Indice
La dispensa segue l’architettura delle lezioni della docente ed è dunque divisa in due parti. All’interno troverai gli appunti presi a lezione integrati con tutti i grafici analizzati.
Introduzione
1. Il processo di globalizzazione: definizione e determinanti
2. Le misurazioni empiriche del commercio internazionale: il modello di gravità
Parte I: Teoria del commercio internazionale
Teoria tradizionale del commercio internazionale
- Vantaggio assoluto e vantaggi comparati
- Produttività del lavoro e vantaggi comparati: il modello ricardiano e le sue estensioni
- Distribuzione del reddito: il modello a fattori specifici
- Dotazioni fattoriali e vantaggi comparati: il modello Heckscher-Ohlin e le sue estensioni
3. Economie di scala e commercio interindustriale: la “nuova teoria del commercio internazionale”
4. Le imprese nel commercio internazionale: la “new new trade theory”
5. Gli investimenti diretti esteri
Parte II: La politica commerciale
6. Le misure tariffarie e il loro impatto economico
7. Le misure non-tariffarie e il loro impatto economico
8. Gli accordi commerciali bilaterali e multilaterali
9. Il caso dell'Unione Europea
Economia degli scambi internazionali
Commercio di merci e servizi come scambio tra paesi diversi. Il flusso internazionale di capitali produttivi è diverso dal flusso internazionale di capitale finanziario. Argomenti reali e monetari sono uno il complementare dell’altro. Esistono comunque delle connessioni ad esempio con i tassi di cambio o la bilancia dei pagamenti. L’obiettivo è studiare come nel corso dei decenni si siano evoluti i flussi di capitale e servizi.
Il commercio nel corso degli anni è cambiato molto, è diventato molto complesso e legato alla struttura produttiva e alla natura delle imprese, legato sostanzialmente ai fenomeni di globalizzazione.
Struttura del corso
- Strumenti di analisi empirica e le principali fonti di dati sul commercio internazionale;
- Le teorie del commercio internazionale e le loro implicazioni di politica economica;
- Le politiche commerciali: misure e accordi internazionali.
OECD
Il grafico è l’andamento del commercio internazionale in percentuale del PIL dell’ultimo anno disponibile. Il grafico mostra le esportazioni (pallino blu) e le importazioni (rombetto) in percentuale del PIL (che esprime la ricchezza del paese) dei vari paesi del mondo.
Quanto pallino o rombetto sono piccoli (a sinistra) significa che il valore import/export in relazioni al PIL è piccolo, quando il valore (a destra) è alto, significa che il peso di importazioni ed esportazioni rispetto al PIL è alto.
Cosa significa?
I paesi molto grandi hanno una percentuale di commercio internazionale relativamente bassa perché la ricchezza che essi producono è comunque molto elevata e quindi se rapportiamo il flusso di commercio internazionale ad una ricchezza molto grande il rapporto sarà piccolo. Ecco perché gli USA hanno un livello import/export inferiore al 20%.
Se ci spostiamo sul lato destro, vi sono economie molto piccole, ma i livelli in/ex sono molto alti. Questo accade perché i paesi piccoli hanno bisogno di essere integrati a livello internazionale in quasi tutte le attività economiche che non vengono prodotte localmente. Per una questione di dimensione, il valore assoluto del PIL di paesi piccoli è piccolo quindi rapportare il commercio ad un paese che ha un PIL piccolo, genera un rapporto elevato.
Pensiamo ora all’Irlanda: presenta caratteristiche istituzionali che attraggono le multinazionali per usufruire del vantaggio regime fiscale. Esempio, il settore delle aziende come Google, E-bay, Apple, molto spesso hanno situato la sede europea dei loro affari nel territorio irlandese.
La repubblica slovacca è un paese piccolissimo, ma ha un commercio molto alto proprio perché il PIL è piccolo. In realtà la repubblica slovacca è hub (sede) delle molte multinazionali del settore automobilistico che hanno sfruttato la centralità geografica del paese per creare un centro logistico da cui esportare le varie componentistiche sia a paesi europei che extraeuropei.
Il commercio internazionale assume quindi spesso una forma simile ad una ruota di carro, si chiama hub and spot (mozzo e raggi). Dove nel caso del settore automobilistico il centro della ruota è la Cecoslovacchia e da lì si ripartono tutti i vari raggi in termini ex/in.
