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71

3.12 Rappresentazione grafica dell'equilibrio ottimale dell'impresa in

concorrenza perfetta

Il prezzo di mercato è esogeno, ossia è indipendente dalla quantità che la singola

impresa ha deciso di produrre ed offrire sul mercato (pertanto, sul grafico il

prezzo è rappresentato da un retta orizzontale, parallela all'asse delle ascisse).

Basterebbe che l'impresa aumentasse anche di pochissimo il prezzo p al quale

vende il proprio prodotto e si ritroverebbe con una domanda pari a zero (punto A).

Al prezzo di mercato l'impresa può vendere tutte la merce che riesce a produrre

(naturalmente, considerati i costi di produzione, ad un certo punto dovrebbe

fermarsi per non andare in perdita).

p A

p 0 Q Q Q

0 1 2 Q 72

Disegniamo le curve di costo e la retta orizzontale del prezzo:

p,

CM, CMG

CMG C CM

D

A E

p 0 B

Q Q

Q Q

*

A B

La quantità Q che massimizza il profitto:

non è Q (P > CMG) segmento AB

A

non è Q (P < CMG) segmento CD

B

è Q* (P = CMG) punto E 73

Rappresentiamo graficamente il profitto dell'impresa:

p,

CM, CMG

CMG CM

E

p 0

A F

O Q Q

*

Il ricavo totale RT = p ·Q corrisponde al rettangolo OQ*Ep

0 0

Sapendo che CM = CT/Q allora CT = CM·Q e quindi possiamo dire che il costo

totale corrisponde al rettangolo OQ*FA.

Π = RT

È chiaro che il profitto – CT corrisponde alla differenza tra i due

rettangoli, cioè all'area AFEp (area tratteggiata).

0

Ovviamente, poiché questa impresa rispetta la condizione p=CMG, il profitto

tracciato nel grafico sarà il massimo possibile.

Esercizio: in base ai dati dell'esercizio precedente, calcoliamo il profitto massimo:

2

CT = r K + w Q p = 16 w = 2 r K = 20

0 0

Abbiamo già detto che Q* = 4

Quindi RT = p ·Q = 16 * 4 = 64

0 2

CT = 20 + 2 (4) = 52

Π = 64 – 52 =12 Π così

Si verifichi che se cambia la Q non si riesce più ad ottenere un alto. 74

Ovviamente può anche accadere che il prezzo di mercato si riduca e che l'impresa

si ritrovi addirittura a produrre in perdita (se il prezzo scende al di sotto del costo

medio). p,

CM, CMG

CMG CM

E

A

p 0 F

O Q * Q

Quando p si situa al di sotto del CM l'impresa incorre in una perdita (cioè in un

0

profitto negativo) data da:

Π = RT – CT = OQ*Ep – OQ*FA = AFEp (che è negativo, ossia perdita)

0 0

Chiaramente l'impresa no può resistere a lungo in una tale situazione. Se p non

cresce o se un miglioramento tecnico non le consente di abbassare i costi,

l'impresa sarà costretta a ritirarsi dal mercato (con probabile bancarotta visto che

non è in grado di ripagare r K ).

0

Ma oltre all'uscita dal mercato delle imprese inefficienti, può anche accadere che

si verifichi l'ingresso nel mercato di nuove imprese. Ciò accade soprattutto quando

le imprese già presenti sul mercato realizzano profitti positivi.

Il fatto che le imprese operanti sul mercato stiano realizzando profitti positivi,

stimola l'ingresso di nuovi concorrenti.

Ma cosa accade quando entrano nuovi concorrenti? Semplice: la competizione si

intensifica e quindi il prezzo di mercato diminuisce. 75

Questa tendenza prosegue fino a quando non si raggiunge l'equilibrio di lungo

periodo per il quale p = CMG = CM dove i profitti sono nulli e quindi

0 MINIMO

nono c'è più incentivo ad entrare nel mercato:

p,

CM, CMG

CMG CM

p'

p'' E

p 0

O Q Q

* Π

RT = CT = OQEP e quindi = 0

0

A questo punto possiamo definire la curva di offerta dell'impresa. La curva di

offerta ci dice come varia la quantità prodotta dall'impresa al variare del prezzo di

mercato. p,

CM, CMG

CMG CM

p 0

p 1

p 2

O Q Q Q Q

2 1 0 76

Ipotizziamo che il prezzo diminuisca e determiniamo i corrispondenti livelli ottimi

Q di produzione.

Si vede che se il prezzo diminuisce (p < p < p ), la quantità prodotta ed offerta si

2 1 0

riduce (Q > Q > Q ). Viceversa quando il prezzo aumenta, la quantità prodotta

2 1 0

ed offerta aumenta.

p offerta

dell'impresa

CM

Q

Sussiste, quindi, una relazione diretta tra p e Q e tale relazione corrisponde

esattamente alla curva CMG al di sopra del CM (al di sotto del CM l'impresa a

lungo andare non può reggere).

Dunque, possiamo affermare che la curva di offerta dell'impresa corrisponde alla

curva del CMG dalla intersezione con il CM in su (in realtà sarebbe dal CMV in

su).

Come si vede l'offerta è crescente, il che indica che all'aumentare di p cresce Q e

al diminuire di p diminuisce Q. 77

Così, come avveniva per la domanda, è possibile sommare orizzontalmente le

curve di offerta delle singole imprese per ottenere la curva di offerta del mercato:

p p p

CMG CMG

1 2 offerta di

mercato

Q Q Q

Impresa 1 Impresa 2 ecc.

3.13 Domanda, offerta ed equilibrio del mercato di concorrenza perfetta

Dalla teoria della scelta del consumatore sappiamo che la domanda è di questo

tipo: p

d

Q = a - b p

ossia D

se il prezzo aumenta, la quantità domandata diminuisce,

se il prezzo diminuisce, la quantità domandata aumenta. Q

Dalla teoria dell'impresa sappiamo che l'offerta è di questo

tipo: p

s S

Q = c + d p

ossia

se il prezzo aumenta, la quantità offerta aumenta,

se il prezzo diminuisce, la quantità offerta diminuisce. Q

78

L'equilibrio di mercato è:

p S

P' E

p* D

D' S'

Q* Q

I neoclassici sostengono che le forze del mercato, lasciate a sé stesse, conducano

automaticamente all'equilibrio tra domanda e offerta. Ad esempio se p' > p*,

allora S' > D', vi è un eccesso di merce offerta sul mercato e il prezzo si riduce

fino al livello p* per il quale S=D.

Algebricamente:

d

Q = a – b p

d

Q = c + d p d s

Imponiamo la condizione di equilibrio Q = Q :

a – b p = c + d p

a – c = b p + d p

(b + d) p = a – c

a c

p = b + d 79

Andiamo a sostituire p in una qualsiasi delle equazioni originarie

a c

Q = c + d p = c + d ( )

b + d 

a c

d s

Q = Q = c + d p = c + d ( )

b + d

3.14 L'elasticità della domanda rispetto al prezzo

Quando si vuole conoscere la sensibilità della domanda alle variazioni del prezzo

si adopera il concetto di elasticità.

L'elasticità della domanda rispetto al prezzo indica la variazione percentuale della

quantità domandata conseguente ad una variazione dell'1% del prezzo.

∆Q/Q la variazione percentuale ∆p/p la

Definendo con della domanda e con

ε

variazione percentuale del prezzo, si ha che l'elasticità è data da:

D

ΔQ ΔQ ΔQ

p p

Q

ε = = =

D Δp Δp

Q Δp Q

p

ΔQ

ricordando che ovviamente < 0 in quanto la domanda è normalmente una

Δp

funzione decrescente del prezzo. Quindi:

ΔQ δQ

p p

ε ε

= che in termini di derivate diventa =

D D

Δp δp

Q Q

Quindi si possono avere due casi estremi:

una domanda perfettamente elastica, ε 

- = - dove una piccola variazione di p

D

d

provoca una enorme variazione di Q ;

una domanda perfettamente rigida, ε

- = 0, per le quali anche se p varia molto, la

D

d

domanda Q non cambia.

Ma, più in generale, ci troveremo di fronte ad una di domanda con elasticità

ε .

intermedia, 0 < < -

D 80

p p p 

0 < ε < -

D



ε = -

D ε = 0

D

Q Q Q

Esercizio: d s

sapendo che Q = 90 – 2 p e che Q = (3/2) p + 20

1) determinare il valore di equilibrio di p e Q,

2) disegnare le curve sul grafico,

3) disegnare il surplus del consumatore.

d s

Q = Q

90 – 2 p = (3/2) p + 20

90 – 20 = (3/2) p + 2p

(7/2) p = 70

p = (2/7) 70 = 20

Q = 90 – 2 p = 90 – 2 (20) = 50

Disegniamo:

d

Q = 90 – 2 p

d

→ Q

per p=0 = 90

d → p = 45

per Q = 0 81

s

Q = (3/2) p + 20

s

→ Q

per p = 0 = 20

s → p =

per Q = 0 - 40/3

p A

45 surplus del consumatore S

B

20 C D

20 50 Q

90

-40/3

Calcoliamo anche l'elasticità della domanda (nel punto B di equilibrio tra

domanda e offerta):

δQ p p 20 4

ε 

= = -2 = - 2 =

D δp Q Q 50 5 82

3.15 Monopolio e oligopolio

MONOPOLIO (una sola impresa formula l'offerta sul mercato)

La differenza fondamentale tra concorrenza perfetta e monopoli risiede nella

domanda e nel prezzo.

Per l'impresa in concorrenza perfetta il prezzo è un dato esogeno e la domanda è

perfettamente elastica. L'impresa infatti è molto piccola: essa sa che se si adegua

al prezzo di mercato potrà vendere tutta la merce che desidera (se non si

adeguasse al prezzo di mercato, o non venderebbe nulla – praticando un prezzo

superiore a quello di mercato - oppure non massimizzerebbe il profitto profitto –

praticando un prezzo inferiore a quello di mercato).

Per l'impresa in monopolio le cose sono diverse. L'impresa monopolista controlla

l'intero mercato, il che significa che essa si trova di fronte alla domanda

complessiva del mercato che può rivolgersi solo a lei.

Il problema del monopolista è quindi quello di posizionarsi sulla curva di

domanda del mercato in modo da scegliere la combinazione (p, Q) che

massimizza il suo profitto.

Ovviamente il monopolista dovrà tenere conto del fatto che se decide di

aumentare il prezzo, i consumatori diminuiranno la quantità domandata. Egli deve

quindi fare la sua scelta tenendo conto della reazione dei consumatori (e in

particolare della ε ).

D

Ad ogni modo, è chiaro che il monopolista prende decisioni sia su Q che su p e

quindi non è più un price-taker ma è un price-maker.

Esaminiamo ora in dettaglio il comportamento del monopolista.

