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2. Il PIL non distingue tra le attività che contribuiscono al benessere complessivo e quelle che

lo diminuiscono ( consumo di bevande alcoliche e tabacco)

3. Inoltre non considera tutte le produzioni di un sistema ma solo quelle che passano per il

mercato perciò non sono calcolatele attività svolte su piccola scala tipiche

dell’autoproduzione familiare e di scambio sociale di tipo informale (volontariato)

4. Sono necessari procedimenti di stima per il valore dell’economia sommersa, ovvero quelle

attività di per sé legali ma che vengono trattate fuori dal mercato aperto per non subire i

normali processi fiscali e contributivi. Analogamente accade per le attività illegali

5. Infine usando il PIL pro-capite bisogna tener conto che non è in grado di spiegare l’effettiva

distribuzione dei redditi tra i membri di quella popolazione ma che fornisce una

rappresentazione parziale del benessere della popolazione di quel sistema.

Altri indicatori di benessere messi a punto negli ultimi anni da ricercatori singoli e organismi:

- BEN (benessere economico netto) = PIL + valore del tempo libero + valore delle attività di

autoconsumo + economia sommersa – danni ambientali

- HDI ( human development index ), utilizzato nell’ambito delle Nazioni Unite incorpora

misure della dimensione sociale (sanità e istruzione) dello sviluppo economico

- ISEW (index of sustainable economic welfare) che tiene conto della distribuzione del

reddito, del deperimento delle risorse naturali dell’ambiente e valorizza il tempo libero

- GPI (genuine progress indicator) , evoluzione del precedente ISEW è un indicatore del

progresso effettivo, che misura l’aumento della qualità della vita di una Nazione

- FIL (felicità interna lorda), hanno cercato di definire una standard di vita secondo una

combinazione di valori etico-economici e religiosi specifici di una popolazione himalaiana

- SWP (subjective well-being) , cerca di considerare la percezione che gli individui hanno

della propria vita e del grado di soddisfazione per essa

La produttività è uno degli indicatori utili a misurare l’efficienza complessiva di un sistema

economico dato che consente di osservare quanto un’economia è avanzata e competitiva. La

produttività è data dal rapporto tra la quantità di output ( quantità prodotta) e le quantità di input

( materie prime, beni intermedi, lavoro, capitale) richieste per la sua produzione, misurabili sia

monetariamente che fisicamente. La misura più comune della produttività è comunque quella del

lavoro nella quale la quantità prodotta è rapportata al numero degli occupati o alle ore lavorate.

La specializzazione settoriale aiuta a capire la realtà economica di un paese e a valutare il suo

potenziale di sviluppo e si può qualificare con tre tipi di indicatori:

1. La composizione settoriale del valore aggiunto del sistema produttivo, in cui vengono

calcolate per ogni settore i, le quote di valore aggiunto. Il confronto tra la composizione

settoriale del valore aggiunto dell’economia della regione con quella di altri sistemi

economici consente di vedere se ci sono specializzazioni ( anche quali sono e in che

misura si manifestano) > (VA del settore i-esimo / VA totale) * 100

2. La composizione settoriale dell’occupazione in cui vengono calcolate per ogni settore i, le

quote in termini di occupati. Quindi rispetto all’indicatore precedente cambia solo l’unità di

misura> (A del settore i-esimo/ A totali) * 100

3. I quozienti di specializzazione o di localizzazione settoriale (QLi) in cui per ogni settore i, la

quota di occupati nella regione viene rapportata alla quota di occupati nel contesto

territoriale di confronto> QLi= [(Ai/ Atot) reg]/ [(Ai/ Atot)it]. Per valori superiori a 1 vi è

specializzazione, viceversa per valori inferiori a 1. Valori dell’indice pari a 1 indicano che la

regione non ha nessuna specializzazione in quel particolare settore e che è nella media. Se

il valore è 0 il settore è assente.

La globalizzazione induce le economie nazionali e locali a essere sempre più aperte e

competitive. Per verificare se un sistema è aperto e competitivo a livello internazionale, le

grandezze economiche più semplici da cui partire sono le esportazioni e le importazioni.

Indicatori :

• Propensione all’esportazione> (esportazioni / PIL) * 100

• Grado di penetrazione delle importazioni> (importazioni / PIL) *100

• Grado di apertura in generale> [(esportazioni+ importazioni)/PIL] * 100

• Saldo commerciale> esportazioni – importazioni , in cui se il calcolo è < 0 si ha una

situazione di disavanzo commerciale, viceversa la situazione è di avanzo

commerciale.

