Economia: la natura della scienza economica
L'oggetto della scienza economica
La scienza economica (Economia politica) è una disciplina sorta intorno al 1750 con l’avvento della Rivoluzione Industriale. Prima del 1750 la vita era prevalentemente di tipo agricolo, caratterizzata dalla non produzione di beni e con un solo concetto: vivere per portare avanti la famiglia. Nel '700 alcune persone hanno pensato di iniziare a produrre a seguito di un evento drammatico, ovvero lo smembramento dell’aristocrazia che, riuscendo a mantenere comunque i suoi soldi, diventò “borghesia”; l’aristocrazia, tramite la borghesia, creò l’“imprenditoria”, la quale abolì l’agricolo e creò l’attività economica, ovvero quel complesso di azioni che un soggetto compie al fine di procurarsi i beni economici che gli consentono di soddisfare i propri bisogni; essa può essere studiata sotto due aspetti:
- Sociologico: Microeconomia;
- Matematico: Macroeconomia.
Questo cambiamento fu possibile grazie all’elevata forza lavoro consentita da una modesta prole. La scienza economica studia:
- Produzione: di beni, come le imprese trasformano le materie prime in prodotti finiti;
- Scambio: attraverso cui le imprese vendono i beni e i consumatori li comprano a un determinato prezzo. Tale forma nasce dopo il baratto;
- Consumo: come un individuo decide di ripartire il reddito nell’acquisto di differenti beni.
La scienza economica studia e attua una profonda analisi del comportamento umano: essa però, non considera tutti gli aspetti di questo comportamento, ma prende in esame il comportamento dell’individuo in una sfera limitata di rapporti, ovvero quelli economici (rapporti tra produzione, scambio e consumo). Fu Adam Smith a studiare attentamente il comportamento umano, più precisamente egli osservava i cambiamenti che avvenivano nelle città, soprattutto il decadimento; a lui dobbiamo la distinzione in microeconomia e macroeconomia.
L'analisi della scienza economica
Ogni individuo ha un determinato reddito, diviso in una parte che spenderà e una parte che risparmierà: con la parte che spenderà acquisterà i cosiddetti beni di consumo (l’acquisto sarà mediato da alcuni fattori, come il prezzo). Per quasi tutte le persone (sono poche quelle che vivono di rendita) esiste la necessità di trovare un lavoro per guadagnare e vivere.
Negli anni ’40 non si consumava quanto si produceva per due motivi: vi erano le guerre e il risparmio veniva fatto custodire dalle banche, le quali rilasciavano dei compensi. Negli ultimi 50 anni c’è stata l’introduzione della statistica, ovvero lo strumento attraverso cui le leggi economiche vengono sottoposte a verifica empirica e della matematica, ovvero l’applicazione del ragionamento matematico alla scienza economica; con esse si punta a prevedere ciò che succederà (econometria: punta a misurare quantitativamente i fenomeni economici): c’è un’elevata percentuale statistica, ma non è sicura al 100% poiché c’è sempre imprevedibilità. Così facendo la scienza economica si serve del contributo di altre scienze; essa tende a isolare il comportamento che l’individuo ha nell’ambito dei rapporti economici e a supporre che il suo comportamento sia determinato prevalentemente dal movente economico. Così facendo emerge il cosiddetto Homo Oeconomicus, un uomo astratto che rappresenta una semplificazione della realtà, determinato dal movente economico. L’economia politica ha generato rapporti con varie discipline, generando sottospecie come la politica economica, che spiega quali sono le conseguenze dell’intervento politico su un gruppo di individui e la scienza delle finanze, ovvero l’attività che Stato ed enti pubblici conducono per procurarsi i mezzi necessari alla soddisfazione dei bisogni pubblici (si analizzano le entrate e le spese pubbliche).
Il metodo dell'economia politica
La scienza economica utilizza due metodi:
- Deduttivo: consiste nel partire da certe premesse (ipotesi o assunti) deducendo, mediante ragionamento, tutte le conseguenze implicite in esse. Più utilizzato dai macroeconomisti;
- Induttivo: si parte dall’osservazione della realtà per arrivare a formulare leggi generali; più utilizzato dai microeconomisti.
L’uso di entrambi i metodi porta alla formazione di teorie, cioè di leggi generali che esprimono le relazioni tra i fenomeni economici; quando, le teorie, vengono espresse in forma matematica, prendono il nome di modelli.