Ovviamente, anche per il monopolista l'obiettivo è di massimizzare il profitto

seguendo la regola generale: δRT δCT

RMG = CMG ovvero =

δQ δQ

Nel calcolo dell'impresa in concorrenza perfetta il ricavo marginale coincideva

con il prezzo, per cui si poteva scrivere p = CMG. Infatti, il ricavo derivante da

ogni unità in più prodotta e venduta coincide in concorrenza perfetta proprio con

il prezzo di ogni unità di merce. 83

Ma in monopolio le cose cambiano. Il monopolista infatti fronteggia una domanda

di mercato decrescente, per cui egli sa che se vuole produrre e vendere una unità

in più di merce dovrà accettare un riduzione del prezzo su tutte le unità vendute

per convincere i consumatori a comprare la merce aggiuntiva.

Esempio: se il monopolista vuole vendere 5 unità di merce può fissare p = 12€ ma

se vuole venderne 6 dovrà farlo fissando il prezzo a p = 11€. Passando da A a B,

quindi, il monopolista guadagna altri 11€ ma perde 1€ sulle 5 unità che prima

vendeva a 12€ ognuna.

p A

12 B

11 D

5 6 Q

Ciò significa che il ricavo marginale derivante dalla produzione e vendita di una

merce in più corrisponde in monopolio a:

Δp Δp

RMG = p + Q (con < 0)

ΔQ ΔQ

riduzione necessaria a convincere i consumatori a

p è il prezzo della unità comprare una unità in più, moltiplicata per la quantità

di merce in più che il monopolista già poteva produrre e vendere.

prodotta e venduta 84

Questo stesso risultato può anche essere espresso in modo più preciso tramite le

derivate.

A questo riguardo noi sappiamo che:

RT = p·Q

dove però in monopolio p non è più esogeno ma si trova in relazione con q sulla

base della funzione di domanda decrescente (cioè p = p(Q)). Quindi possiamo

scrivere:

RT = p(Q)·Q

se, dunque, vogliamo calcolare δRT

RMG = dove RT = p(Q)·Q

δQ

ci tocca utilizzare la regola di derivazione de prodotto di funzioni: la derivata del

primo termine moltiplicata per il secondo termine più il primo termine

moltiplicato per la derivata del secondo termine:

δRT δp δRT

RMG = = Q + p con ( < 0)

δQ δQ δQ

che esattamente lo stesso risultato ottenuto precedentemente mediante le

variazioni finite e che adesso è riferito a variazioni infinitesime.

Quindi, possiamo dire che la quantità ottima che il monopolista deve produrre ed

offrire sul mercato deve soddisfare la seguente equazione:

δp δCT

RMG = CMG Q + p =

δQ δQ

Vediamo un esempio.

Domanda di mercato: Q = 100 – 12·p

2

Costi totali del monopolista CT = 10 + 2·Q

Determiniamo la combinazione (p, Q) che massimizza i profitti del monopolista.

Riscriviamo la domanda esplicitandola rispetto al prezzo:

p = 50 – (½)·Q 85

Il ricavo totale sarà: 2

RT = p·Q = [50 – (1/2)·Q]·Q = 50·Q - (½) Q

RMG = 50 – Q

CMG = 4·Q

la condizione di ottimo è: RMG = CMG

→ Q =

50 – Q = 4·Q 50/5 = 10

10 è la quantità che il monopolista deve vendere per massimizzare i profitti.

Inoltre notiamo una cosa:

Noi ipotizziamo che esiste una relazione tra CMG e PMG , nel senso che:

L

w

CMG = PMG L

la condizione di massimo profitto del monopolista può quindi essere scritta anche

così: RMG = CMG

w

δp Q + p = PMG

δQ L

w

 

δp Q

  =

p 1 + PMG

  L

δQ p

 

Ma sappiamo pure che: δQ p

ε =

D δp Q

e quindi possiamo scrivere: 86

  w

1

  =

p 1 +

 

ε PMG

  L

D

da cui si ricava:  

 

1 w

 

p =  

1 PMG

1 + L

 

ε

 

D

 

 

1

 

il termine rappresenta il mark-up sul costo unitario di produzione e il

 

1

1 +

 

ε

 

D

w

temine è il costo unitario di produzione (in realtà, come si è detto prima,

PMG L

sarebbe uguale al costo marginale ma con rendimenti costanti di scala le due

configurazioni di costo tendono a coincidere, ciò è ammissibile in considerazione

del fatto che le imprese monopoliste sono generalmente imprese di grosse

dimensioni che sfruttano largamente le economie di scala).

Quest'ultima equazione ci fa capire in che modo si determina il prezzo per

un'impresa dotata di potere di monopolio: il prezzo corrisponde al costo unitario

di ogni merce moltiplicato per un mark-up (ricarico, o margine di profitto) che

sarà tanto maggiore quanto meno elastica è la domanda dei consumatori.

Notiamo inoltre che in monopolio p > CMG cioè è maggiore del prezzo

concorrenza.

Rappresentiamo graficamente l'equilibrio del monopolista:

Come abbiamo detto il monopolista ha di fronte l'intera domanda di mercato.

Inoltre, possiamo tracciare la curva del RMG sotto la curva di domanda.

Perché il RMG si traccia al disotto della curva di domanda? 87

In concorrenza perfetta l'impresa poteva aumentare la Q di una unità e come RMG

otteneva il prezzo “pieno” della unità in più venduta. Quindi in concorrenza

≡ RMG. Invece in monopolio l'impresa ottiene RMG < p, poiché per

perfetta D

vendere deve ridurre il prezzo sulle altre unità. Per cui, visto che la domanda

esprime il prezzo, RMG si situa sotto di essa. Il che risulta chiaramente anche

dall'esempio di prima:

p = 50 – (1/2)·Q domanda

RMG = 50 – Q Ricavo marginale

p

50 D

RMG 100

50 Q 88

Per determinare l'equilibrio del monopolista, aggiungiamo ora, alle curve di

domanda e del RMG, le curve di costo che non cambiano rispetto alla concorrenza

perfetta. p,

CM,

CMG H CMG CM

B

p*

c

p C

F

A E D

RMG

O Q * Q

Il punto di ottimo E è determinato dall'intersezione del CMG e del RMG. Esso

individua la quantità prodotta ed offerta che consente di massimizzare il profitto,

dato il prezzo che la domanda di mercato è disposta a pagare per questa quantità e

i costi di produzione. Il massimo profitto coincide con l'area rettangolare p*BFA

che è la differenza tra i ricavi totali p*BQ*O e i costi totali AFQ*O.

È da notare che il surplus del consumatore è HBp* ed è più piccolo di quello che

c

si avrebbe in concorrenza perfetta (dove i consumatori pagherebbero un prezzo p

pari al CMG di produzione in cambio di una quantità maggiore di Q* e

corrispondente all'ascissa del punto C). Confrontiamo dunque il punto E e il punto

C. 89

Rispetto all'impresa in concorrenza il monopolista dunque: 1) produce meno; 2)

vende ad un prezzo più alto; 3) gode i un profitto superiore; 4) riduce il surplus

del consumatore.

Per tutti questi motivi alcuni neoclassici ritengono che il monopolio danneggi

l'economia e che vada quindi contrastato con opportune leggi anti-trast.

Ma esistono casi nei quali il monopolista può essere soggetto a fenomeni di

concorrenza da parte di altre imprese? Si. Si parla in tal caso di concorrenza

monopolistica.

In queste circostanze il monopolio e solo temporaneo. Il monopolista infatti non è

protetto da barriere all'entrata e quindi può accadere che dei concorrenti entrino

nel mercato. La conseguenza è che la domanda (la curva D) si abbassa fino a

pari a zero: Π = 0.

quando il profitto diventa

Equilibrio di lungo periodo della concorrenza monopolistica:

p,

CM,

CMG CMG CM

E

E

p D

E

O Q Q 90

OLIGOPOLIO

L'impresa in concorrenza perfetta e l'impresa monopolistica presentano una

caratteristica comune: non si pongono problemi di strategia, cioè problemi nei

quali le azioni di ognuno dipendono anche da ciò che si prevede che facciano gli

altri.

Il problema della strategia e del complesso rapporto tra azioni e reazioni diventa

invece fondamentale nel caso in cui il mercato sia caratterizzato da una situazione

di oligopolio, cioè di poche grandi imprese.

Per analizzare il comportamento della impresa oligopolista si adopera una tecnica

particolare, detta teoria dei giochi.

Si tratta di una teoria che si propone di analizzare le strategie delle imprese

oligopoliste nei rapporti di concorrenza ma anche i giochi (come gli scacchi)

oppure le strategie militari o diplomatiche, etc. (chi ricorda il film che parla della

vita di John Nash: “a beautifull mind” con l'attore Russell Crowe).

Applichiamo la teoria dei giochi al caso di due imprese: la RAI e MEDIASET, la

cui attività consiste nel vendere spazi pubblicitari nei propri palinsesti.

Il problema per RAI e MEDIASET è di scegliere se adottare una strategia

conflittuale o cooperativa.

La strategia conflittuale consiste in:

1) ingenti spese per mettere in palinsesto film e spettacoli che attirino il

pubblico

2) prezzi di vendita degli spazi bassi pubblicitari bassi per attirare le imprese

3) fare lobbying per ottenere legislazioni favorevoli a sé e dannose per gli

l'avversario.

La strategia conflittuale è molto costosa, ma se coglie impreparato l'avversario

può dare notevoli vantaggi.

La strategia cooperativa consiste:

1) nell'accordarsi son il “nemico” (che diventa “partner”) per spartirsi il

mercato senza conflitti (la strategia cooperativa costa poco ma espone al

rischio di un attacco da parte del “partner”). 91

RAI e MEDIASET si trovano ad esempio in questa situazione: i valori indicano i

profitti attesi da RAI e MEDIASET a seconda delle situazioni:

MEDIASET

conflitto cooperazione

conflitto 2, 2 10, 0

RAI cooperazione 0, 10 6, 6

La matrice dei pay-offs indica i profitti attesi dalle due aziende a seconda delle

strategie adottate. Ad esempio: se RAI coopera e MEDIASET confligge, RAI

ottiene profitti pari a zero e MEDIASET 10 miliardi. E così via.

Si dimostra che il conflitto, sotto date condizioni, è la strategia dominante, cioè

quella che sarà preferita da ciascuno indipendentemente dalle scelte dell'altro.

Infatti dal punto di vista della RAI:

→ alla RAI conviene confliggere

se MEDIASET confligge

→ aòòa

se MEDIASET coopera RAI conviene congliggere

lo stesso discorso vale per MEDIASET.

Risultato: entrambe le imprese sceglieranno il conflitto:

MEDIASET

conflitto cooperazione

conflitto 2, 2 10, 0

RAI cooperazione 0, 10 6, 6

questo è detto equilibrio non cooperativo di Nash.

È interessante notare che si perviene a questo equilibrio nonostante che esso

generi per entrambe le imprese un risultato peggiore rispetto al caso della

cooperazione.

In certi casi tuttavia il risultato non-cooperativo è inevitabile, poiché la tentazione

di defezione da un accordo o anche solo la paura della defezione dell'altro

giocatore spinge entrambi al conflitto.

Se tuttavia il gioco è “ripetuto” le cose possono cambiare …... 92

3.16 Dalla microeconomia alla macroeconomia neoclassica

Abbiamo detto che mentre i classici e Marx facevano partire le loro analisi

direttamente dallo studio del comportamento delle classi sociali, al contrario i

neoclassici fondavano le loro teorie sull'individualismo metodologico. Essi quindi

partivano sempre dallo studio del comportamento del singolo individuo: il singolo

consumatore, il singolo lavoratore, la singola impresa, ecc.