E l’Italia?
Si trova all’inizio del grafico, ha valori intorno alla media dei paesi della tabella, intorno al 28% sia per ex che in. In media l’area Europea è più alta dell’Italia, mentre l’effetto dimensionale si fa sentire sulla Germania che è il paese europeo più orientato alle politiche di scambio internazionale.
EUROSTAT
Ci mostra una mappa con il valore di esportazioni o importazioni nei paesi dell’UE. La distribuzione è più o meno uniforme. L’Italia, insieme a Francia, Spagna e Gran Bretagna sono i paesi meno aperti al commercio internazionale (2019). Paesi più piccoli ancora una volta hanno un elevato rapporto di esportazioni rispetto al PIL (effetto dimensionale). Paesi più ricchi hanno in media la tendenza ad importare ed esportare meno rispetto ai paesi più piccoli.
Paesi ad esempio come l’Olanda hanno un bias informazionale dovuto al fatto che hanno il porto più grande in Europa e questo fa sì che prodotti anche diretti ad altre parti figurano come importazioni dell’Olanda, anche se non di fatto destinati al mercato olandese.
Investimenti Esteri
L’andamento degli investimenti esteri è correlato ai livelli di in/ex.
Cosa sono?
Gli investimenti diretti esteri sono rappresentati dalla presenza di capitale produttivo straniero nel nostro paese e del nostro paese all’estero. Nell’ambito del commercio è importante perché nell’ambito dell’evoluzione del commercio, spesso il commercio internazionale che esiste è originato dalle imprese multinazionali. Il commercio viene innescato dalla presenza di aziende strutturate attraverso una catena del valore o disgregazione del valore aggiunto.
Dati investimenti da OECD
La media dei paesi OECD ha un picco di investimenti esteri in uscita ha un picco prima del 2009 per poi crollare, quindi avere un valore altalenante e crollare nuovamente nel 2018. Il valore bordeaux è il valore relativo degli investimenti del mondo intero. In rosso i dati dell’UE.
In termini di investimenti esteri EUROSTAT ci dice che gli investimenti in uscita ci sono paesi più avanti e paesi più indietro. Italia, Portogallo o Grecia sono meno propensi ad investire all’estero, mentre i paesi del nord EU sono molto più propensi ed ancora una volta anche i paesi molto piccoli.
Ma perché l’Italia è così bassa negli investimenti in uscita?
Perché non è caratterizzata da grandi multinazionali in grado di investire all’estero, ma è caratterizzata più che altro da piccole e medie imprese che hanno sia difficoltà, sia poca propensione all’investimento.
Investimenti in Entrata
Comunque, l’Italia non è molto ricettiva agli investimenti dall’estero, poiché non molto attrattiva per motivi politici ed organizzativi. Molta incertezza e retroattività è data ad esempio dall’incertezza istituzionale, dalla tassazione molto elevata, la presenza di una burocrazia preponderante e invadente e dai tassi elevatissimi di corruzione.
Il modello gravitazionale
È il modello generale che permette di capire da cosa sono determinati i flussi di cambio e di scambio. Cerca di spiegare da cosa sono determinati i flussi di scambio: le esportazioni possono dipendere dalle esportazioni di un paese A per il Pil del paese A per il PIL del paese B fratto la distanza fra i due paesi.
Tanto più grossi sono due paesi in termini di PIL, tanto più vicini tanto più i paesi dovrebbero esportare ed importare tra loro. Il modello gravitazionale funziona sì per livelli di in/ex che per i flussi di capitale.
Fino al 2017 i partner principali per le importazioni erano Cina, USA, Russia, Svizzera e Norvegia. Per quanto riguarda le esportazioni, al primo posto vi sono gli USA, Cina, Svizzera, Russia, Turchia. I paesi dell’UE commerciano per lo più tra di loro, ecco perché non compaiono nei grafici precedenti. Si ha una propensione al commercio con determinati paesi sia per motivi storici che economici.
Ma che cosa si commercia?
Il bene più commerciato al mondo sono le automobili. Il valore assoluto più alto in tale bene è quello degli USA per le importazioni e della Germania per le esportazioni (verde: esportazioni e giallo: importatori). Una quota sempre crescente del commercio si sta poi spostando verso i servizi. Dal 2005 al 2017 è cresciuta moltissimo dappertutto perché il commercio è sempre di più dematerializzato, ovvero costituito dalla fornitura di servizi, il ché significa che la movimentazione fisica dei servizi sta calando poiché stanno diminuendo i prodotti fisici da trasportare. La regolamentazione del commercio dei servizi è molto più complessa di quella di beni fisici, in termini di tassazione, ad esempio, non può esistere più la dogana. Come si tassano quindi i servizi online?
