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Capitolo I: Introduzione

Ci occuperemo di capire perché certe nazioni sono ricche ed altre sono povere attraverso lo studio della teoria dello sviluppo economico. L’elaborazione prevede un’attenta diagnosi dei fatti storici che hanno influenzato l’intera economia mondiale, cioè è un’analisi storica che tende ad illuminare le origini degli attuali livelli ineguali di sviluppo da cui sicuramente non può prescindersi nell’analisi delle tappe evolutive di ciascun paese.

Prima di cominciare la trattazione dei fatti occorre tener presente taluni termini e concetti che ricorreranno spesso nella narrazione. Occorre tenere presente che nella considerazione dei termini sviluppo e sottosviluppo non occorre solo far riferimento al reddito pro capite di ciascuna nazione in quanto questi dati potrebbero essere inadeguati ed inattendibili. Per cui l’informazione contenuta in questa indicazione deve essere integrata con altri dati come ad esempio il tasso di mortalità. È sintomatico il fatto che nei paesi meno sviluppati il tasso di mortalità infantile sia notevolmente più alto.

Altra puntualizzazione da fare è che spesso i termini crescita, sviluppo e progresso sono usati come sinonimi. In questa sede occorre differenziarli. Anzitutto per crescita economica di regola si intende aumento del volume totale di beni e servizi prodotti da una nazione. Di regola per la misurazione di questo valore si utilizzano dati quali il PIL o il PNL. Tuttavia tale grandezza rimarrebbe a se stante se non riferita alla popolazione e dunque significato solo se la crescita è misurata in termini di prodotto pro capite in quanto ad esempio la crescita del reddito può avvenire anche senza crescita del reddito pro capite.

C’è da dire che nel confronto tra due nazioni tali dati risultano insufficienti, in quanto espressi in unità monetarie distinte e quindi sostanzialmente legati alle oscillazioni dei tassi di cambio, e inappaganti, data la diversa struttura dell’economia delle due nazioni. Lo sviluppo economico significa crescita economica accompagnata da un sostanziale cambiamento strutturale dell’economia, come ad esempio il passaggio da un’economia di sussistenza all'apertura del commercio. Diverso è ancora il concetto di progresso, termine essenzialmente legato alla distribuzione del reddito rispetto alla popolazione.

La classificazione dei fattori di produzione in terra, capitale e lavoro ha scarso significato sul piano dinamico e quindi a poco possono servire nell’analisi dello sviluppo economico in quanto i modelli economici si basano sul presupposto che tecnologia e istituzioni sociali siano grandezze fisse e predeterminate. Storicamente però queste grandezze sono in grado di influenzare in maniera significativa il cambiamento dell’economia. È necessario ricorrere perciò ad una classificazione più ampia delle determinanti della produzione se si vuole analizzare il cambiamento economico nel tempo. Una di queste prevede che l’evoluzione e il mutamento dell’economia come funzione della popolazione, risorse, tecnologia e istituzioni sociali e considerando poi per ciascuna di queste variabili numerose sottovariabili. Ad esempio per la popolazione deve essere considerata la distribuzione secondo il sesso, età, etc. Non sono mancate altre teorie che offrivano interessanti spunti di analisi ma basate su presupposti discordanti con l’analisi dinamica dell’evoluzione economica di una popolazione.

Altri concetti da analizzare sono produzione e produttività. Per produzione si intende il processo mediante il quale i fattori produttivi si mettono in relazione per produrre i beni richiesti dalla popolazione. La produttività è il rapporto tra produzione e fattori impiegati. Tale dipende da una serie di fattori ad esempio fertilità di un terreno e può essere accresciuta mediante nuove conoscenze o all’esperienza del soggetto agente ed è qui che entra in gioco il concetto di capitale umano. Occorre poi tenere presente che l’utilizzo di maggiori risorse produttive di regola da luogo ad una maggiore produzione ma la produttività legata a quel fattore diventa via via più bassa ed è questa la cosiddetta legge dell’utilità marginale decrescente.

