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Le esportazioni, X, misurano il valore delle merci prdotte all’interno di un

sistema economico, ad esempio sul suolo italiano, e vendute all’estero.

Le importazioni, Z, misurano il valore delle merci prodotte all’estero ma

acquistate da qualche azienda per essere rivendute sul suolo italiano, ovvero per

essere impiegate nell’economia nazionale.

Le importazioni Z, non appariranno nel PIL, perché nnon danno origine a redditi per i fattori

nazionali. Tuttavia, le importazioni appariranno nella spesa per beni finali. La spesa per le

importazioni si deve sottrarre dalla somma di C+I+G+X. Ora si introdurrà un concetto che

serve per misurare il reddito netto dall’estero tra l’italia e il resto del mondo. Il PNL,

prodotto nazionale lordo, anche chiamato RNL, reddito nazionale lordo, misura il

reddito complessivo ottenuto dai fattori nazionali indipendentemente dal paese

nel quale questi fattori sono utilizzati.

Se l’italia avese un flusso di redditi in entrata dall’estero per due miliardi, e un flusso in

uscita per un miliardo, il PNL, (che come il PIL, misura i redditi degli italiani), sarebbe

maggiore rispetto al PIL italiano per un ammontare pari a 1 miliardo. Il PNL in pratica

misura tutto cio che gli italiani producono ovunque essi siano. Ad esempio FIAT produce in

Brasile, una linea destinata esclusivamente al Brasile, tuttavia nel PNL, rietrerà tutto il

fatturato che FIAT ha fatto.

PNL = PIL + redditi netti dall’estero

Guardando la figura 17.4 possiamo capire meglio come funziona la contabilità nazionale:

La colonna a sinistra mostra il PNL ai prezzi di mercato, ovvero comprendente le imposte

indirette.

La seconda colonna mostra come è composto il PNL, ovvero C++I+NX+C+redditi netti

dall’estero. NX sono le esportazioni nette, calcolabili attraverso la differenza tra

esportazioni – importazioni. Mentre i redditi netti dall’estero vengono calcolati attraverso la

differenza: redditi effettuati all’estero – redditi effettuati in Italia da soggetti

esteri

la terza colonna mostra come sia fatto il PIL e il PNL. Nel PNL, sono compresi i redditi netti

dall’estero, mentre nel PIL NON sono compresi i redditi netti dall’estero, ma sono compresi

la spesa pubblica, gli investimenti, le esportazioni nette, e il consumo. La quarta olonna

introduce il concetto di PNN ai prezzi di mercato. Il prodotto nazionale netto si ottiene da

un semplice calcolo: PNN= PNL – ammortamenti

L’ammortamento è una misura della perdita di valore dei beni

capitali(macchinari), nell’arco di un’anno, quando questi sono impiegati

all’interno di un proesso produttivo.

La quinta colonna introduce il ruolo delle imposte indirette, o meglio fa capire cosa succede

se non vengono più conteggiate. Sottraendo al PNN ai prezzi di mercato le imposte

indirette si ha il PNN AL COSTO DEI FATTORI. Il PNN è anche chiamato RN, Reddito

nazionale.

IL FLUSSO CIRCOLARE DEL REDDITO COMPLETO:

utilizzando il reddito, Y, per misurare il PIL ai prezzi di mercato, ovvero comprendete la

tassaione indiretta, si può misurare la produzione netta dell’economia attraverso il calcolo:

C+I+G+-NX

I redditi delle famiglie, come si vede dal flusso benificiano dei Benefits, meno la tassazione

diretta. Questo, consente di introdurre il concetto di reddito disponibile ovvero: Y+B-Td.

Il reddito disponbile è il reddito delle famiglie comprendenti i benefit, a cui va

sottratta la tassazione diretta. Il risultato di questo calcolo ci permetterà di conoscere

la disponibilità effettiva delle famiglie per la spesa in beni di consumo e per il risparmio.

Quindi il reddito disponibile comprende sia una parte di denaro destinato al consumo, sia

destinato al risparmio.

Quindi nel flusso circolare del reddito completo, la spesa per i beni di consumo è

un’immissione di denaro che finirà alle imprese, come gli investimenti, le esportazioni

nette, la spesa pubblica (perché anche la spesa pubblica fa lavorare le imprese, e quindi è

un’immisione di denaro). Ora la tassazione indiretta si sottrae direttamente alle imprese,

perché anche loro, sulla vendita di prodotti ad esempio devono pagare Iva a debito. Quindi

si ritorna ad Y, comprendente non comprendete le imposte indirette. Quindi si può dedurre

che i prelievi totali sono uguali alle immissioni totali, e si può scrivere questa equazione:

S+(Td+Ti-B)+Z = I+G+X

Nel caso in cui il settore pubblico non ci fosse, ovvero Td=Ti=G=B=0, l’equazione

precedente si ritrasformerebbe in S=I, come avevamo visto nei paragrafi precedenti.

Se NX, è pari a zero l’equazione si trasforma così:

Td+Ti-B-G = I-S

Il lato sinistro dell’equazione mostra il surplus finaniario dello stato al netto delle uscite,

mentre il lato destro mostra il deficit del settore privato, ovvero l’eccesso di investimenti

rispetto al risparmio delle famiglie. Quindi si può capire CHE IL SETTORE PRIVATO È IN

DEFICIT SOLO SE IL SETTORE PUBBLICO È IN SURPLUS, E VICEVERSA. Oggi, siccome il

settore pubblico è in deficit, il settore privato ha un surplus finanziario, ovvero gli

investimenti non supera il risparmio delle famiglie. Se si ha un sistema a tre

settori(governo, imprese e famiglie), se uno è in surplus, gli altri due sono in deficit.

CHE COSA MISURA IL PNL:

Il PNL, è considerato una delle misure più complete, per capire come è andata una

economia in quell’anno, forse anche più del PIL. In questo paragrado capiremo come il PIL

pro capite tenga in considerazione anche la crescita della popolazione, e capiremo come

questo strumento di misurazione sia molto preciso per misurare lo standard di vita delle

persone.

IL PNL NOMINALE E REALE:

Il PNL nominale misura il PNL ai prezzi correnti in un determinato periodo di

tempo.

Il PNL reale, o PNL a prezzi costanti, considera ache l’inflazione misurando il PNL

in differenti anni ai prezzi di uno stesso anno che verrà chiamato anno base.

Come possiamo vedere, se si guarda il PNL nominale si vede un valore che tra il 1980 e il

2010 si triplica. Questo perché sono aumentati sia i costi sia le produzione, aumentando

quindi la quantità.

Ma se si guarda il PNL reale, capiamo come sia cresciuto veramente il PNL. Infatti si prende

in considerazione la produzione del 2010, con i prezzi dell’anno base, che in questo caso è

il 1980. Così si capirà quanto sia crescito realmente il PNL in 30 anni, ovvero del 43%.

IL DEFLATORE DEL PNL:

La più comune misura del tasso di inflazione i Italia è l’aumento percentuale dell’IPC

rispetto al valore corrispondente nello stesso mese dell’anno precedente. Ora, per portare

il PNL, da PNL nominale a PNL reale, bisogna usare un indice che è chiamato il Deflatore del

PNL, la stessa cosa vale per il PIL. Per trasfrmare il PIL nominale in PIL reale si usa il

deflatore del PIL.

Il deflatore del PNL è il rapporto tra il PNL nominale e il PNL reale e si esprime in

forma di numero indice.

Come si può vedere dalla tabella se si guada esclusivamente il PIL nominale, sembra che la

nostra economia sia esplosa. Tuttavia non è così, anche se è pu vero che è cresciuta. Infatti

nel PIL nominale viene tenuto conto anche dell’indice dei prezzi al consumo. Quindi si tiene

conto anche dell’aumento dei prezzi nei vari anni se vogliamo fare un confronto più

accurato con un’anno base, in questo caso 2000 è l’anno base, dobbiamo prendere il PIL

nominale e trasformarlo in PIL reale. Come facciamo? Utilizzando il deflatore del PIL. Infatti

per vedere di quanto sia cresciuta la nostra economia tra il 2000 e il 2008 si esegue un

semplice calcolo: PIL nominale

PILreale= ∗100

Deflatore PIL

Il PIL reale è una misura molto più accurata per misurare la cresccita di un’economia.

IL PIL PRO CAPITE:

Oggi si pone molta attenzione all’aumento del tenore di vita di una persona che abita in un

determinato paese, e questo è possibile misurarlo attraverso il PIL pro capite. Il PIL pro

capit è il PIL reale diviso per la popolazione. Esso mostra la quota di PIL per

ogni individuo. A parità di PIL reale, tanto è maggiora la popolazione tanto miniore è

la quantità di beni e servizi disponibile per ogni individuo. Tuttavia il PIL pro capite non

tiene conto solo dell’aumento del PIL ma tiene conto anche dell’aumento di

popolazione, quindi se l’aumento percentuale di popolazione è superiore all’aumento

percentuale di PIL, rispetto all’anno precedente, il PIL pro-capite sarà minore a quello

dell’anno precedente. Tuttavia, il calcolo sia del PIL che del PNL pro capite è solo un

calcolo, e non per forza rispecchia la realtà. Infatti una famiglia può anche ssere molto

più ricca o molto più povera rispetto alla media, sia dell’anno in corso che dell’anno

precedente. Tanto più cambia la distribuzione del reddito, tanto meno è affidabile la

crescita del PNL o PIL pro capite.

Tuttavia ci sono molti settori dell’economia che non vengono contabilizzati nella contabilità

nazionale, come i danni che le imprese recano all’ambiente, dovrebbero essere messi

sotto una voce di costo, oppure tutta l’economia delle ONLUS. Quindi aggiungere al PNL,

l’economia volontaria delle ONLUS, e togliere valore al PNL quando si arrecano danni

all’ambiente, potrebbe rendere questo valore olto più accurato.

CAPITOLO 18 – IL PRODOTTO NAZIONALE E LA SPESA AGGREGATA

Come si può vedere dalle serie temporali, notiamo che il PIL reale, dal 1960 a oggi è

cresciuto in media del 3%.

Tuttavia, non in tutti gli anni il PIL reale è cresciuto, come ad esempio nel 2008-2009 il PIL

si è contratto. Oppure

in alcuni anni è cresciuto più del 3%. Uno degli scopi della macroeconomia è eqllo di

spiegare perché il PIL varia

nel tempo.

D’ora in avanti reddito nazionale, PNL e PIL saranno sinonimi. Ora distinguiamo il prodotto

corrente, o attuale,

dal prodotto potenziale.

Il prodotto potenziale, anche chiamato prodotto di piena occupazione è il

massimo prodotto che un’economia

potrebbe produrre se tutti i fattori della produzione fossero pienamente

occupati. Il prodotto potenziale cresce

lentamente nel tempo, ed il suo aumento è estreamente legato, all’aumento della

popolazione nazionale, agli

investimenti in vari settori, come quello dell’istruzione e della ricerca, che permette,

attraverso nuove tecniche di

aumentare il prodotto potenziale, a parità di fattori della produzione usati. Tutti questi

fattori aumentano il

prodotto potenziale, e nel tempo anche il PIL reale.

Ora ci concentremo nel capire come varia il prodotto corrente (ovvero quello che si produce

oggi, ai livelli di

investimento correnti, e con l’utilizzo di fattori di produzione correnti), di un sistema

economico rispetto al

prodotto potenziale che questo sistema economico potrebbe tirare fuori nel breve periodo.