Microeconomia e macroeconomia
Un’importante distinzione all’interno della scienza economica è quella tra:
- Microeconomia: studia il comportamento degli operatori e delle singole unità economiche (produttore, consumatore ecc.). Considera le grandezze che si riferiscono ad unità economiche elementari (individuo, famiglia, impresa ecc.);
- Macroeconomia: considera grandezze che non si riferiscono alla singola persona, ma all’intera economia o a suoi singoli settori (settore, comune, regione, nazione ecc.).
Partendo da grandezze microeconomiche, si possono analizzare quelle macroeconomiche. Il procedimento tramite cui si passa dalle grandezze microeconomiche a quelle macroeconomiche è detto aggregazione (ne esistono diversi tipi: comunale, nazionale ecc.) e, le grandezze macroeconomiche, sono note anche come grandezze aggregate. I macroeconomisti sono accusati dai microeconomisti di abuso dei metodi matematici, i quali sono pericolosissimi e a volte floppano; i macroeconomisti, secondo i microeconomisti, hanno creato false aspettative.
La teoria dell'utilità
La microeconomia inizia con la teoria dell’utilità, che si fonda sulla teoria dei bisogni ma, prima di analizzarla, è opportuno evidenziare le 4 unità economiche che contraddistinguono l’economia:
- Famiglia: persone fisiche con un doppio ruolo: consumatori e cedere forza-lavoro (ricevere un reddito);
- Imprese: produttori, organizzazione di persone con il fine di produrre beni;
- Stato: come esso interviene nell’economia. Funge anche da produttore poiché alcuni settori sono nazionalizzati;
- Resto del mondo: globalizzazione.
I bisogni
Un bisogno è una sensazione di desiderio o dolorosa, che spinge l’uomo ad appagarla o ad eliminarla. Possiamo effettuare, degli stessi, due distinzioni:
- Primari: sono quei bisogni che l’individuo avverte in ogni tipo di società, perché il loro soddisfacimento è essenziale alla vita dell’individuo stesso (es. mangiare, bere ecc.);
- Secondari: sono quei bisogni che nascono con la civiltà (es. televisore, frigorifero ecc.).
- Individuali: sono quei bisogni che l’individuo sente come singolo (detti anche bisogni privati);
- Collettivi: sono quei bisogni che l’individuo sente in quanto membro della collettività (detti anche bisogni pubblici); lo studio degli stessi rientra nella scienza delle finanze (o economia pubblica).
Alla soddisfazione dei bisogni individuali l’individuo, normalmente, provvede da solo, mentre alla soddisfazione dei bisogni collettivi, di solito, provvede lo Stato o altro ente pubblico (per questo le denominazioni rispettivamente di privati e pubblici). Politica economica = complesso di insegnamenti che permettono di attuare politiche atte a realizzare i bisogni pubblici.
I beni e i servizi
I bisogni vengono soddisfatti mediante:
- Beni: qualsiasi mezzo atto a soddisfare un bisogno; I beni mobili sono anche chiamati merci. I beni economici sono quelli che, non solo sono desiderati in quanto servono per appagare i bisogni, ma sono anche disponibili in quantità limitata, cioè sono scarsi; per quest’ultima ragione i beni economici hanno un prezzo, mentre i beni disponibili in quantità illimitata non costano nulla. I beni hanno più classificazioni:
- Di consumo: soddisfano direttamente i bisogni;
- Di investimento: non vengono consumati, ma servono a produrre altri beni;
- Durevoli: possono essere usati più di una volta;
- Non durevoli: possono essere usati una sola volta;
- Complementari: si consumano congiuntamente (es. zucchero e caffè);
- Succedanei: possono sostituirsi l’uno all’altro, poiché sono idonei a soddisfare lo stesso bisogno;
- A offerta congiunta: si ottengono dallo stesso processo produttivo (es. latte e lana);
- Concorrenti nell’offerta: si verifica quando l’aumento della produzione di un bene comporta la riduzione della produzione di un altro bene.
- Servizi: particolare categoria di beni; mentre i beni sono materiali e tangibili, i servizi sono immateriali (anche se l’economia spesso li tratta allo stesso modo).
