Economia internazionale, uno sguardo d'insieme
L'apertura al commercio internazionale descrive i nostri sistemi economici da secoli. La più antica teoria dello scambio, che dobbiamo a Hume, risale al 1800: il primo modello invece venne ideato da Ricardo. Oggi ci troviamo nell'era della globalizzazione, che esalta la dimensione internazionale dell'economia. L'aumento della velocità di comunicazione tra imprese e tra individui ha agevolato lo scambio di merci, capitali e persone su scala globale. Quest'apertura ha avuto anche effetti culturali, creando stili di consumo e movimento simili tra i vari continenti: pensiamo alla nuova dimensione dei cittadini italiani come europei.
Un esempio di globalizzazione
Un buon esempio dell'impatto della globalizzazione sulle attività economiche è la multinazionale DELL. DELL utilizza fornimenti da tutto il mondo per comporre i propri PC: i monitor provengono da Europa e Asia, i circuiti stampati da Asia, Scozia ed Europa Orientale, i drive soprattutto da Singapore, le stampanti dalla Spagna. Il fenomeno della globalizzazione, però, è avvenuto gradualmente – sia pur in maniera rapida.
In una prospettiva storica, il processo della globalizzazione per come la conosciamo ha impiegato circa vent'anni. Inizialmente, tra il 1870 e il 1914, la colonizzazione delle Americhe, della Nuova Zelanda, dell'Australia e del Sudafrica da parte di europei portò a un grande aumento dell'export. Dopo la fase di stasi tra le due guerre mondiali, si è assistito invece alla fine del protezionismo USA, iniziato dopo la Grande Depressione del 1929: la contemporanea nascita dell'Unione Europea (1957, sotto il nome di CEE) ha portato a una fase di forte crescita della dimensione degli scambi, testimoniata dalla nascita della WTO.
L'evoluzione dal 1980 ad oggi
Dal 1980 a oggi, infine, il miglioramento dei servizi di telecomunicazione, trasporti, libertà di movimento dei capitali, assieme all'integrazione dei mercati finanziari, ha reso la nuova globalizzazione ancora più ampia. Le dimensioni chiave di questo fenomeno sono principalmente tre:
- Apertura contro chiusura, cioè dal mercato nazionale a quello internazionale;
- Libertà contro controllo, dei confini e del movimento di merci e capitali;
- Dialogo internazionale contro chiusura, vale a dire un'apertura della dimensione politica diplomatica internazionale.
A sua volta, la globalizzazione crea, dal punto di vista europeo, due livelli di azione: uno interno all'UE, che è la dimensione internazionale più importante per chi vi aderisce (vedi il "caso" del Recovery Plan degli ultimi mesi); e un altro esterno, poiché i Paesi dell'UE sono attori fondamentali del contesto globale.
La globalizzazione favorisce la distribuzione della ricchezza verso i Paesi poveri – vedasi lo sviluppo sperimentato dalla Cina in questi anni. Di converso, la globalizzazione ha prodotto però anche effetti controversi. In Europa sappiamo bene, ex 2008, che l'integrazione dei capitali aumenta anche i rischi legati a crisi finanziarie. Inoltre, spesso la globalizzazione ha portato alla concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi ricchi in tutto il mondo. Anche le migrazioni pongono problemi sociali e politici che gli Stati – soprattutto in casi come quello dell'UE – hanno molti problemi ad affrontare.
Vantaggi e controversie della globalizzazione
Il pensiero economico dominante sostiene che i vantaggi della globalizzazione sono comunque molto più grandi degli svantaggi, poiché il liberismo crea ricchezza e libertà politica. Negli ultimi anni si sono viste emergere ideologie contrarie alla globalizzazione, in politica e non solo, in virtù di ideologie isolazioniste, nazionaliste e sovraniste. I movimenti no-global, come la Lega in Italia, attribuiscono agli scambi commerciali l'aumento della povertà, la pressione sui salari e la riduzione delle tutele per i lavoratori, i problemi ambientali e sociali (quest'ultimi connessi soprattutto ai flussi migratori).
In questa fase, è bene sottolineare che la dimensione nazionale non è opposta a quella internazionale. La questione è più complessa e richiede un approccio diverso. Per esempio, già solo stabilire quali imprese siano italiane non è semplicissimo: Parmalat, controllata da un'azienda francese (Lactalis), è italiana?