Per ognuno di questi indicatori la questione “ apertura e competitività” può assumere significati

differenti. L’Italia nonostante la quasi totale dipendenza dall’estero per le materie prime e per

quelle energetiche tende ad avere una situazione di equilibrio della propria bilancia commerciale. Il

saldo commerciale può essere calcolato anche per i singoli settori. Per effettuare confronti è però

necessario calcolare il saldo normalizzato, ovvero il rapporto tra il saldo semplice e il valore

dell’interscambio totale ( esportazioni più importazioni). Si tratta di un indicatore di specializzazione

commerciale che varia tra -100 ( assenza di esportazioni) e +100 ( assenza di

importazioni).andamento a U rovesciata dei paesi storicamente più sviluppati, come esito naturale

della presenta di nuovi competitori ( Russia, India , Brasile e Cina) e per l’impatto della crisi.

Il mercato del lavoro è l’ambito di analisi entro il quale si considerano le problematiche

dell’occupazione e della disoccupazione. Sull’argomento di incrociano infatti una dimensione

tipicamente economica ( livelli salariali, aggiustamento tra domanda e offerta) e una tipicamente

sociale ( disagio, povertà). Gli indicatori utilizzati per analizzare i principali fenomeni legati al

mercato del lavoro sono:

• Il tasso di attività o partecipazione( sia le persone occupate sia quelle in cerca di

un’occupazione) > (pop, attiva/ pop. di 15 anni e oltre)* 100

• Il tasso di occupazione che serve a misurare l’occupazione o la domanda di lavoro

espressa dal sistema economico> (occupati/ pop. di 15 anni e oltre) * 100

• Il tasso di disoccupazione ( dato da squilibri tra domanda e offerta, sottoutilizzazione del

potenziale umano disponibile, disagio e povertà) > ( persone in cerca di lavoro/ pop. attiva)

* 100

Il tasso di inflazione (ovvero la dinamica dei prezzi) è considerato uno degli obiettivi centrali della

politica economica, in particolare quella monetaria. Si definisce tasso di inflazione la variazione

percentuale del livello dei prezzi in un determinato intervallo di tempo > tasso di inflazione= [(Pt-

Pt-1) /Pt-1] *100 > Uno degli scopi principali è quello di preservare il potere d’acquisto dei salari

mantenendo sotto controllo l’inflazione. Il tasso viene calcolato su base mensile, attraverso il

calcolo di un indice estratto dalla rilevazione dei prezzi di un paniere di beni e servizi

rappresentativi e può avere per l’esattezza tre declinazioni:

1. Tasso di inflazione nel periodo considerato, che considera il rapporto tra i prezzi di

due periodi adiacenti> variazioni congiunturali percentuali

2. Tasso tendenziale di inflazione, che considera il rapporto tra i prezzi nel medesimo

mese di due anni consecutivi> variazioni tendenziali percentuali

3. Tasso medio di inflazione, che considera il rapporto tra la media dei prezzi nell’anno

t e la media dei prezzi nell’anno t-1

Un sistema economico è formato da una pluralità di soggetti appartenenti a tre categorie

fondamentali: famiglie, imprese, enti pubblici. Le decisioni di ciascuno di questi soggetti

determinano ciò che a livello aggregato sono definiti: spesa complessiva del sistema economico,

reddito, livello della produzione di beni e servizi. Il modello del flusso circolare suppone l’esistenza

di due mercati:

• quello dei fattori produttivi (input) dove sono compresi tutti gli elementi necessari per la

produzione: terra, lavoro, capitale, capacità imprenditoriale che poi vengono remunerati.

La famiglia è proprietaria di tutti i fattori produttivi e li offre sul mercato ottenendo entrate

monetarie che utilizza per acquistare output.

• quello dei beni e servizi ( output)

Alcuni bisogni e alcuni obiettivi economici richiedono la presenza dello Stato, che interviene

mediante la sua attività normativa e sia con la manovra fiscale ( per conseguire redistribuzione del

reddito, no monopoli o oligopoli, sostegno della crescita economica, produzione di beni pubblici).

