Economia e gestione delle imprese
Il sistema impresa
L’impresa è un sistema aperto costituito da risorse ed attori legati tra loro da relazioni orientate a realizzare delle attività e collegati a vari soggetti esterni tramite relazioni. Gli attori interni ed esterni sono portatori di interesse (stakeholder). L’impresa è un sistema cognitivo: apprende e modifica se stessa e le relazioni con l’esterno, si sviluppa in base a quanto le accade attorno. Se non fosse un sistema cognitivo, l’impresa dovrebbe bloccarsi poiché le mancherebbe la capacità di reazione. È un sistema complesso poiché l’insieme è qualcosa in più della somma delle parti, crea delle sinergie, sa produrre e bisogna creare un valore aggiunto. È un sistema autopoietico, evolve a partire da se stesso, scambia risorse con l’esterno e persegue l’equilibrio interno. È un sistema aperto e nel contempo chiuso perché necessita delle energie esterne, che vanno assorbite per l’equilibrio interno, e deve perseguire la stabilità affinché l’esterno non distrugga la realtà impresa. Queste considerazioni sono valide se consideriamo anche le condizioni storiche e geografiche in cui l’impresa va ad integrarsi.
Cosa determina l’evoluzione del sistema impresa?
Il sistema impresa ha un patrimonio genetico. Questo significa che l’impresa è equiparata ad un essere vivente, ogni impresa è diversa dall’altra. Questo patrimonio genetico ha una spinta imprenditoriale (qualcosa che spinge gli uomini a creare e a mettersi in gioco). Imprenditore e manager non sono sinonimi: l’imprenditore è qualcosa di unico, con un proprio patrimonio genetico. Altri elementi più facili da individuare sono le risorse tangibili e intangibili (brevetti, determinate capacità), la terza componente del patrimonio genetico sono le relazioni (sono una componente molto complessa, rapporto che si mantenga stabilmente nel tempo). Dal punto di vista dell’economia aziendale, la relazione è verificata quando è registrato uno scambio di risorse economiche. Per il marketing relazionale, cliente è quel soggetto che si è messo in contatto anche se non ha concluso una relazione. Sulle relazioni si deve costruire, poiché sono un elemento di valore futuro.
L’altro elemento è il progetto strategico; l’impresa esiste perché ha un suo progetto strategico, che può essere osservato identificando:
- Visione e mission: La mission è il modo che l’impresa ha di rappresentarsi verso l’esterno, la visione è quando rappresento a chi do voce, di chi sto portando gli interessi. Visione e mission devono essere condivise e comunicate. L’impresa deve comunicarle, altrimenti la mission avrà difficoltà a verificarsi.
- Strategia competitiva: È l’elemento di maggior importanza quando si studia l’impresa.
- Generazione, sviluppo e utilizzo risorse
Se io riuscissi a quantificare tutte le componenti, riuscirei a riprodurre come un modellino le stesse condizioni? No, perché devo tenere conto anche dell’elemento casualità, non prevedibile e non ripetibile. Ogni impresa è quindi ancora di più un soggetto unico.
Cosa si può aggiungere al patrimonio genetico ed al progetto strategico?
Sempre più spesso si fa riferimento al concetto di responsabilità sociale di impresa – corporate social responsibility (CSR). È il contratto sociale che ogni impresa stipula con il contesto esterno definendo obblighi e diritti perché l’agire dell’impresa ha effetti sulla collettività – sul livello qualitativo dell’ambiente – e coinvolge direttamente ed indirettamente un sempre più ampio numero di soggetti, comprese le generazioni future.
Il libro verde vuole che le imprese sviluppino le risorse umane e abbiano sostenibilità per l’ambiente, oltre il semplice obbligo di tipo giuridico. Posso stipulare contratti di responsabilità sociale sia con i clienti che con i fornitori per dare maggiore sviluppo. Quando parlo di responsabilità sociale, il numero di stakeholder diventa sempre più numeroso. Vi sono vari interventi promossi anche dall’ONU per promuovere comportamenti volti all’assunzione di responsabilità sociale da parte dell’impresa (es. global compact, un documento che dà 10 principi riguardanti diritti umani, ambiente, lavoro e lotta alla corruzione). Oltre al global compact, c’è un intervento (GRE) di reportistica che identifica indicatori riguardo all’applicazione o meno dei principi del global compact.
