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dimensione attraverso la valutazione del “peso” che l’impresa ha nei

settori in cui opera.

In tal caso non si può definire il concetto di settore con esclusivo

riferimento a considerazioni tecnologiche; è stata così introdotta la

nozione di “settore economico”.

La dimensione d’impresa può identificarsi nel concetto di “spazio

economico” inteso come il complesso “tessuto” di relazioni poste in

essere dall’attività produttiva dell’impresa, considerato nel suo

continuo divenire.

La dimensione non può non considerare le potenzialità operative

provenienti dagli accordi e dalle relazioni non competitive che

l’impresa mantiene con altri sistemi.

Il criterio orientatore nella scelta dello strumento più idoneo ad

esprimere il concetto di dimensione è dato dallo scopo per il quale il

concetto stesso viene richiamato e deve essere definito.

Dimensione e struttura d’impresa.

Quando si parla di struttura d’impresa si fa riferimento sia alla

struttura organizzativa sia a quella operativa che costituiscono due

“congiunti aspetti economici della complessa struttura aziendale”.

Il variare della dimensione d’impresa implica mutamenti nella

struttura d’impresa.

Sotto il profilo organizzativo, al variare della dimensione

d’impresa, variano non solo l’ampiezza dell’organico, ma anche

l’ordinamento delle funzioni, la posizione dei centri di responsabilità

e di potere, etc….

Sotto il profilo della struttura operativa si può osservare che ai

mutamenti della dimensione si accompagnano mutamenti nei modi

di attuare le operazioni o i gruppi di operazioni.

In relazione ai mutamenti della dimensione d’impresa mutano i modi

di acquisto dei fattori produttivi, le proporzioni ed il coordinamento

tra gli stessi.

La scelta del modo o dei modi più opportuni per operare

mutamenti della dimensione d’impresa dovrebbe essere fatta

in relazione agli obiettivi strategici per i quali si intende

modificare la dimensione.

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PAGE 3 Capitolo 5

La valutazione dell’equilibrio economico: il

controllo dell’efficienza interna.

Equilibrio economico: capacità dell’azienda di remunerare tutti i

fattori produttivi, compreso il rischio (le fonti consumate o ricavi

devono essere maggiori degli impieghi consumati o costi).

Le relazioni tra fattori produttivi e prodotti, rendimenti e

produttività.

La produttività rappresenta il rapporto tra quantità fisica del

prodotto ottenuto e quantità fisica di ogni singolo fattore consumato

per realizzare il prodotto. In tal senso si parla anche di rendimento

fisico del fattore produttivo considerato.

La produttività in senso tecnico (o rendimento fisico), come sopra

definita, può riferirsi ad un singolo fattore, ma anche ad una fase o

ad un processo produttivo.

I fattori si rapportano l’uno all’altro diversamente ad ogni ulteriore

ciclo produttivo cui partecipano.

Neppure possono confrontarsi tra di loro processi diversi che

implicano consumi differenti di diversi fattori, perché non si può

affermare la superiorità di una tecnologia sulle altre semplicemente

in termini di consumi fisici dei fattori implicati.

Con riferimento ad una fase o ad un processo produttivo o ancora a

processi che utilizzano diverse tecnologie , qualsiasi confronto non

può essere fatto se non in termini economici, valorizzando i consumi

dei fattori con la considerazione del prezzo degli stessi.

Sempre all’interno delle relazioni che legano i fattori ai prodotti è

importante l’osservazione della produttività di un sistema produttivo

nei confronti dei differenti fattori impiegati per la realizzazione dei

prodotti.

In un modello di programmazione lineare i prezzi ombra (u *)

rappresentano il valore marginale di ciascuna delle risorse

limitatamente disponibili ; ossia assumendo differenti valori,

esprimono una “scala di priorità delle risorse disponibili”, alla cui

sommità vengono poste le risorse più “desiderate” e cioè quelle che

hanno un più elevato valore margine.

Poiché i prezzi ombra rappresentano anche il valore che acquistano

le risorse per effetto della loro trasformazione in prodotti, essi

possono essere utilizzati per calcolare indici di “produttività” del

sistema produttivo in cui le risorse sono impegnate.

Per cui, per ogni risorsa R , impiegata in un sistema produttivi,

possiamo assumere il rapporto tra prezzo ombra e prezzo di

mercato come misuratore della produttività del sistema nei confronti

di R: r = (u *)

(rapporto di produttività per la risorsa R ) p

se:

r = 1 il sistema produttivo sostituisce la risorsa R allo stesso prezzo di mercato

che la risorsa aveva prima della trasformazione

r<1 il sistema produttivo ha operato una contrazione del prezzo della R nei

confronti della quale il sistema ha una produttività negativa

r>1 il sistema ha dilatato il prezzo che aveva la risorsa prima di essere

trasformata, ha q1uindi redditività positiva.

