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Storia economica unità 1

Storia economica: non solo fatti economici, ma anche avvenimenti sociali e culturali ad essi collegati. Lo storico ricostruisce, cerca di comprendere e spiegare.

Fatti e modelli

Attraverso dati storici possiamo analizzare gli eventi del passato ed evincere modelli, scoprendo le connessioni che sono presenti tra loro, che ci aiutano a leggere il presente ed avanzare previsioni. Siamo "figli del passato".

L'orizzonte storico

Non si può pensare di comprendere i fenomeni economici di qualsiasi età senza avere una certa padronanza di fatti storici ed un certo senso storico [Schumpeter]. La storia non può tralasciare gli accadimenti economici o relegarli in secondo piano, così l'economia non può fare a meno della storia per avere una visione lucida di se stessa.

Interdisciplinarietà

Influenza di cambiamenti ed accadimenti istituzionali. Fatti economici e non economici in relazione gli uni con gli altri. Dal 1600/1700 si cominciò ad attribuire importanza al fattore economico come spiegazione di fenomeni come decadenza o prosperità delle nazioni. A parte sporadiche felici fusioni di economia e storia (Adam Smith), bisogna aspettare l'Ottocento inoltrato per vedere un effettivo rilancio del metodo storico nello studio delle origini e dell'affermazione dei processi di industrializzazione.

Rivoluzione industriale

Rivoluzione industriale [A. Toynbee]: caso in cui il processo di industrializzazione ha assunto caratteri "rivoluzionari" in quanto ha mutato comportamenti economici e sociali connessi al sistema produttivo industriale. Si verifica un aumento del reddito pro capite in concomitanza con un grande sviluppo industriale.

Marx fu sicuramente decisivo poiché diede un grande e fondamentale apporto all'interpretazione economica della storia. All'economia spettava il compito di scovare materiali storici utili a sostenere la sua teoria.

La crisi degli anni '30 spinge la storia economica a consolidarsi e ad affermarsi come disciplina autonoma. Nascita della Business History (studio storia imprese) e Entrepreneurial History (dal primo dopoguerra, approfondisce il ruolo dell'imprenditore nello sviluppo economico).

Anni '50 e nuove visioni interpretative

Anni '50: rinnovato interesse per i problemi dinamici di crescita economica di lungo periodo e di sviluppo.

  • Visione "economico centrica": lo sviluppo viene dalla forza del mercato, si fanno prevalere le ragioni economiche.
  • Industrializzazione è frutto di componenti sociali e politiche, avvenimenti istituzionali.

La New Economic History pone l'accento sulla valutazione quantitativa e sul rapporto modelli-realtà utilizzando la precisione dell'econometria. Dagli anni '50 questa esigenza di esattezza e precisione è sempre più supportata dalla statistica.

La scuola degli Annales

Vicina a questo atteggiamento è la francese "scuola degli Annales" (es. Fernand Braudel, colui che ha introdotto la teoria dell'economia mondo), che sottolinea l'importanza del contributo interdisciplinare nella ricerca storica. Introdotta da Braudel è la scomposizione del tempo storico in 3 diversi ritmi (événémentiel, congiunturale, strutturale) cui si connettono 3 differenti piani dell'esistenza collettiva (di sussistenza, economico, capitalistico).

La società industriale è stata letta come in forte contrapposizione col mondo rurale e la civiltà preindustriale. Si attribuiva il ruolo di "primario" all'agricoltura in quanto precedente e di "secondario" all'industria in quanto motore di sviluppo e protagonista del cambiamento. Col tempo l'agricoltura si è vista come attività che può celare elementi di grande modernità ed è vi è stato un ridimensionamento del ruolo dell'industria.

Nuovi temi negli anni '70

Con gli anni '70 la ricerca ha evidenziato nuovi temi e nuove problematiche, tra questi la transizione da economia rurale a economia industriale (protoindustrializzazione) e la dimensione regionale come livello di lettura di tali processi.

Il modello protoindustriale

Negli anni '70 F. Mendels ha proposto di interpretare le prime fasi del processo di industrializzazione focalizzandosi sul contesto sociale ed istituzionale dove esso è avvenuto. Egli considera l'industrializzazione come una seconda fase di un processo che matura nell'humus dell'industria rurale.