I problemi veri della globalizzazione sono più complessi. Essi riguardano fluttuazioni elevate e squilibri sul mercato valutario o dei capitali, crisi finanziarie su mercati emergenti e non, crescita lenta o bloccata in gran parte del mondo occidentale, costi elevati di adattamento al modello liberista per i Paesi più poveri, oltre alla già citata crisi dei valori europei degli ultimi anni. Come si presentano le connessioni internazionali degli scambi e delle politiche? Qual è il ruolo delle forze di mercato? E quello delle istituzioni? L'apertura internazionale è un bene? Per chi? Come si controllano e misurano vantaggi e svantaggi? Proveremo a dare qualche risposta.
Il commercio internazionale oggi
Oggi più che mai gli Stati sono collegati dal commercio di beni e servizi, attraverso i flussi di moneta, investimenti e capitale umano. Negli Stati Uniti il commercio internazionale è triplicato negli ultimi quarant'anni; altri Paesi, soprattutto quelli più piccoli, hanno una dipendenza ancora maggiore dagli scambi con l'estero, dovuti proprio alla carenza di domanda e offerta interna. I Paesi attuano le proprie politiche nei confronti del resto del mondo e studieremo le problematiche di questo processo, oltre ad un "manuale" sugli effetti delle decisioni di politica economica (es. vantaggi o svantaggi di una trade partnership).
Secondo uno studio di Reuters, nelle guerre dei dazi il danno maggiore è quello subito dalle multinazionali, data la frammentazione geografica della loro catena del valore. Tradotto: a pagare più di tutti sono i Paesi dove "solo" una parte dei beni viene prodotta; quindi, le ripercussioni di un duello commerciale tra Stati molto grandi possono riguardare un'area vasta del mondo. A questo, poi, si sommano anche ripercussioni politiche e sociali. Le economie più esposte al rischio di disintegrazione della catena del valore globale sono Lussemburgo, Taiwan e Slovacchia.
Vantaggi degli scambi internazionali
Intuitivamente, possiamo evidenziare dei vantaggi derivanti dagli scambi internazionali. Il primo vantaggio dell'apertura di un sistema economico è l'aumento della varietà dei beni consumabili: in una condizione di maggiore concorrenza, i consumatori hanno accesso a una scelta più vasta a un prezzo inferiore. In questo senso, gli scambi con l'estero facilitano la specializzazione (dato che si possono comprare i beni più complicati da produrre internamente) e quindi lo sfruttamento di economie di scala.
Un terzo vantaggio deriva dalla possibilità di scambiare capitali, aumentando la capacità e la qualità dell'indebitamento di istituzioni e singoli cittadini. Infine, l'apertura dei mercati favorisce i flussi migratori, anch'essi forieri di vantaggi. A partire da queste intuizioni possiamo sviluppare una teoria più complessa, che risponda a questioni come i motivi della convenienza allo scambio internazionale per un Paese efficiente. Le intuizioni che abbiamo illustrato, d'altronde, non mettono d'accordo tutti: l'ipotesi mercantilista, ad esempio, afferma che bisogni chiudere alle importazioni, ma esportare il più possibile.
Il commercio può agire a beneficio dei Paesi nel loro insieme, ma può danneggiare specifici gruppi all'interno dei singoli Paesi. Ad esempio, possono essere danneggiati alcuni settori dalla concorrenza con i beni importati: si dice, più precisamente, che il commercio redistribuisce il reddito all'interno dei Paesi.
La bilancia commerciale globale
La bilancia commerciale del pianeta Terra è in crescente surplus, nonostante il suo risultato atteso sia pari a zero. Si tratta di un errore statistico che può derivare da imprecisioni nella misurazione, disallineamenti nella contabilità o negli standard utilizzati o altri problemi di contabilizzazione su una scala così grande (nel 2016 l'errore complessivo ammontava a 370 miliardi di dollari).
Il modello di gravità e il ruolo della politica negli scambi
Il grado d'apertura (GdA) di un Paese si misura sommando il valore di esportazioni e importazioni e rapportandolo al PIL. Guardando a delle serie storiche di questa misurazione, possiamo osservare la forte crescita del commercio internazionale, ovviamente notando che in alcuni Paesi tale effetto è stato più forte – come nei casi di Svizzera e Germania. Un'altra testimonianza della crescente integrazione economica dei mercati internazionali è data dallo studio dell'andamento tra esportazioni e produzione mondiale: le aree cerchiate in rosso corrispondono alle crisi economiche.
