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dall’industria del legname svedese prima esportato in tronchi e un mezzo secolo dopo esportato in assi o addirittura

trasformato in carta. L’elettricità fu una manna per le economie di tutti e quattro i paesi. Per tutto l’ottocento infatti gli

olandesi furono i massimi consumatori pro capite tra i paesi privi di risorse mentre la Svezia fu il primo paese a fondere

il ferro con l’elettricità. In breve l’esperienza scandinava, come quella svizzera mostra come fosse possibile sviluppare

industrie sofisticate senza disporre di risorse indigene.

L’impero austro-ungarico

L’Austria- Ungheria, ovvero le terre sotto il dominio della corona asburgica, si è attirata immeritatamente la reputazione

di arretratezza economica relativamente al XIX secolo. Questo marchio fu conseguenza del fatto che alcune porzioni

dell’impero erano effettivamente arretrate e in parte per il fallimento politico. Un recente studio ha reso però un quadro

migliore del processo di industrializzazione del territorio asburgico. Una prima cosa da chiarire è che l’impero

asburgico al pari di altre nazioni era caratterizzato da forti regionalità. Inoltre c’è da dire che segni di crescita

economica già erano abbastanza evidenti nelle province occidentali del XVIII secolo. Gli esordi settecenteschi

dell’industrializzazione riguardarono soprattutto l’industria tessile. Il processo di meccanizzazione cominciò

nell’industria cotoniera alla fine del secolo, per poi diffondersi in quella laniera nei primi decenni del secolo successivo

e in quella del lino con maggiore lentezza. Si potrebbe parlare in questo caso di industrializzazione laboriosa che stentò

a decollare in maniera forte per la presenza di fatti politici quantomeno discutibili.. Ad esempio l’abolizione della

frontiera tra Austria e Ungheria sembrò più una perpetuazione dello statua coloniale della provincia ungherese. Altro

caso discutibile fu la politica commerciale estera della monarchia che rimase protezionistica per tutto il secolo. Una

delle ragioni fondamentali della sua arretratezza erano inoltre le forme diffuse di analfabetismo e i basii livelli di

istruzione. Tuttavia nonostante tutti questi ostacoli istituzionali la crescita economica ci fu e durò per tutto l’ottocento. Il

tasso di crescita del prodotto industriale austriaco fu stimato in media del 3% annuo con notevoli oscillazioni mentre

quello ungherese lo superò di gran lunga. I trasporti giocarono un ruolo fondamentale nello sviluppo

dell’industrializzazione. Infatti poiché il paese era prevalentemente montuoso e i fiumi scarsamente risalibili, fu dalle

opere di canalizzazione e dall’utilizzo del battello a vapore che il commercio si sviluppò. Le prime ferrovie furono

localizzate in Austria e permisero un trasporto più rapido di quelle che erano le più importanti produzioni come farina

zucchero frutta alcolici. L’impero tuttavia possedeva alcune industrie pesanti come quella siderurgica e

successivamente quella chimica verso la fine del secolo. In definitiva l’impero asburgico può essere diviso in due zone,

la zona occidentale che all’inizio del secolo era in linea con i paesi occidentali europei a livello di industrializzazione, e

la zona orientale che era più arretrata della zona occidentale ma di gran lunga la più sviluppata dell’Europa orientale.

L’Europa meridionale e orientale

Il modello di industrializzazione dei restanti paesi europei può essere illustrato in maniera più sommaria. Una

caratteristica comune a tutti questi paesi era il livello di reddito pro capite molto basso e l’elevata incidenza della

povertà. La seconda caratteristica di questi paesi era il livello paurosamente basso del capitale umano: c’erano

pochissime persone in grado di leggere e scrivere. Una terza caratteristica comune fu l’assenza in tutti questi paesi di

una riforma agraria incisiva. Passiamo ora all’analisi delle singole realtà nazionali.

La penisola iberica

L’evoluzione economica della Spagna e del Portogallo e talmente simile da permetterci una analisi associata delle due

nazioni. Entrambi infatti emersero dalle guerre napoleonici con sistemi economici primitivi. Durante le guerre civili

entrambi i paesi contrassero numerosi prestiti per finanziare gli sforzi bellici e usciti sconfitti, non sapendo come

onorare i propri debiti furono costretti a cedere molte colonie americane, che determinarono una drastica riduzione delle

entrate statali. La bassa produttività dell’agricoltura costituì una debolezza fondamentale di entrambe le economie.

Nella prima metà del secolo la Spagna tentò una riforma agraria che si rivelò un fiasco completo in quanto il governo

confiscò molte terre ma per pagare i debiti fu costretto a venderle al miglior offerente senza così attuare una

ridistribuzione del fattore terra. Questo deprimente quadro aveva i suoi punti luminosi: infatti l’industria cotoniera

moderna si sviluppò dopo il 1790 grazie al mercato coloniale di Cuba. Inoltre nel 1850 il vino il vino costituì il 28%

delle esportazioni Spagnole. Inoltre la Spagna aveva un’importante riserva di piombo che permise l’avvento di

industriali stranieri. I capitali esteri predominavano anche in altri settori moderni dell’economia quali le banche e la

ferrovia. Ma entrambe le iniziative estere non diedero i frutti sperati. La Spagna inoltre possedeva diversi giacimenti di

carbone che permisero l’ascesa della città di Bilbao ma niente di tutto ciò si verificò in Portogallo.

L’Italia

L’Italia da tempo aveva perso la sua supremazia negli affari economici. Guerre ed intrighi dinastici la avevano spogliata

delle proprie ricchezze in senso economico. L’Italia era oramai terra di conquista mai soggetta ad una politica

nazionale dal momento che era dominata dalla presenze di diverse dinastie monarchiche di origine Spagnola e

asburgica. Prima del 1850 il paese possedeva poche industrie e i differenziali economici regionali erano eccessivamente

evidenti e risalivano al medioevo. Dopo le rivoluzioni fallite nel 48-49 nel regno di Sardegna salì alla ribalta il

personaggio di Camillo Benso di Cavour. Uomo di straordinaria cultura e di tradizione progressista, appena nominato

primo ministro si prodigò in una serie di trattati commerciali con cui aumentò le importazione e convinse i francesi ad

investire in campo ferroviario e in campo bancario. Contrasse poi una serie di prestiti per finanziare la conquista di tutta

la penisola che giunse nel 1860. L’unificazione alleviò uno dei maggiori ostacoli alla crescita economica ovvero la

assenza di un mercato di dimensioni nazionali. Tuttavia nessun trattato poteva alleviare la mancanza assoluta di risorse

naturali cosicché l’Italia che nel frattempo aveva perso Cavour non poté mai instaurare una politica nazionale di

industrializzazione. Verso la fine degli anni novanta l’Italia non era ancora un paese industrializzato e la pressione

demografica unita alla forte disoccupazione condusse a forti correnti migratorie verso gli Stati uniti e i paesi

dell’America latina.

L’Europa sudorientale

I cinque paesi che occupano l’angolo sudorientale del continente europeo erano i più poveri di Europa. Nonostante la

loro povertà dovuta essenzialmente all’arretratezza delle proprie economie, l’alta natalità combinata con una mortalità

in leggero declino provocò a partire dalla metà del XIX secolo un’esplosione demografica. Le risorse naturali erano

però insufficienti ad alleggerire la pressione demografica. Gran parte della terra era montagnosa ed inadatta alla

coltivazione. Esistevano anche piccoli giacimenti di carbone ma erano troppo sparpagliati per permettere uno sviluppo

industriale. In accordo con il loro carattere agricolo il commercio estero di questi paesi consisteva quasi esclusivamente

di esportazioni di prodotti agricoli e importazioni di manufatti soprattutto beni di consumo. In contrasto con la lenta

diffusione delle tecnologie produttive la tecnologia istituzionale delle banche e dell’indebitamento si sviluppò con molta

rapidità. I prestiti esteri soprattutto dalla Francia e dalla Germania furono destinati principalmente alla costruzione di

ferrovie ed altre infrastrutture ma anche al pagamento di interessi su debiti precedenti. In ciascuno dei paesi dell’area

balcanica dopo il 1895 si sviluppo un modesto settore industriale costituito soprattutto di industrie produttrici di beni di

consumo ma tutto sommato si può dire che l’industrializzazione non era ancora penetrata in questi paesi alla vigilia

della prima guerra mondiale.

La Russia imperiale.

All’inizio del XX secolo l’impero russo era considerato una grande potenza. L’estensione del suo territorio e la

popolazione, di gran lunga superiori a tutti gli altri paesi europei giustificavano tale considerazione. Anche in termini

economici la sua posizione era di tutto rispetto. Era la quinta nazione mondiale produttrice, ed era seconda al mondo

dopo gli Stati Uniti per quanto riguarda la produzione petrolifera. La Russia però era un paese ancora prevalentemente

agricolo. L’agricoltura dava da vivere ai due terzi della popolazione e produceva più del cinquanta per cento del reddito

nazionale. La sua produttività era però tremendamente bassa ostacolata come era da una tecnologia primitiva e dalla

scarsità di capitali. La guerra di Crimea rivelò la cruda realtà dell’arretratezza dell’industria e dell’agricoltura russa e in

tal modo preparò la strada per una serie di riforme la più importante delle quali fu l’emancipazione dei servi nel 1861.

Contemporaneamente il governo incoraggiò la costruzione di ferrovie su un programma basato su tecnologie e capitali

esteri. L’efficacia della nuova politica divenne evidente alla metà degli anni ottanta e nel grande balzo della produzione

industriale degli anni novanta. Gran parte del merito di questo grande sbalzo va attribuita al programma di costruzioni

ferroviarie in particolare alla ferrovia transiberiana di proprietà statale a cui e collegabile l’espansione delle industrie

minerarie e metallurgiche. La produzione di ghisa e di carbone ebbero in seguito un’impennata. Il governo cercò di

incoraggiare l’industrializzazione in vari modi. Contrasse prestiti all’estero per finanziare la costruzione di ferrovie

statali e garantì le obbligazioni di ferrovie appartenenti a società private. Di tutti questi provvedimenti beneficiarono i

produttori della slesia polacca e di San Pietroburgo. Al boom dell’industria russa degli anni novanta succedeva la crisi

dei primi anni del XX secolo successiva alla rivoluzione del 1905-1906 sebbene da questi eventi scaturirono una serie

di riforme come quella agricola che portò ad un aumento della produttività dei campi. La prima guerra mondiale portò

ad un aggravamento della situazione internò preparando il campo per la successiva rivoluzione del 1917.

Il Giappone

L’ultima e più sorprendente presenza nell’elenco dei paesi in via di industrializzazione nel XX secolo fu quella del

Giappone. Nella prima metà del secolo il Giappone mantenne la sua politica di isolamento dalle influenze straniere. Dal

seicento il governo tucugawa aveva proibito il commercio con l’estero e aveva proibito ai giapponesi di viaggiare

all’estero. La società fino ad allora era strutturata in classi sociali rigide che si avvicinavano a quelle feudali europee. Il

livello tecnologico era approssimativamente quello europeo dell’inizio del seicento. Nonostante queste limitazioni

l’organizzazione dell’economia era notevolmente sofisticata soprattutto sotto l’aspetto creditizio. Nel 1853 e nel 1854 il

commodoro Perry ammiraglio della flotta statunitense entrò nelle acque giapponesi e minacciando di bombardare la

città di Tokyo costrinse lo Shogun Tokugawa ad allacciare relazioni di tipo diplomatico e commerciale con gli Stati

Uniti. La debolezza dello shogunato Tokugawa di fronte alle prepotenze occidentali portò a rivolte xenofobe e ad un

movimento per riportare l’imperatore che per secoli aveva svolto un ruolo di cerimoniale ad una posizione centrale nel

governo. Questo movimento portò al trono del Giappone Matsuhito e la sua nuova forma di governo illuminato

appellato meiji. Non appena conquistato il potere il nuovo governò anziché tentare l’espulsione degli stranieri cooperò

con loro ma tenendoli a dovuta distanza. Il governo intraprese una ristrutturazione amministrativa ed economica basata

sul modello francese. Molti giovani furono mandati in altri paesi a studiare i metodi occidentali nella politica e nel

governo, nella tecnologia industriale e nella finanza. Uno dei problemi più fastidiosi per il nuovo governo fu quello

finanziario superato poi con la ristrutturazione del sistema creditizio sul modello del National Banking System degli

Stati uniti. Con questo sistema furono fondate 153 banche nazionali. Sfortunatamente l’anno successivo scoppiò la

rivoluzione di Satsuma che portò a nuove tendenze inflazionistiche. Il nuovo ministro delle finanze decise che il difetto

era nel sistema bancario e dopo aver realizzato una imponente manovra deflazionistica ricostruì nuovamente il sistema

bancario. creando la Banca del Giappone che aveva il monopolio sull’emissione di banconote e quindi era in grado di

controllare le tendenze inflazionistiche. Sin dall’epoca della restaurazione meiji il governo aveva tentato di introdurre

nel sistema produttivo nazionale tutta la gamma di industrie presenti nel mondo occidentale. Tuttavia la scarsità delle

risorse naturali e l’inefficacia della tecnologia nazionale resero necessarie le importazioni sia di beni capitali che di

uomini occidentali esperti. Le due industri tradizionali del settore tessile si svilupparono in maniera molto differente.