Se si considerano più risorse R si ha:

r =

La ripartizione dei costi e dei ricavi nel tempo e nello

spazio: costi e ricavi di aree produttive e di prodotti.

I costi ed i ricavi possono riferirsi ad “aree produttive” ma anche a

singoli “prodotti”.

La complessa attività produttiva è organizzata e svolta in “centri

operativi” di differenza ampiezza (reparti, uffici, stabilimenti, etc..).

I “centri operativi” sono aree produttive di diversa ampiezza, in cui

si svolgono attività che presentano uniformità e peculiarità tali da

richiedere una gestione congiunta.

Si potrebbe riferire il calcolo il calcolo dei costi e dei ricavi a

ciascuno dei centri operativi se non intervenissero ulteriori

considerazioni.

Può accadere che “centri operativi” costituiti nell’ottica del processo

produttivo non vengano trasformati automaticamente in “centri di

costo” di uguale ampiezza.

Può anche verificarsi la situazione opposta; un unico centro

operativo può racchiudere attività che richiedono di essere valutate

separatamente a fini economici, originando al suo interno due o più

centri di costo.

I “centri di costo” sono aree operative che si stimano rilevanti ai

fini del controllo economico della produzione.

Data la finalità dei centri di costo (controllo della produzione), la loro

individuazione organizzativa richiede la definizione di accurati e

specifici :confini del centro, descrizione delle attività e individuazione

delle risorse necessarie per svolgere l’attività.

Le variabili tenute sotto controllo nei centri di costo possono essere

identificate come somma dei costi ottenuti moltiplicando le quantità

di ogni singolo fattore consumate nel centro per i relativi prezzi.

I centri di costo possono essere differenziati a seconda che siano

produttori di servizi o produttori di beni , e questi ultimi, a seconda

che siano “intermedi” o “finali”.

Il costo di un prodotto finito che scaturisce dall’ultima fase del

processo produttivo non può che essere una sommatoria dei costi

di tutti fattori produttivi utilizzati in tutte le fasi attraverso le quali è

passata la lavorazione del bene in oggetto.

Le variabili tenute sotto controllo nei centri di profitto (=centri di

costo) possono identificarsi nella differenza tra ricavi e coisti relativi

alla produzione del centro. La denominazione di centro di profitto è

pertanto impropria.

Solamente un centro nel quale si conoscono i costi potrebbe essere

trasformato in centro di profitto. Un centro di profitto si pone come

evoluzione del concetto di centro di costo al fine di meglio

responsabilizzare il dirigente e sviluppare il suo spirito di

competizione.

Un modo ancora diverso di intendere i centri di profitto deriva dalla

pratica di quelle imprese che considerano unitariamente le aree di

produzione e di distribuzione.

I centri di profitto nascono dal collegamento tra le attività di

produzione e di vendita connesse ad ogni prodotto significativo.

Ogni centro è responsabile sia dei costi di produzione che dei ricavi

di vendita, ed il miglior risultato economico, per ogni centro nasce

dal miglior coordinamento tra le aree interessate.

Ritorniamo a considerare il modello di programmazione lineare:

dall’equazione b u* + b u* + b u* +….. = Z*, si ricava che Z*,

beneficio massimo ottenibile dal sistema produttivo, è uguale alla

somma delle risorse disponibili valorizzate a “prezzi ombra”.

Solo le risorse completamente sature nella soluzione ottimale

hanno un valore. Ogni risorsa satura è, dunque, responsabile

dell’ottenimento di una parte del beneficio globale posto come

obiettivo al problema primale.

Coloro che hanno il compito di gestire le risorse sono responsabili

delle variazioni di profitto derivanti da un impiego delle stesse in

modo differente da quello previsto nella soluzione ottimale.

L’organizzazione delle responsabilità può subire notevoli

cambiamenti per svariate ragioni.

È possibile assegnare una concreta dimensione quantitativa alle

valide, ma astratte affermazioni sull’interdipendenza dei settori

aziendali e sull’unitarietà del sistema, visto come trasformatore di

risorse in prodotti o servizi, il collocamento dei quali rinchiude il ciclo

che fa scaturire il risultato economico globale.

Costi e ricavi diretti e comuni. Le produzioni a costi

congiunti.

La determinazione del costo di qualsiasi oggetto incontra ostacoli

sul pian0o della logica contabile per la presenza di costi relativi a

fattori produttivi utilizzabili per sviluppare la produzione di più

oggetti.