  • 1° fase (lunga): un crescente numero di lavoratori rurali tende ad integrare il reddito con una serie di lavori a domicilio. Diffusione laboratori rurali -> ampliamento relazioni di mercato -> modifica dell'economia agricola e nuove norme demografiche.

Il collegamento con i mercati esterni distingue il lavoratore protoindustriale con l'artigiano legato al soddisfacimento delle necessità locali o dell'autoconsumo. Quindi, reddito familiare = proventi di un'agricoltura povera + guadagno da attività manifatturiera a domicilio + prestazione stagionale nelle vicine agricolture commerciali. Maggiore reddito = maggiore crescita demografica.

Industrializzazione: fenomeno europeo, iniziato in Inghilterra nella seconda metà del '700 e poi diffuso in tutta Europa nel corso del XIX secolo. Questo fenomeno è frutto di un "genio europeo" che sboccia in maniera inattesa dopo essere maturato durante i secoli dell'Ancien Regime. È frutto della somma vantaggiosa di condizioni ambientali, comportamenti individuali ed azioni collettive sviluppatesi durante un ampio arco di secoli.

La lettura più frequente, che lascia spazio a generalizzazioni, fa accompagnare l'avvento del capitalismo con fenomeni di imperialismo, portando così all'affermazione di un ordine gerarchico tra le economie nel mondo. Svolgendo un'analisi meno "europeocentrica" si vede che non vi è una correlazione univoca tra avvento capitalismo ed espansione coloniale (interpretazione in linea col pensiero Marxista). Infatti molte società extraeuropee hanno opposto al capitalismo una serie di ostacoli di ordine sociale pur trattandosi di sistemi molto solidi in grado di produrre, risparmiare, accumulare capitale e dare via ad una serie di relazioni commerciali di tradizione millenaria ed ampiezza internazionale. Quindi la mancata presenza di impostazione capitalistica in determinate aree del pianeta si deve alla presenza di ecosistemi umani incompatibili.

Ricordiamo che fino all'anno mille l'Europa era un paese di barbari rispetto alle grandi civiltà del vicino oriente bizantino o dell'estremo oriente cinese. A partire dall'XI secolo: crescente popolazione -> aumento consumo terra per produzione agricola maggiore. Maggiore numero città, innovazione tecnologica in campo militare, agricolo, dei trasporti -> accumulo capitale, lavoro ma soprattutto di esperienze che si tradurranno in comportamenti innovativi nel commercio, nella produzione, nei servizi, nelle istituzioni e nell'organizzazione economica. L'Occidente europeo passa da acquirente ad essere produttore ed esportatore.

Agli inizi del XVI secolo l'Europa occidentale era diventata l'area più sviluppata del mondo dal punto di vista produttivo e tecnologico. Si stava pian piano facendo avanti un'innovazione, non tanto dal punto di vista tecnologico in quanto non ci saranno grandi evoluzioni tecniche, quanto nell'atteggiamento di ricerca, esplorazione, sperimentazione e scoperta nel campo delle relazioni commerciali. Col tempo si venne a creare la "mentalità dell'investimento".

È importante tenere presente che ci è potuto essere uno sviluppo nel continente europeo grazie alle istituzioni politiche degli stati che facevano da salvadanaio forzato con un pesante prelievo fiscale che veniva poi reinvestito in capitale fisso sociale a disposizione di tutti (porti, strade, canali). L'Europa era ricca di risorse economiche, che non sono solamente riconducibili alle risorse naturali di un'area, ma in relazione al livello di specializzazione organizzativo-tecnologica che le rende fruibili. Vi fu un aumento demografico tra il 500 e il 700. Rapporto natalità/mortalità inattivo circa 5 per mille in più di nati rispetto ai decessi. Nelle campagne l'equilibrio era favorevole e la vitalità delle aree rurali sopperiva ad eventuali deficit nei centri urbani grazie a fenomeni migratori. Essi non erano solo tra campagna e città ma anche colonizzazione di nuove terre. Chiaramente l'ago della bilancia demografica veniva spostato da carestie, epidemie e "guerre guerreggiate" (presenza di truppe il combattimento da diversi paesi). Quindi possiamo definire il sistema demografico pre-industriale come reversibile.