Tre motivi:

1. il mercato non è sempre efficiente nell’allocazione di delle risorse e nella produzione di

beni/servizi

2. garantire maggiore equità sociale a fronte di una distribuzione del reddito vissuta come

iniqua

3. attenuare i problemi macroeconomici come la disoccupazione e la bassa crescita

lo Stato instaura rapporti di dare e avere sia con le famiglie che con le imprese, alcuni sono offerti,

altri forniti in cambio di un prezzo che almeno in parte copre il costo di produzione del servizio.

Dobbiamo considerare lo scambio import/export come un quarto attore con cui interagiamo:

importare ed esportare, ricevere i redditi da lavoro o da capitale e viceversa, ricevere o effettuare

trasferimenti unilaterali e esportare o importare capitali.

REDDITO NAZIONALE= PIL- imposte dirette+ contributi alla produzione+ redditi netti all’estero >

ciò che resta a disposizione delle famiglie e delle imprese per i nuovi processi di consumo e

risparmio.

REDDITO PERSONALE= RN- redditi da capitale della PA- contributi per la sicurezza sociale-

risparmio netto d’impresa + trasferimenti pubblici+ interessi sul debito pubblico+ trasferimenti netti

privati dall’estero

REDDITO PERSONALE DISPONIBILE= RP- imposte dirette sul reddito e sul patrimonio> ciò che

effettivamente potrà essere utilizzato per consumi e risparmi

In un’economia aperta la domanda globale è costituita dai consumi delle famiglie, dagli

investimenti delle imprese, dalla spesa pubblica in beni e servizi e dall’esportazione netta. I

consumi sono la componente maggiore e si dividono in: consumi di beni durevoli, consumi di beni

non durevoli, consumi di servizi. Gli investimenti che vanno intesi come le spese che aumentano

lo stock fisico di capitale, sono la somma degli investimenti produttivi e di quelli immobiliari.

L’esportazione netta è la differenza tra esportazioni ed importazioni. Va considerata anche la

variazione delle scorte dei beni prodotti.

Le risorse sono date dai beni e servizi prodotti in Italia e dai beni e servizi importati dall’estero.

Queste possono essere consumate, investite o esportate. Il bilancio dello Stato è organizzato per

voci in singoli capitoli di spesa o di entrata. Le voci di spesa sono a loro volta suddivise in spese

correnti, spese per interessi, spese in conto capitale e rimborso del debito:

• la differenza tra le entrate e le spese correnti è definita risparmio pubblico

• la differenza tra le entrate e le spese finali costituisce il saldo netto da finanziare, e allo

stesso modo l’avanzo primario, al netto della spesa per interessi

• la differenza tra le entrate e le spese complessive rappresenta il ricorso al mercato

• l’indebitamento netto corrisponde al saldo netto da finanziare al netto delle partite

finanziarie

REGIONE ECONOMICA> seconda metà del secolo scorso nascita dell’economia regionale e

contributo di Walter Isard. È quella braca dell’economia che inserisce nello studio del

funzionamento del mercato la dimensione spaziale, esplicitandola in schemi logici, leggi, modelli

che regolano interpretano la formazione dei prezzi, della domanda, i tassi di crescita, la

distribuzione del reddito.. la regione economica può essere classificata in tre modi:

• regione omogenea: individuata in base a caratteristiche economiche, geografiche o anche

sociali e politiche e può essere definita dalla somiglianza nei livelli di reddito pro-capite

• regione nodale o polarizzata: che si compone di unità territoriale eterogenee ma

strettamente interrelate dal punto di vista funzionale.

• regione di pianificazione: un’area su cui vengono applicate decisioni di natura fiscale ed

economica, contribuendo in tal modo all’unità dell’area. È un’area amministrativa.

ANALISI INPUT- OUTPUT> analisi basta sul modello delle interdipendenze settoriali (settori

produttivi) che considera in una matrice a doppia entrata i flussi di vendite- input e di acquisto-

output che si manifestano annualmente fra i settori produttivi locali. Questa analisi consente di

determinare il grado di integrazione di ciascun settore con gli altri settori e la loro capacità di

generare reddito e occupazione, inoltre annota gli scambi reciproci tra i settori e tra questi e i

settori di consumo finale da parte delle famiglie. La matrice dei moltiplicatori leonteviani consente

il calcolo della produzione di ciascun settore attivata complessivamente dalla domanda finale che

si rivolge a ciascun settore, quindi esprime la capacità di attivazione di una spesa nei confronti

della catena delle forniture industriali richieste ai settori. Gli impatti indiretti e indotti sono stimati

attraverso il moltiplicatore leonteviano che ha tre declinazioni:

