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Appunti di economia politica

Appunti delle lezioni di Fondamenti di Economia politica di Emiliano Brancaccio, Facoltà di Scienze economiche e aziendali, Università del Sannio.

Terza versione

Febbraio 2012

Attenzione

Questi appunti rappresentano sbobinamenti e stralci dalle lezioni di Fondamenti di Economia politica del prof. Emiliano Brancaccio, coadiuvato dal dott. Domenico Suppa. Gli appunti potrebbero contenere alcuni errori e imprecisioni. Gli appunti integrano ma non sostituiscono i testi di riferimento.

  • I cap. 1 e 2 degli appunti rappresentano una introduzione generale.
  • Il cap. 3 è dedicato alla microeconomia.
  • Il cap. 4 va affiancato al testo di Blanchard.

Indice

Introduzione

  • Cenni di storia dell’economia politica
    • Un approccio critico all'economia politica
    • Gli economisti classici
    • Karl Marx
    • L’approccio neoclassico-marginalista
    • La Grande Crisi e Keynes
    • La Sintesi neoclassica e il nuovo mainstream
    • Per una critica della teoria economica mainstream
  • Elementi di teoria classica e marxiana
    • Un esempio del liberismo dei classici: il problema dei vantaggi comparati di Ricardo
    • La condizione di riproducibilità del sistema economico nei classici e in Marx
  • Microeconomia e macroeconomia neoclassica
    • La teoria neoclassica della scelta razionale individuale: il caso del consumatore
    • Il vincolo di bilancio del consumatore
    • Utilità, ordinamento delle preferenze e curve di indifferenza
    • La scelta del consumatore
    • La curva di domanda individuale
    • Il surplus del consumatore
    • La variazione della domanda individuale rispetto al reddito
    • Dalla curva di domanda individuale alla curva di domanda di mercato
    • La teoria neoclassica dell'impresa
    • La massimizzazione del profitto dell'impresa
    • L'impresa in concorrenza perfetta
    • Rappresentazione grafica dell'equilibrio ottimale dell'impresa
    • Domanda, offerta ed equilibrio del mercato di concorrenza perfetta
    • L'elasticità della domanda rispetto al prezzo
    • Monopolio e oligopolio
    • Dalla microeconomia alla macroeconomia neoclassica
  • Dispense integrative del manuale di Blanchard
    • Una specificazione del modello di determinazione della produzione
    • Il paradosso del risparmio
    • Spesa pubblica, tassazione e teorema di Haavelmo
    • Il finanziamento del disavanzo pubblico e il Trattato di Maastricht
    • La politica monetaria e il Trattato di Maastricht
    • Politica monetaria e speculazione
    • Politica monetaria, libera circolazione dei capitali e controlli

Cenni di storia dell’economia politica

Un approccio critico alla economia politica

È vero che la diffusione dei contratti “precari” ha contribuito a ridurre la disoccupazione? Per quale motivo negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una caduta della quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori salariati? Quali sono gli effetti dell'immigrazione sui salari dei lavoratori nativi? Quali sono le possibilità per un figlio di operai di veder migliorare le proprie condizioni di lavoro e di vita rispetto a quelle dei genitori? Perché alcuni paesi hanno visto crescere la loro ricchezza più rapidamente di altri? Quali sono le cause della crisi economica mondiale esplosa nel 2008? L’economia politica prova a rispondere a queste e a molte altre domande. Si tratta di questioni scottanti, che riguardano il vissuto quotidiano di tutti noi, e dalle quali in larga misura scaturiscono le condizioni del nostro benessere.

A questo tipo di domande si risponde di solito con dei luoghi comuni. Per esempio, è un convincimento diffuso che gli Stati Uniti rappresentino il paese del “sogno americano”, dove anche la persona più umile, se sufficientemente abile e volenterosa, può raggiungere le più alte vette della scala sociale. Questo è ad esempio il messaggio del celebre film “La ricerca della felicità”, con Will Smith e di Gabriele Muccino.