La struttura economica ha a che vedere con le relazioni tra i vari settori dell’economia e più in particolare con la distribuzione della forza lavoro nella tripartizione tra primario, secondario e terziario. La storia economica ha conosciuto ai suoi albori una struttura economica semplice costituita quasi esclusivamente da impiegati nel primario mentre oggi le moderne economie vedono un forte sviluppo del terziario con riduzione del primario intorno al 10% della forza lavoro occupata. Come spiegare una simile evoluzione strutturale dal medioevo ad oggi. Esistono oggi due linee guida principali. La prima che vede l’accresciuta produttività dei fattori come elemento che ha spinto verso altri settori dell’economia la forza lavoro. E l’altro elemento è che l’aumentare del reddito non causa aumenti della domanda di cibo significativi mentre accresce quella di beni strumentali e di servizi e da qui l’impiego di maggiore forza lavoro nel secondario e nel terziario.

Altro elemento di primissimo interesse è la curva logistica (fig.1) o meglio curva di crescita che ci permette di descrivere con accuratezza la crescita di molte popolazioni subumane ma è applicabile con buona approssimazione anche alla crescita economica di molte popolazioni umane che spesso si accompagna ad un identica crescita demografica. Questa correlazione comune a molte popolazioni è spiegabile tenendo conto del fatto che le risorse a disposizione di una popolazione costituiscono il limite superiore dei risultati economici che essa può conseguire compresa la sua popolazione. Qualora intervenga infatti un mutamento nella tecnologia che può aumentare le risorse si instaura una nuova curva di logistica che spinge all’accrescimento anche della popolazione (fig.2).

Capitolo VI: Nazionalismo economico e imperialismo

Le politiche economiche degli Stati nel periodo della seconda logistica europea avevano un duplice obiettivo. Da un lato costruire la potenza economica per rafforzare lo stato ed avvalersi della potenza dello Stato per favorire lo sviluppo dell’economia. Nel perseguire questi obiettivi gli strateghi dovevano prendere in considerazione i desideri contrastanti dei propri sudditi e degli altri Stati. Mentre cercavano di imporre regimi di unità economica all’interno dello Stato, i governanti europei si facevano un’aggressiva concorrenza sul piano dell’estensione territoriale e dell’accentramento delle risorse. Ciò provocò non pochi conflitti aggravando il clima di tensione europeo già caratterizzato da contrasti per lo più riguardanti divergenze religiose e rivalità dinastiche.

Adam Smith definì il mercantilismo come una teoria fondata dai mercanti e spacciata come buona ai sovrani ignoranti ma che avrebbe condotto a catastrofi economiche per la cattiva distribuzione delle risorse. Per oltre un secolo si è mantenuto questo significato negativo al termine mercantilismo finché alcuni economisti tedeschi ne rovesciarono la concezione dicendo che nel suo intimo mercantilismo era la costruzione dello Stato che si accompagna all’edificazione dell’economia nazionale. Successivamente molti studiosi tentarono di armonizzare le due teorie con scarsi risultati pratici derivanti dal fatto che alle vicende economiche di uno Stato partecipavano solo pochi eletti e soprattutto non esisteva un modello uniforme di Stato.

Si andava dalla monarchia assoluta francese in cui gli interessi economici erano gestiti da funzionari incompetenti. Le Province Unite invece governate dai mercanti non potevano permettersi politiche protezionistiche. Ed infine l’Inghilterra che si trovava a metà strada in cui aristocratici e mercanti riuscirono a trovare scelte di politica economica che conciliavano entrambi gli interessi. Nel medioevo i signori ed i monarchi europei erano soliti cercare di accumulare in scrigni corazzati il maggior numero di metalli preziosi per far fronte alle guerre.

Nel XVI secolo i metodi erano divenuti più sofisticati con l’introduzione del Bullionismo cioè reprimere le esportazioni di oro e argento. Poiché erano pochi i paesi europei che possedevano miniere d’oro e di argento allora l’acquisizione di colonie produttrici era divenuto uno degli obiettivi principali della colonizzazione. In questo quadro come Adam Smith evidenziò riuscirono ad imporre le loro teorie di bilancia commerciale favorevole. Cioè si doveva solo esportare e nulla importare, cioè praticamente impossibile. Si cercò anzitutto di tagliare le manifatture estere mediante l’imposizione di alte misure di protezionismo. Si sviluppo notevolmente l’industria navale ed in particolar modo l’industria navale mercantile mediante lo sviluppo di navi che all’occorrenza potevano divenire navi da guerra. Tutto ciò perché i teorici dell’epoca pensavano che i possedimenti coloniali fossero fattori di ricchezza anche se non possedevano oro o argento ma potevano pur sempre produrre beni non disponibili in madre patria.