1. moltiplicatore della produzione

2. moltiplicatore del valore aggiunto

3. moltiplicatore dell’occupazione

ANALISI SHIFT AND SHARE> utilizzato nei primi anni 60 da Perloff negli Stati Uniti è uno

strumento statistico per la valutazione dei differenziali regionali nei tassi di sviluppo. Scompone il

tasso di sviluppo differenziale di un’area locale rispetto al sistema di riferimento (nazionale) in due

effetti:

• effetto di composizione (MIX) che indica se nella media una regione è ben dotata di quei

settori che mostrano i più alti tassi di sviluppo a livello nazionale> cattura gli effetti di

domanda: negativo per le aree periferiche, positivo per le aree centrali, sia urbane che

regionali

• effetto di competizione o differenziale ( DIF) che indica se una regione è in grado di

svilupparsi in ogni singolo settore a tassi superiori a quelli settoriali nazionali, si tratta di un

effetto legato alla competitività di ogni regione> cattura gli effetti di offerta: negativo per le

aree metropolitane, positivo nell’hinderland per gli effetti di spill-over

LA TEORIA DEGLI STADI DI SVILUPPO> sviluppata da Walt Whitman Rostow negli anni

50 del secolo scorso, descrive lo sviluppo regionale come un processo evolutivo che

conduce una regione da una condizione di basso sviluppo economico e una scarsa

produttività ad una condizione opposta anche con un elevato benessere pro-capite,

attraverso un processo distinguibile in cinque stadi di sviluppo:

Fase dell’autarchia : l’economia locale è in condizioni di autosufficienza per cui gran

1. parte di quello che è prodotto viene utilizzato per il consumo locale. Pochi scambi e

a breve raggio.

Fase della specializzazione produttiva : a cui la regione accede dopo che i processi

2. di scambio vengono ad assumere un ruolo maggiore e di conseguenza si

realizzano più infrastrutture economiche e di trasporto. Questa fase è conseguente

al formarsi di vantaggi competitivi nei processi commerciali interregionali e

internazionali.

Fase della trasformazione o del decollo : prevede il passaggio ad un’economia

3. industrializzata con processi di innovazione tecnologica e sviluppo ella domanda di

beni secondari e terziari. Cresce la produttività dei fattori, in particolare quella del

lavoro. La crescita dell’economia della regione si estende a tutti i settori della

regione.

Fase della diversificazione : questa fase riguarda i settori ma anche i prodotti perché

4. si passa dall’economia supply oriented a quella demand pull, dove la domanda dei

consumatori assume un ruolo sempre più grande.

Fase della terziarizzazione : la domanda, in continua espansione, si allarga ad un

5. numero molto alto di servizi. Si affermano sia l’informatizzazione dei processi che

l’automazione e il decentramento produttivo. Si riduce il settore manifatturiero.

I meriti di questa teoria risiedono nell’esaltazione del ruolo della specializzazione

produttiva quale fattore chiave dello sviluppo. La concezione di “sottosviluppo economico-

sociale” qui corrisponde al blocco dell’evoluzione causato da: insufficiente formazione del

fattore risparmio finanziario, insufficiente dimensione dei mercati e scarsa competitività

delle imprese.

LA TEORIA DEI POLI DI SVILUPPO> elaborata da Perroux nel 1955 e approfondita da

Boudeville nel 1968, afferma che lo sviluppo si manifesta in alcuni punti, detti poli di

sviluppo, con intensità variabile diffondendosi poi all’economia nel suo complesso >

approccio microeconomico> ruota intorno all’idea dell’industria motrice e concepisce lo

sviluppo in modo selettivo dal punto di vista settoriale e territoriale> produce rispondendo

alla domanda di un mercato esterno e la sua attività si riverbera positivamente sulle altre

imprese locali:

• Effetto moltiplicativo keynesiano sul reddito aumentando occupazione, reddito e

consumi

• Effetto moltiplicativo leonteviano favorendo l’espansione produttiva e di mercato

• Effetto di accelerazione degli investimenti stimolati dalla crescita della produzione e

dei profitti

• Effetto di polarizzazione delle attività produttive: l’attività dell’impresa motrice

accresce l’attrattività localizzativa dell’area

La teoria appare carente quanto si tratta di: spiegare la provenienza o i motivi della

presenza dell’impresa motrice nell’area, tenere in considerazione i backwash effects,

ovvero gli effetti di spiazzamento sulle attività produttive locali e sull’occupazione locale, e

nel considerare i rischi di un possibile malfunzionamento dei meccanismi moltiplicativi.