Ma le cose stanno davvero così come ci dice quel film e come di solito tendiamo a credere? A quanto pare no. Il grafico posto qui di seguito mostra i tassi di “immobilità sociale” calcolati dall’OCSE per alcuni paesi. La misura rappresenta in un certo senso un indice della probabilità che può avere un individuo di situarsi in una posizione sociale analoga a quella della famiglia di origine. Essa cioè misura il peso della classe sociale di provenienza sui destini di ciascun individuo. Più alto è l’indice, più è probabile che un figlio, al di là dei meriti individuali, si ritrovi in una posizione sociale simile a quella dei genitori.

Ebbene, contrariamente al messaggio del film di Muccino e ai luoghi comuni sul “sogno americano”, si può notare che gli Stati Uniti si caratterizzano per un elevato tasso di “immobilità sociale”. Peggio degli USA fanno soltanto il Regno Unito e, purtroppo, l’Italia.

Attraverso l’uso dei dati e la loro corretta interpretazione, l’economia politica può dunque contribuire a sfatare dei “miti”, e può aiutarci a comprendere meglio le caratteristiche della realtà sociale che ci circonda. L’importanza dell’economia politica per tutti gli aspetti della vita sociale è del resto testimoniata dall’influenza che le variabili economiche possono avere sui più svariati comportamenti umani. Basti pensare alle correlazioni esistenti tra disoccupazione e suicidio, tra povertà e criminalità, tra partecipazione delle donne al lavoro e divorzi, tra disuguaglianza sociale e rigidità delle norme morali, e così via.

La rilevanza dell'economia politica è dunque evidente. Ma quale potrebbe essere una definizione rigorosa di questa disciplina? In termini del tutto preliminari, possiamo affermare che l’economia politica indaga sui modi in cui una società si organizza per affrontare le seguenti quattro questioni fondamentali: come produrre, cosa produrre, quanto produrre e come distribuire ciò che si è prodotto. Naturalmente tale definizione è molto generica, e in questi termini risulta compatibile con qualsiasi indagine economica. Tuttavia nel corso di queste lezioni avremo modo di approfondire il suo significato e scopriremo che ogni scuola di pensiero economico tende a interpretarla in modo particolare. A questo proposito è importante comprendere che esistono diversi modi di concepire l’economia. E quindi esistono anche diversi tipi di manuali attraverso i quali l’economia viene insegnata.

I manuali oggigiorno più diffusi sono quelli realizzati da alcuni noti economisti americani. Basti citare, per esempio, i testi di Paul Samuelson, Gregory Mankiw, Olivier Blanchard, Joseph Stiglitz, tra gli altri. Si tratta di libri indubbiamente molto apprezzati, sia per la ricchezza di contenuti che per la immediatezza del linguaggio. Tuttavia questi testi presentano un limite: troppo spesso essi danno agli studenti la sensazione che esista una sola rappresentazione possibile della realtà economica, vale a dire una sola teoria, un solo “modello” universalmente accettato dalla comunità degli studiosi.

Ma l’idea che per ogni fenomeno della realtà esista un solo modello interpretativo è contraddetta dal fatto che, in tutti i campi di ricerca, ingenti risorse umane e materiali vengono dedicate alla continua verifica dei diversi modelli esistenti, al fine di valutare quale di essi sia maggiormente in grado di interpretare i fatti concreti. Questo è vero in fisica, in chimica, in biologia, ma lo è ancora di più nell’ambito dell’economia politica, dove i contrasti tra i ricercatori sulla teoria da preferire sono particolarmente accentuati. Lo studente deve pertanto comprendere che il più delle volte l’economia si presenta come un luogo concettuale di contesa tra interpretazioni alternative della realtà che ci circonda.

In questo senso, come vedremo, per tutto il corso della trattazione verranno messi a confronto due indirizzi alternativi di ricerca. Da un lato analizzeremo le versioni passate e presenti del cosiddetto mainstream, cioè dell’approccio attualmente dominante detto neoclassico-marginalista. Dall’altro lato studieremo il cosiddetto approccio critico, che prende spunto dalle opere di Karl Marx, John Maynard Keynes, Piero Sraffa ed altri per criticare l’impianto concettuale dell’approccio neoclassico dominante e per indicare una diversa interpretazione dei fatti economici e sociali.

Del resto, che l’economia politica abbia sempre rappresentato una sorta di “campo di battaglia” tra visioni contrapposte è dimostrato dalla sua evoluzione storica. Nei brevissimi cenni che seguono proveremo a dare un’idea di alcune tra le più celebri dispute tra economisti.