Ricordiamoci però

che il prodotto corrente diventa potenziale solo nel lungo periodo. Quindi ora si analizzerà

un sistema economico

che abbia nel breve periodo un elevato prodotto potenziale. È da precisare che il prodotto

potenziale non è il

massimo ouput che un economia può realizzare. Il prodotto potenziale, è l’output che

un sistema economico

realizza, quando ogni mercato al suo interno è in equilibrio di lungo periodo. Se

fosse così, ogni lavoratore che

è disposto a lavorare al salario corrente, o di equilibrio troverebbe lavoro, ed ogni fattore

della produzione che si

vorrebbe utilizzare troverebbe un’impiego. Quindi il prodotto potenziale non è il massimo

output disponbile,

perché comprende anche la disoccupazione naturale. LA DISOCCUPAZIONE NATURALE, è

formata da tutte quelle

persone che non vogliono lavorare al salario di equilibrio. Tuttavia, con la grave crisi di

oggi, il prodotto corrente

è inferiore al prodotto potenziale, questo provoca disoccupazione, macchinari inutilizzati e

aziende

sovradimensionate come capacità produttiva. La macroeconomia sta cercando di calcolare

in quanto tempo la

produzione corrente riesca a ritornare a livello el prodotto potenziale e poi alla piena

occupazione. In

microeconomia sappiamo che se c’è un’eccesso di offerta, a fronte di una scarsa domanda,

basta eliminare

l’eccesso di offerta, per riportare i prezzi verso l’equilibrio di mercato. Tuttavia in

macroeconomia, non è così

semplice. Perché come ben sappiamo tutti i mercati sono collegati tra loro, e se uno di

questi mercati, è

attraversato da una “perturbazione” la perturbazione è facile che si allarghi anche ad altri

mercati, contagiandoli.

È tuttavia, logico che anche in tempi dove l’economia è normale, il livello di produzione

corrente sia anche

inferiore al prodotto potenziale. Quindi bisogna pensare perché il prodotto corrente si

allontana dal prodotto

potenziale, e soprattutto dobbiamo capire come le forze di mercato, possano riportare

questa produzione ai

livelli del prodotto potenziale.

Se i tassi di disoccupazione sono alti, è logico pensare che la domanda sarà bassa, e la

capacità produttiva

altrettanto bassa.

Adesso incominciamo a costruire un modello che tiene in conto due importanti proprietà:

- I salari e i prezzi sono fissati ad un determinato livello

- Ai livelli dei rezzi e dei salari fissati esistono lavoratori senza un lavoro che orrebbero

lavorare e esistono imprese cha hanno un eccesso di capacità produttiva che

potrebbero assumenre tali lavoratori.

Se ci sono queste due caratteristiche l’economia dispone di risorse non utilizzate. Le

imprese in questa situazione

sono in grado di fornire aumenti del prodoto e i lavoratori si rendono disponibili finche non

si ragiunge

nuovamente la piena occupazione. Dunque con u livello del prodotto inferiore a quello

potenziale, le imprese

volentieri aumentano la propria produzione se vi è una maggiore domanda. Se le famiglie

aumenato la loro

spesa, i singoli mercati sono pronti a sodisfare i bisogni dei consumaotir. La domanda o

spesa agregata, (sinonimi

in macroeconomia), e l’offerta aggregata, si incontrano per formare l’equilibrio del

volume ottimo di

produzione, che si chiamerà semplicemente prodotto. Quindi il livello di prroduzione

dipende dalla domanda è

determinato da quest’ultima.

Se in un mercato vi è un’eccesso di offerta, IL PRODOTTO (equilibrio dove si

incontrano domanda e offerta

aggregata) Può ESSERE DETERMINATO DALLA DOMANDA. I salari e i prezzi

devono modificarsi, precisamente

devono riduri, perché si possa ritornare al prodotto di piena occupazione.

Viceversa se vi è un eccesso di

domanda, come nel caso dell’ex unione sovientica in cui tutti i prodotti venivano

razionati, il PRODOTTO VIENE

DETERMINATO DALL’OFFERTA.

ATTRAVERSO LA DOMIDICA DEI PREZZI E DEI SALARI, LE FORZE DI MERCATO RIESCONO A

ELIMINARE IL PROBLEMA DELLA DISOCCUPAZIONE E DELLA CAPACITà PRODUTTIVA IN

ECCESSO.

Quindi la domanda aggregata determina sia il livello di produzione dei prodotti

sia l’occupazione. Questa teoria

è stata introdotta nel 1936 da Keynes, noto economista. Keynes, dimostro con questa

teoria come potessero

persistere nel tempo alti livelli di disoccupazione e bassi livelli del prodotto. Infatti negli

anni ’30 oggi ci

ricordiamo tutti della GRANDE DEPRESSIONE, una crisi così forte che porto in Italia la

disoccupazione oltre il 20%,

come anche negli stati uniti. Dopo la pubblicazione di questa teoria, molti giovani

economisti diventarono

economisti Keynesiani, e cercarono di convincere in governi all’intervento per riportare il

prodotto del sistema

verso il famoso prodotto potenziale. Questa teoria di Keynes verso gli anni ’60, furono

contrastate dai

Monetaristi, ovvero economisti, che pur ammettendo la bontà di questa teoria, e pur

ammettendo che ha

aiutato moltissimo nel superare la grande depressione, dicevano che non era in grado di

fare un’analisi

dell’inflazione. Secondo i monetaristi l’inflazione è data da un’aumento dello stock di

moneta in circolazione.

Quindi se la BCE, oggi stampasse moneta oltre i limiti normali e fisiologici, questo eccesso

di moneta si

trasformerebbe in inflazione.

Attorno agli anni ’70, la disoccupazione ritorno a crescere, e questo fece pensare che le

teorie keynesiane

avevano completamente sbagliato. Quindi molti economisti ritornarono su teorie e modelli

classici, ai quali

aggiunsero nuovi spunti di riflessione. Le teorie classiche, dicono che gli interventi dei

governi non servono per

riportare il prodotto, verso i livelli di prodotto potenziale, e anzi dicono che gli stessi

interventi non sono

desiderati. Tuttavia, con l’ultima crisi finanziaria-economica, ci sono stati impulsi

NeoKeynesiani, i quali basandosi sul messaggio centrale di Keynes, seconco il quale la

spesa aggregata determina il livello del prodotto e l’occupazione, hanno aggiunto

dettagli di tipo microeconomico per giustificare l’intervento pubblico, e per spiegare il

fallimento dei mercati. In questo capitolo si cercherà di spiegare e di sviluppare un

modello che tenga in cosideraione sia l’approccio keynesiano e sia quello dei

monetaristi. Nel capitolo 17, abbiamo visto come le famiglie comprano prodotti dalle

imprese, dando loro dei soldi, questi soldi poi ritorneranno alle famiglie sotto forma di

salari, rendite e profitti. In questo capitolo si costruirà un modello semplificato.

LE COMPONENTI DELLA SPESA AGGREGATA:

Le componenti della domanda aggregata sono(in assenza del settore pubblico e del settore

estero): la spesa delle

famiglie e quella delle imprese. Con C si identificherà la spesa delle famiglie per beni di

consumo, con I la spesa

delle imprese, che ovviamente investono.

Mentre la domanda agregata sarà identificata con AD, quindi: AD= C+I

IL CONSUMO:

le famiglie acquistano diversi beni e servizi, come automobili, cibo, e quindi il denaro

disponbile diminuisce. Le

spese per acquistare beni e servizi, ammonta a circa l’80% del REDDITO DISPONBILE delle

famiglie.

Come ben sappiamo il reddito disponbile è quella somma di soldi che le famiglie

ricevono dalle imprese(salari),

più quello che ricevono dallo stato (benefit), ma a cui bisogna sottrarre la

tassazione diretta. IN PRATICA È IL

REDDITO NETTO CHE LE FAMIGLIE HANNO A DISPOSIZIONE PER IL CONSUMO E PER IL

RISPARMIO.

In assenza dello stato IL REDDITO DISPONIBILE è SEMPLICEMENTE QUELLO CHE LE

FAMIGLIE RICEVONO DALLE

IMPRESE. Quindi ogni famiglia deve decidere come suddividere il proprio reddito tra

risparmio e consumo. Molti

fattori influenzano il risparmio e il consumo di ogni famiglia e di consueguenza il livello

complessivo del consumo

e del risparmio a livello nazionale. Per cominciare, si farà una semplificazione, SI

IPOTIZZERÁ CHE LA DOMANDA

AGGREGATA PER BENI DI CONSUMO, AUMENTI ALL’AUMENTARE DEL REDDITO DISPONILE

DELLE FAMIGLIE.

LA FUNZIONE DEL CONSUMO:

La figura 18.2 mostra la relazione tra spesa per beni di consumo, e reddito disponbile.

Questo grafico mostra

perfettamente LA FUNZIONE DEL CONSUMO. La funzione del consumo mostra il

livello della spesa(domanda

aggregata) per beni di consumo a seconda del livello de reddito disponibile.

Nel grafico 18.2 di pg.298, è mostrata la dunzione del consumo che dice come arrivare alla

domanda aggregata

partendo dal reddito disponbile. La retta “A”, è una costante positiva, e “c” è un

coefficiente numerico che

rappresenta la quota aggiunta al reddito Y, e può essere compersa tra 0 e 1. Quindi la

funzione del consumo è: C = A + cY

Nella fun zione non viene incuso il settore pubblico, ne i trasferiementi ne le tasse. Quindi

IL REDDITO

DISPONIBILE è UGUALE AL REDDITO NAZIONALE.

La funzione sopra scritta è una retta con pendenza positiva. Il punto A, parte dall’asse

verticale, e rappresenta il

consumo autonomo, o necessario alla sopravvivenza, che i consumatori desiderebbero

spendere anche in

assenza di reddito. La pendenza della retta è data dalla propensione marginale al consumo.

PMgC.

La propensione marginale al consumo indica come varia il consumo se aggiungo

1 euro al reddito. La

propensione marginale al consumo nel grafico 18.2 è rappresentata da “c”. quindi più

questo numero è alto, più

il consumo aumenta all’aumentare del reddito di 1 euro. Infatti come sappiamo la

pendenza della retta è data da

c, che èla PMgC. Se c, è ipoteticamente 0,1 anche se il reddito aumenta di 1 euro, il

consumo aumenterà di poco

perché la retta è poco inclinata positivamente. Se invece c, è 0,7 il consumo,anche solo

aggiungendo 1 euro al

reddito, aumenta, perché la retta è più inclinata positivamente.

Quindi se 0.7 è la propensione marginale al consumo per ogni euro aggiuntivo, ne

consegue che il risparmio sara

1-c = 1-0.7. in questo caso è alta la propensione marginale al consumo, infatti il 70%

dell’aumento dell’reddito

viene speso e solo il 30% risparmiato. Se si avesse una propensione marginale al consumo

pari a 0.1, solo il 10%

verrebbe speso e il 90% dell’aumento del reddito verrebbe risparmiato.

QUINDI LA PROPENSIONE MARGINALE AL RISPARMIO, PMgS, è 1 – c. è IMPORTANTE

RICORDARE CHE PMgS E

PMgC, SE SOMMATI DEVONO DARE 1.

La figura 18.3 mostra la funzione del risparmio, corrispondente alla funzione del consumo

della figura 18.2 come si può notare il risparmio parte da 0. Se le famiglia hanno reddito 0,

il consumo autonomo è sottozero sull’asse orizzontale in quanto le famiglie non

risparmiano ma si indebitano per sopravvivere.

La funzione del risparmio mostra il risparmi programmato er ogni livello di

reddito.