Sotto questo profilo i costi si definiscono:

Diretti (o specifici) quando si Comuni quando si riferiscono a

riferiscono a fattori utilizzati fattori utilizzati simultaneamente

esclusivamente in relazione alla o in tempi successivi, in

produzione di un definito relazione a più oggetti di costo.

oggetto.

Quanto sia discutibile la separazione dei costo “diretti” e “comuni” è

un fatto logicamente collegato alla comunanza di tutti i costi nel

tempo e nello spazio. Comunanza che discende dalla stretta

interdipendenza che lega ogni operazione che l’impresa compie con

quelle che ha compiuto in passato e che compirà in futuro.

La determinazione del costo del prodotto è resa difficile dalla

presenza di “produzioni congiunte” , nelle quali la rilevazione

analitica dei costi segue e determina ilo costo della lavorazione fino

a che si ottiene, congiuntamente, a fine produzione, una gamma di

prodotti e sottoprodotti vendibili, diversi per qualità e quantità : in tal

caso tutti i costi sostenuti sono comuni a tutti i prodotti ottenuti dalla

lavorazione.

Le configurazioni di costo di aree e prodotti. Utili e

margini lordi di contribuzione.

Una configurazione di costo di un oggetto, può essere vista come

un “addensamento” di taluni elementi di costo sull’oggetto

medesimo.

(elementi di costo =fattori produttivi che si ritengono utilizzati nello

svolgimento delle attività produttive al definitivo oggetto di costo).

Gli elementi di costo variano in relazione agli scopi conoscitivi per i

quali l’analisi del costo in oggetto viene effettuata. [TAV 25].

Le configurazioni di costo di un oggetto sono tanto più complete

quanto più si tende a considerare tutti gli elementi di costo in

qualche modo utilizzati per la produzione dell’oggetto.

Il costo dell’oggetto è più significativo ed attendibile se è

determinato considerando solamente i consumi dei fattori produttivi

utilizzati per la produzione di quell’oggetto.

Per la configurazione di un costo si ha: lo sviluppo del costo di un

oggetto (prodotto, area produttiva), il costo economico - tecnico.

Le considerazione fatte inducono riflessioni sulla valutazione critica

dei cosiddetti “margini di contribuzione” o “utili (lordi/netti)

determinabili con riferimento ad aree produttive o prodotti.

Con riferimento ad un’area produttiva potrebbero determinarsi

risultati più o meno lordi a seconda di come si pongono le relazioni

quantitative tra il volume dei ricavi ed il volume dei costi.

Se i ricavi sono comparabili con i soli costi diretti dell’area

produttiva, il margine lordo che ne deriva segnala la capacità di

contribuzione dell’area alla copertura dei costi comuni non

addebitati alle singole aree produttive.

Se, invece, i ricavi sono comparabili con una configurazione di costo

complessiva e all’area produttiva sono stati addebitati i costi diretti e

quote di costi comuni, la quota di utile (o perdita) netto che ne

deriva segnala il contributo dell’area considerata alla produzione del

risultato netto complessivo.

Con riferimento ad un prodotto potrebbero determinarsi risultati

più o meno lordi a seconda di come si pongono le relazioni tra il

prezzo di vendita del prodotto ed il costo dello stesso.

Se a fronte del prezzo di vendita si considerano i soli costi diretti del

prodotto, il margine lordo che ne deriva, segnala la contribuzione

del prodotto in questione alla copertura della massa dei costi

comuni.

Se, invece, il prezzo di vendita viene comparato con il costo

complessivo del prodotto, comprensivo delle quote di costo

comune, l’utile che ne deriva segnala il contributo del prodotto alla

produzione del risultato complessivo netto.

I “margini di contribuzione” appaiono più significativi degli utili

lordi o netti , specialmente quando l’analisi dei risultati parziali viene

effettuata per uno dei seguenti fini:

1) individuare le produzioni più convenienti con riferimento ad una

definita struttura produttiva.

In tale ipotesi le produzioni più convenienti saranno quelle che

consentono l’ottenimento di un più elevato “margine di

contribuzione” alla copertura dei costi comuni.

2) individuare e controllare il contributo (e le responsabilità) di

ciascuna area produttiva in ordine al raggiungimento degli obiettivi

globali dell’impresa.

Conviene richiamare e sottolineare la concezione unitaria dei costi e

dei ricavi nel tempo e nello spazio al fine di valutare con le

necessarie cautele i risultati parziali comunque ottenuti.

Un margine di contribuzione , rimane pur sempre il risultato di

accostamenti contabili tra ricavi e costi parziali, e tale risultato non

può assumere valore assoluto se è vero che costi e ricavi sono

legati da vincoli di interdipendenza.

Altre ragioni di incertezza nella determinazione del costo di aree

produttive e/o di prodotto derivano dalla presenza di costi fissi che

incidono sui costi unitari.