Subito dopo l’apertura degli scambi l’industria cotoniera sparì del tutto ostacolata dalle produzioni meccanizzate e a

basso costo della Gran Bretagna. L’industria della seta conobbe invece un periodo di forte ascesa che però durò poco

per i forti dazi imposti all’importazione di questo tessuto dai paesi occidentali ed in particolare modo dagli Stati uniti.

Altra grande fonte di esportazione era il tè che nei primi anni del governo meiji fu altrettanto importante quanto la seta .

Sebbene l’introduzione del maggior numero di elementi della tecnologia occidentale fosse dovuta all’iniziativa

governativa, non era nelle intenzioni del governo proibire l’impresa privata. Al contrario la incoraggiava infatti non

appena le miniere cominciarono a funzionare a dovere il governo le vendette a imprese private. L’industria metallurgica

e siderurgica ebbero così un processo di industrializzazione più lento ma nel 1914 il Giappone era in gran parte

autosufficiente in questi settori. Nel complesso la transizione economica del Giappone da società arretrata a grande

nazione industriale fu un’impresa notevolissima.

Capitolo undicesimo

Agricoltura

Si è già sottolineato che uno dei più profondi mutamenti strutturali dell’economia verificatisi nel XIX secolo fu la

diminuzione del peso relativo del settore agricolo. Presupposto di tale declino furono i progressi nella produttività

agricola sapendo bene che la condizione fondamentale per cui un’economia si evolve da un mero livello di sussistenza a

economia industriale è l’aumento della produttività agricola che libera forza lavoro da distribuire nel campo industriale.

Un incremento della produttività agricola può contribuire allo sviluppo economico complessivo in cinque modi: può

sostentare un’eccedenza di popolazione, fornisce commestibile alla popolazione non agricola, rappresenta un ottimo

mercato per la produzione non agricola, attraverso l’imposizione fiscale sulla terra può contribuire all’accumulo di

capitali, favorisce attraverso l’esportazione la valuta estera necessaria per le importazioni di altri beni. Perché una

società si sviluppi non è necessario che l’agricoltura svolga tutti questi ruoli ma è impossibile immaginare uno sviluppo

economico senza il contributo dell’agricoltura in almeno uno o due di questi campi. All’inizio dell’ottocento

l’agricoltura britannica era già la più produttiva d’Europa e questo è significativo nello sviluppo economico globale del

paese. L’agricoltura britannica infatti soddisfaceva gran parte della domanda nazionale di derrate alimentari e già nella

prima metà del XVIII secolo aveva un surplus di cereali per l’esportazione. Il periodo compreso fra la metà degli anni

quaranta e la metà degli anni settanta fu definito la grande età dell’agricoltura. I miglioramenti tecnici fecero aumentare

la produttività e ne variarono la produzione. Il prospero settore agricolo costituì inoltre un buon mercato per l’industria

britannica. Sebbene fossero rari proventi dell’agricoltura investiti nell’industria, la ricchezza prodotta dalla terra

contribuì in modo considerevole alla creazione di capitale sociale: canali, strade e ferrovie. Il ruolo dell’agricoltura sul

continente fu diverso da quello che essa ebbe in Gran Bretagna e variò da regione a regione condizionata come era dalla

necessità di riforme agrarie convincenti. Una riforma agraria implica un mutamento del sistema di possesso fondiario. Il

movimento delle recinzioni in Inghilterra può essere considerato un processo di riforma agraria. Una riforma agraria di

tipo diversa fu quella francese successiva alla rivoluzione. Questa abolì l’ancient regime e confermò ai piccoli

proprietari terrieri il possesso delle loro terre. Questo tipo di riforma ebbe effetti molto positivi nel consolidamento del

settore agricolo e nello slancio industriale e per ciò fu emulato da altre nazioni come il Belgio e la Svezia. Altrove la

riforma agraria ebbe effetti meno felici ad esempio nella monarchia asburgica si dovette attendere troppo tempo per una

riforma incisiva in quanto i monarchi non vi riuscirono mai in maniera incisiva. In Spagna e in Italia ad esempio i

tentativi di riforma agraria entrarono in collisione con le necessità finanziarie dei governi e per questo non furono

incisive. La Russia imperiale si distinse per la realizzazione di due tipi distinti di riforma agraria nell’arco di due

generazioni. L’emancipazione dei servi del 1861 e quella successiva alla prima rivoluzione del 1905-1906 con il

riconoscimento della proprietà privata. I risultati conseguiti dall’agricoltura francese sono a prima vista altrettanto

contraddittori di quelli dell’industria francese. All’epoca del frazionamento della proprietà oltre il quaranta per cento del

territorio coltivabile era costituito da poderi di quaranta ettari in grado di produrre un surplus commerciabile sufficiente

a sostenere la popolazione che cresceva. Ciò nonostante gran parte di quegli agricoltori abbandonò la terra pere altri

impieghi. In Belgio e nei paesi bassi e in svizzera l’agricoltura era da tempo orientata al mercato. La produttività di

questi paesi era ai livelli più alti d’Europa. Una Grande varietà era caratteristica nell’agricoltura delle varie regioni

tedesche. A sudovest la coltivazione raggiungeva livelli produttivi soddisfacenti, mentre a nordest la produzione

agricola era inefficiente. Questi paesi erano da sempre esportatori di grano finché il grano russo e americano a basso

prezzo non fecero collassare definitivamente queste zone. L’emancipazione dei servi in Prussia in seguito all’editto del

1807 non causò grandi cambiamenti immediati, ma con la crescita della popolazione e il graduale aumento della

domanda di lavoro in renania, si poté assistere alla ridistribuzione della popolazione. L’agricoltura contribuì in maniera

considerevole anche allo sviluppo economico sia della Danimarca che della Svezia. In questi paesi il settore primario

assicurò sia manodopera agli altri settori a causa dell’aumento della sua produttività sia costituì un ottimo mercato per

la produzione non agricola e infine assicurò la necessaria accumulazione di capitali per lo sviluppo ferroviario. La

Svezia fondò quasi tutto il suo settore primario sulla produzione di legname e dopo nella produzione di cellulosa e di

avena. La Finlandia invece sottoposta come era allo zar di Russia rimase un paese prevalentemente agricolo senza

portar alcun miglioramento significativo in termini di produttività. La monarchi asburgica era contrassegnata da forti

varianti regionali. Da un lato vi era infatti l’Austria più evoluta e dall’altro l’Ungheria che al 1870 aveva appena

raggiunto i livelli dell’Austria di inizio secolo. La crescita della produzione agricola fu però una condizione comune a

entrambe le regioni. Tuttavia il fallimento dell’impero nelle esportazioni di prodotti agricoli è da attribuirsi a due fattori:

le difficoltà di trasporto e il mercato interno che assorbiva gran parte della produzione. Italia e Spagna invece non

beneficiarono di una vera e propria riforma agraria e ciò sfavorì il processo di accumulazione di capitali per permettere

il definitivo slancio industriale. La Russia imperiale era alla vigilia della prima guerra mondiale un potenza per lo più

rurale. L’arretratezza sia burocratica che tecnica non permetteva alla sua agricoltura di produrre un surplus naturale da

esportare dato che il surplus era imposto dal governo attraverso una pesante tassazione. L’agricoltura al contrario di

queste ultime regioni analizzate svolse un ruolo fondamentale nel processo di industrializzazione degli Stati uniti.

L’agricoltura che già prima dell’avvento delle ferrovie era molto produttiva, trasse proprio dalla ferrovia il modo per

svilupparsi ulteriormente dato che col crollo dei prezzi di trasporto mais e frumento divennero le principali voci delle

esportazioni statunitensi. L’agricoltura americana era da sempre orientata al mercato e l’accresciuta produttività e il

forte incremento demografico della popolazione rurale contribuì a fornire forza lavoro per impieghi non agricoli. Negli

Stati Uniti tuttavia non si verificò alcuna riforma agraria del tipo europeo beneficiando di un forte stimolo derivante

dalla rinuncio del demanio ai suoi possedimenti. Forse in nessun altro stato l’agricoltura svolse un ruolo così vitale nel

processo di sviluppo economico come in Giappone. L’agricoltura infatti non solo riuscì a sostentare una popolazione

che rapidamente passò dai 30 milioni a i 50ma attraverso il sistema di tassazione fu in grado di finanziare la maggior

parte della spese governative e una parte dell’accumulazione di capitale necessaria allo slancio industriale.

Banche e finanza

Il processo di industrializzazione del XIX secolo fu accompagnato da una proliferazione di banche e altre istituzioni

finanziarie necessarie per l’istaurarsi del processo di sviluppo economico. Non tutti i sistemi bancari nazionali erano

uguali. Infatti ciò che può influenzare in maniera incisiva un sistema finanziario è rappresentato dalla legislazione e

dallo sviluppo economico di ciascun stato. Le possibili iterazioni tra settore finanziario e economia nazionale sono di tre

tipi: il settore finanziario svolge un ruolo positivo di incoraggiamento alla crescita economica; il settore finanziario

percorre la sua strada rimanendo neutrale nei confronti dell’economia in generale; il settore finanziario è talmente

inadeguato da determinare l’arretratezza dell’economia. Si è più volte accennato al sistema bancario britannico.

All’inizio del secolo XIX la banca di Inghilterra era ancora in possesso del suo monopolio nel settore delle banche a

capitale azionario e le piccole banche di provincia erano costrette ad organizzarsi sotto forma di società di persone.

Tuttavia una serie di disastri finanziari il parlamento nel 1825 emendò la legge che permetteva alle altre banche di

costituirsi sotto forma di S.p.A. purché non emettessero moneta e con il bank act del 1844 si strutturò un sistema

bancario destinato a rimanere tale fino alla prima guerra mondiale. In base alla legge del 44 la banca d’Inghilterra

cedeva il suo monopolio come unica banca a capitale azionario ma intanto acquistava quello di essere la sola ad

emettere moneta legale. Accanto alla banca d’Inghilterra il sistema bancario britannico prevedeva una serie di banche

commerciali a capitale azionario che accettavano depositi e prestavano capitali a imprese commerciali. Il numero di

queste banche crebbe rapidamente fino agli anni 70 dopo di che la crisi finanziaria successivo fu causa di numerose

chiusure. Molto meno visibili ma altrettanto presenti furono le banche d’affari. Queste imprese bancarie si dedicavano

al commercio di valuta e partecipavano alla sottoscrizione di titoli esteri da quotare presso la borsa valori di Londra.

Oltre a quelle descritte la Gran Bretagna possedeva molte altre istituzioni finanziarie come le casse di risparmio ma nel

complesso è possibile dire che il sistema bancario rispose passivamente alle sollecitazioni provenienti dall’esterno senza

né accelerare ne ritardare il processo di sviluppo economico. Il sistema bancario francese era dominato come quello

britannico da un istituto di ispirazione politica i cui affari si svolgevano soprattutto col governo, vale a dire la banca di

Francia. Creata da Napoleone nel 1800 presto ebbe il monopolio nell’emissione di banconote ed altri privilegi speciali.

Come per la banca d’Inghilterra essa divenne la banca di Parigi e permise allora ad altre banche di operare nelle

maggiori provincie. Fino al 1848 la Francia non possedeva altre banche a capitale azionario e il suo sistema creditizio

era meno sviluppato di quello inglese. La Francia però possedeva delle banche d’affari la cui principale attività era il

finanziamento degli scambi internazionali e il commercio di valuta di cui la più importante era la haute banque

parisienne. Dopo il colpo di stato del 1851 e la proclamazione del secondo impero Napoleone III cercò di ridurre la

dipendenza del sistema finanziario da queste banche con la creazione di nuovi istituti e nel 1852 vi fu la fondazione

della societè generalè de credit fondiar e mobilier e permise la formazione di altre banche a capitale azionario. Le

banche francesi a capitale azionario svolsero il ruolo di battistrada per gli investimenti francesi all’estero. Nel

complesso il sistema bancario francese della prima metà del XIX secolo non riuscì a realizzare il suo potenziale di

stimolo alla crescita economica e sebbene avesse molta intraprendenza non riuscì ad emulare il modello creditizio belga

e tedesco. Per quanto riguarda il sistema bancario belga la societè generalè de belgique e la banque de Belgique fecero

miracoli nel favorire l’industrializzazione di un piccolo stato ma furono poste in difficoltà dalla ampiezza dei loro poteri

ma globalmente il sistema bancario belga merita una menzione di tutto rispetto. Gli olandesi persero quella centralità

finanziaria del XVII secolo. Quando il regno delle province unite prese il posto della repubblica olandese la

nederlandshe bank prese il posto della banca di Amsterdam ma il sistema creditizio era inoltre costituito da numerose

altre banche specializzate in prestiti governativi e cambiavalute. Negli anni cinquanta dopo i successi del sistema belga

furono varate molte proposte creditizie che il governo appoggiò e che contribuirono al decollo industriale dell’Olanda

verso la fine del secolo. La Svizzera si è affermata come grande centro finanziario mondiale e continuò il suo ruolo

anche nell’ottocento. Nella prima metà del secolo XIX non si poteva dire invece che la Germania avesse un proprio

sistema bancario. I numerosi stati sovrani erano l’ostacolo all’affermazione di un sistema finanziario unificato.