Finora abbiamo fatto esattamente questo: abbiamo infatti visto in che modo il

singolo consumatore punta a massimizzare l'utilità, in che modo la singola

impresa punta a massimizzare il profitto, ecc.

Il fatto però che i neoclassici si concentrino sul comportamento dei singoli non

impedisce di gettare uno sguardo sul funzionamento complessivo dell'intero

sistema economico.

Infatti, è vero che i neoclassici partono sempre dalla microeconomia, cioè dallo

studio del comportamento dei singoli individui e dalle singole imprese. Ma è

anche vero che essi ritengono possibile passare dalla microeconomia alla

macroeconomia, cioè allo studio dei grandi aggregati sociali e dell'economia nel

suo complesso.

Il passaggio dal micro al macro per i neoclassici consiste nella sommatoria dei

comportamenti individuali.

(Qualcosa del genere l'abbiamo già intravista esaminando il passaggio dalla

domanda individuale alla domanda di mercato, ecc.)

Si vengono così a creare agenti rappresentativi espressione delle sommatorie.

Seguendo questo intento diventa possibile costruire un modello neoclassico di tipo

macroeconomico, che ci consente di studiare l'economia nel suo complesso, e che

quindi ci permette di esaminare l'andamento di variabili importantissime come la

disoccupazione, l'inflazione, i salari, i tassi d'interesse, ecc. 93

Il modello macroeconomico che studieremo è ispirato alla teoria della

disoccupazione di Pigou del 1933. Come vedremo, questo modello perviene a

risultati tipicamente liberisti, che saranno poi criticati da Keynes.

L'analisi viene qui effettuata sulla base di quattro ipotesi semplificatrici:

1) concorrenza perfetta: i singoli agenti (le imprese, lavoratori, etc. ...) sono

troppo “piccoli” e troppo numerosi per avere un potere di mercato.

2) Consideriamo l'economia di una nazione autarchica, cioè chiusa agli

scambi con l'estero.

3) Si produce un solo bene (es. grano).

4) Breve periodo (il capitale è fisso).

Ovviamente tali ipotesi semplificatrici possono essere rimosse (e le

rimuoveremo), ma per ora le manterremo per non complicare l'analisi.

Il modello macroeconomico neoclassico esamina il sistema economico di una

nazione, preso nel suo complesso, suddividendolo in quattro grandi mercati:

 mercato del lavoro

 mercato dei beni

 mercato dei titoli (cioè dei prestiti)

 mercato monetario.

Iniziamo l'analisi del mercato del lavoro.

La domanda di lavoro delle imprese (attenzione: in economia le imprese

domandano lavoro e i lavoratori offrono lavoro.

Definiamo:

Y produzione nazionale

P prezzo della merce prodotta

w salario monetario dei lavoratori

N numero dei lavoratori occupati

Da notare che w/p indica il salario reale dei lavoratori, cioè il potere d'acquisto del

salario. Es. se il salario mensile è w = 1000 € e se il prezzo di un kg di grano è

P=10 € allora i lavoratori ogni mese possono comprare w/P = 1000/10 = 100 kg di

grano. 94

Tracciamo ora la funzione di produzione di una ipotetica impresa

“rappresentativa” data dalla sommatoria di tutte le imprese della nazione:

Y PMG

L

Y = Y(N) 10

32

31

28 PMG

L

8

24

18 6

4

10 3

1

1 2 3 4 5 6 1 2 3 4 5 6

N N

La funzione di produzione ha la solita forma dettata dalla legge della produttività

marginale del lavoro decrescente, dato il capitale K.

Dalla funzione di produzione si può ricavare appunto la curva della PMG

L

decrescente.

Ora, è facile dimostrare chela curva della PMG decrescente corrisponde

L

esattamente alla domanda di lavoro delle imprese.

Noi sappiamo che in concorrenza perfetta le imprese massimizzano il profitto solo

se: P = CMG

Ma sappiamo pure che il CMG = w/PMG per cui possiamo scrivere:

L

w →

P = P·PMG = w

L

PMG L

da cui: w

PMG =

L P 95

L'impresa assume finché i lavoratori aggiuntivi rendono più di quanto costano.

Ora, sappiamo che in concorrenza perfetta le imprese sono piccole e numerose e

quindi non hanno potere di mercato. Esse sono price-takers.

Il mercato dunque determinerà i prezzi P e i salari w di equilibrio e le imprese si

→ (Imprese)

adegueranno ad essi. (w, P)

Dunque, nel grafico che esprime la PMG possiamo fissare un ipotetico w/P dato

L

esogenamente dal mercato:

w/P, PMG

L

L0

PMG

L1

PMG = w/P

L2

PMG PMG

L

0 1 2

N N N N 1

Quale sarà il numero di lavoratori che l'impresa domanderà? È chiaro che sarà N .

0 → PMG

Per N > w/P conviene aumentare N (c'è ancora margine)

L

2 → PMG

Per N < w/P conviene diminuire N (si produce in perdita)

L

1 → PMG

Per N = w/P è soddisfatta la condizione di massimo profitto

L

Dunque la PMG corrisponde esattamente alla domanda di lavoro (N = PMG )

L D L

delle imprese. Quindi la domanda di lavoro N è decrescente: se w/P aumenta

D

allora N si riduce, se w/P diminuisce allora la N aumenta.

D D

N = PMG

D L 96

L'offerta di lavoro degli individui

Consideriamo un individuo “rappresentativo”, “sommatoria” di tutti i lavoratori

della nazione.

Sul grafico N, Y tracciamo le curve di indifferenza del lavoratore.

Y Y = (w/P)·N

w/P N* N

L'ipotesi è che abbiamo a che fare con un bene (la produzione Y) e con un male

(la fatica derivante dal lavoro N). Dunque lo scopo dei lavoratori è di

massimizzare l'utilità situandosi può in alto a sinistra. Sullo stesso grafico

tracciamo pure la retta del vincolo di bilancio dei lavoratori. È chiaro che questi

potranno acquistare un ammontare di beni Y che dipende dalla quantità di lavoro

N erogato e dal salario w/P secondo l'equazione:

← Vincolo di bilancio dei lavoratori

Y = (w/P)·N

Ovviamente, il vincolo di bilancio ci dice che, a parità di w/P, se N aumenta ciò

implica un incremento del reddito Y consumabile dai lavoratori (la retta di

bilancio in questo caso resta ferma). Inoltre se, a parità di N, aumenta w/P, allora i

lavoratori potranno acquistare più merce (la retta di bilancio, in questo caso, ruota

verso sinistra e verso l'alto, in senso antiorario con centro nell'origine degli assi).

97

Per ogni vincolo di bilancio (per ogni w/P), i lavoratori possono determinare la

quantità di lavoro (N*) che massimizza la loro utilità, cioè si collocano sulla curva

di indifferenza più alta possibile (quella tangente al vincolo di bilancio).

Vediamo ora cosa accade se si verifica un aumento del salario reale w/P (che è

sempre determinato in modo esogeno dal mercato: i lavoratori non hanno potere

di mercato, anche loro sono price-taker).

Y 1·

Y = (w/P) N

Y = (w/P) N

1

(w/P)

0

(w/P) 0 1

N N N

w/P s

N

1

(w/P)

0

(w/P) 0 1

N N N 98

0 1

L'aumento del salario reale da (w/P) a (w/P) fa ruotare il vincolo di bilancio in

alto e modifica quindi il punto di ottimo. La conseguenza è che i lavoratori si

0 1

rendono disponibili a offrire più lavoro (da N a N ). Possiamo quindi riportare i

livelli del salario reale e i corrispondenti livelli di lavoro offerto dagli individui su

s

di un grafico sottostante. Otteniamo così la curva di offerta di lavoro (N ) da parte

di lavoratori. La curva di offerta è crescente:

s

se w/P aumenta, allora N cresce,

s

se w/P diminuisce, allora N si riduce.

L'equilibrio del mercato del lavoro:

w/P S

N

E

(w/P) * D

N

N N

*

I neoclassici sostengono che le forze del libero mercato, lasciate a sé stesse,

porteranno automaticamente a quel salario reale (w/P)* che garantisce l'equilibrio

D S

tra domanda (N ) e offerta (N ) di lavoro. 0

Supponiamo infatti che il salario reale di mercato sia (w/P) . In corrispondenza di

questo salario si ha un eccesso di offerta di lavoro rispetto alla domanda di lavoro:

99

0 S D

→ N

(w/P) > N S0

Questa è una situazione di disoccupazione. I lavoratori che si offrono sono N ma

D0

le imprese assumono solo N . C'è quindi un numero di disoccupati involontari

S0 D0

pari al segmento N -N .

w/P S

N

A B

0

(w/P) E

(w/P) * D

N

D0 S0

N N

N N

*

Questi disoccupati si dicono involontari perché al salario di mercato vigente

0

(w/P) essi vorrebbero lavorare ma un lavoro non lo trovano.

Per i neoclassici tuttavia questa situazione è solo temporanea. Il meccanismo di

mercato condurrà spontaneamente il sistema all'equilibrio in E. I disoccupati

infatti (essendo tra loro in concorrenza) eserciteranno una pressione verso il basso

D S

sui salari, che farà aumentare la domanda di lavoro N e diminuire l'offerta N

fino all'equilibrio.

La riduzione di w/P provoca: D

 un aumento della domanda di lavoro N : riducendosi il costo del lavoro le

imprese possono assumere lavoratori aggiuntivi, che hanno una marginale

inferiore. 100

S

 Una riduzione dell'offerta di lavoro N : alcuni lavoratori, vedendo che il

salario si riduce, ritengono che il gioco non valga la candela e scelgono di

ritirarsi dal mercato. D

In corrispondenza dell'equilibrio (E) la domanda di lavoro N è uguale all'offerta

S D S

→ N

N (cioè E =N ). Tutti i lavoratori disposti a lavorare (ad offrire lavoro) al

salario reale vigente (w/P)* troveranno una corrispondente domanda di lavoro e

quindi la caduta del salario si arresta.

Si noti che in corrispondenza di E non ci sono più disoccupati involontari.

Restano però dei disoccupati volontari, che al salario vigente non sono disposti a

lavorare ma che si renderebbero disponibili ad un salario maggiore (si tratta del

S0

segmento N -N*).

I neoclassici tuttavia sostengono che i disoccupati volontari hanno liberamente

scelto di non lavorare. E quindi essi non costituiscono un problema politico

L'importante per i neoclassici è che il mercato sia in grado di assorbire

spontaneamente la disoccupazione involontaria, cioè sia in grado di garantire un

posto a tutti i lavoratori disposti a lavorare al salario di mercato di equilibrio.

Visto che in equilibrio il sistema riesce ad eliminare la disoccupazione

involontaria, allora si può parlare di equilibrio di piena occupazione.

Come rispondeva questo modello alla grande crisi ????

Ma allora, come si spiega la presenza di tanti disoccupati nel 1933? ovviamente

non li si poteva considerare tutti disoccupati volontari ….

