficamente otteniamo la figura a lato.

Se ora ipotizziamo che B possa usufruire di economie di scala

e che dunque il suo prezzo di produzione unitario

diminuisca all’aumentare della quantità prodotta e venduta

(in questo caso è proporzionale alla distanza perché la

domanda è omogeneamente distribuita sul mercato lineare)

otteniamo, in accordo con l’immagine a lato, che B espande la

sua area di mercato.

Se ora aggiungiamo all’ultima ipotesi fatta quella che il produttore B, oltre a godere di economie di scala, ha costi

di trasporto più bassi otteniamo la seguente figura

Considerazioni importanti:

– I consumatori scelgono il produttore che offre un prezzo più

basso

– I produttori sono monopolisti all’interno della propria area:

non c’è concorrenza perfetta

2.3.4 Il contributo di Hoover

Ipotesi:

1. Domanda omogeneamente distribuita su un mercato lineare e completamente rigida al prezzo

2. Esistono due produttori A e B che offrono lo stesso prodotto con identiche funzioni di costo di

produzione

Pagina 32 di 43

3. La localizzazione di A e B è data

5. Il costo di trasporto per unità di distanza è costante ed è interamente sopportato dai consumatori

6. Esistono economie di scala nella produzione fino ad un certo livello ed esse si tramutano in diseconomie

dopo quel livello di produzione

2.3.5 La domanda spaziale, l’equilibrio del mercato e la localizzazione dell’impresa

Ora tralasciamo l’ipotesi che la domanda non sia elastica al prezzo ma la considereremo come funzione negativa

del prezzo. Poi ci chiediamo quanti beni acquista il consumatore se il costo di produzione è costante e il costo di

trasporto proporzionale alla distanza.

La domanda ha la seguente forma:

Funzione di domanda: con come

quantità domandata da parte dell’i-esimo consumatore

Prezzo di vendita (vedi capitolo 2.3.3):

Unendo la funzione di domanda con quella del prezzo di

vendita otteniamo la curva di domanda spaziale

individuale seguente:

La curva può essere costruita pure graficamente (vedi

immagine a lato)

Se immaginiamo tutti i consumatori uguali e togliamo l’indice i, ipotizzando una densità costante di consumatori

per ogni unità di distanza, pari a q, possiamo considerare quanto segue (immagine a sinistra):

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze economiche
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aigim di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia regionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Svizzera italiana - Usi o del prof Vaona Andrea.

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