Ciascuna regione possedeva una propria banca di emissione e in più esistevano numerose banche private in particolari

centri commerciali come Amburgo. A partire dagli anni quaranta un certo numero di esse cominciò a dedicarsi a

operazioni di investimento finanziando settori industriali ed in particolar modo quello ferroviario. L’aspetto distintivo

del sistema tedesco fu la banca universale per azioni di cui la prima nacque nel 1848 e occorsero diversi anni prima di

metterla in sesto in quanto derivava dalla bancarotta di un colosso bancario di Colonia. Nel frattempo il governo

prussiano era tornato alla vecchia politica e non autorizzò altre banche per azioni fino al 1870. Alcuni promotori al fine

di aggirare l’ostacolo dell’autorizzazione per la costituzione di una banca per azioni ricorsero all’espediente della

società in accomandita e così nacquero numerosi istituti. Tuttavia nel 1869 il governo prussiano eccessivamente

pressato decise di ricorrere ad un modello creditizio non lontano da quello francese e anglosassone di libera costituzione

di società. Il 73 però condusse alla perdita di numerosi istituti a seguito della crisi finanziaria. Le banche che seppero

resistere ebbero grande gloria e fortuna in quanto non solo provvidero alle necessità dell’industria tedesca ma

facilitarono gli scambi fornendo credito agli esportatori. Lo sviluppo del sistema bancario tedesco nella seconda metà

dell’ottocento fu concomitante col rapido processo di industrializzazione e verso la fine del secolo il sistema creditizio

tedesco era il più potente del mondo. L’Austria sviluppò il proprio sistema bancario pressappoco nello stesso periodo

della Germania. Essa aveva creato la banca nazionale austriaca già nel 1817, ma come istituto privilegiato nella

gestione della finanza pubblica. Esistevano inoltre alcune banche private. La prima banca moderna a capitale azionario

fu però la Creditan Stalt austriaca che ancora oggi è uno dei più potenti istituti finanziari dell’Europa centrale oltre

questa diverse importanti banche a capitale azionario sorsero a Vienna e Budapest ma gli ostacoli istituzionali

impedirono al sistema di essere paragonabile a quello tedesco. L’economia svedese aveva una lunga tradizione

bancaria. La banca nazionale svedese fu infatti fondata nel 1656 e in effetti fu la prima banca ad emettere carta moneta.

La storia moderna del sistema bancario svedese ebbe inizio però negli anni tra il 1850 e il 1870. La banca di stoccolma,

la banca Scandinava e la Handell s Bank insieme ad altri piccoli istituti di provincia si dedicarono ad operazioni

bancarie miste riuscendo a garantire lo sviluppo economico nazionale. La Danimarca ebbe una evoluzione bancaria

molto simili a quello della Svezia così come la Norvegia e la Finlandia, poiché potevano fondare il loro successo su

livelli bassi di analfabetismo. Anche i paesi latini del mediterraneo costruirono i loro moderni istituti finanziari negli

anni 50 e 60 . la Spagna possedeva una banca di emissione che si dedicava essenzialmente alla finanza pubblica ,il

regime reazionario dell’epoca impedì lo sviluppo del sistema bancario. Nel 1855 tuttavia dopo che un mutamento nel

governo aveva portato al potere una fazione moderata si riuscì ad ottenere l’approvazione di nuovi istituti bancari. Tutti

i nuovi istituti furono coinvolti nella promozione e costruzione di ferrovie e altre iniziative industriali . I Pereire che

avevano fatto pressione al governo spagnolo per la concessione delle autorizzazioni intendevano anche aprire una

filiale nel Piemonte e Cavour approvò. Negli anni seguenti gran parte delle banche italiane furono fondate con capitali

francesi tranne la banca commerciale a Milano e il credito italiano a Genova, che ebbero importanti implicazioni nel

boom economico del Nord Italia, erano state fondate con capitali tedeschi. In Russia la maggiore istituzione finanziaria

era la banca di Stato. Il sistema bancario comprendeva inoltre una varietà di piccoli istituti come la banca commerciale

di san Pietroburgo. Le banche per azioni russe in collaborazione con le loro associate straniere contribuirono

all’industrializzazione della Russia dopo il 1885.Negli Stati uniti il sitema bancario ebbe un’evoluzione varigata nei

primi anni della Repubblica il conflitto tra Hamiltoniani e Jeffersoniani si riflettè in modo evidente nella storia del

sistema bancario. Durante la guerra civile il congresso istituì il National Banking system che permise la nascita di

banche federali accanto alle banche statali, ma nello stesso tempo impose una forte tassazione sull’emissione di

banconote da parte delle banche statali. Sia il sistema bancario statale che quello federale subivano le conseguenze

negative dell’eccessivo rigore del governo, infatti l’istituzione di filiali all’estero era proibita. Per porre rimedio a

questo problema nel 1913 il congresso istituì il federal riserve system che alleggerì le banche nazionali dal compito di

emettere banconote e diede loro la possibilità di occuparsi di finanza internazionale. L’esperienza statunitense sembra

mostrare che sebbene le banche siano necessarie alla crescita economica non è indispensabile un sistema bancario

nazionale.

Il ruolo dello stato

Pochi argomenti della storia economica sono soggetti a frequenti fraintendimenti più del ruolo dello stato

nell’economia. Da un lato abbiamo il mito del laissez-faire che implica che lo stato si astiene da qualsiasi interferenza

nell’economia, dall’altro vige il concetto marxista secondo il quale il governo agisce d comitato esecutivo della classe

dominante. La realtà però fu molto più variegata di così. Il governo infatti può svolgere una varietà di ruoli all’interno

dell’economia. Anzitutto ne determina il contesto legale dell’iniziativa economica. Lo stato inoltre può influenzare

l’economia attraverso l’attività di promozione come politiche doganali per l’affermazione dell’industria doganale. Lo

stato infine può intervenire nell’economia in maniera diretta con la gestione propria di unità produttive. Tenendo

presenti queste molteplici possibilità analizziamo ora il ruolo del governo in ciascuno degli stati finora analizzati. La

Gran Bretagna è generalmente considerata la patria del laissez-faire. Per analizzare il peso del settore pubblico

dobbiamo considerare le spese dell’amministrazione centrale del regno unito. Esse furono generalmente basse in

rapporto con altri paesi europei ma alte rispetto a paesi come gli Stati Uniti e la Germania in cui tale spesa si aggirava

intorno al 5% del prodotto nazionale lordo. Per quanto riguarda le attività dello stato anche qui l’Inghilterra poteva

vantare un efficiente sistema postale dopo l’introduzione del servizio statale prepagato ma a livello di pubblica

istruzione l’Inghilterra peccò molto. Fino al 1870 le sole scuole esistenti erano quelle gestite da fondazioni private o

religiose e di conseguenza più della metà della popolazione non riceveva adeguata istruzione. Altri paesi come la

Francia soffrivano di una forma acuta di paternalismo statale. Al contrario dell’Inghilterra i maggiori progressi

tecnologici furono condotti per mano dello stato così pure al tempo dello sviluppo delle ferrovie. Questi pochi esempi

non esauriscono le modalità di coinvolgimento attivo dello stato all’interno dell’economia ma si ha l’impressione che

l’ottocento sia il secolo in cui lo Stato fu meno invadente di quanto non lo fosse stato nei secoli precedenti.

Capitolo dodicesimo

La crescita dell’economia mondiale

Sebbene il commercio di lunga distanza sia esistito dagli albori della civiltà la sua importanza crebbe rapidamente nel

corso del XIX secolo. Il periodo di massima crescita si ebbe tra l’inizio degli anni quaranta e il 1873 quando il

commercio mondiale aumentava ad un tasso annuo pari al 6% più che doppio rispetto all’incremento demografico e

della produzione mondiale. All’inizio del secolo erano due i principali ostacoli che rallentavano il flusso internazionale

commerciale. L’ostacolo naturale era rappresentato dall’elevato costo di trasporto che col tempo e per effetto delle

tecnologie diminuì progressivamente, mentre l’ostacolo artificiale era rappresentato dalle politiche tariffarie

protezionistiche che degenerano per poi ritornare di moda durante il periodo della grande depressione.

La Gran Bretagna adotta il libero scambio.

Argomentazioni a favore del libero scambio derivano in primo luogo dagli scritti di Adamo Smith sebbene il governo

britannico già da tempo avvertiva un sempre maggiore interesse verso politiche tariffarie che avvantaggiassero i

commercianti inglesi. Gli scritti di Adamo smith furono seguiti da quelli di Ricardo anch’egli fautore del liberismo.

Tuttavia le argomentazioni proposte da entrambi gli economisti per avere effetti pratici dovevano riuscire a sconfiggere

il convincimento generale che il liberismo era dannoso. Una prima svolta fu la petizione che alcuni commercianti

presentarono al parlamento nel 1820 invocando il libero scambio. La petizione non ebbe alcun effetto immediato ma fu

il segnale di una svolta nella pubblica opinione. Intanto saliva al governo il partito dei tory con uomini giovani che

volevano modernizzare le vecchie istituzioni. Uno di questi fu Peel, a cui si deve l’abolizione delle corn-lows che erano

tariffe imposte per l’esportazione del grano sotto la pressione molto forte della anti-corn laws league. Con l’abrogazione

delle corn laws cominciò a prendere forma quello che sarebbe stato il moderno sistema politico britannico e si cominciò

a fare tabula rasa della vecchia legislazione mercantilista imponendo un sistema di tariffazione meno rigido e

circoscritto solo a pochi beni di lusso.

L’età del libero scambio

Il secondo grande stadio nel movimento verso il libero scambio fu l’importante trattato commerciale anglofrancese del

1860. La Francia aveva da tempo adottato una politica protezionistica sebbene molti economisti si accorsero che questo

tipo di politica poteva arrecare più danni che vantaggi. Il governo di Napoleone terzo successivamente alla guerra di

Crimea aveva deciso di instaurare nuovi legami di amicizia per guadagnare in immagine nello scenario europeo. Inoltre

sebbene la Francia da tempo fosse nazione dagli ideali protezionistici una forte corrente di pensiero sosteneva il

liberalismo economico. Uno di questi esponenti fu Chevalier che chiamato da napoleone III al senato francese questi

convinse l’imperatore dei vantaggi di un trattato commerciale con la gran Bretagna dato che il diritto di concludere

trattati era esclusiva competenza dell’imperatore e non del senato. Il trattato così concluso impegnava la gran Bretagna

a cancellare tutti i dazi sull’importazione merci francesi e la Francia si impegnava a revocare la proibizione sui prodotti

tessili britannici. Un aspetto importante di questo trattato fu la clausola della nazione più favorita cioè se una delle due

nazioni avesse negoziato un accordo con altri stati l’altra parte avrebbe automaticamente ottenuto gli stessi vantaggi. La

gran Bretagna che a quel tempo era già liberoscambista non aveva potere contrattuale per poter negoziare trattati con

altri paesi mentre la Francia era in questa posizione. Così la Francia stipulò trattati col Belgio e lo Zollverein e

l’Inghilterra ne godette in maniera piena. A questi trattati se ne aggiungevano gli altri stipulati dalle altre nazioni

europee che ebbero come effetto un abbassamento generale delle tariffe. Le conseguenze di questa rete di trattati furono

considerevoli. Il commercio internazionale crebbe di circa il dieci per cento l’anno. Altra conseguenza dei trattati

soprattutto in Francia fu la riorganizzazione dell’intero settore industriale. Infatti le industrie erano tutte imposte a

maggiore concorrenza che causava una maggiore efficienza tecnica e un aumento sensibile in termini di produttività.