IL MODELLO KEYNESIANO DI DOMANDA (o della base d’esportazione)> il fattore

decisivo per lo sviluppo economico sono le esportazioni, attraverso gli effetti moltiplicativi

che esse inducono all’interno dell’economia locale. Le esportazioni risultano determinanti

per le economie più piccole, dimensioni provinciali e regionali> il modello è una

derivazione di quello di Hoyt, sviluppatosi negli Stati Uniti negli anni 30 e rielaborato negli

anni 50 da Douglas North.

Il modello del moltiplicatore urbano di Hoyt consente di comprendere che:

• all’aumentare dell’occupazione nel settore di base l’occupazione totale aumenta in

quantità più che proporzionale e anche qual è l’entità di questa variazione

• la crescita della popolazione residente è più che proporzionale alla crescita

dell’occupazione nel settore di base e di quanto aumenta la popolazione

all’aumentare dell’occupazione di base

il modello del reddito-spesa o export- led consente di comprendere che:

• all’aumentare delle esportazioni di un’area la produzione e il reddito aumentano in

modo più che proporzionale> la domanda esterna, l’export è quindi il fattore chiave

per capire da dove origina lo sviluppo economico regionale. Dare centralità

all’export significa porre attenzione sulla specializzazione competitiva: la sua

lacuna sta nel non spiegare dove mette radici la competitività di una regione

rimanendo così un modello di domanda ed essendo utile solo nel breve periodo

APPROCCIO ANALITICO DELLO SVILUPPO DAL LATO DELL’OFFERTA> l’approccio

neoclassico si occupa delle disparità interregionali di sviluppo che tramite meccanismi di

aggiustamento, nel lungo periodo, si annullano>si fonda sulla relazione positiva che si

stabilisce in ogni regione tra i parametri di produttività pro-capite e di capitale investito

pro-capite: la crescita del capitale investito determina una crescita della produttività>una

regione a basso livello di sviluppo è una regione con un basso rapporto capitale- lavoro e

dunque con bassi livelli di produttività , e viceversa accade per una regione ad alto livello

di sviluppo: nel lungo periodo, dopo che si metterà spontaneamente in moto un

meccanismo di riallocazione dei fattori produttivi, sarà raggiunto un livello simile di

capitale- lavoro, gli stessi livelli salariali, lo stesso livello di reddito pro-capite e dunque lo

stesso livello di sviluppo. Questo approccio presenta anche elementi di debolezza:

sottovalutazione dei processi cumulativi e sinergici, sottovalutazione dei costi della

mobilità che riducono il trasferimento, una assunzione troppo forte riguardo all’esistenza

di un’unica funzione di produzione per la descrizione di due econome, una avanzata e

una arretrata.

LA TEORIA DELLA CAUSAZIONE CIRCOLARE CUMULATIVA> elaborata da Myrdal

(originariamente in forma qualitativa), presenta una visione pessimistica secondo cui sulla

base di circuiti domanda/offerta virtuosi e viziosi che si autoalimentano e si cumulano gli

squilibri interregionali non solo persistono ma tendono ad ampliarsi. Perciò se si lascia

fare alle solo forze spontanee di mercato la convergenza non avverrà mai. Nelle aree più

sviluppate migrano lavoratori e si generano economie di agglomerazione, mentre processi

opposti caratterizzano le aree povere destinate all’impoverimenti. Inoltre esistono limiti

all’evoluzione infinita del processo circolare cumulativo che derivano da considerazioni

territoriali e di offerta (congestione fisica, crescente scarsità di fattori produttivi e crescita

dei loro pezzi). Nicholas Kaldor negli anni 70 presenta una versione formalizzata del

modello: le esportazioni sono influenzate dalla domanda estera, dai redditi e dal

contenimento degli incrementi dei prezzi ma negativamente sono influenzate dalla

eventuale dinamica dei prezzi più contenuti dei paesi importatori. La produttività agisce

sulla variazione del livello dei prezzi in quanti si confronta con i costi di produzione..


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Lau_94

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture moderne per l'impresa e il turismo
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lau_94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia del territorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Ferrari Claudio.

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