Reddito, consumo, risparmio, investimento e capitale
Questi sono concetti microeconomici, si riferiscono cioè al singolo individuo. Il reddito può essere suddiviso in:
- Monetario: flusso delle entrate di cui un individuo dispone in un dato periodo di tempo;
- Reale: flusso di beni e servizi che un individuo può acquistare con il suo reddito monetario; esso dipende sia dal reddito monetario che dai prezzi dei beni.
Il consumo consiste nel godere della soddisfazione derivante da un bene, il cui godimento stesso porta alla distruzione totale (bene non durevole) o parziale (bene durevole) del bene stesso. Il risparmio è la differenza fra il reddito e il consumo. Il risparmio è la rinuncia al consumo presente e può prendere diverse forme: deposito in banca, acquisto azioni e obbligazioni ecc. In tutti questi casi, tranne che nel tesoreggiamento, si dice che l’individuo investe, ovvero che il suo risparmio si trasforma in investimento. Ricchezza, capitale e patrimonio si usano indifferentemente per indicare la massa di beni e attività finanziarie possedute da un individuo. Si parla di capitali fondiari per i terreni, immobiliari per i fabbricati e mobiliari per i titoli.
Utilità totale e marginale
Il consumo dei beni e dei servizi dà alla persona una sensazione di piacere o soddisfazione, chiamata utilità (è opportuno quindi distinguere il significato di “utile” tra quello del linguaggio comune e quello economico, che invece indica un senso di soddisfazione nel consumo dei beni). Questo concetto è soggettivo, in quanto un dato bene per un individuo può avere una grande utilità e per un altro no.
Se consideriamo un individuo che consuma un bene, ad esempio la carne, vediamo come egli la mangi e provi un notevole piacere nei primi bocconi, il quale però va man mano affievolendosi. Gli economisti del XIX secolo ritenevano che il piacere fosse misurabile: ad esempio, il primo boccone dà un piacere pari a 10, mentre il secondo pari a 8 ecc. Notiamo come l’utilità cali progressivamente, fino a portare una soddisfazione uguale a 0 o scendere addirittura sotto tale valore, punto in cui verrà percepito un fastidio (o piacere negativo) e che sfocia nella disutilità.
Sulla base di questo esempio, andiamo a distinguere:
- Utilità iniziale: data dalla sensazione prodotta dalla prima dose nel soddisfare un bisogno;
- Utilità totale: piacere che l’individuo trae dal consumo di una data quantità di un bene. Più l’individuo consuma il bene, più l’utilità totale cresce;
- Utilità marginale: piacere che l’individuo prova dal consumo dell’ultima dose di un bene. Più l’individuo consuma il bene, più l’utilità marginale decresce;
- Utilità marginale ponderata: data dal rapporto tra l’utilità marginale e il prezzo del bene.
La legge dell’utilità marginale decrescente (o 1° legge di Gossen) è molto importante nella scienza economica. Dai due diagrammi, che rappresentano l’andamento grafico delle due utilità, si nota che quando l’utilità totale è massima, l’utilità marginale è uguale a 0 e, quando l’utilità totale diminuisce ancora, l’utilità marginale diviene negativa. Principio fondamentale della teoria marginalista = l’utilità di un bene è data dall’utilità dell’ultima dose disponibile, cioè dalla sua utilità marginale. Quindi, la legge di Gossen è collegata al valore che noi diamo al consumo dell’ultima dose di un determinato bene.
Teoria dell'equilibrio del consumatore
Finora abbiamo analizzato il consumo relativo ad un solo bene, ma sappiamo che gli individui consumano più beni. Per comprendere appieno come tale individuo distribuirà le sue spese per essi, bisogna analizzare due elementi:
- Scala di utilità: utilità che le successive dosi di ciascun bene danno all’individuo;
- Prezzi dei beni
Consideriamo che tutti i beni abbiano lo stesso prezzo: sulla base della scala di utilità l’individuo, in primis, comprerà il 1° bene; egli agisce in modo da avere sempre la massima utilità (es. l’individuo comprerà prima tre dosi del 1° bene prima di acquistare una dose del 2° bene ecc.). In conclusione, quando i prezzi dei beni sono eguali tra loro, il consumatore distribuisce il suo reddito nell’acquisto dei diversi beni, in modo che ogni bene acquistato abbia per lui la stessa utilità marginale: solo in questo modo potrà ottenere la massima utilità totale, ovvero raggiunge una posizione di equilibrio, l’equilibrio del consumatore.