La grande depressione e il ritorno al protezionismo

Un’altra conseguenza dell’integrazione dell’economia internazionale provocata da un commercio più libero fu la

sincronizzazione della dinamica dei prezzi al di là delle frontiere nazionali. Nell’economia preindustriale le brusche

fluttuazioni dei prezzi erano stati fenomeni di carattere generalmente locale o regionale., che si ripercuotevano sui

raccolti. Con lo sviluppo dell’industrializzazione e del commercio internazionale le fluttuazioni cominciarono ad essere

più spesso legate allo stato del commercio. Fluttuazioni della produzione accompagnavano solito le fluttuazioni dei

prezzi. In pressoché tutti gli stati europei , i prezzi raggiunsero il culmine all’inizio del secolo verso la fine delle guerre

napoleoniche. Dopo di allora la tendenza secolare fu al ribasso fino alla metà del secolo. Le cause furono nuovamente

sia reali che monetarie. I prezzi balzarono verso l’alto negli anni 50 per poi oscillare per una ventina di anni senza una

direzione definita. Nel 1873 un panico finanziario colpì Vienna e New York per poi propagarsi rapidamente nella

maggior parte dei paesi industrializzati o in via di industrializzazione. La susseguente caduta dei prezzi durò fino alla

metà o alla fine degli anni novanta, e divenne nota in Gran Bretagna come <<Grande depressione>> che gli industriali

la attribuirono a torto all’accresciuta concorrenza internazionale frutto dei trattati commerciali. Il settore agricolo –dai

grandi proprietari terrieri ai piccoli agricoltori- si associò a questa richiesta di protezione. Prima del 1870 essi non

erano stati disturbati dalla concorrenza dei paesi d’oltremare, in quanto i costi del trasporto via mare di merci

voluminose e di scarso valore come frumento e segale avevano rappresentato una protezione sufficiente. Negli anni

settanta le spettacolari riduzioni dei costi di trasporto dovute alla costruzione di nuove ferrovie negli stati americani del

Midwest e delle pianure, combinate con le altrettanto spettacolari riduzioni dei costi dei trasporti oceanici per effetto dei

miglioramenti apportati alla navigazione a vapore, incoraggiarono la mesa a coltura di vasti tratti di praterie vergini. La

situazione dell’agricoltura tedesca in questo frangente era molto critica. La Germania era divisa all’epoca

essenzialmente in un occidente in via di industrializzazione ed un oriente agricolo. Gli Junker della Prussia orientale,

proprietari di vasti possedimenti si erano dedicati da tempo all’esportazione di grano. Era questa la maggiore eccezione

alla regola per la quale fino a agli anni settanta del XIX secolo i costi di trasporto rendevano non conveniente

trasportare il grano su lunghe distanze. La popolazione tedesca stava crescendo rapidamente, e con l’industrializzazione

anche le città stavano espandendosi velocemente. Gli Junker desideravano perciò conservare l’esclusiva del grande e

crescente mercato. Otto Von Bisamrck, creatore e cancelliere del nuovo impero tedesco, colse quest’opportunità. Gli

industriali della Germania occidentale da tempo reclamavano a gran voce una protezione tariffaria; ora che anche gli

Junker prussiani si erano schierati al loro fianco. Bismarck denunciò i trattati commerciali dello Zollverein con la

Francia ed altre nazioni e diede la sua approvazione ad una nuova legge tariffaria del 1879 che introdusse in

protezionismo sia per l’industria che l’agricoltura. Gli interessi protezionistici francesi, che non avevano mai accettato

il trattato Cobden-Chevalier, ripresero forza sul piano politico dopo la sconfitta nella guerra franco-prussiana ed ancor

più con i dazi tedeschi del 1879. Nel 1881 essi riuscirono ad ottenere una nuova legge tariffaria che reintroduceva

esplicitamente il principio di protezionismo. I dazi del 1881, inoltre non avevano accolto le richieste protezionistiche

degli agrari. L’agricoltura francese, a differenza di quella della Prussia orientale, era dominata dai piccoli proprietari

contadini i quali, nel sistema politico della Terza repubblica, avevano il diritto di voto ed il potere politico. Pur

accordando protezione ad alcuni settori dell’agricoltura e conservando la protezione industriale della tariffa del 1881,

essa conteneva diversi elementi condivisi dai partigiani del libero scambio. Una guerra tariffaria con l’Italia, arrecò

gravi danni al commercio francese, e ancora maggiori a quello italiano. L’Italia aveva seguito l’esempio tedesco nel

ritorno al protezionismo per ragioni politiche, aveva deciso di discriminare in particolare le importazioni francesi. La

mossa fu poco saggia, in quanto la Francia rappresentava per l’Italia il maggiore mercato estero. Per rappresaglia i

francesi imposero a loro volta dei dazi discriminati, e per oltre un decennio il commercio tra i due paesi vicini crollò a

meno della metà del volume normale. Anche la Germania e la Russi scatenarono una breve guerra tariffaria tra il 1892 e

il 1894. Molti paesi seguirono l’esempio della Francia e della Germania innalzando i propri dazi. L’Austria - Ungheria,

che aveva una lunga tradizione di protezionismo, negoziò dei trattati con la Francia ed alcuni altri paesi ma conservò un

grado di protezione più elevato degli altri e ritornò rapidamente all’ultraprotezionismo. Gli Stati Uniti , fino alla guerra

civile, avevano oscillato tra dazi molto alti e molto bassi, ma nel complesso, per l’influenza dell’aristocrazia dei

piantatori meridionali che dipendevano dalle esportazioni di cotone, avevano seguito un politica di dazi contenuti. Dopo

la guerra civile, essi divennero uno dei paesi più protezionistici e tali rimasero in larga misura fino a dopo la seconda

guerra mondiale. In questo generale ritorno al protezionismo resistettero alcune sacche di libero scambio, e di queste la

più notevole fu la Gran Bretagna. Sorsero dei movimenti politici che si battevano per un <<commercio giusto>> e una

<<preferenza imperiale>>. Nel 1887 il parlamento approvò il Merchandise Marks Act, che imponeva di apporre sui

prodotti esteri un’etichetta con il nome del paese di origine. Si riteneva che l’etichetta <<made in Germany>> avrebbe

dissuaso i consumatori britannici dall’acquistare un prodotto, ma in realtà accadde il contrario. I Paesi Bassi si

specializzarono nella lavorazione di merci importate da oltreoceano quali zucchero, tabacco e cioccolato destinati alla

riesportazione in Germania e negli altri paesi continentali; essi mantennero perciò una posizione prevalentemente

liberoscambista, e lo stesso fece il Belgio. Molta attenzione è stata dedicata nei libri di teso a questo <<ritorno al

protezionismo>>. Nel decennio prebellico tale incremento ammontò al 4,5% l’anno, quasi eguagliando cioè quello

verificatosi nei decenni di espansione intorno alla metà del secolo precedente. Le nazioni di tutto il mondo, e in special

modo quelle europee, dipendevano come non mai dal commercio internazionale. Nei maggiori paesi sviluppati le

esportazioni rappresentavano tra il 15 e il 20 per cento del reddito nazionale totale. Per alcuni dei paesi industrializzati

più piccoli, il rapporto era ancora più elevato. Gli Stati Uniti, pur dipendendo molto meno dal resto del mondo per via

della loro economia ampia e diversificata, erano nel 1914 il terzo paese al mondo in quanto a esportazioni. In breve

l’economia mondiale all’inizio del XX secolo era più integrata e interdipendente di quanto fosse mai stata in

precedenza o di quanto lo sarebbe stata fino a molto dopo la seconda guerra mondiale.

Il goldstandard internazionale

Nel corso della storia diverse merci hanno svolto la funzione di standard monetario, ma la maggiore preminenza è

sempre stata detenuta dall’oro e dall’argento. La funzione di uno standard monetario è di definire l’unità di conto di un

sistema monetario, l’unità in cui tutte le altre forme di moneta sono convertibili. In Inghilterra vigeva per un certo

periodo lo standard bimetallico, ma ben presto l’argento venne accantonato. Durante le guerre napoleoniche la banca

d’Inghilterra sospese la conversione e dichiarò il corso forzoso della cartamoneta. Dopo le guerre fu ridichiarata la

convertibilità in oro instaurando il cosiddetto goldstandard. Secondo le disposizioni della legge parlamentare istitutrice

di questo standard dovevano essere rispettate tre condizioni: La zecca reale era costretta a comprare e vendere le

quantità d’oro ad un prezzo fisso; la Banca di Inghilterra era sempre tenuta a convertire le proprie passività; nessuna

restrizione era imposta sull’importazione e sull’esportazione di oro. La quantità di oro che la banca di Inghilterra

deteneva nei propri forzieri era esattamente il numero di cartamoneta in circolazione. Di conseguenza movimenti in

entrata e in uscita di oro determinavano fluttuazioni della riserva totale di moneta che a loro volta causavano variazioni

nell’indice generale dei prezzi. Per i primi tre quarti del XIX secolo quasi tutti i paesi europei adottarono uno standard

bimetallico e siccome quasi tutto il commercio era in mano degli inglesi per cui tutti gli altri paesi erano coinvolti nelle

sue fluttuazioni economiche. Per un breve periodo nel corso degli anni sessanta e settanta la Francia tentò di stabilire

uno standard alternativo che fosse meno dipendente dalle vicende inglesi, optando per lo standard argenteo, in modo

tale da mantenere stabile il livello dei prezzi. Pochi anni dopo però i ritrovamenti di giacimenti di argento fecero

invertire i prezzi relativi tra argento e oro e la nazioni aderenti allo standard argenteo si trovarono sommerse

dall’afflusso di argento a buon mercato. Per evitare le forze inflazionistiche allora tutte le nazioni aderenti decisero di

tornare vero lo standard aureo. L’impero tedesco fu la prima nazione dopo la G. Bretagna ad adottare lo standard aureo

adottando una nuova moneta di conto il marco aureo. Prima della guerra civile negli Stati Uniti vigeva uno standard

bimetallico. Durante la guerra sia il Nord che il Sud emisero moneta inconvertibile. Le emissioni della confedrazione

persero in seguito ogni valore ma i Greenbacks del nord continuarono a circolare anche se sotto la pari rispetto all’oro.

Nel 1873 il congresso approvò una legge secondo la quale il Greenbacks sarebbero stati convertiti in oro al partire dal

1879. In pratica negli Stati Uniti vigeva dal 1879 un gold standard sebbene solo nel 1900 divenisse legale.

Movimenti migratori e investimenti internazionali

Oltre al movimento delle merci nel 19-esimo secolo si verificò anche un considerevole aumento del movimento

internazionale di uomini e capitali. L’emigrazione più significativa fu quella transoceanica nel corso del secolo circa 60

milioni di persone abbandonarono il continente per mete situate oltre oceano, in primis gli Stati Uniti. Nel complesso

questo immenso fenomeno migratorio ebbe effetti benefici in quanto alleggerì le pressioni demografiche nei paesi di

provenienza degli emigranti. L’esportazione di capitali rafforzò ulteriormente l’integrazione dell’economia

internazionale. L’investimento di capitali all’estero raggiunse in questo secolo dimensioni senza precedenti. E’ utile

cominciare a riflettere su tale investimento in termini di risorse, motivazioni e meccanismi. In generale le risorse

disponibili per essere investite all’estero derivano dall’aumento della ricchezza interna. In generale esistono due

principali categorie di fondi che possono essere impiegati negli investimenti internazionali: quelli derivanti da una

bilancia commerciale favorevole e quelli derivanti da esportazioni invisibili, ovvero proventi bancari e assicurativi. La

principale motivazione dell’investimento all’estero è l’aspettativa di un saggio di profitto più elevato che in patria da

parte dell’investitore. I meccanismo dell’investimento estero consistono in una serie di strumenti istituzionali per il

trasferimento di fondi da un paese all’altro: mercato dei cambi, banche d’investimento e molti altri. La Gran Bretagna

fu di gran lunga in testa negli investimenti esteri fino al 1914. A questa data gli investimenti britannici erano il 43% del

valore totale mondiale. Gli investimenti esteri per la Gran Bretagna furono resi possibili dalle esportazioni invisibili

derivanti dalla supremazia finanziaria di Londra sul resto del mondo. Gli investimenti britannici toccarono prima lo

sviluppo ferroviario europeo e poi quello americano che all’inizio della guerra rappresentava il 95% degli investimenti

esteri britannici. La Francia figurava al secondo posto in quanto investimenti. Il cammino verso l’investimento estero fu

più travagliato in quanto la Francia si trovava a ripagare i debiti contratti durante le guerre napoleoniche. Tuttavia gli

investimenti ferroviari britannici crearono la condizione ottimale per un surplus della bilancia commerciale che favorì

l’investimento estero da parte dei francesi. Nella prima metà del secolo i francesi investirono soprattutto nei paesi vicini

come Spagna e Portogallo ma nel 1894 successivamente all’alleanza franco-Russa i Francesi investirono in titoli russi

pubblici e privati. A differenza dei britannici i francesi destinarono meno del 10% dei loro investimenti alle colonie ma

nel complesso il contributo francese allo sviluppo dell’Europa fu considerevole sebbene per i disastri arrecati dalla

prima guerra mondiale gli investitori dovettero subire gravi perdite. La Germania è un caso interessante di nazione che

da debitore netto diventa creditore netto nei decenni centrali del secolo le provincie occidentali beneficiarono

dell’afflusso di capitali francesi e britannici che contribuirono alla nascita di industrie possenti le cui esportazioni

misero la Germania nella condizione di ripagare i capitali esteri e accumulare investimenti. La maggior parte di questi

investimenti andò ai paesi dell’Est e agli Stati Uniti. I paesi industrializzati minori dei paesi occidentali come la

Svizzera e il Belgio seguirono la stessa sorte della Germania. Fra i paesi beneficiari degli investimenti esteri gli Stati

Uniti erano di gran lunga il maggiore. Dopo la guerra civile gli investitori americani cominciarono ad acquistare

obbligazioni estere e le società private americane cominciarono ad investire direttamente all’estero in una serie di

operazioni industriali che riguardavano soprattutto l’emisfero occidentale e l’Asia orientale. In Europa il paese che

beneficiò dei maggiori investimenti fu la Russia che utilizzò i prestiti concessi non solo per finanziare le costruzioni

ferroviarie ma anche l’esercito e la flotta. Investimenti effettuati in America Latina e in Asia benché considerevoli in

cifra assoluta furono molto inferiori se rapportati alla popolazione dei paesi destinatari. In altre parole se si eccettuano le

somme relativamente modeste investite direttamente nella produzione di materie prime gran parte degli investimenti

esteri servì alla costruzione di infrastrutture e sovrastrutture che permettessero alle economie dipendenti di partecipare

all’economia internazionale.