Costanza e variabilità dei costi.

Inquadramento del problema della variabilità dei costi.

Per affrontare il problema della variazione dei costi è necessario

fare alcune considerazioni:

saranno oggetto di indagine solo quegli oneri relativi a fattori

utilizzati , direttamente o indirettamente, per attuare e perpetuare, in

senso dinamico, l’insieme dei processi produttivi dell’impresa.

Occorre tener presente che l’analisi sulla costanza e sulla variabilità

dei costi viene finalizzata a supporto delle scelte strategiche

dell’impresa .

Bisogna considerare che tali scelte vengono normalmente effettuate

in via preventiva ed investono principalmente la pianificazione di

breve periodo.

Da ciò deriva che:

i costi in questione vengono per lo più precalcolati prima del loro

verificarsi.

Tali stime preventive necessitano di una rigorosa ripartizione

spazio-temporale dei costi comuni tra i diversi oggetti, in modo che,

ad ogni oggetto di costo, si assegnino elementi di costo che siano

espressione del concorso offerto da ciascun fattore produttivo

all’oggetto medesimo.

I costi si dividono in:

Costi fissi, quei costi che, ad Costi variabili, quei costi che

una data unità di tempo, non subiscono modifiche al variare

variano al variare del volume del volume produttivo.

produttivo (sino ad un limite

estremo che è rappresentato

dalla massima utilizzazione

delle strutture disponibili, dopo

di che subiscono bruschi

incrementi qualora la

dimensione produttiva dovesse

svolgersi a volumi più elevati –

c.d. “Scala di Pantaleoni”.

I costi di organizzazione tendono a conservarsi immutati anche per

amplissime variazioni del volume produttivo; mentre i costi degli

impianti restano immutati, ma per variazioni meno ampie.

I costi delle materie prime accusano variazioni sollecite ad ogni

modifica del “grado di occupazione”; mentre i costi della mano

d’opera tendono ad aumentare ad ogni espansione del livello

produttivo.

Ogni impresa, per una corretta verifica dell’andamento dei costi,

deve:

stabilire una “produzione base”.

Definire il segno e l’ampiezza delle variazioni previste rispetto la

produzione base del periodo considerato.

È da sottolineare che mentre i costi variabili producono una

corrente di servizi, la cui utilizzazione può essere frazionata

secondo le mutevoli esigenze produttive e che quindi si impiegano

in quantità che variano al variare della produzione, i costi fissi

sono caratterizzati da un flusso rigido di servizi e vengono

considerati “irreversibili”, in quanto non consentono un loro

trasferimento nel tempo e nello spazio .

Tale rigidità è rivolta soprattutto “verso il basso”, sia a seguito

dell’irreversibilità, che per il fatto che storicamente le aziende hanno

incrementato il livello dei costi fiossi nel tempo.

Le cause di tale incremento possono essere:

di natura tecnica (ad esempio l’innovazione tecnologica)

di carattere economico (esempio: allargamento dei mercati).

I costi fissi sono anche “costi di capacità”: rappresentano cioè

l’onere che l’impresa decide di sostenere per essere in grado di

effettuare un dato livello di attività.

Vi sono costi definiti semivariabili perché sono costituiti da una

parte fissa e una variabile.

Si sono individuati tre diversi tipi di costi semivariabili:

costi caratterizzati da una parte fissa da sostenere ed una parte

variabile che aumenta col crescere della produzione.

Costi che rimangono costanti sino ad un certo livello di produzione

per poi accrescersi da quel livello in poi.

Costi caratterizzati da numerosi, continui “scalini” all’interno

dell’intervallo produttivo.

Criteri di distinzione tra costi fissi e variabili.

Non vi sono costi che presentano la caratteristica di essere

completamente fissi o variabili: i costi si presentano con un grado di

rigidità crescente a mano a mano che si procede verso quelli che

abbiamo classificato come “costi fissi”.

La distinzione tra costi fissi, variabili e semivariabili deriva da una

semplificazione della realtà.

In secondo luogo un costo è costante o variabile a seconda del

modo con cui il fattore produttivo è pervenuto all’impresa: se

l’approvvigionamento è fatto di volta in volta, in armonia con le

esigenze del processo produttivo, il costo si presenta variabile; se

invece esso è effettuato in modo da assicurare all’impresa una

corrente di servizi la cui utilizzazione è connessa con lo svolgimento

del tempo in cui ha vita, il costo si presenta costante.

Importante è ,inoltre, l’arco di tempo considerato: nel lungo periodo

l’azienda pone in essere importanti processi di ristrutturazione

produttiva ed organizzativa sicché diminuisce il numero dei costi

fissi ed aumenta quello dei costi variabili e viceversa.