Quindi Y=C+S ed S= Y-C. quindi se all’euro aggiunto al reddito noi togliamo la PMgC,

ovvero “c”, ovvero 0.7, troviamo 1-c= 1-0.7= 0.3. quello 0.3 è la propensione marginale al

risparmio. Se il reddito è zero, i risparmi saranno –A, perché si stanno intoccando i risparmi

degli anni precedenti, e quindi ci si sta o idebitando oppure finendo i soldi che avevamo

messo da parte. Quindi la funzione del risparmio sarà:

S = -A+ (1-c)Y

GLI INVESTIMENTI:

Come si è visto per la funzione del consumo, il reddito è la variabile che determina la spesa

per beni di consuo delle gamiglie. Ma da che cosa dipendono gli investimenti delle

imprese? Gli investimenti delle imprese sono costituiti dalle spese delle imprese per

lacquisto di beni capitali, come stabilimenti e macchinari e dall’incremento delle scorte. Il

livello di investimento delle imprese dipende dalle previsioni del livello di domanda futura.

LA SPESA AGGREGATA:

La spesa aggregata o domanda aggregata, AD, indica l’ammontare complessivo

della spesa che le imprese e le famiglie intendono sostenere per acquisre beni e

servizi a seconda del livello del reddito. QUINDI

AD= C+I

La figura 18.4 mostra la funzione della domanda aggregata AD. Nel grafico si parte dalla

retta C, che rappresenta la funzione del consumo, a cui va sommato l’ammontare degli

investimenti, per arrivare a disegnare la seconda retta, che rappresenta la DOMANDA

AGGREGATA. Quindi la retta del consumo è spostata verso l’alto esattamente per un

ammontare pari al livello di investimento fatto. La pendenza di entrambe è data dalla

PMgC, ovvero “c”. se si aggiunge un’euro al reddito, il consumo varia, a seconda della

propensione marginale al consumo, ma l’investimento non varia. Di conseguenza le rette

rimangono parallele, la all’aumentare del consumo, si partità da un punto più in alto, ma la

differenza di distanza tra le due rimane invariata, perché appunto con l’aumento di un euro

al reddito delle famiglie varia il consumo, e non l’investimento delle imprese.

IL PRODOTTO IN EQUILIBRIO:

In questo modello, i salari e i prezzi sono FISSI e l’output è determinato dalla domanda.

Ovviamente queste supposizioni sono fatte per semplificare. Se la domanda aggregata

risultasse inferiore rispetto al prodotto di piena occupazione, le aziende farebbero

dell’invenduto. In questo caso, ci sarebbe un involontaria capacità di eccesso. Ovvero le

industrie producono troppo, e non serve, quindi si attuanto dei licenziamenti, per far si di

ritornare ad avere un produzione efficiente. Quindi si crea una disoccupazione

INVOLONTARIA. Questa è una situazione nella quale imprese e lavoratori vorrebbero

produrre più beni e offrire una quantità maggiore di lavoro, ma non possono per via delle

domanda aggregata bassa. Il lato dell’offerta è senz’altro insoddisfatto. Riportiamo ora

sotto una definizione di equilibrio dove il solo lato della domanda è soddisfatto:

Quando i prezzi e i salari sono fissi, in equilibrio di breve periodo, il livello della

spesa aggregata eguaglia il livello delle produzione corrente. QUINDI: DOMANDA

AGGREGATA = LVL DI PRODUZIONE CORRENTE A PREZZI E SALARI FISSI.

In questo caso la spesa delle famiglie avviene normalmente, e riescono ad assorbire tutta

l’offerta delle imprese, mentre le imprese non producono di più rispetto a quello che poi

riuscirebbero a vendere.

IN EQUILIBRIO DI BREVE PERIODO I SERVIZI PRODOTTI SONO ESATTAMENTE UGUALI AI

BENI E SERVIZI DOMANDATI DALLE GAMIGLIE PER BENI DI CONSUMO, ED ESATTAMENTE

UGUALI AI BENI D’INVESTIMENTO RICHIESTO DALLE IMPRESE.

La figura 18.5 di pagina 301, mostra sull’asse verticale la spesa, mentre sull’asse

orizzontale mostra il reddito. La bisettrice a 45° mostra tutte possibili combinazioni di

REDDITO-SPESA, OVVERO PUNTI DOVE IL REDDITO è SEMPRE UGUALE ALLA SPESA,

OVVERO RIESCE A COPRIRE LA PRODUZIONE CORRENTE. Se poi aggiungiamo la retta dela

figura 18.4 alla figura 18.5, questa retta, che rappresenta la domanda aggregata, si

incontrerà con la bisettrice 45° , nel punto E. poiche il punto E, appunto si trova sulla

bisettrice, questo vuol dire che nel punto E la spesa e il reddito si eguagliano. Quindi,

siccome E, è l’unico punto della retta AD che si interseca con la bisettrice 45°, in quel

punto il reddito del sistema economico analizzato è euguale alla domanda aggregata dello

stesso sistema. Quindi quel punto sarà l’equilibrio. In questo equilibrio, le imprese

producono Y*, che è il volume ottimo di produzione a livello macro. Questo livello di

produzione è uguale al reddito. Quindi per un reddito pari ad Y*, siccome siano in equilibrio

anche la spesa delle famiglie sarà uguale allo stesso valore di Y*. Quindi nel punto E la

spesa dei consumatori è esattamente uguale a quello prodotto dalle imprese, le quali

venderanno tutto, arrivando così al probabile prodotto potenziale(non è per forza così).

GLI AGGIUSTAMENTI VERSO L’EQUILIBRIO:

si supponga che il nostro sistema economico si trovi con livello di produzione e reddito pari

a Y1, quindi molto inferiore rispetto a quello di y*. In Y1, la domanda aggregata è

superiore, il che vuol dire che le imprese non producono abbastanza, e lasciano scontenti

alcuni consumatori. Le imprese per limitare questo fenomeno potrebbero o diminuire le

scorte che hanno in magazzino. Se non basta a soddisfare i clienti neanche con la

diminuzione delle scorte(il che sarebbe una diminuzione non programmata), dovranno

aumentare la produzione al di sopra di Y1. QUINDI PER OGNI LIVELLO DI PRODUZIONE

INFERIORE AD Y*, LA DOMANDA AGGREGATA CHE CONSUMATORI E IMPRESE DESIDERANO

EFFETTUARE è SUPERIORE ALLA PRODUZIONE DELLE IMPRESE E LE IMPRESE RICEVONO UN

SEGNALE AD AUMENTARE I PROPRI LIVELLI DI PRODUZIONE. La figura 18.5 mostra altresì,

che per ogni livello di produzione superiore a Y*, le imprese non riuscirebbero a vendere

tutto quello che hanno prodotto, e aumenterebbero in modo NON PROGRAMMATO le

proprie scorte. E quindi devono programmare di ridurre la propria produzione. Quindi le

imprese devono variare la loro produzione quando hanno una variazione NON

PROGRAMMATA nelle scorte di magazzino precisamente devono ridurre la produzione

quando hanno un aumento non programmato in magazzino,il che vuol dire che non

vendono tutto quello che producono, e viceversa se le loro scorte diminuiscono in maniera

non programmata, devono aumentare la produzione.

L’EQUILIBRIO DEL PRODOTTO E L’OCCUPAZIONE:

Come abbiamo visto dal grafico 18.5, nel punto Y*, le imprese vendono tutto cio che

producono e le famiglie e imprese comprano tutto cio che vogliono. Tuttavia non per forza

quello è il punto di prodotto potenziale, ovvero il livello di produzione che un sistema

economico produce quando si utilizzano tutti i fattori produttivi. Infatti, siccome per ipotesi

noi abbiamo un solo livello di prezzi e salari, se ci fosse una mancanza di domanda

aggregata, nessun agente economico permetterà all’output di espandersi fino al prodotto

potenziale e dunque di piena occupazione.

UN ALTRO APPROCCIO; IL RISPARMIO PROGRAMMATO EGUAGLI L’INVESTIMENTO

PROGRAMMATO:

IN QUESTO MODELLO IL REDDITO DI EQUILIBRIO è DATO DALL’INVESTIMENTO

PROGRAMMATO Più IL CONSUMO PROGRAMMATO. Y*= investimento programmato +

consumo programmato. Allo stesso modo l’investimento programmato è dato dal reddito di

equilibrio meno il consumo pogrammato. I= Y* - consumo programmato.

Queste equazioni VALGONO SOLO QUANDO IL REDDITO E IL PRODOTTO SI EQUIVALGONO.

Il risparmio programmato quella parte del reddito che non è dedicata al

consumo. DUNQUE S= Y-C.

Quindi le imprese ottengono la somma da spendere peg li investimenti facendo

Y-C, appunto = I, e le famiglie vedono che somma è da mettere via nel risparmio

facendo Y-C, appunto =S. se ne deduce che il prodotto di equilibrio si raggiunge

quando questa ugualianza è realizzata, ovvero I=S.

L’equazione appena sopra scritta, consente di dedurre che in equilibrio e per il reddito di

equilibrio i programmi delle famiglie di consumo e risparmio coincidono con i programmi

d’investimento delle imprese. La figura 18.6 mostra questo concetto.

L’investimento programmato come si può vedere è una componente autonoma, infatti non

dipende dal reddito, e quindi è orizzontale, ovvero, all’aumentare del reddito l’investimento

non cambia. Mentre il risparmio programmato aumenta all’aumentare del reddito, e quindi

è inclinata positivamente. Il reddito è in equilibrio, quando il risparmio programmato è

uguale all’investimento programmato, il che vul dire che Y*= Y.

Quindu per ricavare il livello di reddito di equilibrio si usa la seguente formula:

A I

( + )

Y∗¿ (1−c)

Naturalmente il risultato che viene da questa equazione sarebbe lo stesso di quello che si

ricaverebbe con Y*= C+I=(A+I)+cY*

Con qualche passaggio si ottiene:

Y*-cY*= (A+I)

Da cui si ottiene: Y*(1-c) = (A+I)

Ora proviamo a fare un’esempio che chiarirà le idee:

partiamo col dire che abbiamo due dati, ovvero:

I= 10 Y*=200 A=10

e una funzione del risparmio che è S= -A+(1-c)Y. Come ben sappiamo se una famiglia a

reddito zero, non può consumare, o meglio nel breve periodo consuma solo il consumo

autonomo, A. che però farà andare giù i suoi risparmi. Quindi davanti ad A, si mette il

segno negativo. E come ben sappiamo gli investimenti sono uguali ai risparmi IN

CONDIZIONI DI EQUILIBRIO. Per cui la funzione del risparmio, con i dati applicati diventa

cosi: S=-10+0,1(200)= -10+10 = 10

Come possiamo vedere sia consumo che investimento sono uguali a 10, quindi c’è un

reddito di equilibrio. Ma

quanto consumerà la nostra famiglia?

C= A+cY. Se la propensione marginale al risparmio derivata dal calcolo 1-c, sappiamo che è

0,1 sappiamo che la

propensione marginale consumo è uguale a 1-0,1= 0,9. Quindi riscriviamo la funzione del

consumo con i dati

applicati: C=10+0,9(200)= 10+180= 190.

Quindi se sommiamo i risultati di C+I(S, visto che I e S sono uguali), constatiamo che il

reddito di equilibrio è

proprio 200, e di conseguenza lo sarà anche la domanda aggregata.