La risposta di Pigou e degli altri neoclassici dell'epoca è che i sindacati

impediscono che il salario si riduca fino al livello di equilibrio.

I sindacati cioè inchiodano il sistema economico nel punto A del grafico

precedente bloccando il libero operare delle forze del mercato e generando

disoccupazione involontaria pari ad AB. 101

Dal mercato del lavoro al mercato dei beni

w/P S

N

E

(w/P) * D

N

N N

*

Y Y = Y(N)

Y* N N

* 102

Una volta determinato l'equilibrio sul mercato del lavoro, è noto il numero dei

lavoratori occupati N*. Noto il numero degli occupati, in base alla funzione di

produzione Y=Y(N) si può determinare il livello di produzione Y* di equilibrio.

Una volta determinato il livello di produzione, si pone il problema fondamentale:

cosa garantisce che l'intera produzione Y* venga assorbita dalla domanda? Chi ci

assicura cioè che le imprese riescano a vendere tutta la merce prodotta.

La questione è fondamentale: è chiaro infatti che l'equilibrio di pena occupazione

può reggere solo se Y* viene venduto interamente.

I neoclassici rispondono a questo interrogativo attraverso due proposizioni:

1) per ogni data produzione Y realizzata le imprese distribuiscono alle famiglie

dei lavoratori e capitalisti un reddito Y di importo equivalente. (Attenzione: ciò

significa che Y rappresenta sia la produzione nazionale sia il reddito nazionale).

2) Le famiglie di lavoratori e capitalisti, una volta ricevuto il reddito Y, lo

spendono interamente per l'acquisto della produzione (di quanto è stato prodotto).

reddito Y FAMIGLIE

IMPRESE

produzione Y spesa di tutto il reddito

Ora, se le famiglie dei lavoratori e dei capitalisti spendessero tutto il loro reddito

per l'acquisto di beni di consumo, non vi sarebbe alcun problema.

Ma nella realtà le famiglie spendono per consumi (C) solo una parte del reddito,

mentre un'altra parte la risparmiano (S)!!! 103

Dunque poiché una parte del reddito nazionale viene risparmiata, a quanto pare

una parte della produzione resterà invenduta. Infatti, visto che produzione e

reddito sono equivalenti la produzione sarà interamente acquistata se tutto il

reddito viene speso!

I neoclassici reagiscono a questo problema sostenendo che la parte di reddito che

le famiglie risparmiano verrà interamente prestata alle imprese che useranno

questo reddito per fare investimenti (I). Cioè per acquistare mezzi di produzione

(macchine, impianti, ecc.).

Dunque, ricapitolando: dall'equilibrio del mercato del lavoro emerge un livello di

produzione Y corrispondente alla piena occupazione.

Tale produzione sarà interamente venduta solo se viene rispettata questa

condizione: produzione = domanda

Y = C + I

C + S = C + I

S = I

Ma chi ci garantisce che S e I saranno uguali? Dopotutto si tratta di decisioni

prese da soggetti diversi.

La risposta dei neoclassici è che il tasso di interesse i garantirà il perfetto

equilibrio tra S e I. Infatti:

- Le famiglie decidono tra C e S in base a i. Se i aumenta le famiglie riducono i

consumi e S aumenta.

- Le imprese decidono I in base al costo dei prestiti i. Se i aumenta, allora I si

riduce.

Quindi possiamo tracciare due funzioni, S e I.

Le forze spontanee del mercato, lasciate a sé stesse, garantiranno un tasso di

interesse di mercato i tale che S=I. 104

i S

A B

0

i E

i* I

I S

I*=S* S, I

0 0

Dunque così come il salario reale w/P garantisce l'equilibrio tra domanda e offerta

di lavoro, così il tasso di interesse i garantisce l'equilibrio tra risparmi S e

investimenti I (ossia, C+S = C+I e Y = C+I).

Con ciò i neoclassici dimostrano che l'equilibrio di piena occupazione è stabile,

visto che la produzione di piena occupazione sarà interamente assorbita dalla

domanda, o come domanda di C o come domanda di I.

Se si lascia fare al mercato, non sussiste alcun rischio di merci invendute!!!

LA TEORIA QUANTITATIVA DELLA MONETA

Le conclusioni del modello macroeconomico neoclassico sono palesemente

liberiste. Le forze del mercato, lasciate a sé stesse, garantiscono il pieno impiego

dei lavoratori e l'acquisto dell'intera produzione realizzata.

→ se c'è

L'intervento statale è inutile disoccupazione, è colpa dei sindacati.

Non solo! I neoclassici puntano a dimostrare che l'intervento statale può anche

essere dannoso. 105

Un esempio in questo senso è dato dalla teoria neoclassica della moneta, detta

Teoria Quantitativa (Irving Fisher, 1911).

Per esaminare questa teoria definiamo:

M quantità di moneta (banconote) creata dalla Banca Centrale.

V velocità di circolazione della moneta (numero di volte che ogni banconota

passa di mano in un anno

P livello dei prezzi

Y produzione.

Definiamo quindi:

con MV la quantità di moneta complessivamente offerta in un anno. Infatti, se

moltiplichiamo il numero di banconote per il numero delle volte che ogni

banconota passa di mano, è chiaro che calcoliamo il totale della moneta offerta e

scambiata in un anno.

Con PY definiamo il valore della produzione offerta e scambiata, cui corrisponde

ovviamente una quantità equivalente di moneta domandata in cambio.

Possiamo dunque stabilire che: MV = PY

il che al momento è una mera tautologia, cioè una ovvietà. È chiaro infatti che a

fronte del totale della moneta MV scambiata corrisponderà il valore della

produzione PY scambiata (che coincide con il totale della moneta domandata).

I neoclassici tuttavia trasformano la tautologia in una equazione imponendo delle

ipotesi:

M è data dalle autonome decisioni della Banca Centrale

V è data dalle abitudini di pagamento della produzione

Y è data dall'equilibrio di piena occupazione sul mercato del lavoro.

L'unica incognita dunque è P: 106

PY = MV

V

P = M

Y

questa equazione ci dice che, dati V e Y, se la Banca Centrale decide di aumentare

M, l'unico effetto di questa decisione sarà un aumento del livello dei prezzi P.

Il risultato dipende strettamente dall'ipotesi di piena occupazione.

Infatti, se la Banca Centrale aumenta M in circolazione, gli individui disporranno

di più moneta. Essi quindi useranno la moneta per comprare merci. Ma essendo la

produzione già al livello di piena occupazione allora non potrà aumentare. Di

conseguenza, di fronte all'incremento di domanda di merci le imprese finiranno

per aumentare P.

L'intervento politico della Banca Centrale, magari finalizzato a stimolare la

domanda, ad aumentare Y e l'occupazione N, in realtà è inutile (Y è già al pieno

impiego) ed è pure dannoso (poiché genera inflazione).

Le conclusioni del modello sono ancora una volta liberiste:

- neutralità della moneta

- orientamento restrittivo della politica monetaria (riduzione di P senza costi su Y)

Il sistema di equazioni del modello macroeconomico neoclassico:

N = N (w/P)

S S

N = N (w/P)

D D

N = N

S D

Y = Y(N )

S

S = S(i)

I = I(i)

S = I

MV = PY

w = (w/P)·P 107

Esempio:

N = 60 + (w/P)

S

N = 120 – 2 (w/P)

D

N = N

S D 1/2

Y = (N )

S

S = 2 + i

I = 11 – 2 i

S = I

45 · 2 = P·Y

w = (w/P)·P

60 + (w/P) = 120 – 2 (w/P)

3 (w/P) = 120 – 60

w/P = 60/3 = 20

N = 60 + 20 = 80

S 1/2 

Y = (80) = 80 9

→ → →

S = I 2 + i = 11 – 2 i 3 i = 9 i = 9/3 = 3

S = I = 2 + 3 = 5 → →

P·Y = 45·2 = 90 P·9 = 90 P = 90 / 9 = 10

w = (w/P)·P = 20 * 10 = 200 108

LA CRISI PER I NEOCLASSICI

Notiamo un'ultima cosa.

Supponiamo che si verifichi una crisi di fiducia delle aspettative di profitto.

Conseguenza: gli imprenditori riducono gli investimenti I.

i S I

I' S, I

Per i neoclassici non c'è problema. Il movimento del tasso di interesse metterà in

equilibrio il sistema. Infatti il tasso di interesse si ridurrà portando in equilibrio il

risparmi e investimenti. Alla riduzione dei risparmi corrisponderà subito un

aumento dei consumi che compenserà la riduzione degli investimenti. 109

Ma se volessimo tornare ai livelli di investimento precedenti? Semplice, basta che

l'orientamento al risparmio delle famiglie aumenti:

con l'aumento dei risparmi delle famiglie (la curva dei risparmi S ora si sposta

verso destra) si ridurrebbe il tasso di interesse e quindi aumenterebbero gli

investimenti.

La virtù della parsimonia quale fattore chiave dell'accumulazione e dello sviluppo

economico i S S'

I

I' S, I 110

IV

DISPENSE INTEGRATIVE

DEL MANUALE DI BLANCHARD

4.1 Una specificazione del modello di determinazione della produzione di

equilibrio

Nei primi tre capitoli del libro di Blanchard avete studiato il modello di

determinazione della produzione di equilibrio, in funzione del livello della

domanda di merci. Blanchard ritiene che questo modello valga solo nel breve

periodo, e sotto condizioni piuttosto restrittive. Noi pensiamo invece che tale

modello abbia una valenza esplicativa più vasta, e quindi riteniamo opportuno

approfondirne qui le caratteristiche.

Come sapete, la struttura di partenza del modello è questa. La domanda

complessiva di merci è data dalla spesa per beni di consumo, dalla spesa per beni

d’investimento e dalla spesa pubblica:

  

Z C I G

Dove la spesa per consumi è data da:

  

C c c (

Y T )

0 1

mentre investimenti, spesa pubblica e tasse possono essere considerati esogeni,

cioè dati dalle decisioni autonome delle imprese e del governo. La condizione di

equilibrio tra produzione e domanda è dunque:

Y Z

Ricordiamo che il termine Y sta ad indicare sia il livello della produzione di merci

realizzata, sia il reddito distribuito. Produzione e reddito infatti sono sempre

equivalenti, dal momento che il valore della produzione venduta finisce

interamente, sotto forma di reddito, nelle mani dei capitalisti e dei lavoratori che

111

hanno concorso a realizzarla. Dunque un aumento della produzione realizzata e

venduta deve sempre corrispondere ad un aumento equivalente del reddito

distribuito ai capitalisti e ai lavoratori che hanno concorso alla sua realizzazione.

Ecco perché, nel definire Y, noi useremo indifferentemente sia il termine

“produzione” che il termine “reddito”.

Detto ciò, torniamo alla condizione di equilibrio tra produzione domanda Y = Z.