Inoltre, l’andamento dei costi dipende dal tipo di indagine che si fa

sugli stessi. Ad esempio: consideriamo il costo dell’energia elettrica ,

esso è considerato un costo semivariabile in quanto è caratterizzato

da una componente fissa ed una variabile: tale componente fissa

può essere vista sia come il canone fisso che si paga per aver diritto

all’uso dell’energia elettrica, che come la quantità minima

necessaria di energia per attivare gli impianti al livello minimo di

produzione.

Analoghe considerazioni possono farsi per il costo del lavoro che

nel breve periodo può essere considerato un fattore fisso in quanto

altamente rigido rispetto ad ipotesi di concentrazione dell’attività

produttiva.

Un altro fattore importante è la capacità dell’ambiente esterno di

influire sull’andamento dei costi: a tal proposito si potrebbe dire che

un’azienda situato in un paese estero caratterizzato da una minore

tutela sociale del lavoro, considererebbe i costi del lavoro a pieno

diritto come variabili.

Costi aziendali e funzione di produzione.

L’andamento dei costi variabili.

L’andamento dei costi variabili può essere: proporzionale,

progressivo, degressivo o regressivo.

Prendendo una generica funzione:

CV = c(Q)

Dove:

CV= costo variabile

Q = quantità prodotta

c= costo variabile unitario

possiamo dire che:

un costo variabile si dice proporzionale , quando il costo aumenta in

modo costante all’aumentare della quantità prodotta. Graficamente

ne risulta una retta passante per l’origine.

I costi variabili si definiscono progressivi quando aumentano in

modo più che proporzionale rispetto alla quantità prodotta; essi

sono caratterizzati da un coefficiente angolare crescente.

Si dicono regressivi quei costi che crescono in modo meno che

proporzionale rispetto all’incremento del volume produttivo

(coefficiente angolare decrescente).

Infine, si dicono degressivi quei costi che diminuiscono con

l’aumentare della quantità prodotta, essi sono assai rari (coefficiente

angolare negativo).

Prezzi, rendimenti e variabilità dei costi.

Perché i costi variabili hanno questo andamento?

Iniziamo a considerare la funzione rappresentativa del costo di un

generico fattore i: ci = fi . pi

tale funzione esplicita che le cause di un andamento non

proporzionale dei costi possono essere 2:

variabilità del prezzo di acquisto dei fattori (p).

variabilità del loro rendimento.

Queste due cause sono legate tra loro, infatti: ad un rendimento

costante di un fattore, un maggior prezzo di acquisto dello stesso

comporta un aumento di costo più che proporzionale rispetto alla

maggior quantità ottenuta. Lo stesso diciamo in caso di rendimento

decrescente e prezzo costante.

Ma cosa si intende per prezzo e per rendimento?

Il prezzo è la quantità di moneta che viene ceduta per acquisire

un’unità del fattore produttivo: esso quindi rappresenta il valore di

scambio del fattore sul mercato.

Il rendimento attiene alla quantità fisica di un fattore occorrente per

ottenere una certa quantità di prodotto; esso è legato al concetto di

consumo in quanto individua il rapporto esistente tra consumi fisici

di un fattore (input) e quantità prodotta (output).

Il prezzo è il risultato della dinamica globale di contrattazione e

risente di tutta una serie di variabili esogene dell’impresa, quali la

relativa scarsità dell’offerta rispetto alla domanda, l’innovazione

tecnica, etc…

A ciò si aggiungano le altre numerosissime cause di variabilità

esterna che rendono non sempre controllabili i prezzi.

Al contrario, i rendimenti sono grandezze che l’azienda non può e

deve governare, non per nulla sono indice di efficienza dell’attività

produttiva dell’impresa.

Il costo differenziale.

Definiamo costo differenziale la variazione di costo totale che si

supporta in conseguenza del passaggio del volume produttivo di un

determinato prodotto da una certa quantità (Q) ad una (Q+T), con T

sufficientemente grande.

I motivi che inducono l’impresa a ragionare in termini di differenziale

si spiegano innanzitutto con il fatto che la produzione è una

funzione “ a quantità finite” e non “continua”, e poi che le valutazioni

di convenienza vengono effettuate solamente nei casi in cui le

quantità addizionali da considerare siano significative ai fini di scelte

aziendali.

Nella pratica operativa il costo differenziale viene inteso come il

costo aggiuntivo da sostenere per aumentare la produzione di un

“minimo tecnico”.

Per convenienza si intende che: per un certo prodotto (P) il

passaggio da una produzione (Q) ad una (Q+T) è conveniente solo

se il ricavo differenziale che si segue è superiore al costo

differenziale che si supporta.