Se il reddito eccede il livello di equilibrio, che noi sappiamo essere 200, le famiglie

risparmiano di più, di quello

che le imprese vogliono investire. Quindi se le famiglie vogliono rispariare di più, si

abbasserà anche il livello di

investimento, per beni strutturali delle imprese. Il che significa che quello che producono

altre imprese non verrà

acquistato tutto, e questo porterà ad una riduzione della produzione, con aumenti non

programmati in

magazzino, e aumento della disoccupazione, e di conseguenza, ci sarà un abbassamento

del reddito di equilibrio

e dei risparmi, il che riporterà il reddito di equilibrio a 200. Il contrario avviene quando le

imprese vogliono

investire di più di quello che i consumatori risparmiano. Quando accade questa situazione

se si mettono insieme i

due fattori ovvero I e S, si arriva ad una cifra superiore a 200, ovvero maggiore del

prodotto corrente. Le imprese

riducono le scorte e perciò aumenteranno la produzione e di conseguenza il reddito fino a

ritornare a 200.

I FLUSSI PROGRAMMATI E I FLUSSI CORRENTI:

Nella condizione di equilibrio, la Domanda aggregata sarà uguale al reddito e alla

produzione. In modo analogo,

l’investimento programmato sarà uguale al risparmio programmato. Quindi, come abbiamo

già spegato nel

precedente capitolo quando l’economia è in equilibrio, Investimenti (correnti) e Risparmi

(correnti) sono uguali.

Quando l’economia non è in equilibrio, questo non succede. Tuttavia, variazioni nelle scorte

o un risparmio non

Programmato (impossibilità di spedere per beni di consumo), assicurano sempre che

l’ivestimento corrente,

programmato e non, sia sempre uguale al risparmio corrente, programmato e non.

UNA RIDUZIONE DELLA SPESA AGGREGATA:

Come ben sappiamo la pendenza della retta AD, è data dall PmgC, e l’altezza da cui parte

sull’asse verticale è

data dal consumo autonomo A. la spesa autonoma è la spesa che non dipende dal reddito,

ovvero avviene anche

a reddito zero.

Cambiamenti nella spesa autonoma A, provocano spostamenti anche di AD. Come abbiamo

detto prima, inoltre,

gli investimenti delle aziende, sono impostati in base alla previsione del futuro. Tuttavia,

queste previsione sia

che sono positive che soprattutto negative, influenzeranno positivamente e negativamente

questi investimenti.

Anche un cambiamento nelle asettative future dei consumatori può far variare la spesa

autonoma, e il consumo

futuro dei consumatori.

Ora, si supponga che le imprese abbiano una visione pessimistica circa il futuro della

domanda, il che vuol dire

che la domanda si riduce. Questo pessimismo si traduce in un abbassamento degli

investimenti. Se il consumo

autonomo non varia, e quindi la retta del consumo attualmente rimane li, la curva di

domanda aggregata, AD, si

sposta verso il basso. Guardare la figura 18.7, la retta si sposta da AD a AD’, per via di una

riduzione degli

investimenti. Il livello dl prodotto come si vede si riduce, perché le imprese riducono la

produzione a fronte di

una domanda più bassa, e di conseguenza anche il reddito delle famiglie si riduce. Le

famiglie avendo un reddito

minore, a loro volta consumeranno di meno. Di conseguenza, siccome la domanda si è già

contratta per ben due

volte, le imprese ridurranno ancora di più gli investimenti e la produzione, e il reddito delle

famiglie calerà

ancora… ma cosa arresta questo ravissimo processo di riduzione?

Il reddito, nella figura, come possiamo vedere si sposta da E ad E’. Il che vuol dire che SI È

RIDOTTO IN MISURA

MAGGIORE RISPETTO ALLA RIDUZIONE DELLA SPESA PER BENI DI CONSUMO.

Come si può vedere dalla tabella 18.1, capiamo come se sistema economico è in equilibrio,

Y e AD sono ugali, il

che non provoca nessun aumento o diminuzione di scorte programmate, e di conseguenza

nessuna variazione

del prodotto. Nella fase 2 della tabella tuttavia, gli investimenti diminuiscono in maniera

inaspettata, il che vuol

dire che il sistema economico non può ridurre la produzione nel breve periodo. Quindi a

fronte di un

investimento che scende da 10 a 5, la produzione Y, rimane 200. Questo vuol dire che che

spesa aggregata

scende da 200 a 195, ovvero in misura uguale alla diminuzione dell’investimento, e questo

provoca una

differenza col reddito di 5 unità. Infatti il reddito Y, come abbiamo detto resta a 200, e la

spesa aggregata o

domanda aggregata si riduce a 195, provcando un aumento delle scorte inaspettato,

perché l’azienda non riesce

a vendere tutto, e si metterà in programma di ridurre la produzione, e di consueguenza

scenderà anche il

reddito, come ,tra l’altro si vede dalla fase 3 della tabella. Nella fase 3, il reddito

diminuisce, per via della

diminuzione precedente della produzione e passa da 200 a 195, questo 195 è anche la

produzione delle imprese,

che rispecchia perfettamente la domanda aggregata della fase 2. . L’investimento rimane

pari a 5, ma di

conseguenza si abbassa la domanda aggregata per via della diminuzione del reddito. infatti

la domanda

aggregata passa da 195 a 190,5 la differenza tra reddito e domanda aggregata è 4.5.

Questo provocherà

un’aumento delle scorte in magazzino, e una diminuzione ulteriore della produzione, il che

nella fase 4

provocherà un ulteriore abbassaento del reddito.

nella fase 4 il prodotto soddisfa pienamente la domanda aggregata della fase 3, ma queso

provoca un ulteriore

abbassamento del reddito, il che abbasserà ancora di più i consumi, il che farà abbassare

ancora di più la

domanda agregata. Tuttavia, l’eccesso di produzione rispetto alla spesa aggregata si sta

graduealmente

riducendo. Questo processo andrà avanti fino a quando non ri riuscirà a trovare un nuovo

equilibrio. Che noi

sappiamo essere in Y= 150, che è anche il livello di produzione oltre a quello del reddito.

solo a queso livello Y e

AD sono uguali. Si noti che gli investimenti si sono ridotti di 5 unità, mentre i consumi dal

vecchio equilibrio al

nuovo si sono ridotti di 45 unità, e complessivamente AD e Y si sono ridotti di 50 unità

quindi AD= C+I. AD= 45+5=

50.

Il tempo che un sistema economico ci impiega per raggiungere il nuovo equilibrio che in

questo caso è 150,

dipende dalla reazione delle imprese. Se le imprese dureante ogni fase, producono per

soddisfare la domanda

del periodo precedente, potrebbe occorrere molto tempo, come si vede dalla tabella 18.1.

tuttavia, se le imprese

capiscono che in ogni fase, stanno producendo troppo continuando a seguire la domanda,

si accorgeranno anche

che è ora di abbassare la produzione più velocemente, tutto il contrario di quello che si

vede nella tabella 18.1.

COME MAI LA RIDUZIONE DELLA PRODUZIONE è DI GRAN LUNGA SUPERIORE RISPETTO

ALLA RIDUZIONE DEL

REDDITO? (50 UNITÁ CONTRO 5)?? La riduzione nell’investimento induce una riduzione nel

reddito che a sua

volta genera un’ulteriore riduzione del consumo.anche la domanda aggregata si ridurrà di

un ammontare

superiore rispettoo alla riduzione dell’investimento.

IL MOLTIPLICATORE è il rapporto tra la variazione del reddito(chiamato anche

prodotto), e la variazione della componente autonoma, A, della spesa che ha

indotto il cambiamento del reddito.

Come si vede dall’esempio della tabella 18.1 di pg. 304, la variazione dell’investimento è

stata pari a 5. Tuttavia questa variazione, ha determinato una variazione complessiva

del reddito (complessiva perché si prende in considerazione la variazione dal vecchio

equilibrio fino al nuovo) pari a 50. Quindi il moltiplicatore sarà:

Variazione Reddito

Moltiplicatore= Variazione Investimento

Ovvero, 50 =10

5

Nella figura 18.7, come si può vedere un piccolo spostamento della domanda aggregata ha

provocato un grande spostamento del reddito di equilibrio.

IL MOLTIPLICATORE:

Il moltiplicatore dice quanto il livello del prodotto(reddito) varierà a seguito di

uno spostamento della spesa

aggregata. Guardando la tabella 18.2, possiamo capire le reazioni di consumatori e

impree, a seguito di

un’aumento dell’investimento di una sola unità. Se guardiamo la fase 2, che è la fase

immediatamente successiva

a quella dove si è aumentato l’investimento, capiamo che le imprese aumentano la

produzione di una unità.

Questo aumento marginale della produzione, fa aumentare anche il reddito delle famiglie

di una unità, e siccome

sappiamo che la propensione marginale al consumo, è di 0.9, quindi i consumi

aumenteranno di 0.9. Nella fase 3

le azienda aumenta la produzione, per soddisfare l’aumento di domanda avvenuto nella

fase 2.di conseguenza il

reddito aumenta ancora, e per constatare l’aumento del reddito, e il conseguente aumento

dei consumi si fa 0.9

* 0.9= 0.81. nella fase 4 la produzione aumenterà di 0.9*.0.9, e i consumi di 0.9*0.9*0.9. e

cosi via nella fase 5 la

produzione aumenterà di 0.9*0.9*0.9 e i consumi di 0.9*0.9*0.9*0.9.

Fortunatamente per trovare il valore del moltiplicatore i matematici hanno elaborato

questa sempice formula

che ci evita di scrivere tutte le variazione del reddito, ovvero:

1−c

¿

1

¿

Questa formula si applica a qualunque valore della PMgC, e quindi per seguire l’esempio:

1 =10

1−0,9

Quindi una riduzione dell’investimento iniziale pari a 5 unità condurrà a una riduzione

finale del reddito pari a 5*10= 50, come conferma la tabella 18.1. il reddito è altresì uguale

alla somma delle componenti autonome della domanda aggregata ovvero A+I moltiplicate

per il risultato del calcolo del moltiplicatore.

Inoltre tanto maggiore sarà la PMgC, tanto minore sarà (1-c), dove “c” è PMgC. Dividere 1,

per un numero sempre più piccolo (risultato di 1-c), darà un risultato sempre più grosso nel

moltiplicatore.

Il moltiplicatore e la PMgS:

la parte rimanente dell’unità addizionale del reddito che non è spesa per l’acquisto di beni

di consumo verrà risparmiata. Quindi come ben sappiamo 1-c= PMgS.

La propensione marginale al risparmio indica la frazione di unità addizionale di

reddito che le famiglie decidono di risarmiare.

Il moltiplicatore è uguale a 1/PmgS.QUANTO MAGGIORE è LA PMgS, TANTO Più PER OGNI

UNITà ADDIZIONALE DI REDDITO, LE FAMIGLIE PRELEVERANO DAL FLUSSO CIRCOLARE DEL

REDDITO E TANTO MENO RIMETTERANNO IN CIRCOLAZIONE NELLO STESSO FLUSSO

CIRCOLARE, E DUNQUE MINORE SARÁ LA SPINTA PER ULTERIORE AUMENTI DEL REDDITO.

Guardando la figura 18.56, si supponga che partendo dall equilibrio E, la funzione

dell’investimento si sposti verso l’alto di un’unità. Eco che il nuovo equilibrio si troverà in

un punto più a destra del precedente e la variazione orizzontale, quella del reddito,

eccederà la variazione verticale, ovvero quella unitaria dell’investiimento. Il rapporto tra la

variazione del reddito e quella dell’investimento è proprio il moltiplicatore che è maggiore

di 1 e più precisamente è pari a 1/PMgS.