Gli economisti classici

In genere si ritiene che la nascita di una vera e propria scienza economica sia avvenuta tra il 1760 e il 1830, ossia a cavallo di quella prima Rivoluzione industriale che in Inghilterra e in altri paesi creò le basi per la piena affermazione del modo di produzione capitalistico (cioè di un sistema nel quale la classe dei capitalisti detiene il controllo dei mezzi di produzione, mentre la classe dei lavoratori si presenta sul mercato offrendo ai capitalisti la propria forza lavoro in cambio di un salario). Durante la prima Rivoluzione industriale si assiste a un grande processo di innovazione tecnologica, di allargamento dei mercati, di concentrazione dei capitali, di trasformazione di larghe masse di lavoratori in operai salariati e di aumento generalizzato della scala della produzione e della circolazione delle merci. Tali trasformazioni economiche sono accompagnate anche da importanti cambiamenti negli assetti sociali e politici. In questa fase si registra infatti il relativo declino politico della classe aristocratica dei proprietari terrieri e prende avvio l’ascesa sociale e politica di una nuova classe di soggetti, quella dei capitalisti proprietari delle moderne imprese agricole e industriali. Il successo dei capitalisti porta a una nuova concezione dello Stato: non più espressione degli interessi del sovrano e dell’aristocrazia fondiaria, l’autorità statale viene chiamata a favorire lo sviluppo del capitale. Nuovo scopo del potere politico è dunque di salvaguardare gli interessi della nuova classe capitalista emergente, in contrapposizione alle istanze provenienti dalla classe dei proprietari terrieri.

È esattamente in questi scenari che avviene la pubblicazione delle fondamentali opere di due studiosi considerati i padri fondatori della scienza economica moderna: lo scozzese Adam Smith, autore della Ricchezza delle nazioni del 1776; e l’inglese David Ricardo, autore dei Principi di economia politica e della tassazione del 1817. Smith e Ricardo sono considerati i massimi esponenti della cosiddetta economia classica. Gli economisti classici risultano in larga parte sostenitori del cosiddetto liberismo, o “laissez-faire”. A grandi linee il liberismo è quella dottrina politica che si situa alla base dell’idea che per favorire lo sviluppo economico e la crescita del benessere di tutti si debbano liberare le forze del mercato dai lacci dell’autorità statale, cioè si debba “lasciar fare” ai capitalisti privati. Sia pure seguendo ragionamenti molto articolati e con diversi accenti e sfumature, Smith e Ricardo in definitiva sostengono le tesi liberiste. Essi infatti ritengono che ci si dovrebbe affidare prevalentemente alle forze spontanee del mercato e della concorrenza tra le imprese private, senza inutili vincoli o intromissioni da parte dello Stato. A questo proposito, Smith elabora il cosiddetto “teorema della mano invisibile”. Secondo questo “teorema” gli individui agiscono nel libero mercato guidati dal loro egoismo personale, ma proprio seguendo i loro interessi particolari essi inconsapevolmente contribuiscono allo sviluppo economico complessivo, e quindi finiscono per servire l’interesse di tutti. Scrive Smith che «ciascuno è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non era parte delle proprie intenzioni». Le forze del mercato rappresentano cioè una “mano invisibile” che guida i singoli individui egoisti a compiere il bene comune dello sviluppo economico. In questo senso egli aggiunge che «non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci dobbiamo aspettare la cena, ma dal fatto che essi perseguono il proprio interesse». Il motivo per cui secondo Smith il “teorema” funziona è che i capitalisti proprietari delle imprese, in concorrenza tra loro, cercheranno di prevalere gli uni sugli altri producendo esattamente le merci che i consumatori desiderano. Inoltre, i capitalisti cercheranno di adottare i metodi produttivi più efficienti al fine di ridurre al minimo i costi, ed essere quindi più competitivi rispetto ai diretti concorrenti. La riduzione dei costi farà sì che le merci siano vendute ai prezzi più bassi possibili, il che garantirà sviluppo e benessere diffuso. A grandi linee, sono questi i motivi per cui secondo Smith è bene lasciare che le forze del mercato e della concorrenza siano tendenzialmente lasciate libere di operare.