Nel breve periodo è possibile aumentare la produzione sfruttando

maggiormente l’impianto esistente, per cui il costo differenziale ed il

CV si equivalgono (questa equivalenza sussiste fino al momento di

massima utilizzazione degli impianti).

Al contrario, nel lungo periodo, l’aumento della produzione può

essere ottenuto solo aumentando la capacità produttiva

dell’impianto, per cui in relazione alle caratteristiche della funzione

di produzione, il costo differenziale tende a divergere dal CV.

L’analisi del costo differenziale può essere utile per la

determinazione del livello minimo di prezzo in corrispondenza del

quale l’impresa può continuare a vendere i suoi prodotti , al fine di

mantenere inalterato il suo volume operativo e quindi la redditività.

Il costo differenziale è equivalente, nel discontinuo, al costo

marginale.

Così come il costo marginale ha un andamento ad “U” e “porta

verso di sé” la curva di costo unitario medio, anche il costo

differenziale unitario (CUD) ha, di solito, lo stesso andamento di

fondo e, in ogni caso, ha “capacità di attrazione” del costo unitario

medio differenziale (CUMD).

Le relazioni costi-volumi-prezzi.

Diagramma di redditività: analisi delle principali

grandezze.

Il diagramma di redditività è un importante strumento concettuale

volto a risolvere il non trascurabile problema della conoscenza del

volume minimo di produzione-verndita in corrispondenza del quale i

ricavi totali riescono a coprire i costi totali (“punto di pareggio” o

“break even point”).

Ci si riferisce ad un’azienda monoprodotto caratterizzata dal fatto

che tutti i costi si identificano con l’unico tipo di prodotto. Questa

caratteristica, insieme ad altre, la rende idonea ad un’indagine

diagrammatica “globale” , a livello di sistema, in quanto le condizioni

produttive sono relativamente omogenee nel tempo e nello spazio.

Omogeneità che non sussiste nelle aziende multiprodotto.

Il diagramma di redditività viene utilizzato per la costruzione di

“budgest flessibili”e quale strumento di supporto alla pianificazione

di breve periodo in quanto è in grado di fornire, per qualsiasi volume

di produzione e di vendita, il previsto risultato reddituale.

Esso è da considerarsi un punto di partenza per ulteriori analisi .

Con riferimento al diagramma di redditività le ipotesi che

caratterizzano l’analisi del punto di pareggio sono:

Che vi sia identità tra quantità prodotta e venduta.

Che il prezzo unitario di vendita sia costante qualsiasi sia la quantità

venduta.

Che i CV siano proporzionali.

Che la produzione sia assolutamente omogenea nel tempo e nello

spazio.

Che si trascuri ogni riferimento all’aspetto qualitativo della

produzione.

Che la capacità massima degli impianti sia individuata.

Che i costi fissi rimangano assolutamente invariati.

Che i valori di prezzo e di costo previsti , assumano condizioni di

certezza.

Tutto ciò presuppone che il processo produttivo si svolga in

condizioni di “normalità” sia in riferimento alla quantità e al prezzo

dei fattori da impiegare che ai prezzi di vendita.

Il diagramma di redditività deve essere interpretato non trascurando

il fatto che la costruzione del grafico comporta una problematica

scissione dei costi tra la componente fissa e quella variabile.

Si scindono i costi nelle due categorie secondo un processo logico

di natura empirica, basandosi su dati consuntivi (rilevazioni storiche)

oppure congetturali (standards) e possono essere di natura

analitica oppure sintetica.

I metodi analitici attengono all’osservazione diretta del

comportamento di ogni singolo elemento di costo.

I metodi sintetici si basano sulle rilevazioni di una serie storica di

dati per poi ricavare una linea interpolatrice per ciascuna

aggregazione (costi fissi, CV e ricavi) che ne esprima l’andamento

di fondo attraverso strumenti di tipo statistico –matematico.

Il basarsi su serie storiche comporta una particolare attenzione sulla

loro attendibilità , condizione questa soddisfatta se le stesse:

contengono dati relativamente recenti

vengono adoperate esclusivamente per proiezioni di breve periodo.

Sapendo che:

CT = CF+CV

CV = cQ

RT =pQ

Si può determinare:

Il PUNTO DI PAREGGIO (“BREAK EVEN POINT”): che indica il

livello di produzione minimo necessario affinché i costi totali

uguaglino i ricavi totali. A tale livello l’azienda non opera né in utile

né in perdita perciò tale punto è anche detto “punto di indifferenza” :

RT =CT

PQ=CF +cQ

PQ – cQ = CF

Da cui: Qi =CF/(p –c)

Dove:

Qi indica il livello di produzione corrispondente al punto di pareggio.