IL PARADOSSO DELLA PARSIMONIA:

negli anni gli italiani sono stati visti come grandi risparmiatori, il che, a dire di molti governi

è una virtù. Tuttavia, seguendo la teoria economica, il risparmio non è cosa buona. Ik

paradosso sta ne fatto che l’aumento della propensione marginale al risparmio, non induce

se non bilanciata da un aumento dell’investimento, ad un aumento del reddito di equilibrio.

Dalla figura 18.8, possiamo capire come un’aumento del risparmio porti ad

un’abbassamento del livello del reddito di equilibrio. Quindi a parità di componenti

autonome AD= A+I, dove +A è consumo autonomo e –A, è risparmio negativo o

indebitamento, un aumento della propensione a risparmiare induce una riduzione del

reddito da Y* a Y’. Come si può vedere dalla figura 18.8 “a”, un aumento del risparmio, a

fronte di un levello di investimento sempre uguale, fa spostare il reddito di equilibrio da Y*

a Y’. Mentre nel grafico 18.8 “b”, la domanda aggregata, diminuisce, e siccome l’equilibrio

si realizza nel punto in cui Ad si interseca con la bisettrice, anche in questo caso il reddito

di equilibrio si sposta da Y* a Y’.quindi all’aumento del risparmio e a parità di investimento,

il reddito di equilibrio si riduce.

CAPITOLO 19 – LA POLITICA FISCALE E IL COMMERCIO ESTERO:

La maggior parte dei Governi Europei, utilizza i proventi provenienti dalle tasse per

finanziare l’acquisto di circa un quinto del PIL, e per attuare dei Benefit alle famiglie.

Ma qual è l’impatto delle politiche fiscali dello Stato sul sistema macroeconomico?

Le politiche fiscali soo costituite dalle decisioni del governo in materia di spesa

pubblica, G, e tassazione Ti e Td.

In questo capitolo approfondiremo il modello reddito-spesa, del precedente capitolo,

includendo il ruolo dello stato e la politica fiscale. Inoltre parleremo delle politiche fiscali

come politiche di stabilizzazione e poi del deficit pubblico.

Le politiche di stabilizzazione consistono in quelle azioni di politica ficale del

Governo volte a mantenere il prodotto corrente il più vicino possibile al prodotto

di piena occupazione.

Il deficit pubblico è costituito dall’eccesso di uscite del Governo rispetto alle

entrate.

Un Governo si dice in deficit quando le uscite di un anno sono superiori rispeto alle entrate.

Il Governo Italiano dal dopoguerra è stato costantemente indeficit annuale, tranne che per

gli anni 196 e 1967. Inoltre nel 2009, tutti i Governi europei hanno registrato pesanti deficit

per le politiche di sostegno al settore bancario e al settore automobilistico. Questo è

andato ulteriormente ad aggravare il debito pubblico.

Oggi, le persone si chiedono un ente pubblico così importante come il governo, possa

continuamente ad avere deficit annuali, e si chiedono come questo non faccia accadere

qualcosa di terribile come succederebbe con le imprese private, che se continuerebbero ad

avere uscite, maggiori delle entrate non riuscirebbero neanche a stare aperte. Perché il

governo non è già in bancarotta? La fonte principale di finaniamento di un governo, quando

questo ha un deficit, e quindi ha bisogno di liquidità, è costituita dall’emissione di

obbligazioni, i così detti titoli di stato, cioè titoli con i quali il Ministero dell’’Economia

promette di restituire il capitale finanziato dall’acquirente del tiolo, maggiorato degli

interessi maturati durante il periodo del prestito. Il risultato di queste continue emissioni di

titoli di stato, costribuisce a creare ed aumentare il debito pubblico.

Il debito pubblico è costituito dalla somma di deficit contratti dallo Stato meno

eventuali avanzi di bilancio. Gli vanzi di bilancio, sono quelle somme di entrate

monetarie che eccedono le uscite.

Il PIL, aggiungendo il ruolo dello stato e del governo estero si può calcolare attraverso

C+I+G+X-Z.

LO STATO E IL FLUSSO CIRCOLARE DEL REDDITO:

La spesa pubblica G per beni e servii contribuisce a formare la domanda aggregata.

Tuttavia, lo stato è vero che aggiunge valore alla domanda aggregata ma la sottrae anche.

Infatti, attraverso le imposte dirette Td, e le imposte indirette Ti, tolgono valore alla

domanda aggregata, al reddito, e quindi abbassano i consumi.

LO STATO E LA DOMANDA AGGREGATA:

Si allarga ora il modello di determinazione del reddito nazionale, portandolo a includere il

settore pubblico. Adesso non si faranno più distinzioni tra Pil ai prezzi di mercato e PIL al

costo dei fattori, infatti si supporrà che tutte e imposte siano dirette, escludendo quelle

indirette. In assenza di imposte indirette il PIL ai prezzi di mercato e al costo dei fattori

coincidono.

In questo modello la domanda aggregata AD è uguale a C+I+G.

Nel brevo periodo la spesa pubblica non varia al variare della produzione e del reddito

nazionale. Le tre componenti autonome inoltre non variano al variare del reddito o prodotto

sono A, I, G. tuttavia lo stato impone la tassazione. La tassazione netta è il risultato

delle imposte meno i benefit. Siccome si è ipotizzato che non i sono imposte indirette,

le imposte nette sono: Td-B.

Le imposte nette(NT) riducono il reddito disponibile, che è la parte che rimane alle famiglie

per il consumo o per il risparmio. Quindi il reddito dissponibile è YD= Y-NT= (1-t)Y

L’aliquota fiscale netta è rappresentata da t minuscola. Quindi le imposte nette

sono: NT=tY.

ora supponiamo che in un sistema fiscale l’aliquota fisclae netta si del 20%, t sarà uguale a

t=0.2. ciò significa che se il reddito nazionale aumenta di 1 euro, le imposte nette

aumentano di 20 centesimi e il reddito delle famiglie resce solo di 80 centesimi.

Ora suppioniamo che il consumo autonomo sia pari a 0, e la PMgC sia uguale a 0,9. Ciò

significa che le famiglie spendono 0,90 centesimi, per ogni euro in più guadagnato. La

funzione del consumo in questo caso sarà C=0,9YD.

Considerando l’aliquota fiscale netta t, l’equazione YD0Y-NT= (1-t)Y, mostra che il reddito

disponibile T, è soltanto (1-t ) volte il reddito nazionale Y quindi mettendo in relazione la

domanda di beni di consumo con il reddito nazionale si ha: C= 0.9YD=0.9 (1-t)Y

Quindi siccome l’aliquota fiscale è 0.2, C= 0.9YD=0.9*0.8Y, il che vuol dire che se il

reddito auenta di un solo euro, la spea per beni di consumo aumenterà di 0.9*0.8= 0.72€.

infatti ogni euro in più di reddito nazionale accresce iil reddito disponibile solo di 80

centesimi di questi 80 centesimi, le famiglie ne spendono il 90% per beni di consumo, (che

appunto equivale a 72 centesimi), e il restante 10% lo risparmiano.

La figura 19.1 di pg. 313 si vede coe l’introduzione di un’aliquota fiscale netta,t, ha

l’effetto di ridurre la propensiona marginale al consumo. Infatti se non ci fosse nessuna

aliquota Y e YD sarebbero uguali a 0.90, ovvero la propensione marginale al consumo, per

ogni euro aggiunto al reddito. mentre se si aggiunge l’aliquota, con un euro di reddito

aggiunto, intasca alle famiglie vanno 0.8, di cui il 90% (ovvero PMgC 0.9), viene spesa, e

cioè 0.72, mentre i restanti 0.8 centesimi (ovvero 0.1 PMgS) vengono risparmiati. Questo

prelievo impedisce che il denaro venga utilizzato per il consumo.

Ma in che modo le decisioni del governo influenzano il livello del reddito nazionale?

Si comincia con un esempio nel quale la spesa per investimenti ammonta a I, e la funzione

del consumo è C= 0.9YD.

GLI EFFETTI DI UN’ALIQUOTA FISCALE NETTA SULL’OUTPUT:

Si ipotizzi che il governo abbia una spesa pubblica pari a zero. La figura 19.1 ci ha mostrato

come l’aumento dell’aliquota fiscale a 0 a 0.2, faccia spostare la curva da CC a CC’. Per

rappresentare AD, si deve aggiungere l’investimento I, perché ricordiamoci che AD è pari a

C+I.

Nella figura 19.2, un aumento dell’aliquota fiscale netta, produce anch’essa una

diminuzione della domanda aggregata AD, che si sposta da AD ad AD’, e di conseguenza il

reddito di equilibrio diminuisce. Infatti si sposta da E a E’. Se la domanda aggegata e il

reddito di equilibro fossero al di sotto del livello di piena occupazione, una riduzione delle

aliquote fiscali o un aumento dei traferimenti genererebbe un auento della spesa

aggregata e quini del reddiito di equilibrio.

GLI EFFETTI DELLA SPESA PUBBLICA SULL’OUTPUT:

ora si supponga che reddito nazionale e reddito disponibile coincidano, infatti in questo

caso non ci sono tasse. La figura 19.3 mostra che un aumento della spesa pubblica ha un

effetto simile a quello di un aumento della domanda per investimenti. Con una PMgC pari a

0,9, il moltiplicatore è di nuovo pari a 1/1-0.9 = 10. Il che vuol dire che un aumennto della

spesa pubblica G avrebbe allora la capacita di aumentare il reddito nazionale di 10 volte.

Quindi nel grafico 19.3, si vede come se alla domanda aggregata, si aggiunge la spesa

pubblica, il reddito è aggiore di 10 volte rispetto alla variazione data dall’aggiunta della

spesa pubblica. Quindi l’equolibrio si sposa da E a E’.

L’EFFETTO COMBINATO DELLA SPESA PUBBLICA E DELL’IMPOSIZIONE FISCALE:

SI SUPPONGA CHE:

Y= 1000

G=0

A=I=100

c= 0.9

La domanda per beni e servizi sarà 900, visto che PMgC è 0.9 e il reddito Y è 1000. La

domanda aggregata sarà C+I= 900+100= 1000, quindi Y=AD. Il moltiplicatore sarà

1/1-0.9= 10. Quindi moltiplicando la spesa autonoma di 100*10 si ha un reddito di

equilibrio di 1000.

A questo punto si introduce una spesa autonoma del governo, che porta la spesa

autonoma totale a 300, e si aggiunge la tassazione di 0.2 quindi

Y=1000

A=I= 300=G

c=0.9 t=0.2 quindi PMgC= 300-0.9YD=0.9(1-0.20)Y=

=300-0.9YD= 0.9*0.8Y= 0.72Y

=300-0.72Y

Il moltiplicatore diventa 1/1-0.72= 3.57

Ora si moltiplica la spesa autonoma di 300*3.57, e si ottiene che il reddito di equilibrio, è

1071.

Questo procedimento è illustrato graficamente dalla figura 19.4.

IL MOLTIPLICATORE DEL BILANCIO IN PAREGGIO:

come abbiamo detto prima il livello del reddito di equilibrio è pari a 1000, la spesa pubblica

a 200, e lo stato attua una aliquota fiscale del 20% del reddito, per finanziare la spesa

pubblica. Quindi 1000*20/100= 200, esattamente l’importo della spesa pubblica, quindi il

bilancio dello stato è in pareggio.

Il moltiplicatore del bilancio in pareggio consente che un aumento nella spesa

pubblica, compensato da un uguale aumento dnell’iposizione fiscale, conduca a

un maggiore livello di reddito.