La ripresa dell’imperialismo

La virtuale assenza di stati politici organizzati del tipo europeo e il basso livello di sviluppo economico condussero al

coinvolgimento dell’Asia e dell’Africa nell’economia mondiale in rapida evoluzione.

Africa

La colonia del capo era stata fondata dagli olandesi verso la metà del diciassettesimo secolo come stazione di

vettovagliamento degli uomini della compagnia delle Indie in viaggio verso l’Indonesia. La Gran Bretagna lo conquistò

nelle guerre napoleoniche e incoraggiò gli insediamenti britannici. Le politiche britanniche per assicurare un trattamento

più umano nei confronti dei nativi irritarono i Boeri e gli AfriKaaner discendenti dei coloni olandesi. Per sfuggire

all’interferenza britannica i Boeri marciarono verso nord dando vita a nuove colonie sulla costa sud-orientale. Oltre a

combattere fra loro Inglesi e Olandesi si scontrarono con molte popolazioni indigene e gli scontri terminarono con la

sconfitta dei nativi. Dapprima sia gli insediamenti dei Boeri e dei Britannici ebbero carattere agrario, ma nel 1867 la

scoperta dei diamanti determinò l’arrivo di molti ricercatori da tutto li mondo. Questi avvenimenti contribuirono

all’ascesa di Cecil Rhodes che fece fortuna nelle miniere di diamanti. Non accontentandosi dei soli profitto i Rhodes

divenne un patrocinatore dell’espansione imperialistica. Una delle sue maggiori ambizioni era quella di costruire una

ferrovia dal Capo al Cairo tutta su territorio britannico. Tuttavia l’idea fu contrastata dal presidente della Repubblica

sudafricana e nell’ottobre del 1899 ebbe inizio la guerra sudafricana. I britannici vinsero e l’Unione sudafricana entrò

tra i domini dell’impero britannico dopo questi avvenimenti quasi tutte le nazioni europee iniziarono la loro politica di

colonialismo nel continente africano soprattutto Francia e Belgio. L’Africa centrale fu l’ultima area ad aprirsi alla

penetrazione occidentale in questo modo pezzo dopo pezzo il continente nero fu portato alla luce e alla vigilia dello

scoppio della prima guerra mondiale solo Etiopia e Liberia mantennero la loro indipendenza.

Asia

La decadenza interna aveva fortemente indebolito la dinastia Manciù che aveva governato la Cina fin dalla metà del

XVII secolo. Ciò diede agli europei l’opportunità di guadagnare l’accesso all’impero dal quale erano stati così a lungo

esclusi. Gli interessi commerciali britannici furono il primo pretesto di insediamento. Il te e le sete cinesi avevano un

ampio mercato in Europa tuttavia il loro commercio fu ben poca cosa finché i commercianti inglesi non si accorsero che

i cinesi andavano pazzi per l’oppio. Quando però fu scoperto un grosso carico d’oppio da un ufficiale cinese e bruciato

cominciò la cosiddetta guerra dell’oppio con una sorta di rappresaglia che si concluse con il trattato di Pechino, in base

al quale la Cina cedeva Hong Kong alla Gran Bretagna e si impegna a tenere aperti per il commercio con gli inglesi

cinque porti. La facilità con cui gli inglesi ebbero la meglio sui cinesi spinse altri paesi a richiedere trattati ugualmente

favorevoli, che furono accordati. Queste dimostrazioni di impotenza nei confronti degli stranieri provocarono delle

dimostrazioni antigovernative e xenofobe e condussero alla rivolta di dei T’ai-p’ing. Tutto questo indebolì ulteriormente

lo stato cinese che per il resto del secolo continuò nelle concessioni e nelle rivolte interne. Le continue umiliazioni

portarono ad un ultimo scoppio di violenza xenofoba nota come rivolta dei Boxer( società segreta cinese). Da quel

momento la Cina cadde in decadenza perché dopo alcuni vani tentativi di ricostruzione di dialogo da parte delle potenze

europee, queste ultime non volere più preoccuparsi del problema. E la repubblica cinese rimase debole e divisa. Nel

XIX secolo la corea era un regno semiautonomo. L’aspra rivalità tra Giappone e Cina per il possesso della corea

scoraggiò i mercanti europei.

Spiegazioni dell’imperialismo

L’Asia e l’Africa non furono le sole aree del mondo soggette allo sfruttamento imperialista né le nazioni europee le

uniche a dedicarvisi. Una volta adottata la tecnologia occidentale, il Giappone perseguì politiche imperialistiche molto

simili a quelle europee. Le cause dell’imperialismo furono molte e complesse. Non esiste un’unica teoria che possa

spiegare tutti i casi. Una delle spiegazioni più popolari dell’imperialismo moderno parla di necessità economiche. Esso

deriva da un iter logico: costituzione di grande industrie- accumulazione di capitale velocissima e produzione in

surplus- ricerca di nuovi mercati dove investire e vendere. Questa è la linea essenziale dell’imperialismo marxista.

Linea diciamo abbastanza superficiale anzitutto perché scegliere posti lontanissimi dove probabilmente gli europei si

sarebbero sentiti a disagio ed in secondo luogo non convince neppure la tesi dei nuovi mercati dove vendere le

eccedenze in quanto i prodotti europei erano facilmente commerciabili anche tra europei stessi. Forse ciò che più

convince della tesi marxista è la parte riguardante il reinvestimenti dei capitali accumulati sebbene questa spiegazione

non è del tutto sufficiente a giustificare le guerre aspre derivanti dal fenomeno. La politica di potenza e l’opportunità

militare svolsero un ruolo altrettanto importante così come il clima intellettuale con forti coloriture di darwinismo

sociale contribuì all’espandersi del fenomeno

Capitolo tredicesimo

Panorama dell’economia mondiale del XX secolo

Popolazione

Nel XIX secolo la popolazione europea era più che raddoppiata mentre la popolazione mondiale era cresciuta

nell’ordine del 20%. Nel XX secolo la popolazione europea subì un rallentamento mentre quella mondiale raggiunse

ritmi mai visti prima. Come primo approccio si può dire che la causa di tale incremento numerico è stata la diminuzione

complessiva della mortalità , soprattutto nei paesi non occidentali. Le nazioni occidentali fecero ravvisare un periodo di

transizione demografica caratterizzato da bassi tassi di natalità e di mortalità. Come conseguenza dei progressi in campo

medico sanitario e nella produzione agricola, i tassi di mortalità sono scesi in modo spettacolare, mentre i tassi di

natalità sono discesi molto lentamente così l’incremento della popolazione è stato abnorme. Uno dei fattori che ha

maggiormente inciso al declino del tasso di mortalità è la mortalità infantile. Una delle conseguenze principali della

diminuzione del tasso di mortalità è l’aumento della cosiddetta speranza di vita alla nascita ovverosia il numero di anni

di vita medio al momento della nascita. A metà del secolo i paesi europei vantavano una speranza pari a 60 anni mentre

nei paesi non europei tale valore era molto inferiore. Diciamo che oltre al tasso di mortalità molti altri fattori

condizionano la speranza di vita: ad esempio il livello di reddito pro capite che permette alla popolazione di nutrirsi

meglio e quindi ridurre i tassi di mortalità con effetti benefici sulla speranza di vita. Il processo di urbanizzazione così

marcato nell’Europa del XX secolo continuò nel XX secolo estendendosi ad altre regioni del mondo. Nei paesi più

industrializzati le città di solito sono i centri di ricchezza oltre che di cultura in quanto la produttività e i redditi sono

generalmente più elevati nelle attività urbane che in quelle rurali. Ciò tuttavia non è sempre vero dato che esistono

molte città come Città del Messico che in quaranta anni è passata da 2 milioni a 15 milioni di abitanti soprattutto per

l’afflusso di contadini analfabeti non specializzati e disoccupati. La crescita delle città è stata determinata in primo

luogo dall’emigrazione interna con la popolazione in sovrappiù nelle aree rurali e nelle città di provincia che inseguiva

le più ampie opportunità e le maggiori libertà offerte dalla vita e dalle luci della città. Continuò comunque anche il

fenomeno dell’emigrazione internazionale. L’emigrazione internazionale di tipo ottocentesco raggiunse il suo apice

negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale quando L’Europa fu abbandonata per pesi oltreoceano

e in particolare per gli stati uniti da una media di un milione di persone l’anno. Negli anni venti tale valore si era ridotto

a meno della metà e subì una ulteriore contrazione dopo la depressione dei primi anni trenta. Cambiò l’immigrazione

americana anche qualitativamente dato che i nuovi immigranti provenivano soprattutto dall’America latina e dall’Asia o

dai Caraibi. Nel XX secolo è cambiato anche il carattere dell’immigrazione e dell’emigrazione europee. Nel XIX secolo

l’Europa aveva fornito la parte più cospicua dell’emigrazione internazionale ma ora si apprestava a diventare meta

dagli emigranti. Il processo ebbe inizio quando molti sudditi dello zar scelsero di risiedere in occidente piuttosto che

sottostare al regime sovietico. Il processo si accelerò dopo la seconda guerra mondiale e qui vale la pena ricordare i

numerosi ebrei che sopravvissuti all’olocausto che si distribuirono su tutto il territorio europeo.

Risorse

La crescita demografica senza precedenti del XX secolo provocò una pressione senza precedenti sulle risorse mondiali.

Nonostante il verificarsi di temporanee carestie di alcune merci, l’economia mondiale ha risposto ai bisogni in modo

ragionevolmente positivo. Gli agronomi, gli scienziati e gli ingegneri hanno sviluppato teorie e tecnologia in grado di

sfruttare in modo sempre migliore le risorse a disposizione. Lo sviluppo più importante è sicuramente il cambiamento

nella natura e nelle fonti di energia. Nel XIX secolo il carbone regnava incontrastato, ma nel ventesimo secolo questo è

stato soppiantato da altre forme di energia come petrolio e gas naturale, soprattutto con lo sviluppo dei motori a

combustione interna. All’inizio del secolo il carbone regnava ancora incontrastato e nel 1828 esso forniva ancora il 75%

della produzione energetica mondiale ma già verso la fine della prima metà del secolo il rapporto si era rovesciato a

favore del petrolio creando una nuova ridistribuzione delle fonti di approvvigionamento.

Tecnologia

Il mutamento tecnologico, conservò il suo ruolo dominante anche nel XX secolo. In passato il segno del successo delle

società umane era la loro capacità di adattarsi all’ambiente. Nel XX secolo il segno del successo è l’abilità di saper

manipolare l’ambiente e adattarlo alle esigenze della società. Un esempio può essere rappresentato dalla rivoluzione dei

trasporti con l’affermazione dell’aereo sulla lunga distanza. Rimanendo in tema di telecomunicazioni dal telegrafo si

passa al telefono. Ognuna di queste scoperte è dipesa in gran parte dall’applicazione di principi scientifici di base. Il

fondamento scientifico dell’industria moderna ha dato come risultato centinaia di nuovi prodotti e materiali.