(p –c) viene detto “margine (unitario) di contribuzione” (mc); tale

valore ci indica di quanto la vendita di ogni unità di prodotto

contribuisce alla copertura dei costi fissi.

Da ciò deriva che Qi è la quantità che consente di coprire i costi fissi

utilizzando i margini di contribuzione provenienti dalla vendita di

ciascun prodotto.

Tale copertura è possibile solo se i prodotti finiti vengono venduti a

prezzi superiori rispetto ai costi medi unitari per l’ottenimento di tali

prodotti ( cioè se mc<0 ).

il PREZZO UNITARIO DI VENDITA, che si ottiene:

p = (CF +cQi) / Qi = CF/Qi +c

il COSTO VARIABILE PROPORZIONALE che si ottiene:

c = p – CF/Qi = p – CUMF°

l’UTILE (O LA PERDITA) DELL’ATTIVITA’ PRODUTTIVA

CONSIDERATA. È noto che, in caso di margine di contribuzione

positivo:

una volta raggiunto il livello di produzione pari al punto di pareggio

ogni unità aggiuntiva di prodotto venduta consente un utile

addizionale pari al margine di contribuzione apportato da quell’unità

supplementare.

L’utile totale è dato dalla somma dei margini di contribuzione di tutte

le attività ,cioè: [UTILE (R )] = pQ – (CF + cQ)=

=(p – c) Q – CF=

= (mc) Q – CF=

= MCT – CF.

oppure: [UTILE (R )] = (p – c) Q – [(p – c) Qi]=

= (p – c) (Q – Qi)=

= mc (Q-Qi).

Se il margine di contribuzione è positivo, l’azienda presenterà un

utile se e solo se Q>Qi; in caso di margine negativo, l’azienda

resterà in perdita.

A questo punto costruiamo il diagramma di redditività: sull’asse delle

ascisse compare il volume produttivo (Q) e sull’asse delle ordinate il

livello dei costi e dei ricavi.

Altra variabile è quella relativa al fattore tempo: i volumi produttivi

considerati si riferiscono ad un periodo di tempo prefissato

(solitamente un anno).

Il riferimento al tempo non deve indurre va pensare che tale

rappresentazione sia di tipo dinamico; essa è di tipo

“statistico- matematico” in quanto visualizza l’andamento dei costi e

dei ricavi al variare del volume produttivo.

I CT partono da un punto che è determinato dall’altezza dei CF e

crescono secondo il coefficiente c rappresentato dal costo variabile

unitario. I ricavi crescono in funzione del coefficiente p che esprime

il prezzo di vendita del prodotto.

Il grafico ci permette di visualizzare con immediatezza, nell’arco di

tempo considerato:

la quantità da produrre necessaria per raggiungere il punto di

pareggio (Qi)

la quantità massima producibile dall’impresa (Qm)

la quantità (Qe) che si ritiene verrà di fatto prodotta

il livello di capacità di assorbimento del mercato previsto (Qd).

La determinazione del punto di pareggio consente di individuare

due aree: la prima (Q - Qi) viene detta “area delle perdite”; la

seconda

(Qi – Qm) viene detta “area dell’utile”.

Non bisogna dimenticare che la produzione effettiva è vincolata dal

livello di domanda di mercato (Qd). Se la capacità produttiva

dell’azienda (Qm) è superiore alla capacità di assorbimento del

mercato (Qd), significa che la struttura è sovradimensionata.

Tale sovradimensiamento può essere il risultato sia di una cattiva

politica manageriale ( si parla, in tal caso di “riserve di capacità

produttive”) sia di errori di programmazione ( in tal caso si parla di

“costi sprecati”).

In caso di esuberanza delle strutture l’azione direzionale deve

essere diversa a seconda che ci si trovi di fronte a riserve di

capacità produttiva o di costi sprecati.

Nel primo caso l’azione di mercato deve essere tesa a sollecitare

la crescita della domanda prevista; nel secondo caso l’azienda

potrebbe ridurre i prezzi per incrementare le vendite oppure

ampliare la gamma dei prodotti offerti.

Se la capacità produttiva è sottodimensionata, siamo in presenza

di una fascia di “riserve di recettività”.

Il PUNTO DI FUGA indica la condizione minima essenziale di

permanenza di un’impresa in un settore in cui già opera : l’impresa

troverà conveniente cessare la produzione nel momento in cui le

entrate monetarie provenienti dalla vendita del prodotto non

riescono a coprire nemmeno i costi-uscita necessari a produrlo,

con conseguente squilibrio di cassa.