La Spagna e l'America spagnola

Nel XVI secolo la Spagna era l’invidia d’Europa. Il suo re Carlo V divenne imperatore del Sacro romano impero nel 1519 ed il suo regno comprendeva non solo la Spagna ma anche i domini asburgici e l’Italia meridionale ed insulare. Sebbene le risorse agricole spagnole non fossero le migliori la Spagna poteva contare su una straordinaria produzione cerealicola e sulla produzione di lana merino particolarmente apprezzata in tutta Europa. Fatto più spettacolare però fu la quantità di oro e argento che poteva importare dalle colonie americane. Nonostante tutte queste condizioni favorevoli la Spagna non riuscì a progredire e il popolo spagnolo ne fece le spese con livelli di vita più bassi.

Sebbene esistano numerosi fattori dell’insuccesso spagnolo gran parte della responsabilità deve essere attribuita alle ambizioni dei suoi sovrani. Carlo V riteneva che la sua missione fosse quella di riunificare l’Europa cristiana e per questo intraprese numerose guerre con i protestanti di Germania e i Valois di Francia. Incapace di ottenere un successo duraturo abdicò nel 1556. Aveva sperato che i suoi possedimenti potessero essere ereditato dal figlio Filippo ma il fratello Ferdinando riuscì ad ottenere i territori asburgici in Europa centrale. Filippo continuò gran parte delle crociate paterne sperperando così gran parte delle finanze Spagnole e a questo si deve aggiungere che alle inclinazioni belliche i sovrani spagnoli aggiungevano una certa predilezione per l’architettura monumentale e le sfarzose cerimonie di corte. Per finanziare le guerre ed i notevoli consumi Carlo e Filippo si affidarono alle tasse ma l’incidenza della tassazione ere estremamente ineguale.

Infatti i grandi proprietari terrieri, per lo più di stirpe nobile, erano esentati dalle tasse per cui tutto il gettito fiscale gravava su pochi agricoltori e sui mercanti e artigiani. La corona tuttavia trovò un’inaspettata fonte di entrate con la scoperta dell’oro e dell’argento nelle colonie americane. Ma siccome il governo si impossessava del 40% delle entrate negli ultimi anni del governo di Filippo i metalli preziosi non costituivano più del 20% del reddito nazionale. Ad aggravare ancora di più le cose, le entrate raramente pareggiavano le enormi spese del governo cosicché si ricorreva spesso al prestito per bilanciare entrate ed uscite.

Sotto Carlo e Filippo il ricorso al prestito divenne una pratica regolare tanto che nel 1557 e successivamente in altre sette occasioni l’onere era divenuto così pesante che il governo rifiutò di riconoscere una parte sostanziale dei propri debiti dichiarando bancarotta Nazionale. La cattiva conduzione finanziaria non fu però la sola maniera in cui il governo soffocò l’economia. Uno di questi fu anche l’istituzione di corporazioni allo scopo di creare monopoli su beni commerciali largamente richiesti. Si può ricordare il Consulado di Burgos che aveva per oggetto la lana Merino e la Casa de Contratacion per regolare il commercio con l’America.

L’assenza poi di una sistematica politica economica di ampio respiro è poi illustrata dalla storia di due delle maggiori attività economiche Spagnole. La produzione di cereali e la manifattura del panno. La produzione di cereali per l’incremento demografico spagnola crebbe finché potette ma siccome la domanda era superiore allora il governo permise l’ingresso di cereali esteri senza l’introduzione di dazi aggiuntivi, mentre le tassi per gli agricoltori non diminuirono. La produzione estera divenne nettamente più competitiva di quella nazionale cosicché l’agricoltura si diresse verso altre specie vegetali. La situazione fu più o meno identica per l’industria del panno.

Ora alla luce dell’analisi fatta è possibile immaginare che con una politica economica di libero scambio Carlo V avrebbe potuto assicurare prosperità duratura per il suo regno. Ma l’idea del libero scambio non passò mai per la testa del sovrano spagnolo. Lo Stato era troppo dipendente dalla entrate doganali per permettersi di abolire tariffe e dazi. Persino le scelte in materia religiosa si rivelarono infelici. Infatti nei primissimi anni del loro regno Ferdinando ed Isabella furono autorizzati dal papa a fondare il santo ufficio dell’Inquisizione. I bersagli iniziali dell’inquisizione furono i coversos, gli ebrei convertiti al cristianesimo. Costoro erano per lo più commercianti e quindi uomini di grande successo per l’economia ma l’inquisizione spinse molti di loro ad emigrare con grave pregiudizio per l’economia nazionale.