Effettuando le sostituzioni e dopo qualche passaggio matematico:

  

Y C I G

    

Y c c (

Y T ) I G

0 1

    

Y c Y c I G c T

1 0 1

    

(

1 c )

Y c I G c T

1 0 1

alla fine si ottiene:

1

   

(

1

) Y ( c I G c T )

0 1

1 c

1

che è appunto l’equazione di equilibrio sul mercato dei beni, vale a dire

dell’equilibrio tra produzione e domanda. Il termine tra parentesi è detto spesa

autonoma (poiché include le componenti della spesa dette autonome, nel senso

che non dipendono dal reddito), mentre il termine 1/1-c è detto moltiplicatore

1

della spesa autonoma. Conoscendo i livelli delle variabili esogene che concorrono

a determinare la domanda di merci (cioè I, G, T, c e c ), questa equazione

0 1

consente di determinare il livello di equilibrio della produzione Y.

Ovviamente l’equazione può essere modificata per calcolare non i livelli ma

direttamente le variazioni. Si può cioè ipotizzare che le componenti della

domanda si modifichino, e si può desiderare di calcolare la variazione della

produzione che ne consegue. In tal caso l’equazione diventa:

1

        

( 2

) Y ( c I G c T )

0 1

1 c

1 112

Chiaramente può ben darsi che tra le variabili che compongono la domanda solo

una si modifichi mentre le altre rimangono costanti. Supponiamo ad esempio che

si verifichi una “crisi di fiducia” da parte delle imprese sulle loro aspettative di

profitto. Gli imprenditori risultano cioè sfiduciati sull’andamento futuro

dell’economia, temono che venderanno poco e quindi ritengono che riusciranno a

conseguire ben pochi profitti. In tal caso essi non avranno alcuna intenzione di

espandere la loro attività, e quindi decideranno di ridurre gli investimenti (cioè

1

decideranno di ridurre la domanda di nuovi macchinari e impianti). Ciò significa

I<0),

che gli investimenti si riducono (quindi mentre c , G e T per ipotesi restano

0

c G T

costanti (e quindi = = = 0). L’equazione (2) allora diventa:

0

1

  

Y I

1 c

1

Ovviamente, poiché abbiamo assunto che la variazione degli investimenti sia

Y<0. Y

negativa, anche la variazione della produzione lo sarà: Il termine indica

dunque la riduzione della produzione causata da una riduzione della domanda di

beni d’investimento.

Date queste equazioni, possiamo adesso effettuare alcuni esempi numerici.

ESEMPIO N.1: determinazione della produzione di equilibrio, date le

componenti della domanda. Ipotizziamo, a scopo puramente esemplificativo, che

le componenti autonome della domanda di merci e la propensione al consumo

2

all’interno del paese esaminato assumano i seguenti valori:

1 E’ sempre importante distinguere tra investimenti produttivi e investimenti finanziari. Nel

linguaggio corrente quando si parla genericamente di “investimenti” di solito ci si riferisce agli

investimenti finanziari, cioè all’acquisto di titoli da parte dei risparmiatori. Invece, salvo

specificazioni, quando parlano di “investimenti” gli economisti si riferiscono agli investimenti

produttivi, cioè agli acquisti di nuovi macchinari, impianti e attrezzature da parte delle imprese. In

questo caso stiamo dunque parlando di investimenti produttivi delle imprese.

2 Le componenti autonome della domanda c , I, G, T sono espresse in miliardi di euro. La

0

propensione al consumo c indica invece la quota del reddito Y che viene consumata, e quindi può

1

essere espressa come una frazione (ad esempio c =0,5=1/2 significa che i cittadini del paese

1

esaminato tendono a consumare il 50% del loro reddito e a risparmiare il restante 50%). 113

c 50

0 

I 200

G 100

T 100

 

c 0

,

5 1 / 2

1

Sostituendo questi valori nella equazione (1), otteniamo il livello di equilibrio

della produzione:

1

   

Y (

50 200 100 (

1 / 2

)

100

)

1 1 / 2

Y 2 ( 300

)

Y 600

ESEMPIO N.2: la crisi di fiducia. Supponiamo ora che si verifichi una “crisi di

fiducia” sulle prospettive di profitto, e quindi che gli investimenti delle imprese si

riducano. Ipotizziamo ad esempio che adesso I = 150. Ciò significa che, rispetto al

valore precedente, gli investimenti si sono ridotti di 50 miliardi. Possiamo dunque

usare l’equazione (1) per calcolare il nuovo livello della produzione, tenendo

conto del nuovo livello di I. Avremo:

1

   

Y (

50 150 100 (

1 / 2

)

100

)

1 1 / 2

Y 2 ( 250 )

Y 500

La produzione è adesso pari a 500 miliardi, rispetto ai 600 realizzati prima della

Y,

crisi. Alternativamente possiamo anche calcolare direttamente la variazione

senza bisogno di calcolare i livelli. Sapendo che gli investimenti si sono ridotti di

I  c G T

= 50, mentre per ipotesi = = = 0, sostituendo questi valori nella

0

equazione (2) otteniamo:

1

  

Y ( 50

)

1 1 / 2

  

Y 2 ( 50

)

  

Y 100 114

La produzione dunque si è ridotta di 100 miliardi (che corrispondono appunto alla

differenza tra il valore iniziale di 600 e quello successivo alla crisi di 500).

Insomma, la crisi innesca una caduta della domanda di merci, la quale costringe le

imprese a ridurre la produzione. Ed è chiaro che questo dovrebbe implicare anche

una serie di licenziamenti e quindi una riduzione del numero degli occupati. Il

calo della domanda comporta dunque un calo della produzione e un aumento della

disoccupazione.

Si noti che, a fronte di una riduzione iniziale della domanda di merci (e in

particolare di beni d’investimento) pari a 50, alla fine si assiste ad una riduzione

della produzione di 100. La produzione cioè varia più di quanto sia variata

inizialmente la domanda. Si ricordi che questo fenomeno è dovuto al

moltiplicatore della spesa autonoma. Il moltiplicatore tende ad accentuare la

variazione iniziale della spesa autonoma. Il meccanismo tramite il quale esso

agisce è il seguente: nel momento in cui la domanda di macchinari si riduce, le

imprese che producono i macchinari non riescono a venderli e quindi sono

costrette a licenziare; i lavoratori divenuti disoccupati non disporranno più di un

reddito, e quindi ridurranno a loro volta i consumi; ciò provocherà una serie di

licenziamenti anche presso le imprese che producono beni di consumo; ci saranno

pertanto altri lavoratori disoccupati costretti a ridurre le loro spese, il che

provocherà ulteriori cali di produzione e licenziamenti, e così via. Alla fine di

questo processo cumulativo il calo della domanda e della produzione risulterà per

l’appunto “moltiplicato” rispetto al calo iniziale degli investimenti.

4.2 Il paradosso del risparmio

Abbiamo appena esaminato una caduta degli investimenti e quindi della

produzione e dell’occupazione. Alcuni economisti di stampo liberista talvolta

hanno affermato che per rimediare a un calo degli investimenti occorre aumentare

i risparmi. L’idea è che le famiglie consumano troppo e quindi forniscono poco

risparmio alle imprese per il finanziamento degli investimenti. Secondo questa

visione, solo se la popolazione riduce il consumo e decide di rendere disponibili

maggiori risparmi per le imprese, queste ultime potranno usarli per aumentare gli

investimenti in nuovi macchinari e attrezzature e rendere così più efficiente e

produttiva l’economia. Stando a questa concezione – che era molto in voga tra gli

economisti liberisti dell’Inghilterra “vittoriana” di fine ‘800 e che oggi pare

tornata di moda - è solo attraverso le virtù della parsimonia e dell’astinenza dai

consumi, che si può uscire da una crisi e sviluppare l’economia. 115

Questa visione è stata fortemente criticata da John Maynard Keynes, autore della

Teoria generale del 1936. Keynes, che scriveva in un’epoca di grave crisi

economica mondiale, sostenne che il tentativo di risollevare l’economia riducendo

i consumi per aumentare i risparmi avrebbe soltanto peggiorato la situazione

economica. In particolare, Keynes mise in luce l’esistenza di un “paradosso del

risparmio”, che andava contro i luoghi comuni dei teorici dell’astinenza: il

paradosso infatti evidenzia che se si riducono i consumi la produzione non

aumenta ma si riduce, ed inoltre i risparmi non aumentano ma restano invariati.

Per comprendere il senso della critica di Keynes, applichiamo la ricetta dei

liberisti e vediamo cosa accade. Supponiamo che per uscire dalla crisi si decida di

ridurre il consumo autonomo c . Si spera che in tal modo i consumi si riducano, i

0

risparmi aumentino e quindi vi siano più risorse finanziarie per riattivare gli

investimenti delle imprese e per rilanciare la produzione. Ma al di là degli auspici,

quali saranno gli effetti reali di questa riduzione del consumo autonomo? Come

vedremo, gli effetti sono due: la domanda, la produzione e il reddito si riducono,

mentre il risparmio resta invariato.

Dimostriamo questi risultati riprendendo l’equazione (1) della produzione di

equilibrio: 1

   

(

1

) Y ( c I G c T )

0 1

1 c

1

Da questa equazione rileviamo facilmente che la riduzione di c implica una

0

riduzione della domanda di merci e quindi anche della produzione,

dell’occupazione e del reddito. Si viene pertanto a determinare un effetto

esattamente opposto a quello auspicato, e questo per una ragione molto semplice:

gli economisti che intendono applicare le ricette dell’epoca “vittoriana”, e che

propongono quindi la riduzione dei consumi e l’aumento dei risparmi per

risollevare l’economia, non tengono conto del fatto che se si riducono i consumi si

determina un calo ulteriore di domanda, di produzione, di occupazione e di

reddito, e quindi un aggravamento della crisi.

Ma c’è di più. E’ possibile infatti dimostrare che, contrariamente alle attese, la

riduzione del consumo autonomo non riesce nemmeno a provocare un aumento

dei risparmi. Il che in effetti sembra strano, nel senso che di fronte a un calo dei

consumi pare naturale attendersi un aumento corrispondente dei risparmi. Per

spiegare questo apparente “paradosso” prendiamo l’equazione del risparmio S.

Questo è dato dal reddito al netto delle tasse, meno i consumi:

  

S Y T C 116

da cui, sostituendovi l’equazione del consumo, otteniamo:

    

S Y T c c (

Y T )

0 1

    

S c (

1 c )(

Y T )

0 1

Da quest’ultima equazione possiamo trarre le seguenti considerazioni. Vediamo

subito che la riduzione del consumo autonomo dà luogo a due effetti contrastanti:

da un lato essa provoca effettivamente un aumento diretto del risparmio S;

dall’altro lato, però, come abbiamo visto prima, al diminuire di c si verifica pure

0

una riduzione della domanda, quindi una riduzione della produzione e del reddito

Y e dunque anche un calo del risparmio S. Il che dopotutto è ovvio: la caduta dei

consumi provoca cali di produzione e di occupazione, ed è chiaro che se

aumentano i disoccupati questi si ritroveranno senza reddito e quindi anche senza

possibilità di risparmiare.