IL NUOVO MOLTIPLICATORE DEL REDDITO:

Questo nuovo moltiplicatore si caratterizza, perché ha dentro di se la PMgC’. Quindi

diventa 1/(1-PMgC’). L’apostrofo che c’è nella PMgC, è dato dal fatto che non si prende in

considerazione proprio la propensione marginale al consumo, ma si effettua questo calcolo

PMgC’= PMgC(1-t). Quindi come ben ricordiamo, nel capitolo precedente, senza

l’intervento dello stato il moltiplicatore era 1/(1-PMgC), oppure 1/PMgS, adesso diventa 1/

(1-PMgC’).

Inoltre come ben sappiamo con una maggiore propensione marginale al risparmio si

verificava una maggiore perdita dal flusso circolare del reddito(prelievi di denaro che viene

salvato) tra le imprese e le famiglie, e il moltiplicatore risultava minore.

La tabella 19.1 estende semplicemente questa intuizione. Adesso i prelievi sono dovuti sia

al risparmio sia alla tassazione. Quando la propensiona marginale al risparmio e l’aliquota

fiscale sono relativamente grandi, il moltiplicatore è piccolo

IL BILANCIO DELLO STATO:

Un bilancio descrive le modalità di spesa e di finanziamento di un individuo, di

un’impresa o di un ente pubblico.

Il bilancio dello stato illustra le tipologie della spesa per beni e serizi del Governo,

l’ammontare dei trasferimenti e le modalità di finaziamento al bilancio stesso solitamente il

governo tende a finanziarsi applicando delle imposte. Tuttavia quando la spesa pubblica

super il ricavo proveniente dalla tassazione, ovvero quando la spesa pubblica è maggiore

della tassazione si verifica un deficit di bilancio. Tuttavia, può anche accadere l’oppposto,

quando le entrate tributarie, superano la spesa pubblica si ha un surplus o avanzo di

bilancio. Quindi il deficit di bilancio o avano di bilancio, può essere definito come:

deficit di bilancio= G –NT

NT, come ben rricordiao sonno le imposte nette, ossia le impostemeno i benefit(NT=

Td+Ti-B).

La figura 19.5, mostra le spese dello stato, G, e le imposte nette tY. Si ipotizzi che la spesa

pubblica sia fissata in 200, con un aliquota fiscale netta di 0,2. Le imposte nette sono

NT=0.2Y. quindi se G= 200, t= 0.2. si ipotizzi che il reddito nazionale sia pari a 500, le

entrate provenienti dalle tasse sarebbero pari a 100(500*0.2=100), non sufficienti a

soddisfare una spesa pubblica di 200, e quindi lo stato andrebbe in deficit per quell’anno.

Ora si supponga che lo stato abbia un reddito nazionale di Y= 1000, la tassazione sui 1000

è sempre di 0.2(1000*0.2= 200). Le entrate per lo stato con un reddito nazionale pari a

1000, sarebbero di 200. Queste entrate sono sufficienti a soddisfare la spesa pubblica, e

quindi lo stato non andrebbe in deficit, ma è in pareggio. Se il reddito da 1000, passa a

1100, rimanendo sempre ad una tassazione di 0.2 si hanno delle entrate pari a 1100*0.2=

220. In questo caso a fronte di entrate pari a 220, e di fronte ad una spesa pubblica di 200,

lo stato ha un avanzo di bilancio pari a 20. Quindi l’avanzo il deficit di bilancio dipendono

unicamente dal livello del reddito. come ben ricordiamo un aumento della spesa pubblica

riesce a far aumentare anche il livello di reddito nazionale, che graficaente nella figura

19.5, si sposterebbe verso destra.

Ma si può ridurre un deficit di bilacio aumentando la spesa pubblica? No!

GLI INVESTIMENTI, I RISPARMI E IL BILANCIO DELLO STATO:

Come ben sappiamo, nel flusso circolare del reddito, i prelievi correnti(ovvero quella parte

di denaro che le famiglie dedicano al risparmio), devono essere uguali alle immissioni

correnti, ovvero quella parte di denaro che le imprese utilizzano per fare degli investimenti.

I flussi monetari, quindi, non possono svanire nel nulla. Oggi vediamo come in realtà

esistano due prelievi dal flusso circolare del reddito, e non solo uno come si era ipotizzato.

Come sappiamo un prelievo dal flusso può essere costtuito dalle famiglie che risparmiano.

L’altro prelievo può essere fatto dallo stato attraverso la tassazione. Tuttavia, in realta

esistono anche due tipi di immissioni, e non solo uno. Infatti come ben sappiamo, un

immissione di denaro può essere rappresentata da imprese che investono. Un'altra

immissione può essere la spesa pubblica per beni e servizi. Quindi il risparmio corrente più

le imposte nette correnti, devono essere uguali alla somma deli investimenti correnti e

della spesa pubblica corrente.

Tuttavia se il sistema non è in reddito di equilibrio, risparmio e investimenti correnti

possono differire dal risparmio desiderato o programmato. In questo caso, le aziende

devono fare cambiamenti improvvisi in magazzino, e le famiglie sarebbero costretti a fare

un risparmio forzato, visto che la domanda supera la produzione effettivamente

disponibile. Ma come fa un sistema economico a essere in equilibrio? Questo equilibrio si

realizza quando il sistema economico si trova con delle quanità programmate o desiderate

di risparmi e investimenti che sono uguali a quelle correnti. Quindi il sistema è in equilibrio

quando: S+NT=G+I

IN ASSENZA DELLO STATO L’UGUAGLIA è LA FAMOSA: S=I

L’equazione sopra indicata implica che il deficit di bilancio programmato debba essere

uguale alla differenza tra risparmio ie investimnto programmato: S-I = G-NT. Se il risultato

dell’equazione è zero, cìè un bilancio in pareggio dello stato.

Un aumento della spesa pubblica, in condizioni di equilibrio, provoca la nascita di un deficit

di bilancio.

Tuttavia come ben sappiamo, un’aumento della speesa pubblica, fa aumentare la domanda

aggregata, e di conseguenza questa fa aumentare il reddito di equilibrio. Se il reddito di

equilibrio aumenta, aumenta anche il reddito disponibile delle famiglie, che consumeranno

di più e risparmieranno di più. Quindi cresce il lato sinistro dell’equazione (S-I, che non sarà

più uguale a zero, ma sarà sopra lo zero). Se la spesa pubblica è aumentata, anche il lato

destro è cresciuto G-NT. Questo dimostra che se la spesa pubblica fa crescere i redditi

disponibili e di equilibrio, fa crescere tuttavia anche il deficit pubblico, visto che non si

potrà mai avere un aumento delle tasse pari all’aumento della spesa pubblica.

Un aumento della spesa pubblica per beni e servizi fa crescere il reddito di

equilibrio, e quindi data una qualsiasi aliquota fiscale, il prelievo fiscale

aumenterà ma anche il deficit pubblico aumenterà, in maniera superiore

all’aumento dei proventi derivati dalle tasse. Infatti come abbiamo visto prima,

un aumento della spesa pubblica di 200, fa aumentare il reddito di equilibrio di

71, e di conseguenza farà alzare le entrate derivate dall’aliquota fiscale, in

maniera proporzionale all’aumento del reddito, e non in maniera proporzionale

all’aumento della spesa pubblica.

TUTTAVIA, un aumento dell’aliquota fiscale, dato un certo livello di spesa pubblica

G, riduce sia il reddiito di equilibrio che il deficit di bilancio, COME DIMOSTRATO

DALLA FIGURA 19.2.

IL DEFICIT DI BILANCIO E LA POLITICA FISCALE:

l’ammontare del deficit di bilancio di uno Stato, fornisce iformazioni sul tipo di politica

fiscale he il Governo sta adottando? Ovvero, si può afferamre che un governo, stia

perseguendo una politica fiscale espansiva, OSSIA VOLTA AD INNALZARE IL REDDITO

NAZIONALE,che di conseguenza farà alzare il deficit di bilancio, o al contrario una politica

restrittiva, quando cerca di ridurre il deficit?

No, infatti le variazione del deficit sono una misura poco informativa degli orentamenti del

governo in merito alla politica fiscale. Si presupponga che il governo vuole lascire spesa

pubblica e aliquota fiscale, invariate, una diminuzione degli investimenti, provoca un

abbassamento delle entrate tributarie, perché provoca un abbassamento del reddito di

equilibrio, e quindi il deficit pubblico cresce. In periodi di recessione come questo, i deficit

di bilancio degli stati aumenteranno, perché si ha un basso livello di reddito nazionale, al

contrario, nei periodi di grande crescita economica, il deficit si ridurrà, generando

eventualmente degli avanzi di bilancio.

IL BILANCIO STRUTTURALE:

se si vuole utilizzare il deficit di bilancio come un indicatore della politca fiscale, occorre

definire il bilancio strutturale.

Il bilancio strutturale mostra quale sarebbe il bilancio dello stato se il prodotto

fosse al suo libello potenziale.

Esempio: si supponga di avere G=200, e t=0.2. reddito nazionale=1000, prodotto= 800.

Se moltiplichiamo il prodotto per l’aliquota 800*0.2= 160, scopriamo che lo stato è in

deficit. Infatti 200-160= 40= deficit. Se invece il prodotto fosse uguale a 1200, si avrebbe:

1200*0.2= 240. 200-240= -40= avanzo di bilancio. Se il prodotto resta in 800, e il deficit in

40, si conclude che il governo stia applicando una politica fiscale troppo espansiva, e

quindi lo stato dovrebbe applicare una politica fiscale restrittiva per ridurre il deficit.

Tuttavia una politica restrittiva.

IL BILANCIO CORRETTO IN FUNZIONE DELL’INFLAZIONE:

un’altra ragione per non prendere troppo in considerazione il deficit pubblico come misura

degli orientamenti della politica fiscale, è che ci può essere molta differenza tra tassi

d’interesse reali e nominali. Il bilancio ufficiale pubblico tiene in considerazione gli interessi

nominali, CHE NON TENGONO CONTO DEI TASSI DI INFLAZIONE.

Il bilancio corretto in funzione dell’inflazione usa i tassi realie e non quelli

nominali nel calcolo della spesa per interessi sul debito.

GLI STABILIZZATORI AUTOMATICI E LA POLITICA FISCALE DICREZIONALE:

come possiamo vedere dalla tabella 19.1 di pg. 320, tanto più è maggiore l’aliquota fiscale

netta, tanto più si riduce il valore del moltiplicatore.

Ora si supponga che in un sistema economico, il livello di investimenti si riduca di

100.quindi tanto più sarà alto il moltiplicatore, tanto più si abbasserà il reddito di equilibrio,

visto che abbassandosi gli investimenti, si abbassa anche la domanda aggregata. Tuttavia,

un’alta aliquota fiscale, deprime gli effettivi sul reddito di equilibrio, dati dallo shock della

spesa aggregata. In parole povere, n’alta aliquota fiscale, prima deprime il moltiplicatore, e

di conseguenza riduce gli effetti depressivi sul reddito di equilibrio. uno stabilizatore

automatico è un meccanismo che riduce il moltiplicatore e quindi le variazioni

del reddito dovute agli shock della spesa aggregata.

Quindi lo stabilizzatore, evita di avere grandi variazioni sul reddito.

Ma cos’è uno shock? Uno shock può essere un aumento del prezzo del petrolio, che a

diminuire la domanda aggegata, con conseguenze anche sul reddito di equilibrio. uno

shock cambia le conomponeti autonome delle domanda aggregata spostando la posizione

della funzione nel piano cartesiano. Lo stabilizzatore più importante è l’aliquota

proporzionale al reddito, oppoure anche l’iva, o i sussidi di disoccupazione.

