Economia del lavoro e della famiglia
Prof. Paola Villa L 7 – Aezione Appunti
Le decisioni di fecondità in un modello 'household production'
Introduzione
La maggioranza dei paesi industrializzati ha un sistema pensionistico "a ripartizione" (in inglese si parla di unfunded pension system). Ovvero, la generazione lavoratrice corrente paga (attraverso i contributi sociali versati nel periodo corrente) le pensioni della precedente generazione lavoratrice. I cambiamenti nella struttura demografica (connessi all’innalzamento delle aspettative di vita alla nascita ed ai bassi tassi di fecondità che hanno caratterizzato nel medio-lungo periodo la maggioranza dei paesi) pongono problemi per la sostenibilità della spesa pensionistica. Questo spiega l’interesse (anche da parte dei politici e dei media) sulle dinamiche demografiche e, in particolare, sulle decisioni di fecondità.
Come evidenziato dall’Oecd (Family Database, “Fertility rates”) tutti i paesi industrializzati hanno sperimentato a partire dalla metà del secolo scorso una riduzione tendenziale del tasso di fecondità totale del momento (TFT = numero medio di figli per donna in età feconda registrati in media in un anno). Attualmente nella stragrande maggioranza dei paesi il TFT è inferiore a 2,1 (il tasso che assicura il ricambio generazionale, ovvero una popolazione costante).
Bassi TFT (< 2,1) implicano cambiamenti nella struttura demografica della popolazione, con un ingrossamento delle classi anziane e un assottigliamento di quelle giovani (v. Istat 2012, Italia in cifre, p. 4). Questi cambiamenti riducono la sostenibilità finanziaria dei sistemi pensionistici correnti.
Alti tassi di occupazione femminile (o meglio, crescenti nel tempo) aumentano il grado di questa sostenibilità in quanto aumentano la base contributiva (il numero di persone che versa i contributi sociali, con cui si pagano le pensioni). Il problema da considerare è se, ed in quale misura, elevati tassi di occupazione femminile scoraggiano la fecondità. In altre parole, ci si deve interrogare sulla relazione tra partecipazione femminile al lavoro retribuito e decisioni di fecondità (di norma misurato in termini di TFT, ovvero numero medio di figli per donna).
Capire la relazione tra fecondità e occupazione femminile (a livello micro, e quindi a livello macro) è rilevante per pensare e disegnare le politiche correnti. Gli studi empirici disponibili basati su microdati (informazioni dettagliate a livello individuale) mostrano:
- Effetto negativo sulla fecondità: salario femminile (reale), livello d’istruzione delle donne.
- Effetto positivo sull’occupazione femminile.
Evidenza empirica:
- Time series (per i singoli paesi): correlazione negativa tra TFT e ERf (ciò sembra vero per la maggioranza dei paesi nel lungo periodo) [v. Istat 2012, Italia in cifre, pp. 5-6; qui: APPENDICE, per l’Italia].
- Cross-country (confronto tra paesi in un dato anno): la correlazione era negativa fino alla metà degli anni ’80 circa, sembra essere diventata positiva negli anni più recenti [v. OECD 2011, Family Database, “Fertility rates”, Chart SF2.2.E, p. 5].
Il modello malthusiano della fecondità
Nell’analisi di Malthus (v. riquadro) se il reddito della famiglia aumenta al di sopra del livello di sussistenza, le persone anticipano l’età del matrimonio e aumentano l’attività sessuale. In assenza di sistemi efficaci di controllo delle nascite (Malthus scrive alla fine del settecento) si ha come effetto un aumento della popolazione. L’assunzione di Malthus è che la popolazione tende a crescere ad un tasso maggiore rispetto a quello delle risorse economiche (per il sistema economico nel suo complesso).
Malthus, T.R., Saggio sul principio di popolazione (An Essay on the Principle of Population, as It affects the Future Improvement of Society, with Remarks on the Speculations of Mr. Godwin, M. Condorcet, and other Writers, 1798).
La prima edizione dell'opera, pubblicata in forma anonima, segna l'inizio della riflessione malthusiana sul problema della compatibilità tra crescita demografica e sviluppo economico. La popolazione può crescere, secondo il principio malthusiano, in progressione geometrica, a fronte di una crescita aritmetica (dunque assai più lenta) delle risorse. Il rapporto tra risorse alimentari e popolazione tende perciò a deteriorarsi fino al raggiungimento di un limite oltre il quale si scatenano i cosiddetti freni repressivi, cioè guerre, carestie, epidemie che riducono la numerosità della popolazione, ristabilendo un rapporto più equilibrato con i mezzi di sussistenza. Alla prima edizione del Saggio ne seguirono altre cinque, tra il 1803 e il 1826, e infine, nel 1830, Esame e sommario del principio di popolazione, dove l'autore, sia pure opponendosi all'idea di un controllo volontario della fecondità, prospettava la possibilità che freni preventivi, e in particolare un ritardo (o addirittura un'astensione) nel contrarre matrimonio da parte dei ceti più poveri, potessero essere adottati per evitare le catastrofi determinate altrimenti dall'eccessiva pressione demografica. La prima e più nota edizione del Saggio deve essere considerata, più che uno scritto di demografia in senso moderno, una critica delle ideologie progressiste, soprattutto delle teorie illuministiche, e delle "utopie" egualitarie. Malthus, infatti, utilizza la sua presunta "legge" della popolazione per dimostrare l'inevitabilità dell'autodistruzione di ogni società egualitaria. L'idea che la crescita della popolazione fosse limitata dalla disponibilità delle risorse godeva, all'epoca della prima edizione del Saggio, di un ampio consenso. Dunque Malthus non introdusse in realtà una novità sostanziale nella storia delle teorie della popolazione. Ma certamente la sua teoria, per quanto espressa in modo assai rozzo, conteneva e contiene un nucleo di verità. È infatti evidente che, nonostante le capacità sempre maggiori di accrescere la produzione di mezzi di sussistenza, esiste un limite, se non altro quello dello spazio fisico, che non può essere superato nella crescita demografica. La preoccupazione di Malthus di un aumento indiscriminato del proletariato inglese (per il quale egli auspicava l'abbandono di ogni forma di assistenza, al fine di stimolarne il «senso di responsabilità») è simile a quella, assai diffusa alla fine del Novecento, di una crescita incontrollata delle popolazioni del Terzo mondo, incapaci di accrescere allo stesso ritmo le risorse alimentari a loro disposizione.
L. Del Panta, in: Dizionario di storiografia, Bruno Mondadori, http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/index.htm
Ma un aumento nella popolazione in un mondo con risorse scarse (che crescono ad un tasso più basso) implica necessariamente una riduzione delle risorse economiche (a partire da quelle alimentari) a disposizione della popolazione. Nel linguaggio moderno, diremmo che si riduce il reddito pro-capite (in termini reali). Se il reddito pro-capite cade al di sotto del livello di sussistenza (dove la riduzione è imputata all’aumento più che proporzionale della popolazione) le persone modificheranno i loro comportamenti in termini di scelte familiari: si sposeranno più avanti negli anni, e metteranno al mondo meno figli.
Assunzione: correlazione positiva tra reddito e fecondità.
Conclusione: il reddito viene sempre riportato al