Ebraismo: la religione d'Israele in era pre-esilica
La religione dell’Israele antico si differenzia da tutte le religioni dell’oriente mediterraneo quanto attestata da una serie di libri - la Bibbia - che nei primi secoli dell’Era cristiana erano stati insieme collegati e racchiusi in canoni fissi, ed erano considerati in diversi modi “rivelati” dal dio nazionale. I canoni biblici della religione dell’antico Israele vanno datati tra il primo ellenismo e la fase dei primi secoli dell’era cristiana (fine I-inizi II d.C). Ma i singoli libri nei canoni sono più antichi dei canoni che li contengono, aprendo due problemi.
Problemi dei canoni biblici
Il primo è quello dei criteri che regolarono la loro formazioni: problema di cui è spia la molteplicità e la diversità dei vari canoni: il canone ebraico “palestinese”, il samaritano e i vari canoni cristiani “alessandrino”. Il secondo problema è quello della datazione dei libri inclusi nei canoni. Per dare un’idea della complessità del problema, basterà citare due dati: le notazioni vocaliche del testo ebraico dei libri canonici della Bibbia (il testo masoretico) con il quale oggi si legge e si studia la Bibbia sono più recenti delle consonanti; infatti alla tradizionale scrittura consonantica dell’ebraico antico solo più tardi gli studiosi ebrei detti Masoreti stabilirono la pronuncia mediante segni diacritici. In secondo luogo si notano varianti significative fra quel testo e quello formatosi agli inizi dell’età ellenistica (III a.C) delle traduzioni greche. Questa situazione delinea una storia della trasmissione della scelta dei testi ancora prima dell’età cristiana, che vide il formarsi dei diversi canoni.
Libri della Bibbia
La composizione della Bibbia secondo quel canone palestinese che fu “chiuso” in seguito alle catastrofi subite dalla comunità ebraica per mano della potenza imperiale romana fra I e II d.C. La tradizione ebraica distingue tre gruppi di libri: il Pentateuco (la Torah) che comprende i primi cinque libri (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), i Profeti suddivisi tra i cosiddetti Profeti anteriori, cioè i libri “narrativi” (Giosuè, Giudici, I e II Samuele, I e II Re), e i cosiddetti Profeti posteriori, i libri profetici; e infine i cosiddetti Ketubim (“scritti”), comprendenti i Salmi, il libro del Profeta Daniele e altri libri recenti come il Cantico dei Cantici o il libro di Ester, certi libri narrativi tardi o minori (Ezra, Neemia, Rut, le Cronache), e i libri sapienzali (Proverbi e il libro di Giacobbe).
La storia biblica
La Bibbia comprende, oltre ai libri poetici e sapienziali, libri apodittici, contenenti le leggi che regolano la vita del popolo ebraico e i suoi rapporti con il dio della nazione, e i libri narrativi (storici) che raccontano le vicende di quel popolo e di quel rapporto. Fra i libri apodittici e i libri narrativi esiste uno stretto legame, che si configura come rapporto fra le leggi e la vicenda d’Israele che prepara e contiene la consegna dei testi apodittici da parte della divinità a Mosè durante la fuga dall’Egitto o al re Gioia quando un libro delle leggi fu trovato nel tempio di Gerusalemme.
Il rapporto fra Yahweh e Israele si definisce come berit, termine che si usa tradurre con “patto”, da un lato, Israele e i suoi capi, dall’altro la divinità. La storia narrata dalla Bibbia altro non sarebbe che la storia di questo “patto”, al quale Israele sarebbe stato infedele, meritando la punizione divina sotto forma di una serie ininterrotta di calamità.
La narrazione biblica articola la vicenda d’Israele e del suo rapporto con Yahweh in sei grandi periodi. Il primo periodo è quello che inizia con la creazione del mondo e giunge fino all’età di Giacobbe (chiamato Israele). Questo periodo è quello narrato nel libro della Genesi, che termina con le vicende di Giuseppe, responsabile della migrazione del suo popolo dalla Palestina in Egitto in tempo di grave carestia. Segue il periodo di permanenza d’Israele in Egitto.
Alla fine di quest’era infelice il popolo d’Israele, guidato da Mosè, abbandona l’Egitto, riallaccia i legami con Yahweh ricevendo la legge divina e ritorna a quella terra di Canaan donde si era mosso. È questo l’inizio del terzo periodo, narrato nell’Esodo, mentre nel libro di Giosuè troviamo il racconto della conquista della terra di Canaan e in quello dei Giudici le vicende d’Israele stanziato nella sua terra e guidato da capi carismatici che di volta in volta liberarono l’oppressione straniera, sancita dalla divinità per punire il popolo.