Inoltre, per una data aliquota fiscale, e un dato livello di sussidi di disoccupazione, una

diminuzione del reddito di equilibrio e del prodotto nazionale, fa auentare i sussidi di

disoccupazione e riduce le entrate fiscali. Entrambi gli effetti riducono il moltiplicatore e

smorzano l’effetto sul prodotto, che se nò diminuirebbe ancora di più, facendo ridurre

ancora di più gli introiti dell’aliquota e facendo aumentare le uscite, visto che bisognerebbe

dare ancora più sussidi di disoccupazione.

Questo significa, che grazie agli stabilizzatori, uno spostamento della curva della domanda

aggregata verso il basso avrà un effetto meno significativo sul reddito di equilibrio. infatti

siccome l’aliquota è proporzionale, una riduzione del prelievo fisale, data dal minor reddito,

agiscce come uno stimolo per l’economia. Questi stabilizzatori sono automatici. Nessuno

deve applicarli perché si applicano già da soli. Queti stabilizzatori riducono la sensibilità

dell’economia agli shock, e quindi riducono le fluttuazioni del reddito di equilibrio. c’è da

precisar che tutti i preliei dal flusso circolare del reddito sono stailizzatori. Questo perche

una maggiore PMgS, e una minor PMgC, riducono il moltiplicatore, e quindi gli effetti degli

shock sul reddito di equilibrio.

LE POLITICHE FISCALI DISCREZIONALI:

Sebbene gli stabilizzatori sono sempre attivi, i Governi, attraverso la variazione di spesa

pubbblica e aliquota netta, cercano di portare il livello di prodotto corrente, il più vicino

possibile al livello di piena occupazione, attraverso le politche fiscali discrezionali. Ad

esempio quando consumi ed investimenti, quindi la domanda aggregata, è molto bassa, il

governo può decidere di alzare la spesa pubblica, per rilanciare l’occupazione, oppure può

decidere di abbassare l’aliquta fiscale, per aumentare il reddito disponibile delle famiglie,

oppure può fare entrambe le cose. Tuttavia può succedere anche il contrario, se il governo

vede che i livelli di domanda aggregata sono alti, potrebbe decidere di aumentare la

pressione fiscale, e abbassare la spesa pubblica, applicando una politica restrittiva.

LE POLITICHE FISCALI DISCREZIONALI CONSISTONO NELLE DECISIONI IN MERIO

ALL’ALIQUOTA FISCALE E AI LIVELLI DI SPESA PUBBLICA.

Tuttavia, le politiche sifcali non sono sufficienti da sole per stabilizzare completamenta la

domanda aggregata.

Infatti i governi quando ci sono alti tassi di disoccupazione, non può applicare una politica

espansiva, perché a fronte di un’alta disoccupazione, sia il il prodotto nazionale, e la

domanda aggregata sono bassi, e di sicuro il governo si trova in deficit, in più una politica

espansiva aggrava il deficit e di conseguenza il debito pubblico, che non può essere

utleriormete allargato a causa di una domanda aggregata bassa.

IL DEFICIT E IL DEBITO PUBBLICO:

La somma de deficit contratti dallo stato costituisce il debito publico.

Nel 2009, il debito pubblico italiano è pari a 1800 miliardi di euro, ed il suo valore nominale

continua ad aumentare. Tuttavia il fatto che il valore nominale del debito salga

continuamente non dve necessariamente preoccupare, e ciò per dure ragioni:

- I media oggi trasmettono solo il debito pubblico italiano in valori nominali, il che vuol

dire che è comprende anche l’inflazione. Infatti è teoricamente possibile che una

volta tolta l’inflazione dagli interessi sul deficit, quel deficit annuale si trasformi in un

surplus. Infatti ogni hanno lo stato paga interessi sui suoi debiti, comprensivi di

inflazione. Ma se noi togliamo l’inflazione, dagli interessi sul debito, il deficit annuale

si trasforma in un surplus(teoricamente).

- Un altro argomento ch deve rassicurare è che quanto l’economia REALE cresce, lo

stao può permettersi di supportare un debito pubblico maggiore, perché il gettio

fiscale, dato da un certo livello di aliquota aumenta in maniera proporzionale

all’aumento della domanda aggregata e del reddito nazionale.

Questi due argomenti, ovvero correzione dei deficit per l’inflazione e crescita delle entrate

reali, grazie alla crescità dell’economia reale, suggeriscono che in molti paesi il deito

pubblico non è fuori controllo, come i media fanno apparire. Come si può vedere infatti

dalla tabella 19.3 di pg. 322, il rapporto debito/PIL, possiamo capire come siano più bassi

rispetto agli anni ‘94-’99. Inoltre come si può vedere il rapporto deficit/pil è molto più basso

rispetto agli anni ’90, questo è dovuto al fatto che i governi europei, compreso quello

italiano, per restare all’interno dell’unione europea, e quindi adottare la moneta unica nel

2002, ha dovuto adottare una politica fisclae più rigorosa, che tenesse conto del debito e

del deficit annuale. Tuttavia dalla tabella 19.2 di pg 322, come possiao vedere dal 1965, il

debito pubblico ha continuato a crescere in maniera ininterrotta. L’esplosione del debito

pubblico italiano ha fatto molto dicutere gli economisti. Da un punto di vista teorico, so

potrebbe , e il sostenere che i ¾ del debito italiano è finanziato con l’emissione di titoli di

stato, acquistati da cittadini italiani, che diventano creditori di quel dbito. In altre parole è

come avere un debito con se stessi!!!!! Inoltre il debito pubblico, teoricamente si è creato

principalmente per una ragione, ovvero, quei soldi sono serviti per fare investimenti fisici o

investimenti in capitale uman. Il che vuol dire che in un prossimo futuro questi investimenti

dovrebbero portare ad un maggior reddito nazionale e quindi anche maggiori entrate per lo

stato. Tuttavia, oggi si può dire che il debito pubblico italiano è salito così tanto a causa

degli interessi da pagare sui titoli di stato già emessi. Infatti tra il 1975 e il 1990, gli

interessi sui titoli ha toccato punte di oltre il 20% il che vuol dire che gran parte del gettio

ficale andava speso per pagare gli interessi, e quindi non per reali investimenti. Tuttavia,

oltre a pagre gli interessi, lo stato aveva bisogno di liquidità per pagare le spese correnti, e

quindi i governi hanno gito in diversi modi, i principali sono:

- Aumentare le imposte, il che schiaccia la domanda aggregata, e quindi consumi,

investimenti e produione corrente

- Chiedere prestiti a banche o altri stai, il che rinvia solo il problema

- Stampare moneta, che è il modo più semplice, ma che genera forse il problema più

grosso, ovvero l’iperinflazione.

IL COMMERCIO ESTERO NELLA DETERMINAZIONE DEL REDDITO:

in questo paragrafo parleremo delle esportazioni, X , ovvero di tutti quei beni e servizi

prodotti sul territorio nazionale e venduti all’estero. Inoltre parleremo delle importazioni, Z ,

ossia di tutti quei beni e servizi prodotti all’estero ed acquistati sul territorio nazionale da

consumatori Italiani. La tabella 19.5, mostra la relazione tra le importazione le esportazioni

e il PIL nazionale. Il saldo della bilancia commerciale mostra il valore delle

esportazioni nette, ossia quando le esportazioni eccedono le importazioni, la

bilancia commerciale registra un avanzo o surplus. Viceversa quando le

importazioni sono maggiori delle esportazioni, la bilancia registra un disavanzo o

deficit.

Tuttavia, c’è da precisare che sia le importazioni che le esportazioni in tempo di crisi

crollano vertiginosamente. Infatti nel 2009, l’anno nero, il governo ha chiuso con un deficit

pari a 4 miliardi, dovuto principalmente dal crollo delle importazioni, visto che l’economia

italiana è estremamente dipendente dall’importazione di materie prime.

Le esportazioni nette, non sono altro che le esportazioni meno le importazioni, e il risultato

da vita alla bilancia commerciale. Se questa bilancia è negativa le importazioni sono state

maggiori delle esportazioni, il che vuol dire che un maggior flusso di capitale è uscito dal

nostro sistema economico, e ne è entrato di meno, creando così un deficit. Aggiungendo il

settore estero la domanda aggregata diventa:

AD=Y= C + I + G + X – Z

Inoltre dall’equazione si può dedurre che se sommimo il reddito Y alle importazioni Z,

abbiamo lo stesso risultato se sommassimo i consumi C, più gli investimenti I, pù la spesa

pubblica G e le esportazioni X. Y +Z= C+I+G+X

C’è da precisare che le esportazioni sono una componente autonoma dalla spesa e quindi

dal reddito. infatti non sono legate al livello di reddito italiano. In parole povere se il reddito

italiano scende le esportazioni possono benissimo salire perché non sono legate a reddito

nazionale, però contribuiscono a farlo salire. Mentre le importazioni, sono prodotti, costruiti

all’estero e venduti in italia come le automobili tedesche o i televisori giapponesi. Le

importazioni dipendono dal reddito nazionale ma non lo fanno variare. Più il reddito è alto

più le importazioni saranno alte. La figura 19.6 di pg 325, mostra le relazioni che esistono

tra i fussi monetari associati allo scambio con l’estero e il reddito nazionale. La funzione

delle esportazioni è orizzontale perché le esportazioni ,X, non dipendono dal

reddito nazionale. Mentre le importazioni, Z, sono pari a zero quando il reddito nazionale

è pari a zero, ma aumentano all’aumentare del reddito. La pendenza della gunzione delle

importazioni è la propension marginale alle importazioni.

La propensione marginale alle importazioni PMgZ, indica quale frazione di una

unità aggiuntiva di reddito nazionale gli individui desiderino spendere per

acquistare beni e servizi stranieri. Nellfa figura 19.6, si è ipotizato che PMgZ, sia

uguale a 0.2, il che vuol dire che per ogni euro aggiuntivo al reddito, i consumatori usano

20 centesimi per acquistare prodotti esteri. La differenza verticale tra esportazioni e

importazioni indica il livello delle esportazioni nette per ogni livello di reddito. quindi ad un

livello di Y<250, si avrà un surplus della bilancia commerciale, ovvero le esportazioni

superano le importazioni, che sono basse a causa del basso livello di reddito nazionale.

Mentre per livelli di reddito Y>250, la bilancia commerciale sarà in deficit, in quanto, le

importazioni saranno più alte delle esportazioni, per via degli altri livelli di reddito. infatti

aumenti del reddito nazionale aumentano solo le importazioni nazionali, mentre

lasciano invariate le esportazioni. La conseguenza è allora una riduzione

dell’avanzo o un aumento del disavanzo della bilancia commerciale.

LE ESPORTAZIONI NETTE E L’EQUILIBRIO DEL REDDITO NAZIONALE:

Come possiamo vedere dalla figura 19.7 di pg. 326, per bassi livello di reddito la domanda

aggregata, contentente le esportazioni nette è più alta rispetto alla domanda aggregata di

un sistema chiuso. Tuttavia al crescere del reddito, e quindi al crescere delle importazioni,

la domanda aggregata di un sistema aperto con redditi alti è più bassa rispendo alla

domanda aggregata di un sistema chiuso, questo è dato dal fatto che le esportazioni nette

sono negative, e quindi abbassano il livello di reddito nazionale. IL che vuol dire che se i

redditi sono alti, le importazioni fanno abbassare i livelli di domanda aggregata, perché i

consumatori italiani preferiscono i prodotti esteri.