Parte I – Teoria del commercio internazionale
Teorie
Tratteremo ora i modelli teorici sviluppati nel corso del tempo per spiegare da cosa dipendono i flussi di commercio internazionale tra paesi diversi. Lo sviluppo delle varie teorie che studieremo sarà il seguente:
La teoria tradizionale de commercio internazionale
- Vantaggio assoluto e vantaggi comparati;
- Produttività del lavoro e vantaggi comparati: il modello ricardiano e le sue estensioni;
- Il modello a fattori specifici e la contribuzione del reddito;
- Dotazioni fattoriali e vantaggi comparati. Il modello Hecksher-Ohlin e le sue estensioni.
Economie di scala e commercio interindustriale: la nuova teoria del commercio internazionale.
Le imprese nel commercio internazionale: la new new trade theory. Sviluppi recenti.
La teoria tradizionale del commercio internazionale
I riferimenti di questo primo tassello sono gli economisti Smith, Ricardo, Hecksher e Ohlin.
- Smith (1776): enfatizza la divisione del lavoro come il principale fattore della crescita e individua nel vantaggio assoluto la determinante degli scambi.
- Ricardo (1817): il suo obiettivo è dimostrare che il commercio internazionale è benefico e individua nei vantaggi comparati il fattore che favorisce gli scambi. Ricardo e il modello ricardiano che ha ispirato (Haberler, 1930) identificano nelle differenze di tecnologia tra i paesi la determinante del pattern degli scambi internazionali.
- Hecsher (1919) e Ohlin (1933) riprendono il concetto di vantaggio comparato, ma lo attribuiscono alle differenze nelle dotazioni fattoriali (capitale e lavoro). Il loro modello finisce per concludere che i paesi esportano quei prodotti che usano intensamente il fattore produttivo più abbondante nel paese.
Questi tre modelli a cui viene sommato il modello a fattori specifici, hanno come base comune l’ipotesi di base dei rendimenti costanti di scala e della concorrenza perfetta. Inoltre, il concetto internazionale è commercio di beni finali tra settori produttivi diversi ovvero non si commerciano dei beni di utilizzo intermedio, ma solo il prodotto finito. È una visione chiaramente antica ma essenziale per permetterci di comprendere l’evoluzione dei modelli.
La nuova teoria del commercio internazionale
Grubel e Lloyd (1975) osservano empiricamente che una quota significativa e crescente del commercio internazionale consiste in flussi di beni all’interno dello stesso settore produttivo e che gran parte del commercio internazionale avviene fra paesi con simili livelli di tecnologia e di dotazioni fattoriali. Il commercio internazionale è commercio di beni finali tra settori (interindustriale) e all’interno dello stesso settore (intraindustriale).
Diviene quindi proporzionalmente sempre meno commercio di beni finali a vantaggio di commercio per beni simili (ad esempio auto per auto). Il commercio osservato in questo periodo è un commercio orizzontale poiché avviene allo stesso stadio di produzione e si scambiano non solo beni finali simili, ma anche beni intermedi e semilavorati che vengono reintrodotti in fasi di lavorazioni successive ed in paesi diversi.
Krugman (1980) e Krugman e Helpman (1985) spostano l’attenzione alla relazione tra il commercio internazionale e la struttura industriale che richiede di considerare anche le caratteristiche delle imprese. Il panorama del commercio internazionale si sposta ad un’ottica di commercio di beni intermedi all’interno di una catena del valore sempre più frammentata all’interno del mercato. La struttura di mercato prevalente certo non è quella di concorrenza perfetta, ma è una struttura a concorrenza imperfetta dove la funzione di produzione non ha più rendimenti costanti di scala ma rendimenti crescenti di scala, per cui abbiamo economie positive di scala. I prodotti finali sono estremamente differenziati, anche se le imprese si comportano in maniera simile.
Le ipotesi di base sono quindi:
- Rendimenti crescenti di scala;
- Concorrenza imperfetta;
- Differenziazione di prodotto;
- Comportamento omogeneo delle imprese all’interno del settore.