L’ambiente di riferimento
L’impresa interagisce con una pluralità di attori e si muove in contesti differenti:
- Attori: Acquirenti (attuali, potenziali, indiretti), concorrenti, fornitori (pluralità di fornitori), distributori, investitori, autorità pubbliche (regionali, nazionali, internazionali), forze sociali.
- Contesto: Condizioni economiche (PIL, tasso occupazione, tasso di inflazione), condizioni tecnologiche (trasferimento tecnologico, spesa in R&S), condizioni politiche – istituzionali (normativa, sistema istituzionale), condizioni socio – culturali (distribuzione della ricchezza, sistema di valori, coesione sociale).
Attori e contesto sono così importanti perché l’impresa può scegliere se comportarsi in maniera attiva o passiva nei loro confronti (es. la piccola impresa accetta con una condotta passiva il contesto politico e istituzionale, la grande multinazionale, invece, ha una condotta attiva, propone delle modifiche del contesto, a seconda del ruolo dell’organizzazione).
L’ambiente quale contesto generale di riferimento per l’impresa
Si parla di microambiente, l’ambito dove si sviluppano gli scambi – le transazioni in entrata e in uscita – si identificano dei mercati – due o più contraenti disposti a scambiare qualcosa – mercato del lavoro – finanziario – della produzione – della vendita. Macroambiente da cui deriva il sistema di vincoli ed opportunità; qual è il rapporto dipendenza - influenza dell’impresa del macro e micro ambiente, quale può essere il livello di interazione attiva e passiva.
Perché l’ambiente è rilevante per l’impresa?
- Si instaura una relazione bidirezionale tra l’insieme di attori e condizioni ed il raggiungimento degli obiettivi di impresa.
- Dall’ambiente l’impresa può apprendere.
- In esso si manifestano le condizioni competitive.
Utilizzeremo, per l’analisi, il modello delle cinque forze competitive proposto da Michael Porter:
- Intensità della concorrenza nel settore
- La minaccia di nuovi entranti nel settore
- La presenza di prodotti sostitutivi
- Il potere contrattuale dei fornitori
- Il potere contrattuale degli acquirenti
Posso immaginare di riuscire a sviluppare, crescere e creare delle prospettive a lungo termine. Per poter procedere è necessario definire e condividere alcuni concetti di base.
Concetti base
Efficienza
Indica una generica misura della prestazione, definita dal rapporto tra i risultati conseguiti e la qualità/quantità/valore dei mezzi impiegati, o anche il rapporto ottimale tra input (risorse date/consumate) ed output (risultato voluto). Posso trovarmi a dover scegliere tra alternative, in questi casi il denominatore del rapporto è definito, mentre a variare è il numeratore. L’efficienza teorica è quello che ottengo in laboratorio, in una situazione protetta, è un'ipotesi che mostra i possibili sviluppi delle alternative. L’efficienza fattuale è quella della realtà, calcolata su input e output, è reale e concreta. Ogni volta che affronto il problema della scelta, ho deciso cosa deve essere output e devo combinare i possibili input. L’efficienza si dice essere una misura neutrale, lavora indipendentemente dagli obiettivi che si vogliono conseguire. Si parla di efficienza tecnica (produttività – efficienza dell’ingegnere, è stata la prima ad essere utilizzata proprio perché erano gli ingegneri a decidere se una macchina era più produttiva di un’altra) se nel processo di valutazione considero il rapporto tra l’energia consumata e l’energia prodotta (posso però anche calcolare l’efficienza tecnica per la forza lavoro), ma anche di efficienza economica (economicità) se ai termini del rapporto applico la nozione di costo. La valutazione dell’efficienza economica risulta più significativa per chi deve sviluppare un’azienda, valuta se i costi che sostengo rispondono a un risultato positivo. Per l’impresa la modalità più efficiente di una produzione è quella che consente di ottenere una certa quantità x di prodotto al minor costo unitario possibile, a parità o con la minor perdita di qualità. Il costo è un elemento determinante per la scelta, ma devo fare attenzione. L’impresa potrebbe rinunciare ad incrementare la produttività? Sì, se vi è un peggioramento di economicità più che proporzionale, cioè il costo unitario di produzione non diminuisce. Utilizzando i due elementi di rappresentazione dell’efficienza, si ha un peggioramento poiché potrei dover intervenire a sopperire a una mancanza di qualità. Devo assicurarmi di valutare tutti gli effetti e tutte le componenti di costo che ne fanno parte.