Equilibrio demografico e vincolo Malthusiano

L'aumento demografico se la doveva vedere inoltre con i limiti della produttività dell'epoca. Possiamo quindi delineare due cicli: il primo vede una crescita demografica nella consistenza di risorse disponibile, con un conseguente aumento del reddito pro capite ed una risposta demografica positiva (riduzione mortalità ed incentivo ad abbassare età del matrimonio). Arrivati però oltre un dato limite di crescita entra in gioco un secondo ciclo che vede uno squilibrio tra risorse e popolazione: diminuzione del numero di risorse pro capite ed aumento dei prezzi (ci si scontra con il vincolo Malthusiano). Così la mortalità riprende a crescere e la fertilità viene limitata dall'innalzamento dell'età matrimoniale. Si ristabilisce così l'equilibrio.

Ruralità dominante

Il ruralità dominante: l'obiettivo primario delle comunità di un villaggio era poter disporre in quantità sufficiente della derrata più importante per la sopravvivenza, il grano. Siccome esso era fortemente depauperante riguardo la fertilità della terra, così venne introdotta prima la rotazione biennale (una coltivata e l'altra a maggese) e, in seguito, la rotazione triennale (grano, legumi, maggese) = uso estensivo della terra.

I sistemi fondiari agricoli dell'Europa continentale possono essere divisi in tre tipi generali:

  • Il sistema a "campi aperti": ampia estensione di terreno rurale in cui erano dispersi in piccoli lotti fondi di molti proprietari aventi legali diritti di possesso (divieto di recintare, servitù [=libero diritto] di passaggio, di pascolo ecc.). Si basava sull'esistenza di regole comuni nel lavorare la terra per rimediare alla bassa produttività e garantire la sopravvivenza della collettività rurale. Pianificazione della attività produttive in base alle regole comunitarie. Al momento della mietitura il prodotto ritornava al proprietario legale in giusta proporzione, dopo di che tornata all'uso collettivo per il pascolo indistinto di animali di piccola taglia ed era a disposizione per raccolta prodotti selvatici.
  • Sistema "Atlantico": (Galles, Scozia, Inghilterra) prevalenza del pascolo collettivo sull'arativo.
  • Sistema "mediterraneo": (Spagna, Francia meridionale, Italia) rotazioni biennali, colture arboree di alberi di frutto, vite, ulivo, transumanza.

+ Common lands: terre incolte di scarso valore concesse dal proprietario feudale all'uso della comunità.

Il basso profitto dei rendimenti della terra finiva per mettere in concorrenza l'alimentazione umana e quella animale, non vi erano abbastanza risorse per permettere che agli animali dessero un apporto sufficiente alla rigenerazione della terra e alla diversificazione dei consumi (con carne e latticini). La grande rigidità sociale impediva qualsiasi tipo di iniziativa privata, teniamo conto anche che il rapporto servire risultava sovente decisamente oneroso e spesso tra possidente e coltivatore vi erano intermediari. O latifondo o frantumazione in piccoli appezzamenti dimensionati all'autoconsumo.

Con il declino delle relazioni caudali, fondate sulle garanzie di protezione del signore, era calata una varietà indescrivibile di norme e di rapporti di proprietà/lavoro. Controllo sempre più forte da parte dello Stato sulla produzione agricola, sfruttamento della distribuzione alimentare. Progressiva naturalizzazione della comunità contadina -> subordinazione di gran parte delle campagne ai bisogni delle città. Alla scarsa produzione agricola vi sono però delle eccezioni come la pianura irriguosa lombarda e i Paesi Bassi.

Analizzando il caso olandese, qui si sono svolte imponenti opere di bonifica e dal 1400 al 1750 l'uso intensivo della terra può essere ricondotto a cinque ordini di progressi:

  • Sostituzione maggese con colture fertilizzanti (leguminose da foraggio) in cicli pluriennali fino a sei anni.
  • Fertilizzanti da concime naturale prodotto dal bestiame.
  • Introduzione nuovi attrezzi.
  • Introduzione di nuove colture "industriali" come il lino, il luppolo, il tabacco, la patata.
  • Lo sviluppo dell'orticoltura (caso limite di colture in serra in via sperimentale).

Motore d'innovazione tecnica è stata la natura del suolo molto differenziata con molti tipi di terreno diversi, poco spazio e densamente abitato. Incentivi alla miglioria -> superamento rapporto feudale che un contadino aveva con la sua terra = agricoltura commerciale -> migliore rapporto tra popolazione-risorse -> una crescente percentuale di persone si libera per l'attività manifatturiera. Fatta eccezione per queste zone, nelle altre: agricoltura chiusa su se stessa e quindi che risente di fattori ambientali -> fluttuazioni di livello produttivo (i cicli stagionali influivano su qualsiasi attività produttiva).