L’utilizzazione dell’energia elettrica ha permesso l’utilizzazione di una serie di congegni che potevano radicalmente

sostituire l’uomo nei lavori di fabbrica. La possibilità della scienza e della tecnologia di crescere rapidamente dipende

da un gran numero di sviluppi accessori, alcuni dei quali derivanti dal progresso della scienza stessa. Uno degli esempi

più importanti è quello dell’elaboratore elettronico in grado di compiere migliaia di calcoli complessi in una frazione di

secondo. All’inizio del secolo erano in uso pochi congegni elettronici ma la sua ascesa si data generalmente nel periodo

successivo alla seconda guerra mondiale. Questo esempio introduce il problema della ricerca scientifica ed in

particolare dei modi in cui essa viene finanziata. Nonostante molte scoperte nella chimica e nella biologia siano state

stimolate dalle loro applicazioni le scoperte scientifiche e la loro applicazione denunciano una capacità di guadagno in

tempi non brevi cosicché spesso deve essere proprio lo stato a fornirle i mezzi. Un altro dei requisiti del progresso

scientifico e tecnico è la presenza di un’adeguata riserva di forza lavoro istruita. Il saper leggere o scrivere non basta più

si richiede in misura sempre maggiore un livello di studi universitario e post universitario. L’impiego della tecnologia

ha enormemente accresciuto la produttività del lavoro umano. La misura più significativa dell’efficienza economica è

data dalla produttività del lavoro umano. Questo si è enormemente accresciuto grazie alle nuove tecnologie, ma nello

stesso modo in cui i paesi tecnologicamente avanzati progredivano quello più arretrati divenivano sempre meno

efficienti in modo da alimentare la forbice esistente tra paesi ricchi e paesi poveri. Ovviamente è il caso di sottolineare

la nascita e lo sfruttamento di sempre nuove risorse. È il caso di sottolineare il frenetico utilizzo dell’energia elettrica e

del petrolio. Per quest’ultima fonte energetica il vero boom è posteriore rispetto all’energia elettrica e si data

generalmente al momento in cui Ford introdusse il sistema a catena di monetaggio per la produzione di automobili

grazie alla quale queste erano diventate più di un semplice giocattolo per persone ricche. Questa tecnica di produzione

fu adottata anche da altre industrie come quella aeronautica dove si assiste ad un frenetico sviluppo di nuovi propulsori.

Proprio lo sviluppo di questi propulsori accompagnati da una maggiore conoscenza dello spazio ci hanno permesso di

“ballare sulla luna”. Cosa che però è più importante è che quando colombo scoprì il nuovo mondo all’avvenimento

parteciparono solo coloro che lo vissero in prima persona mentre allo sbarco sulla luna tutti coloro che avessero un

televisore poterono assistervi.

Istituzioni

Alterata dal cambiamento tecnologico e dalle enormi pressioni esercitate dalla popolazione sulle risorse disponibili

l’economia mondiale è alla fine del ventesimo secolo molto differente da quello che era all’inizio del secolo. I

cambiamenti istituzionali sono stati numerosi e occorre analizzarli in maniera separata.

Relazioni internazionali

L’economia internazionale fino al 1914 è stata letteralmente dominata dall’Europa e dall’America. La prima guerra

mondiale e la concomitanti rivoluzioni russe del 1917 alterarono la radice di questa struttura. Scomparve la Russia

zarista sostituita dall’unione sovietica così pure scomparve l’impero asburgico. In sostanza l’Europa vide diminuire la

sua quota del commercio e della produzione mondiale a vantaggio, anche se non esclusivamente degli Stati uniti. In

Asia il Giappone che controllava un piccolo territorio lo estese trasformandosi in potenza economica e la seconda

guerra mondiale diede la possibilità al Giappone di imporsi ulteriormente. La seconda guerra mondiale portò sulla sua

scia una radicale riorganizzazione delle relazioni internazionali, con importanti conseguenze economiche. L’Europa

perse la sua egemonia economica e la rivalità Russia Stati Uniti si sostituì alla secolare litigiosità delle potenze

europee. Nell’immediato dopoguerra le vecchie nazioni imperiali cercarono di mantenere e reimporre la propria autorità

sui vecchi possedimenti d’oltremare ma la nuova realtà politica le privò ben presto di questa ambizione. Quasi tutte le

colonie raggiunsero l’indipendenza e al di fuori della Russia e degli Stati uniti il Giappone, devastato dai

bombardamenti seppe riorganizzarsi diventando ben presto la seconda potenza mondiale al di fuori del blocco sovietico.

La decolonizzazione e la creazione di nuovi stati, combinati con i tentativi di modernizzazione e di conseguimento di

uno sviluppo economico sostenuto messi in atto da altri paesi del terzo mondo, hanno introdotto un elemento nuovo

nelle relazioni internazionali. Numerose nuove organizzazioni internazionali sono state istituite per facilitare un dialogo

costruttivo e per scongiurare aperte ostilità. Alcune organizzazioni internazionali risalgono al XIX secolo come la croce

rossa internazionale. Nel 1919 venne istituita la società delle nazioni che ebbe però vita breve data la mancata ratifica

del trattato da parte degli Stati uniti. L’organizzazione delle Nazioni unite ha avuto invece storia più fortunata come

baluardo della pace ed ha istituito diverse agenzie specializzata in questioni economiche e affini.

Il ruolo del potere pubblico.

Un altro dei cambiamenti fondamentali che hanno coinvolto tutte le nazioni nel XX secolo è il ruolo enormemente

cresciuto del potere pubblico nell’economia. Il secolo precedente era stato dominato dal limitato intervento dei governo

all’interno dell’economia. La crescita del potere statale deve essere messo in relazione con le necessità finanziarie delle

due guerre mondiali e con altre considerazioni di difesa nazionale. In unione sovietica e nelle altre economie di modello

sovietico lo stato si assumeva la responsabilità totale dell’economia attraverso un sistema di pianificazione economica e

di controllo. Durante le due guerre numerosi paesi belligeranti avevano fatto ricorso a controlli molto estesi e alla

partecipazione statale all'economia ma, con qualche eccezione, in tempo di pace molti paesi industrializzati ritornarono

al sistema privato di produzione. Nel periodo tra le due guerre tutti i governi tentarono di perseguire, per la verità con

scarso successo, politiche di risanamento stabilizzazione dell’economia. Dopo la seconda guerra mondiale i tentativi

furono più consapevoli e coronati da maggiori successi. Le due eccezioni cui si deve far ricorso riguardano le iniziative

produttive intraprese da e per conto dello Stato e i trasferimenti, ovvero il meccanismo della ridistribuzione del reddito

per mezzo dell’imposizione fiscale e delle spese. Per il primo aspetto è importante notare come nel corso del XX secolo

molte industrie divennero di proprietà statale a causa del fallimento dell’impresa privata. Per quanto riguarda i

trasferimenti è importante notare come lo stato attraverso il meccanismo della spesa o dell’imposizione fiscale sia in

grado di provocare forti redistribuzioni dei redditi. Solo a titolo di esempio è d’obbligo citare ciò che provocò la

decisione di Bismark di assicurare ai lavoratori anziani un trattamento pensionistico in termini di redistribuzione del

reddito. L’accresciuto potere dello stato nell’economia si evidenzia inoltre da altri indici come la spesa pubblica. Se

analizziamo la spesa del governo degli Stati Uniti durante il XX secolo notiamo che all’inizio del secolo tale era pari al

2% del reddito nazionale, durante la seconda guerra mondiale raggiunse il picco del 50% e poi si pè stabilizzata intorno

al 30% nel periodo postbellico.

Forme di impresa

All’alba del nuovo secolo le forme di imprese più comuni erano le società a responsabilità limitata dalle azioni

utilizzata però solo per le industrie di grandi dimensioni mentre per le piccole unità produttive vigeva ancora un regime

di impresa familiare. Il secolo nuovo si presenta caratterizzato da forit integrazioni: piccole unità si uniscono per

formare grandi unità produttive e utilizzando forme organizzative sempre più evolute. Tale tendenza nasce negli Stati

Uniti per poi estendersi a tutto il mondo.

Organizzazioni sindacali

All’inizio del ventesimo secolo il diritto dei lavoratori di riunirsi in assciazioni e contrarre collettivamente era

riconosciuto in quasi tutti i paesi e la organizzazioni dei lavoratori detenevano un potere considerevole nel mercato del

lavoro.

Capitolo quattordicesimo

Disintegrazione dell’economia internazionale

I mutamenti politici del periodo appena anteriore alla prima guerra mondiale furono talmente repentini da causare

conseguenze altrettanto repentine nelle variabili economiche, cosicché i livelli di benessere raggiunti dalla società fino a

quel momento furono spazzati radicalmente via e il loro ritorno fu una fatica a dir poco estenuante.

La prima guerra mondiale agli occhi dei contemporanei appare come un tragico preludio alla seconda guerra mondiale

anche se per i risvolti economici ad essa legati non fu seconda alla successiva guerra mondiale. IL suo costo diretto è

stimato in circa 230 miliardi di dollari mentre i danni ammontarono a 150 mld localizzati in gran parte nell’Europa

orientale e in alcune regioni dell’Italia e della Francia. Oltre ai danni alle infrastrutture sono da ricordare anche

l’eccessivo deprezzamento ed esaurimento degli impianti e delle attrezzature industriali e la fine di gran parte delle

relazioni economiche internazionali che avevano caratterizzato il secolo precedente. Quest’ultimo molto probabilmente

fu il danno maggiore in quanto da una economia fondamentalmente basata sul libero scambio si passa ad un sistema di

relazioni internazionali maggiormente selezionato dagli stati. Infatti all’inizio del secolo e prima che il conflitto

prendesse piede Stati Uniti, Inghilterra e Germania si dividevano gran parte del commercio internazionale. All’inizio

del conflitto i tedeschi cercarono di mantenere le relazioni commerciali con gli Stati Uniti ma in questo furono

ostacolati dalla Gran Bretagna. Nel tentativo di limitare anche gli approvvigionamenti britannici i tedeschi

cominciarono ad attaccare le navi britanniche con l’utilizzo dei sommergibili ma ciò urtò profondamente gli stati uniti

che si videro chiusi dall’Europa cosicché decisero di entrare in guerra. Come conseguenza di ciò molti paesi

d’oltremare cominciarono a produrre in proprio molti prodotti europei proteggendone le relative industrie anche

successivamente alla conclusione del conflitto, il che ebbe come conseguenza un ulteriore rallentamento dei traffici

commerciali anche successivamente alla fine della guerra. La guerra sconvolse inoltre l’equilibrio dell’agricoltura

mondiale. L’aumento della domanda di derrate alimentari fu talmente elevato nel periodo di guerra che costrinse molti

agricoltori americani ad indebitarsi per comprare nuove terre ma la fine della guerra e la conseguenza discesa dei prezzi

costrinse molti di loro a chiudere bottega nell’impossibilità di estinguere le proprie ipoteche. Oltre a perdere i mercati

esteri i paesi belligeranti europei subirono un’ulteriore emorragia di entrate nel settore delle spedizioni marittime e dei

servizi, infatti la marina mercantile britannica imbottigliata come era dalla furia belligerante tedesca perse la sua

leadership incontrastata sui mari proponendo gli stati uniti ai vertici delle spedizioni navali. Altra grave perdita causata

dalla guerra fu quella dei profitti derivanti dagli investimenti esteri. Prima della guerra la Gran Bretagna importava più

della esportazioni e il surplus negativo era ricoperto dagli investimenti esteri. E così pure la Germania. Tutti e due i

paesi furono costretti durante la guerra a vendere gran parte degli investimenti per finanziare lo sforzo bellico. Altro

stravolgimento causato dal conflitto all’economia mondiale derivò dall’inflazione causato dai prestiti contratti durante il

periodo bellico che costrinse molti paesi europei ad abbandonare il gold standard ad eccezione degli Stati uniti.