Efficacia
Esprime una misura del grado con cui un’organizzazione riesce a realizzare i propri fini (sviluppo, dominio sul mercato, autonomia) e a conseguire i propri obiettivi, che possono avere sia natura economica, sia natura sociale, cioè rispondono ai bisogni della collettività (abbiamo parlato di sostenibilità/responsabilità sociale). L’efficacia è una misura spesso non quantificabile, rappresenta “il voler essere” dell’impresa, si collega alla formulazione della strategia, rappresenta la capacità del management di combinare i fattori a disposizione per consentire all’impresa di svilupparsi o al limite di sopravvivere.
Redditività
È il rapporto tra un flusso al numeratore ed uno stock al denominatore, espresso in percentuale. Al numeratore un flusso monetario ricorrente (remunerazione/profitto lordo), al denominatore un patrimonio (capitale proprio/capitale investito). Nell’efficienza e nell’efficacia il rapporto è flusso/flusso. Per quale ragione calcolare la redditività? La redditività viene calcolata perché rappresenta la convenienza ad investire in un processo produttivo, indica un valore obiettivo ed ha valenza strategica. Per l’impresa, obiettivo è ottenere la migliore remunerazione piuttosto che massimizzare il profitto. Due imprese che raggiugono lo stesso livello di efficienza possono registrare livelli di redditività diversi? Il livello di redditività è indicatore del livello di efficienza dell’impresa? No, entrambi i criteri sono da utilizzare, i due termini non sono equivalenti, poiché ho diverse capacità di aumentare o diminuire le risorse che vado a considerare, devo tenere conto della mia capacità di governare/non governare i fenomeni attorno all’organizzazione. Quando osserviamo l’impresa dobbiamo ricordare che: ci sono componenti interne all’impresa – risorse tangibili e intangibili rispetto alle quali è possibile agire (governabili) e ci sono componenti esterne legate all’ambiente – economie esterne – che non possono essere dominate. Ci sono fattori che non intervengono nel calcolo dell’efficienza ma che hanno ruolo nel determinare la redditività. Due imprese hanno lo stesso tasso di efficienza, ma una ottiene alta redditività e una bassa redditività, che errore ha commesso l’impresa che perde? Entrambe sono efficienti nel produrre, solo che nella distribuzione non è stato tenuto conto della variabile “consumatore”.
L’impresa potrebbe dotarsi di una griglia di riferimento per gestire in modo ottimale le proprie risorse. Ci sono dei criteri (efficacia, efficienza tecnica, efficienza economica), identifico delle finalità (dominare il mercato, ridurre il costo di produzione), fisso degli obiettivi (aumento del % il numero dei clienti, la % produzione per addetto). Nella griglia, manca la colonna delle variabili, ovvero l’elemento chiave rispetto a cui bisogna operare (cliente, qualità), manca l’aspetto determinante per la realizzazione degli obiettivi. Ma la griglia sarà uguale per tutti? Realtà profit, realtà non profit, operatori pubblici? Dati i criteri prima considerati, queste organizzazioni avranno le stesse finalità e gli stessi obiettivi? No.
Economie di scala
Spesso viene detto che un’impresa di grandi dimensioni ha successo perché consegue economie di scala, ovvero l’aumento degli input impiegati nel processo produttivo provoca una riduzione del costo unitario. Se osservo la relazione tra costo unitario e capacità dell’impianto, riconosco il punto di scala minima efficiente. In sintesi, le economie di scala si riferiscono ai risparmi di costi generati dall’aumentare la scala di produzione di un prodotto. Le organizzazioni devono verificare se la loro struttura consente di attuare delle economie di scala, allora ha senso perseguire l’investimento per l’aumento produttivo. Molto spesso si incorre nell’errore di considerare questo come un dato di fatto, ovvero che sempre si verifica.