Segue il quarto periodo, che è l’età della monarchia fondata da Samuele, ultimo dei Giudici e figura profetica, che consacra re Davide. A questo inizio narrato dai libri di Samuele, seguono il regno glorioso di Salomone, con la costruzione del tempio di Gerusalemme, e dopo la sua morte, la divisione del regno in due diversi reami: il settentrionale con capitale Samaria, e il meridionale col territorio di Giuda e capitale Gerusalemme.
Le storie del regno salomonico e dei due regni divisi sono narrate nei due libri dei Re, una versione diversa ce ne offre le Cronache. In due momenti diversi il regno d’Israele prima (722 a.C) e poi il regno di Giuda (586 a.C) crollano. Il primo è conquistato dall’impero neoassiro, il secondo è distrutto da re Nabucodonosor II: Gerusalemme è espugnata e distrutta, mentre una parte della classe dirigente viene deportata. Cominciava così il periodo dell’esilio babilonese, il quinto periodo della sequenza che ci presenta la narrazione biblica, mentre il sesto periodo, detto post-esilico, inizierebbe con la caduta di Babilonia conquistata dal re di Persia Ciro (539 a.C) e con un ritorno di parte dei deportati giudaici accompagnato da una ricostruzione del tempio di Gerusalemme.
Il periodo monarchico e i due successivi corrispondono a reali momenti storici nella vicenda d’Israele. I tre periodi più antichi, invece, dall’età detta dei Patriarchi (da Abramo a Giuseppe) all’età mosaica alla Conquista e poi al tempo dei Giudici, sono finzioni bibliche. Recenti studi hanno chiarito che: la storicità dei Patriarchi va negata ed il loro carattere di pastori nomadi è illusorio. Gli spostamenti che la Genesi attribuisce ai Patriarchi hanno semmai la funzione di “fondare” istituzioni e realtà, distribuite sul territorio palestinese. Nessun dato testuale o archeologico, mostra un'invasione della Palestina da parte di un popolo proveniente dall’estero. Nessun dato sembra indicare che, nell’età del II millennio a.C all’inizio del I, sia mai esistita nell’area sirio-palestinese una società tribale organizzata in modo autonomo rispetto alle forme urbane e monarchiche, anzi un riesame delle tribù di Israele le riconosce come entità territoriali centralizzate. I libri narrativi della Bibbia non fanno che costruire a posteriori il cammino d’Israele e la vicenda dei rapporti con Yahweh.
Dopo che la Genesi ha narrato le origini della nazione e del suo rapporto con il suo dio, i libri che si susseguono rispondono ai criteri di base e sono scanditi dal medesimo ritmo: a momenti di infedeltà grave di Israele nei confronti di Yahweh seguono castighi, rappresentanti da calamità varie ma soprattutto dal prevalere dei nemici; ai castighi seguono ripensamenti, pentimenti e il desiderio di riallacciare i rapporti con la divinità nazionale, a questi ripensamenti d’Israele seguono gli interventi salvifici della divinità, con l’instaurarsi di brevi periodi di pace. I peccati del popolo o del monarca consistono nell’abbandono del culto rivolto al solo Yahweh, e nella ricerca di altre divinità.
A questo modello narrativo sono improntati i racconti relativi al re del regno unito (Saul, Davide, Salomone) e poi ai re dei due regni d’Israele e di Giuda. Un atteggiamento nei confronti dei monarchi, dei quali si narrano i peccati e le infedeltà nei confronti di Yahweh, nonché del genere cardine dell’ordine del vicino-orientale antico che fu la monarchia. Nei libri di Samuele la monarchia è presentata come istituzione estranea alla tradizione d’Israele, incompatibile con la teocrazia yahwista rappresentata da Samuele. Essa è istituita da Samuele con il consenso di una divinità riluttante e minacciosa, solo perché il popolo insiste nel volere “un re come ne hanno gli altri popoli”. A questa impostazione antimonarchica sfuggono solo i Salmi e i libri sapienzali, non a caso le figure monarchiche “positive”, che la tradizione lega a quelle parti del canone palestinese, sono Davide e Salomone, gli antichi fondatori di un Israele unito e potente.
Le riforme e Yahwismo
È lecito considerare propriamente storici i nomi e i fatti attribuiti nel testo biblico al re di Giuda e d’Israele. Ed è dunque possibile recuperare dei brevi momenti nei quali, il culto di Yahweh avrebbe goduto del favore dei monarchi, e addirittura si sarebbero avuti tentativi di “riforma” in senso yahwista. I più significativi episodi di questo genere sono attribuiti dal racconto biblico a tre re di regni e di età diversi.