Con riferimento agli Stati Uniti, è osservabile che i principali partner commerciali siano Paesi molto vicini geograficamente (Messico e Canada) oppure molto forti economicamente (Cina, Giappone e Germania). Un discorso analogo vale anche per l'Italia: l'export italiano è rivolto prevalentemente all'Europa, agli Stati Uniti e alla Cina.
La dimensione di un'economia è direttamente correlata al suo volume di importazioni ed esportazioni, in quanto Paesi più grandi producono più beni e servizi e quindi hanno più cose da vendere-esportare sul mercato estero. Per questo motivo, ottengono anche più redditi e quindi possono comprare-importare di più. Anche la distanza tra due mercati però ha un'influenza forte sull'andamento della bilancia commerciale tra i due Paesi, poiché variano i costi di trasporto e di conseguenza anche il costo di importazioni ed esportazioni.
Questa relazione, nota come "modello di gravità", è definibile matematicamente come:
T = A * Yi * Yj / Dij
Nella formula, T è il valore complessivo del commercio tra due Paesi i e j, A è una costante, Yi è il reddito del Paese i, Yj è il reddito del Paese j, e Dij è la distanza tra i due Paesi. I valori di a, b e c possono essere diversi da 1 e il loro valore è determinato in questo modo:
- a e b sono parametri riguardo i rapporti che intercorrono tra i due Paesi, che possono influenzare i contatti e le comunicazioni tra i due Paesi, e in questo modo il commercio;
- c è invece un parametro sulle infrastrutture su trasporti e comunicazioni nei due Paesi, che favoriscono ovviamente la compravendita di merci.
Alcune stime empiriche suggeriscono che un aumento dell'1% nella distanza tra Paesi si associa a una riduzione nel volume degli scambi compresa fra lo 0,7 e l'1% in base ai servizi disponibili nei due Stati. In questo contesto, ovviamente, i confini aumentano tempi e costi, mentre gli accordi commerciali riducono i tempi burocratici e i dazi doganali, favorendo lo scambio. Come esempio di quest'ultimo aspetto, possiamo prendere il NAFTA (North American Free Trade Agreement), l'accordo di libero scambio tra USA, Messico e Canada, che ha portato delle conseguenze evidenti sui volumi di beni scambiati:
Chiaramente, nella storia l'effetto negativo della distanza sugli scambi è stato attutito dallo sviluppo di tecnologie moderne di comunicazione e trasporto (es. computer, automobili, fibra ottica). Tuttavia, le innovazioni nei trasporti e nelle comunicazioni rimangono secondarie rispetto ai fattori politici, e in particolare rispetto alle guerre. In effetti, il commercio internazionale è cresciuto rapidamente dal 1870 e il 1913, ma non è ritornato ai livelli antecedenti la Prima guerra mondiale fino al 1970 – oggi, dopo decenni di pace, il commercio è cresciuto senza precedenti.
Esportazioni e PIL
La percentuale di esportazioni sul PIL è andata crescendo in modo notevole nello scorso secolo. I dati del 2015 ci permettono di mettere a fuoco più precisamente il contenuto di questo commercio. Il 56% dei prodotti scambiati nel mondo sono manufatti, seguiti dai servizi (24%) e i combustibili (12%). In ultimo posto ci sono i prodotti agricoli (8%). Consideriamo "manufatti" tutti i prodotti che non vengono venduti al loro stato di materia prima (ad es. l'uva è un prodotto agricolo, il vino è un manufatto). Il trend registrato in quel periodo dice che si commerciavano più servizi e meno materie prime rispetto agli anni precedenti.
Riguardo l'Italia, nel 2019 emergeva che l'esportazione del Paese riguardava soprattutto prodotti alimentari, tessili e chimico-farmaceutici. L'Italia esporta anche acciaio, apparecchi elettrici, agricoli e oggetti di alta gioielleria. Per quanto riguarda le quote di mercato, su dieci scarpe nel mondo una è prodotta in Italia, mentre per l'esportazione di vetro-ceramica la quota mondiale è del 60%.
Dal 2002, i beni manufatti rappresentano la quota maggiore del volume delle importazioni e delle esportazioni di Regno Unito e USA. In passato, invece, era più frequente lo scambio di prodotti agricoli e minerari. I Paesi in via di sviluppo (PVS) hanno conosciuto un cambiamento ancora più radicale: i manufatti sono passati dal 10 ad oltre il 60% dei prodotti esportati, mentre l'opposto è successo ai prodotti agricoli. Questo è successo poiché gli Stati meno sviluppati hanno potuto "approfittare" del know-how sviluppato da altre parti del mondo, implementando uno sviluppo più repentino.
