Economia degli scambi internazionali e dei mercati globali
Introduzione
Laura Dell’Agostino
Economia degli scambi internazionali
Argomenti
- Il processo di globalizzazione
- Le teorie del commercio internazionale e le loro implicazioni di politica economica
- Gli strumenti di analisi empirica e le principali fonti di dati sul commercio internazionale
- Le politiche commerciali: misure e accordi internazionali
Economia internazionale 1 – teoria e politica del commercio internazionale, Pearson, Milano, 2015 (10° edizione), Krugman-Obstfeld-Melitz
Il processo di globalizzazione
Che cos’è la globalizzazione? Perché ce ne dobbiamo occupare?
“La globalizzazione è la questione chiave della nostra epoca” Joseph E. Stiglitz; affermazione fatta all’indomani del vertice del WTO di Seattle nel 2000: momento in cui fa la sua comparsa il movimento no-global, che interrompe uno dei negoziati del WTO in corso nella città.
Stiglitz nel suo volume (a seguito di questi fatti e altre contestazioni come il G8 di Genova in cui venne ucciso Carlo Giuliani) cita questi eventi nell’introduzione per spiegarne anche il titolo “La globalizzazione e i suoi oppositori”: egli aveva appena ultimato un periodo intenso di lavoro presso la Banca Mondiale di cui era vicepresidente e di cui ne aveva seguito i negoziati in paesi colpiti dalla crisi (paesi prevalentemente latino-americani). Sosteneva che le istituzioni internazionali che egli stesso rappresentava fossero responsabili delle crisi che egli stesso cercava di affrontare. Ci si interroga se la globalizzazione sia positiva o negativa, chi sono vincitori e/o vinti.
Ci siamo ritrovati nel 2008/2009 con una crisi molto forte dei Paesi più avanzati che ha provocato l’uscita da accordi commerciali internazionali (=Brexit).
Chi è Stiglitz?
- Vincitore del Premio Nobel per l'economia nel 2001
- Consigliere di Bill Clinton durante il primo mandato
- Vicepresidente della Banca Mondiale dal 1997 al 2000
Parole chiave
- No-borders: abbattimento barriere commerciali e temporali
- Integrazione politica, sociale, economica, culturale, giuridica
- Essere cittadini del mondo
- Interdipendenza a livello giuridico con la creazione di organizzazioni internazionali (accordi di Bretton Woods)
Definizione di globalizzazione
Tutti gli eventi che accadono quando beni, idee, persone (forza lavoro), servizi e capitale si muovono da una nazione all'altra. Questo modello con 5 elementi può essere semplificato: possiamo rimuovere servizi e capitale.
Cause principali
- Trade costs: costi di spostamento dei beni
- Communication costs: costi di spostamento delle idee
- Face-to-face costs: costi di spostamento delle persone
La globalizzazione è un movimento di beni-idee-lavoro da dove questi elementi sono abbondanti (cheap) verso dove essi sono scarsi (costosi). La globalizzazione crea opportunità ma anche competizione: crea vincitori e vinti.
La globalizzazione come processo di integrazione
La globalizzazione è un processo di integrazione tra le economie nazionali, determinato dall’ingente riduzione dei costi dei trasporti e delle comunicazioni e dall’abbattimento delle barriere artificiali alla circolazione internazionale di beni, servizi, capitali, conoscenza e, in misura minore, delle persone (lavoro). Se la circolazione di beni e servizi non trova particolari ostacoli, nell’Unione Europea il riconoscimento delle professionalità in alcuni Paesi è ancora in corso (quelli dell’Est entrati più recentemente).
Video: intervista ad un funzionario del WTO
Cos’è la globalizzazione? È l’integrazione di economie, settori industriali, mercati, culture, policy making (=modalità di implementazione delle politiche adottate a livello governativo) nel mondo. Questa integrazione è stata resa ed è possibile solo grazie alla tecnologia. Essa può essere identificata con i costi di comunicazione (dove nei costi rientra anche il tempo).