La riduzione del consumo autonomo produce dunque due effetti contrastanti sul

risparmio: uno diretto che è positivo, e l’altro mediato dalla domanda e dal reddito

che invece è negativo. Ma quale dei due effetti tende a prevalere? Alla fine si

dimostra che i due effetti si elidono a vicenda, e quindi il risparmio non subisce

alcun mutamento in seguito alla riduzione del consumo autonomo. Infatti,

partendo dalla equazione dell’equilibrio tra produzione e spesa:

  

Y C I G

Sottraendo a destra e a sinistra T e C, otteniamo:

    

Y T C I G T

Ma il termine a sinistra corrisponde proprio al risparmio S, e quindi possiamo

scrivere:

  

S I G T

Ora, si vede chiaramente che in equilibrio il risparmio dipende esclusivamente

dagli investimenti delle imprese e dalla spesa pubblica al netto delle tasse. Ma

questi come è noto sono tutti dati esogeni. Per cui, se questi dati non si

modificano, nemmeno il risparmio può modificarsi, nonostante che il consumo

autonomo si sia ridotto. Ecco dunque dimostrato il paradosso del risparmio. 117

ESEMPIO N.3: il paradosso del risparmio. Il fatto che la riduzione del consumo

autonomo non riesca a risollevare l’economia, ma provochi al contrario un calo di

produzione e lasci pure del tutto invariato il risparmio, può essere verificato

tramite un esempio numerico. Supponiamo che, dopo la crisi di fiducia e la caduta

degli investimenti, si cerchi di risollevare l’economia tramite una riduzione di c

0

da 50 a 40 miliardi. I dati dunque sono:

c 40

0

I 150

G 100

T 100

 

c 0

,

5 1 / 2

1

Calcoliamo la produzione di equilibrio:

1

   

Y ( 40 150 100 (

1 / 2

)

100

)

1 1 / 2

Y 2 ( 240 )

Y 480

Rileviamo subito che la riduzione del consumo autonomo, anziché migliorare la

situazione, ha provocato un ulteriore calo della produzione. Vediamo infine cosa è

accaduto al risparmio. Data l’equazione del risparmio riportata in precedenza:

    

S c (

1 c )(

Y T )

0 1

calcoliamo innanzitutto il livello del risparmio prima della riduzione del consumo

autonomo, cioè con c = 50 e Y = 500:

0

     

S 50 (

1 1 / 2

)(

500 100

) 150

Ricalcoliamo quindi il risparmio dopo la riduzione del consumo autonomo, cioè

con c = 40 e Y = 480:

0

     

S 40 (

1 1 / 2

)( 480 100

) 150

Come si vede, la riduzione del consumo autonomo non ha provocato alcun effetto

sul risparmio, visto che il calo di c è perfettamente compensato dal calo di

0

domanda e quindi di Y. Il “paradosso” è dunque confermato. Per uscire dalla crisi

occorre cercare altre strade. Ad esempio, come vedremo, la politica espansiva. 118

4.3 Spesa pubblica, tassazione e teorema di Haavelmo sul bilancio in pareggio

ESEMPIO N.4: una politica di espansione della spesa pubblica. E’ chiaro che la

crisi di fiducia, e la conseguente riduzione della domanda e della produzione,

avranno scatenato un’ondata di licenziamenti, e avranno quindi accresciuto la

disoccupazione. In tal caso le autorità politiche potrebbero cercare di effettuare

politiche espansive, al fine di aumentare la domanda di merci ed uscire così dalla

crisi. Supponiamo ad esempio che le autorità di governo decidano di aumentare la

spesa pubblica. Ad esempio, possiamo assumere che la spesa pubblica diventi G =

G

150, ossia aumenti di = 50 rispetto al suo valore iniziale di 100. Dunque ora

abbiamo:

c 50

0 

I 150

G 150

T 100

 

c 0

,

5 1 / 2

1

Utilizzando sempre l’equazione (1), possiamo calcolare il nuovo livello di

equilibrio della produzione:

1

   

Y (

50 150 150 (

1 / 2

)

100

)

1 1 / 2

Y 2 (

300

)

Y 600

Si noti che, grazie all’aumento della spesa pubblica, il governo è riuscito a

riportare l’economia al livello di produzione antecedente alla crisi. Ovviamente lo

stesso calcolo poteva essere direttamente effettuato sulle variazioni, senza passare

G

per il calcolo dei livelli. Sapendo che = 50, e assumendo sempre per ipotesi

c I T

che = = = 0, usando la (2) otteniamo:

0 119

1

 

Y (

50

)

1 1 / 2

 

Y 2 (

50

)

 

Y 100

che corrisponde esattamente all’aumento della produzione dal livello di 500

causato dalla crisi al nuovo livello di 600 generato dall’espansione della spesa

pubblica. Si noti che il moltiplicatore della spesa autonoma funziona non solo “in

negativo”, come nel caso precedente, ma anche “in positivo” come in questo caso.

Infatti, al governo è bastato un aumento di spesa pubblica di 50 per ottenere un

aumento finale della produzione di 100. Posto ad esempio che il governo abbia

speso 50 miliardi per la costruzione di nuovi edifici scolastici, evidentemente avrà

impiegato nei cantieri dei lavoratori che precedentemente erano disoccupati e

quindi nullatenenti. Questi lavoratori, essendo occupati, adesso dispongono di un

reddito e quindi potranno aumentare a loro volta i consumi, il che farà aumentare

l’attività delle imprese produttrici di beni di consumo, e dunque anche

l’occupazione di ulteriori lavoratori presso di esse, e così via. Alla fine l’aumento

della spesa complessiva, e conseguentemente anche della produzione e degli

occupati necessari a realizzarla, è maggiore della spesa pubblica iniziale.

Si noti che il moltiplicatore, rappresentato dal termine 1/1-c , genera effetti tanto

1

più intensi quanto maggiore è la propensione al consumo. Ad esempio, se c

1

aumenta da 1/2 a 2/3 il motiplicatore 1/1-c aumenta da 2 a 3 e quindi tende ad

1

accentuare la variazione iniziale della spesa autonoma. La spiegazione è semplice:

se i lavoratori hanno una forte propensione a consumare, allora nel momento in

cui vengono assunti e retribuiti tratterranno poco reddito per fini di risparmio e

tenderanno a spenderne molto per consumi. Ciò significa che solo una piccola

parte del reddito resterà giacente nei portafogli, mentre la maggior parte verrà

rimessa nel circuito economico, il che darà luogo ad un elevato effetto

moltiplicativo sulla domanda e sulla produzione.

ESEMPIO N.5: una politica di riduzione della tassazione. In effetti, per stimolare

la domanda di merci e uscire così dalla crisi, il governo potrebbe anche ridurre le

tasse anziché aumentare la spesa pubblica. Le tasse sono fondamentali per

finanziare l’amministrazione dello Stato e i servizi essenziali come l’ordine

pubblico, la sanità, l’istruzione, ecc. Al tempo stesso però esse sottraggono

reddito ai singoli cittadini, e quindi tendono a deprimere le loro spese per consumi

privati. Abbattendo la tassazione, il governo può quindi lasciare ai privati una

maggiore disponibilità di reddito, e permette ad essi di accrescere la domanda di

G

merci. In sostituzione di = 50, il governo può dunque decidere di ridurre le

120

T 

tasse di = 50. Senza bisogno di calcolare il livello, soffermiamoci

direttamente sulla variazione della produzione che consegue alla riduzione delle

T  c I G

tasse. Sapendo che = 50, e che per ipotesi = = = 0, sostituendo

0

questi valori nella equazione (2):

1

        

Y ( c I G c T )

0 1

1 c

1

otteniamo che:

1

     

Y ( 0 0 0 (

1 / 2 )( 50 ))

1 1 / 2

 

Y 2 ( 25

)

 

Y 50

A questo punto è fondamentale notare una differenza tra la politica precedente, di

espansione della spesa pubblica, e la politica appena esaminata, basata sulla

riduzione delle tasse. L’aumento di spesa pubblica pari a 50 aveva infatti

provocato un aumento complessivo della produzione pari a 100. In questo caso,

invece, una riduzione delle tasse di 50 (ovvero una riduzione di pari entità rispetto

all’aumento della spesa pubblica) provoca un aumento della produzione di soli 50

miliardi, ossia molto minore. Dunque la politica basata sulla espansione della

spesa pubblica G risulta più efficace della politica fondata sulla riduzione delle

tasse T. Quali sono le cause di questa diversa efficacia? La risposta può essere

individuata osservando nuovamente l’equazione (2):

1

        

Y ( c I G c T )

0 1

1 c

1

Da questa equazione si rileva chiaramente che mentre le variazioni di G si

scaricano interamente sulla produzione Y, invece solo la percentuale c delle

1

variazioni di T si ripercuote su Y. La ragione è che se il governo aumenta ad

esempio G di 50 miliardi, questi si trasformeranno interamente in maggiore spesa

(es. per la costruzione di edifici scolastici, di strade, ecc.) e quindi anche in

maggiore produzione e in maggiore reddito per i lavoratori che partecipano alla

produzione. Al contrario, se il governo riduce T di 50 miliardi, i cittadini

effettivamente si ritroveranno con un reddito disponibile maggiore, ma di questo

maggiore reddito essi ne spenderanno soltanto una parte. Ad esempio, se la

propensione al consumo è c = 1/2, questo significa che i cittadini spendono solo il

1

50% dei loro redditi a fini di consumo, mentre accantonano l’altro 50% sotto

forma di risparmio. Dunque, se a seguito di una riduzione delle tasse i cittadini si

121

trovano con 50 miliardi in più di reddito disponibile, essi ne spenderanno solo 25

e quindi alla fine questa politica darà luogo ad un aumento di domanda e di

produzione inferiore rispetto a quella basata sulla spesa diretta del governo.

La maggiore efficacia di G rispetto a T può essere formalizzata attraverso il

cosiddetto teorema di Haavelmo sul bilancio in pareggio. Per descrivere il

teorema, partiamo dalla seguente ipotesi: per evitare di aggravare il disavanzo

pubblico il governo intende finanziare tutti gli aumenti di spesa pubblica con

uguali incrementi della tassazione. Il disavanzo (detto anche deficit) di bilancio

pubblico è dato infatti dall’eventuale eccesso di spese dello Stato G rispetto alle

entrate fiscali T.

(3) Deficit pubblico = G - T

Se si vuole evitare questo disavanzo, se cioè si vuole mantenere il bilancio

pubblico in pareggio, occorre che G e T siano uguali e si muovano assieme. Ossia,

G

partendo da una ipotetica situazione di pareggio, per mantenerla occorre che:

T.

=

A prima vista si potrebbe pensare che questo tipo di politica non provochi alcun

effetto sul livello di equilibrio della produzione Y. Si può infatti presumere che

l’espansione della domanda di merci causata dall’aumento di G venga

perfettamente neutralizzata dalla riduzione della domanda causata dal pari

aumento di T. In realtà, contrariamente alle apparenze, il teorema di Haavelmo

G T)

dimostra che la politica basata sul bilancio in pareggio (cioè su = dà

luogo a un incremento di Y.