| Dosi | Utilità 1° bene | Utilità 2° bene | Utilità 3° bene |
|---|---|---|---|
| 1° | 8000 | 3000 | 1000 |
| 2° | 7000 | 1500 | 500 |
| 3° | 4000 | 1000 | 350 |
| 4° | 2000 | 500 | 200 |
| 5° | 1000 | 300 | 100 |
Consideriamo ora che i beni abbiano prezzi diversi, ad esempio tre beni che hanno un prezzo di 4€ (1°), 2€ (2°) e 1€ (3°), mantenendo l’utilità dei beni descritti in precedenza. Egli comprerà il 1° bene, anche se costa di più rispetto agli altri, in quanto la sua utilità (8000) è maggiore in proporzione al suo prezzo (4€). Successivamente comprerà di nuovo il 1° bene, in quanto il suo consumo gli dà una soddisfazione maggiore di tutte le altre combinazioni che può acquistare allo stesso prezzo. La situazione cambia al terzo acquisto: l’utilità marginale data dal 1° bene è inferiore, considerando che allo stesso prezzo può acquistare due unità del 2° bene, le quali generano un’utilità maggiore. Procedendo in questo modo, l’individuo spenderà tutto il suo reddito e, ogni volta che deciderà di spendere, comprerà la quantità di beni che gli offre la maggiore utilità possibile.
Quando i prezzi dei beni sono diversi, l’individuo tende a raggiungere non l’uguaglianza delle utilità marginali, ma l’uguaglianza delle utilità marginali ponderate: quando esse sono uguali tra loro, il consumatore ha raggiunto la massima soddisfazione possibile, che viene definita equilibrio del consumatore; qualunque allontanamento da questa posizione, cioè qualsiasi sostituzione al margine tra le quantità dei beni consumati, farebbe diminuire l’utilità totale dell’individuo.
Curve di indifferenza
Finora abbiamo parlato della soddisfazione di un individuo come un’entità misurabile, concetto che è stato per lungo tempo un’impostazione per gli economisti e, in particolare, per la scuola inglese dell’800. L’economista italiano Vilfredo Pareto adottò, invece, un altro metodo: egli affermava che il piacere non può essere misurato e che il concetto di scala di utilità vada sostituito con quello di curva di indifferenza (concetti già introdotti dall’inglese F.Y. Edgeworth nell’analisi economica; Pareto li usò per rappresentare graficamente l’equilibrio del consumatore).
Consideriamo un individuo che consuma due beni (A e B). La stessa utilità totale può essere ottenuta con combinazioni diverse dei due beni:
A = 8000, 6000, 4000, 2000...
B = 3000, 2000, 1500, 1000…
L’utilità totale risulta essere la stessa, sia se consumo 3 volte A e 2 volte B (8000, 6000, 4000, 2000 = 23000), sia se consumo 4 volte A e 1 B (3000, 2000, 1500, 1000 = 23000). Possiamo affermare, quindi, che le due combinazioni di beni sono indifferenti per il soggetto.
Nella realtà non riusciamo a misurare il piacere o la soddisfazione delle persone, ma possiamo rilevare se un individuo preferisca una data combinazione di beni ad un’altra o se queste, per lui, siano indifferenti. In generale possiamo ritenere che le combinazioni di beni differenti per un individuo siano molte, anzi infinite; infatti, entro certi limiti, la diminuzione del consumo di un bene può essere compensata dall’aumento di quello di un altro. Unendo tutti i punti, dati dalle combinazioni del consumo dei due beni, si ottiene una curva detta curva di indifferenza, perché tutti i punti situati su di essa rappresentano combinazioni dei due beni indifferenti per l’individuo considerato.
Tale curva è decrescente, poiché la diminuzione del consumo di un bene va compensata con l’aumento del consumo di un altro, se si vuole che la soddisfazione rimanga costante. Essa ha la convessità rivolta verso l’origine degli assi, poiché man mano che la persona consuma meno un bene rispetto all’altro, occorrono quantità maggiori del secondo bene per compensare la diminuzione del consumo del primo. Inoltre, non ci sarà una sola curva di indifferenza, ma ne avremo un numero infinito.
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