La globalizzazione ha permesso ai Paesi meno sviluppati di arricchirsi e aiuta costantemente i Paesi già sviluppati. La globalizzazione necessita di regole, è una realtà di cui non si può fare a meno, è inarrestabile, ma bisogna essere in grado di gestirla => inevitabilità della globalizzazione. L’attenzione di governi e istituzioni internazionali si sposta su come gestire questo fenomeno e la necessità di gestirlo deriva dal fatto che la globalizzazione ha determinato vantaggi per alcuni Paesi/fasce di popolazione all’interno dei Paesi ma svantaggi per altri.
WTO e Fondo Monetario Internazionale sono stati accusati degli effetti negativi, in quanto corresponsabili per aver favorito situazioni di crisi in alcuni Paesi in cui sono intervenuti (Stiglitz). Il WTO è l’erede di un accordo chiamato GATT (General Agreement on Tarifs and Trade) e rientra tra gli organismi internazionali che si occupano di favorire l’integrazione tra economie. Deve però esserci anche la capacità degli Stati nazionali di gestire il fenomeno nel territorio di competenza. Nei Paesi con livello di reddito più alto occorre che la forza lavoro venga istruita per svolgere mansioni che permettano di ottenere maggiore valore aggiunto.
Sincronizzazione temporale => la gestione del fenomeno in ambito nazionale con il coinvolgimento dei Governi prevede una serie di negoziazioni tra parti politiche e spesso anche agenti economici (le cosiddette parti sociali, es. sindacati) che spesso richiedono tempo per conciliare interessi spesso contrastanti.
Globalizzazione: ondate
La prima ondata di globalizzazione e la seconda sembrano simili ma differiscono per alcuni aspetti molto importanti.
Prima ondata (dal 1870 al 1914)
- Rivoluzione del vapore: separazione spaziale della produzione dal consumo
- Costi di trasporto scendono perché scendono le tempistiche. Potendo trasportare un bene più rapidamente è più facile raggiungere consumatori più distanti
- Produzioni complesse su larga scala, con elevati costi di coordinamento tra le varie funzioni che devono assemblare il prodotto finito
- Fordismo: catena di montaggio, sequenza continua di fasi strettamente collegate e concatenate tra di loro
- Economia di scala: le fasi e la produzione vengono concentrate in grandi impianti industriali, questo è possibile grazie alla catena di montaggio e alla riduzione dei costi di coordinamento. La vendita dei prodotti su un raggio più ampio è possibile grazie al punto 1.
Questi elementi sono alla base della produzione di massa (non solo per le automobili). Un altro elemento per facilitare e rendere più rapide operazioni complesse era semplificare al massimo un prodotto (per quanto complesso potesse essere, es. automobile).
Seconda ondata (dal 1960 – negli USA – fino ad ora)
- Rivoluzione delle telecomunicazioni (ICT): separazione delle fasi di produzione
- Produzioni frammentate a livello internazionale (non più concentrate nella fabbrica fordista ma distribuite sul territorio)
Questa ondata in Italia arriva solo una decina di anni dopo negli Anni Ottanta. Gli elementi che determinarono la modifica del modello produttivo e quindi la rinuncia alle economie di scala sono legate anche alle rivendicazioni salariale che, alla fine degli Anni Sessanta in Europa, vengono portate avanti. Esse si poggiano sul boom degli Anni Sessanta (=elevata crescita economica rende la disoccupazione ai minimi livelli e il potere contrattuale dei lavoratori è molto elevato perché i disoccupati sono pochi e quindi c’è poca possibilità per l’impresa di sostituire un lavoratore con un altro).
Per ridurre il potere contrattuale dei lavoratori e contenere i costi delle imprese (salari), le imprese dividono le fasi di produzione. Come? Alcune delle grandi imprese italiane (con tradizione ancora fordista) decidono di frammentare la produzione in primo luogo a livello locale => DISTRETTI (non solo in Italia). Questo perché intorno agli anni Settanta deve ancora avviarsi il processo che permetterà l’abbattimento delle barriere al commercio internazionale. Solo così diventa conveniente spostare fasi della produzione all’estero, verso Paesi in cui il costo della manodopera è più basso (frammentazione a livello internazionale).