Per dimostrare questo teorema partiamo dalla equazione (2), che ci dice di quanto

varia Y al variare delle componenti autonome della domanda, cioè nel nostro caso

al variare di G e di T:

1

        

Y ( c I G c T )

0 1

1 c

1

Se assumiamo che gli investimenti e i consumi autonomi non mutino, allora si ha

c I

che = = 0 e quindi possiamo riscrivere l’equazione nel seguente modo:

0 1

    

Y ( G c T )

1

1 c

1 122

Ma noi sappiamo pure che, per ipotesi, il governo sta effettuando una politica di

G T. T

bilancio in pareggio, per cui = Possiamo quindi sostituire il termine

G

con e ottenere:

1

    

Y ( G c G )

1

1 c

1

1

   

Y (

1 c ) G

1

1 c

1

(

1 c )

1

  

Y G

1 c

1

da cui, semplificando numeratore e denominatore della frazione, si ottiene:

  

Y G G T,

Abbiamo dunque dimostrato che, con = le due politiche non si

neutralizzano a vicenda ma hanno invece un effetto positivo sulla produzione. Più

precisamente, l’aumento di Y sarà esattamente pari all’aumento iniziale di

spesa pubblica. Ma perché l’aumento delle tasse, pur essendo identico

all’aumento della spesa pubblica, non riesce a neutralizzare quest’ultima? La

G

ragione è sempre la stessa. L’aumento di spesa pubblica si traduce

interamente in spesa e quindi in un aumento della produzione. Invece l’uguale

T,

aumento delle tasse pur rappresentando una sottrazione di reddito ai privati,

se fosse rimasto nelle tasche di questi sarebbe stato speso non interamente ma solo

in parte, ossia nella percentuale data dalla propensione al consumo c . Alla fine

1

dunque l’effetto espansivo della spesa prevale sull’effetto restrittivo delle

tasse, e quindi domanda e produzione aumentano.

4.4 Il finanziamento del disavanzo pubblico e il Trattato di Maastricht

Abbiamo appena esaminato una politica basata sull’obiettivo di mantenere il

pareggio di bilancio pubblico, finanziando gli incrementi di spesa pubblica G con

uguali incrementi delle entrate fiscali T.

E’ possibile tuttavia che un governo possa essere spinto ad effettuare delle spese

in disavanzo (detto anche deficit). Dall’equazione (3) noi sappiamo che il deficit

pubblico si viene a creare quando la spesa pubblica eccede le entrate fiscali. Ci

sono varie ragioni per cui questo eccesso di spesa può venirsi a creare. In primo

123

luogo, è possibile che le autorità politiche siano indotte ad effettuare maggiori

spese per tentare di stimolare l’attività produttiva e quindi l’occupazione. Inoltre,

più in generale, i governi possono essere sottoposti a vari tipi di pressioni

politiche. Alcuni gruppi sociali chiederanno infatti di accrescere la spesa pubblica

(magari per migliorare i servizi sanitari, scolastici, i trasporti pubblici, ecc.), altri

reclameranno una riduzione della tassazione. Di conseguenza è possibile che di

fronte a simili spinte contrastanti le autorità politiche finiscano per generare

deficit pubblici, ossia eccessi sistematici delle spese sulle entrate.

Quando uno Stato si trova in una situazione di deficit, può finanziare le spese

eccedenti in due modi. Il primo modo consiste nel farsi prestare denaro dai

privati, ossia nell’indebitarsi con i privati vendendo loro titoli del debito pubblico

(esempio tipico sono i BOT); in tal caso si avrà una emissione di nuovi titoli, e

B.

quindi un aumento del debito pubblico, che qui definiremo con il termine Il

secondo modo di finanziamento verte sulla creazione di nuova moneta, ossia sulla

stampa di banconote da parte della banca centrale; in tal caso si avrà un aumento

M.

dell’offerta di moneta, che qui definiremo con Dunque, in linea di principio,

dato un certo livello del deficit pubblico G - T, si potrà finanziarlo con una pari

variazione del debito pubblico, o della quantità di moneta, oppure di una

combinazione dei due:

    

G T B M

Fino alla seconda metà degli anni ’70, era prassi abbastanza consolidata favorire

l’espansione della spesa pubblica al di là delle entrate fiscali attraverso l’aumento

del debito e la creazione di moneta. Questo orientamento ha indubbiamente dato

luogo a un’espansione dell’apparato burocratico dello Stato. D’altro canto esso ha

pure consentito ai governi di finanziare politiche di espansione della spesa

pubblica per accrescere la domanda e quindi la produzione e l’occupazione.

Inoltre, la medesima impostazione ha favorito lo sviluppo del cosiddetto “stato

sociale”, vale a dire dell’istruzione e della sanità pubblica garantita a tutti i

cittadini, e dei sistemi di previdenza e di assistenza sociale per i meno abbienti.

Tuttavia a partire dagli anni ’80 si è imposto un diverso orientamento, talvolta

definito “liberista”, teso ad impedire le politiche espansive e a contrastare la

crescita del bilancio statale attraverso l’introduzione di rigidi vincoli all’aumento

del debito pubblico e della massa monetaria.

Il Trattato di Maastricht del 1991, che ha dato avvio al progetto della moneta

unica europea, è stato fortemente ispirato da questa impostazione liberista. Infatti,

tra le altre cose, ai paesi membri dell’Unione monetaria europea il Trattato

impone i seguenti divieti: 1) il divieto per la Banca centrale europea di finanziare

i deficit pubblici tramite creazione di moneta, un divieto che può essere

facilmente espresso in termini algebrici nel seguente modo: 124

M  0

e 2) il divieto per gli stati membri dell’Unione monetaria di finanziare i deficit

pubblici tramite emissione di titoli oltre il vincolo del 3% del Pil (che corrisponde

al livello di produzione Y). Questo secondo divieto può essere espresso

algebricamente nel modo che segue. Partiamo dalla definizione del deficit

pubblico. In tal caso esso coincide con la sola emissione di nuovi titoli del debito

pubblico, visto che il Trattato esclude il finanziamento tramite creazione di

moneta:

  

G T B

dividiamo tutto per il Pil, ossia per il livello di produzione Y:

 

G T B

Y Y

Infine, introduciamo il vincolo del 3% imposto dal Trattato di Maastricht:

 

G T B

  

0

,

03 ( ossia 3 %)

Y Y

ESEMPIO N.6: verifica del rispetto o meno del vincolo del 3% del Trattato di

Maastricht. Se prendiamo i dati del terzo esempio precedente - nel quale si

cercava di rimediare a una crisi di fiducia tramite la spesa pubblica – si può

verificare se quella situazione rispetti o meno il vincolo del Trattato. Sapendo che

G = 150, che T = 100 e che il livello di equilibrio della produzione è Y = 600,

otteniamo:

 

G T 150 100

  

0 ,

083 8

,

3 %

Y 600

Dunque ci troviamo di fronte a un livello del deficit pubblico che in base al

Trattato dovremmo considerare “eccessivo”, poiché esso andrebbe ben al di là del

limite del 3% previsto dagli accordi europei. Anziché accrescere la spesa pubblica

il paese dovrà dunque ridurla per rientrare nei limiti del Trattato, nonostante la già

bassa domanda causata dalla crisi. L’esempio chiarisce che il vincolo del Trattato

può mettere in seria difficoltà un paese attraversato da una crisi, poiché impedisce

di rimediare ad essa tramite l’espansione della spesa pubblica. 125

Gli economisti di orientamento liberista tendono a difendere i divieti al

finanziamento dei deficit pubblici imposti dal Trattato di Maastricht. Molti di essi

infatti auspicano che i divieti del Trattato comprimano il bilancio pubblico e

quindi riducano la presenza dello Stato nell’economia. Altri economisti, talvolta

ispirati dalle opere eterodosse di Marx e di Keynes, hanno invece criticato i divieti

imposti dal Trattato di Maastricht. Essi ritengono che tali vincoli impediscano di

effettuare politiche espansive e quindi costringano i paesi membri dell’Unione

monetaria europea in una situazione di bassa domanda e quindi di bassa

produzione e occupazione. Gli stessi economisti ritengono inoltre che tali divieti,

restringendo il bilancio statale, provocheranno una drammatica riduzione della

produzione di beni e servizi pubblici destinati ai cittadini europei, e soprattutto ai

lavoratori e alle fasce sociali più deboli. Viene dunque sollecitata una riforma del

Trattato di Maastricht, che elimini o almeno attenui i vincoli vigenti. La grave

crisi economica in corso potrebbe in effetti dare man forte alle loro tesi,

costringendo le istituzioni europee a rivedere almeno le clausole più controverse

del Trattato.

4.5 La politica monetaria e il Trattato di Maastricht

Fino a questo momento abbiamo assunto che, a seguito di una crisi di fiducia e di

una conseguente caduta degli investimenti delle imprese, il governo intervenga

attraverso una politica di espansione della spesa pubblica e/o di riduzione delle

tasse. Tuttavia è anche possibile che in una situazione del genere intervenga la

banca centrale al posto del governo (o al limite in concerto con esso). Ad

esempio, in Europa la Banca centrale europea (BCE) potrebbe esser chiamata a un

intervento per contrastare la crisi, negli Stati Uniti questo compito spetta alla

Federal Reserve (FED), ecc.

Quando c’è una crisi la banca centrale interviene con una politica monetaria

espansiva, cioè con un aumento della quantità di moneta M in circolazione. La

banca centrale può decidere di aumentare M al fine di ridurre il tasso d’interesse.

La riduzione dei tassi d’interesse rappresenta infatti una riduzione del costo dei

prestiti e può quindi stimolare le imprese a chiedere finanziamenti alle banche per

riattivare gli investimenti, e con essi la domanda di merci e quindi la produzione e

l’occupazione.

Ma qual è la relazione che lega un aumento della quantità di moneta in

circolazione a una riduzione del tasso d’interesse? La spiegazione grafica - basata

sulla intersezione tra la curva di domanda di moneta e l’offerta di moneta - è

126

molto semplice, e può essere facilmente rintracciata nel capitolo 4 del manuale di

Blanchard. Qui però ci soffermiamo sulla spiegazione economica, cioè concreta,

del fenomeno.

La procedura solitamente adottata dalla banca centrale per modificare la quantità

di moneta circolante è la cosiddetta operazione di mercato aperto, che non è

altro che una operazione di compravendita di titoli e di moneta sul mercato

finanziario. La banca centrale entra cioè in relazione con gli operatori privati che

agiscono su quel mercato. Ad esempio, se l’obiettivo è di ridurre il tasso

d’interesse e stimolare così l’economia, allora la banca centrale dovrà da un lato

offrire moneta e dall’altro domandare titoli. In questo modo infatti la banca

centrale crea un eccesso di domanda di titoli sul mercato che farà aumentare il

prezzo dei titoli stessi (come accade per i prezzi di tutte le merci, anche i prezzi

dei titoli aumentano se c’è un eccesso di domanda, mentre diminuiscono se c’è un

eccesso di offerta).

Assumiamo ora che i titoli sul mercato siano “a reddito fisso”. Un caso tipico di

titoli a reddito fisso sono i titoli di Stato, emessi dai governi per farsi prestare

denaro dai privati (per esempio in Italia abbiamo i BOT). Un titolo a reddito fisso

è definito così poiché alla scadenza di fine anno chi lo ha emesso è tenuto a

pagare sempre la stessa somma al proprietario del titolo, ad esempio 100 euro.