La pace di Parigi anziché risolvere i gravi problemi causati dalla guerra finì per inasprirli. L’errore dei pacificatori fu

quello di favorire la crescita del nazionalismo economico e accentuare i problemi monetari e finanziari. I singoli trattati

di pace presero il nome dei sobborghi di Parigi in cui vennero firmati. Il più importante fu il trattato di Versailles con la

Germania. Questo restituiva l’Alsazia-Lorena alla Francia e con altri aggiustamenti di confine la Germania fu privata

del 13% del territorio prebellico. La Germania dovette anche cedere la marina da guerra, la maggior parte della flotta

mercantile ed un grosso quantitativo di locomotive e vagoni ferroviari. L’aspetto più umiliante del trattato fu la clausola

della responsabilità della guerra con cui la Germania si dichiarava responsabile dei danni causati dalla stessa e

giustificava gli Alleati a richiedere le riparazioni “monetarie” sebbene non ci fosse accordo sul loro ammontare. Lo

smembramento dell’impero austroungarico provocò la nascita di due nuovi Stati: Austria ed Ungheria. Altri due nuovi

Stati nazione furono la Cecoslovacchia e la Polonia. L’Italia ottenne Trieste, il Trentino ed il Sud Tirolo. L’impero

austroungarico, per quanto politicamente anacronistico, aveva un’importante funzione economica in quanto permetteva

l’esistenza di un’ampia area di libero scambio nel bacino del Danubio. I nuovi Stati nati dallo smembramento

dell’impero erano gelosi l’uno dell’altro e timorosi del dominio di grandi potenze, cosicché si posero l’obiettivo

dell’autosufficienza. Il massimo dell’assurdo si ebbe col blocco dei trasporti. Subito dopo la fine del conflitto, con le

frontiere contestate, ciascun paese rifiutò di far partire treni presenti sul loro territorio. Per qualche tempo i traffici si

fermarono quasi completamente, il tempo e gli accordi permisero di superare questi eccessi di nazionalismo. Il

nazionalismo economico però non era prerogativa unica degli stati nati dallo smembramento degli imperi. Infatti la

Russia durante la guerra scomparve completamente dal commercio internazionale per riaffacciarsi successivamente in

una veste completamente rinnovata con lo stato unico compratore e venditore negli scambi internazionali. In occidente i

paesi che da tempo fondavano la loro economia sugli scambi commerciali intrapresero misure fortemente

protezionistiche quali imposizioni di dazi sui prodotti da importare e sussidi all’esportazione. I dazi rimasero anche

dopo la guerra e anziché diminuire teserò all’aumento. Gli stati Uniti che già prima della guerra avevano dazi

relativamente elevati, li portarono alla fine delle ostilità a livelli mai visti. Le conseguenze nefaste di questo

neomercantilismo furono un livello di scambi addirittura inferiore a quello registrato nel 1900. Le conseguenze

fondamentali di questo nuovo atteggiamento economico furono pressoché simili in tutti gli stati: livelli di produzione e

del reddito notevolmente più bassi. Inoltre i disordini monetari e finanziari provocati dalla guerra e aggravati dai trattati

di pace condussero col tempo ad un completo collasso dell’economia internazionale e su questo problema incise in

maniera sostanziosa il nodo delle riparazioni ovvero come suddividersi i premi di riparazione tra gli alleati. Bisogna

anzitutto dire che la Gran Bretagna fino al 1917 era stata la maggiore finanziatrice bellica degli alleati. A questa

subentrarono gli Stati Uniti nel ruolo di principali finanziatori. Alla fine delle ostilità il debito di guerra interalleati

ammontava ad oltre venti miliardi di dollari, metà dei quali erano stati prestati dal governo statunitense. La gran

Bretagna aveva anticipato 7,5 mld di dollari e la Francia circa 2,5. Questi stati si aspettavano che dopo la guerra questi

prestiti sarebbero stati cancellati considerando anche il fatto che gli stati uniti erano entrati tardi in guerra e avevano

sacrificato meno uomini e meno armi. Tuttavia gli stati Uniti considerarono i prestiti come un’iniziativa commerciale

acconsentendo dopo la guerra solo alla riduzione degli interessi e all’allungamento del periodo di rimborso. A questo

punto si riaffacciò la questione delle riparazioni. La Francia e la Gran Bretagna pretesero che la Germania pagasse non

solo i danni arrecati a i civili ma anche l’intero costo sopportato dai governi alleati per la prosecuzione della guerra in

modo da azzerare i debiti con gli Stati uniti. L’atteggiamento degli Stati uniti non mutò: essi pretendevano tutti i prestiti

concessi comprensivi di interessi. La situazione terminò con il completo accollo dei debiti di guerra da parte della

Germania. I tedeschi durante le diatribe cominciarono a pagare sia in contanti che in natura e prima che fosse reso

esecutivo il passivo di guerra. Nel 1921 il passivo fu dichiarato a 33 mld di dollari pari quasi al doppio del reddito

nazionale tedesco. Un così alto onere a carico della Germania derivava dal fatto che, con l’indebolimento delle singole

economie nazionali, la Gran Bretagna e la Francia avrebbero potuto rimborsare i prestiti statunitensi solo ricevendo

dalla Germania una somma equivalente a titolo di riparazioni. Tuttavia la Germania non poteva, debole come era

economicamente, permettersi una simile pressione ed alla fine del 22 sospese i pagamenti. La risposta degli alleati fu

quella di occupare le miniere di carbone e farsi consegnare il carbone. I tedeschi risposero con la resistenza passiva. Il

governo però nel tentativo di indennizzare i lavoratori iniziò a stampare enormi quantitativi di moneta aprendo la strada

ad una smisurata inflazione. Il marco che nel gennaio del 1923 era scambiato a 493 per dollaro, alla fine dello stesso

anno ci volevano esattamente 4,2 trilioni di marchi per dollaro. A quel punto le autorità monetarie tedesche ritirarono il

marco dalla circolazione sostituendolo con la rentenmark equivalente ad un trilione di vecchi marchi. Le dannose

conseguenze dell’inflazione non poterono essere esclusivamente confinate alla Germania. Anche Austria, Polonia e

Francia ebbero enormi danni dalle tendenze inflazionistiche di quell’economia. La disastrosa inflazione provocò

cicatrici profonde nella società tedesca sotto forma di una drastica ridistribuzione del reddito e della ricchezza. Anche

nella gran Bretagna i problemi assunsero dimensioni inquietanti basti semplicemente pensare al fatto che la Gran

Bretagna dipendeva strettamente dal commercio internazionale e per l’approvvigionamento delle materie prime e come

fonte principale di reddito. Tutto ciò portò ad un livello di disoccupazione che raggiunse livelli altissimi. I

provvedimenti presi dal governo per affrontare i problemi economici furono timidi e inefficaci e l’unica soluzione per la

disoccupazione fu il sussidio, fin troppo oneroso per un bilancio già sottoposto a tensioni eccessive. Altro problema da

risolvere fu quello monetario derivante dall’abbandono del gold standard nel 1914. Le maggiori discussioni

riguardavano : in quanto tempo ci si potesse ritornare e a che prezzo di conversione. Per il primo punto le riserve auree

della banca di Inghilterra furono ritenute subito sufficienti per un ritorno al Gold Standard. Per il secondo punto si

decise di ritornare alla parità d’anteguerra per evitare il deprezzamento del maggior numero di investimenti esteri

definiti in oro. Wiston Churchill decise il ritorno al gold standard nel 1925. Tuttavia per mantenere competitività le

industrie britanniche furono costrette a comprimere i salari e l’effetto fu una ridistribuzione dei redditi favorevole più ai

possessori di rendite che ai lavoratori. L’industria del carbone fu quella maggiormente colpita da questa situazione e

dall’ondata di scioperi che si portò dietro. Nonostante ciò sembrava più limpida la strada verso la normalità economica.

Ma così non era dato che la stabilitrà era troppo fragile dipendendo soprattutto dai sussidi americani ai tedeschi.

A differenza dell’Europa gli Stati uniti uscirono dalla guerra più forti che mai. Essi infatti da paese debitore netto

divenne creditore netto strappando ai produttori europei nuovi mercati. Nell’estate del 1928 le banche e gli investitori

americani cominciarono a limitare gli acquisti di titoli tedeschi e di altri paesi per investire i propri fondi sul mercato

azionario di New York, che iniziò di conseguenza una grande ascesa. Durante il boom speculativo molti individui dal

basso reddito furono tentati dall’acquisto di titoli a credito. Verso la fine dell’estate del 1929, l’Europa stava già

avvertendo la tensione provocata dalla cessazione degli investimenti americani ma gli americani diedero poco conto agli

inizi di questa depressione europea presi come erano dalla grande ascesa dei titoli di Wall street. Il 24 ottobre del 1929-

il giovedì nero- un’ondata di vendite per panico fece crollare i prezzi dei titoli e cancellò milioni di dollari che

esistevano solo sulla carta. L’indice dei prezzi azionari che a settembre aveva toccato i 400 cadde il 13 novembre a 198

e continuò a cadere. Le Banche richiesero il pagamento dei prestiti effettuati obbligando gli investitori a gettare le

proprie azioni sul mercato a qualunque prezzo. Ciò provocò il ritiro dei capitali investiti in Europa, sottoponendo

l’intero sistema a pressioni insostenibili. In questo modo i mercati finanziari si stabilizzarono ma i prezzi delle merci

erano bassi trasmettendo la pressione a paesi produttori come l’Argentina e l’Australia. Il crollo del mercato azionario

non fu la causa della depressione ma fu un chiaro sintomo che la depressione era in atto. La produzione automobilistica

crollò drasticamente e in Germania si registrarono più di 2 ml di disoccupati. Ciò provocò una serie di disastri a catena

che terminò con la moratoria di un anno proposta dal presidente Hoover su tutti i pagamenti intergovernativi di debiti e

riparazioni. Il panico si propagò anche alla Gran Bretagna dove la banca d’Inghilterra sospese i pagamenti in oro.

Diversi paesi abbandonarono il gold standard sull’ondata delle forti pressioni finanziarie. In assenza di un sistema

internazionale concordato i valori delle valute oscillarono incontrollabilmente spinti dalle variazioni dell’offerta e della

domanda. Gli Scambi internazionali in questo modo caddero drasticamente così come occupazione e reddito pro capite.

Una delle caratteristiche fondamentali delle scelte di politica economica era stata l’unilateralità della loro applicazione.

In termini più semplici tutte le decisioni erano state prese senza coordinazione della comunità internazionale. Ciò spiega

in buona parte la natura anarchica del pasticcio che ne derivò. Finalmente nel giugno del 1932 i rappresentanti delle

principali potenze europee si riunirono in occasione della scadenza della moratoria di un anno presa dal presidente

Hoover. Ma in questo caso i risultati dell’incontro non sortirono alcun effetto perché gli Stati uniti non vollero ratificare

la cancellazione dei debiti di guerra. L’ultimo grande tentativo di dar vita ad una cooperazione internazionale fu la

conferenza monetaria del 1933 in cui si discusse sulla possibilità di ritornare al gold standard, sulla riduzione delle

tariffe e dei contingenti sulle importazioni. Il ruolo degli Stati Uniti in questa conferenza era universalmente considerato

essenziale. Tuttavia l’elezione di Roosvelt portò al governò un uomo deciso a puntellare più l’economia interna che

internazionale cosicché anche quest’ultimo tentativo di cooperazione internazionale fallì. Sul cosa abbia provocato la

depressione vi sono ancora de dissensi. Per alcuni la causa fu prima di tutto monetaria. Altri sostennero l’eccessiva

spesa per investimenti che si propagò secondo il meccanismo del moltiplicatore acceleratore Altri intravedono la

cooperazione di più fattori sia monetari che extramonetari. Esiste però maggiore concordanza sulle ragioni della sua

gravità e lunghezza legate soprattutto alle posizione degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Infatti prima della guerra la

Gran Bretagna era il paese guida dell’economia mondiale con il suo libero scambismo e gli ingenti investimenti esteri.

Dopo la guerra la Gran Bretagna non fu più in grado di svolgere questa funzione guida mentre gli Stati Uniti avevano

riluttanza ad assumere questo ruolo. Il mondo economico intero si trovò così spaesato e scoordinato. Notevoli furono

anche le conseguenze più estreme come l’affermazione di gruppi estremistici sia di destra che di sinistra entrando così a

far parte delle cause della seconda guerra mondiale.

Quando Roosvelt entrò in carica come Trentaduesimo presidente degli Stati Uniti, la nazione era in preda alla crisi

finanziaria. Con oltre quindicimila disoccupati, l’industria era praticamente ferma ed il sistema bancario era sull’orlo

del collasso. Nei Suoi discorsi elettorali Roosvelt aveva invocato un New Deal per gli americani. Nei cento giorni che

seguirono la sua elezione egli fu in grado di proporre e farsi approvare da un congresso abbastanza docile una

innumerevole serie di leggi. Si trattò soprattutto di leggi di risanamento economico e di riforma sociale nel settore

agricolo, bancario, monetario e in qualsiasi settore che rientrasse nell’economia americana. La legge più caratteristica fu

il National Industrial Recovery act. Esso istituì una National recovery administration con il compito di sovrintendere

alla stesura di norme di concorrenza sleale. Nra era sostanzialmente un sistema di pianificazione economica privata al

fine di garantire il diritto di organizzarsi e trattare collettivamente. Nel 1935 Nra fu dichiarato anticostituzionale dalla

corte suprema e Roosvelt nel caso dell’industria preferì mutare atteggiamento e dare inizio ad una campagna antitrust.

Tuttavia i risultati di tale politica furono insoddisfacenti e gli stati uniti si ritrovarono in una nuova fase di recessione

con un valore inalterato dei livelli occupazionali. L’America entrava in guerra con oltre sei milioni di disoccupati.