Globalizzazione e produzione
A partire dagli anni Settanta si è assistito ad un processo di frammentazione della produzione accompagnata da una crescente liberalizzazione degli scambi internazionali diventato via via sempre più preminente. Si parla di frammentazione internazionale della produzione come di quel fenomeno di scomposizione del processo produttivo in fasi distinte ciascuna delle quali viene svolta in un paese diverso: imprese situate in Paesi diversi contribuiscono al processo di fabbricazione di un singolo bene.
L’espressione “frammentazione internazionale della produzione” è stata inizialmente proposta da Jones and Kierzkowski (1990) per riferirsi al modello di produzione e di divisione del lavoro a livello internazionale, in cui attività produttive precedentemente integrate a livello di singola impresa o di distretto industriale locale vengono segmentate e distribuite su una rete internazionale di impianti produttivi, delineando reti globali di produzione all’interno delle quali parti e componenti, attraversando più volte le frontiere, giungono alla loro destinazione finale attraverso vie indirette.
Varianti terminologiche
- Global value chain
- Slicing the value chain
- Global production sharing
- Offshoring
Adam Smith individua nella divisione del lavoro una determinante che consente di ottenere elevati livelli di efficienza (ed efficacia).
Esempio di catena globale
Si parla di reti (spiders and snakes) se ci si segue un percorso lineare, ogni Paese sviluppa una fase. La produzione di una bicicletta sono parti componenti che giungono da diversi paesi e vengono assemblate in uno solo (o anche in Paesi diversi).
Oggi, un numero crescente di imprese organizza la produzione su scala globale, ottenendo dall’estero – spesso da paesi lontani- parti, componenti o servizi alla produzione (global value chains). Ciò ha dato luogo ad una crescita degli scambi di beni intermedi (semilavorati) sempre maggiore. Si registra il passaggio di un bene ogni volta che esso passa da una dogana (in entrata e/o in uscita). Tale crescita degli scambi di beni intermedi è tra i fattori che hanno determinato una crescita sostenuta del commercio internazionale. I paesi sono sempre più interdipendenti l’un l’altro non solo dal punto di vista commerciale ma anche da quello produttivo.
L’insieme di questi fattori ha modificato la natura del commercio che, nei primi modelli teorici, era commercio di beni finali (e non intermedi). Il modello Ricardiano considera lo scambio di vino e stoffa (prodotti finiti). L’attuale paradigma produttivo ha cambiato la natura del commercio:
- Grossman and Rossi-Hansberg (2008): trade in goods trade in tasks (si scambia la capacità di svolgere in modo altamente specializzato una funzione produttiva).
- Baldwin (2011): selling things making things. Il commercio non riguarda più la vendita ma la produzione dei beni.
- From the perspective of the 21st century trade and industry, esporting as good tell us much less about the exporting nation’s capacities. The king of exported goods are a sign that the nation is located along a particular segment of an international value chain.
- Antras (2015): most goods are “Made in the world”, the typical “Made in” labels have become archaic symbols of an old era.
La manifattura è diventata sempre più globalizzata espandendo le sue reti produttive nelle economie emergenti, che hanno assunto il ruolo di importanti partner nella produzione di input intermedi o nell’assemblaggio di beni finali (Hanson, 2012). L’integrazione di un numero crescente di paesi nelle reti globali di produzione è conseguenza della frammentazione della produzione; l’industrializzazione di un paese non richiede più di svolgere tutte le fasi produttive a livello nazionale (sviluppare tutta la catena di fornitura nel paese), ma è sufficiente specializzarsi nello svolgimento di una fase di produzione ed entrare in una rete di produzione internazionale => specializzazione produttiva (che secondo Smith permette di raggiungere alti gradi di efficienza e produttività). Si parla di scambio di beni volto all’assemblaggio di beni in un bene finale.
Teoria del commercio internazionale
Perché i Paesi commerciano tra loro?
La domanda principale è:
- Hanno risorse/materie prime diverse importazioni
- Stesso bene ad un prezzo inferiore più conveniente
- Trovare sbocchi di mercato per una produzione domestica maggiore rispetto a quanto il Paese riesce ad assorbire esportazioni
Il commercio internazionale può essere considerato dai Paesi come un’assicurazione contro i conflitti: quanto più i paesi si scambiano tra loro, tanto minore è la probabilità che tra questi Paesi si generi un conflitto armato.