Dunque il tasso d’interesse su questo titolo sarà dato dalla differenza tra

rendimento e costo del titolo, cioè sarà dato dalla cedola di 100 euro che il

proprietario ottiene alla scadenza di fine anno, meno il prezzo al quale il

proprietario ha acquistato il titolo, il tutto diviso per il medesimo prezzo:

100 P

T

i P

T

Questa formula ovviamente può essere riscritta così:

100

 

i 1

P

T

Per esempio, se un operatore privato compra al prezzo di 95 euro un titolo che a

fine anno darà una cedola fissa di 100 euro, è chiaro che il tasso di interesse del

titolo sarà pari a i = 100/95 – 1 = 0,052 = 5,2%.

La formula chiarisce la relazione inversa tra prezzo del titolo e tasso d’interesse:

una operazione di mercato aperto basata su una maggiore offerta di moneta e su

una maggiore domanda di titoli da parte della banca centrale, farà aumentare il

prezzo di mercato P del titolo e quindi (visto che il denominatore della frazione

T 127

aumenta) farà diminuire il tasso d’interesse i. Il che del resto è ovvio: l’operazione

espansiva della banca centrale fa aumentare il prezzo di mercato del titolo, ma al

tempo stesso il rendimento assoluto che il titolo garantisce è rimasto fisso a 100

euro. Pertanto, dopo l’operazione della banca centrale accade che chi compra il

titolo sul mercato lo paga di più, ma alla fine ottiene sempre la stessa somma di

cento euro. Pertanto è chiaro che il tasso d’interesse – cioè il rendimento

percentuale del titolo rispetto al prezzo - si riduce.

In generale possiamo quindi scrivere che le operazioni di mercato aperto della

banca centrale possono essere:

La banca centrale offre Conseguenza: eccesso di

Operazioni  

P i

T

moneta e domanda titoli domanda di titoli

espansive La banca centrale Conseguenza: eccesso di

Operazioni  

P i

T

domanda moneta e offre offerta di titoli

restrittive titoli

Abbiamo dunque chiarito il rapporto intercorrente tra quantità di moneta,

prezzo dei titoli e tasso d’interesse. Più in particolare, abbiamo mostrato in che

modo la banca centrale può aumentare la moneta in circolazione, aumentare il

prezzo dei titoli, ridurre il tasso d’interesse e cercare così di stimolare gli

investimenti per far uscire l’economia da una situazione di crisi.

Tuttavia, così come accadeva per le manovre sulla spesa pubblica e sulla

tassazione, anche la politica monetaria risulta oggigiorno fortemente vincolata. Il

Trattato di Maastricht, infatti, non solo vieta alla Banca centrale europea di

finanziare i deficit pubblici con moneta, ma più in generale le impone di

perseguire politiche fortemente restrittive, al fine di contenere il più possibile

l’inflazione. Il risultato è che la Bce difficilmente potrà decidere di espandere la

moneta in circolazione al fine di ridurre i tassi d’interesse per dare sostegno alla

domanda e alla produzione. Anche per questo motivo il Trattato di Maastricht è

oggetto di numerose critiche.

4.6 Politica monetaria e speculazione

Ma se anche i vincoli del Trattato venissero eliminati o attenuati, la politica

monetaria espansiva potrebbe incontrare altri tipi di ostacoli in grado di renderla

comunque inefficace. 128

Un primo ostacolo risiede nel comportamento degli speculatori, vale a dire di

quegli operatori privati che effettuano compravendite sul mercato finanziario al

fine di lucrare guadagni dalle variazioni dei prezzi dei titoli. Gli speculatori

cercano infatti di comprare quando ritengono che i prezzi dei titoli siano bassi e

siano quindi destinati ad aumentare, e cercano invece di vendere quando ritengono

che i prezzi siano alti e siano pertanto destinati a cadere.

Gli speculatori cercano dunque di prevedere l’andamento futuro dei prezzi dei

titoli, in modo da poter lucrare su di essi. A seconda che prevedano rialzi o cadute

dei prezzi, essi si dividono in rialzisti (detti anche “tori”) e ribassisti (detti “orsi”).

Qui di seguito sono riportati due esempi di strategie speculative, rispettivamente

dei rialzisti e dei ribassisti:

Caso A: I rialzisti scommettono Caso B: I ribassisti scommettono

su un aumento futuro di P su una riduzione futura di P

T T

1) Mi faccio prestare 50 titoli al tasso del 10%

1) Mi faccio prestare 100 al tasso del 10% (quindi dovrò restituire i titoli più il 10% del

(quindi dovrò restituire 110) loro

2) Compro 50 titoli al prezzo corrente P =2

T valore corrente)

3) Attendo che il prezzo dei titoli aumenti 2) Vendo i 50 titoli al prezzo corrente P =3

4) Rivendo i 50 titoli al nuovo prezzo P =3 T

T ed ottengo quindi 150

5) Dalla vendita ricavo 150 3) Attendo che il prezzo dei titoli diminuisca

6) Restituisco i 110 dovuti al prestatore 4) Ricompro i 50 titoli al nuovo prezzo P =2

7) Ed ottengo dunque 150 – 110 = 40 T

spendendo quindi 100 per l’acquisto

di guadagno speculativo netto. 5) Restituisco i titoli al proprietario e pago

anche un

interesse di 15 (cioè il 10% dei 150 che

valevano all’inizio)

6) Alla fine mi restano 150 – 100 - 15 = 35

di guadagno speculativo netto

Chiaramente questi esempi si riferiscono a situazioni in cui gli speculatori vedono

confermate le loro attese. Ben diversa sarebbe la situazione se l’andamento dei

prezzi non confermasse le previsioni di tali operatori.

ESEMPIO N.7: speculazioni errate. Si calcoli il risultato netto del rialzista nel

caso in cui il nuovo prezzo di mercato del titolo sia P = 1 anziché P = 3. Si

T T

calcoli poi il risultato netto del ribassista nel caso in cui il prezzo di mercato del

titolo rimanga al livello iniziale P = 3 anziché diminuire a P = 2. Si

T T 129

verificherà che in queste diverse circostanze gli speculatori conseguono delle

perdite in conto capitale.

Descritto a grandi linee il comportamento degli speculatori, si tratta ora di capire

in quale circostanza questi possono rendere inefficace una politica monetaria

espansiva. La circostanza in questione è quella in cui sul mercato prevalgono

nettamente i ribassisti. Questi soggetti sono convinti che i titoli siano destinati a

deprezzarsi, e quindi non vedono l’ora di liberarsi degli stessi non appena

troveranno un acquirente. Pertanto, nel momento in cui la banca centrale

interviene sul mercato offrendo moneta e domandando titoli, essa si ritroverà con

una gran massa di operatori pronti a venderle tutti i titoli di cui dispongono.

Questo significa che l’offerta di titoli da parte dei ribassisti sarà tale che non si

verrà a creare nessun eccesso di domanda. La conseguenza è che il prezzo dei

titoli non aumenta e il tasso d’interesse non diminuisce. La politica della banca

centrale risulta quindi inefficace a causa dell’interferenza degli speculatori.

In letteratura questo caso va sotto il nome di trappola della liquidità. Il nome

indica quelle situazioni in cui molti operatori finanziari vanno a caccia di moneta

liquida e cercano invece di liberarsi delle scorte di titoli, poiché ritengono che

questi siano destinati a perdere valore. Essendo convinti di un prossimo ribasso

dei prezzi dei titoli, gli operatori cercano di venderli e di ottenere in cambio

moneta, detta anche liquidità.

4.7 Politica monetaria, libera circolazione dei capitali e controlli

Esiste infine un ulteriore ostacolo alla politica monetaria espansiva, che si

presenta nel caso in cui vi sia libera circolazione dei capitali da un paese

all’altro. Gli speculatori e gli altri operatori sui mercati finanziari, infatti, oltre a

fare scommesse sui prezzi futuri sono anche alla continua ricerca sul mercato

mondiale di titoli che assicurino il tasso d’interesse più elevato.

Nel dopoguerra la ricerca da parte degli operatori privati di titoli ad elevato

rendimento era comunque limitata a causa dell’esistenza di norme che ponevano

rigidi vincoli e controlli alla circolazione dei capitali da un paese all’altro.

Tuttavia, con il passare degli anni questi vincoli sono stati via via rimossi. La

conseguenza è che oggi sussiste quasi in tutto il mondo una situazione di libera

circolazione dei capitali. E’ chiaro allora che in condizioni di piena libertà di

movimento, i capitalisti finanziari cercano di spostare le loro ricchezze in quei

paesi che garantiscono più vantaggi, e in particolare che assicurano tassi

130

d’interesse più elevati rispetto agli altri. Tali movimenti di capitale da un paese

all’altro si arrestano solo nel momento in cui i titoli dei vari paesi offrono il

medesimo rendimento, al netto delle variazioni attese del tasso di cambio. La

condizione che ferma gli spostamenti, e che mette dunque in equilibrio i mercati,

è detta condizione di arbitraggio, oppure condizione di parità scoperta dei tassi

d’interesse. Dal testo di Blanchard noi sappiamo che tale condizione è data da:

E

* t

  

1 i (

1 i )

t t e

E 

t 1

dove la parte sinistra indica il rendimento i che si ottiene acquistando titoli

nazionali, mentre la parte destra indica il rendimento i* derivante dall’acquisto di

titoli esteri. Questo secondo rendimento, si badi, è calcolato includendo le

3

eventuali variazioni del tasso di cambio nominale E.

Ora, è chiaro che finché la parte sinistra risulta inferiore alla parte destra

dell’equazione, allora conviene spostare i capitali all’estero per acquistare titoli

stranieri, che rendono di più. Viceversa, nel caso in cui la parte sinistra sia

maggiore, conviene tenere i capitali in patria. Si comprende pertanto che se la

banca centrale vuole evitare fughe di capitali all’estero, dovrà sempre fissare

un tasso d’interesse interno in grado di rispettare la condizione di parità

scoperta, dati ovviamente il tasso prevalente all’estero e il tasso di cambio atteso.

ESEMPIO N.8: il tasso minimo per evitare fughe di capitale. Assumendo che il

tasso di cambio corrente sia dato da E = 1,08$/1, che il tasso di cambio atteso

t

sia E = 1$/1, e che il tasso d’interesse sui titoli USA sia i* = 0,1 (ossia il

t+1

10%), calcoliamo il tasso d’interesse i che la Banca centrale europea dovrà fissare

per evitare fughe di capitale all’estero:

3 Attenzione: qui si fa l’ipotesi che il tasso di cambio nominale E sia definito in termini del prezzo

della moneta nazionale in termini di moneta estera, dove per “nazionale” intendiamo l’Italia e più

in generale l’Europa, mentre per “estero” intendiamo prevalentemente gli Stati Uniti. Cioè, dal

punto di vista di noi italiani (ed europei), definiamo il cambio come prezzo di un euro in termini di

dollari. Ad esempio, potremmo avere che E = 1,20$/1Є. Le versioni più recenti del manuale di

Blanchard usano esattamente questa convenzione. Se invece si usa la definizione alternativa del

cambio, come prezzo della moneta estera in termini di moneta nazionale, oppure se per

“nazionale” si intendono gli USA (come accadeva nelle prime versioni del manuale di Blanchard

tradotte in italiano), allora la formula della condizione di parità va invertita.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia e management
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Sannio - Unisannio o del prof Brancaccio Emiliano.

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