Sullo yahwismo di Iehu re di Israele (842-815 a.C) abbiamo notizie dal racconto del secondo libro dei Re che ne narra il corpo di stato ai danni di Iehoram e ne connette l’azione con quelle dell’intransigente profeta Elia e del discepolo Eliseo. Il secondo episodio è attribuito a Ezechia re di Giuda (715-686) e il terzo che è quello della “riforma” attribuita a Giosia, re di Giuda (640-609 a.C). In entrambi i racconti, quello che si considera riforma altro non è che un’opera di bonifica, consistente nella distruzione radicale di ogni culto e di ogni oggetto di culto non yahwista.
Si parla oggi di riforma in base a una serie di ipotesi. La prima ipotesi è quella dell’identità fra il “libro della torah” rinvenuto nel tempio di Gerusalemme secondo il racconto biblico e il Deuteronomio, la seconda ipotesi consiste nell’interpretare alcune formulazioni del Deuteronomio, come riferentisi al tempio di Gerusalemme. Questa serie di congetture ha portato gli studiosi a parlare di accentramento del culto nel solo tempio di Gerusalemme.
Il dio Yahweh secondo la Bibbia
Yahweh, dio potente, dio creatore, dio legato da patti a Israele, dio terribile nel punire le colpe dei popoli e dei singoli ma sollecito e generoso nel soccorrere i giusti o i penitenti. Unico dio vero nel senso che è il solo al quale Israele possa e debba tributare un culto, ma anche in quanto artefice e padrone di tutto il mondo. Il passaggio da un esclusivismo religioso a un abbozzo di monoteismo universalistico, tendenze che si accentrano nella Genesi che narra le vicende dell’umanità dal primo uomo. Israele non esiste ancora, i suoi primi antenati devono ancora nascere, e il quadro è necessariamente più ampio, riguarda l’umanità intera, mano a mano che la rosa dei gruppi umani si va restringendo sul popolo di Yahweh.
Il racconto di Genesi 1-3 è composito e non privo di contraddizioni; e molti hanno potuto riconoscervi almeno due strati testuali o mani redazionali, che presero il nome della divinità usato da ciascuno di essi: Yahweh o la forma plurale Elohim. Inoltre il racconto della creazione è simile a temi mitici cosmogonici delle civiltà vicine; in particolare, la creazione consiste nel fare ordine in un buio caos preesistente; sono presenti tratti di antropomorfismo nella descrizione delle azioni divine; il creatore non è dotato nemmeno di quella limitata onniveggenza. A questo dio di giustizia sono volte la speranza dei profeti, fatte di invocazioni e di esaltazioni, dei Salmi; e al rapporto con lui è rivolta, nei libri apodittici del Pentateuco, tutta l'organizzazione religiosa, etica e sociale della comunità dei figli di Israele.
Preghiera e sacrificio
Il rapporto fra la comunità d'Israele e Yahweh è costituito dai due pilastri del culto, preghiera e sacrificio. Il sacrificio è presentato in forma narrativa dai libri della Bibbia, che fondano il sacrificio cruento come corretto ed efficace mezzo di comunicazione fra la sfera umana e la divina: l'offerta del pastore Abele è gradita a Yahweh; Noè appena scampato al diluvio offre a Yahweh un sacrificio di animali. Ma è in base ai libri apodittici che è possibile una tipologia precisa del sacrificio biblico: la qualità delle vittime, i modi dell'uccisione e della consumazione.
In base a quei testi, si riconoscono fondamentalmente tre tipi di sacrificio: l'olocausto da olah (salire), il sacrificio di comunione e i sacrifici detti espiatori hatta't o “sacrificio del peccato” e asam o “sacrificio di riparazione”. Nell'olocausto la vittima è consumata dal fuoco sull'altare, spetta cioè, tutta intera alla divinità. Nel sacrificio di comunione la vittima è fatta a pezzi e in parte bruciata per Yahweh sull'altare, in parte divisa fra il sacerdote e l'offerente che la consuma con i familiari in un banchetto sacrificale. I sacrifici espiatori sono caratterizzati che l'offerente non consuma alcuna parte della vittima, che è destinata ai sacerdoti. Nel sacrificio hatta't per l'espiazione di un peccato è importante una complessa manipolazione del sangue della vittima; il sacrificio asam implica invece il pagamento di una somma pari al valore per cui si è in colpa, aumentata di un quinto.