Altro obiettivo dell’inquisizione furono i moriscos. Di religione musulmana ed estrazione sociale molto povera furono costretti alla conversione non avendo fondi per emigrare, ma nel 1609 il governo Spagnolo dell’epoca decise per la deportazione di costoro con grave pregiudizio per l’economia nazionale, dato che costoro erano per la maggior parte i lavoratori più attivi delle terre spagnola. Le politiche della Spagna nei confronti dell’impero americano furono altrettanto miopi. Non appena si accorse dell’enorme potenzialità del nuovo mondo il governo Spagnolo impose una politica di monopolio rigido. Nel 1503 fu creata a Siviglia la Casa de contratacion ma le politiche monopolistiche restrittive si rivelarono ingestibili ed inadeguate cosicché il governo spagnolo fu costretto a fare marcia indietro ed a permettere a mercanti stranieri di commerciare con l’America. Ed altra cosa da considerare era il fatto che la politica monopolistica incoraggiava l’evasione ed il contrabbando. L’intrinseca assurdità delle politiche commerciali spagnole si riflette anche nel commercio con l’unica colonia spagnola del pacifico: le Filippine. Il commercio con le filippine doveva necessariamente passare per il Messico. Così un viaggio dalle filippine durava quasi due anni e non ci sorprende il fatto che ben poche fossero le merci che potevano sopportare il costo di un simile itinerario.

Il Portogallo

Una delle imprese più notevoli dell’età dell’espansione coloniale fu quella del Portogallo, Stato piccolo e relativamente scarso di risorse per poter assicurarsi il dominio su un vasto impero marittimo in Asia, Africa e America. Infatti al di fuori delle poche città l’economia nazionale era ai semplici livelli di sussistenza. Allora come si può spiegare ciò? Molti furono i fattori coinvolti per lo più fortunosi. Anzitutto al momento dell’inizio delle esplorazioni i paesi esplorati erano in condizioni deboli e instabili ed anche e soprattutto la conoscenza delle tecniche di navigazione.

All’inizio delle loro esplorazioni i Portoghesi prestarono scarso rilievo ai possedimenti africani e americani accentrando le relative movimentazioni commerciali soprattutto sulle spezie orientali. Infatti all’arrivo dei predoni francesi ed anglosassoni sulle coste anglosassoni essi preferirono lasciare il campo e insediarsi nell’entroterra. Le prime colonie americane però non prosperarono per la presenza di popolazioni ostili cosicché il Brasile non divenne parte integrante dell’economia portoghese sino al 1570 quando furono ritrovati nell’entroterra brasiliano nuovi giacimenti d’oro.

Il monopolio dei portoghesi nel commercio delle spezie è stato però meno solido di quello che si poteva dimostrare e ciò per due ragioni. Anzitutto le flotte erano piccole e sparute inidonee a sorvegliare tutti gli oceani. In secondo luogo la corona era costretta ad affidarsi per amministrare il monopolio ad ufficiali regi (mal pagati e per questo incentivati alla violazione dei rispettivi contratti) o imprenditori che se ne assumevano una parte. Il commercio di spezie non fu però l’unico settore nel quale la corona portoghese instaurò monopoli per ragioni fiscali. Anche nel commercio degli schiavi e dell’avorio dall’Africa. Ma per questi monopoli si verificò la stessa situazione delle Spezie con gli ufficiali regi costretti ad evasioni per arrotondare il loro compenso.

Dato dunque che la monopolizzazione non era ovviamente in grado di assicurare il bilanciamento dei costi cosicché come i cugini spagnoli anche i portoghesi erano costretti allo strumento dei prestiti per lo più a breve scadenza e con tassi di interesse elevati. Anche qui si ripropose il problema dei nuovi cristiani come per la Spagna ma in forma ancora più accentuata dal momento dell’istituzione dell’Inquisizione Portoghese basata su indici molto meno permissivi. La conseguenza furono: atmosfera di reciproco sospetto e, ben più grave, la perdita di lavoratori esperti (ebrei commercianti) costretti ad emigrare verso nazioni più tolleranti.

L'Europa centrale, orientale e settentrionale

Tutta l’Europa centrale era nominalmente unita sotto il sacro roman...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

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