Nessuna nazione occidentale aveva sofferto per la guerra più della Francia. Gran parte dei combattimenti nell’Europa

occidentale avvennero nella sua regione più ricca ma la cosa più spaventosa fu che la Francia perse oltre 1,5 ml di

combattenti in Guerra. Facendo esclusivo affidamento sulle riparazioni tedesche, il governo francese intraprese

immediatamente un esteso programma di ricostruzione materiale delle aree danneggiate dalla guerra che ebbe l’effetto

di stimolare l’economia verso record produttivi. Quando però le riparazioni tedesche non si concretizzarono nella cifra

prevista allora si avviarono forti tendenze inflazionistiche. Il franco si deprezzò in maniera considerevole nei primi sette

anni di pace. Ci volle un forte deprezzamento del franco per raggiungere di nuovo la stabilità monetaria e che creò gravi

problemi per i risparmiatori che videro le proprie rendite svalutarsi di circa 4/5 e per i lavoratori su cui gravò il grosso

della pesante imposizione fiscale. Il franco così stabilizzato e deprezzato stimolò le esportazioni e scoraggio le

importazioni creando un afflusso di oro all’interno del paese. Così mentre il paese si riorganizzava intervenne di nuovo

la guerra a sconvolgere gli schemi. Come in altri paesi la depressione moltiplicò la protesta sociale creando nuove

organizzazioni estremistiche. Nel 1936 salì al governò una coalizione di sinistra capeggiata da Blum che riuscì a

nazionalizzare la banca di Francia e le ferrovie ma dal punto di vista del risanamento economico il Fronte popolare

capeggiato da Blum non si rivelò più efficace dei precedenti governi francesi. I paesi più piccoli dell’Europa

occidentale, fortemente dipendenti dal commercio internazionale subirono tutti conseguenze più o meno dannose dalla

guerra. Negli anni venti, quando la Gran Bretagna e la Francia tornarono al gold standard, molti paesi minori adottarono

il sistema della libera convertibilità con le monete a parità aurea. Le loro banche anziché mantenere depositi aurei

all’interno ne detenevano nelle banche estere. Dopo l’abbattimento del gold standard molti paesi che avevano intense

relazioni con la Gran Bretagna abbandonarono la parità aurea e allinearono le loro valute alla lira Sterlina. Nacque così

il blocco della Sterlina 1931. Nel 33 toccò ad altri paesi allinearsi al dollaro creando un nuovo blocco monetario. In

Europa ciò lasciò la sola Francia a mantenere il blocco dell’oro, cosicché quando anche essa abbandono il gold standard

lo fecero nell’ambito di una piccola e modesta cooperazione internazionale. Con l’accordo monetario tripartito i governi

dei tre paesi si impegnarono a mantenere costanti i tassi di cambio tra le rispettive monete per evitare svalutazioni a fini

concorrenziali.

Nell’Europa centrale ed orientale con le affermazioni delle dittature fasciste si ebbero numerosi mutamenti. In Italia ci

fu Mussolini con il fascismo che glorificava l’uso della forza e identificava lo Stato come suprema manifestazione dello

spirito umano. Mussolini inventò lo Stato corporativo che era l’antitesi del capitalismo e del socialismo. Pur non

rinnegando la proprietà privata questa era assoggettata all’interesse dello stato, cosicché il sistema industriale fu

organizzato in dodici corporazioni. Furono soppressi tutti i sindacati e tutte le decisioni in materia lavoratori erano

decise unilateralmente dalle corporazioni compreso i salari. In pratica le corporazioni agirono quasi sempre a favore dei

capitalisti a spese di lavoratori dei consumatori. Più efficace dell’Italia nel reprimere la depressione si dimostrò la

Germania nazista, il primo paese industriale a conseguire un completo risanamento. Partita dai 6 ml di disoccupati nel

33 si ritrovò nel 39 con più posti di lavoro degli occupati stessi. Questo risultato fu raggiunto con un grandioso

programma di opere pubbliche. Al posto dei sindacati i nazisti introdussero l’iscrizione obbligatoria al Fronte nazionale

del lavoro in grado di compensare sia gli interessi della classe operaia che degli industriali. Uno dei principali obiettivi

economici dei nazisti era quello di rendere autosufficiente l’economia tedesca nell’eventualità di una guerra. Inoltre

furono siglati diversi accordi con i paesi dell’Europa orientale in modo da ancorare le loro economie a quella tedesca.

Nata dagli stessi ideali ma con risultati ben diversi fu la dittatura di Francisco Franco.

La Russia imperiale entrò nella prima guerra mondiale prevedendo una facile vittoria sulle potenze centrali. Tale

pensiero fu subito smentito e all’inizio del 1917 l’economia era nel caos. All’inizio di marzo scoppiarono a Pietrogrado

scioperi e sommosse. Alcuni militari si unirono ai lavoratori scioperanti e diedero loro delle armi. Il 12 marzo i dirigenti

degli scioperanti e dei soldati si riunirono ai rappresentanti dei vari partiti socialisti in un soviet dei rappresentanti degli

operai e dei soldati. Quello stesso giorno in parlamento si decise di formare un governo provvisorio spodestando lo zar

e decretando la fine della dinastia dei Romanov. Il governo provvisorio era una eterogenea raccolta di aristocratici e

parlamentari che si prodigò a concedere subito la libertà di parola, di stampa e di religione, annunciando che avrebbe

realizzato riforme sociale e ridistribuito la terra. Lenin, leader della fazione bolscevica dei partiti socialisti russi fece

ritorno a Pietrogrado nell’aprile del 1917 con il beneplacito del governo tedesco il quale si aspettava che egli fosse in

grado di accrescere la tensione sociale. Lenin affermò rapidamente il suo potere sul soviet di Pietrogrado e il 7

novembre occupo il Palazzo d’inverno con sue truppe denominate guardie rosse e proclamò un nuovo governo chiamato

consiglio dei commissari del popolo. La Rivoluzione di ottobre fu seguita da atroci conflitti e guerre civili e calmatesi le

acque la Russia entrò in guerra con la Polonia per riconquistarlo. IL governo di Lenin fu estremamente dittatoriale ed

aveva l’obiettivo di riunire tutta la comunità russa sotto un unico grande partito comunista. Tuttavia nelle elezioni per la

tanto attesa assemblea costituente i socialisti stravinsero sui comunisti ma Lenin bloccò le elezioni prima che

diventassero esecutive. Iniziò cosi un dura lotta tra le due fazioni. Subito dopo la rivoluzione di Ottobre il governo russo

rispose positivamente alle richieste di indipendenza della Finlandia, della Lituania e dell’Estonia. Nel 22 Lenin decise

di creare una confederazione di stati russi denominandola Unione delle Repubbliche Socialiste sovietiche. Tale

organismo era controllato da Mosca. Nel marzo del 1921 fini ufficialmente la guerra contro la Polonia, ma sebbene le

ostilità fossero cessate il clima di terrore instaurato dal partito comunista creò nuove sommosse popolari che resero

cosciente Lenin della necessità di una nuova politica. Di fronte alla prospettiva della paralisi economica Lenin decise di

attuare nuove norme sulla produzione contadina concedendo agli agricoltori la possibilità di vendere le eccedenze della

produzione ai prezzi correnti. Questa manovra fu seguita dalla privatizzazione delle industrie e dagli incentivi agli

stranieri. Sorsero inoltre numerose scuole specializzate di ingegneria e dirigenza d’industria. Ciò è contenuto nella NEP.

Nel frattempo Lenin si ammalo e morì nel gennaio del 24 senza dare una precisa indicazione del suo predecessore. I due

maggiori indiziati al potere erano Stalin e Trockij. Il primo membro del partito il secondo generale in evidente contrasto

con le ideologie bolsceviche. è chiaro dunque che il suo successore fu Stalin il quale si impegnò a portare avanti il

progetto di “socialismo in un solo paese”, proponendosi di rafforzare l’industria russa in modo da renderla

autosufficiente. Per raggiungere questo obiettivo era necessaria una pianificazione economica generale e globale. Tutte

le risorse dello Stato furono mobilitate in questa direzione e la decisione circa la loro utilizzazione spettava alla

commissione statale di pianificazione. Il meccanismo di pianificazione sostituì il mercato in modo da impedirne

oscillazioni e controllare il regolare svolgimento della produzione. Gli obiettivi del primo piano quinquennale, sebbene

alcuni dissidi riguardanti l’agricoltura (nota dolente dell’economia russa), furono raggiunti prima della scadenza del

termine. Tuttavia i risultati raggiunti furono tutt’altro che sensazionali, basti citare il crollo della produzione agricola.

Nel 1933 il governò inaugurò un secondo piano quinquennale in cui si dava più spazio ai beni capitale e alle armi

mentre il terzo approvato nel 38 non fu mai portato a termine per l’invasione tedesca nel 1941.

La seconda guerra mondiale fu di gran lunga più aspra e feroce della prima e coinvolse direttamente o inderettamente

tutti i popoli. La guerra aerea divenne nella seconda guerra mondiale un elemento determinante sebbene l’arma segreta

finale dei vincitori fu l’enorme capacità produttiva dell’economia americana. I costi della guerra furono stimati in oltre

mille miliardi di dollari senza prendere in considerazione i danni alle cose con oltre 15 milioni di morti per l’europa

occidentale e oltre 8 milioni di civili tra cui dai 4,5 ai 6 milioni di ebrei assassinati durante l’olocausto. Per la Russia ci

furono più di 15 milioni di morti mentre per il giappone i danni maggiori furono le perdite in seguito ad Hiroshima e

Nagasaki. Alla fine della guerra le prospettive economiche erano estremamente deprimenti con l’unica esclusione degli

Stati uniti la cui economia era oramai un miraggio per gli altri popoli del globo.

Capitolo quindicesimo

La ricostruzione dell’economia mondiale

Alla fine del conflitto l’Europa giaceva prostrata e pressoché paralizzata. Tutti i paesi belligeranti ad eccezione della

Gran Bretagna e della Russia erano stati sconfitti militarmente e occupati dal nemico. Nonostante ciò sia Russia che

Inghilterra ebbero danni ingenti dalla guerra soprattutto ad opera dei bombardamenti dei nemici. L’Europa intera, teatro

della guerra era sconvolta dalla miseria, dalla fame e vincitori e vinti erano accomunati dalla loro povertà e dalla

necessità urgente di aiuti per la ricostruzione. Gli aiuti provenienti dagli Stati uniti vennero attraverso due canali

principali. Durante l’avanzata degli eserciti alleati attraverso l’Europa occidentale vennero infatti distribuiti medicinali e

beni di prima necessità a tutte le popolazioni sia di nemici che di alleati. L’altro canale dei soccorsi fu la United nations

relief and rehabilitation administration. Nel 1945 e 46 essa spese più di un miliardo di dollari e distribuì più di venti

milioni di tonnellate di cibo, indumenti, coperte e medicinali e questi costi gravarono per oltre due terzi sugli Stati

Uniti. Dopo il 1947 il compito degli aiuti fu svolto da altre organizzazione come l’organizzazione mondiale della sanità

etc. A differenza dell’Europa gli Stati Uniti uscirono dalla guerra più vittoriosi che mai e lo stesso accadde anche al

Canada e ad altri paesi dell’America latina. Sfuggite ai guasti della guerra, le loro industrie e la loro agricoltura trassero

vantaggio dalla forte domanda bellica che permise loro un pieno sfruttamento della capacità produttiva, la

modernizzazione tecnologica e l’espansione. Molti studiosi temevano che alla fine della guerra si sarebbe verificata la

depressione ma ciò non accadde per la scelta oculata degli stati uniti di mantenere i prezzi bassi durante la guerra e

rialzarli al termine della stessa in modo da creare uno stimolo alla produzione industriale senza il quale gli Stati Uniti

non avrebbero potuto concedere gli aiuti economici necessari per la ricostruzione.

Uno dei compiti più urgenti che attendevano i popoli nel dopoguerra era quello del ripristino della normalità nella

giustizia, nell’ordine pubblico e nell’amministrazione statale. In Germania, queste funzioni furono assunte in un primo

momento dagli alleati in attesa della sistemazione postbellica. Molti dei paesi che erano stati vittime dell’aggressione

nazista avevano formato governi provvisori in altri paesi e dopo la guerra ripresero le proprie posizioni prebelliche. Il

ritorno dei reggenti vecchi non fu un puro e semplice ritorno alla normalità, come quello disastroso successivo alla

prima guerra mondiale. Sul continente infatti un ruolo considerevole nella politica postbellica fu assunto dai dirigenti


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Riassunti di Storia economica per l’esame di Economia del commercio internazionale, in cui sono analizzati i seguenti argomenti: le caratteristiche e i fattori determinanti dello sviluppo e del sottosviluppo economico, il nazionalismo economico e l’imperialismo, la Spagna e l’America spagnola, il Colbertismo in Francia, l’alba dell’industria moderna.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Favero Giovanni.

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