Come possiamo vedere inoltre, la retta AD’ è più piatta rispetto ad AD. Come mai?

Ipotizziamo che sia per AD che per AD’, la PMgC, sia 0.72 e la PMgZ 0.2. Tuttavia AD, non

contiene il commercio estero(quindi non cntiene 0.2), e quindi la propensione marginale al

consumo, ossia 0.72, è spesa interamente per prodotti nazionali. Mentre AD’, contiene

anche la bilancia commerciale(che come ben sappiamo è negativa per alti livelli di reddito),

e quindi PMgZ, ovvero 0.2. come abbiamo detto prima le importazioni non fanno

aumentare il reddito nazionale, ben si all’aumentare della propensione marginale alle

importazioni il reddito nazionale diminuisce. Quindi dai 0.72 della PMgC, bisogna togliere

0.2 di PMgZ. E quindi si ha un risultato di PMgC di prodotti nazionali di 0.52, il che fa

appiattire AD’. E quindi è per questo che Ad’ alla fine è più piatta di AD, perché contiene

PMgZ che fa abbassare i livelli di PMgC e di reddito nazionale. All’intersezione con l’asse

verticale tuttavia AD’ parte più in alto…perché? Perché prima di tutto contiene il

commercio estero e quindi la bilancia commerciale, che come abbiamo detto prima per un

reddito zero, anche le importazioni saranno ero perché dipendono appunto dal reddito. e da

come si può edere dalla figura 19.7 AD’, all’intersezione con l’asse verticale comprende

solo X e omette Z, perché appunto non ci sono.

Nellfa figura 19.7, l’equilibrio del reddito nazionale si ottiene in E, che proiettandolo crea

Y*. In Y* la spesa programmata il redito attuale e il prodotto nazionale coincidono.

IL MOLTIPLICATORE IN UN’ECONOMIA APERTA:

ogni euro aggiunto al reddito nazionale determina un aumento del consumo di prodotto

nazionali pari a PMgC’ – PMgZ. Ricordiamoci che per ottenere PMgC’ bisogna prendere la

propensione marginale al consumo moltiplicarla per l’aliquota. Ad esempio se PMgC è 0.9 e

t 0.2……PMgC’ sarà PMgC*(1-t), ovvero 0.9*0.8= 0.72. il moltiplicatore in questo caso sarà

ancora inferiore rispetto a quelli visti in precedenza perché qua non si abbassa solo per via

del risparmio e dell’imposizione fiscale, ma anche per via delle importazioni. Di

conseguenza in un economia aperta la formula per il calcolo del moltiplicatore

del reddito deve essere modificata e diventa

Moltiplicatore= 1/[1-(PMgC’ - PMgZ)]

IN UN ECONOMIA CHIUSA SAREBBE 1/1-0.72= 1/0.28= 3.57. ADESSO DIVENTA

1/[1-(0.72-0.2)]= 1/[1-0.52]= 1/0.48= 2.08

Quindi per un reddito pari a 100, in un economia chiusa il reddito di equilibrio sarebbe 357

grazie al moltiplicatore, mentre in un economia aperta il reddito di equilibrio sarebbe 208.

UN AUMENTO DELLE ESPORTAZIONI:

un aumento delle esportazioni provoca uno spostamento della domanda aggregata

parallelo verso l’alto. Di conseguenza il reddito di equilibrio aumenta. Tanto maggiore sarà

l’aumento delle esportazioni, tanto maggiore sarà lo spostamento verso l’alto di AD, tanto

maggiore sarà l’aumento del reddito. quindi X, ovvero le esportazioni le possiamo

considerare come un immissione di denaro nel flusso circolare del reddito, mentre le

importazioni le possiamo considerare come prelievo dal flusso circolare del reddito. da

questa considerazione possiamo scrivere un equazione, ossia come le immissioni devono

essere parti ai prelievi per avere l’equilibrio.

S+NT+Z = I+G+X

L’equazione sopra indicata mostra come le immissioni siano uguali ai prelievi in condizioni

di equilibrio. un aumento delle esportazioni, tuttavia fa aumentare anche il reddito, e un

aumento del reddito provoca un maggiore gettito fiscale anche a parità di aliquota e un

maggiore risparmio. Tuttavia aumentano anche le importazioni, anche se in maniera

inferiore all’aumento delle esportazionim di conseguenza si alzerà il livello di esportazioni

nette. E quindi il saldo della bilancia commerciale del paese migliorerà.

LE IMPORTAZIONI E L’OCCUPAZIONE:

spesso si pensa che un’aumento dlle importazioni sottrae lavoro ai lavoratori nazionali,

facendo dimunuire il reddito e la domanda aggregata. Questo discorso è vero ma anche

pericoloso. È corretto nel senso che una maggiore spesa per beni nazionali invece che

stranieri aumenta effettivamente la domanda aggregata per beni nazionali e dunque il

prodotto nazionale, il reddito e l’occupazione nazionale. Nella figura 19.7, la diminuione

della PMgZ, fa girare AD’ in senso antiorario, aumentandone la pendenza che come ben

ricordiamo è data da PMgC’-PMgZ. Quindi se PMgZ diminuisce, anche il moltipliatore ne

potrebbe beneficiare, aumentando il reddito di equilibrio, e di conseguenza il prodotto

nazionale.

È bene precisare che un governo ha diversi modi per ridurre le importazioni. Alcuni modi

più utilizzati sono l’adozione di dazi doganali da pagare alla dogana per entrare in un

paese, oppure fissare un tetto massimo di prodotti che è possibile introdurre in quel paese.

Tuttavia, adottare politiche troppo severe per limitare le importazioni è molto pericoloso.

Infatti i paesi importatrici in Italia, possono fare lo stesso con noi. Infatti anche loro

potrebbero inserire tetti massimi di prodotti o dazi doganali, limitando così le nostre

esportazioni, e facendo abbassare comunque il reddito nazionale. Se tutti i paesi

mettessero dazi doganali, il commercio internazionale scomparirebbe, cosa impensabile ai

nostri tempi. CAPITOLO 20 – LA MONETA E LA POLITICA MONETARIA:

Per moneta si deve intendere qualsiasi mezzo di pagamento generalmente

accettato per lo scambio di beni e servizi e per l’estinzione dei debiti. La moneta

è un mezzo di scambio.

La moneta e le sue funzioni:

la moneta ha 4 funizioni:

- È un mezzo di scambio accettata da tutti.

- È un’unità di conto

- Viene usata come riserva di valore

- È usata per misure di pagamenti differiti.

MEZZO DI SCAMBIO:

prima di utilizzare la moneta come mezzo di scambio, esisteva l’economia del baratto. In

un economia del baratto, ogni persona che scambiva qualcosa, doveva trovare qualcuno

che fosse interessato a prendere le cos che lui aveva da offrire in cambio di qualcosa di

interessante. Quindi queste ricerche erano troppo poco efficienti, rendendo così tutta

l’economia non efficiente. Con l’arrivo della moneta si rende più semplice ed efficiente il

commercio e le transazioni.

ALTRE FUNZIONI DI MONETA:

La moneta è un’unità di conto, cioè un’unità di misura dei prezzi e della

ontabilità di alcuni soggetti e istituzioni. Nel periodo di iperinflazione tedesco degli

anni 20, le misure erano espresse in dollari, ma le merchi venivano scambiati in marchi.

La moneta funge anche come riserva di valore, perché può essere usata per fare

acquisti in futuro.

Tuttavia, oggi, ci sono anche altri strumenti di riserva del valore, ad esempio un immobile.

Anche se è pure vero che la moneta in sé non paga interessi, il suo potere d’acquisto è

eroso dall’inflazione, che le fa perdere valore nel tempo.

La moneta serve come misura di pagamento differito nel tempo, o unità di conto

nel tempo.

Quando chiedi un prestito, ciò che devi restituire è espresso in una certa unità di moneta,

di solito quella nazionale

LA MONETA SIMBOLO:

in guerra nei campi di prigionia, la moneta era rappresentata dalle sigarette.

Nel diciannovesimo secolo si usavano le monete d’oro e d’argento. Questi due esempi sono

esempi di Merci moneta. Ossia di beni industriali, come i metalli, e beni di consumo, ossia

le sigarette, che quindi servono come mezzo di scambio.

Oggi una banconota da 500€ ha un valore molto più elevato rispetto ad un pezzo di carta

di pari dimensioni. Il valore aggiungito che si da al pezzo di carta con su scritto 500€ è il

valore simbolo.

La moneta simbolo consiste in quei mezzi di pagamento il cui valore o potere

d’acquisto monetario eccede di gran lunga il costo di produzione dello stesso

mezzo, o il valore di quell’oggetto al di fuori del suo uso come moneta. COME

ABBIAMO DETTO PRIMA UN PEZZO DI CARTA NORMALE DI PARI DIMENSIONI DELLA CARTA

MONETA DA 500€, NON AVRà MAI IL POTERE D’ACQUISTO DELLA BANCONOTA. Ma se la

moneta vale così tanto e costa così poco produrla, perché non produrne in eccedenza?

Perché le autorità hanno il compito di garantire una certa quantità di moneta circolante per

limitare l’inflazione. E inoltre noi non possiamo produrre moneta, perché è illegale.

LE MISURE DELLA MONETA:

guardare pg 333

LA DOMANDA DI MONETA:

Da che cosa dimende la quantità di moneta domandata da un sistema economico?

In generale le tre principali variabili che influenzano la domanda di moneta sono:

- I tassi di interesse, più i tassi d’interesse sono alti, meno ci sarà domanda di moneta.

- Il livello dei prezzi dei beni e servizi, più il livello dei prezzi èalto, più ci sarà

domanda di moneta.

- Il reddito reale

I MOTIVI PER DETENERE MONETA:

La moneta è uno stock. Lo stock di moneta è la quantità di moneta circolante e di depositi

trattenuta in un dato momento.

Trattenere moneta, significa sostanzialmente tenerla, per spenderla in futuro. La moneta

inoltre come abbiamo detto prima è una riserva di valore, ed è questa la principale ragione

che spinge le persone a trattenere moneta. La ricchezza, ovvero la moneta, può essere

trattenuta sotto varie forme:

- Banconote

- BOT

- Obbligazioni

- Azioni

- Titoli di proprietà immobiliari

Ora si supponga che esistano solo tue tipi di attività finanziarie che permettono di utilizzare

la moneta come riserva di valore. Il primo modo è quello trattenere la moneta sotto forma

di banconota, il che non produce interessi. L’altro modo è trattenere la moneta sotto forma

di obbligazioni, che generano interessi, ma che tuttavia limitano l’utilizzo immediato di

moneta come mezzo di scambio. Infatti se io sottoscrivo delle obbligazioni pari a 5000€,

quei soldi non li potro usare come mezzo di scambio fino alla scadenza delle obbligazioni.

Tuttavia queste obbligazioni mi ha fruttato degli interessi, e quindi alla loro scadenza non

troverò più 5000€ ma ben si qualcosa di più, ovvero i 5000 euro più gli interessi.

Ma come faccio a decidee come suddividre la mia ricchezza tra moneta e obligazioni?

Il costo opportunità del trattenere moneta è l’interesse a cui si rinuncia nel

trattenere moneta rispetto a investimenti alternativi come obbligazioni. Le

persone trattengono moneta solo se c’è un benficio che per loro superi questo costo. Ad


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Corso di laurea: Corso di laurea in Relazioni pubbliche e comunicazione d'impresa
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher andre911 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione - Iulm o del prof Besana Angela.

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