Quali sono i fattori che favoriscono o meno gli scambi internazionali?
Teoria tradizionale del commercio internazionale
- Smith (1776), uno dei padri della scienza economica, enfatizza la divisione del lavoro come il principale fattore della crescita e individua nel “vantaggio assoluto” la determinante degli scambi. Quando si parla di crescita si parla di produzione, reddito. Il parallelo con la divisione del lavoro viene intuitivo: essa considera la produzione di un singolo bene all’interno di una fabbrica, mentre consideriamo gli scambi internazionali un modo per espandere la produzione su scala globale. Il suo obiettivo è descrivere la rivoluzione industriale di quegli anni.
- Ricardo (1817): obiettivo di dimostrare che il commercio internazionale è benefico per i Paesi e individua nei “vantaggi comparati” il fattore che favorisce gli scambi. I vantaggi comparati (che implicano confronti fra Paesi) derivano, secondo lui, fra differenze di tecnologia tra i Paesi; è essa a determinare l’insieme dei beni (pattern) che saranno oggetto di scambio internazionale. Ricardo e il modello ricardiano identificano nelle differenze di tecnologia tra i paesi le determinanti del pattern degli scambi internazionali.
- Hecksher (1919) e Ohlin (1933): riprendono il concetto di “vantaggio comparato” ma lo attribuiscono alle differenze nelle dotazioni fattoriali (capitale e lavoro).
Elementi in comune:
- Ipotesi di base:
- Rendimenti costanti di scala: produzione varia in misura proporzionale alla variazione dei fattori
- Concorrenza perfetta: elevato numero di imprese nel mercato tale per cui nessuna è in grado di imporre il proprio prezzo sul mercato e dal punto di vista della massimizzazione dei profitti (obiettivo dell’impresa) non ci sono mai extraprofitti.
- Il commercio internazionale è commercio di beni finiti tra settori produttivi diversi: è ciò che distingue questa teoria da quella moderna.
La nuova teoria del commercio internazionale
- Grubel e Lloyd (1975) osservano empiricamente che una quota significativa e crescente del commercio internazionale consiste in flussi di beni all’interno dello stesso settore produttivo e che gran parte del commercio internazionale avviene tra paesi con simili livelli di tecnologia e di dotazioni fattoriali. Questa nuova teoria è associata a economie di scala e commercio interindustriale. Il commercio internazionale è commercio di beni finali tra settori (interindustriale) e all’interno dello stesso settore (intraindustriale).
- Krugman (1980) e Helpman (1985) spostano l’attenzione alla relazione tra il commercio internazionale e la struttura industriale, che richiede di considerare anche le caratteristiche delle imprese. Cambiano quindi le ipotesi di base della teoria tradizionale, per cercare di rispondere in modo più coerente all’evoluzione degli scambi internazionale fotografata da Grubel e Lloyd. Le ipotesi di base di questi modelli sono:
- Rendimenti crescenti di scala: aumentano i volumi produttivi e diminuiscono i costi medi di produzione
- Concorrenza imperfetta
- Differenziazione di prodotto
- Comportamento delle imprese all’interno del settore
New new trade theory
L’ultima ipotesi viene ribaltata nel filone di letteratura “new new trade theory”. Perché? Negli anni Novanta vengono raccolti una grande quantità di dati a livello di impresa (perché il focus passa dal livello macro del paese al livello micro di impresa) in cui si osserva che le imprese anche in un singolo settore non si comportano in modo omogeneo: eterogeneità.
- Melitz (2003), Helpman, Melitz e Ottaviano elaborano una teoria che supporta la constatazione che a commerciare siano le imprese e non i paesi e che solo poche di esse (le più produttive) effettuino scambi internazionali.
La teoria tradizionale di Smith
Secondo Smith, così come a livello industriale, la suddivisione del processo produttivo in compiti elementari favorisce la specializzazione del lavoratore e una crescita della produttività (prodotto realizzato nell’unità di tempo), allo stesso modo, il commercio internazionale, che rende possibile la divisione del lavoro oltre i confini nazionali, permette ai paesi di concentrarsi sulle produzioni in cui ciascun paese è più efficiente.
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Economia degli scambi internazionali - esercizi svolti