Il settore manifatturiero era in grande dipendenza con quello agricolo-allevamento. Se la stagione andava male: aumento prezzi, disoccupazione, minor potere d'acquisto per i prodotti industriali, aumento costo materie prime per produzione artigianale, deficit di bilancio per minor entrate di imposte legate al settore, aumento costi e spesa pubblica, meno esportazioni e più importazioni.

La manifattura rurale

La manifattura rurale: svolta da coloro che svolgevano attività manifatturiere ma continuavano a far dipendere la maggior parte del loro reddito dall'attività contadina. La manifattura tessile soprattutto era organizzata su scala domestica, nelle case contadine. Tessuti e manufatti rozzi, spesso realizzati con metodi primitivi, non avevano circolazione fuori dalla famiglia o dalla comunità.

Artigianato urbano

In città gli artigiani erano altamente specializzati e puntavano moltissimo sulla qualità e sull'unicità del prodotto per soddisfare il cliente altolocato. Mestieri di prestigio anche, che richiedevano abilità manuale ed esperienza. Società polarizzata nella ricchezza e nelle classi sociali. Grandi differenze sociali, istituzionali, di mentalità, dotazioni produttive, cultura, clima, tra le varie aree -> scarsa circolazione persone -> difficile scambio merci. Frantumazione, isolamento, rigidità della struttura dei consumi. Squilibri nella ripartizione dei redditi. 50-60% della popolazione ai limiti dell'indigenza. Nelle città minoranza di ceti privilegiati e gli altri che consumavano tutto il loro potere d'acquisto per procurarsi i beni di prima necessità (il pane). Limite: norme sociali ed atteggiamenti condivisi del tempo, freno di sviluppo. In prevalenza economia di sussistenza. Anche se i redditi erano distribuiti in maniera ineguale, la società preindustriale non era del tutto stagnante. Vediamo casi in cui essa riesce a produrre un surplus in grado di far sviluppare una circolazione commerciale di rilievo.

Mancanza quasi totale di aspettative di miglioramento -> sfiducia. Manca atteggiamento dell'investimento, quello imprenditoriale, si punta solo a preservare la ricchezza e non a metterla in circolo. Bassa efficienza complessiva di forze rispetto alle richieste di produzione e consumo della popolazione. Serviva più potenza e più lavoro per soddisfare il fabbisogno "energetico" di produzione e consumo.

Approfondimento sul Fedecommesso

(Abate A. Longo - 1760s a "Il caffè")

Il fedecommesso venne creato ai tempi dei re di Roma per impedire che i patrimoni di una famiglia venissero dispersi e, così, si proibì per esempio alle figlie femmine di portare i patrimoni dalla famiglia propria d'origine a quella che avrebbe costituito con lo sposo. Quando vennero introdotti gli atti testamentari si trovarono degli escamotage per eludere questo vincolo, lasciando come erede un terzo e incaricando lo di rimettere l'eredità nelle mani di chi altrimenti non ne avrebbe avuta nemmeno una parte. Augusto ordinò di restituire i fedecommessi e così anche gli imperatori che gli seguirono, ma, con la caduta dell'impero e le incursioni barbariche, dopo tempo venne ripristinato (Longo dice per ignoranza, avidità ed indolenza).

Longo si interroga sull'eventuale utilità/inutilità di istituzioni quali il fedecommesso, la primogenitura, i maggiorascati nella gestione del patrimonio. Per Longo lo scopo del legislatore è la felicità del popolo e fare in modo che le ricchezze non siano in mano di pochi mentre gli altri si trovano in condizioni di indigenza, cioè fare leggi che rendano più sopportabile la grande differenza tra le classi sociali. È bene che le ricchezze siano assegnate in base all'industria e alle opere, occorre combattere la visione di alcuni uomini che si considerano dotti di diritto. Longo nota che le "sostanze" libere sono poche e ciò risulta essere un limite al commercio, dato che ci sono meno risorse in circolazione. Esse infatti vengono bloccate nelle mani di uno solo. È un limite perciò per chi vuole migliorare la propria condizione acquistando beni. Inoltre grande confusione legale perché i vincoli di fedecommesso si protraggono a volte per secoli e così non si riesce a stabilire.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilMignoloColProf di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Fumi Gianpiero.
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