A questi sacrifici va avvicinato il rituale del capro espiatorio. Il Levitico esprime questo rito attribuendone il compimento ad Aronne, figlio di Mosè. Estratti a sorte due capri, uno per “Azazel” e uno per Yahweh, dopo aver offerto uno dei capri, Aronne posa le mani sulla testa del capro vivo, confessa sopra di esso tutte le colpe d'Israele, e lo manda nel deserto, portando con sé tutte le colpe. Il capro espulso si intende destinato ad Azezel, figura di sapore poco monoteistico. Il rituale del capro espiatorio è identificato con la festa del “giorno dell'espiazione”.
I testi biblici condannano il sacrificio umano, ma in altri passi l'atteggiamento è più sfumato; così in Genesi 22 l'episodio della richiesta divina ad Abramo di offrirgli in olocausto il figlio diletto Isacco sancisce da un lato l'obbligo dell'obbedienza incondizionata nei confronti della divinità e dall'altro il divieto di sacrificare essere umani. Pratica tipicamente biblica è il harem o anatema che consisteva nel votare alla totale distruzione ogni membro o ogni bene di un popolo contro cui si fosse in guerra, per ottenere da Yahweh la vittoria.
I sacerdoti
Alla pratiche del culto erano preposti dei sacerdoti, dei quali apprendiamo dai libri apodittici (in particolare dal Levitico, che proprio dalla tribù sacerdotale prende il suo nome). Solo a partire dall'Esodo Israele è presentato come un vero e proprio popolo con specialisti della funzione sacerdotale; mentre nella Genesi i Patriarchi figurarono come capifamiglia, ed eseguono il proprio le attività di culto. Appare preferenziale il reclutamento dei sacerdoti dalla tribù di Levi, discendenti da un antenato comune, Levi figlio di Giacobbe, ma non sono dotati di un proprio territorio; e vivono sparsi presso tutte le altre tribù come “ospiti”.
I Leviti hanno i tratti caratteristici di una categoria funzionale extraterritoriale. Legati fortemente con l'istituzione monarchica facendone dei veri e propri funzionari regi. I racconti relativi alle lotte fra sacerdoti: Sadoq è presentato come sacerdote di Davide e sotto Salomone prende il posto del levita Abiatar. Nell'esilio babilonese, il sacerdozio che aveva servito la monarchia di Giuda si riconosceva come discendente di Sadoq, tornato a Gerusalemme dall'esilio con Giosuè, questo gruppo trovò il posto occupato da un altro ramo sacerdotale originario del saltuario regale di Bethel che si proclamava discendente di Aronne, fratello di Mosè. La vittoria finale fu dei Sadociti, dato che come Sadociti si identificarono i sommi sacerdoti del Tempio in età post-esilica. La competenza specifica dei sacerdoti ebraici descritti dalla Bibbia è la divinazione. Per tale tipo di divinazione si fa uso di un oggetto o di oggetti conservati in una sacca contenuta nel pettorale sacerdotale: le domande rivolte alla sfera divina mediante tale forma di cleromanzia erano formulate come alternative fra due sole possibilità, associando la prima a un oggetto o a oggetti detti urim, l'altra invece a un oggetto o a oggetti detti tummin. Già nelle narrazioni bibliche relative al tempo di Davide tale forma di divinazione scompare, e l'interrogazione della volontà divina è affidata al solo tramite profetico. I libri dell'Esodo al Deuteronomio associano la custodia dell'Arca - il contenitore dei sacri testi trasmessi a Mosè - con i Leviti affermando che ai sacerdoti leviti deve essere affidata la Torah perché la recitino pubblicamente e periodicamente.
I santuari
I sacerdoti sono legati ai santuari. Sui santuari la Bibbia è ricca di dati, forniti dai libri narrativi dalla Genesi: il termine bet indica il santuario; rari i termini riferibili a simulacri o a rappresentazioni figurate; sono nominati stele (massebot) e altari; quanto alla bamah (alto luogo), sembra essere attribuita a un grande altare monumentale. Ogni libro narrativo della Bibbia ha il suo sistema di santuari, il proprio modo specifico di valutarne la correttezza e l'antichità. Si pensi ai santuari di Dan e di Bethel, cioè alla coppia di luoghi attribuiti a Gerobamo I, condannati in I Re 12, ove si narra dei vitelli d'oro che in essi stabilì Geroboamo; ma i racconti relativi ad essi che troviamo in altri narrativi della Bibbia sono alquanto divergenti. Come Giacobbe in cui a Bethel, vi sogna il dio di Abramo cui chiede aiuto nella fuga che ha intrapreso, promettendo di adottare quel dio come suo se tornerà sano e salvo come la divinità gli ha promesso; tornando in Palestina, si reca in quel luogo e vi costruisce un altare, chiamando la località El-Bethel (il dio di Bethel).
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