Se ipotizziamo che la quantità prodotta (Qe) coincida con il livello

di domanda di mercato per quel bene, due possono essere i

possibili scenari di un disquilibrio di cassa:

il primo si verifica quando il margine di contribuzione è negativo. In

tal caso i ricavi non sono in grado di coprire neppure i costi variabili

ed il risultato della gestione conosce un peggioramento a mano a

mano che aumenta il livello produttivo.

il secondo si verifica nel caso di margine di contribuzione positivo

accompagnato da un livello di produzione insufficiente a coprire i

costi monetari.

Questo secondo caso merita un approfondimento.

È opportuno considerare che soltanto i fattori a fecondità semplice

sono da annoverarsi tra i costi-uscita perché caratterizzati da

molteplici uscite finanziarie nell’arco dell’anno in concomitanza con

il loro approvvigionamento frazionato; mentre i costi futuri presunti

ed i consumi dei fattori a fecondità ripetuta sono costi non-

monetari.

Si può osservare che i costi variabili sono, nella quasi totalità dei

casi, costi monetari; mentre i costi fissi possono essere sia

monetari che non monetari.

Nel caso in cui la quantità effettiva (Q e 1) risulti inferiore alla

quantità (Qf) corrispondente al punto di fuga e l’azienda non sia in

grado di modificare tale situazione sarà costretta a cessare

l’attività nel caso di un’impresa monoprodotto, oppure ad

abbandonare il settore nel caso di un’impresa multiprodotto.

Situazione diversa si verifica ad un livello produttivo pari a Q e 3.

In tal caso l’azienda appare in grado, oltre che a rigenerare il

capitale investito in fattori a fecondità ripetuta, anche ad

autogenerare nuove risorse.

Tali risorse in quanto destinate idealmente a coprire i costi futuri

presunti, nonché il consumo dei fattori a fecondità ripetuta, per la

loro natura restano a disposizione nell’economia del sistema per

periodi di tempo limitati (c.d. “autofinanziamento temporaneo”).

Bisogna tener conto degli effetti dell’autofinanziamento

temporaneo : al suo verificarsi viene reso possibile l’immediato

reinvestimento delle risorse liberate in modo da ottenere o

un’espansione dell’attività operativa oppure un miglioramento

dell’autonomia finanziaria dell’impresa.

Uno dei possibili impieghi delle risorse liberate sta nell’acquisto di

fattori a fecondità ripetuta: con tale forma di investimento è

possibile ottenere la crescita dimensionale dell’impresa senza

ricorrere a fonti di finanziamento esterne.

Il fenomeno in questione, indicato in dottrina come “Effetto

Lohmann-Ruchti”, presuppone che l’azienda sia sempre in

pareggio e che tutte le risorse finanziarie disponibili vengano

reinvestite in fattori a fecondità ripetuta.

Occorre domandarsi se l’effetto Lohmann- Ruchti è ottenibile

anche quando l’impresa è in perdita ed n quale misura? Più

precisamente: se l’azienda è in grado di rigenerare il capitale

investito in fattori a fecondità ripetuta ma non è in grado di

autogenerare nuovo capitale per far fronte ai costi futuri presunti

beneficierà di tale effetto? E in che misura?

L’esistenza di tale beneficio dipende soprattutto dal rapporto

esistente tra ammortamenti (tasso di capitalizzazione) e costi futuri

presunti.

Se il tasso di capitalizzazione dell’impresa ha un “peso relativo” più

elevato di quello di rischiosità, l’azienda potrà espandersi perché i

flussi finanziari netti risulteranno pur sempre positivi.

Limiti di rappresentatività dell’approccio diagrammatico

nelle imprese monoprodotto e pluriprodotto.

Consideriamo ora i limiti del diagramma di redditività.

Il diagramma di redditività si basa su criteri di normalità che

vengono assunti e restano validi solo all’interno di un determinato

“intervallo produttivo”.

Le grandezze che si trovano all’interno di quest’area godono di un

elevato grado di attendibilità.

Tale intervallo corrisponde allo scaglione di produzione attesa

nell’ambito del “budget flessibile”: ciò significa che i valori assunti

all’interno dell’area di significatività sono proprio quelli che

interessano maggiormente, in quanto, è proprio su tali livelli che è

destinata a “cadere” la produzione dell’impresa.

Graficamente si può notare come la rappresentazione lineare delle

grandezze economiche si approssimi ai valori teorici solo all’interno


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Economia Aziendale e Organizzazione, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Economia Aziendale, Cavalieri (vol 2, capitolo 13 in poi). Analisi accurata dei seguenti argomenti: funzione imprenditoriale, forme giuridiche di gestione dell'impresa, il capitale di comando, il capitale comandato.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia e management
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia aziendale e Organizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Muserra Anna Lucia.

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