New new trade theory
Negli anni ’90, grazie alla disponibilità di nuovi dati a livello di impresa da vari paesi si evidenziò l’esistenza di una significativa eterogeneità nel comportamento delle imprese all’interno di un singolo settore. Melitz (2003) ed Helpman (2004) e Melitz ed Ottaviano (2008) elaborano una teoria che supporta la constatazione che a commerciare siano le imprese (e non i paesi) e che solo poche di esse (le più produttive) effettuino scambi internazionali.
New new trade theory: Firms rather than countries trade and only the most productive ones export goods (Melitz e Ottaviano 2008). Le ultime teorie hanno posto l’attenzione sulle imprese piuttosto che i paesi, portando l’economia al livello in cui sono più le imprese a commerciare piuttosto che i paesi e che solo le imprese più grosse riusciranno ad esportare beni.
Sviluppi recenti
La frammentazione internazionale della produzione ha segmentato e distribuito le attività produttive (precedentemente integrate a livello di singola impresa o di distretto industriale locale) lungo reti internazionali di impianti produttivi delineando reti globali di produzione all’interno delle quali parti e componenti attraversano più volte le frontiere giungendo alla loro destinazione finale attraverso vie indirette. Il commercio internazionale è commercio di beni finali e intermedi.
Vantaggi assoluti e comparati
Il concetto di vantaggio assoluto viene introdotto da Smith nel 1776: egli enfatizza la divisione del lavoro come il principale fattore della crescita e individua nel vantaggio assoluto la determinante degli scambi. Secondo Smith così come a livello individuale, la suddivisione del processo produttivo in compiti elementari favorisce la specializzazione del lavoratore e una crescita della produttività (prodotto realizzato nell’unità di tempo), allo stesso modo, il commercio internazionale, che rende possibile la divisione del lavoro oltre i confini nazionali, permette ai paesi di concentrarsi sulle produzioni in cui ciascun paese è più efficiente (o produttivo).
Il vantaggio assoluto costituisce quindi le capacità che un’azienda ha a livello produttivo, di risorse ecc. Secondo Smith poi la divisione del lavoro, ovvero la ripartizione delle mansioni tra paesi estremamente capaci e produttivi nella distribuzione di un bene o servizio conferiva loro un vantaggio assoluto, questa diventa quindi la chiave degli scambi. La possibilità quindi di dividere il lavoro in mansioni elementari permette di sviluppare una capacità che altrimenti non avrebbero. La specializzazione dei paesi porta a renderli molto efficienti e quindi ad esportare e ad aprire le porte al commercio internazionale. Ovvero secondo Smith i paesi esportano i beni che producono in modo più efficiente, ovvero che gli costa meno produrre.
Vantaggio Assoluto: si parla di vantaggio assoluto quando un’economia confrontata con un’altra produce una maggiore quantità di una data merce allo stesso costo o produce la stessa quantità ad un costo minore. Si dice quindi che l’economia che gode di un vantaggio assoluto è più efficiente nella produzione di quella minore. Il costo-opportunità di un bene misura il costo di tutto ciò che si rinuncia a produrre per produrre un bene.
Vantaggio Comparato: si parla di vantaggio comparato quando un’economa confrontata con un’altra ha un costo opportunità di produzione di un bene inferiore rispetto ad altri paesi. Tuttavia, il discorso fatto da Smith sui vantaggi assoluti è solo parziale. Non spiegherebbe infatti come i paesi non particolarmente efficienti abbiano comunque delle esportazioni e partecipino al commercio internazionale.
Per spiegare questa realtà bisogna appunto superare la visione del vantaggio assoluto arrivando al vantaggio comparato introdotto da David Ricardo, secondo il quale può spiegare il flusso di commercio internazionale anche con la presenza di paesi meno produttivi di altri. Il vantaggio comparato tiene in considerazione il costo opportunità dei paesi nel dedicarsi ad una determinata attività x. Il costo opportunità non è altro che il costo di tutto ciò a cui si rinuncia per produrre un bene, in altre parole è il costo di tutte le alternative che vengono scartate. Il vantaggio comparato risiede in un paese quando questo ha un corso opportunità...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Economia degli scambi internazionali
-
Economia degli scambi internazionali
-
Economia degli scambi internazionali
-
Economia degli scambi internazionali