Il commercio mondiale di servizi
Il commercio mondiale di servizi, esploso grazie alla pandemia di COVID-19, era già in crescita nei decenni precedenti. Dal 2010 al 2016, il valore dei servizi scambiati nel mondo era aumentato di sei volte. In particolare, è in crescita la pratica dell'offshoring, il processo di delega dei processi produttivi. Per la nostra trattazione, chiameremo offshoring il caso di delocalizzazione dell'attività produttiva all'estero.
Come ovvio, l'offshoring riguarda soprattutto quei servizi che possono essere forniti elettronicamente a grande distanza con una riduzione minima o nulla della qualità, permettendo di sfruttare la presenza di forza-lavoro a basso costo in determinati Paesi (come l'Albania, l'India, etc.).
Ad ogni modo, l'offshoring non rappresenta una quota significativa del commercio internazionale, in quanto riguarda un ambito ristretto di servizi, ma rappresenta comunque un fenomeno interessante da analizzare. Secondo uno studio del 2005, il 60% dei servizi non è commerciabile in via telematica – anche se oggi probabilmente la situazione è cambiata, anche sulla spinta della pandemia.
Determinanti del commercio internazionale
Per riassumere, oggi le determinanti principali del commercio sono le risorse create dall'uomo e dalla politica. In larga misura, i modelli che studiano il commercio internazionale sono gli stessi del secolo scorso, dato che le meccaniche al di sotto di esso sono rimaste inalterate. Con lo sviluppo delle infrastrutture, per esempio, il concetto di distanza va misurato soprattutto in termini di accessibilità, più che di distanza vera e propria (in linea d'aria). L'accessibilità è funzione della distanza, ma non solo.
Le esportazioni sono oltre il 30% degli scambi e determinano una crescente integrazione delle economie nazionali. Sono una componente sempre più rilevante del PIL nazionale, poiché crescono più velocemente di esso. Ad ogni modo, le esportazioni influenzano direttamente la crescita dei Paesi.
- Il progresso tecnologico: sviluppo di tecniche di produzione e conservazione dei prodotti, miglioramento delle infrastrutture di trasporti e comunicazione, etc.
- La crescita economica: miglioramento dei mezzi di pagamento, integrazione o disintegrazione delle varie fasi produttive, aumento di redditi, consumi e investimenti, etc.
- La cultura: conoscenza linguistica, scambio tramite l'immigrazione, etc.
- Le situazioni politiche: sviluppo di istituzioni di sostegno, volontà di accrescere il confronto politico-commerciale, assenza o presenza di conflitti (anche economici), etc.
In particolare, le circostanze politiche hanno un ruolo centrale: per esempio, già nel periodo antecedente la Prima guerra mondiale c'era stata una prima fase di globalizzazione. Tra le due guerre, invece, c'era stata la diffusione delle beggar thy neighbour policies, cioè tutte le politiche attuate da un Paese per ottenere un vantaggio competitivo negli altri Paesi. Esempi di queste pratiche sono le barriere commerciali, la svalutazione della propria moneta per rendere più competitivi i propri beni all'estero (questi due vantaggi sono temporanei, perché causano ritorsioni) e il taglio della tassazione per le imprese, che attrae investimenti dall'estero. In questo caso, il possibile effetto negativo della concorrenza fiscale tra Paesi è l'influenza negativa sull'erogazione dei servizi.
Tuttavia, gli scambi internazionali possono generare anche distensione politica. Se le relazioni commerciali funzionano, di solito c'è un miglioramento anche nelle relazioni tra i Paesi, come osservabile in Europa negli anni precedenti la nascita dell'UE. Viceversa, l'inefficienza causa il peggioramento dei rapporti internazionali – vedasi il conflitto contemporaneo tra Stati Uniti e Cina.
Chiaramente, il modello gravitazionale non basta a chiudere il cerchio. Ad esempio, la distanza tra mercati influenza i costi di trasporto e quindi il costo delle importazioni/esportazioni, oltre alla capacità di instaurare contatti personali e comunicazioni. Anche l'affinità culturale aiuta lo sviluppo di legami economici, come osservabile dal grafico per quanto riguarda Irlanda e Stati Uniti. Andando oltre, la geografia locale può chiaramente essere un fattore di vantaggio: Belgio e Olanda, per esempio, sono favoriti nelle esportazioni dalla loro collocazione sul mare.
Un quarto punto fondamentale è dato dalla presenza di imprese multinazionali, che ovviamente importano e esportano molti beni tra le loro affiliate.
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