Una sorta di teorema della mano invisibile verrà in seguito applicato da David Ricardo anche al caso dei rapporti internazionali. Per Ricardo occorre infatti salvaguardare le libertà di mercato non soltanto quando si considerino i singoli capitalisti in concorrenza tra loro, ma anche quando si tratti di nazioni che competono negli scambi commerciali. Ricardo quindi era non soltanto un liberista ma anche un “liberoscambista”. Egli cioè non era semplicemente un fautore del liberismo economico tra le imprese e tra i singoli individui, ma sosteneva anche il libero scambio tra paesi. Egli elaborò in questo senso il famoso “teorema dei vantaggi comparati”. Questo teorema ci dice che il libero scambio di merci tra paesi è sempre vantaggioso per tutti. In quest’ottica, anche se un paese fosse più efficiente di un altro nella produzione di tutte le merci, al primo converrà comunque concentrarsi nella produzione delle merci in cui sia relativamente più efficiente, mentre potrà lasciare la produzione delle altre merci al secondo paese. In questo senso Ricardo sostenne che l’Inghilterra avrebbe dovuto specializzarsi nella produzione e nella esportazione di manufatti industriali, mentre avrebbe dovuto importare grano dagli altri paesi. Il consiglio che Ricardo dava all’Inghilterra era quindi di abbandonare il protezionismo commerciale, cioè di rinunciare ai dazi con i quali il paese cercava di proteggere l’agricoltura nazionale dalla importazione di grano proveniente dall’estero. I dazi erano sostenuti dai proprietari fondiari inglesi, che guadagnavano dalla produzione di grano sui loro terreni. Ma per Ricardo la classe dei proprietari terrieri rappresentava un ostacolo allo sviluppo economico. Il paese doveva quindi abbandonare le protezioni, specializzarsi nella manifattura e aprirsi agli scambi internazionali.

Gli economisti classici offrivano quindi una interpretazione sostanzialmente positiva del capitalismo e delle leggi della concorrenza che lo governavano. Essi talvolta definivano “naturale” l’equilibrio concorrenziale determinato dalle forze del mercato. In tal modo sembravano voler dare l’idea che il capitalismo si sviluppasse secondo “leggi naturali”, ossia in un certo senso armoniche ed eterne. I classici tuttavia non nascondevano gli elementi di conflitto insiti nella società capitalista. Non a caso Smith e Ricardo ritenevano che la società fosse divisa in classi: i proprietari terrieri, i capitalisti e i lavoratori. In varie circostanze essi riconobbero che le classi sociali hanno interessi irriducibilmente contrapposti tra loro. Ricardo, in particolare, costruì una teoria secondo cui il profitto spettante ai capitalisti va concepito come un “residuo”, come un “surplus” che si ottiene una volta che da una data produzione totale siano state sottratte le merci spettanti ai proprietari terrieri a titolo di rendite e le merci spettanti ai lavoratori sotto forma di salari. Ma allora, se il profitto è un residuo, ciò significa che esso sarà tanto più grande quanto minori siano le rendite e i salari, il che mette chiaramente in luce i motivi di contrasto tra le classi sociali nella ripartizione della produzione.

Karl Marx

Proprio sulla concezione del profitto come “residuo”, e più in generale sugli elementi di conflitto sociale riconosciuti dagli economisti classici, farà leva Karl Marx per criticare la loro concezione positiva del capitalismo. Con la pubblicazione del Capitale nel 1867 Marx si propone il compito di elaborare una compiuta critica dell’economia politica dei classici. In questo senso egli sferra un attacco poderoso al teorema della mano invisibile. Egli infatti descrive un sistema tutt’altro che armonico ed eterno. Per Marx il capitalismo è in realtà afflitto da perenne instabilità e da crisi ricorrenti. La teoria delle crisi di Marx è molto complessa e tuttora oggetto di varie interpretazioni. Qui possiamo affermare che nella visione di Marx si intersecano due spiegazioni della crisi: da un lato la tendenza alla caduta del saggio di profitto, dall’altro la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e consumi ristretti delle masse lavoratrici.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melody_gio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi del Sannio o del prof Brancaccio Emiliano.
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