Dove e come hanno origine le economie di scala? Le fonti delle economie di scala sono diverse:
- Relazioni tecniche tra input ed output (relazione non proporzionale)
- Indivisibilità di alcune attività e/o risorse (ma se posso distribuire il costo di una risorsa su volumi di output maggiori)
- Specializzazione (tema che più volte incontreremo)
In particolare, pensiamo alla fabbrica, alla catena di montaggio, al modello di produzione proposto da Henry Ford. La specializzazione si manifesta nella divisione del lavoro, il processo produttivo è suddiviso in mansioni distinte e avremo produzioni di massa. La specializzazione promuove l’apprendimento, evita perdite di tempo legate al passare da una attività all’altra, favorisce la meccanizzazione e l’automazione. Tutto ciò funziona con produzioni di massa, produzioni standardizzate, non con micro-produzioni. Ford ha successo perché produce modelli uguali per tempi lunghissimi, senza varianti. Il primo modello prodotto è la T nera. Con l’economia di scala, riduce il prezzo di vendita, aumentando i guadagni ed espandendo ancora di più la produzione di automobili. Questa logica della specializzazione ha il punto di debolezza poiché non si può portare oltre un certo livello la standardizzazione di un prodotto. Attraverso la specializzazione facciamo in modo che ci sia un apprendimento sempre minore da parte dei soggetti, migliora sotto il punto di vista qualitativo, non quantitativo. Oggi la specializzazione è presente anche “fuori dalla fabbrica”, in settori economici complessi ad elevato contenuto di servizio o ad elevata intensità di concorrenza (alta finanza, progettazione, consulenza direzionale).
Chi non consegue economie di scala è destinato a soccombere? Fissare come unico obiettivo il conseguire economie di scala presenta dei limiti? La risposta non può essere univoca. Le condizioni tipo che consentono di conseguire economie di scala (grandi dimensioni, concentrazione del settore) non sempre sono garanzia di più elevata redditività e/o minori costi. Il sistema produttivo italiano è un tipico caso di studio, poiché la grande dimensione delle imprese non esiste, si basa su imprese di piccole e medie dimensioni. Dall’analisi si evince che alla dimensione operativa ridotta spesso corrisponde:
- Maggiore flessibilità: riesco ad adattarmi meglio ai cambiamenti della domanda in termini quantitativi
- Maggiore adattabilità: riesco a rispondere meglio alle domande qualitative
- Più elevata motivazione
- Più agevole coordinamento
Un ulteriore limite può essere rappresentato dal ritenere che il vantaggio della grande dimensione si manifesti esclusivamente nella fase di produzione. Al contrario, sempre più spesso le opportunità si manifestano a livello di:
- Attività di marketing: comunicazione, pubblicità, promozione del marchio/logo
- Ricerca e sviluppo: sviluppo nuovi modelli, nuovi prodotti
- Economie di replicazione di attività basate sulla conoscenza: un modello organizzativo, un software
Economie di apprendimento
Strettamente collegato al concetto di economie di scala vi è quello di economie di apprendimento, cioè la possibilità di modificare i costi grazie alle curve di esperienza. La curva di esperienza/apprendimento si basa sul principio del learning by doing. Chi ha analizzato il problema è giunto ad alcune conclusioni: poiché la ripetizione delle mansioni sviluppa sia le competenze e le abilità individuali (destrezza, approccio problem solving) sia le routine organizzative a livello di gruppo (nella forma anche di miglior coordinamento). All’aumentare del volume produttivo, tutti i soggetti coinvolti – a qualunque livello della piramide – saranno in grado di aggiungere valore.
Economie di scopo
Esistono economie di scopo quando ci sono vantaggi di costo derivanti dall’utilizzare una risorsa in molteplici attività condotte congiuntamente anziché indipendentemente. Cosa differenzia un'economia di scopo da un'economia di scala (poiché possono apparire simili)? L’economia di scala va a vedere il risparmio di costo generato dall’aumentare della scala di produzione di un singolo prodotto, una singola attività, nell’economia di scopo facciamo un passo ulteriore: andiamo a vedere i risparmi di costo generati fa un aumento dell’output.
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Economia e gestione delle imprese (EGI)
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Economia e gestione delle imprese - Simulazione Egi
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Appunti Economia e gestione delle imprese